lunedì 21 aprile 2014

Ian Anderson - Homo Erraticus (Calliandra Records-Kscope, 2014)


Il 14 Aprile 2014 è uscito il settimo disco solista (il sesto in studio) di Ian Anderson, celebre frontman dei Jethro Tull, di cui tanto si parla in questo blog, intitolato "Homo Erraticus". L'album è uscito in diverse edizioni: quella regolare con solo il CD singolo, la versione "Deluxe" contenente un secondo CD con una versione demo dell'album e interviste ai membri del gruppo più due DVD con mixaggi sorround e documentari sul disco, un'edizione limitata CD + DVD (contenente un riassunto dei due DVD dell'edizione "Deluxe") e, addirittura, una versione uscita in doppio LP. 
Il disco è uscito solo due anni dopo rispetto a "Thick as a Brick 2", un lasso di tempo relativamente breve rispetto agli ultimi standard. La formazione è la stessa del disco precedente: Anderson al flauto, alla chitarra acustica e alla voce solista, Ryan O'Donnell alla seconda voce, Florian Ophale alla chitarra elettrica, David Goodier al basso, John O'Hara alle tastiere e Scott Hammond alla batteria. Questo "Homo Erraticus", tematicamente, è collegato al disco precedente, anche se non si tratta di un suo seguito (per fortuna: realizzare "Thick as a Brick 3" sarebbe stato un rischio eccessivamente grosso, poco credibile e il gioco non sarebbe valso la candela). L'elemento che collega questo disco al precedente è unicamente la presenza di Gerald Bostock (fittizio enfant prodige, ormai cresciuto) che, in questo momento, si imbatte in un manoscritto ad opera di uno scrittore locale (Ernest T. Parritt) intitolato "Homo Britanicus Erraticus", dove si narra la storia della civiltà britannica. Sulla base di questo, un po' come Manzoni costruì "I Promessi Sposi", Anderson/Bostock costruisce tre sezioni, che dividono l'album in tre parti: "Chronicles", "Phropecies" e "Revelations".

Allo stesso modo, questa volta, ci avvaliamo di non uno, ma di ben tre punti di vista, grazie all'aiuto di due amici, colleghi e amanti della buona musica.



Jacopo Muneratti - Good Times Bad Times / Mat2020

Come già detto nell'introduzione, stavolta il tempo di uscita del disco è stato abbastanza breve e, la sua preparazione, molto più rilassata. Con il precedente "Thick as a Brick 2" Anderson si era preso una responsabilità piuttosto alta. Il rischio che si corre facendo un sequel di un'opera maestra è enorme, e lo è ancora di più 40 anni dopo l'uscita del lavoro originale. Il risultato, comunque, aveva dato i suoi frutti: non si trattava di un capolavoro, ma di un disco fatto con molta cura, e supportato da un eccellente tour nel quale teatralità e qualità musicale si amalgamavano ricordando, a tratti, l'epopea dei decenni passati. Il disco, ad ulteriore testimonianza di quanto fosse un prodotto potenzialmente pericoloso, era accreditato a Jethro Tull's Ian Anderson, per avere una rete di sicurezza.

Questa volta, con "Homo Erraticus", il rischio è chiaramente minore, e, infatti, è accreditato semplicemente a Anderson. Purtroppo, minore il rischio, minore il prodotto finale. Sia chiaro, il disco in sé non è assolutamente disprezzabile: ancora una volta, ci troviamo di fronte ad un lavoro eseguito e prodotto estremamente bene. La voce di Anderson, in sordina da anni, suona abbastanza bene: non come prima della sua infezione alla gola (avvenuta nel 1985), ma calda, poetica e, soprattutto, perfettamente adatta al tipo di musica proposta. Il problema, è che, di fatto, questo "Homo Erraticus" non si discosta in quasi per niente dal disco precedente e il sottile filo che collega i due album non è un pretesto abbastanza grande per giustificare questa cosa. Forse, pretendere che un artista del calibro di Anderson, che ha 46 anni di carriera, e un totale di 29 dischi in studio tra solisti e con i Jethro Tull, rimanga tutt'ora un campione di diversità è un po' utopistico, ma il disco, obbiettivamente, va preso per quello che è. Inoltre, l'album (e qua, forse, tiriamo un sospiro di sollievo), non è per niente un album folk-prog-metal come era stato annunciato da Anderson nelle varie press-release, ma è perfettamente consono allo stile a cui si è avvicinato Anderson negli ultimi anni, con qualche riecheggio al passato. In ogni caso, anche se si trattasse di una mera copia, una copia di un disco molto buono risulterebbe comunque un prodotto molto buono.

Partiamo dai lati positivi: il disco si apre con un rocker frizzante ed energico, "Doggerland", che sicuramente invoglia all'ascolto del resto del disco e, tra gli altri ottimi brani, abbiamo "The Engineer", forse la miglior prova vocale di Anderson in tutto l'album, l'irresistibile e, forse un po' sardonica, marcetta di "The Pax Britannica", l'intricato strumentale "Tripudium ad Bellum" (con una conclusione geniale), la breve ma complessa "New Blood, Old Veins", la maestosa "Meliora Sequamur" e "The Browning of The Green", che si ricollega parzialmente a "Doggerland". Inoltre, l'atmosfera e le sonorità generali dell'album sono molto azzeccate e i testi, come al solito, oltre ad essere molto intelligenti e ben costruiti, hanno un'assonanza perfetta e la sequenza di sillabe utilizzate suonano molto musicali all'orecchio. Ovviamente, l'album non è esente da difetti: il recitativo "Per Errationes Ad Astra" sembra avere la stessa identica funzione che aveva "Might-have-beens" su "Thick as a Brick 2" e la sua inclusione suona un po' forzata, "Puer Ferox Adventus" non contiene nessun elemento che giustifichi i suoi sette minuti di durata e la conclusiva "Cold Dead Reckoning" è una maniera ben poco ispirata di chiudere l'album. Solo la melodia contenuta nei suoi 30 secondi conclusivi fa svegliare un po' le orecchie, ma finisce troppo in fretta ed è così slegata al resto del brano che sembra che sia stata infilata forzatamente.

In definitiva, si tratta di un prodotto che raggiunge ampiamente la sufficienza, superandola di un bel po', con qualche momento ottimo e qualche altro meno ispirato e, il fatto che un artista del calibro di Ian Anderson, a questo punto della sua carriera, continui a produrre lavori di un certo pregio, non è una cosa da dare assolutamente per scontata. Dal punto di vista tecnico, il disco suona molto competente e professionale. Il gruppo di Ian Anderson è sicuramente preparato e capace, ma forse, un po' poco personale. I vari assolo sono eseguiti con una precisione quasi al millimetro, e le backing tracks scorrono avanti senza problemi, ma non si sente niente che faccia pensare ad un prodotto veramente unico, e questo è sicuramente il vero e proprio scarto col passato dei Jethro Tull. Forse, l'unico membro del gruppo che veramente ha una sua personalità è il secondo cantante Ryan O'Donnell, che ricopre un ruolo che, fino a qualche anno fa, sarebbe stato impensabile e avrebbe, ipoteticamente, causato le ire dei fan. Eppure, è l'unico che porta qualcosa di nuovo e di energico, e, il fatto che riesca a fare così bene un lavoro così rischioso è sicuramente da applaudire. Ad ogni modo, anche se non sono sicuro che questo album possa avvicinare nuovi adepti o che possa far gridare in molti al capolavoro, è certamente molto difficile considerarlo un lavoro mediocre e fa piacere vedere un Ian Anderson ancora carico di energia che non cerca di continuare a sembrare il matto dei vecchi tempi, ma che ha sempre di più l'immagine dell'uomo saggio, scaltro e vissuto, con sempre un asso sotto la manica.


Donald McHeyre - Castle McHeyre / Mat2020

Ian Anderson nel 1972 con "Thick as a Brick", attraverso il suo alter ego, Gerlad Bostock, mostrò uno spaccato satirico delle piccolezze della convenzionale e ben pensante contemporaneità (dell’epoca) inglese attraverso una “musica desiderio” non convenzionale di un unica traccia lunga quanto un album, divisa solo dalle esigenze fisiche di cambiare lato al vinile. In "Thick as a Brick 2", nel 2012, il meta autore diventa protagonista e, attraverso di lui, Ian Anderson ci racconta il cambiamento della società e del pensiero negli anni nel fra tempo intercorsi attraverso i nuovi supporti tecnologici, sviluppati in questi 40 di anni, di rendere davvero un unico brano, questa volta non diviso dai limiti fisici del vinile ma soltanto dai limiti mentali del commercio. In "Homo Erraticus" il supporto scelto è il più “convenzionale” concept album narrativo, diviso in 3 parti/capitoli a loro volta divisi in  brani/paragrafi, musicalmente distinti.  Nelle varie tipologie di arrangiamento usate da Anderson con "Homo Erraticus" siamo in quello che potremo definire "Jethro Tull arrangiamenti stratificati" (che poi è quello più comunemente è stato usato nella loro discografia) diversamente da "Thick as a Brick 2" che rientra nella tipologia “Jethro Tull arrangiamenti lineari” ("Roots to Branches", "A Passion Play" e in buona misura il primo "Thick as a Brick" ne sono gli esempi più rappresentativi).

