venerdì 26 agosto 2016

Into Deep #13 - Disgusting, depraved, despicable: "Flowers in the Rain" dei The Move

The Move (1966)
Bev Bevan (batteria), Roy Wood (chitarra, voce), Trevor Burton (chitarra), Ace Kefford (basso) e Carl Wayne (voce).

Sebbene in madrepatria siano considerati uno dei gruppi più importanti del Regno Unito degli anni '60, il nome dei The Move in Italia è conosciuto dai più solo come quello degli autori di quella "Blackberry Way" reinterpretata dall'Equipe 84 come "Tutta mia è la città", con nuovo testo di Mogol. Capeggiati dal carismatico polistrumentista Roy Wood, i Move offrivano un certo tipo di pop rock sofisticato e duro, con degli arrangiamenti complessi e raffinati che spesso si scontravano violentemente con testi ironici e sarcastici. Sotto molti punti vista, possono anche essere considerati dei punk ante litteram: se all'epoca i Rolling Stones venivano considerati come dei ragazzacci, i Move sicuramente andavano ben oltre. Ispirandosi alla distruzione di chitarre degli The Who sul palco, il complesso cercava di portarsi ad un livello superiore, spaccando effigi di vari capi di stato e terminando frequentemente i loro concerti con risse. Memorabile la loro prima apparizione televisiva del 1966, nella quale il complesso risponde alle domande della disperata intervistatrice con dei veri e propri non sequitur, accompagnati da facce buffe, balletti improvvisati e canzoncine, per poi finire il tutto con la distruzione di set televisivi.

I Move, però, sono ricordati anche per essere stati il primissimo gruppo rock ad essere trasmesso dalla BBC1, precisamente il loro singolo "Flowers in the Rain", il 30 Settembre 1967. Questo singolo è proprio l'argomento di cui parleremo in questo editoriale; sembra impossibile ma questa orecchiabile e decisamente innocua canzoncina beat è stata causa di una delle più grandi controversie della storia del rock, così forte da tirare in ballo servizi segreti, corti giudiziarie e pure il capo di stato Inglese!

Partiamo dal principio. Dopo aver pubblicato un primo 45 giri nel Gennaio 1967 ("Night of Fear"/"Disturbance"), salito immediatamente al secondo posto nella classifica Inglese, i Move si recano agli Advision Sound Studios di Londra, prodotti da Denny Cordell, per incidere un primo LP e, possibilmente, qualche singolo da mandare in pasto al pubblico. La scelta cade su un pezzo scritto da Roy Wood, come del resto la maggior parte dei loro originali: l'allegra e scanzonata "Flowers in the Rain". Inizialmente, però, il brano non convince Cordell, che sembra ritenerlo senza mordente, tanto che al termine della session decide di accantonarlo. Entra qua in ballo l'assistente di produzione Tony Visconti (in seguito lo storico produttore di David Bowie) che, ben conscio della qualità della composizione e del suo potenziale commerciale, capisce immediatamente cosa ci vorrebbe per ravvivarlo: una bella sezione di fiati e ottoni. Cordell non è ancora del tutto convinto ma a Visconti la canzone piace così tanto da essere disposto a fare il lavoro anche gratuitamente, e si decide, quindi, di fare un tentativo. Il risultato è decisamente bello e canticchiabile, anche per via della diversità delle voci di Carl Wayne e Wood che creano un buon contrasto, e soddisfa tutti ma, per qualche motivo, la EMI decide di annunciare un altro pezzo del gruppo, "(Here We Go Round) The Lemon Tree", come singolo, relegando "Flowers in the Rain" sul lato B. All'ultimo momento, però, Tony Secunda, il manager del complesso, riesce a convincere la casa discografica che "Flowers in the Rain" è una scelta migliore e più commerciale, riuscendo così a far invertire i due lati. 

Roy Wood (1967)
Il 25 Agosto 1967, il 45 giri di "Flowers in the Rain" viene finalmente messo in commercio sotto la Regal Zonophone, una filiale della EMI. Il singolo riceve recensioni contrastanti ma arriva subito al 19esimo posto, per poi salire immediatamente al secondo e rimanere lì per tre mesi consecutivi. La popolarità dei Move fa un balzo enorme, permettendogli di esibirsi alla rinomata trasmissione Top of the Pops e di fare un tour in giro per il paese con molte date che finiscono per andare in sold out. Se aggiungiamo che, come già menzionato in precedenza, il singolo ha avuto l'onore di essere stato la prima canzone rock ad essere trasmessa dal primo canale delle BBC, tutta questa storia dovrebbe essere fonte di gioia per il gruppo, nonché una sorta di traguardo e di apripista per un futuro in discesa, giusto?

Sbagliato, perché, purtroppo, qualcuno ebbe un'idea tutt'altro che geniale. Per aiutare la promozione del singolo e giocare un po' sulla natura controversa del gruppo, Secunda decide di organizzare uno stunt pubblicitario molto particolare: una cartolina illustrata che ritrae l'allora primo ministro Harold Wilson completamente nudo seduto accanto alla sua segretaria Marcia Williams. L'illustrazione, che bolla Wilson come "disgustoso", "depravato" e "spregevole", faceva riferimento ad uno scandalo avvenuto qualche anno prima, secondo il quale il Primo Ministro avesse una relazione extraconiugale con la sua segretaria; da parte sua, Wilson si giustificò definendo tali dicerie con gli aggettivi a lui diretti in questa cartolina. Si trattava, comunque, di un bersaglio abbastanza facile: Harold Wilson non era, infatti, molto amato dalle nuove generazioni, dato che aveva tentato di chiudere le cosiddette "radio pirata" che trasmettevano intorno a Londra e che impedivano alla BBC il monopolio assoluto, dando allo stesso tempo nuovo spazio ai gruppi che i giovani volevano ascoltare. Il fatto che pochi mesi prima ci fosse stato un evento di beneficenza "Free The Pirates",  durante il quale i Move avevano partecipato distruggendo un effige di Wilson a colpi di ascia era come il cacio sui maccheroni. Piccolo particolare: Secunda decide di non prendersi minimamente la briga di informare i musicisti che, nel frattempo, stanno suonando in giro per l'Inghilterra.

