giovedì 20 aprile 2017

Margherita Zanin - Zanin (Platform Music, 2017)

"Zanin" della savonese Margherita Zanin è una recente uscita discografica di Platform Music, etichetta indipendente lombarda nuova di zecca. Una pubblicazione non attualissima, che soffre un po' per le influenze antiquate (blues, canzone d'autore italiana fuoriuscita delle prime edizioni di Sanremo, rock folkloristico statunitense), un po' per l'alternanza linguistica inglese-italiano che continua ad essere sempre più canonica nei lavori di artisti particolarmente giovani, vuoi per la maggior consapevolezza nell'uso della lingua anglosassone, ma anche per quella visibile confusione identitaria che permea un po' tutto il mondo musicale odierno nel nostro paese, più teso ad imitare che a creare. A sopperire alle mancanze causate da queste debolezze, intervengono il calore della voce dell'interprete, la precisione chirurgica di alcuni innesti strumentali, gli arrangiamenti generalmente azzeccati e ben concepiti. Nell'eterogeneità del prodotto, che rimane evidente nonostante ogni singolo pezzo sia ben oltre la sufficienza, spiccano momenti tra loro collegati  da una sana matrice emotiva ("Piove", "Travel Crazy"), ma anche una sorprendente attualizzazione di "Generale" di Francesco de Gregori, pallino di molti negli ultimi decenni ma pane per i denti della ventitreenne Margherita, che la fa sua in una maniera del tutto originale. 

Ciò che non si capisce di questo lavoro è la finalità, l'obiettivo. Si vuole fare pop, richiamando l'esperienza ad Amici, oppure si vuole stupire con un prodotto underground? Il risultato è borderline, ondivago, galleggiante tra i due estremi, e ciò lascia spazio ad un giudizio un po' ambiguo: da un lato, i cenni ad un'evidente formazione blues ci fanno sentire ed apprezzare una Janis Joplin dei nostri tempi, dall'altro i brani più acustici come "You're Better Out" non riescono ad emozionare. 
In ogni caso, viste le virtù tecniche di questa ragazza, è possibile vedere molto di più nei futuri dischi, e un album come "Zanin" può trovare posto nelle discografie di molti fanatici di tutto quello che sta in mezzo tra Celentano, la Vanoni, Bob Dylan e Patti Smith.

mercoledì 5 aprile 2017

Michele Cristoforetti - Muoviti (Stivo Records, 2016)

Michele Cristoforetti è un nome pressoché sconosciuto nel panorama musicale italiano, ma non sconcerta nessuno reperire nel suo "Muoviti" una professionalità degna di artisti ben più navigati. Il suo è un cantautorato semplice, genuino, confezionato meticolosamente nei suoni e nelle parole, impreziosito da inflessioni dialettali trentine nella pronuncia che gli donano un'aria di spontaneità non indifferente. Dove non arriva a stupire è invece negli intenti di essere pop, un'urgenza espressiva evidente in molti punti della tracklist ma che sembra forzata, tradendo forse la vera ubicazione di genere che potrebbe essere la canzone d'autore classica à la Francesco de Gregori (di cui troviamo una timida ma convincente reinterpretazione di "La Storia Siamo Noi"). 
Il brano più pregno di sonorità rock tradizionali è il singolo "Sigaro Cubano", che vede anche la partecipazione alla chitarra di Maurizio Solieri, forse incidentalmente il momento più gioioso, divertente e spassionato, anche grazie alle influenze ska. Un altro pezzo degno di nota è "Il Mio Tempo", al primo ascolto già martellante, una profonda analisi interiore di spessore autobiografico. La rivisitazione di "Gente Metropolitana" di Pierangelo Bertoli, ultima delle due cover presenti nel disco, stupisce per la sfacciataggine e la leggerezza con cui si appropria della grande voce dell'interprete di "Sera di Gallipoli" e "Povera Mary", riuscendo a rendergli onore e a non risultare né un imitatore né un wannabe delirante. 
Il missaggio del disco, affidato al conterraneo Jacopo Broseghini dei Bastard Sons of Dioniso, è tagliente e preciso, forse un po' da smussare sulle frequenze alte, ma comunque azzeccato per la tipologia di prodotto. I contenuti molto intimistici lo rendono un album, come già dicevamo, non troppo radiofonico, ma nella scrittura Cristoforetti dà il meglio di sé e se qualcuno si ricorderà di questo lavoro sarà proprio per le parole.

domenica 2 aprile 2017

Rossella Aliano - Blood Moon (Autoproduzione, 2017)

"Una Statua sulla Cattedrale". Citiamo subito il pezzo più classico e tradizionale nel lavoro della siciliana Rossella Aliano, anche perché l'unico, al netto di inflessioni dialettali e riferimenti espliciti, a rivelare la provenienza della cantautrice. Il disco, in verità, ha pochissimi tratti siculi e mediterranei, e vira più verso una musica d'autore moderna, sporca di elettronica, lasciando da parte le influenze più folk, da decenni tipiche dei songwriter di queste terre. In "Ali di Ferro" subentra anche un gusto quasi omerico, una narrativa da epopea, che allontana le sonorità elettroniche sintetiche à la Battiato per rientrare nel mondo del folklore, già circumnavigato dalla stessa Aliano nel suo precedente progetto Liberadante. In generale, il punto forte del disco è sicuramente la virata verso suoni contemporanei, synth, beat, contaminazioni interessanti e che sferzano via il sentore di essere di fronte all'ennesimo racconto di paese messo in musica dal cantastorie di turno. L'interpretazione vocale è ottima, con un unico tasto dolente - la chiusura in inglese - e tantissimi picchi d'intensità. Non virtuosismo barocco ma sentimentalismo, convinzione nel messaggio, emotività. Il singolo "Giuda", come si addice ai brani tipicamente radiofonici, è ballabile, banale, ma rimane in testa, e le soluzioni ritmiche scelte appaiono semplicistiche quanto martellanti ed efficaci.
"Blood Moon" pecca di mancanza di entusiasmo, di dinamiche, di saliscendi emozionali. Risulta un po' piatto, anche nelle scelte estetiche extra-musicali, ma in ogni caso si presenta come un pacchetto interessante, sicura anticamera di qualcosa di più denso e concreto. 

Charlie - Ruins of Memories (Incadenza, 2017)

"Ruins of Memories" di Carlotta Risso, aka Charlie, parte azzoppato da un titolo leggermente maccheronico, anche se meno della media e con dalla sua parte un'aura di evocatività. Del resto, chi sa l'inglese in Italia? Detto questo, il prodottino della giovane cantautrice genovese trasuda freschezza e genuinità post-adolescenziali, pur con un pesante fardello ideologico che sembra fare capolino dietro gli arrangiamenti più americani: portare in Italia il folk, il country e la musica d'autore statunitense senza farla sembrare né derivativa né scopiazzata. Il risultato è un po' a metà strada, ma sarebbe indelicato parlare di un brutto lavoro.
I punti di forza sono sicuramente l'immediatezza e la spontaneità dei brani. Si perché questo "RoM" è in grado di rimanere in testa già dal primo ascolto e per quasi tutta la sua durata, in particolar modo i ritornelli e le linee vocali che si sforzano di più di uscire dagli stilemi stereotipati dei generi affrontati ("Cigarette", "Superior"). Il range di suoni e di stili è molto ampio, a tratti quasi bizzarro, ma i momenti migliori sono quelli folk ("Ash and Arrow"), complice un'interpretazione impeccabile di tutti gli strumentisti.
Dove non arriva a stupire, Charlie ha dalla sua una personalità forte e un songwriting maturo, sebbene nel complesso il disco lasci un po' l'idea di aver ascoltato i Cranberries di "No Need to Argue" con un po' di Bob Dylan e Deborah Allen. E' un po' difficile, solo con questo materiale, capire se ci saranno evoluzioni di portata storica o dischi-replica che lasceranno il tempo che troveranno, ma per adesso la Risso se la scampa con una buona sufficienza complessiva, e un certificato d'eccellenza per quanto riguarda la sua vocalità. 