Il fatto che si utilizzino tecniche compositive e di arrangiamento diverse tra "Homo Erraticus" e "Thick as a Brick 2" non può che essere positivo per entrambi gli album e per l’autore stesso. Personalmente continuo a preferire "Thick as a Brick 2" con la sua struttura lineare dovuta all'esigenza di mostrare l’album come un unica composizione (mi piace il risultato finale, prescindendo dalle tecniche usate). "Homo Erraticus" è quindi più un concept "raccolta di brani" con pochissimi temi ricorrenti e forse più varietà nelle composizioni ma anche con più momenti deboli rispetto al predecessore. I momenti deboli possono trovarsi anche in "Thick as a Brick 2" ma questi possono essere giustificati dalle esigenze narrative e dalla struttura di un brano lungo quanto tutto il concept stesso. In sostanza in "Thick as a Brick 2" (ma anche nel primo) i "tempi deboli" possono essere concepiti semplicemente come momenti più deboli di un unico brano che nel suo insieme però, ci aggrada. In "Homo Erraticus", i momenti deboli sono invece singoli brani meno brillanti di altri.

D’altra parte la produzione tecnica del suono è eccellente, superiore anche a "Thick as a Brick 2", rendendo piacevole l’intero ascolto in un sol fiato dell’album la cui musica mostra una Band (.. of Ian Anderson) suonare finalmente come una Band, più amalgamata e sicura delle proprie capacità di quanto aveva dimostrato fino a poco tempo fa, quando quegli stessi  componenti sembravano essere i domestici di casa Anderson arruolati sul campo. O'Donnell in particolare, che già mi aveva fatto ottime impressioni durante il tour di "Thick as a Brick 2", qui è ancora più presente e "vario" nel suo ruolo, permettendosi (o meglio, permettendogli Anderson) di ritagliarsi anche piccoli spazi solisti e non soltanto come "maggiordomo di voce", li dove il "padrone" non ci arriva più.

L'operazione meta testuale, iniziata nel 1972 e proseguita nel 2012 qui continua e si amplia con il personaggio di Ernest T. Parritt (1865-1928) il cui manoscritto intitolato "Homo Erraticus Britannicus" viene scoperto da Bostock ormai anziano in una piccola  biblioteca di provincia. L’analisi sociale si estende a tutta la storia della cultura anglosassone. Nel testo (e qui si giustifica in gran parte il concept "raccolta di brani separati") Parritt racconta che a seguito di una caduta di cavallo dovuta a malaria la sua "coscienza"  viaggia indietro nel tempo ritrovandosi nel corpo di diverse persone. Partendo da un uomo del neolitico e saltando di incarnazione in incarnazione, un fabbro dell'età del ferro, un invasore sassone, un monaco, e altre figure, su su per le epoche fino al Principe Alberto, assiste da testimone diretto ai momenti cruciali della storia della Gran Bretagna, compie Profezie e Rivelazioni sull'epoca attuale (la parte più facile) arrivando fino al 2044 (c'è anche spazio per gli alieni e la SF catastrofista) raccontando tutto nel suo manoscritto nel modo bizzarro ed esagerato tipico del "narratore inaffidabile" come il Barone di Munchhausen o il Colonnello Maxim Arturovitch Pyatnitski di Michael Moorcock, una delle numerose incarnazioni del Campione Eterno, figura metafisica protagonista della gran parte delle opere di Moorcock, la cui concezione può porsi tra le basi per il plot del concept album di Anderson. Il Campione Eterno (John Deker) si reincarna di volta in volta in figure protagoniste dei vari cicli dello scrittore (Elric di Melnibonè, Erekose, Dorian Howkmoon von Koln, per citarne alcuni), nelle varie epoche e nelle varie "Terre" del milione di sfere costituenti il "multiverso". Un buon esempio, insomma, di Homo Erraticus.

Anche se l'idea stessa di viaggio "psico-storico" compiuto da Parritt si può a maggior diritto far risalire direttamente al personaggio protagonista di "Slow Chocolate Autopsy: Incidents from the notorius Career of Norton, Prisoner of London" di Ian Sinclair (con le illustrazioni di Dave McKean) amico di Alan Moore che ha sua volta è amico di Moorcock. Nel romanzo (ma sarebbe più giusto definirlo, raccolta di 12 racconti a carattere storico), l’Homo Erraticus, Andrew Norton è intrappolato nei confini della città di Londra, non ne può uscire ma può spostarsi avanti e indietro nel tempo assistendo e a volte interagendo con gli eventi storici. 

Ian Anderson che legge Moorcok, Sinclair e Moore ? Possibilissimo. Il fatto che Arthur Bostock, il padre di Gerald, sia nato il giorno dopo la morte di Parritt,  può far riflettere in questa direzione.



Chiara Bucolo - Filodiretto Monreale

Dopo varie vicissitudini e ostacoli impervi, finalmente l'Uomo Errante è riuscito ad approdare nelle mie orecchie. Ed è stato di piacevole compagnia, nonostante i samples parevano presentare un disco farraginoso ed un po' pesante (come mi disse un amico: "secondo me, per i samples, hanno detto: adesso prendiamo i momenti peggiori di tutto l'album!"). "Homo Erraticus", sesto lavoro solista del leader dei Jethro Tull Ian Anderson, è inaspettatamente fresco e per niente monotono. Il nostro Ian ha saputo dimostrare,ancora una volta, di saper imboccare sempre strade diverse, anche quando, come in questo caso, non crea niente di nuovo.

L'album, diviso in tre parti - Cronache, Profezie, Rivelazioni - si snoda, si sviluppa e si intreccia tra melodie medievaleggianti ed eteree e momenti più "aggressivi". Connubio che funziona e che già notiamo nel primo brano della prima parte delle Cronache, "Doggerland", dove però l'assolone quasi Metal di Opahle risulta a mio parere forzato ed invadente. Ci pensa subito a ristabilire le cose la delicata e spensierata "Heavy Metals", per la durata di quasi un intermezzo. Una intro di flauto difficile da dimenticare apre "Enter The Uninvited", un po' guastata dai momenti in cui il cantato di Anderson è quasi rappeggiante, ma comunque dalla melodia trascinante. "Puer Ferox Adventus" è intensa, quasi solenne, e ci presenta una chitarra equilibrata nella sua irruenza, e un bellissimo assolo di flauto. In "Meliora Sequamur" ritroviamo quella solennità quasi religiosa, mentre "The Turnpike Inn" possiede alcuni dei momenti più hard del disco. Ancora atmosfere medievali e quasi folk pervadono "The Engineer" e "Pax Britannica" (una delle vette dell'album), che ci mostrano due splendidi assolo del flauto di Anderson. Altra vetta è l' "aerea" "Tripudium Ad Bellum", che introduce la seconda parte del disco, le Profezie. "After These Wars" è dominato da un potente assolo di chitarra, mentre in "New Blood, Old Veins", le tastiere di O'Hara si fondono perfettamente con il flauto di Ian. In "For A Pound", una ripresa della melodia di "Heavy Metals", fa da ingresso nelle Rivelazioni, terza ed ultima parte dell'album. Segue "The Browning Of The Green", altro momento very hard del disco (che però, anche in questi frangenti, non abbandona mai quella vena di leggerezza che caratterizza il suo autore). "Per Errationes Ad Astra" è una sorta di curioso racconto, mentre la chiusa del tutto, "Cold Dead Reckoning", si riallaccia alla melodia di "Enter The Uninvited", uno dei tanti parallelismi del disco.

Disco che non è un capolavoro, ma che ascoltandolo sembra che quest'uomo errante ti ghermisca e ti conduca nei suoi viaggi turbolenti, e tu non sai di certo ribellarti.



mercoledì 1 gennaio 2014

Into Deep #11 - Yesterday And Today - I Beatles negli USA





Penso che non ci sia bisogno di nessun tipo di presentazione per i Beatles, sicuramente il gruppo più famoso di tutti i tempi che, stranamente, in questo blog non ha ancora ricevuto uno spazio vero e proprio. Per chi se lo chiedesse, questo non è per un presunto fastidio da parte degli autori verso il gruppo ma, perché, essendo il più famoso di tutti i tempi, si rischia di cadere nella retorica parlando di loro. Sarebbe molto più facile trattare della loro musica se si potesse avere accesso ad una discografia diversa. Non intendiamo dire album inediti o composti da canzoni inedite, ma una discografia nella quale le canzoni sono organizzate diversamente.

Per fare questo, in realtà, non abbiamo bisogno di cercare universi paralleli: basta andare oltreoceano per scoprire che gli album, così come li conosciamo noi, là non sono usciti fino al 1987. Come pratica comune della maggior parte dei gruppi Inglesi esportati in America (la stessa cosa successe anche ai Rolling Stones, per fare un esempio), nel grande continente, tutto il materiale pre"Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" venne organizzato in maniera completamente differente. Da quell'album in poi, su richiesta dei Beatles stessi, le due discografie combaciano, ma negli USA sono stati aggiunti due album. Uno di questi, "Magical Mystery Tour" è stato ufficializzato nella discografia Inglese a partire dal 1976, ed è stato ristampato su CD insieme agli altri. Perché mai negli Stati Uniti gli album non sono arrivati in maniera normale? Beh, prima di tutto, i Beatles avevano la fastidiosa abitudine di non includere i loro singoli su disco. Questo, a dire loro, veniva fatto per non imbrogliare i fan che, una volta acquistato il 33 giri, si sarebbero ritrovati due brani ridondanti. Se da un punto di vista intellettuale tale cosa risulta assolutamente onesta, da un punto di vista commerciale è assolutamente deleterio. Inoltre, lo standard di brani in America, in quel periodo era di 12 per disco e i Beatles, spesso e volentieri sforacchiavano. Ecco quindi che, per togliere tali misfatti, i dischi vengono smontati e completamente rimontati. Non solo, così facendo, si ha anche molto più materiale per produrre molti più album. Dal 1963 al 1967 gli album dei Beatles in Inghilterra, così come loro li avevano concepiti sono stati sette: "Please Please Me", "With the Beatles", "A Hard Day's Night", "Beatles for Sale", "Help!", "Rubber Soul" e "Revolver"; in America sono diventati dodici: "Introducing... The Beatles", "Meet the Beatles!", "The Beatles' Second Album", "A Hard Day's Night", "Something New", "Beatles '65", "The Early Beatles", "Beatles VI", "Help!", "Rubber Soul", "Yesterday and Today" e "Revolver", ai quali va aggiunto anche "The Beatles' Story", un documentario audio, parte a tutti gli effetti della discografia ufficiale, per un totale di tredici. Ad aumentare la confusione, le versioni Americane di "A Hard Day's Night", "Help!", "Rubber Soul" e "Revolver" non combaciano con quelle Inglesi.