Harold Wilson
Le cartoline vengono stampate in fretta e furia e distribuite ai fan, alla stampa e ai media. Dopo qualche giorno, ovviamente, succede l'inevitabile: una di queste finisce tra le mani del Primo Ministro che, come prevedibile, non la prende molto in ridere. Il giorno dopo, Wilson si reca in tribunale e riesce a bloccare la distribuzione di suddetta pubblicità. In tutto questo, i Move sono ancora ignari di quello che è successo e, tornando dal tour, si meravigliano non poco di essere accolti da uno stuolo di reporter e giornalisti. Scoperta velocemente la verità, si confrontano con il loro manager che, però, li rassicura e dice loro che andrà tutto bene se lasciano che sia lui a parlare con la stampa. Il giorno dopo, i Move sono sulla prima pagina di tutti i quotidiani Inglesi: un traguardo che, sicuramente, avrebbero preferito raggiungere in un altro modo. "C'era pericolo che punissero noi per educare tutti gli altri" raccontò il batterista Bev Bevan qualche anno più tardi "avevano chiuso le radio pirata e ne stavano soffrendo le conseguenze: adesso, invece, avevano modo di riscattarsi con l'opinione pubblica". Il 6 Settembre 1967 il gruppo viene convocato alla Gran Corte di Giustizia di Londra, venendo accolto ancora una volta da vari reporter. I cinque, accompagnati da Secunda, si presentano con vestiti eccentrici e parlano ai giornalisti usando il tono spavaldo delle loro personalità da palcoscenico. "Non abbiamo fede nella politica" spiega il cantante Carl Wayne ad uno dei cronisti che lo intervista di fronte al tribunale "se fosse per noi, voteremmo per gente come Frank Zappa o Jimi Hendrix". In realtà, questa messinscena era solo un modo per non perdere la faccia coi loro fan e i Move si rendono ben conto della potenziale gravità di tutta la faccenda. Per il momento, l'ordine di non distribuire il contenuto della cartolina viene confermato ma, qualche giorno più tardi, sicuramente allo scopo di intimidire questi cinque giovanotti arroganti, i Move e il loro manager cominciano a ricevere visite frequenti e pedinamenti da parte di alcuni uomini in nero che, più avanti, si scoprirà fare parte del MI5, l'ente per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito. A questo punto, band e manager si arrendono e concordano in una risoluzione extragiudiziale della controversia. L'11 Ottobre 1967 le due parti trovano un accordo: il Primo Ministro Wilson ritirerà la denuncia ma, in cambio, i Move doneranno tutte le royalties di "Flowers in the Rain" a delle associazioni benefiche di scelta di quest'ultimo, tra cui la Spastics Society e lo Stoke Mandeville Hospital, entrambe dedicate alla cura di pazienti affetti da paraplegia. In una dichiarazione pubblica di Quentin Hogg, il legale del Primo Ministro, tra le varie cose, si legge che normalmente, Wilson "non avrebbe necessariamente preso le stesse misure in altre occasioni simili" e che il politico "non ha mai avuto intenzione di agire con fare crudele o vendicativo" ma che aveva scelto di ricorrere per vie legali a causa della distribuzione in grande massa della cartolina. In quel momento, il singolo contava qualcosa come 250.000 copie vendute.

Move(LP del 1968)
Il 3 Novembre 1967, la EMI decide di cancellare il singolo successivo del gruppo; "Cherry Blossom Clinic", sicuramente uno dei pezzi più apprezzabili dell'intera discografia, il cui testo, però, racconta la storia di un malato mentale rinchiuso in un manicomio. Le parole in sé non hanno nulla di offensivo ma sono incredibilmente cupe e, essendo sovrapposte ad una base orecchiabile e allegra, si ha il timore che possano generare altra pubblicità negativa. In realtà, la canzone che spaventa di più i legali della EMI è la B-side: un rocker furioso intitolato "Vote for Me" che sembra fare riferimenti indiretti alla controversia riguardante "Flowers in the Rain""Esprimi opinioni in questo posto dove nessuno ascolta/loro prendono precauzioni giusto in caso tu dica una parolaccia/per favore, correggimi se sembra che io stia facendo troppo casino/in questa professione la gente si affretta a rimetterti al tuo posto/votami, insieme governeremo il mondo" si sente cantare nel brano. "Cherry Blossom Clinic", insieme a "Flowers in The Rain" e alla sua B-side "(Here We Go Round) The Lemon Tree", verrà inclusa nel primo omonimo LP del gruppo nel Marzo del 1968, ma per poter ascoltare "Vote for Me" bisognerà attendere il 1998, quando verrà inclusa come bonus track nell'edizione deluxe dell'album.

The Move (1970)
La rinuncia delle royalties di "Flowers in the Rain" provocherà, nel corso del tempo, una grave perdita nei guadagni del gruppo: sarà, infatti, l'unico loro singolo a vendere in grande massa, nonostante i Move continueranno a godere di una certa stima di pubblico e critica. Da canto suo, Wilson poteva ritenersi soddisfatto per la sua vittoria e rimarrà in carica fino al 19 Giugno 1970 per poi diventare capo dell'opposizione. Morirà di cancro al colon nel Maggio del 1995, all'età di 79 anni. Quando la Carlton TV, nel 1998, farà un documentario incentrato sulla figura di Roy Wood, i suoi eredi negheranno i permessi di mostrare la cartolina incriminata. Tony Secunda verrà licenziato dai Move poco tempo dopo la controversia. Il gruppo, invece, continuerà la suacarriera pubblicando diversi singoli e un totale di 4 album in studio. Il punto di svolta avviene nel 1970 quando, inaspettatamente, il cantante solista Carl Wayne lascia, sostituito dal chitarrista e compositore Jeff Lynne degli Idle Race, un amico di vecchia data di Wood. Questa formazione comincerà a fare musica sempre più ardita e sperimentale fino a quando, in modo del tutto naturale, non cambierà nome in Electric Light Orchestra, perdendo totalmente ogni aspetto provocatorio ma guadagnando un maggiore successo di vendita. Ma questa è un'altra storia...



- Fonti e altre letture di interesse -


domenica 21 agosto 2016

Misero Spettacolo - Porci, Pecore e Pirati (Zeta Factory, 2016)


"Porci, Pecore e Pirati" del quintetto nato a Bologna Misero Spettacolo è il terzo lavoro all'attivo e forse quello che più si avvicina ad alcuni dei nomi citati tra le loro influenze. Liricamente sono le venature malinconico-depressive di Luigi Tenco e l'impegno politico di Fabrizio De André a distinguersi di più, anche se con striature più polemiche nell'accezione negativa del termine come piace molto ai compositori italiani degli ultimi anni. Quante volte l'italiano medio è stato già bersagliato nei testi ultimamente? Va da sé che occorre farlo in maniera diversa se si desidera abbattere le mura di diffidenza innalzate ormai di default da critica e pubblico e ci sono inizialmente molti dubbi su quanto i cinque riescano a farlo, perlomeno al primo ascolto. 
Tuttavia, la maturità è evidente nella stesura dei brani, che mescolano stili molto distanti tra loro facendone un calderone originale, divertente, energetico. Possiamo sentire country, bluegrass, jazz, psichedelia, rock anni sessanta e settanta, rock'n'roll, cantautorato, evitando il facile passo falso di rendere il tutto troppo poco omogeneo. La sezione ritmica in alcuni momenti regge il gioco più degli altri, ma è evidente l'intesa tra tutti gli strumentisti abili a creare un collante verosimile e credibile. I momenti migliori sono quelli in cui anche le parole raggiungono il loro punto più alto: molto amara, potremo dire stavolta à la Tenco - o addirittura à la Santercole - "Mia Cantina", brano che parla di una fuga dal mondo rinchiudendosi in sé stessi nella cantina di casa, scappando da tutto ciò che non possiamo mandare giù del nostro paese, i cui problemi, pungenti quanto insopportabili per gli autori, riaffiorano prepotentemente nella splendida "Emigrante", forte di una satira mordace e salace memore di un certo cinema nostrano meno volgare (più Monicelli, meno Neri Parenti, per capirci). 