venerdì 17 febbraio 2017

Karbonica - Quei Colori (Zimbalam, 2016)

Sono già parecchi anni che il panorama musicale siciliano sembra vivere un proprio Rinascimento, con progetti di diversa estrazione e tipologia, uniti però dalla cura al dettaglio e sicuramente da una tendenza alla contaminazione. Sarà l'aria che si respira nella provincia dell'impero, in un'isola caleidoscopica ma insieme cupa, lambita da venti africani che ne influenzano finanche i connotati culturali, ma ciò che esce da questa terra così lontana dal Nord iper-industrializzato è sempre più sovente sinonimo di qualità. In merito ai Karbonica, bastano artwork, definizione dei suoni, precisione del mastering e strategie promozionali selezionate a capire che ci sono dietro ragazzi con la smania di raggiungere un obiettivo, insomma, di spaccare. 
Addentrandoci nell'analisi di questo "Quei Colori", ci imbattiamo subito nella sua struttura monolitica, dieci brani diretti al cuore, intensi, con pochi momenti di distensione ben piazzati a sciogliere i nervi. Liricamente, si tende al testo impegnato, ma senza eccessi populistici o pomposi, come sa mettere in musica in maniera impeccabile solo un nativo di queste terre ("Pezzo d'Africa", "La Tua Rivoluzione"). Sonorità piuttosto moderne ("Ti Racconterò", "Scappo Via") attualizzano un sound tendenzialmente piantato fermamente negli anni ottanta (la title track, che può ricordare i primi Diaframma o Litfiba, ma anche "La Tua Città"). I Karbonica, comunque, funzionano meglio quando tentano di avvicinarsi ai costumi musicali degli ultimi tempi, abbandonando i linguaggi grunge, hard rock e new wave. Questo è fondamentalmente il loro limite (anche un po' il look à la primi Timoria), lasciando trasparire che con una bella operazione di sacrosanto ammodernamento potrebbero trovare il loro posto fisso nell'olimpo dell'alternative/indie rock italiano, uscendo dalle retrovie. Per ora, sembrano aver paura di saltare dal trampolino, sebbene in tribuna gli astanti siano tutti sicuri delle loro possibilità.  

mercoledì 8 febbraio 2017

My Escort - Canzoni in Ritardo (autoproduzione, 2017)

"Canzoni in Ritardo" è forse uno dei lavori con la copertina più calzante vista nell'ultimo periodo, soprattutto per chi è stato pendolare almeno per un breve lasso della propria vita. Oltretutto, di questo disco dei vicentini My Escort ci sono tracce online che partono dal 2015 e arrivano ad oggi, facendo pensare al titolo come a una specie di inside joke dato che giunge all'attenzione di molta parte della stampa solo due anni dopo.
Addentrandosi nella musica, dove la mano esperta del produttore artistico Matteo Franzan risulta ampiamente percettibile, scopriamo che l'asso nella manica del quartetto è un'effervescente ed esuberante mistura di sentimentalismo e alta cultura musicale, il tutto rimescolato in un pop trionfale, delicato e levigato. Molte le riflessioni sui rapporti interpersonali, ben interpretate dal frontman Alessio Montagna, ottimo anche dietro il piano, evidentemente un tema toccante e affrontato con tatto, come si ode e comprende in "Le Cose Non Cambiano". Da quest'ultima, risalendo a priori la setlist dal basso, raggiungiamo il singolo "Riflessi", sulla fugacità del tempo, rilettura romantica e per certi versi oscura dell'ormai storicizzato concetto del "carpe diem". Uscendo dal sentiero del pop incappiamo con sorpresa nel funk sbilenco ed accennato di "Privé", un fiume in piena con continue punzecchiature mordaci e una forma allusiva di sotterraneo humour nero.

Il disco, di per sé, è confezionato molto bene, sia a livello di suoni che di setlist, mettendo in riga dieci pezzi di innegabile classe in una sorta di crescendo emotivo. Ripetendo doverosamente gli ascolti, si inizia però a perdere un po' di concentrazione, per la monotonia di alcune soluzioni a livello di arrangiamento, che rendendo il linguaggio pop più flebile, disorientando riguardo il vero obiettivo dei compositori. Si voleva vendere o fare un prodotto di qualità? O entrambi?
In ogni caso, ci siamo abituati ad una deludente scarsità di opere discografiche siffatte negli anni dieci e speriamo, dunque, di poter ascoltare altro materiale molto presto da questi ottimi autori.

domenica 22 gennaio 2017

Alea - Spleenless (Luna Rossa Records, 2016)

La cantautrice pugliese Alea, nome d'arte di Alessandra Zuccaro, esordisce sulle scene con "Spleenless", un'opera di una maturità quasi contrastante con l'età anagrafica ed artistica, vocalmente in bilico tra il pop e il soul della Winehouse ma, anche qui come la compianta autrice di "Rehab" e "Back To Black", con frequenti capatine nel jazz, nel ragtime, nel blues, complice la mano esperta del songwriter e pianista Pasquale Carrieri
Fin dal suo principio, il disco trasuda tutto il retaggio storico del proibizionismo, le notti passati nei jazz club più nascosti di New York, l'amore per la vocalità di Ella Fitzgerald, soprattutto in "Relais?". A completare il quadro intervengono anche brani più leggeri e divertenti, come "Motivetto", utile a mettere allegria in un lavoro principalmente molto noir, alla continua ricerca di sensazioni pulp. "Miss Celie's Blues" è invece la reinterpretazione di una nota canzone di Tata Vega, guarda caso dal Queens, presa dalla colonna sonora della celebre pellicola "Il Colore Viola". La scelta di intercalare una cover in questa tracklist interamente originale risponde alla precisa esigenza, apparentemente insita nel DNA della Zuccaro, di allacciarsi al mondo del cinema con una voce perfetta per lo scopo. 

