mercoledì 13 gennaio 2016

David Bowie - Blackstar (ISO Records, 2016)

A scanso di equivoci: una recensione di questo album era già in programma prima che succedesse l'inaspettato (ma in realtà, inevitabile). Chi scrive, un paio di idee su come dovesse essere questo disco se le era già fatte dopo la pubblicazione dei due atipici, e decisamente molto poco commerciali, singoli "Blackstar" e "Lazarus"; tuttavia, la notizia della morte di David Bowie, dopo solo due giorni dal suo 69esimo compleanno, ha bruscamente posto tutto il progetto sotto un'ottica profondamente diversa. Che il Duca Bianco non godesse di gran salute era risaputo, soprattutto dopo l'attacco cardiaco che lo colpì durante un concerto ad Amburgo, nel 2004. Da allora, Bowie si ritirò dalle scene pubbliche, con solo qualche rara comparsa dal vivo qua e là, qualche incisione in studio e, molto più notevolmente, ben due album: "The Next Day" e, appunto, questo "Blackstar"

Questo lavoro conclusivo di Bowie è, non sorprendentemente, un album cupo, intenso e sofferto. Non poteva essere altrimenti: la sua biografa ufficiale, ha spiegato che nel corso della lavorazione del disco, il Duca Bianco ha avuto un totale di sei attacchi cardiaci. Ma di ciò siamo venuti conoscenza solo ora perché, così come accaduto per il precedente "The Next Day", la lavorazione a questo album venne tenuta segreta fino all'annuncio ufficiale: in effetti, nemmeno tutti quelli che vi hanno lavorato erano a conoscenza del suo stato di salute. Le prime indiscrezioni, però, rivelavano che l'album avrebbe utilizzato una sezione di fiati e un cast di musicisti jazz, qualcosa che molti giornalisti si sono affrettati a tradurre come "l'album jazz di David Bowie". La verità è che, sebbene tali strumentazioni facciano la parte da leone nell'album, si tratta ancora una volta di un disco non facilmente classificabile e, in qualche modo, completamente diverso da tutto ciò che l'artista aveva prodotto fino ad oggi. Chi conosceva bene Bowie, al momento dell'acquisto del disco aveva già ascoltato quattro dei sette brani qua inclusi: "'Tis a Pity She's A Whore" e "Sue (Or in a Season of Crime)" erano già apparse, in versioni diverse, nel 2014 come singolo per promuovere la sua retrospettiva "Nothing has Changed", mentre la title-track e "Lazarus", come già menzionato, sono i due brani scelti come singoli, rilasciati rispettivamente nel Novembre e nel Dicembre del 2015.

Delle due la title-track è forse la meno soddisfacente, sebbene sia comunque un pezzo altamente avventuroso e sperimentale, composto da due sezioni ben distinte: la prima parte è una sorta di ouverture al disco, con un ritmo frenetico sopra il quale la voce elettronicamente modificata di Bowie canta una melodia abbastanza inusuale, mentre la seconda è più pacata e tradizionale. Nel finale, la ripresa del tema della prima parte viene sovrapposto all'arrangiamento della seconda. Sebbene non sia un pezzo di facile ascolto, è senza dubbio un brano notevole e audace. "Lazarus", invece, è più nello stile del Bowie classico e, forse per questo, è la più immediata delle due. Non strizza comunque l'occhio al commerciale, ma, musicalmente, è di sicuro qualcosa che i fan dell'artista apprezzeranno di certo; data l'imminente scomparsa del Duca, è difficile ignorarne il testo ("guardate quassù, sono in paradiso, ho cicatrici che non possono essere viste", "guardate quassù, sono in pericolo; non ho più niente da perdere"), nonché il drammatico video che lo raffigura morente su un letto, fasciato e con dei bottoni al posto degli occhi. Viene quindi da chiedersi se questa sua "classicità" sia intenzionale ma, in ogni caso, musicalmente rimane un pezzo davvero notevole nel quale nessuno dei suoi 6 minuti e 22 secondi è superfluo, con un bel climax e un assolo di sassofono ad opera di Donny McCaslin, ottimo sia nel contesto del brano sia preso a sé stante; se anche "Lazarus" non fosse il testamento artistico di Bowie, rimarrebbe comunque il brano migliore di "Blackstar" e, forse, uno dei migliori della sua intera discografia.