In sintesi, questo lavoro mette in luce la maestria nel songwriting, una capacità interpretativa del presente sicuramente profonda e d'impatto, e come ciliegina sulla torta la straordinaria virtù della varietà, anello debole della musica italiana da molto tempo. Manca ancora qualcosa per parlare di capolavoro, ma la strada prescelta è quella giusta, indubbiamente. 

giovedì 21 luglio 2016

Silversnake Michelle - Her Snakeness (Autoproduzione, 2016)

Dalla storia recente, si apprende che l'artista olandese Maurits Cornelis Escher si è ispirato ad alcune forme arabeggianti - come quelle del palazzo dell'Alhambra di Granada, in quella porzione di Spagna che fu terra dei Mori - per le sue cosiddette "figure impossibili". Escher e la cultura araba risultano nelle influenze autoriferite anche di Silversnake Michelle, all'anagrafe Micaela Battista, quarantunenne torinese che con "Her Snakeness" presenta un vero e proprio manifesto. Tonalità dark, cupezza a palati, l'abolizione totale della luce. Serpenti, metafisica, una grinta che sa di punk, ancora serpenti. 
Il risultato è un disco quasi rapsodico, solenne, che prende dall'epica quanto certo metal britannico, ma lo riversa su strutture più propriamente classic rock. Difficile inquadrarne gli orizzonti senza capire i punti di vista dell'autrice: tornano spesso i concetti di tempo e di spazio, di viaggio, come anche il sentire dei corpi inanimati (in un brano si immaginano i pianeti avvertire emozioni e sensazioni), e un'erotismo non troppo spinto ma comunque marcato che, sebbene non sia contenuto vividamente nei testi, ha seguito in tutto quello che è l'artwork e il mondo grafico visibile nei social.
Comunque, nonostante gli ottimi musicisti che accompagnano Michelle, l'evidente investimento economico, e la potente dichiarazione d'intenti che tutto il lavoro spara in faccia all'ascoltatore minuto dopo minuto, sembrano mancare almeno due elementi: il mordente, quella componente in grado di fissare la sua musica aggredendo chi ne usufruisce con qualcosa di nuovo e dirompente, e il collante, che tenga unite le sue varie parti. Rimane dunque ai posteri un'opera magniloquente, con un rivestimento argenteo che rischia di lasciarsi invadere dagli agenti esterni senza un sequel che sia in grado di dimostrare chi veramente sia Silversnake Michelle, rivalorizzando anche il suo sforzo precedente.  

venerdì 24 giugno 2016

Melody - Ci Sarà da Correre (Taitu Music, 2016)

Melody Castellari e il padre Corrado, autore dei dieci brani di questo "Ci Sarà Da Correre", sono una coppia di nomi decisamente non trascurabili nel panorama italiano. Melody si è fatta le ossa in studio come corista per Elio e Le Storie Tese, Fiordaliso, Iva Zanicchi, protagonista di musical, in tenera età presente in molte sigle di cartoni animati composte dal padre, vincitrice di Sanremo Famosi nel 1992, successivamente leader dei Melody Squad e ora dei Misfatto. Corrado Castellari, invece, ha scritto la storia della musica italiana, componendo per Fabrizio De André, Adriano Celentano, Milva, Ornella Vanoni e molti altri, passando anche per un lungo lavoro per lo Zecchino d'Oro e una carriera solista con il fratello Camillo come co-paroliere. 
Appare chiaro che Melody avvertiva, con questo album, la necessità di portare avanti la legacy lasciata dalla sua famiglia, dopo la scomparsa del padre a seguito di una malattia, ripescando pezzi da lui scritti dandogli una forma che le appartenesse. Momenti riflessivi e intimistici ("Sacco a Pelo", "E' Tutto Cielo"), pre-erotici ("Wagon-Lits", concepita dal padre per la Vanoni che la interpretò nel lontano 1978), e tanta politica, con una vena polemica ma anche analitica che nella storia lirica dei Castellari ha sempre avuto la sua parte. A emergere in questo senso sono la title-track, un vortice di riferimenti cronachistici e di attualità che trascina nel buio l'ascoltatore prima di dargli nel finale un flebile baluginio di speranza, ma anche "Dietro ai Ruoli Imposti", che disquisisce degli inconfessabili segreti dei ruoli che per tradizione dovrebbero essere serbatoi di onore e valori impenetrabili (il prete, il padre di famiglia, ecc.) e soprattutto "Non Voglio Essere", storia di una coppia in cui l'uomo tenta di relegare la donna a soprammobile, togliendole il diritto di essere sé stessa.
Melody, vocalmente, è sicuramente degna del pop elegante che si capta in questo lavoro, e com'è banale supporre già prima di affrontare l'ascolto, il legame familiare tra autore e cantante funziona al punto che non si direbbero essere brani non scritti dall'interprete. E' quasi abbacinante il contrasto tra le tematiche forti trattate, anche in maniera piuttosto ruvida - se non cruda - con la leggerezza degli arrangiamenti e dei cantati, che puntano a quell'orecchiabilità un po' passata di moda ma senza in realtà ricordare nessun nome in particolare. Ecco perché "Ci Sarà Da Correre" è un piccolo brillante, dalla superficie liscia e luminosa, ma coriaceo e indistruttibile, e la poliedrica artista può così definire compiuto il suo progetto di rendere omaggio al padre, senza svenevolezze e con grande stile. 

martedì 14 giugno 2016

Alessia Ramusino - An Incurable Romantic (BMA Music, 2015)

Un'inguaribile romantica. Parla forse di sé stessa la cantautrice pop genovese Alessia Ramusino nel titolo di questo disco, pubblicato per la BMA Music sul finire dell'anno scorso. Mellifluo, non melenso, languido ma non malizioso, il suo linguaggio è guidato dalle esperienze di viaggio (per seguire la famiglia in giro per l'Europa e il mondo), da quelle di vita e d'amore, con un tatto e un gusto che connettono verve, eleganza e voglia di raccontarsi. Profuma d'oriente la title-track, "An Incurable Romantic", di Nord Europa "Con I Miei Piedi Sporchi", di Scozia "Sacks Race", dove le sonorità sono di matrice celtica ma senza aderire troppo ai suoi luoghi comuni. Difficile non sentire Coltrane e Davis in "Another Song", il pezzo esteticamente migliore con quei suoi svolazzi jazz che non scadono mai nel barocchismo.
Cade forse in fallo con la mescolanza di brani cantati in italiano e altri in inglese, come molti conterranei imperfetta nella pronuncia e nelle sfumature lessicali, ma il sound è sicuramente internazionale, rispondendo a dinamiche folk di matrice anglosassone che non dispiacciono all'orecchio allenato. Così, suona molto azzeccato il singolo "Non Mangio Fragole", ma è con "Gibigianna", in bilico tra suoni latini, giamaicani, reggae e di folklore nostrano, che si raggiunge la sintesi perfetta di un disco esterofilo ma senza proiettarsi troppo in là, rimanendo saldamente legato ad una terra, la Liguria e il suo capoluogo, che della sua tradizione portuale ha fatto apertura agli stimoli. Stimoli perfettamente avvertibili in un disco disponibile alle influenze e alle mescolanze di genere, di codici e, come si diceva, di idiomi, in un'affascinante tela caleidoscopica dalla dolce avvenenza. 