Alea può sicuramente crescere, esplorando i tasselli più scanzonati del suo repertorio oppure individuando nelle tinte scure la cifra stilistica che ne accompagnerà la carriera. Farà le sue scelte, ma nel frattempo ci godiamo un album di grande classe e che brillerà sicuramente per diversi mesi nei campionari discografici di genere. 

martedì 10 gennaio 2017

Pupi di Surfaro - Nemo Profeta (Autoproduzione, 2016)

"Nemo Profeta" dei siciliani Pupi di Surfaro si presenta, linguisticamente e musicalmente, come un pot-pourri azzardato, una mescolanza eterogenea e per questo assimilabile a quella convintissima avventatezza che spesso annacqua e riduce in poltiglia diversi prodotti folk, world music o popolari nel nostro paese. Per capire dove invece le nove tracce colgono nel segno, occorre guardare prima di tutto al messaggio, o meglio ancora, al modo in cui viene veicolato: liricamente, esprime un universo spregiudicato, inflessibile, disinvolto e disincantato, con un lessico rigido ma spiritoso, brillante, faceto, e non c'è modo migliore di narrare la propria terra e le proprie origini. Oltre al dialetto siciliano e all'italiano, compaiono molte lingue e musicisti provenienti da terre esotiche, come il senegalese Jali Diabate ("'Gnanzou", forse il brano più attuale per i suoi riferimenti alle stragi di migranti in quello che i romani denominarono Mare Nostrum), a collocare questo lavoro in un mondo che è insieme vissuto e documentato, ma anche fantastico ed onirico, storia di amicizie e legami artistici, contemporaneo per i suoni più digitali che costellano i momenti più tradizionalmente folk riuscendo a estrapolarne quella modernità che spesso manca al genere.
Si viaggia con la fantasia per un'interessante commistione di riferimenti biblici in "L'Arca di Mosè", in realtà una sorta di introspezione sui generis sull'incompletezza dell'essere umano. Potente quanto divertente "Kicking the Donkey Style", con protagonista il marranzano, uno strumento idiofono a pizzico che rinveniamo in molte composizioni siciliane, sarde e calabresi, ma anche turche, sintesi di un gusto musicale tipicamente mediterraneo. "Li Me' Paroli" incita al pensiero critico, a non assecondare le logiche di una società che tende sempre più ad omologare i processi di aggregazione e lo svolgimento delle vite private, probabilmente - rischiando il linciaggio, ci permettiamo di avventurarci in un'interpretazione nostra - sottendendo anche una certa diffidenza verso l'iper-capitalismo dei nostri tempi.

Impossibile apprezzare le tante, troppe, sfumature di questo "Nemo Profeta" con pochi e disinteressati ascolti. Per fruire di tutta la sua carica rivoluzionaria, serve un'empatia musicale con il progetto, il che significa volersi divertire ma anche soffermarsi a cogliere i tanti elementi nascosti che colorano ed ammantano testi, titoli, arrangiamenti, rendendolo un prodotto frizzante, al passo coi tempi senza essere modaiolo, caleidoscopico e al contempo autentico.

mercoledì 21 dicembre 2016

Frank Zappa's continuing voyage into the twilight realm of his own secret thoughts




Fintanto che questo blog continuerà ad esistere, Dicembre sarà sempre un mese dedicato a Frank Zappa. Chi segue questo sito sa bene, infatti, che da qualche anno ci addentriamo nella discografia postuma di questo straordinario artista che ha lasciato una incredibile mole di materiale, a volte anche perfettamente compiuto e rifinito, consentendo così ai suoi eredi di poter pubblicare una dose massiccia di documenti postumi, alcuni anche di notevole valore musicale oltre che storico. Dall'ultima volta che abbiamo aggiornato questa lista (Dicembre 2014), oltre ad avere avuto finalmente la pubblicazione ufficiale di due documenti da lungo tempo richiestissimi, sono successi diversi avvenimenti degni di nota.

Ahmet, Gail e Dweezil Zappa
Per prima cosa, in ordine di importanza, sicuramente la morte di Gail Zappa, la vedova di Frank, vero e proprio pilastro dello Zappa Family Trust, avvenuta il 7 Ottobre 2015. Gail spesso  si è resa colpevole di alcune scelte controverse, soprattutto riguardanti la gestione dell'esecuzione della musica del marito da parte di terzi, ma comunque ha sicuramente sempre difeso con grande passione l'integrità intellettuale delle opere di Frank. Lo scettro è passato ad Ahmet Emuukha Rodan, il terzogenito dei quattro figli di Frank. Il decesso della dispotica madre sembra aver scoperchiato il vaso di Pandora perché, nei primi mesi di gestione, sono scoppiati diversi conflitti tra la progenie Zappa, con Ahmet e Diva da una parte e Moon Unit e Dweezil dall'altra. In particolare tra i due figli maschi si è accesa una diatriba riguardante i diritti dell'uso del nome Zappa Plays Zappa, il nome della coverband ufficiale; secondo Ahmet, infatti, Dweezil avrebbe dovuto pagare perlomeno una cifra simbolica per poter usare il marchio. Il primogenito, però, non trovando giusto tale trattamento, ha preferito mutare il nome in Dweezil Zappa Plays the Music of Frank Zappa. La polemica tra i due si è spinta a punto tale da coinvolgere anche i mezzi stampa, rilasciando messaggi al pubblico. In seguito questa polemica si è estesa all'utilizzo in sé del nome Zappa.

Alex Winter
Una iniziativa notevole è senza dubbio il documentario "Who The F*@% is Frank Zappa" ad opera del film-maker Alex Winter, previsto ufficialmente per il 2018. Si tratterà del primo film autorizzato sulla vita del Maestro e, come tale, il primo che utilizzerà documenti inediti provenienti direttamente dalla Vault. Essendo molto del materiale presente nell'archivio in stato precario o, comunque, in formati molto fragili, lo ZFT ha pensato bene di ricorrere all'uso del crowdfounding, promettendo premi e esclusivo materiale a coloro che decideranno di contribuire monetariamente, in modo da poter trasferire in digitale il contenuto di più materiale possibile, prima che si deteriori irrimediabilmente. Sfortunatamente, però, la polemica tra gli eredi di Zappa ha coinvolto anche questo progetto: Moon Unit e Dweezil si sono, infatti, dissociati apertamente, alludendo al fatto che la cifra incassata dal kickstarter fosse ad esclusivo uso e consumo di Winter e che a loro, sostanzialmente, non venisse in tasca nulla da tutto ciò.

Joe Travers
Come prevedibile, queste faide interne si sono ripercosse anche tra i fan di Zappa che, in larga parte, si sono avventati su Ahmet, accusandolo di essere ingordo e affetto da cupidigia quanto la madre. Purtroppo, giudicare dall'esterno queste situazioni non è mai facile, sebbene sia sicuramente molto più facile provare empatia per l'artista Dweezil più che per il manager imprenditoriale Ahmet. Entrambi, nelle loro lettere pubbliche (un po' una mancanza di classe, secondo il parere di chi scrive) espongono dei punti validi e, sicuramente, la verità pura la sanno solo loro due: il consumatore può solo basare la sua opinione solo su congetture e sui dati che appaiono in pubblico, spesso molto diversi dipendentemente dal punto di vista di chi li espone. Tuttavia, è comunque necessario spezzare una lancia a favore del terzogenito dato che, nonostante tutte le premesse, la sua gestione, per ora, è sicuramente più rilassata rispetto a quella della madre. Per prima cosa, tutti i vari dischi usciti per la Vaulternative, precedentemente ordinabili solo tramite il sito ufficiale, ora possono essere acquistati anche su Amazon a prezzi più che accettabili, rendendoli così più facilmente accessibili anche per i fan non disposti a spendere cifre esorbitanti. In aggiunta, altro fattore importantissimo, stando alle parole di Steve Feigenbaum, il fondatore della casa discografica Cuneiform Records che pubblica i dischi della Ed Palermo Big Band, una delle coverband che più si trovò a discutere con Gail Zappa per la pubblicazione dei propri lavori, Ahmet usa una linea decisamente più morbida, autorizzando senza problemi l'uscita di tributi alla musica del padre. Inoltre, all'inizio del suo mandato, il nuovo capo dello ZFT ha dichiarato di avere in programma una lunga serie di pubblicazioni, affermando che "si tratta di un ottimo momento per essere fan di Frank Zappa". In effetti, solo nel 2016 sono usciti ben 7 nuovi CD! Insomma, nonostante i vari problemi, sembra che comunque, lo scolaro Zappiano non ci rimetterà e sarà in grado di ascoltare molte nuove chicche, anche perché, il curatore principale di queste uscite rimane il Vaultmeister Joe Travers che, da circa 20 anni, sta facendo un eccellente lavoro in grado di accontentare collezionisti, i fan più esigenti e quelli casuali.  

