giovedì 3 gennaio 2019

Bryan Ferry and His Orchestra - Bitter-Sweet (BMG, 2018)

Il 29 marzo di quest'anno, al Barclays Center di Brooklyn, i Roxy Music saranno  finalmente tra i gruppi che verranno inseriti alla Rock and Roll Hall of Fame, fondazione Americana che dal 1983 aggiunge annualmente come membri i gruppi che più hanno fatto la storia del rock. Se l'esistenza di tale istituzione in Europa viene vista con indifferenza, in America è oggetto di dibattito tra i vari appassionati di musica che, puntualmente, si lamentano dell'esclusione dei propri beniamini, come se un riconoscimento pubblico fosse necessario a legittimare i gusti musicali. Certamente tali cerimonie hanno generato momenti molto interessanti, come il delirio di onnipotenza di Mike Love dei Beach Boys durante il discorso di introduzione nel 1988, il non discorso di Alex Lifeson dei Rush nel 2015 e la premiazione agli Yes nel 2017, durante la quale sono uscite tutte le tensioni tra i vari membri del gruppo (oltre ad aver offerto probabilmente l'ultima occasione di vedere Jon Anderson, Rick Wakeman e Steve Howe sullo stesso palco). Con i Roxy Music, probabilmente, non succederà nulla di eclatante: in fin dei conti, si tratta di raffinati signori di una certa età che hanno fatto dell'eleganza, musicale e non, il proprio stile di vita. Certo, nella storia della band ci sono state diverse scaramucce, soprattutto tra il carismatico frontman Bryan Ferry e il fiatista Andy Mackay (e, famosamente, l'abbandono di Brian Eno dopo i primi due dischi) ma i particolari più salienti sono sempre stati tenuti lontani dall'occhio pubblico e, anche quando nel 2011 il gruppo, dopo dieci anni di reunion, ha deciso di interrompere definitivamente la propria attività, è stato fatto tutto alla loro maniera: senza proclami, dichiarazioni pubbliche o altro. Più che altro, la premiazione potrebbe offrire l'occasione di sentirli suonare per un'ultima volta, magari con Eddie Jobson, eccellente violinista e tastierista che ha suonato con loro dal 1973 al 1976. Quale miglior momento, comunque, per Bryan Ferry per fare uscire un nuovo lavoro a suo nome?

Ferry è sempre stato un artista molto intelligente, conscio dei propri limiti e perfettamente in grado di capire come lavorare al meglio all'interno degli stessi. Non ha un'estensione vocale particolarmente elevata, ha sempre cantato praticamente senza emissione e le sue doti di tastierista sono abbastanza basilari. Eppure, ha sempre potuto contare su un timbro vocale naturalmente bello, una capacità interpretativa studiata e molto teatrale e, soprattutto, un gusto nel creare melodie semplici ma mai banali e sempre molto raffinate. Proprio a causa della sua intelligenza artistica, non stupisce che il terreno sicuro nel quale si è rifugiato da un po' di tempo sia calcolato al millimetro per far risaltare le sue qualità. Esemplificativo di ciò è il suo precedente lavoro in studio, "Avonmore", un album artisticamente valido ma di fatto una copia carbone dei suoi lavori classici: non a caso, infatti, molti di quei brani erano stati composti proprio a cavallo degli anni '80 e '90, per il mai completato "Horoscope".

Paradossalmente le opere che più escono dalla comfort zone del crooner Inglese sono quelle composte interamente da rivisitazioni: "Bitter-Sweet" è, infatti, il seguito di "The Jazz Age", album del 2012 nel quale l'artista riprendeva alcuni classici dei Roxy Music e della sua carriera solista e li riproponeva in versioni jazz strumentali anni '20. Il disco era stato realizzato al 100% nello stile dell'epoca, registrando gli strumenti in presa diretta e in mono piazzando un solo microfono in mezzo alla stanza, in modo da ricreare perfettamente il suono vintage. Questo nuovo lavoro è molto meno estremo del precedente: lo stile è comunque basato sul jazz tradizionale e il retro swing ma qui si respira un sapore più orchestrale e cinematico e l'album è stato inciso seguendo tecniche contemporanee. Inoltre, stavolta, sette dei tredici brani proposti sono cantati. Entrambi i dischi si avvalgono della presenza del pianista e arrangiatore Colin Good, ormai storico collaboratore di Ferry da anni.

Alcune delle canzoni presenti su questo album fanno parte della colonna sonora della serie TV "Babylon Berlin"; chi sta recensendo non l'ha vista, per cui i giudizi espressi si baseranno squisitamente sugli arrangiamenti in sé, decontestualizzati dall'ambito in cui erano stati pensati. Vedendo il disco in quest'ottica, sicuramente i brani che colpiscono di più sono quelli più cupi e malinconici, tra i quali spiccano "New Town", la title-track, "Zamba", "Chance Meeting" e, soprattutto, "Boys and Girls", il cui testo si sposa perfettamente con questo arrangiamento ("chi sta piangendo per strada?/la morte è un'amica che devo ancora conoscere"). Viceversa, i pezzi rivisti in chiave squisitamente jazz sono quelli che fanno la figura peggiore, risultando stereotipati ("Sign of the Times") o direttamente ridicoli ("Dance Away"). Forse il brano che riassume di più la caratura del disco è "Sea Breezes": emozionante nell'introduzione e nella coda, inconcludente e forzato nella sezione centrale. Il cantato di Bryan Ferry è, come sempre, perfettamente adatto al tipo di musica che propone e la produzione è ottima e nitida, in modo da far risaltare nuovi particolari ad ogni ascolto. Il packaging dell'album è, inoltre, molto attraente, con delle splendide illustrazioni in stile vintage, un breve e interessante saggio del musicologo Simon Morrison e una bellissima confezione in stile cartonato che dà ancora di più l'idea che ci si trovi di fronte ad un articolo di lusso. Curiosamente, in copertina, Ferry ha ancora una volta proposto una sua foto non recente ma, a differenza di quella apparsa su "Avonmore", stavolta possiamo perlomeno associare questa voce stagionata e consumata più facilmente a quel viso. 