venerdì 10 giugno 2016

NewTella - Spoon (BMA Music, 2015)

Un americano e due genovesi con la passione per Clash, Police, Devo e Duran Duran, per citare solo alcuni artisti dal vivaio dei loro ascolti. Li scopre Giorgio Tani, agente di spettacolo e discografico che ha al momento nel proprio roster i Ricchi e Poveri. Questo sono in sintesi i NewTella, anche se sarebbe a dir poco riduttivo definirli solo così. In effetti, la musica di stampo revivalistico o che vuole tributare all'olimpio del rock è spesso scadente o fine a sé stessa, e occorre quindi chiarire perché "Spoon", un disco che rimanda così evidentemente a certi nomi, non sia la clonazione di lavori altrui bensì un efficace opera enciclopedica, una riscrittura in chiave personale di quanto appreso nella propria formazione di musicisti.
Forti del perfetto inglese del cantante (Max Hernandez, nato a Boston), sfoderano un sound internazionale, diversamente da quanto accade solitamente dalla sempre più nostalgica e autoreferenziale scena italiana. I brani sono quasi tutti belli tirati, tosti, arrangiati in maniera patinata, senza mai graffiare troppo. Per questo, si distinguono alcune potenziali hit come "Kaleidoscope", pezzo che richiama subito i Blur o, perché no, gli Stone Roses, altre band che pur nella loro cifra stilistica mantengono viva l'origine beatlesiana. La ritmica è sempre impetuosa, diretta, senza sbavature né esagerazioni, ed è lo stesso equilibrio che permea tutto il disco, il quale di certo non vuole dimostrare le capacità strumentali della band ma "dire qualcosa". Il messaggio forse non è così chiaro, e ci si può perdere nel pensare a quale vecchio complesso possa assomigliare una canzone piuttosto che un'altra, ma ciò non toglie che con gusto, una buona produzione e una cultura musicale adeguata sia possibile rimescolare le carte e azzeccare un bel colpo alla faccia di chi parla di innovazione senza fare nulla di concreto. 

mercoledì 11 maggio 2016

Dub All Sense - Bro (4Weed Music, 2015)

Il collettivo italiano Dub All Sense, la cui scena di riferimento è intuibile già dal nome, è attivo già da diversi anni distinguendosi, tra le altre cose, anche per i numerosi featuring e collaborazioni ccon cui hanno inconfondibilmente delineato la cerchia di personalità e realtà che li rappresentano. Ovviamente il reggae, la dub (Paolo Baldini, gli Africa Unite e in particolar modo gli Zion Train, tramite il produttore Neil Perch), l'hip-hop (Clementino, i 99 Posse) e l'elettronica, con rimandi dubstep che in questo nuovo "Bro" sono presenti, anche se tangenzialmente.
Come i lavori precedenti, le ospitate sono innumerevoli, e senza entrare troppo nello specifico citiamo le più efficaci ("Dead or Alive" con Marina P. e la tribaleggiante "Fyah Pon Dem" con la partecipazione di Mc Baco). A livello tematico, rivoluzione, inviti alla fraternità e all'uguaglianza, diritti civili, riscatto contro la privazione di determinate libertà. Niente di nuovo sotto il sole, ma è impossibile considerare questo un difetto. Se proprio un neo bisogna disseppellirlo, per rendere più variegate alcune canzoni sarebbero stati necessari più strumenti acustici, ma è un dettaglio ignorabile. C'è vita anche oltre ai brani più tradizionalmente reggaeggianti, specialmente con il trip-hop bristoliano, quello liquido ma d'impatto, veramente da club, di un grande brano che è "Brothers Fight Together". E' il rimando urbano, indispensabile, ben allineato nel nucleo del progetto.

L'aspetto che rende i dischi dub piacevoli non è neppure l'originalità, che come in tanti generi viene a mancare nel momento in cui si è costretti ad aderire a certi standard dettati dal gusto dell'ascoltatore (si pensi anche al reggae più classico, o alla techno, per citare solo due esempi). In questo caso, "Bro" è gradevole senza dubbio per l'uso davvero acuto delle voci, che riescono a tratteggiare anche elementi di orecchiabilità non forzata, senza mai abbandonare le proprietà underground e i linguaggi che caratterizzano questo sound. In linea di massima, aggiungere altro rischierebbe di minare un lavoro che ha tutte le carte in regola per entrare nell'olimpo del dub italiano, ovviamente nella nicchia di riferimento. Un ottimo passo, coerente, non troppo precipitoso, verso un punto d'arrivo ora non più così distante. 

martedì 3 maggio 2016

Manuel Rinaldi - Faccio Quello Che Mi Pare (Autoproduzione, 2016)

Dalla sempre fertile Emilia, culla del rock italiano impegnato e soprattutto del rock nazionalpopolare, Manuel Rinaldi impara e mette in pratica una lezione fondamentale: essere diretti (che non significa essere sfacciati), ripaga. Forse, di questi tempi, non in termini economici, ma in quanto a coerenza, potenza del messaggio e riverberazione nei media, l'obiettivo sembra centrato. 
Elemento fondamentale - ovviamente - di questo "Faccio Quello Che Mi Pare", sono i testi. L'impegno più profondo nelle parole rimanda agli Offlaga Disco Pax e a Giorgio Canali, alcune scelte vocali al primo Ligabue, ma l'amore più volte dichiarato nelle interviste per il grunge fanno viaggiare verso i primi anni novanta nostrani per un tuffo nella vera scena post-Seattle italiana: gli Afterhours in lingua inglese, i Marlene Kuntz (pure in qualche passaggio di chitarra), i primi Timoria di "Colori che Esplodono" o addirittura Estra e Ritmo Tribale. Dicevamo però, Ligabue, ed è proprio qui che si va a sbattere contro la scelta di aderire ad un sound radiofonico che a Manuel sembra stare stretto. In aggiunta, fa specie come risulti in ogni brano evidente quanto oltre possa spingersi con un timbro vocale così riconoscibile (in particolar modo in "La Tua Faccia Come Quella di Courtney" e "Lo Stato dei Soldi"). E' così che i testi rivoluzionari, energici ed energetici, con un contenuto tra l'erudito e l'impetuoso, trovano una sorta di frangiflutti che li tiene separati dalla convezione del messaggio in quel fluido così difficile da navigare a vista che è il rock melodico italiano.
Nonostante tutto questo, la compattezza del prodotto, l'ottima esecuzione strumentale e una produzione nitida ma d'impatto, innalzano la sua qualità media e lo rendono un lavoro godibile per quanto la durevolezza nel tempo sia ampiamente messa in discussione dal suo essere già profondamente superato. 

mercoledì 20 aprile 2016

Dogma - Sospesi (Et-Team, 2016)