Poiché i fan dei Beatles oltreoceano erano assolutamente ignari del fatto che gli album che compravano non fossero gli originali, molti di loro sono rimasti stupiti e confusi quando nel 1987, con le prime edizioni CD, tutto il primo periodo dei Beatles fosse presentato in maniera completamente diversa. Inoltre, i veri fanatici, sbavavano da tempo dietro le versioni Americane dei dischi dei Beatles, perché i mixaggi, che fossero stereo o mono, erano radicalmente diversi. Per questi motivi, la richiesta di una ristampa su CD, magari a parte, di questi dischi, è sempre stata alta. In alcuni casi, i fan sono stati accontentati. Come già detto, il primo disco Americano ad essere pubblicato su CD fu "Magical Mystery Tour", adottato assieme alla discografia ufficiale e stampato assieme al resto del catalogo nel 1987. "Meet The Beatles!", "The Beatles' Second Album", "Something New" e "Beatles '65" videro finalmente la luce su CD nel 2004 all'interno del lussuoso cofanetto "The Capitol Albums Volume 1", che li ristampava in mono e in stereo. Analogamente, "The Early Beatles", "Beatles VI" e le versioni Americane di "Help!" e "Rubber Soul" vennero riunite nel 2006 nel "The Capitol Albums Volume 2". Tutti gli altri album sono rimasti non disponibili in digitale: alcuni per motivi di copyright (la versione Americana di "A Hard Day's Night"), altri per richiesta specifica dei membri sopravvissuti dei Beatles ("The Beatles' Story"). Tuttavia, la situazione è solo temporanea: tutta la discografia Americana, ad eccezione di "Introducing... The Beatles" e "Rarities" verrà ristampata nel cofanetto "The US Albums", previsto per il 21 Gennaio 2014. Ogni CD verrà anche venduto separatamente, in tiratura limitata, ad eccezione di "The Beatles' Story".

Con queste premesse, sembra che sia una buona occasione per rivisitare una interessante pagina dimenticata della storia dei Beatles e di riuscire così a parlare del gruppo senza sfociare nella solita adulazione retorica.


INTRODUCING... THE BEATLES
(Vee-Jay, 10 Gennaio 1964)

Il primo disco Americano dei Beatles, sorpresa, non esce per la Capitol ma per la Vee-Jay. Essenzialmente, si tratta di una versione mozzata dell'Inglese "Please Please Me": da 14, i brani passano a 12. La Vee-Jay, comunque, non aveva ancora un contratto ben definito con i Beatles e, infatti, la pubblicazione dell'album lasciò molte battaglie legali tra la Vee-Jay e la Capitol che, in effetti, possedeva diritti su buona parte del catalogo Beatlesiano a questo punto. Il disco uscì in due versioni: nella prima, i due brani rimasti fuori erano "Please Please Me" e "Don't Ask Me Why", precedentemente uscite come singolo negli USA. Tuttavia, la Capitol minacciò ripercussioni legali in quanto deteneva i diritti sui brani "Love Me Do" e "Please Please Me", usciti come singolo in Europa. Per questo la Vee-Jay dovette interrompere la produzione e sostituire quei due brani con i due precedentemente tagliati. Come potete immaginare, quindi, il disco è più interessante per questo tipo di aneddoti che per la sua qualità in sé. Comunque sia, le vendite non scarseggiano di certo e, ad oggi, entrambe le versioni dell'album sono quotate moltissimi soldi.



MEET THE BEATLES!
(Capitol, 20 Gennaio 1964)

Cercando di ignorare l'album precedente, la Capitol annuncia il debutto dei Beatles nella grande mela 10 giorni dopo l'uscita del disco precedente, con questo album. La copertina e la scaletta (anche nell'ordine) riprendono quelle del secondo album Inglese "With the Beatles", ma "Please Mr. Postman", "Roll Over Beethoven", "You Really Got a Hold On Me", "Devil in Her Heart" e "Money" (quattro delle cinque cover presenti sull'album) vengono sostituite dal singolo "I Wanna Hold Your Hand", il suo retro Americano "I Saw Her Standing There" (in Inghilterra il primo brano di "Please Please Me" e già apparsa 10 giorni prima su "Introducing... The Beatles") e il suo retro Inglese "This Boy", poste all'inizio dell'album. Né "I Wanna Hold Your Hand" né "This Boy" erano apparse su LP in Inghilterra. Il risultato è un album perfetto come presentazione ai Beatles, ma meno coeso nei contenuti della sua controparte Inglese. Come prevedibile, il disco schizza subito al primo posto in classifica per undici settimane quando il disco successivo, lo rimpiazza. Per la prima volta, in America, un artista viene surclassato da sé stesso nelle vendite!




THE BEATLES' SECOND ALBUM
(Capitol, 10 Aprile 1964)

La Capitol, con il titolo affibbiatogli, mette ben chiaro che "Introducing... The Beatles" non sarebbe da considerare parte della discografia, ma la storia non si può riscrivere e, in realtà, questo è il terzo album Americano del gruppo. In questo caso, il disco non si basa su nessun album Inglese ed è un puro pot pourri assemblato dalla casa discografica Americana. Sulla prima facciata, abbiamo quattro dei cinque brani di "With The Beatles" esclusi da "Meet The Beatles!", a questi brani vengono affiancate "Thank You, Girl", in Inghilterra lato B del singolo "From Me to You" (brano, in quel momento, non pubblicabile dalla Capitol, ma presente su "Introducing... The Beatles") e "You Can't Do That", che in in Inghilterra era apparsa sul disco "A Hard Day's Night". Il lato B si apre con due brani in quel momento inediti in Inghilterra: "Long Tall Sally" e "I Call Your Name", prosegue con il quinto brano ancora inedito da "With The Beatles" ("Please Mr. Postman") e si conclude con entrambi i lati del 45 giri Inglese in madrepatria inedito su 33: "I'll Get You" e "She Loves You". Il risultato finale è un disco puramente rock'n'roll, forse un po' troppo banale e ripetitivo, ma perfetto per il pubblico Americano che, in effetti, lo adora e lo fa salire immediatamente primo in classifica.




A HARD DAY'S NIGHT
(United Artists, 26 Giugno 1964)

Con la Beatlemania alle stelle, non c'è da stupirsi se il quartetto Liverpooliano diventa protagonista di un lungometraggio e, chiaramente, con l'uscita del film, deve uscire anche la colonna sonora! In Inghilterra, l'album omonimo al film consiste delle sette canzoni presenti nella pellicola, più sei nuove di zecca che rappresentano il sound attuale dei Beatles. In America, forse per avere più materiale da pubblicare in futuro, il disco omonimo, invece, è la colonna sonora vera e propria del film: i brani aggiuntivi vengono esclusi (a parte "I'll Cry Instead", scritta per il film, ma successivamente non inserita) e vengono sostituiti da rifacimenti orchestrali (ad opera di George Martin, da sempre il vero quinto Beatle) di cinque brani del quartetto. Il risultato finale, chiaramente, suona esattamente come una colonna sonora, più che come un disco a sé stante (nonostante la presenza di classici come "And I Love Her"), e, anche se rappresenta un'alternativa interessante per i collezionisti e per i fan, ancora una volta, l'album Inglese originale gli è preferibile. Non essendo quest'album edito dalla Capitol, non è stato ristampato su CD assieme agli altri. Dato che contiene materiale esclusivo, la sua imminente ristampa è particolarmente interessante!



SOMETHING NEW
(Capitol, 20 Luglio 1964)

La Capitol, come al solito, riorganizza il materiale per i propri comodi, intitolando furbescamente l'album "Something New", qualcosa di nuovo. Chiaramente, il titolo è furbesco fino ad un certo punto perché, "I'll Cry Instad", "I'm Happy Just to Dance With You", "Tell Me Why", "And I Love Her" e "If I Fell" erano già apparse sulla versione Americana di "A Hard Day's Night". Inoltre, la Capitol ha anche inserito dei riempitivi che suonano anacronistici col titolo: i due brani rimanenti dell'EP "Long Tall Sally" e la versione in Tedesco di "I Wanna Hold Your Hand" (intitolata "Komm, Gib Mir Deine Hand"), scelta apparentemente incomprensibile, ma spiegabile dal fatto che questo disco è stato venduto anche in Germania. Insomma, alla fine, degli 11 brani contenuti nel LP, solo tre sono davvero nuovi. Inoltre, a causa dell'accostamento di brani sofisticati che segnano il nuovo processo evolutivo dei Beatles (come "And I Love Her") al vecchio materiale rock'n'roll, il prodotto finale risulta una delle pubblicazioni meno coese della discografia Americana. Non solo: suona proprio come un assemblaggio studiato a tavolino e non troppo ben riuscito di materiale preesistente ed effettivamente è proprio così.