Come avrete capito, si tratta di un disco non essenziale, ma anche certamente non privo di qualità. Potremmo, metaforicamente, associarlo al dolce o al bicchierino a fine pasto: soddisfacente e gradevole in quantità giusta, stomachevole esagerando. Forse, l'uso migliore che se ne può fare è quello di lasciarlo come sottofondo ad una cena raffinata, magari in dolce compagnia. Un consiglio ulteriore ai fan più accaniti: la prima volta ascoltatelo senza guardare la tracklist sul retro del disco, in modo da poter apprezzare maggiormente l'effetto sorpresa.

Bryan Ferry (Paramount Theatre, 3 Agosto 2017)
Foto di Julio Enriquez

venerdì 28 dicembre 2018

Stona - Storia di un Equilibrista (Volume!, 2018)

Guido Guglielminetti, in arte Stona, dà alle stampe questo "Storia di un Equilibrista" con un titolo in qualche modo indicativo del suo contenuto. Risulta proprio un equilibrista, un funambolo, l'artista che toccando varie sfaccettature della canzone d'autore riesce a mantenere un delicato bilanciamento tra qualità, originalità e sostanza. Se da un lato la genuinità può passare in secondo piano nei momenti in cui rimandi lirici e interpretativi ricordano questo o quel nome del nostro panorama musicale (Fossati, De Gregori, Tenco, Dalla), risuona invece di una fresca spontaneità il modo di parlare, con velata ma ficcante ironia, di tematiche come la nostra scena popolare ("Mannequin") e la sua personale visione della musica (la title-track). Di questi argomenti Guglielminetti può parlare con con sapienza ed esperienza, in quanto già impegnato con il precedentemente citato De Gregori come bassista e produttore, pienamente coinvolto in molti suoi lavori. Le scelte musicali non stupiscono così spesso, forse per essere un po' troppo altalenanti, ma i momenti che risultano di maggiore impatto sono quelli (rari) in cui si preme sull'acceleratore come "Streaming" (vagamente Subsonica, ma con un cuore depechemodiano) o in cui si strizza l'occhio prevalentemente al mercato radiofonico, come in "Nell'Armadio" e il suo meraviglioso ponte semantico tra un armadio disordinato e le nostre vite scompigliate e disperse in mille rivoli e interessi che non ci permettono di focalizzarci su un singolo obiettivo. E' evidente anche come la selezione di musicisti di grande valore (uno su tutti Elio Rivagli alle pelli) impreziosisca il risultato finale, che si poteva in realtà "spingere" un po' di più per dargli maggiore modernità ma anche colore e "forza d'urto", in virtù delle tantissime influenze che si è scelto di coinvolgere, dal jazz al funk passando per l'elettronica e ovviamente il pop autoriale italiano. 

Si potrebbe certo dire che l'eccesso di personalizzazione dei testi, quasi tutti filtrati da un intimismo vagamente ermetico, faccia apparire tutto rivolto a dare sempre il proprio punto di vista piuttosto che narrare qualcosa che possa appartenere alle masse. Di conseguenza, l'oscurità delle parole risulta forse opprimente ai primi ascolti, richiedendo un'indagine più approfondita per poterne attraversare il carapace. Se questo per qualcuno sarà un deterrente, potremmo invece sostenere che l'eleganza e la soggettività di cui tutto il lavoro è pervaso è proprio la cifra stilistica che andava ricercata e valorizzata, forse ancor più di quanto già non lo sia, perché centrale nella lettura del mondo artistico di Guido. 

The Lizards' Invasion - INdependence Time (Iohoo Records, 2018)

Ci sono voluti sette anni perché i vicentini The Lizards' Invasion giungessero alla pubblicazione del primo full-length, supportato anche da una campagna ben riuscita su Musicraiser, e così Restaino (voce), Mattiello (batteria), Adda e Mazzù (chitarre), Onestini (basso) e Guglielmi (tastiera) possono presentarsi con tutta la loro consapevolezza e maturità artistica già raggiunta negli anni della gavetta, tra contest e primi palchi, con questo "INdependence Time". Anche il titolo può sembrare una dichiarazione d'intenti, e si sposa bene sia come autoproclamazione di un'autonomia raggiunta a fatica, facendosi le ossa per anni, che come rampa di lancio per la narrazione di questo concept album utopico riguardante un mondo parallelo dove gli esseri viventi non sono in grado di provare sensazioni negative, sgradevoli, spiacevoli, ma sono caratterizzati da un animo buono, gentile e sempre rivolto al bene. 
Il linguaggio matrice è quello del prog, probabile contesto formativo di più di qualche membro della band, mentre tutta una serie di altri riferimenti ed influenze trovano spazio rendendo il tutto estremamente, forse troppo, vario. Sentiamo Banco del Mutuo Soccorso e PFM in più momenti, in particolare nelle melodie di "INdestructible", anche se l'eccesso di epica la fa sembrare più la colonna sonora di un b-movie wannabe kolossal di Michael Bay coi robottoni che si sparano e contemporaneamente un gladiatore che festeggia lo squartamento di un leone nel tripudio della folla. La voce qui ricorda più i momenti epici degli Iron Maiden con Bruce Dickinson (qualcuno ha detto "Alexander the Great"?). "INvasion" alterna arpeggi quasi Coldplay a un cantato sempre maideniano,  altre volte più vicino al Bono Vox degli esordi o a Steven Tyler. "INsider" in qualche modo erige un ponte tra "Mama Said" dei Metallica, i Dreamtheater più melodici dei primi dischi e l'indie inglese moderno. Non uno dei migliori momenti, anche se uno dei più originali. 