Nelle dieci tracce di questo "Sospesi", il quintetto chivassese dei Dogma - con l'apporto di un co-arrangiatore e produttore artistico d'eccezione (Ettore Diliberto) - le prova un po' tutte. Con un evidente smania di arrivare direttamente al grande pubblico, saggiano le intenzioni e le inclinazioni di una platea sempre più svogliata e poco curiosa imbastendo intrecci dalle maglie molto larghe, forse troppo, ma con una coerenza di fondo che è data dai suoni, dalla costruzione dei brani e soprattutto dalla voce del leader non-leader Beniamino Cristiano. Con ciò non si intende nulla di negativo, semmai si sottintende una parità di importanza di tutti i membri della band, la cui esperienza (data anche da un'età anagrafica superiore a quella di molti esordienti di questo decennio) è chiaramente udibile nel songwriting e nella sicurezza con cui viene approcciato il proprio strumento. 
Dicevamo che a mantenere in linea il disco è soprattutto la voce, e certo questo è fondamentale in un lavoro che vuole essere pop. Il timbro non è certo nuovo, inconsueto né impressionante, ma nel ripetersi degli ascolti sa entrare e colpire, risaltando nei momenti di maggiore enfasi (spesse volte i ritornelli) anche per una potenza non indifferente. Così tra la canzone d'autore del singolo "Inconsapevole", peraltro un'ovvia quanto azzeccata scelta, i bizzarri ma riusciti contrasti di intensità di "Sentimi" e i pezzi più acidi e ruvidi, dalle chitarre quasi stoner, quali "Qualcosa di Più" e "La Luna si è Persa", viene tratteggiato un universo molto variegato, che può essere venduto ed attribuito a diverse scuole di pensiero, dai rockettari agli adolescenti in fase ribelle, passando per gli aficionados del nostro cantautorato vecchia scuola. 
Non c'è molto da aggiungere, poiché citare i nomi che influenzano questa band potrebbe inquinare il giudizio di chi legge e sminuire la portata di certi brani. L'asso nella manica dei Dogma sta senz'altro nelle parole, nei momenti più melodici, mentre nell'aggressività ostentata di alcune aperture si sfiora il già sentito e l'imitazione. Soppesando i vari elementi a disposizione dopo numerosi rewind, "Sospesi" è senz'altro un disco finemente lavorato, forgiato per piacere alle masse, ma derivativo, ed è questo suo - unico vero - difetto che non lo rende indimenticabile.  

mercoledì 23 marzo 2016

Alfonso de Pietro - Di Notte In Giorno (Autoproduzione/Egea, 2016)

Innanzitutto un inquadramento del personaggio: Alfonso de Pietro si muove da tempo nell'impegno civile. Complice di questa pubblicazione discografica è infatti la celeberrima associazione antimafia LIBERA, che per il disco - interamente finanziato con un riuscito crowdfunding - ha messo a disposizione il proprio patrocinio, a sostegno di una figura, per l'appunto l'avellinese residente a Pisa De Pietro, che sia per motivi lavorativi (tutor nell'ambito della dispersione scolastica, tra gli altri incarichi) che umani è da sempre in prima linea nella difesa di valori etici in ambienti difficili. Musicalmente, tratteggia con arrangiamenti jazz di indubbio gusto e originalità un mondo lirico sicuramente protagonista, finendo nel contenitore della canzone d'autore italiana.
Le cronache musicali lo vedono più volte collaborare con Claudio Lolli, e il fil rouge tra i due è evidente in alcune tematiche affrontate. Sax, pianoforte, rhodes, contrabbasso, flicorno, batteria e tromba svolgono in realtà non svolgono solo la funzione di accompagnamento musicale ma contestualizzano i brani in un universo di musica alta, di ascolto, di ricerca, seppur con interessanti discese nel pop di matrice cantautorale. E' il caso di "Lunga la Notte" o di "La Canzone di Rita", dedicata alla collaboratrice di giustizia trapanese Rita Atria. Inevitabile toccare il tema della memoria, con un brano che si intitola proprio così, accompagnato da un videoclip ispirato sulla responsabilità di conoscere, capire e ricordare la storia recente. Molti momenti ricordano Ivano Fossati, anche nella scelta di alcuni passaggi testuali, mentre alcuni intrecci più complessi ricordano recenti lavori di Bollani. Ciò che si respira nel disco è in realtà un'aura di leggerezza, un mezzo che risulta fondamentale per veicolare messaggi di fatto molto pesanti, mentre un suo difetto potrebbe essere la necessità di ascoltare con un'attenzione che oggi si è persa. Sarebbe in parte un insulto approcciare questo disco in maniera distratta, ma nel duemilasedici l'orientamento medio è un altro. Per molti dei motivi sopracitati "Di Notte In Giorno" è agilmente classificabile anche un disco pop, risulta fresco e attuale, non andando a perdersi nelle sterminate praterie di dischi "impegnati" che lasciano spesso il tempo che trovano in un paese storicamente sofferente di una radicata sindrome da memoria corta. 

martedì 23 febbraio 2016

Elio e le Storie Tese - Figgatta de Blanc (Hukapan, 2016)

Memori di un discutibile e controverso secondo posto nel 1996, Elio e le Storie Tese fino a qualche anno fa, giuravano che non avrebbero mai più partecipato al Festival di Sanremo. Al momento di pubblicazione di questo "Figgatta de Blanc", il Simpatico Complessino è apparso come concorrente al suddetto Festival per ben tre volte. Come riescono, quindi, a mantenere credibilità, nonostante tutto? Semplice: tutte le volte l'hanno fatto a modo loro, senza mai scendere a compromessi e presentando canzoni che nessun altro avrebbe mai avuto il coraggio di portare lì. Così come "La Canzone Mononota" di tre anni fa, anche il pezzo presentato quest'anno, "Vincere l'Odio", è un divertissement in grande stile: si tratta, semplicemente, di una serie di ritornelli in stile diverso tra di loro, uniti senza un apparente filo logico, in modo da suonare come una sorta di medley. Anche se, generalmente, si tende a pensare al ritornello di una canzone come al suo climax, fare una composizione usando solo questo ingrediente offre sicuramente un risultato poco digeribile ad un primo ascolto e, soprattutto, qualcosa di difficilmente definibile come canzone; presentare, quindi, una cosa del genere al Festival della Canzone Italia è stato senza dubbio un atto molto coraggioso!

Contrariamente a quanto accadeva con "Eat the Phikis" e "L'Album Biango", la presenza del Festival di Sanremo su questo album non è così marcata. Il che non deve stupire: mentre, nei casi precedenti, i due dischi erano usciti mesi dopo le loro partecipazioni (consentendogli quindi di utilizzare anche dei frammenti registrati durante il Festival), "Figgatta de Blanc" è stato pubblicato nel bel mezzo della loro partecipazione, rendendolo un prodotto a sé stante. Di conseguenza, "Vincere l'Odio" e "Quinto Ripensamento", traduzione Italiana di "A Fifth of Beethoven", brano di Walter Murphy presente nella colonna sonora di "Saturday Night Fever", presentata durante la "serata cover" del Festival, hanno un senso nel contesto dell'album e non suonano come il suo epicentro. Un'altra canzone già conosciuta è "Il Primo Giorno di Scuola", un solido e divertente rock pubblicato come singolo a Settembre dell'anno scorso, qua impreziosito da un bellissimo arrangiamento di fiati ad opera del maestro Demo Morselli, assente nella versione originale.