THE BEATLES' STORY
(Capitol, 23 Novembre 1964)

Prima vera e propria esclusiva per gli States, questo doppio LP consiste in un documentario audio nel quale si racconta la storia dei Beatles, intervallata da spezzoni di interviste, rivisitazioni orchestrali dei vari singoli e frammenti dal vivo registrati all'Hollywood Bowl. Introdotto così sembra essere più interessante di quello che è, ma purtroppo, la storia si concentra di più sul fenomeno della Beatlemania che nel processo creativo/evolutivo del gruppo, gli splendidi arrangiamenti orchestrali di George Martin sono usati solo come sottofondo e i frammenti dal vivo sono così brevi da poter passare inosservati. Come immaginabile, quindi, questo è solo un prodotto del tempo, ad uso e consumo per il pubblico del 1964. Comunque sia, per non essere altro che un costoso album documentario, il disco vende piuttosto bene: nel Gennaio 1965 si trova ben al settimo posto nella top 10.



BEATLES '65
(Capitol, 15 Dicembre 1964)

Nonostante il titolo, questo album è stato pubblicato alla fine del 1964. Questo rende il 1964 un anno piuttosto prolifico per i fan Americani: ben sette pubblicazioni in dodici mesi. Questo LP è probabilmente l'unico caso in cui l'album Americano è superiore a quello Inglese. Il disco si basa essenzialmente su "Beatles for Sale", all'epoca l'ultimo album uscito in Gran Bretagna, ma sostituisce sei dei brani con "I'll Be Back" da "A Hard Day's Night" (ancora non pubblicata dalla Capitol), e, soprattutto, lo splendido singolo "She's A Woman"/"I Feel Fine". Queste piccole aggiunte rendono molto più gradevole e variegato quello che, a parere di chi scrive, è l'album forse meno interessante dei Beatles. Chiaramente, ancora una volta, non tutto il materiale si sposa bene, ma il risultato finale è comunque piuttosto buono.



THE EARLY BEATLES
(Capitol, 22 Marzo 1965)

In attesa di avere nuovo materiale su cui mettere le mani, la Capitol, finalmente, si aggiudica i diritti per l'album "Please Please Me" e lo ristampa. Il disco è essenzialmente, una versione troncata dell'"Introducing the Beatles" uscito per la Vee-Jay il Gennaio dell'anno precedente che, a sua volta, era una versione troncata del disco originale. Vengono escluse "I Saw Her Standing There" (uscita su "Meet the Beatles!"), "Mysery" e "There's a Place". Niente di essenziale, quindi, e niente che il pubblico Americano non potesse già procurarsi prima, e, infatti, l'album è il primo a non andare al primo posto nella classifica Americana. A dire il vero, non arriva nemmeno nella Top 10, ma la Beatlemania è ben lunga dall'essere finita!



BEATLES VI
(Capitol, 14 Giugno 1965)

Per la prima volta, vengono dati in esclusiva alcuni brani per il mercato Americano. "Bad Boy" e "Dizzy Miss Lizzy", due cover di Larry Williams vengono registrate appositamente per questo album: il grintoso sound rock'n'roll di questi due brani era perfetto per il pubblico Americano. Gli Statunitensi vengono premiati anche con due brani ("You Like Me Too Much" e "Tell Me What You See"), che,  in Inghilterra, vedranno la luce solo due mesi dopo su "Help!" (i Beatles decideranno di utilizzare anche "Dizzy Miss Lizzy" nella scaletta di tale album). Il resto del LP è completato dai brani rimanenti di "Beatles for Sale" e da "Yes It Is", in Inghilterra il lato B di "Ticket to Ride" (il lato A in sé viene messo da parte per la versione Americana di "Help!"). Ancora una volta, un buon prodotto montato apposta per piacere al pubblico Americano (che, infatti, manco a dirlo, lo fa arrivare al primo posto in breve tempo), ma che fa soffrire molto la creatività del gruppo, relegandoli ad un solo genere e non facendo trasparire, invece, la continua evoluzione della loro musica. Nel Regno Unito "Bad Boy" comparirà per la prima volta sull'antologia "A Collection of Oldies but Goldies" nel 1966, e finirà ufficialmente su CD nel primo volume di "Past Masters", stupendo doppio CD contenente tutti i brani non presenti sugli album Inglesi a 33 giri.



HELP!
(Capitol, 13 Agosto 1965)

Analogamente a "A Hard Day's Night", in America l'album uscito per promuovere il film "Help!" viene reso la colonna sonora del film stesso. Quindi, solo sette delle canzoni dell'album originale, le sette che apparivano nel film, vengono pubblicate, mentre i rimanenti brani del disco consistono in partiture orchestrali scritte da George Martin come musica di sottofondo per l'album. La versione originale di "Help!" era un disco cruciale per i Beatles, perché segnalava perfettamente uno spartiacque tra la musica relativamente semplice e rock'n'roll dei primi anni e quella evoluta e sofisticata degli ultimi. Rimontando l'album, nemmeno a dirlo, questa cosa viene completamente persa, sebbene, comunque, si possa intuire che l'album sia musicalmente molto diverso da quanto gli è stato preceduto. D'altro canto, solo in questa versione dell'album è possibile gustarsi gli splendidi frammenti orchestrali di Martin, di alta caratura, per cui, nonostante tutto, anche questa versione alternativa ha i suoi pregi. Ancora una volta, nonostante questo sia un disco poco convenzionale rispetto agli standard (ovviamente, si parla della versione Americana), ai fan dei Beatles la cosa non sembra interessare. Anche questa volta, infatti, va al primo posto e ci resta per ben nove settimane! Insomma, per fare una battuta un po' stupida, potremmo certo dire che, in quel momento, da quel punto di vista, non avevano bisogno di nessun aiuto.



RUBBER SOUL
(Capitol, 6 Dicembre 1965)

Se la scelta di modificare "Help!" era stata deleteria, ancor di più lo è stata per "Rubber Soul". "Rubber Soul" è, infatti, il primo vero album dei Beatles ad essere veramente ricco nei contenuti e il primo ad esplorare diversi stili di musica, tutto in maniera perfettamente convincente. Questo, però, alla Capitol piace poco e, forse temendo di fermare la Beatlemania dando in pasto al pubblico un disco troppo sofisticato, decide di rimontarlo con l'idea di fare "l'album folk dei Beatles". Per fare questo, toglie i brani più movimentati o sofisticati ("Drive My Car", "Nowhere Man", "What Goes On?" e "If I Needed Someone") e li sostituisce con due brani esclusi da "Help!", entrambi posti a inizio facciata ("I've Just Seen A Face" e "It's Only Love"). Alcuni fan (curiosamente, il 90% di loro di madrepatria Americana) sostengono che questa versione dell'album sia superiore all'originale che, a loro parere, sembra un'accozzaglia di canzoni non relazionate tra loro unite senza un filo logico, ma, secondo chi scrive, questa versione del disco non fa altro che rendere uniforme e forzato un album originariamente notevole per essere particolarmente variegato, ancor di più paragonandolo a quanto uscito precedentemente. Non solo, la differenza stilistica con i due brani dall'album precedente non passa certo inosservata. Forse il miglior esempio di come un'operazione può rovinare un'opera artistica.



YESTERDAY AND TODAY
(Capitol, 20 Giugno 1966)

Questo album è sicuramente il più conosciuto della discografia Americana; non tanto per i suoi contenuti, quanto per la macabra copertina che, nel giro di una settimana, dovette essere sostituita da un'altra più innocua. Il processo di sostituzione fu così sbrigativo che, per alcune copie, venne semplicemente incollata sopra la nuova copertina. Qualcuno dice che l'immagine originale sia una metafora su come i Beatles percepivano la loro discografia all'estero. Nonostante tale idea sia molto interessante, si tratta solo di una coincidenza. Per quanto riguarda la musica, questo album è un completo pot pourri: vengono recuperati i quattro brani mancanti da "Rubber Soul", "Act Naturally" e "Yesterday" da "Help!", le due canzoni ancora non stampate su LP in America, le due facciate del singolo "Day Tripper"/"We Can Work It Out" e tre gustosissime anticipazioni dal futuro "Revolver" (che uscirà in Gran Bretagna due mesi dopo): "I'm Only Sleeping", "Doctor Robert" e "And Your Bird Can Sing", curiosamente tre brani di Lennon. Per casualità, questa accozzaglia di brani suona come un disco che avrebbe potuto benissimo essere stato assemblato dai Beatles stessi e con tutti i brani di altissima caratura. Persino le divertenti "Act Naturally" e "What Goes On?" (entrambe cantate da Ringo) si sposano bene col resto dei contenuti e aiutano ad alleggerire un po' il tono. Certo, è meglio ascoltare la configurazione originale dei brani, ma anche questo LP funziona bene e, sicuramente, coloro che all'epoca erano ignari che non si trattasse di un disco vero e proprio, non si saranno certo lamentati sentendolo.



REVOLVER
(Capitol, 8 Agosto 1966)

Si va verso l'unificazione con la discografia Inglese. La versione Americana di "Revolver" infatti, si limita ad eliminare i tre brani dalla sua controparte Inglese che erano già stati editi su "Yesterday and Today". Questo rende l'album principalmente un disco di McCartney, con ben tre episodi di George e il solito brano cantato da Ringo. Una cosa, insomma, assolutamente sbilanciata. Un fan Americano, cresciuto con questa edizione dell'album, ha ricordato che "un disco con 14 ottime canzoni è bello, così come un disco con 11 ottime canzoni". La cosa è indiscutibile, ma perché accontentarsi del meno quando c'è il più? Tale configurazione dell'album messa in commercio su CD il prossimo Gennaio sarà estremamente cervellotica e si spera che, quantomeno, sui CD ad edizione limitata vi sia un adesivo che spiega che questa versione dell'album è troncata rispetto a quella classica.