Quello che risalta di questo lavoro è la sua coerenza al netto di riferimenti molto vari e ampi, ottenuta principalmente per scelte sonore e una voce sempre sul pezzo. Laddove può risultare pesante, viene alleggerito appunto da un'interpretazione accorata e che evidentemente "crede" molto nelle parole, per questo motivo riuscendo a veicolare molto bene il messaggio. Negli Stati Uniti forse sarebbe passato inosservato, ma qui da noi c'è margine per lasciare il segno, anche se personalmente avrei privilegiato la lingua italiana.
Un bel lavoro, da smussare solo in alcuni punti di eccesso di magniloquenza quasi barocca, ma che si fregia di un'identità forte e un sound fresco. 

mercoledì 26 dicembre 2018

Zuin - Per Tutti Questi Anni (Volume!, 2018)

Ed ecco il debutto per il cantautore desiano Massimo Zuin, che insieme a Matteo Consonni (Batteria) e Claudio Cupelli (chitarra) forma il progetto denominato Zuin, che io personalmente avevo conosciuto sul palco del Primo Maggio di Roma. Giunto ai primi trent'anni, Massimo vuole dire la sua su quanto ha vissuto, visto e conosciuto, filtrato da un linguaggio semplice che vuole dichiaratamente raggiungere un pubblico più ampio possibile, senza un ermetismo che a ben sentire le sue parole forse non sarebbe nemmeno pane per i suoi denti. Quando parla di relazioni interpersonali, come in "Caro Amico (Ti Sfido)", "Monza-Saronno" e "Sottopelle", la visione è sempre cinica e pessimistica, ma è ben chiaro che tutto questo deriva genuinamente da un vissuto, e non da un'invenzione lirica, con sensazioni nostalgiche e malinconiche però in un certo senso reazionarie nei confronti di quella mestizia suscitata dai ricordi. L'uomo sa costruire tanto quanto sa distruggere, e lo sentiamo in "Il Profumo di un Albero", sottilmente venata da un buonismo ambientalista che comunque si può tollerare grazie ad una scelta accurata dei termini, e in "Credimi", dove si affronta il tema del divorzio. 
Musicalmente funziona molto bene la fusione di musica folk, rock, pop, cantautorato, confezionando il tutto in maniera elegante quanto basta a non eccedere in eterogeneità e contemporaneamente a rimanere sempre in territori "radiofonici". 

Tra rimandi cinematografici e di cultura popolare, un'ottima conoscenza della lingua italiana tale da alleggerire il tutto evitando ampollosità e monotonia e l'essersi avvalso di musicisti eccellenti, "Per Tutti Questi Anni" vince una competizione molto difficile in un anno in cui tantissimi lavori cantautorali non hanno saputo andare a fondo e regalare tanta spontaneità, personalità e profondità in un'ottica easy-listening, mai pesante né opprimente. Complimenti a Massimo. 

lunedì 24 dicembre 2018

Municipale Balcanica - Night Ride (Red Tomato Records, 2018)

La musica, per così dire, "balcanica" ha preso negli anni diverse strade, contaminandosi più o meno in ordine cronologico con i folklori locali di ex Jugoslavia, Grecia e paesi ispanici, lo ska, il punk, il rockabilly, in ultima battuta anche con la dancehall e la disco, più qualche sporadica trashata da tormentone che pensa anche all'house e all'elettronica commerciale. 
La Municipale Balcanica è uno degli ensemble più rappresentativi del genere nel nostro Paese già da quindici anni, e pur avendo scelto un campo chiuso, uguale a sé stesso da sempre, pienamente riconoscibile anche quando tenta in tutti i modi di evolvere, sono sempre stati in grado di dare l'idea di mettersi in discussione, cambiando riferimenti musicali - che sicuramente non sono solo musica balcanica, come invece per molti altri - e sonorità. Con questo Night Ride provano infatti a ribaltare di nuovo il tavolo e a mettersi dalla parte di chi vuole, anche per età anagrafica, comparire tra i capostipiti e tra i nomi fondamentali di questo filone, gettonato - va detto - principalmente come motore di spettacoli dal vivo molto divertenti e coinvolgenti, in qualche modo come il folk irlandese. Ecco che compaiono prepotenti tutte le esperienze formative obbligate per noi italiani, dove la canzone d'autore è elemento ricorrente così come i singoloni da storia del pop che in un karaoke chiunque di noi, anche il più accanito dei metallari, saprebbe cantare anche senza testo (tipo "Si Può Dare di Più", "Mare Mare" o "Il Battito Animale" per intenderci), che sentiamo, rimanendo a parlare della band di "Foua" e "Road to Damascus", in particolar modo in "Ogni Stella", mentre i riferimenti cantautorali itpop più moderni, quasi da Calcutta, li sentiamo più in "Deserto non Deserto". Dove molti pezzi sono per necessità uguali a sé stessi in un loop eterno come da elemento cardine di questo linguaggio, stupiscono invece gli inserimenti da colonna sonora, come quelli che sentiamo nella morriconiana "Polvo y Suenos", con qualche inserto vagamente western, o negli echi di Tarantino, che comunque sono sempre filtrati dall'evidente background rock dei musicisti, e che fanno capolino in maniera impertinente in "Kiss Slow, Kill Fast". 