Ecco i link per chi, prima di addentrarsi in questo articolo, volesse reperire le puntate precedenti. Le analisi cominciano a partire dall'album "The Lost Episodes", pubblicato nel Febbraio del 1996.





Dance Me This (Zappa Records ZR20018)
Data di pubblicazione: 19 Giugno 2015

Dopo anni di promesse, finalmente ecco una pubblicazione ufficiale di "Dance Me This", un album che Zappa completò poco prima di morire, la cui pubblicazione è rimasta in sospeso per motivi non specifici.  Si tratta di un'opera destinata al balletto moderno e comprendente composizioni realizzate per la maggior parte al synclavier, ma danno anche grande spazio a esibizioni di cantanti Tuvani, creando una sorta di "Zappa World Music". Il fulcro del disco sta nella suite in cinque movimenti "Wolf Harbor", molto poco ballabile, perlomeno nel senso popolare del termine, ma molto vicina alla musica del suo mito Edgar Varèse. Tra gli altri brani interessanti, abbiamo la title-track, che contiene un breve ma intenso assolo di chitarra dello stesso Frank, probabilmente l’ultimo eseguito nella sua vita, "Piano", un lungo esercizio per pianoforte molto lontano dai canoni generali della composizione zappiana e, soprattutto, "Calculus": accreditata anche a Todd Yvega, il tecnico del synclavier di Zappa, la composizione è stata realizzata tessendo degli algoritmi su una improvvisazione dei cantanti Tuvani, in modo da creare una base che andasse automaticamente a tempo con gli inevitabili sbalzi di velocità che avvengono durante un’improvvisazione vocale. Il risultato è estremamente instabile dal punto di vista ritmico, ma sorprendentemente compatto all'orecchio. "Dance Me This", come la maggior parte dei lavori dell'ultimo Zappa, è molto denso e maturo, tanto interessante quanto difficile da digerire ai primi ascolti, anche se sarebbe stato sicuramente meglio se fosse uscito contemporaneamente alle opere coeve e non 22 anni dopo, in modo da potergli dare oggi il giusto peso storico e critico. Sicuramente è un ascolto obbligatorio per lo studioso Zappiano, ma anche per l'ascoltatore generico interessato alla musica colta contemporanea. A chi, invece, viene dal mondo strettamente rock, conviene aspettare un po' prima di decidere di affrontarlo.

Voto: 8


Roxy - The Movie (Zappa Records EAGDV050/CD)
Data di pubblicazione: 30 Ottobre 2015

Nel giro di pochi mesi, i fan di Zappa hanno finalmente potuto gustarsi due opere che sembrava fossero destinate a non uscire mai. Il video della serie di concerti al Roxy Club dall'8 al 12 Dicembre 1973, dai quali venne tratto la maggioranza del mitico doppio LP "Roxy & Elsewhere", è stato annunciato per molti anni, ma mai pubblicato. Il motivo, come si è scoperto più avanti, è che Zappa non aveva mai cominciato nemmeno a selezionare quali fossero i pezzi che avrebbe voluto includere in una possibile pubblicazione e che, soprattutto, non tutto il materiale era selezionabile: pare che i difetti tecnici fossero numerosi e che in molte sezioni le telecamere non stessero riprendendo ma fossero semplicemente appoggiate per terra. Finalmente, un film di 95 minuti, più circa 20 di bonus, ha visto la luce nel 2015, editato e co-prodotto da John Albarian e con i contributi audio del Vaultmeister Joe Travers. Il film in sé è spettacolare: le selezioni sono eccellenti (molte sono le stesse take dell'album originale), le performance straordinarie e la qualità video assolutamente incredibile. Si tratta di uno dei periodi più felici musicalmente per Zappa e poter vedere in azione questo gruppo è sicuramente un'esperienza memorabile. In particolare "Be-Bop Tango", che forse su album poteva risultare un po' tediosa, offre un ottimo compendio tra composizione, assolo e partecipazione del pubblico. Oltre al DVD, la pubblicazione offre anche un CD audio con gran parte della colonna sonora, in nuovi mixaggi di Bruce Botnick. Da un punto di vista musicale, tale CD risulta forse un po' fine a sé stesso, perché la maggior parte delle performance contenute sono le stesse che si possono ascoltare su "Roxy & Elsewhere" e sul CD del 2014 "Roxy by Proxy", sebbene i mixaggi di questa nuova pubblicazione siano superiori. Tuttavia, l'intero packaging risulta sicuramente promosso a pieni voti ed è un acquisto essenziale per chiunque sia anche solo minimamente interessato a Frank Zappa.

Voto: 10 (Movie), 8 (Soundtrack)


200 Motels - The Suites (Universal Music Group International/Zappa Records 00824302001929)
Data di pubblicazione: 20 Novembre 2015

Nell'articolo per il ventennale dalla sua scomparsa, mi auguravo che Frank Zappa potesse presto venire considerato come un compositore vero e proprio e che la sua musica potesse, finalmente, venire eseguita liberamente da tutte quelle orchestre specializzate in repertorio moderno. Questa pubblicazione, l'unica postuma non di archivio, va proprio in quella direzione: si tratta della rappresentazione della Los Angeles Philharmonic Orchestra delle 200 Motels suite alla Walt Disney Concert Hall il 23 Ottobre 2013. Da un lato, il collezionista compulsivo potrebbe chiedersi se sia davvero necessario inserire pubblicazioni del genere nella discografia del Maestro. Dall'altro, un'uscita del genere centra esattamente il ruolo che Zappa dovrebbe avere nel mondo moderno e dà un'ulteriore aura di autenticità a questa immagine. L'esecuzione in sé è brillante e molto ben curata, tanto da poter essere considerata un po' fredda in alcune sezioni ("Strictly Genteel") e la componente umoristica, che nell'originale era per la maggior parte improvvisata e, di conseguenza, molto spontanea, è rappresentata in maniera fin troppo meccanica. Tuttavia, considerata l'attenzione che il compositore prestava in vita alle sue opere, non si tratta, necessariamente, di difetti e l'ascolto dei due CD è comunque decisamente godibile. Inoltre, questa rappresentazione ripristina anche alcuni momenti ("Can I Help You With This Dummy?", molte sezioni di "The Pleated Gazelle"...) esclusi sia dal film che dall'album originale per motivi di tempo. Non è un sostitutivo della versione incisa nel 1971, ma chi è veramente interessato al lato colto della musica orchestrale di Zappa può sicuramente considerare l'acquisto di questo doppio CD, sperando che faccia tendenza tra le varie orchestre più avventurose.