Il disco successivo dei Beatles, il celeberrimo "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band", su richiesta stessa del gruppo, non viene minimamente modificato negli Stati Uniti, e, per la prima volta, i fan di tutto il mondo possono godere di un prodotto artistico vero e proprio. Anche gli album successivi ("The Beatles", conosciuto come "The White Album", "Yellow Submarine", "Abbey Road" e "Let it Be") rimangono immutati. Tuttavia, questo non impedisce alla Capitol di fare più soldi aggiungendo qualche postilla alla loro discografia qua e là...



MAGICAL MYSTERY TOUR
(Capitol, 27 Novembre 1967)

In Inghilterra, i Beatles avevano appena prodotto quello che fu, forse, il loro unico vero flop: il surreale film "Magical Mystery Tour", che confuse i fan e fece storcere il naso alla critica. Si parla, ovviamente, solo del film, perché la sua colonna sonora, sei brani editi in un doppio EP, invece, vengono osannati come al solito da entrambi i versanti e, con gemme come "The Fool on the Hill", "Magical Mystery Tour" e "I'm The Walrus", sarebbe stato molto difficile non farlo. In America, ancora una volta, si decide però di fare testa propria. Il gruppo aveva specificato la sua volontà di non vedere più gli album tagliati e ricuciti, ma qua si parla di un EP, non di un disco. Per cui, si decide che "Magical Mystery Tour" sarà il nuovo LP dei Beatles. Così, l'intero EP viene trasferito sul lato A del vinile, mentre sul lato B compaiono cinque brani che avevano trovato posto sui singoli ma non sugli album. Due di queste, sono deliziose ballate pop, comunque molto avanti nell'arrangiamento e decisamente non trascurabili ("Hello Goodbye" e "All You Need Is Love"), mentre i rimanenti tre brani sono tre capolavori, tra le migliori pagine in assoluto della discografia del quartetto: "Penny Lane", "Baby You're A Rich Man" e soprattutto "Strawberry Fields Forever". Ecco realizzato così il sequel perfetto a "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" che, come il precedente, risulta essere un capolavoro. Capolavoro involontario, certo, ma pur sempre un capolavoro. Forse, l'unica vera mossa geniale della Capitol. Seppur non autorizzata, tale operazione soddisfa anche i Beatles: nel 1976 l'album viene stampato e venduto anche in Inghilterra e, nel 1982, diventa parte ufficiale della discografia, venendo inserito nella cofanetto "The Beatles: The Collection". Da allora, il disco è considerato parte ufficiale della discografia ed è stato ristampato assieme agli altri album Inglesi.


A questo punto, la discografia scorre parallelamente uguale tra i due continenti: le due versioni di "The Beatles" (il "White Album"), "Yellow Submarine" e "Abbey Road" non presentano alcuna differenza. Nel Febbraio del 1970, però, alla discografia Americana viene aggiunto un nuovo album.



HEY JUDE
(Capitol/Apple, 26 Febbraio 1970)

Originariamente intitolato "The Beatles Again", questo è l'unico progetto esclusivamente Americano preparato in Inghilterra dalla Apple. Con questa compilation, si recuperano alcuni brani del passato (in nuovi mixaggi stereo) esclusi dalle configurazioni in LP, oppure, non editi dalla Capitol. Si inizia con "Can't Buy Me Love" e "I Should Have Known Better" che erano apparse su 33 giri in America (su "A Hard Day's Night"), ma non ancora pubblicate dalla Capitol, e si procede con una selezione di otto brani tra i vari singoli: il capolavoro "Paperback Writer"/"Rain",  "Lady Madonna" (viene purtroppo esclusa la splendida Harrisoniana "The Inner Light" presente sul lato B) e la versione rock originale di "Revolution", che sul "White Album", è stata inclusa in arrangiamento molto più soft. Sul lato B del disco, c'è la title-track, "Hey Jude" (apparsa su singolo con "Revolution"), il singolo "The Ballad of John and Yoko"/"Old Brown Shoe" e "Don't Let Me Down", gustosa anticipazione di "Let it Be" (anche se non sarà inclusa in quell'album), il lato B di "Get Back", esclusa da questa compilation. Adesso l'album è reso obsoleto da "Past Masters", ma all'epoca, era un succulento archivio con brani bellissimi e acclamatissimi, e quindi, grazie al fatto che fosse una produzione dalla Apple, viene esportato anche in tutto il resto del mondo. In Spagna, all'epoca ancora sotto il Franchismo, "The Ballad of John and Yoko" viene esclusa, per via della parola "Christ" e per un riferimento alla Gibilterra, colonia Inglese all'epoca ambita dalla Spagna. Pare che "Don't Let Me Down" non sia apparsa su "Let it Be" proprio a causa della sua inclusione su quest'album.

"Let it Be" segna, in entrambi i casi, il finale della discografia ufficiale Beatlesiana. A questo punto, per una decina di anni, si campa con delle compilation (i famosi "blue" e "red album" "1962-1966" e "1967-1970" e "Rock'n'Roll Music") e qualche release d'archivio, più interessante ("From Then To You", in America intitolato "The Beatles' Christmas Album", racchiudente in versione completa tutti e sette i divertenti e comici messaggi di auguri spediti via flexi disc ai loro fan e l'unico live album ufficiale fino ad allora: "Live at the Hollywood Bowl", assemblato da George Martin da registrazioni del 1964 e 1965; purtroppo, il contenuto di nessuno di questi due album, ad oggi, è disponibile su CD). L'ultimo vero tassello della discografia Americana arriva solo nel 1980.



RARITIES
(Capitol, 24 Marzo 1980)

In Inghilterra, un titolo omonimo venne pubblicato nel 1978 all'interno del cofanetto "The Beatles Collection", contenente tutti i dischi dei Beatles. La versione Inglese conteneva una selezione di 17 brani non contenuti negli LP Britannici. La scaletta conteneva, però, molti brani che in America erano già stati editi, grazie al rimontaggio degli album, per cui, due anni dopo, viene prodotto un disco omonimo, ma con contenuti e copertina diversa, che dovrebbe colmare alcune lacune della discografia Americana. Questo disco, non ancora edito su CD e non programmato all'interno dell'imminente cofanetto, è tutt'ora considerato una manna dai collezionisti, perché contiene qualche brano ("I Am The Walrus", "And I Love Her", "Penny Lane") in versioni leggermente diverse, sempre tratte da singoli venduti all'estero, che, ad oggi, non sono più disponibili commercialmente. Per il resto, c'è qualche versione in mono alternativa, qualche singolo non ancora pubblicato su album in America (tra cui l'ottima "The Inner Light") e i due brani pubblicati dalla Vee Jay ma non ancora editi dalla Capitol ("Misery" e "There's A Place"), il tutto collegato da una bellissima confezione contenente alcune foto rare, tra cui la famigerata "butcher cover".

Come già detto, gli Americani si renderanno conto solo nel 1987 che la loro discografia non è quella giusta e dovranno rassegnarsi ad apprezzare le configurazioni originali degli album. Le successive operazioni di recupero dei dischi Americani sono, infatti, esclusivamente ad uso e consumo dei nostalgici o dei collezionisti più accaniti. Comunque sia, ad oggi, l'imprinting originale degli Americani ha tutt'ora un forte effetto. Per loro, ad esempio, è impensabile immaginarsi una versione di "Rubber Soul" che non inizi con "I've Just Seen a Face", oppure una discografia a 33 giri da cui manchino brani come "She Loves You", "Day Tripper" e "I Want to Hold Your Hand" e il che la dice lunga su quanto siamo condizionati dalle varie circostanze a considerare "giusta" una versione di un album piuttosto che un'altra. La discografia Americana non impedisce di sicuro di innamorarsi della fantastica musica dei Beatles ma, in molti casi, tende a banalizzare troppo il gruppo, togliendoli un po' di quell'unità speciale, a volte un po' folle, riscontrabile negli album originali ed è sicuramente per questo che, al momento della ripubblicazione in CD, si è scelto di adottare la discografia originale in entrambi i continenti.


mercoledì 4 dicembre 2013

Frank Zappa, chi era costui?






"We, hai sentito? Oggi sono 20 anni dalla morte di Frank Zappa"
"Ah sì, grande Zappa! Quello che ha detto dei giornalisti rock che sono gente che non sa scrivere che intervista gente che non sa parlare per lettori che non sanno leggere"
"Sì, ed è anche quello che ha detto che l'idrogeno non è la sostanza base dell'universo, ma la stupidità perché ce n'è molta di più"
"E quando quel tizio gli ha chiesto se era una ragazza perché aveva i capelli lunghi e lui, di rimando, gli ha chiesto se era un tavolino visto che aveva una gamba di legno?"

"Ah! Ah! Ah! Classico!"
"Senti, ma mi sta venendo un dubbio: che canzoni ha fatto Frank Zappa?"
"Ma come che canzoni ha fatto? Ma dai! Ma se ha fatto quella là, famosissima... 'Tengo na Minchia Tanta'!!!!!!"


Il 4 Dicembre 1993, Frank Zappa se ne andava, dopo qualche anno di calvario legato ad un tumore alla prostata. O, come annunciò la sua famiglia, "partì per il suo ultimo tour". Le reazioni del mondo della musica furono un po' scosse. Lou Reed (che per una beffa del destino è scomparso esattamente 20 anni dopo), da sempre suo rivale e da sempre molto poco carino con lui, dichiarò che "è raro incontrare persone al mondo che fanno cambiamenti in maniera positiva. Frank Zappa era tra queste e uno dei miei più grandi rimpianti è di non averlo conosciuto meglio. Frank era la voce della ragione e dell'onestà in un business privo di queste cose", Elio fu laconico: "facciamone un mito" disse "come Jim Morrison e Freddie Mercury", l'amico/nemico di sempre Don Van Vliet (alias Captain Beefheart), da tempo ritirato a vita privata, non rilasciò nessuna dichiarazione ufficiale, ma chi era in contatto con lui lo definì "sconvolto" dalla notizia, mentre molti altri artisti (chi con più sincerità, chi con meno) si affrettarono subito a metterlo tra le loro influenze e ad esprimere grande ammirazione per lui. Nei due anni successivi, un produttore utilizzò la musica di Zappa nella comicissima serie animata Duckman (nella quale, il personaggio di Ajax viene doppiato da Dweezil, il figlio di Frank) e nel 1995 il nome di Zappa entrò nella Rock'n'Roll Hall of Fame.