Non posso celare ulteriormente il mio disamore per certi generi più "da sagra", come anche la musica celtica, lo ska e in qualche modo il reggae. Tuttavia, la recensione serve a dire se questo disco, nel suo ambito, trova un senso e una collocazione. Sicuramente "Night Ride" spicca per la versatilità dei suoi autori e interpreti, anche in termini di scelte sonore, per l'esplorazione di codici non antitetici ma tangenti alla stella guida del balkan, che infatti si sposano bene tra di loro, finendo per farmi tollerare nello stesso disco influssi arabi, spagnoli, klezmer, dal Sud Italia e da tantissimi altri posti, con una coerenza davvero degna di nota. 
Indubbiamente, per fruire al meglio questo disco occorre sentirlo in un centro sociale, in un festival, in una festa della birra, dove vi auguriamo di passare una bella serata di danze (e alcol) con la Municipale Balcanica.

sabato 22 dicembre 2018

Marco Negri - Il Mondo Secondo Marco (Marco Negri, 2018)

Marco Negri è un cantautore mantovano, pronto a esordire sulla scena con questo suo "Il Mondo Secondo Marco" che già dal titolo appare come un'indicazione di quanto la musica per lui sia racconto, opinione, urgenza comunicativa. Nello scorrimento del disco, all'ascolto, notiamo un primo grande punto interrogativo, riferito all'eterogeneità del tutto: in pochissimi minuti sentiamo influenze britanniche (Oasis, Blur, Manic Street Preachers, Joy Division, ma anche Rolling Stones), americane, sia nel punk che nel pop, (Ramones, Blink 182, forse pure i Pearl Jam), passando per le testimonianze che il movimento grunge post-Seattle ha lasciato in Italia (Afterhours, Marlene Kuntz, Ritmo Tribale, Estra) e l'elettronica primordiale di Kraftwerk, the Human League e i numi tutelari da cui questi primi esempi ormai preistorici di synth-pop hanno ricevuto tanta linfa vitale, come ad esempio i Roxy Music. Se poi ci soffermiamo ad analizzare anche la tradizione cantautorale italiana, i cenni reggae, il blues, possiamo tranquillamente dire che c'è di tutto, come a voler fare con la propria musica anche una rassegna complessiva dei propri ascolti. 
In merito, dicevo "punto interrogativo" perché per dare corpo e coesione ad un lavoro così composito bisogna investire tutto sui testi. Parlare di sé stessi è da sempre un'arma a doppio taglio, perché si può essere spontanei e genuini, veri, ma anche non essere compresi. In questo caso, l'uso di un linguaggio semplice e puntuale - nel senso che non si presta a interpretazioni del singolo, risultando chiaro a tutti fin dal primo approccio con i pezzi - regala alle canzoni, tendenzialmente, una maggiore digeribilità, mentre dall'altro non va oltre l'autobiografia rivissuta tramite diversi momenti, dalle difficoltà economiche, gli amori, gli errori del passato su cui riflettere, il sempreverde tema del rapporto padre-figlio. Per creare empatia con una narrazione di questo tipo, occorre quantomeno aver vissuto sensazioni e situazioni simili, e questo sicuramente sarà per molti un elemento di identificazione nel progetto di Negri. 
Gli arrangiamenti molto, troppo, vari sono comunque abbastanza ben fatti, e i suoni opportunamente missati e masterizzati, dando alle parole una cornice di classe e di pregio. Si poteva forse spingere un po' di più, ma schiacciare i suoni in questo modo è essenziale quando si ha la necessità di lasciare spazio alle parole, scelta che condivido. 

L'impressione generale è che Il Mondo Secondo Marco sia grigio interiormente e troppo variopinto esternamente, in questo senso perdendo in coerenza. Il disco scorre comunque in maniera fluida e non risulta pesante. Per questo motivo può in qualche modo cogliere nel segno per chi intende divertirsi con la scoperta di un nuovo lavoro musicale, meno in chi è alla ricerca di qualcosa di innovativo, 

lunedì 17 dicembre 2018

Andrea Gioè - L'Ottimista! (2018)