E invece, per quanto riguarda i pezzi nuovi? Beh, musicalmente, l'album è uno dei più avventurosi della discografia di Elio e le Storie Tese: benché siano da sempre famosi anche per la loro diversità di generi, qui si respira un'aria di freschezza di ispirazione molto alta. Così, accanto al Funky di "Vacanza Alternativa" e al Soul di "She Wants", trovano spazio in maniera assolutamente naturale anche il Rock'n'Roll di "Rock della Tangenziale" (in duetto con J-Ax e completamente diverso dall'altra collaborazione quasi omonima appena uscita, "La Tangenziale") e i ritmi Africani di "Cameroon".  E, a proposito di ritmi: "Ritmo Sbilenco" è un altro pezzo eccellente, una esplicita dichiarazione d'amore al Progressive e alla cosidetta musica difficile (anche se è solo questione di abitudine...), strutturata in maniera multiparte, mentre l'Hard Rock di "Parla Come Mangi" critica il costante uso di neologismi Inglesi, seppur con una certa autoironia, come quando "roast-beef" viene de-tradotto come "manzo freddo cotto". Se, liricamente, "Inquisizione" risulta essere un po' la sorella minore di "Dannati Forever", musicalmente ci porta in sonorità molto Weather Report-iane; "Il Mistero dei Bulli", invece, è più pacata, con degli ottimi cori che ricordano il recentemente scomparso Maurice White. Un discorso a parte merita "Bomba Intelligente" (la cui commovente storia è stata recentemente riportata su Facebook dalla pagina "Francesco di Giacomo - La Parte Mancante"): un bellissimo brano scritto dall'indimenticabile e indimenticato Francesco di Giacomo, storico cantante del Banco del Mutuo Soccorso e dal compositore Paolo Sentinelli; si tratta di un provino di una canzone che lo storico cantante aveva inciso in versione non definitiva prima di morire, qua completato ed orchestrato in maniera professionale ed estremamente rispettosa, sul cui finale si aggiunge anche il violino di Mauro Pagani. Non mancano, però, i soliti pezzi bislacchi e meno riusciti, come "China Disco Bar" e "I Delfini Nuotano", un comunque interessante esperimento nel quale ogni membro del gruppo, eccetto Jantoman, ha una parte vocale, sul finale anche contemporaneamente.

Come al solito, il disco pullula di intermezzi, alcuni veramente esilaranti: si pensi, ad esempio, al finale de "Il Mistero dei Bulli" o all'irresistibile Radio Coatta Classica di Lillo & Greg, ovviamente volta ad introdurre "Il Quinto Ripensamento". Naturalmente, non potevano mancare la solita introduzione all'album (della quale non vi sveliamo il contenuto) e la ghost track: un divertente mash-up tra la base di "Quinto Ripensamento" e la traccia vocale di "Vincere l'Odio", (in)appropriatamente adattata alla situazione.

Elio e le Storie Tese, con i precedenti "Studentessi" e "L'Album Biango", ci avevano presentato sì degli ottimi lavori, ma ci avevano anche abituati ad una sorta di standard (alto) dal quale sembrava non avrebbero più deviato, complice anche il fatto che l'attesa tra un album in studio e l'altro è da un po' di tempo abbastanza lunga. "Figgatta de Blanc", invece, oltre a contenere dei pezzi che musicalmente possono essere tranquillamente annoverati tra i migliori che abbiano mai inciso ("Inquisizione", "Bomba Intelligente", "Cameroon", "Ritmo Sbilenco"), aggiunge anche qualcosa di veramente nuovo alla loro discografia. Oltre all'esperimento di "Vincere l'Odio", è necessario anche far notare come, sebbene Elio continui ad essere il cantante principale, le voci degli altri membri del gruppo abbiano un ruolo più frontale rispetto al solito: oltre alla già citata "I Delfini Nuotano", Faso, Cesareo e Rocco Tanica cantano anche una strofa a testa di "Parla Come Mangi" e, quest'ultimo, è il cantante solista di "She Wants". Anche Vittorio Cosma e Paola Folli, membri non ufficiali ma ormai parte integrante della famiglia EELST, hanno il loro giusto spazio: in effetti, la parte vocale della Folli è uno dei motivi per cui "Ritmo Sbilenco" risulta così riuscita. Spendere parole sulle performance è un procedimento quasi pleonastico, dato che è risaputo che il Simpatico Complessino sia composto da musicisti straordinari, ma segnaliamo l'assolo di basso di Faso su "Inquisizione", il duetto di Cesareo assieme al violino distorto di Mauro Pagani alla fine di "Bomba Intelligente" e la splendida parte di batteria di Christian Meyer in "Cameroon", che vede anche il flauto di Elio in gran lustro. Liricamente, i testi seguono lo stesso filone un po' surreale degli ultimi anni, basato soprattutto su giochi di parole e luoghi comuni della lingua Italiana volutamente ridicolizzati, ed è un modo di scrivere che sebbene sia una naturale evoluzione del loro stile, potrebbe risultare essere poco digeribile da coloro che apprezzavano soprattutto le tematiche demenziali, assurde e molto più spinte dei primi dischi. Ottima la produzione dell'album: l'impasto sonoro, sebbene molto complesso, è perfettamente nitido e ogni componente ha il suo giusto spazio. Oltre al solito Max Costa, si segnala anche il ritorno di Otar Bolivecic (pseudonimo di Claudio Dentes), storico produttore dei primi cinque album di Elio e le Storie Tese.

Di recente, sul sito de Il Fatto Quotidiano, sono apparse alcune dichiarazioni di Elio secondo le quali, il gruppo si sarebbe sciolto dopo l'uscita di questo album, anche se tali voci sono state smentite quasi immediatamente. Ci si augura che si sia effettivamente trattato di un fraintendimento ma, se disgraziatamente non dovesse così, "Figgatta de Blanc" rappresenterebbe una chiusura col botto alla discografia di uno dei gruppi più validi che ci siano mai stati in Italia, spesso tristemente poco preso sul serio a causa della sua (sacrosanta) tendenza a ridersi addosso e a prendere allegramente quello che fa. Questo lo vedremo in futuro: oggi, invece, l'acquisto di questo album è quasi d'obbligo!


Elio e le Storie Tese

mercoledì 13 gennaio 2016

David Bowie - Blackstar (ISO Records, 2016)

A scanso di equivoci: una recensione di questo album era già in programma prima che succedesse l'inaspettato (ma in realtà, inevitabile). Chi scrive, un paio di idee su come dovesse essere questo disco se le era già fatte dopo la pubblicazione dei due atipici, e decisamente molto poco commerciali, singoli "Blackstar" e "Lazarus"; tuttavia, la notizia della morte di David Bowie, dopo solo due giorni dal suo 69esimo compleanno, ha bruscamente posto tutto il progetto sotto un'ottica profondamente diversa. Che il Duca Bianco non godesse di gran salute era risaputo, soprattutto dopo l'attacco cardiaco che lo colpì durante un concerto ad Amburgo, nel 2004. Da allora, Bowie si ritirò dalle scene pubbliche, con solo qualche rara comparsa dal vivo qua e là, qualche incisione in studio e, molto più notevolmente, ben due album: "The Next Day" e, appunto, questo "Blackstar"