Che immagine ha Zappa oggi 4 Dicembre 2013? Elio è stato profetico. Zappa è diventato un mito. Il baffo e mosca sardonici di Frank Zappa sono entrati nell'iconografia musicale, come lo sguardo distante di Jimi Hendrix, la prosa trionfale di Freddie Mercury e la figura di Jim Morrison. Anche le sue frasi vengono citate spesso, soprattutto da coloro a cui piace darsi l'immagine da intellettuale. La più gettonata, ultimamente, è "se passi una vita noiosa e miserabile perché hai ascoltato tua madre, tuo padre, il tuo insegnante, il tuo prete o qualche tizio in tv che ti diceva come farti gli affari tuoi, allora te lo meriti", seguita da "parlare di musica è come ballare d'architettura", frase snaturata dal suo contesto, peraltro. Anche il termine "Zappiano" viene usato a dismisura. Qualsiasi composizione sia complicata, variegata e, allo stesso tempo, buffonesca e sbeffeggiante, ancor di più se ha un testo volgare, verrà automaticamente etichettata in questo modo. Mi è capitato più di una volta di vedere magliette con quella foto di Zappa nudo seduto sul water, immagine che lui stesso ha ripudiato e rifiutato, ma che sembra essere diventata l'archetipo del suo modo di essere. Eccolo qua, un mito creato per riuscire a mangiare sulla sua immagine dopo la morte più di quanto fosse possibile farlo durante la sua vita. Sicuramente tutto questo, a Zappa sarebbe andato di traverso peggio del famoso salatino ingoiato da Bush.

Ora, Frank Zappa sarà anche morto, ma la sua musica continua a sembrare fresca, piena di ispirazione e, soprattutto, completamente diversa da qualsiasi altra cosa sia in circolazione, presente o passata. A noi restano quindi tre opzioni:


  1. Ci maceriamo e viviamo perpetuamente nel "cosa farebbe lo zio Frank se fosse ancora vivo?" ascoltando incessantemente i suoi dischi;
  2. Cerchiamo di convincere più radio a suonare la musica di Frank Zappa e più giornali a fare articoli su di lui;
  3. Cominciamo a trattarlo da compositore, il quale era, e cercare di fare in modo che venga finalmente riconosciuto come un tassello importante della musica del XX secolo.


Scelgo la terza ipotesi, pensando soprattutto che, prima di tutto Zappa era un compositore ed un musicista, e non è stato altro per la durata della sua vita. Certo, era abile a commentare e a ridicolizzare tutte le mode e le brutture della società (solitamente quelle cose che tutti gli altri esaltavano), ma non ha mai pensato di mettere in secondo piano la musica per questo. Le sue composizioni sono state eseguite da varie orchestre, tra cui la London Symphony (che, ricordiamocelo, è una cooperativa che sceglie in persona quale musica eseguite) e l'Ensemble Modern, che tante gioie gli diede al termine della sua esistenza. Recentemente, ho avuto modo di constatare in prima persona quanto la musica di Zappa sia rispettata e tenuta in considerazione da docenti universitari di musica e da studiosi di musica contemporanea. Quest'anno, lo Zappa Family Trust, ha proclamato il periodo che va da Dicembre 2013 a Dicembre 2014 "l'anno di Frank Zappa". Ora, siccome è difficile scostare Zappa dall'immagine del "genio metropolitano", forse sarebbe il caso di non cercare più di realizzare consensi tra il pubblico mainstream e di concentrarsi sulla sua figura da compositore, magari cominciando a dare permessi a orchestre di portare in giro il suo repertorio e magari di tentare di eseguire anche tutte quelle partiture che sono state scritte e che oggi rimangono inedite, addirittura cercare di arrangiare quei pezzi per synclavier insuonabili per definizione. In fin dei conti, l'Ensemble Modern ci è riuscita con "G-Spot Tornado".

Comunque, dire che non sta succedendo niente di buono che riguardi la sua musica sarebbe assolutamente ingiusto e fuori luogo. In qualche modo, il nome di Zappa viene celebrato e vengono già organizzati eventi a suo nome. Giusto poco tempo fa è uscito un bel documentario ad opera di Salvo Cuccia, intitolato "L'estate di Frank" che in questi giorni sta avendo molta fortuna e ha avuto anche messe in onda su Sky. Il problema è che siamo sempre gli stessi a celebrarlo e queste cose difficilmente incoraggiano nuovi adepti ad addentrarsi nella sua musica. Una sua entrata (di diritto) nella "musica classica" potrebbe essere un buon inizio per far riscoprire Frank Zappa. Il fatto che, questo Ottobre, la BBC Concert Orchestra abbia eseguito "200 Motels" alla Royal Festival Hall fa sperare bene.

Oggi, però, consiglio a tutti di aprire la Zappa Radio presente sul sito ufficiale e di farsi una bella scorpacciata della musica dello zio Frank. Ascoltatela e basta. Non pensate al baffo sardonico, non pensate allo sguardo sbeffeggiatore, non pensate ai giornalisti rock, ai tavolini, all'idrogeno e, soprattutto, dimenticatevi della "minchia tanta". Ascoltate la musica per quello che è: meravigliosa, complessa e unica, e forse capirete di cosa sto parlando.


venerdì 8 novembre 2013

Into Deep #10 - Flexible Strategies - Le B-side dei Police





"Ho sempre pensato che le B-sides fossero i posti dove avevamo l'opportunità di rilassarci un po'. Parte del nostro materiale è stato concepito durante le improvvisazioni, nei soundcheck ad esempio. Le B-sides hanno la possibilità di essere meno convenzionali, più spinte" - Andy Summers, 1993

Credo non ci sia bisogno di nessuna introduzione per quanto riguarda un gruppo di successo come i Police (il cui nucleo classico è composto da Sting, al secolo Gordon Sumner, al basso e alla voce, Andy Summers alla chitarra e Stewart Copeland alla batteria). La quantità di singoli pubblicata da questo gruppo è proprio uno dei motivi per i quali non ha alcun bisogno di presentazione. Sebbene la maggior parte dei singoli siano brani presenti su album, questa non è una regola generale. Non solo, ma molto spesso il lato B del singolo è un brano inedito: a volte un outtake dall'album dal quale è stato tratto il singolo (escluso perché troppo bizzarro o, semplicemente, per motivi di spazio), altre volte, cose incise appositamente per il retro del singolo, per i motivi egregiamente spiegati nella citazione di Andy Summers indicata qua sopra.

La maggioranza dei brani qui elencati sono disponibili nel cofanetto "Message in a Box" edito nel 1993, che contiene anche tutti gli album in studio e altre rarità, ad eccezione del remake di "Truth Hits Everybody" che, ad oggi, resta non disponibile in nessun altro formato.


FALLOUT
NOTHING ACHIEVING
(Singolo pubblicato nel Maggio 1977)

Contraddistinto da una copertina a dir poco grottesca e da un sound essenzialmente punk, questo 45 giri rappresenta la prima uscita discografica dei Police, un anno prima del loro debutto ufficiale su 33 giri con "Outlandos D'Amour". Entrambi i brani sono stati composti da Stewart Copeland che, all'epoca, era la vera propria mente dell'intero progetto: il batterista, infatti, non solo compone i brani, ma disegna anche il layout del singolo e lavora alla lavorazione fisica del prodotto. Oltre al sound sorprendentemente poco sofisticato (che viene compensato in energia pura), questo singolo è particolarmente degno di nota per essere l'unica uscita discografica con il Francese Henry Padovani alla chitarra, che in seguito verrà affiancato da Andy Summers, prima di essere definitivamente escluso dalla formazione. Tuttavia, Padovani si dimostra un chitarrista non adatto al gruppo, così, in entrambi i brani, incide solo l'assolo: la chitarra ritmica viene suonata da Copeland stesso. Nonostante nessuno dei due brani sia particolarmente speciale, questo singolo non è un brutto modo di cominciare la carriera, con un entusiasmo e un'energia nella performance che coinvolgono l'ascoltatore fin dal primo ascolto.

Per promuovere il primo LP del gruppo "Outlandos D'Amour", viene inizialmente scelta "Roxanne" , ma, sebbene oggi il brano sia piuttosto noto, gli esiti non furono esattamente grandiosi. Come secondo singolo viene scelta "Can't Stand Losing You". Molta della popolarità del brano venne causata dalle controversie che sollevò: il brano alludeva, infatti, al suicidio e la copertina del singolo mostrava una sagoma (appartenente a Stewart Copeland) con un cappio intorno al collo che attende la sua fine su un blocco di ghiaccio che si sta sciogliendo. Per questi motivi, la BBC si rifiutò di trasmetterlo, ma poco importava: il brano divenne comunque noto al pubblico Inglese e fu il primo singolo della band a entrare in classifica.