Voto: 8



Road Tapes, Venue #3 (Vaulternative Records VR 2016-1)
Data di pubblicazione: 27 Maggio 2016

Terzo volume dei "Road Tapes", contenente due concerti registrati a Minneapolis il 5 Giugno 1970. Filologicamente, si tratta di materiale di estremo interesse: è da questi nastri che Zappa tirò fuori il brano "The Nancy and Mary Music" contenuto su "Chunga's Revenge". Inoltre, si tratta di due tra i primi concerti dei "secondi" Mothers of Invention, contenenti i due cantati ex-Turtles Flo & Eddie. Tale formazione è nota per essere fin troppo contaminata da scenette comiche e battute volgari sulle groupies tanto che, alcuni fan, definiscono questo periodo in maniera dispregiativa come "the vaudeville years". In questa fase, tutto ciò non era ancora così marcato e si tratta, semplicemente, di un gruppo molto solido con due ottime voci soliste. Il rovescio della medaglia è che, a differenza dei primi due volumi, questo "Road Tape" ha una qualità audio che, effettivamente, potrebbe non essere del tutto digerita dai fan più esigenti: i problemi sono dovuti alla cattiva acustica del posto, ad una cattiva microfonazione delle voci e, per quanto riguarda la prima mezzora, all'uso di un nastro già precedentemente utilizzato, causando quindi disturbi audio di vario tipo. Tuttavia, i fan disposti a sopportare questi problemi, si troveranno di fronte comunque a delle ottime performance, soprattutto per quanto riguarda George Duke (tastiere) e Aynsley Dunbar (batteria). I brani da segnalare sono senza dubbio l'"Orange County" medley, "King Kong", "A Pound for A Brown", "Sleeping in a Jar", "The Return of the Hunchback Duke", una versione in fase di costruzione di "Chunga's Revenge" (qua ancora intitolata "The Clap") e "Justine", una divertentissima cover di un brano rock'n'roll di Don and Dewey del 1958.

Voto: 7,5


The Crux Of The Biscuit (Zappa Records/UMe ZR 20020)
Data di pubblicazione: 15 Luglio 2016

Finalmente, dopo sei anni di attesa, esce il quarto Project/Object che, come suggerisce il titolo stesso, rappresenta "Apostrophe (')", complessivamente il diciottesimo album di Zappa ed il primo ad avere un buon successo di vendita anche presso il pubblico mainstream. La prima parte del CD è costituita da un intero lato alternativo montato da Zappa nel 1973 durante la lavorazioni di "Apostrophe (')". Sebbene tre dei quattro pezzi presenti in questa costruzione siano in seguito stati inclusi nella versione ufficiale del disco, nessuno di loro è esattamente identico. I più interessanti sono "Uncle Remus" che, rispetto alla versione definitiva, presenta una strofa in più, un breve assolo di organo di George Duke e alcune splendide armonie vocali di Tina Turner e le Ikettes in seguito rese inaudibili su disco e la title-track, qua più lunga di ben quattro minuti rispetto alla versione ufficiale. Un'altra sezione di questa pubblicazione è dedicata alla costruzione di una composizione intitolata "Energy Frontier", nella quale è presente anche Jack Bruce. Si tratta di materiale degno di nota, se non altro, perché collega due composizioni di Zappa apparentemente slegate tra di loro: il tema è, infatti, semplicemente una early version di "Down in De Dew" e la sezione identificata come il bridge, in seguito, sarebbe diventata la title-track. In effetti, ascoltando attentamente le due composizioni, si notano diversi punti di incontro, apparentemente inaccessibili se non vengono fatti notare prima. Se da un lato, questa parte del disco è musicalmente un po' sconclusionata e incoerente, dall'altro, l'assolo di Frank nel "bridge" è brillante e andrebbe ascoltato almeno una volta. La versione dal vivo della "Yellow Snow" suite qua presentata, registrata a Sydney il 24 Giugno 1973 e antecedente alle session del disco, invece, è un momento che soddisferà sicuramente tutti. Compariamo questa versione estesa e senza tagli con la "Australian Yellow Snow" che compare su "One Shot Deal", registrata esattamente il giorno prima e rimontata da Zappa stesso. La versione "ufficiale" editata da Frank risponde di più ai requisiti che lui stesso pone in un'intervista presente su questo CD, nella quali definisce l'intera suite come qualcosa che si avvicina molto ad una "comedy routine" e, infatti, si concentra quasi interamente sulle parti vocali improvvisate e sulla storia demenziale narrata nel pezzo, togliendo quasi ogni frammento musicale complesso presente nell'originale. Per contrasto, la versione completa qui presentata, suona di più come una composizione completa e di ampio respiro: si ascolti, ad esempio, la sezione che comincia con "St. Alphonzo's Pancake Breakfast" nella quale l'elemento comico della suite passa un po' in secondo piano lasciando spazio ad alcune mirabolanti performance virtuosistiche che culminano in uno spettacolare e frenetico hard rock cantato dal fiatista Sal Marquez. Questa intera parte è stata eliminata in "Australian Yellow Snow", rendendo, quindi, il tutto molto più statico e difficilmente assimilabile da coloro che non trovano particolarmente buffe le disavventure del piccolo Eschimese Nanook alle prese con la tossica neve gialla. Il disco contiene anche alcuni frammenti di session sparsi che, sebbene siano rivolti soprattutto ai collezionisti più arditi, racchiudono comunque alcuni momenti di grande qualità. Si tratta di una pubblicazione di estremo interesse per coloro che amano l'album, dato che lo integra bene senza raschiare il fondo del barile. La qualità sonora è eccellente: i pezzi mixati nel 2014 da Craig Parker Adams sono stati realizzati con grande cura e il mastering generale lascia respirare molto bene la musica. Il difetto principale di questo CD è, ovviamente, la sorprendente e inspiegabile assenza di "Stinkfoot", il pezzo centrale di "Apostrophe (')", nonché quello che ha dato il titolo a questa raccolta. Per il resto: altamente consigliato!

Voto: 8,5


Frank Zappa For President (Zappa Records/UMe ZR 20021)
Data di pubblicazione: 15 Luglio 2016

Sicuramente, questa è una pubblicazione che mira a rendere chiaro una volta per tutte che Frank Zappa era un compositore e non una semplice rockstar. I brani per synclavier "Overture to Uncle Sam", "Amnerika", "Medieval Ensemble" e "If I Was President",  alcuni presentati qui per la prima volta, sono certamente degli esempi di musica seria e contemporanea che nessun altro a parte Zappa avrebbe potuto comporre e costruire. Il CD contiene anche un paio di pezzi dal tour del 1988, probabilmente inclusi per giustificare il tema politico di questa compilation: "When The Lie's So Big" e un arrangiamento sorprendentemente serio e non ironico di "America The Beautiful". Secondo chi scrive, però, la cosa migliore contenuta nell'intero CD è il remix di "Brown Shoes Don’t Make It", il primo vero capolavoro di Zappa, presente sul secondo album dei Mothers of Invention: "Absolutely Free" del 1967. Questo secondo mixaggio, risalente al 1969, è molto più nitido e dettagliato di quello ufficiale che, invece, soffre di un po' troppa compressione, probabilmente dovuta al fatto che il pezzo contiene un po' troppi elementi che, con le limitazioni tecnologiche degli anni '60, risultano letteralmente schiacciati nell'immagine sonora. Inoltre, l'intero pezzo sembra essere stato ricostruito in molti punti, generando quindi molte interessanti differenze. Una traccia eccellente che consola almeno parzialmente dall'assenza di un Project/Object di "Absolutely Free". "Frank Zappa for President" è diretto soprattutto a coloro che considerano Frank Zappa qualcosa di più di una semplice divinità del rock ma, comunque, anche coloro che si apprestano ad ascoltarlo, devono conoscere già abbastanza bene la sua musica. Inoltre, sebbene il materiale contenuto sia tutto di alto livello, ogni pezzo funziona meglio individualmente che nel suo contesto, rendendo l'ascolto generale un po' stancante.