Il resto del disco si mantiene su livelli abbastanza alti. "Sue (Or in a Season of  Crime)" offre un ottimo miscuglio tra un ritmo di batteria acid jazz e il crooning di Bowie e contiene, forse, il riff di chitarra più notevole di tutto l'album, la frenetica "'Tis A Pity She Was A Whore" funziona molto bene come contrasto dopo i 10 mastodontici minuti di "Blackstar" e riesce bene ad allentare la tensione senza risultare triviale, "Girl Loves Me" , assieme a "Lazarus" è, a parere di chi scrive, il brano più notevole: si tratta, forse, della cosa più vicina che Bowie abbia fatto all'hip-hop, con una parte vocale che è al confine tra il rap e il cantato e che, liricamente, si alterna tra Inglese e Nadsat. La costruzione del brano è molto intelligente: sebbene non si tratti di un pezzo particolarmente complesso e utilizzi una struttura abbastanza tradizionale (strofa tesa, ritornello più rilassato e cantabile), non solo non scade nel banale, ma riesce pure a suonare in maniera aliena e inusuale, grazie anche all'arrangiamento e alla scelta dei suoni. I due brani finali del disco, seppur completamente diversi, sono collegati tra di loro tramite un cross-fade. "Dollar Days" è senza dubbio il brano più sofferto del disco, musicalmente e non. Ad una prima lettura, il testo sembrerebbe essere semplicemente una dichiarazione di indipendenza e di freschezza di un uomo conscio di non essere più tanto giovane ma, dopo la scomparsa dell'artista, assume senza dubbio toni più letterali; non si tratta solo del continuo uso della frase "I'm dying to" che, in questo caso, è un intraducibile gioco di parole tra "non vedere l'ora" e "stare morendo": frasi come "se non riuscirò mai a vedere le praterie Inglesi verso le quali sto correndo, non mi importa, non c'è niente da vedere" "sto cadendo, ma non credete nemmeno per un secondo che vi stia dimenticando" messe in bocca ad un uomo morente assumono senza dubbio significati più profondi e tragici, in particolare la prima, nella quale Bowie sembra aver accettato la sua imminente morte, anche se non dovesse esserci un aldilà pronto ad accoglierlo. La conclusiva "I Can't Give Everything Away" si mantiene sugli stessi toni sofferenti, nonostante musicalmente sia un po' più leggera del brano precedente, ed è un'ottima chiusura al disco. Il testo, ancora una volta, a posteriori è facilmente leggibile come la continua battaglia di Bowie contro la sua malattia ed è cantato in un crooning piuttosto riuscito.

"Blackstar" non è un disco di facile ascolto e non è necessariamente tra i migliori di Bowie. Detto questo, si tratta di un album diverso dagli altri 24 pubblicati dall'artista e, a causa del suo stato di salute, uno particolarmente ispirato. Musicalmente, l'album è curato, ben fatto ed elegante. La produzione è affidata allo storico Tony Visconti, collaboratore di vecchissima data di Bowie e al fianco di una innumerevole lista di altri mostri sacri, tra cui T. RexOsibisaGentle Giant e The Stranglers. I musicisti (che includono Ben Monder alla chitarra, Donny McCaslin ai fiati, Jason Lindner al piano, Tim Lefebvre al basso e Mark Guiliana alla batteria), come già detto, provengono quasi tutti da ambienti jazz, ma suonano andando oltre al loro stile e offrono tutti una ottima performance perfettamente funzionale all'album. Come testamento finale funziona decisamente bene e, sebbene si tratti di un lavoro sofferente e cupo, non è lamentoso  o smielato e, molto più importante, piaccia o non piaccia, evidenzia un'integrità artistica non indifferente e non comune a molti altri colleghi. Sicuramente, uno dei dischi più importanti di questo periodo storico e un acquisto obbligatorio per ogni fan di David Bowie.


David Bowie