DEAD END JOB
(B-side di "Can't Stand Losing You", Agosto 1978)

Sul retro del singolo, compariva "Dead End Job", un brano basato su un vecchio riff composto da Stewart Copeland e completato da Sting e Andy Summers. Musicalmente continua ad essere molto più punk che pop e, come i due brani precedenti, colpisce di più per l'energia e il divertimento nell'esecuzione del brano, più che per la composizione in sé. Nel testo, Sting si lamenta del precariato, mentre Summers legge alcuni annunci in un quotidiano locale marcando il suo accento di Lancashire. Nonostante sia evidentemente un brano minore (e il suo posto sia assolutamente quello di B-side), è sempre stato uno dei brani preferiti di Sting che, in alcune interviste, arriva addirittura a definirla "il miglior brano dei Police" e spesso la improvvisa vocalmente all'interno di altri brani dal vivo.

Nel Novembre 1978, viene pubblicato un terzo singolo da "Outlandos D'Amour", la celeberrima "So Lonely". Sul retro del brano, troviamo un'altra canzone non presente sull'LP, la frenetica "No Time This Time". Tuttavia, il brano viene riciclato nel disco successivo ("Reggatta de Blanc") come pezzo di chiusura, per cui non ce ne occuperemo in questo articolo. Se "Can't Stand Losing You" aveva iniziato a rendere noti i Police, "So Lonely" li aveva fatti entrare di diritto tra i gruppi più in voga del periodo. Con "Message in a Bottle", il primo singolo del secondo LP "Reggatta de Blanc", invece, si entra letteralmente dalla leggenda. Amatissimo fin dal primo giorno di uscita, questo singolo rimane il brano per cui i Police sono tutt'ora maggiormente conosciuti. Non solo, si tratta anche del primo singolo che rappresenta veramente il sound che contraddistingue i Police.



LANDLORD
(B-side di "Message in a Bottle", Settembre 1979)

Sul retro del singolo, invece, troviamo "Landlord", un brano punk vecchio stile composto originariamente da Copeland, il cui testo è stato in seguito riscritto da un risentito Sting che voleva alzare il dito medio contro il padrone di casa che l'aveva appena sfrattato (ingiustamente, a suo parere), insieme alla moglie Frances Tomelty dall'appartamento che aveva affittato a Londra. Il brano non era raro nelle scalette dal vivo del gruppo e, probabilmente, l'unico motivo per cui non è stato incluso in "Outlandos D'Amour" è che il ritornello assomiglia un po' troppo a quello di "Next To You", brano di apertura di quell'LP, cosa evidenziata anche nelle versioni dal vivo (spesso i due brani venivano eseguiti attaccati). Comunque sia, come B-side merita e si incastra perfettamente nel periodo punk che stava attraversando la Gran Bretagna (e il mondo intero) in quel momento, con un Andy Summers spettacolare alla chitarra.


Il secondo singolo di "Reggatta de Blanc", "Walking on the Moon" conferma la grande ascesa dei Police. Si tratta di un brano semplice e immediato, dal testo visionario (pare che sia stato scritto da uno Sting ubriaco), composto da una linea di basso di poco più di tre note, ma che riesce moltissimo nella sua atmosfera cupa e spaziale.


VISIONS OF THE NIGHT
(B-side di "Walking on the Moon", Novembre 1979)

Per il retro di "Walking on the Moon" troviamo un brano estremamente vecchio, così vecchio che faceva parte del repertorio degli Strontium 90, ovvero il gruppo pre-Police che conteneva tutti i membri della band più Mike Howlett, storico bassista dei Gong (band che eseguiva anche altri futuri brani dei Police, specificamente "Be My Girl", "O My God" e "Every Little Thing She Does is Magic") e inserito anche nelle prime scalette del gruppo. Musicalmente si tratta di uno dei pochi brani dei Police (assieme al singolo d'esordio) puramente punk, con tanto di cantato gridato di Sting.


La popolarità dei Police è talmente alta che nel Giugno 1980 la casa discografica A&M decide di ripubblicare tutti i singoli usciti (ad eccezione di "Fall Out"/"Nothing Acheiving", che era uscito per la Illegal Records) in un'unica confezione intitolata "Six Pack". In questo mini-cofanetto viene incluso un altro singolo da "Reggatta de Blanc" altrimenti non disponibile: "The Bed's Too Big Without You".



THE BED'S TOO BIG WITHOUT YOU
TRUTH HITS EVERYBODY (LIVE)
(singolo pubblicato nel Giugno 1980)

Sebbene entrambi i brani siano stati editi, le due versioni qui contenute sono esclusive a questo 45 giri. Il lato A del singolo è una nuova versione in studio, probabilmente, però, registrata in presa diretta e senza sovraincisioni (è in mono). Il risultato è molto meno prodotto di quella in studio, ma più crudo, più energico e molto più vicino all'ascoltatore. Questa versione è molto simile alle versioni che il gruppo suonava dal vivo, ad eccezione della lunga jam centrale, qui necessariamente non eseguita.
Questa versione di "Truth Hits Everybody", invece, proviene dal concerto all'Orpheum Theatre di Boston del 27 November 1979, che sarà pubblicato nel 1995 all'interno del disco dal vivo "Live!". Poco da dire su questa versione: l'arrangiamento è lo stesso della sua controparte in studio su "Outlandos D'Amour", solo eseguito molto più velocemente e energicamente.


L'uscita del tanto atteso terzo album del gruppo, "Zenyatta Mondatta", è anticipata di un mese dalla pubblicazione del 45 giri del suo brano di apertura, "Don't Stand So Close To Me", che diventerà il singolo più venduto della top 10 Inglese del 1980, un'inquieta storia di desiderio impossibile tra una studentessa e un professore.


FRIENDS
(B-side di "Don't Stand So Close To Me", Settembre 1980)

Composta da Andy Summers, "Friends" è uno dei brani più folli dell'intera discografia, vagamente ispirato agli scritti di Robert A. Heinlein. Il testo, cantato, anzi declamato dallo stesso Summers, parla di cannibalismo in toni però, squisitamente filosofici ("Dicono che tu sei quello che mangi, quindi i miei amici diventano parte di me quando li mangio/. 'Amarti è mangiarti', dovrebbe essere il motto degli amanti./ La morte porta all'atto più grande di amore possibile l'uno per l'altro") con uno humour spinto che ben si sposa con la musica che lo accompagna. Senza alcuna ironia, possiamo tranquillamente affermare che vale la pena di esplorare il retro dei 45 giri solo per trovarci brani come questo che, in un contesto da album (soprattutto nel caso di un gruppo come i Police) sono impossibili da trovare.


"Zenyatta Mondatta" va estremamente bene nella classifica, anche grazie al secondo singolo, "De Do Do Do, De Da Da Da", una filastrocca nonsense che colpisce di più per la sua immediatezza più che per il suo valore artistico. Comunque sia, la canzone fa così tanto successo che in Giappone e in Spagna il singolo viene ricantato da Sting nella lingua di entrambi i paesi.


A SERMON
(B-side di "De Do Do Do, De Da Da Da", Dicembre 1980)

Un brano di Stewart Copeland che ricorda molto quelli che all'epoca incideva con il suo progetto parallelo Klark Kent, nel quale suonava tutti gli strumenti e cantava canzoni ironicamente assurde. "A Sermon" non potrebbe essere più perfetta di com'è come lato B di "De Do Do Do, De Da Da Da". Mentre il lato A del 45 giri era una stucchevole canzoncina, il lato B sfoga tutta la rabbia dei Police verso lo show business e all'incertezza del mondo della musica in uno humour deliziosamente arrogante. Come ai vecchi tempi, Copeland suona la chitarra ritmica del brano, mentre le parti più complicate vengono suonate da Summers. Per questo motivo, il sound del brano è un ponte tra i vecchi Police più punk e quelli nuovi più sofisticati, e, quindi, l'ascolto risulta molto interessante.


Se Sting si era già politicizzato con "Driven to Tears" da "Zenyatta Mondatta", il suo apice di protesta viene raggiunto dalla bellissima "Invisible Sun", il primo singolo del successivo album "Ghost in the Machine", contraddistinta da un inusuale sound cupo e oscuro dato dai sintetizzatori, sul quale Sting descrive le condizioni di vita disastrose delle persone che stanno affrontando un periodo di guerra e di distruzione, lasciando però un po' di speranza nel ritornello della canzone. Viene girato anche un videoclip della canzone nel quale vengono mostrate alcune immagini vere degli scontri del nord Irlanda che, per le sue immagini forti, non viene trasmesso dalla BBC.


SHAMBELLE
(B-side di "Invisible Sun", Settembre 1981)

Sul retro del 45 giri appare invece uno splendido strumentale di Andy Summers basato sul suo distintivo sound di chitarra e alcune precisissime linee eseguite all'unisono dai musicisti. In alcuni aspetti, non si discosta troppo dal materiale che Summers registrerà l'anno successivo con il mitico Robert Fripp. La citazione che appare all'inizio di questo articolo è un commento di Andy Summers riferito proprio a questa B-side. Curiosità: in alcune edizioni del singolo, il titolo è erroneamente identificato come "Shamelle".


Il secondo singolo di "Ghost in the Machine", intitolato "Every Little Thing She Does Is Magic", con il precedente ha in comune soltanto il fatto di avere un sound molto inusuale rispetto a quanto i Police ci hanno abituati fin'ora, dovuto soprattutto al piano di Jean Roussel, che non ha mai convinto completamente Copeland e Summers. Il brano in sé è molto vecchio: faceva parte, come già menzionato, del repertorio degli Strontium 90 e una versione si può ascoltare sull'album "Police Academy". Comunque sia, la versione dei Police appare più matura e arrangiata meglio, e il brano viene così trasformato in un piccolo gioiellino che entra di merito al primo posto nella classifica Inglese.