Voto: 7,5




ZAPPAtite - Frank Zappa's Tastiest Tracks (Zappa Records/UMe ZR 20023)
Data di pubblicazione: 16 Settembre 2016

Semplicemente, una compilation contenente 18 selezioni per avvicinare possibili nuovi adepti al mondo di Frank Zappa. La scaletta, che non contiene nessun inedito, sembra basarsi principalmente su quella della compilation del 1995 "Strictly Commercial", ma offre più varietà, spaziando dalle composizioni più serie a quelle più scanzonate e di satira, mantenendosi comunque su un terreno facilmente digeribile ed assimilabile. Va fatto notare che, con l'eccezione di "Mothermania", attualmente, questo CD è l'unica compilation Zappiana in stampa. Chi scrive non è particolarmente amante di questo genere di operazioni: sarebbe molto meglio addentrarsi piano piano nella discografia e scoprirla cronologicamente. Tuttavia, per un artista così prolifico (persino da defunto), si potrebbe trattare di un'impresa quantomeno titanica, e la scaletta non è per niente male. Inutile, quindi, per il fan sfegatato, ma un buon regalo di natale per chi vuole conoscere il mondo di Frank Zappa.

Voto: N/A



Meat Light: The Uncle Meat Project/Object (Zappa Records/UMe ZR 20024)
Data di pubblicazione: 4 Novembre 2016

In preparazione da anni, questa è senza dubbio una delle pubblicazioni più attese dai fan: per molti, infatti, "Uncle Meat" è da molti considerato il capolavoro dei Mothers of Invention. Questa pubblicazione è suddivisa in tre parti. Il primo CD contiene la versione originale in LP dell'album; quando "Uncle Meat" è stato ripubblicato in digitale, Zappa modificò pesantemente il sonoro dell'album, riequalizzandolo, aggiungendo riverbero e remixando alcune parti e aggiunse ben 40 minuti di spezzoni di dialoghi dal film e la canzone "Tengo Na Minchia Tanta", risalente al 1982 e non in linea con il resto del disco. Queste bonus track non piacquero per niente ai fan, che, in segno di scherno, presto coniarono il termine "penalty tracks". La seconda sezione del progetto, contiene una prima versione del'album, montata nel 1968. Molte delle sezioni del disco nella sua versione finale, sono qua sparpagliate in varie tracce, mantenendo comunque una logica. Per questo motivo, si tratta di una costruzione di estremo interesse che, comunque, oltre ad offrire qualche mixaggio alternativo, include anche alcuni interessanti frammenti dal vivo ("Whiskey Wah""The Whip") che in seguito verranno esclusi dalla versione definitiva. Infine, le ultime 20 tracce consistono in una serie di outtakes varie trovatie nella Vault, tra cui mixaggi diversi, versioni in pre-produzione di alcuni pezzi, field recordings, qualche composizione inedita e varie versioni alternative. Si tratta, probabilmente, della parte più affascinante dei tre CD e, tra le cose da segnalare, abbiamo "Exercise 4 Variant", contenente temi in seguito sparsi per l’intero album (tra cui il "Main Title Theme"), un mixaggio di "Mr. Green Genes" con alcuni bellissimi fraseggi di chitarra solista completamente eliminati nella versione finale e le varie composizioni inedite ("1/4 Tone Unit", "Tango", "Sakuji’s March", "Number 4"). Inoltre, per la prima volta dal 1969, viene finalmente ristampata la versione strumentale del 45 giri di "Dog Breath", nella quale il tema viene eseguito dal sassofono e dalla chitarra. Pur non essendo terribilmente dettagliato, il libretto offre comunque molti elementi di prestigio, tra cui una serie di foto inedite, citazioni sul metodo lavorativo di Zappa e alcune interessanti, ma non molto lunghe, note del polistrumentista Ian Underwood. In definitiva, “Meat Light” è una delle migliori pubblicazioni di archivio di Frank Zappa e, chi ama “Uncle Meat”, sicuramente verrà stregato da questo documentario audio.

Voto: 10



Chicago '78 (Zappa Records/UMe ZR 20025)
Data di pubblicazione: 4 Novembre 2016

Album che racchiude la seconda delle due esibizioni del 29 Settembre 1978 all'Uptown Theatre di Chicago. Oltre a Zappa, la formazione era costituita da Ike Willis (chitarra e voce solista), Denny Walley (chitarra slide, voce), Tommy Mars e Peter Wolf (tastiere), Ed Mann (percussioni), Arthur Barrow (basso) e Vinnie Colaiuta (batteria). Come per la maggior parte delle pubblicazioni Vaulternative, è un concerto che precedentemente non era disponibile ai fan nemmeno tra i circuiti non ufficiali. Si tratta di una performance molto energica che vede uno Zappa particolarmente ispirato alla chitarra e che, per giunta, ha una scaletta piena di rarità, tra cui "21", esercizio ritmico rielaborato l’anno successivo all'interno della versione in studio di "Keep it Greasey" su "Joe’s Garage", "Sy Borg", eseguita pochissimo dal vivo e un bellissimo momento improvvisativo intitolato "Paroxysmal Splendor", nel quale compaiono degli embrioni di "I’m A Beautiful Guy" e "Crew Slut". L’album comprende anche eccellenti versioni di "Yo Mama", "Village of The Sun", "Little House I Used To Live In", "Bamboozled by Love", l’intera "Yellow Snow Suite" e "Black Napkins". Il concerto è presentato in maniera completa, senza alcun tipo di taglio e, a parte alcune brevissimi momenti presi da una cassetta attaccata al mixer, la qualità audio è davvero eccellente, merito anche dell’azzeccato mixaggio ad opera di Craig Parker Adams. Volendo, l'unica critica che possiamo fare a doppio CD è l'inclusione di alcuni pezzi che abbiamo già sentito troppe volte ("Dancin' Fool", "Honey, Don't You Want A Man Like Me?", "Keep it Greasy"), in versioni che nulla aggiungono a tutte le altre. Tuttavia, sarebbe stato scorretto e decisamente non filologico rimuoverli! 