Discutevo proprio oggi con un amico con cui mi piace dibattere di musica, uno dei pochi tra l'altro, cercando di capire chi sia effettivamente un "cantautore". Il termine in origine designava semplicemente chi cantava e scriveva la canzone, diversamente da quanto faceva l'interprete, e non era un vocabolo indicativo di un genere preciso. Il tempo ha però storicizzato alcuni nomi (De André su tutti), rendendo più selettivi i filtri di chi doveva pescare nel calderone per recuperare un nome degno di questa etichetta. Oggi ci troviamo a chiederci chi lo sia, con alle spalle grandi nomi "intoccabili" e di fronte i Calcutta, i Tommaso Paradiso, i Dente, tra i mal di pancia da social di chi non vuole proprio saperne di metterli nello stesso contenitore logico di Rino Gaetano, Lucio Dalla e Luigi Tenco. In linea di massima, ritengo sia un "cantautore" chi scrive e interpreta il pezzo in maniera personale, non - ad esempio - inventandosi di venire dalla strada, né di avere patito chissà quali mitologiche pene d'amore o avventure cavalleresche per conquistare la bella Angelica, piuttosto mettendoci la propria vita, il proprio vissuto, le proprie impressioni, emozioni, opinioni su un fatto storico, un movimento artistico, un'ideale politico, al netto di licenze poetiche, metriche e lessicali che se fatte con gusto possono aiutare al risultato (o uccidere). Potrebbe essere un cantautore dunque Luca Carboni, magari tanto quanto Sfera Ebbasta, se diamo per vere le cose che dice, al di là della qualità, dei gusti, delle mode. Finito questo preambolo, è ora di investire un po' di tempo a parlare di questo "L'Ottimista", fuori da tre mesi per l'etichetta Pirames International.
Come da mio personale pronostico, Andrea Gioè, in questo disco, mette tutta la sua autoanalisi, con un appeal notevole se si pensa al livello della scrittura, alla varietà delle immagini evocate, all'eterogeneità degli arrangiamenti non da vivere come un difetto, semmai come un elemento di esaltazione della sua versatilità vocale. Divertenti ballad uptempo quasi à la Bruno Mars vanno a braccetto con un animo rock dalle striature punk, tra i Sex Pistols e le scelte sonore degli anni novanta di Vasco Rossi (quello di Nessun Pericolo...Per Te, per intenderci), con il cuore rivolto alla tradizione melodica d'autore italiana e la testa concentrata sui grandi nomi che non possono mancare nella formazione di un musicista moderno (Pink Floyd, Genesis, Eric Clapton, Beatles, ecc). 
E' un disco che racconta quindi tutto l'universo musicale dell'artista palermitano, e tutta la sua vita, il modo di affrontare le avversità, resistendovi e mai cedendovi, gli alti e i bassi, il ritiro quasi eremitico nei Pirenei, la reazione spontanea e ficcante alle notizie di cronaca del tg quotidiano (in questo caso riferite ai casi della Gambirasio e della Scazzi), con l'ottimismo razionale a fare da argine, da soluzione, da antidepressivo naturale. Lungo tutta la durata di questo lavoro sentiamo spontaneità e genuinità, anche laddove qualche passaggio musicale può lasciare a desiderare, se non altro per la fragilità di alcune "esplosioni" che avrebbero meritato un boost maggiore in termini di post-produzione. 
Se devo dirla tutta, questo genere di dischi può risultare molto pesante per chi non è abituato ad ascoltare la musica per le parole e la curiosità nell'immaginario personale degli artisti, ma non è quello il target e non vale nemmeno la pena soffermarsi su questo aspetto. 
E' voluta la scelta di non citare alcun titolo, insolita da parte mia. Di fatto, se dovessi scegliere forzatamente i migliori e i peggiori andrei al tilt, per dirla col linguaggio dei talent show, e non per non prendermi le mie responsabilità stile Fedez. Mi piace vedere - e descrivere - questo disco come una pangea, un monolite primordiale che può sprigionarsi in mille direzioni, e che conta come sua virtù cardinale proprio il fatto di funzionare come un'unità inscindibile, un blocco indeformabile, che va preso a scatola chiusa, senza selezionare. E' difficile, oggi che uno swipe ci sposta da un disco all'altro, ma vi invito a farlo. 

Nessun problema a dichiarare che di dischi così, nel genere, in Italia, e nel secondo semestre del 2018, non ne sono girati tanti. Andrea può e deve ancora crescere espressivamente, e stilisticamente, ma in questa ascesa a tappe la vetta non sembra più tanto distante, se non in termini di consensi ed esposizione mediatica quantomeno in vera e propria purezza del prodotto. Consigliato. 

martedì 6 novembre 2018

Ruggero dei Timidi - Giovani Emozioni (Self, 2018)

Ruggero dei Timidi presenta, con la sua consueta ironia, questo "Giovani Emozioni" come il disco della maturità, di nuovo un lavoro profondamente radicato nella musica italiana degli anni '70 e '80, che elogia a modo suo con dieci pezzi a essa ispirati, prendendo a riferimento nei titoli, nei contenuti, a volte nella forma espressiva, nomi del calibro di Francesco de Gregori ("Rimming"), senza mai canzonare né scimmiottare, conservando per tutta la durata del disco una certa riverenza nei loro riguardi. 
E' così che il crooner friulano declama il suo amore per la musica nostrana, mentre i decenni passano e rendono "Il Pescatore" di De André un classico, un brano ormai "tradizionale", che si può finalmente rivedere in una versione chiamata "Vibratore", liberamente ispirata, senza mancargli di rispetto né turbare gli animi dei sostenitori più accaniti. E quell'erotismo mascherato da poesia che abbiamo sentito in Mina, meno velato in Donatella Rettore e conclamato in Cristiano Malgioglio traspare da dietro la coltre da ballad canonica di "Mettimi un Cuscino in Faccia ma Amami",  o della più bizzarra "Mano Amante Mia", tema che non può che far sorridere un po' tutta la popolazione maschile. Gli arrangiamenti saltano di palo in frasca toccando il country, il rock, il pop, le ballad romantiche di origine folk, ma tutto con una confezione solida, esteticamente valida, moderna, in qualche modo a passo coi tempi, visto che siamo da quasi vent'anni nel periodo delle reunion, della nostalgia, del ritorno di qualche costume sorpassato da tempo. Citare Celentano, Vasco, Zucchero e mille altri nomi che hanno accompagnato la nostra formazione musicale - anche involontariamente - è il carico che chiude la partita. 

Supera così Ruggero la sfida di rinnovarsi, di non suonare sempre uguale, e anche di lasciar perdere i tentativi latinoamericani che un po' avevano spiazzato in precedenza. Un bellissimo lavoro dove il recupero delle nostre tradizioni si scopre essere rielaborazione, novità, in qualche caso allegria da taverna, e non mero passatismo transitorio. 