FLEXIBLE STRATEGIES
(B-side di "Every Little Thing She Does is Magic", Novembre 1981)

Niente sorprese, stavolta, nel retro del singolo: secondo quanto riportato da Copeland (che ha definito il brano "vergognoso"), i Police si sono limitati a improvvisare per 10 minuti, in seguito tagliati a 3:44", al solo scopo di creare una B-side. In effetti, la musica è molto rudimentale, arricchita solo da una sovraincisione di sassofono, probabilmente ad opera di Sting stesso. Abbastanza gradevole da ascoltare un paio di volte ma, come immaginabile, niente di particolarmente illuminante.


Con "Spirits in the Material World", il terzo singolo dall'album, si continua con la ricerca di un nuovo sound, ma i risultati, questa volta sono molto meno interessanti, tanto che il singolo non entra nemmeno nella top 10. Curioso notare come, tra l'altro, nella versione in studio di questo brano, Summers sia quasi completamente assente: nei piani iniziali di Sting, non doveva neppure apparire! Comunque sia, questa volta, a differenza del singolo precedente, il vero gioiellino si trova sul lato retro del 45 giri.


LOW LIFE
(B-side di "Spirits in The Material World", Dicembre 1981)

Brano splendidamente malinconico con il solito testo di protesta di Sting e portato avanti da un immenso Andy Summers che, con il suo modo inconfondibile di suonare rende questo pezzo memorabile. Ottimo anche l'arrangiamento, quasi valzer, e l'assolo di sassofono ad opera del musicista Tedesco Olaf Kulber. Amatissima da Sting (compositore del brano), che la riproporrà nel suo album "Bring on the Night", questo brano ha sollevato qualche obiezione da parte degli altri membri del gruppo. Secondo Summers il testo era un po' troppo snob, e l'arrangiamento jazzato non aveva niente a che fare con loro, anche se con il tempo, i suoi sentimenti questo brano si sono ammorbiditi, mentre, Copeland, pur riconoscendo fin da subito l'alta caratura del pezzo e la pregevolezza del sassofono, pensava che questo brano non avesse niente a che fare con loro, per cui entrambi si ritrovarono a votare contro la sua inclusione su album. Secondo chi scrive, relegare un pezzo così ben costruito e raffinato al retro di un singolo è stata una decisione un po' bislacca, sottolineata dal fatto che su album appaiono alcune canzoni (nello specifico "Rehumanize Yourself" e "Too Much Information") che suonano come se fossero state concepite come B-side, ma d'altra parte, la prospettiva che si ha trovandosi all'interno del processo creativo di un gruppo è molto diversa da quella di un estimatore.


Passa un po' di tempo, nel quale abbiamo un tour, alcuni progetti solisti e la partecipazione ad una colonna sonora di un film ("Brimstone & Treacle", nel quale Sting compare anche come attore), contentente quattro ottimi brani in studio, tra cui la splendida "I Burn for You", e finalmente si arriva al 1983, anno di uscita di "Synchronicity", il loro quinto album in studio e, purtroppo, l'ultimo. Le tensioni interne erano infatti, diventate troppo forti per poter continuare e, a dire il vero, molta della loro carriera si è basata soprattutto su questo. Questo ha fatto in modo che la musica che ne uscisse fosse incredibilmente variegata (sebbene la maggior parte delle composizioni siano di Sting, la presenza degli altri due membri è comunque fortissima), ma anche che la fiamma si spegnesse in tempo brevissimo. Comunque sia, il singolo principale di quest'ultimo album, "Every Breath You Take", con una linea di chitarra memorabile, fa un successo strepitoso, forse anche a causa della cattiva interpretazione del testo. La canzone, non parla, infatti d'amore, ma quanto di uno stalker che perseguita la sua vittima.


Sul retro del 45 giri abbiamo un brano intitolato "Murder by Numbers", un piccolo gioiellino il cui testo descrive come poter fare un perfetto omicidio. La canzone entrerà nel mirino del televangelista Jimmy Swaggart la definirà "un'opera di Satana eseguita dai figli di Satana" ("sono stato io a scrivere quella fottuta canzone" risponderà irrisoriamente Sting). Memorabile la versione del brano di Frank Zappa con ospite Sting, improvvisata al momento sul palco dell'Auditorum Theatre di Chicago il 3 Marzo 1988 (sulla base dello standard "Stolen Moments" di Oliver Nelson) ed inclusa nel suo album "Broadway the Hardway". Il brano nella versione dei Police, comunque, non verrà incluso nell'edizione vinile di "Synchronicity", ma solo in quella CD, all'epoca tecnologia nascente, per invogliarne l'acquisto. Comunque sia, poiché l'edizione CD del disco è coeva, e il brano è apparso in qualsiasi versione dell'album da allora, va considerato a tutti gli effetti come una "album track". Ad ogni modo, alcune edizioni speciali del singolo, contengono anche altri due brani, su un 45 giri separato.


MAN IN A SUITCASE (LIVE)
TRUTH HITS EVERYBODY '83

(pubblicate all'interno del maxi singolo "Every Breath You Take" nel Dicembre 1982)


Interessante la scelta di includere una versione dal vivo di "Man in a Suitcase", brano divertentissimo di "Zenyatta Mondatta", ma comunque decisamente minore nel contesto della discografia. Questa versione dal vivo è molto più veloce e spigliata, e, forse, superiore a quella su disco.
Terribile, invece, il remake di "Truth Hits Everybody" riarrangiata come una canzone dei Police di quel periodo, ma stilisticamente incompatibile. Questo remake dà una bella lezione di stile a quei gruppi che cercano di arrangiare i loro primi brani adattandoli ad un sound attuale: le probabilità che la cosa riesca bene sono molto basse perché, anche nel caso in cui il percorso stilistico abbia portato alla maturazione di una band, molto difficilmente i criteri compositivi di tali composizioni sono gli stessi.


Come seconda scelta dell'album si ripiega sulla bella "Wrapped Around Your Finger", un buon brano arrangiato molto bene con un testo che trae ispirazioni da leggende mitologiche. Il singolo non replica il successo di "Every Breath You Take", ma raggiunge un buon ottavo posto nella classifica Inglese e vende discretamente bene anche nel resto del mondo. Curioso notare, comunque, come sia il singolo che ha sfoderato più B-side in assoluto. In Inghilterra, sul retro appare "Someone to Talk To" (composta da Andy Summers), mentre negli USA una versione dal vivo di uno dei brani più interessanti di "Synchronicity", "Tea in the Sahara". A questi due brani, va aggiunto un EP che contiene sia il brano che dà al titolo al singolo, "Someone to Talk To" e una versione inedita dal vivo di "Message in A Bottle" e "I Burn for You" tratta dalla colonna sonora di "Brimstone & Treacle". La versione live di "Tea in the Sahara", invece, apparirà di nuovo sul lato B di "King of Pain", nel 1984.


SOMEONE TO TALK TO
MESSAGE IN A BOTTLE (LIVE)
TEA IN THE SAHARA (LIVE)
(varie B-side di "Wrapped Around Your Finger", Luglio 1983)

Sebbene Summers abbia già fatto sentire la sua voce in alcuni brani dei Police ("Dead End Job", "Be My Girl - Sally", "Friends" e "Mother"), questo è l'unico in cui canta una vera parte di voce solista. Il brano, composto interamente dal chitarrista, non suona musicalmente molto diverso dai brani di "Synchronicity". Tuttavia, spesso, Sting, si rifiutava di cantare testi composti da Copeland o Summers: questo spiega perché, molti brani riportano un doppio credit; nella maggior parte dei casi il testo era stato riscritto da Sting. In questo caso, però, il testo narrava del recente divorzio del chitarrista da sua moglie e Summers non era ben disposto ad eliminarlo, per cui si vide costretto a cantare il brano. Il risultato, pur non essendo magnifico, è comunque interessante.
Poco da dire sulle versioni dal vivo di "Message in A Bottle" e "Tea in the Sahara", invece: dignitose riproposizioni non molto diverse da quella in studio, con l'unica differenza dell'assenza del fade-out.

Il terzo singolo dall'album è "Synchronicity II" (l'unica relazione con "Synchronicity I" è il titolo, ma la musica e il testo sono completamente diversi), uno dei capolavori del gruppo. A detta di Sting, il testo del brano è soltanto un tentativo di dimostrare che la vita non è caos, ma semplicemente una piccola parte di un pattern più organizzato (si parla della vita patetica di un operaio e contemporaneamente del mostro di Loch Ness).


ONCE UPON A DAYDREAM
(B-side di "Synchronicity II", Ottobre 1983)

Chiaramente uno scarto, questa è sicuramente la B-side meno bella tra tutte quelle che abbiamo citato. Scritta a quattro mani da Sting e Andy Summers, la musica è incredibilmente banale e ripetitiva ed è chiaramente un brano che non avrebbe potuto apparire se non nel retro di un singolo. Incredibile a dirsi, ma i Police stessi hanno un'opinione piuttosto alta di questo pezzo...


Dopo il tour che segue all'album, i Police decidono di ibernare il progetto per un anno. Delle due reunion del 1986, solo quella per la serie di concerti di beneficenza "A Conspiracy of Hope" va a buon fine, mentre il tentativo di incidere una compilation con vecchi brani rimodernizzati finisce terribilmente e solo un brano viene completato: "Don't Stand so Close To Me", in una versione, peraltro, abbastanza brutta, salvata solo dalla chitarra. Il progetto viene nuovamente abbandonato ma mai ufficialmente sciolto. Soltanto nel 2007, con il tour reunion mondiale (dal quale scaturirà il disco dal vivo "Certifiable") si mette definitivamente fine al gruppo dei Police: una fiamma che, consumandosi, ha donato molti frutti ma che si è bruciata decisamente troppo in fretta.