Questo lavoro conclusivo di Bowie è, non sorprendentemente, un album cupo, intenso e sofferto. Non poteva essere altrimenti: la sua biografa ufficiale, ha spiegato che nel corso della lavorazione del disco, il Duca Bianco ha avuto un totale di sei attacchi cardiaci. Ma di ciò siamo venuti conoscenza solo ora perché, così come accaduto per il precedente "The Next Day", la lavorazione a questo album venne tenuta segreta fino all'annuncio ufficiale: in effetti, nemmeno tutti quelli che vi hanno lavorato erano a conoscenza del suo stato di salute. Le prime indiscrezioni, però, rivelavano che l'album avrebbe utilizzato una sezione di fiati e un cast di musicisti jazz, qualcosa che molti giornalisti si sono affrettati a tradurre come "l'album jazz di David Bowie". La verità è che, sebbene tali strumentazioni facciano la parte da leone nell'album, si tratta ancora una volta di un disco non facilmente classificabile e, in qualche modo, completamente diverso da tutto ciò che l'artista aveva prodotto fino ad oggi. Chi conosceva bene Bowie, al momento dell'acquisto del disco aveva già ascoltato quattro dei sette brani qua inclusi: "'Tis a Pity She's A Whore" e "Sue (Or in a Season of Crime)" erano già apparse, in versioni diverse, nel 2014 come singolo per promuovere la sua retrospettiva "Nothing has Changed", mentre la title-track e "Lazarus", come già menzionato, sono i due brani scelti come singoli, rilasciati rispettivamente nel Novembre e nel Dicembre del 2015.

Delle due la title-track è forse la meno soddisfacente, sebbene sia comunque un pezzo altamente avventuroso e sperimentale, composto da due sezioni ben distinte: la prima parte è una sorta di ouverture al disco, con un ritmo frenetico sopra il quale la voce elettronicamente modificata di Bowie canta una melodia abbastanza inusuale, mentre la seconda è più pacata e tradizionale. Nel finale, la ripresa del tema della prima parte viene sovrapposto all'arrangiamento della seconda. Sebbene non sia un pezzo di facile ascolto, è senza dubbio un brano notevole e audace. "Lazarus", invece, è più nello stile del Bowie classico e, forse per questo, è la più immediata delle due. Non strizza comunque l'occhio al commerciale, ma, musicalmente, è di sicuro qualcosa che i fan dell'artista apprezzeranno di certo; data l'imminente scomparsa del Duca, è difficile ignorarne il testo ("guardate quassù, sono in paradiso, ho cicatrici che non possono essere viste", "guardate quassù, sono in pericolo; non ho più niente da perdere"), nonché il drammatico video che lo raffigura morente su un letto, fasciato e con dei bottoni al posto degli occhi. Viene quindi da chiedersi se questa sua "classicità" sia intenzionale ma, in ogni caso, musicalmente rimane un pezzo davvero notevole nel quale nessuno dei suoi 6 minuti e 22 secondi è superfluo, con un bel climax e un assolo di sassofono ad opera di Donny McCaslin, ottimo sia nel contesto del brano sia preso a sé stante; se anche "Lazarus" non fosse il testamento artistico di Bowie, rimarrebbe comunque il brano migliore di "Blackstar" e, forse, uno dei migliori della sua intera discografia.

Il resto del disco si mantiene su livelli abbastanza alti. "Sue (Or in a Season of  Crime)" offre un ottimo miscuglio tra un ritmo di batteria acid jazz e il crooning di Bowie e contiene, forse, il riff di chitarra più notevole di tutto l'album, la frenetica "'Tis A Pity She Was A Whore" funziona molto bene come contrasto dopo i 10 mastodontici minuti di "Blackstar" e riesce bene ad allentare la tensione senza risultare triviale, "Girl Loves Me" , assieme a "Lazarus" è, a parere di chi scrive, il brano più notevole: si tratta, forse, della cosa più vicina che Bowie abbia fatto all'hip-hop, con una parte vocale che è al confine tra il rap e il cantato e che, liricamente, si alterna tra Inglese e Nadsat. La costruzione del brano è molto intelligente: sebbene non si tratti di un pezzo particolarmente complesso e utilizzi una struttura abbastanza tradizionale (strofa tesa, ritornello più rilassato e cantabile), non solo non scade nel banale, ma riesce pure a suonare in maniera aliena e inusuale, grazie anche all'arrangiamento e alla scelta dei suoni. I due brani finali del disco, seppur completamente diversi, sono collegati tra di loro tramite un cross-fade. "Dollar Days" è senza dubbio il brano più sofferto del disco, musicalmente e non. Ad una prima lettura, il testo sembrerebbe essere semplicemente una dichiarazione di indipendenza e di freschezza di un uomo conscio di non essere più tanto giovane ma, dopo la scomparsa dell'artista, assume senza dubbio toni più letterali; non si tratta solo del continuo uso della frase "I'm dying to" che, in questo caso, è un intraducibile gioco di parole tra "non vedere l'ora" e "stare morendo": frasi come "se non riuscirò mai a vedere le praterie Inglesi verso le quali sto correndo, non mi importa, non c'è niente da vedere" "sto cadendo, ma non credete nemmeno per un secondo che vi stia dimenticando" messe in bocca ad un uomo morente assumono senza dubbio significati più profondi e tragici, in particolare la prima, nella quale Bowie sembra aver accettato la sua imminente morte, anche se non dovesse esserci un aldilà pronto ad accoglierlo. La conclusiva "I Can't Give Everything Away" si mantiene sugli stessi toni sofferenti, nonostante musicalmente sia un po' più leggera del brano precedente, ed è un'ottima chiusura al disco. Il testo, ancora una volta, a posteriori è facilmente leggibile come la continua battaglia di Bowie contro la sua malattia ed è cantato in un crooning piuttosto riuscito.

"Blackstar" non è un disco di facile ascolto e non è necessariamente tra i migliori di Bowie. Detto questo, si tratta di un album diverso dagli altri 24 pubblicati dall'artista e, a causa del suo stato di salute, uno particolarmente ispirato. Musicalmente, l'album è curato, ben fatto ed elegante. La produzione è affidata allo storico Tony Visconti, collaboratore di vecchissima data di Bowie e al fianco di una innumerevole lista di altri mostri sacri, tra cui T. RexOsibisaGentle Giant e The Stranglers. I musicisti (che includono Ben Monder alla chitarra, Donny McCaslin ai fiati, Jason Lindner al piano, Tim Lefebvre al basso e Mark Guiliana alla batteria), come già detto, provengono quasi tutti da ambienti jazz, ma suonano andando oltre al loro stile e offrono tutti una ottima performance perfettamente funzionale all'album. Come testamento finale funziona decisamente bene e, sebbene si tratti di un lavoro sofferente e cupo, non è lamentoso  o smielato e, molto più importante, piaccia o non piaccia, evidenzia un'integrità artistica non indifferente e non comune a molti altri colleghi. Sicuramente, uno dei dischi più importanti di questo periodo storico e un acquisto obbligatorio per ogni fan di David Bowie.