PS. La copertina è un'opera d'arte. 

mercoledì 24 ottobre 2018

Francesco Camin - Palindromi (Lady Lovely/Goodfellas, 2018)

La canzone d'autore di Francesco Camin riverbera timidi raggi di sole in questo 2018, una profusione di luce, di melodie, di colori che non solo non sentivamo da tempo, ma abbiamo anche sentito l'esigenza di ascoltare quando mancava. In "Palindromi" ci prova, con una scrittura vivace, ariosa e un lessico di livello medio (non troppo ampio, per intenderci, ma nemmeno da chiacchiera da bar), a trasformare tematiche che molti altri hanno trattato in maniera pesante ed oscura in qualcosa di leggero, gradevole, digeribile. 
E' salubre sentire musica così, sentire "Verde" e "Palindromi" celebrare la natura con gli occhi di un suo amante che ne ha fatto anche oggetto di studio, e "Tasche" elogiare prontamente i luoghi della propria privacy, dove analizzare il proprio io e nascondere per poi ritrovare i frammenti del proprio passato, quasi come nei Poemetti di Pascoli, ma con un linguaggio - logicamente - più moderno e adatto ai tempi. "Abisso" è tra i pochi momenti che risentono e gioiscono di maggiore inquietudine, facendo andare in solluchero in più di qualche istante, anche se l'apporto dei fiati è di difficile inquadramento. Non male, in ogni caso. "Dovrei" spicca invece per un passo più sostenuto, incalzante, battente, ed è proprio il divario con i tanti momenti più rilassati a donarle lustro. 
In linea di massima, l'interpretazione vocale e strumentale è sempre all'altezza, così come la produzione, con una riserva parziale su alcune scelte di mastering che in ogni caso non pregiudicano il risultato. Il prodotto del trentino, in sé, porta chiari e trionfali i segni dei suoi grandissimi pregi che vale la pena citare per concludere la recensione: 1) non scade mai nel banale, proponendo soluzioni a cui il nostro orecchio traviato dal pop e dal cantautorato contemporanei si era disabituato; 2) gode di una coerenza testuale, tematica, musicale, che in un'epoca dove essere eterogenei nei dischi fa sembrare artisti di spessore ha un po' ribaltato il concetto di concept, seppur questa attitudine origini da logiche prettamente discografiche; 3) non costringe noi recensori a fare gli ascolti successivi al primo, necessari per scrivere di un'opera artistica, con il rischio di stancarsi, come spesso accade, già a metà del secondo. E non è poco. 

martedì 18 settembre 2018

Fabio Curto - Rive Vol. 1 (Fonoprint, 2018)

Fabio Curto, sebbene il nome non dica niente ai più, presenta immediatamente un volto familiare. Da brevi ricerche, figura infatti il vincitore di The Voice of Italy 2015, kermesse televisiva nella quale Facchinetti aveva fatto "annusare" un sicuro successo al giovane. Come spesso accade, però, i talent show si trasformano in trappole, fucine di meteore che verranno ripescate solo per qualche siparietto iniziale nelle edizioni successive, o citate in qualche articolo che parla proprio di quanto i talent non funzionino. Ecco che Fabio scompare dal piccolo schermo e dalle radio di massa e ritorna oggi con questo "Rive Vol. 1", un lavoro che dimostra come la voglia di sfondare già messa sul piatto all'epoca sia ancora ardente, un fuoco che le delusioni della sovraesposizione televisiva non hanno spento. 

Dunque, cosa ci troviamo in questo disco? Blues, rock (Timoria?), cantautorato italiano (qualcuno ha detto Battisti?), pop, una serie di elementi forse banali e già sentiti, ma filtrati da una vocalità e degli arrangiamenti di tutto rispetto, che al limite meriterebbero un po' più di focus. Il punto debole del disco sono i suoni, non troppo moderni, ma neanche abbastanza nostalgici, che non riescono a risultare possenti quando serve, e neppure troppo delicati nei frangenti più intimistici. Il resto funziona a meraviglia, a partire dalle ballate "Neve al Sole" e "L'Airone", i due brani forse meglio scritti e che arrivano alla fine con più coerenza di scelte stilistiche e sonore, così come di certo non sfigura il singolo "Mi sento in orbita", catchy forse in maniera non totalmente intenzionale, ma ineccepibile nel mettere nero su bianco quanto una certa scrittura sia in grado di superare le barriere dell'orecchiabilità e arrivare all'ascoltatore anche senza scadere forzatamente negli stereotipi del Ligabue di turno. La più movimentata, in qualche modo anche la più accorata a livello interpretativo, è sicuramente "Un'ora fa", un treno in corsa ma con un'intensità ben graduata, mai troppo veemente né ruvida. E' qui che le influenze blues trovano la loro migliore espressione. Il resto del disco viaggia su livelli simili, e raggiunge picchi di sofferenza notevoli, come in "Fragile", dove il tema dell'esclusione sociale viene trattato come solo chi viene da una delle regioni più sfortunate del Belpaese, la Calabria, può saper fare e tradurre in musica.