Voto: 8



Little Dots (Zappa Records/UMe ZR 20026)
Data di pubblicazione: 4 Novembre 2016

A distanza di dieci anni, finalmente viene pubblicato il promesso sequel di "Imaginary Diseases", un progetto dedicato al periodo del Petit Wazoo del 1972. La title-track di questo CD era, fino ad ora, l’unica composizione non improvvisata eseguita in quel periodo ad essere rimasta totalmente inedita e, sebbene il suo tema iniziale del pezzo sembri assemblato in maniera casuale e spontanea, la cosa viene smentita dal fatto che venga ripetuto esattamente uguale alla fine del pezzo, e suona molto come qualcosa che non stonerebbe in un repertorio free jazz. La parte centrale della composizione è costituita da jam molto più facilmente assimilabili: in questa versione, tra le varie cose, possiamo gustare un ottimo duetto tra Jim Gordon (batteria) e Dave Parlato (basso) e due eccellenti assolo di Zappa e Tony Duran (slide guitar). Un altro brano significativo di questo tour è "Rollo", le cui varie sezioni verranno in seguito rimaneggiate all'interno di "St. Alphonzo’s Pancake Breakfast" e, esclusivamente dal vivo, come ultimo movimento della "Yellow Snow Suite", con un nuovo arrangiamento cantato. Nel 1972, la composizione cominciava con una sezione cantata mai più ripresa in futuro, per poi proseguire in una versione strumentale dei temi che abbiamo appena citato. In questa esecuzione, il ruolo da leone è senza dubbio di Tony Duran, autore di un ottimo assolo. Una versione di questo pezzo era già stata pubblicata su "Imaginary Diseases" ma, in quel caso, solo la sezione finale era stata utilizzata; questo CD, invece, contiene la versione integrale. Un discorso a parte merita l'ultimo brano, "Columbia, S. C.". Il concerto a Columbia del 5 Novembre 1972 fu uno dei rari momenti in cui Zappa perse il controllo della situazione: qualche minuto prima dell'inizio, il trombettista Gary Barone e il batterista Jim Gordon vennero arrestati per possesso di droga. Invece di annullare l’esibizione, Zappa, con grande spirito di iniziativa, propose a Maury Baker, il batterista dell’artista di supporto (Tim Buckley), di suonare con lui quella sera. La selezione qua contenuta è tratta dal finale di tale concerto e, nonostante le premesse, è di sicuro una delle improvvisazioni più godibili del tour: la prima sezione è molto avanguardistica, quasi un richiamo ai Mothers of Invention degli anni '60, mentre la seconda è molto più melodica e maestosa, con ottime prove chitarristiche di Zappa Duran. Il sostituto Baker, che comunque era già un professionista, se la cava in maniera egregia, offrendo un playing di supporto con molto calore e gusto. Come il suo predecessore "Imaginary Diseases", "Little Dots" è un prodotto che, all'interno del canone Zappiano, risulta forse meno avventuroso e originale del solito ma che, in sé, è perfettamente apprezzabile e certamente di alto interesse per lo studioso. Inoltre, a differenza della maggioranza dei bootleg disponibili di questo periodo, la qualità audio, è straordinaria: non dimentichiamoci che è materiale assemblato, mixato e preparato da Zappa stesso.

Voto: 8,5


A queste uscite, vanno aggiunte le nuove edizioni in vinile di "Cruising with Ruben & The Jets", "Joe's Garage", "Lumpy Gravy", "Weasels Ripped My Flesh" e "We're Only In It For The Money", prese rigorosamente dai master originali analogici e presentate con particolare cura sia nel suono, sia nel packaging. Speriamo in un 2017 altrettanto prolifico, per la gioia delle nostre orecchie e la disperazione dei nostri portafogli!




Potete comprare gli album al BARFKO-SWILL SHOP!



Parte di questo speciale è stato riadattato da alcuni articoli che ho scritto per "Rock by Wild" e "Il Secolo XIX":




venerdì 2 dicembre 2016

Ivan Romano - L'Inventore Saltuario (Arie, 2016)

Approcciare "L'inventore Saltuario" di Ivan Romano non è stato semplice. Un disco colorato, istrionico nella sua propensione al folk, teatrale senza risultare attoriale o artificioso, ma in un equilibrio precario nei toni. Si, perché il cantautore campano sbilancia un po' i toni a favore di narrazioni geografiche, contestuali o di viaggio, come in "Irpinia" e in "Salento", i brani più mediterranei ma anche i più scontati, nonostante la profondità nel riferirsi a terre che sembrano essere parte dell'anima. Tra i suoi riferimenti più evidenti, forse pronosticabili ancor prima di approfondire, si percepisce appena Francesco De Gregori ("Ma è Difficile Farlo", "Vento di Primavera") ma nonostante il carattere forte e deciso di Romano, la sua presenza artistica impetuosa che monopolizza ecletticamente la scena, in un'analisi critica come quella che stiamo facendo non possiamo che spostare l'attenzione verso la musica. In questo lavoro infatti rinveniamo di tutto: blues, musica sudamericana, musica d'autore anni cinquanta, settanta e novanta, jazz e ancora jazz. In ogni cambio di registro gli strumentisti rivelano grandi dinamiche, capacità tecniche notevoli e in grado di liberare il frontman dall'impaccio anche in quei momenti dove la sua voce, per così dire, imbizzarrisce.

Per dare un giudizio definitivo a questa opera, ritorniamo al suo titolo. Chi è un inventore saltuario? E' un lavoratore instabile, malsicuro, in una condizione vacillante, un po' come lo sono tutti i creatori ovvero gli artisti, e in questo periodo un po' tutti gli italiani. Solo collocandolo nel quadro ben preciso della nostra attualità, trova un significato e un'ubicazione socialmente rilevante diventando non solo un disco ma anche una rappresentazione di un mondo.  

domenica 20 novembre 2016

Dedo - Cuore Elettroacustico (Believe, 2016)

Il "Cuore Elettroacustico" di Massimo Dedo è un muscolo cardiaco variopinto, multiforme. Dalle variegate esperienze in tour e in studio con moltissimi nomi tra i più noti della nostra scena (ne citiamo alcuni, Elio e Le Storie Tese, Nomadi, Niccolò Fabi, Arisa) deriva l'eterogeneità, forse risultato delle troppe influenze di cui giocoforza il suo percorso musicale è imbevuto, mentre la precisione chirurgica nel suonare e comporre è senz'altro diretta conseguenza del suo passato da orchestrale, tra gli altri con il maestro Riccardo Muti e al Festival di Sanremo.
Prima di tutto, Dedo - così lo dobbiamo chiamare - è un trombonista, e risulta strano, ma non troppo, che questo strumento non sia l'elemento essenziale del disco. In "Piango alla TV", Faso ruba la scena all'autore principale di questo lavoro, ma uno dei momenti più incisivi di questo album è "Il Ballo del Maiale Ingrifato", conclusione ironica, dalla costruzione tortuosa ma saggia, in definitiva un viaggio strumentale che ha molto da dire. 
Il funk e lo ska, sparsi senza pretese lungo tutto il disco, ci donano le porzioni più divertenti e simpatiche, con una virata surf sferzante e malinconica solo in "Inverno Maledetto", eccellente dimostrazione di caparbietà autoriale. Max Gazzè in "Taggami il Nervo dell'Amore" disperde energie positive con il suo basso e la sua voce, duettando con Dedo in un episodio - di questi tempi immancabile - di satira moderna, con obiettivo i social network e l'uso che se ne fa. 