David Bowie

martedì 29 dicembre 2015

Casablanca - Casablanca (Ostile/Pagani, 2015)


La nuova band lombarda dei Casablanca è tutt'altro che una sorpresa se si analizzano i componenti. Max Zanotti, Filippo Dellinferno, Giovanni Pinizzotto e Stefano Facchi sono nomi che nell'underground tutti conoscono, e anche se sarebbe facile imbottire di citazioni dei loro passati lavori questa recensione noi non lo faremo. 
Questo progetto compatta in maniera discretamente omogenea il rock anni settanta, ottanta e novanta, fonte di ispirazione di innumerevoli formazioni italiane anche recenti, ma risulta in realtà originale la maniera con cui si cerca di forzare verso il pop quella grinta punk primordiale e rozza, con la voce inconfondibile di Zanotti che riporta alla mente - ma neanche tanto - i primi splendidi lavori dei Deasonika. Schitarrate in bilico tra hard rock e grunge, ma anche alternative rock di più recente fattura, linee vocali svolazzanti ma senza barocchismi, ritmiche serrate e marziali, sprazzi di elettronica new wave con uno sguardo sfuggevole al ventunesimo secolo. Questo è "Casablanca" dal punto di vista musicale, ma la vera cifra stilistica sono invece i testi. Tradimenti, inganni, rapporti personali conflittuali, l'oscurità delle dipendenze, che possono essere anche verso sé stessi e ciò che si ama. E' tramite le parole e le metriche con cui i testi sono messi in musica che si riesce a comunicare esperienze di vita ma anche di non vita, in sospensione tra quello che si vorrebbe avere e quello che già si è perduto. "Non So Mai Dirti Che..." è il momento italiano per eccellenza, anni '90 senza strizzare l'occhio a nessuno dei soliti (Marlene Kuntz, Afterhours, che sono però ampiamente richiamati in "La Percezione di un Addio"), anche perché le sonorità dei Casablanca contemplano mirabilmente il rock americano. Il singolo "Gelido" ne è un chiaro esempio, con quei delay sbarazzini che paiono un'involuzione mainstream di alcuni riff dei Jesus Lizard, artefatto ma abbastanza sofisticato ed energico da diventare necessario preambolo di un album che medierà sempre, per tutte le undici tracce, tra veemenza e dolcezza. "Il Cielo delle Sei" per pochi secondi ricorda Francesco Renga (il ritornello ovviamente), ma tutto il resto è un'esplosione di colori caldi e rabbia repressa che funziona molto bene. 

Chi scrive recensioni vorrebbe sempre sentire qualcosa di originale, e chi compone musica pensa a sua volta di essere unico e inimitabile. E se invece per ottenere un bel disco bastasse non pensare a queste cazzate? Un ottimo lavoro, fresco, ma soprattutto spontaneo. 

martedì 15 dicembre 2015

NUDi - LAmiaFAVOLA+BELLA (Nudidautore, 2015)


Francesco Saverio Nudi, in arte NUDi, è un cantautore cosentino, già parzialmente noto nel circuito indipendente italiano e accostato spesso a nomi di rilievo del panorama mainstream, avendo avuto l'opportunità di aprire concerti di molti artisti importanti e di godere di una buona esposizione radiofonica.

Questo lavoro, "LAmiaFAVOLA+BELLA", pubblicato per la label di sua proprietà Nudidautore, appare un disco in equilibrio precario tra un cantautorato italiano di vecchio stampo, roba trita e ritrita rinvenibile in almeno tre decenni sanremesi, e un pop/rock che si tuffa invece in guizzi swing di gran classe, complici alcune sezioni di fiati molto presenti che arricchiscono gli arrangiamenti, esponendo anche le sonorità più retrò (principalmente anni '80) ad una modernizzazione a suo modo caratteristica. Molto fini le liriche, a volte aspre e mordaci nella loro originale bizzarria ("La Ninna Nanna dell'Uomo Nero", o la più standard ma d'impatto "La Storia di Precario Impertinente", l'immancabile momento di impegno sociale), in altre occasioni struggenti lamenti con un sottotesto amoroso onnipresente che ricorda fin troppe opere altrui ("Tu 6 Me", "Miraggio di Te"). Con l'apertura affidata a "Frequenza di una Stella", sporcata di un'interessante venatura new wave, il disco raggiunge un livello sicuramente sopra la media, con l'aiuto di una scrittura, sia testuale che musicale, matura e frutto di penne e strumenti ben oliati. La scelta di un titolo banale, e di questa inusuale (ma mica tanto) alternanza di maiuscoli e minuscoli nei nomi delle tracce e del disco, potrebbe sviare l'attenzione di chi non ha intenzione di ascoltare un brano per la sua musica (e purtroppo sono tanti), ma sicuramente merita più di qualche considerazione. Trovata un po' eccentrica "Se Fossi Dio", rivisitazione del più celebre sonetto dello stilnovista Cecco Angiolieri con screziature vocali à la Enrico Ruggeri. "Musica Dentro" è la ballata più evidentemente "italiana" di tradizione, ma non risulta tra i brani più sensazionali.
Nulla di sorprendente, ma quando si è sé stessi si trova sempre il modo di comunicare originalità e personalità, visto quanto singolare è diventato - di questi tempi - non imitare nessuno.

lunedì 28 settembre 2015

Alessia Luche - Talent Show (Bazee Records, 2015)

Con la produzione di Eugenio Ciuccetti, accompagnato come da copione da Raffaele Rinciari, la giovane cantautrice lombarda Alessia Luche si ritrova catapultata nel mondo del pop d'autore in maniera fulminea. "Talent Show" è difatti un disco molto fresco, in perfetto equilibrio tra i linguaggi che il pubblico italiano "di massa" è abituato ad assorbire quotidianamente dalle radio e quelle velature swing, jazz, funky, ma anche world music che la Bazee Records ha trasformato in un marchio di fabbrica. La voce è la vera protagonista, sovrastando gli arrangiamenti curatissimi con quelle linee melodiche di rapido impatto che tanto piaceranno ai meno colti. I più avvezzi al songwriting di estrazione alta percepiranno invece come preponderanti gli svolazzi degli strumentisti, tutti nomi ipernoti e di grande professionalità, in grado di dare ai brani una costruzione mai banale ma al medesimo tempo renderli scanzonati, allegri, per un gradimento ad ampio raggio.
"Trasformazioni di Me" è un pezzo perfetto come singolo, catchy, leggero, leggiadro, ma contemporaneamente incalzante e scatenato. "Io Vivo Nella Musica" è in tutto e per tutto una canzone di derivazione black, con i fiati a farla da padroni. Il picco più alto è però la meravigliosa cover di "At Last", prendendo come punto di partenza la versione del 1961 di Etta James, dove la brianzola duetta con la cantante ungherese Erika Kertesz, in uno splendido intrecciarsi di questi due timbri quasi contrastanti. Un elogio va fatto anche alla durata, non eccessiva, che permette di arrivare in fondo ai nove pezzi senza avvertire quel senso di pesantezza che sarebbe sembrato scontato con un minutaggio maggiore. 
E' un esordio stiloso, certo non adatto solo ad ascoltatori ad Alessia coevi, ma con riferimenti anche alla musica popolare italica che poco si è evoluta dagli anni settanta in avanti, diventando riconoscibile nel mondo proprio per dischi come questo. Che essere stata silurata da Amici di Maria de Filippi le abbia giovato? Questo ce lo dirà il futuro. Intanto "Talent Show" è un lavoro onesto, non troppo patinato, di classe, aperto a dinamiche più moderne che già si intravedono e che potrebbero ringiovanirne il sound con ottimi risultati.