La prima impressione, non musicale ma contestuale all'artista, è che non aver potuto proseguire un percorso mainstream contaminato da scelte discografiche pilotate come per altri vincitori di talent lo abbia aiutato a focalizzare l'attenzione sulle giuste dinamiche compositive, scegliendo un sentiero che lo condurrà con tutta probabilità a dare alle stampe dischi di ancora maggior caratura in futuro. Un vero gioiellino, con pochissimi punti criticabili. Congratulazioni. 

domenica 16 settembre 2018

RadioLondra - Slurp (MM2, 2018)

Francesco Picciano, Carlo Rinaldini e Filippo Zoffoli sono i RadioLondra, e con il loro "Slurp" sparano in faccia all'ascoltatore tutto il loro livore comunicativo, in un progetto soft, raffinato, che investe sul contenuto e sulla qualità dei suoni in pari quantità, per arrivare nel migliore dei modi. La prima impressione, a fine ascolto, è che i tre abbiano gioco facile a riversare tutte le loro influenze in maniera tangibile, non omogeneizzandole troppo perché siano lì, leggibili a tutti. Di per sé, rendere evidenti i rimandi a Max Gazzè, Baustelle, Brunori SasThegiornalisti (o forse facendo uno step ulteriore, Antonello Venditti) e perché no Jovanotti, Max Pezzali e Cesare Cremonini, può sembrare un azzardo e un comportamento che tipicamente noi recensori inquadriamo in maniera negativa per partito preso. In questo caso, non si parla mai di imitazione, ma di rielaborazione, come se tutti gli ascolti fossero frullati e sistemati nel modo giusto, in parti uguali. Certo è che la differenza la fa l'originalità, e quando sentiamo il modo di scrivere e le scelte di arrangiamento presenti in "Sulla Luna" e "Quanto Sei Abbronzata" ci rendiamo conto che i tre sono sulla strada giusta per perfezionare tutti questi linguaggi e restituire, al prossimo giro, la loro vera identità. 
Sicuramente, il punto di forza sono le liriche, e questo continuo viaggio nel passato e nelle cose che dovremo imparare a dimenticare, o a ricordare in maniera selettiva e distaccata dal piano emotivo, lungo un disco, ha tutto il tempo di sedimentarsi nell'interlocutore - il pubblico - che inevitabilmente sviluppa intimità e coinvolgimento, un qualcosa che accade solo quando chi scrive ha una connessione personale profonda con ciò che scrive. 
L'incipit di qualcosa di grande, apportando gli opportuni aggiustamenti. Avanti così. 

venerdì 24 agosto 2018

Horus Black - Simply (Sonic Factory, 2018)

Horus Black, all'anagrafe Riccardo Sechi, è un ragazzo giovanissimo, genovese, figlio di musicisti con una solida formazione musicale, e debutta con questo "Simply" per Sonic Factory portando tutto il suo mondo all'attenzione degli ascoltatori, senza fare nulla per venire incontro ai gusti pop del momento. Ciò non significa, chiaramente, che il lavoro in questione non sia di estrazione popolare: sentiamo infatti riferimenti netti a Elvis Presley e Frank Sinatra, facendo pensare immediatamente ad un wannabe Michael Bublé del Belpaese, una scelta stilistica certamente in linea con il mercato che ha visto vincere l'ultima edizione di X Factor un certo Lorenzo Licitra. Queste influenze sono però quelle più ovvie, vista la vocalità, e anche le meno riuscite. Per trovare i momenti migliori del disco bisogna infatti attendere le incursioni elettroniche, ben stratificate e omogeneizzate con orchestrazioni di grande livello ("Miss Candy") e la conclusiva "We Can't Go On This Way", un salto ai tempi degli esordi di Joy Division, New Order, Depeche Mode con un'estetica punk ma un'anima folk, risultando nel frangente più originale di tutto il disco. Funzionano poco alcune scelte di suoni che sembrano cozzare tra la volontà di fare un tributo a certi generi del passato e quella di mantenere un profilo attuale, tuttavia risollevando il risultato - spesso - grazie a buone esecuzioni strumentali e vocali nonché arrangiamenti ben costruiti e perlopiù sensati. 
A livello estetico, la copertina rispecchia il contenuto, ma si scontra, come detto poco fa, con alcune scelte più moderne. E' troppo suggerire di vestirsi in maniera più in, più 2018, pur mantenendo questi suoni? Sarebbe la prima volta che un'anima crooner si rende non solo orecchiabile ma anche più al passo coi tempi rispetto al solito completino serioso da concerto nei casinò di Las Vegas o da Mario Biondi. Detto questo, la copertina è inguardabile, antistorica, un vero e proprio passo falso e ciò va detto. 

Per concludere, non manca certo di carattere questo ragazzo, e un esordio del genere pone senz'altro le fondamenta per qualcosa di più grande e strutturato. Si legga ogni critica come un consiglio per migliorarsi, perché proseguendo su questa strada con un piglio più deciso e personale si potrebbe tranquillamente trasformare un progetto di nicchia, semisconosciuto, in un nome da riempirci gli stadi. Basta fare i passi giusti. 

sabato 4 agosto 2018

Francess - Submerge (Sonic Factory, 2018)

Torniamo con questo articolo ad affrontare la musica di Francess, giovane italo-giamaicana non alle prime armi nel mondo della discografia, distintasi con "A Bit of Italiano" per un grazioso tentativo di rendere in inglese alcuni classici italiani snaturandoli anche dal punto di vista musicale in funzione di una fusione di culture ben confezionata. Lo stesso multiculturalismo fresco e spontaneo, sebbene non più così stupefacente vista l'evoluzione sonora anche nel pop degli ultimi due anni, lo riscontriamo in "Submerge", dove non manca neppure un plurilinguismo ben piazzato.
I registri entro cui si muove la voce di Francess sono principalmente il blues e il soul, filtrati da un'evidente conoscenza della musica popolare contemporanea, riuscendo in splendide incursioni nel r'n'b americano senza perdere quel filtro pulp dato dalle sue influenze più palpabili (la sua magistrale interpretazione in "Follow Me" e "Ivory" può venire solo da chi ha ascoltato le regine del soul). Quando compare l'elettronica anni ottanta, con suoni industrial di matrice tedesca, si realizzano i momenti migliori ma la voce sembra meno a fuoco. Gli arrangiamenti mancano di coesione, ma questo appare voluto, e nell'ascolto complessivamente incide poco, soprattutto se valutiamo la maturità con cui tutto è stato assemblato per non lasciare mai momenti deboli e avere un disco compatto, totalmente digeribile. Valida anche la cover di "The Man I Love", brano di Gershwin celebre per la versione di Billie Holiday.
Ciò che manca a questo lavoro è forse solo un vero singolo, qualcosa che la gente si ricordi per tutta la vita, sfiancando l'artista ad ogni live perché il pezzo venga suonato. A vita. A Francess manca una hit. Per il resto, un buon lavoro.    

sabato 23 giugno 2018

Rita Zingariello - Il Canto dell'Ape (Volume!, 2018)

A volte il mondo della discografia indipendente risulta ridondante, saturo di proposte tutte identiche, generalmente poco a fuoco. Troppi i dischi che parlano di impegno politico senza le capacità liriche e analitiche necessarie, troppi i dischi che ancora riformulano hard rock e grunge nello stesso modo di sempre, oltremodo esagerato il numero degli imitatori di Bob Dylan che pensano che nominare la Route 66 e Kerouac faccia ancora figo. Rita Zingariello, in totale dissociazione dai tanti artisti mediocri recensiti su queste pagine di recente, presenta una raffinatezza squisita quanto sofisticata, data da una sapiente integrazione tra un sound pop moderno e radiofonico, e le prepotenti contestualizzazioni indie che sono comunque sempre più preponderanti nella nostra produzione nazionale, sia underground che overground
Il termine che più descrive questo "Il Canto dell'Ape" è "delicato": si parla anche di coffee shop olandesi in "Amsterdam" ma con un romanticismo leggiadro e ispirato, così come quel controerotismo soffuso di "Preferisco l'Inverno", che nel messaggio non-convenzionale di preferenza del freddo rispetto alla calura estiva, sovverte un concetto che indiscutibilmente ha stancato, tanto forti e ripetitive sono state le sue riproposizioni dentro e fuori i tormentoni estivi (facendolo però, con sprazzi di flamenco che suonano tanto forzati quanto riusciti, un generoso plus ad uno dei pezzi più riusciti). 
Quando compaiono jazz, musica latina, western, accenni di folk italiano, Rita esprime meglio la sua voce, ed è il caso delle interconnessioni reggae di "Simili e Contrari" o delle incursioni intimiste quasi ermetiche della conclusiva "Risalire", con la sola Zingariello al Rhodes. Il finale di "Ribes Nero", invece, con quei cori quasi spiritual / gospel può cogliere di sorpresa, spiazzare, colpire, ma a ripetuti ascolti non lascia compiutamente un segno, andando a rammollire il pezzo. 

Solitamente sono i dischi più evidentemente "personali" ad assumere quel valore aggiunto di cui abbisognano per uscire dalla palude del già sentito, quando l'artista produce arte nel verso senso della parola, confrontando la realtà che lo attornia con il suo lato privato. Rita sa come scrivere, sa cantare, sa interpretare, e avvalendosi di ottimi musicisti e arrangiatori produce una piccola perla di cui nel duemiladiciotto stantìo di cui sopra sentivamo l'esigenza. 

domenica 10 giugno 2018

Riccardo Maffoni - Faccia (La Pare Music, 2018)

A dieci anni dal precedente "Ho Preso Uno Spavento", ritorna sulle scene italiane il bresciano Riccardo Maffoni, mettendoci la proverbiale "Faccia" per riuscire a rimanere in equilibrio tra coerenza e novità, riuscendo contemporaneamente ad accontentare chi già lo conosceva e a raggiungere certamente più di qualche nuovo proselita. Le influenze sono molto variegate, e questo aiuta ad identificare l'ampiezza del pubblico che si desidera agganciare, o forse solamente i tanti ascolti dell'autore: rock, blues, la combinazione springsteeniana dei due ("Cambiare...") musica popolare italiana, country, beat elettronici ("Mi Manchi di Più"), momenti di follia psichedelica, una linea che zigzagando tra tutta la nostra storia recente congiunge Adriano Celentano e i Subsonica, sbattendo a tutte le curve quando si sofferma ad elogiare/imitare Ligabue, Vasco, il primo Grignani. I contenuti sono ormai uno standard in qualsiasi nuova pubblicazione: impegno sociale, amore ("Le Ragazze Sono Andate" la più originale in questo contesto), autoanalisi, disillusione. Il modo in cui si affrontano gli argomenti, ormai, qui, è sempre lo stesso, e non merita particolare approfondimento neanche in questo caso. ù
Musicalmente, tutti fanno il loro lavoro, ma nessuno spicca. E' come se stessimo ascoltando in loop uno dei qualsiasi dischi rock fotocopia che sono seguiti a "Buon Compleanno Elvis" e "Nessun Pericolo per Te", quando gli anni '90 hanno fatto schiantare nel mare della banalità l'aliante dei Litfiba, che pure qui si sentono.
In sintesi, Maffoni è bravissimo a inserire tutto sé stesso in un lavoro a lungo atteso, ma non si percepisce quell'autenticità che forse ci si aspetterebbe a dieci anni dal precedente disco.