Non è un disco di cui viene naturale discutere a lungo. Scivola liscio, tra una risata e una lacrima, appena scolorito da una produzione freddina, modernizzata in maniera imprecisa con il risultato opposto. In ogni caso, non si può parlare di un lavoro anonimo, grazie alla presente e pregnante personalità di Dedo, che riesce a lasciare il segno e dare un'immagine sempre più completa del suo essere artista.  

domenica 6 novembre 2016

Pier Mazzoleni - Gente di Terra (autoproduzione, 2016)

Se ci dessimo l'obiettivo di individuare una lista dei mali emblematici del popolo italiano, anche lasciandoci alle spalle gli stereotipi e i pregiudizi da bar, non potremo mai trascurare e misconoscere l'assenza di un'identità comune. La patria esiste solo nominalmente, mentre è indiscutibile la presenza pervasiva di un campanilismo profondo e radicato che sovente sfocia in una sorta di "razzismo interno", tra nord e sud, tra regioni, province, comuni, infine tra quartieri della stessa cittadina. "Gente di Terra" discorre anche di questo, e il cantautore bergamasco Pier Mazzoleni, giunto al suo quarto sforzo discografico, utilizza un italiano accurato, forbito e riverente verso la medesima madrepatria cui molti - troppi - italiani rivolgono un debole o addirittura striminzito spirito di appartenenza. 
Entrando nel merito, l'album è più forte liricamente che musicalmente, e laddove è considerevole l'influenza dei cantautori italiani, lo è invece meno la devozione ad un universo, a un genere ben determinato. Si passa da arabeschi in bilico tra flamenco e farruca ("Dolce Maddalena") al violino Irish su folk toscano (la Bandabardò ha un influsso sicuramente consistente per "Il Terrorista Jo"), senza disdegnare capatine nel pop beatlesiano più etnico, nel jazz in salsa ragtime e infine nei tipici quattro accordi della canzone d'autore nostrana.  Di difficile comprensione la scelta di includere segmenti cantati in altre lingue, come il portoghese della pre-conclusiva "Cambiamento", ma i riferimenti geografici e culturali di questo lavoro sono talmente abbondanti ed eccentrici che tutto viene assorbito come simbolismo, scelta stilistica prodigiosa, frutto di un'erudizione ineccepibile. 

In linea di massima, non è indelicato asserire che di dischi come "Gente di Terra" ne abbiamo sentiti parecchi negli ultimi decenni. Mazzoleni però, contaminato da un terreno musicalmente iper-fertile come la bergamasca, colpisce per l'essere personificazione dell'artista a trecentosessanta gradi, teso a guadagnare la massima ampiezza del ventaglio delle scelte artistiche senza mai uscire da un'identità ben definita e tratteggiata con mano ferma. Lo aspettiamo alla quinta prova con enorme curiosità. 

domenica 23 ottobre 2016

Lisa Giorè - Le Vie dell'Insonnia (Volume Records/Boxtune, 2016)

Volume Records si presenta come una società di servizi, un'etichetta moderna che guarda al futuro, e lo fa - per il disco di Lisa Giorè e molti altri artisti - in simbiosi con la startup italiana di recente creazione, Boxtune. "Le Vie dell'Insonnia" della giovane cantante senese (e bassista "per ripiego", dice lei) prende più importanza anche analizzando il suo contesto promozionale, poiché si tratta di un lavoro di stampo tradizionale e per certi versi rischioso, e di questi tempi molta parte del successo di un disco lo decide come viene lanciato e da chi viene sostenuto.
Entrando nel merito, si tratta di canzone d'autore all'italiana, condita solamente da qualche pizzico di modernità sotto forma di striature elettroniche appena accennate, e trae la sua forza sicuramente da elementi altri rispetto alla musica strettamente intesa. Nonostante i validi musicisti e i tratti folk, swing, jazz, con vere e proprie divagazioni a cavallo tra Bob Dylan e Duke Ellington, stupiscono più le parole delle note, con testi scritti in maniera eccezionale, con una capacità comunicativa, una profondità e al contempo una leggerezza di rare fattezze. In alcuni momenti più eterei può ricordare certi lavori della prima Carmen Consoli, La penna di Lisa svolge in continuazione la tensione come un gomitolo, ricomponendola poi in un'atmosfera trasognante e in sospensione (i due concetti, agli antipodi, sono sintetizzati alla perfezione dal primo e dall'ultimo brano, "Lo Stato Attuale delle Cose" e la ballad psichedelica "L'Effetto del Vento"). Colpisce con foga il testo di "Parlo Di Te", dove le persone diventano "attori tremendi", mentre manca parzialmente di mordente rispetto al tema trattato la cantilena "Aria di Tempesta".

Raccogliamo e diamo un ordine sistematico a quanto detto. Liricamente, Lisa Giorè vince a mani basse sul resto delle componenti del disco. Musicalmente, non spicca nessuno ma gli arrangiamenti brillano comunque di luce propria, seppur mai troppo abbagliante. Nessuno dei dieci brani risulta più debole di altri, in un equilibrio complessivo che non può che impreziosire il prodotto. 
Servirà tempo per racimolare ulteriori energie e fare l'opera "definitiva", ma la cantante toscana ha di sicuro, alla prima mano, delle ottime carte. 

domenica 16 ottobre 2016

Niggaradio - FolkBluesTechno'n'roll...e Altre Musiche Primitive per Domani (Dcave Records, 2016)

E' piuttosto inconsueto, seppur non inedito, che la titolatura di una pubblicazione discografica manifesti così pienamente il contenuto e le intenzioni della medesima. Oltre alle pure e semplici denominazioni di genere, che richiamano l'oggetto della materia trattata (folk, blues e rock'n'roll principalmente, mentre per la techno occorrerebbe rimpiazzare il termine con drum'n'bass e ambient, un connubio più adeguato a ciò che abbiamo sentito nel disco), è tanto interessante quanto spiazzante la dicitura successiva: "Altre Musiche Primitive per Domani", ovvero ciò che contemporaneamente notiamo essere una confessione delle fonti e un auspicio per il proprio futuro. Le ibridazioni sono di fatto l'avvenire della musica contemporanea, e i siciliani Niggaradio prendono da questa lezione la linfa vitale per un processo di sintesi realizzato con precisione chimica e moltissimo gusto. "FolkBluesTechno'n'roll...e Altre Musiche Primitive per Domani", pubblicato da DCave Records (al lavoro, tra gli altri, con i Campo Avvelenato e i Saint Lips) snocciola coraggiosamente undici brani, quasi completamente dominati dal dialetto siciliano, perfettamente incastonato anche negli episodi più ritmici sebbene metricamente molto ostico da padroneggiare anche per un nativo. Blues e folk come nei ritmi più hip-hop di Moby e del primo Tricky, accessi d'ira viscerale che possono richiamare i beat degli Assalti Frontali, il tutto riconfezionato in una salsa elettronica moderna ed esterofila. A ricondurre alle proprie origini un disco dalla forte vocazione globale, oltre che la scelta linguistica, intervengono le collaborazioni (Cesare Basile, gonfaloniere di una tradizione folk catanese ormai divenuta di tutta l'Italia) e i temi trattati, politici come nei 99 Posse e nei Sud Sound System più impegnati, ma anche più giocosi e a sfondo ironico-caricaturale, à la Caparezza per intenderci, appannaggio sempre più sovente e ragionevolmente di artisti di origine meridionale. 
Quello che può, a tratti, far storcere il naso è la compresenza forzata di troppi elementi, sferzate acide e gigantesche costruzioni melodiche, cantati orecchiabili resi pesanti dalle strutture dei brani, in un'operazione che senz'altro si può ascrivere anche ad una consapevolezza nel songwriting maturata da anni di esperienza, perdendo in realtà un po' di vista l'ascoltatore medio. Tuttavia, il vero artista comunica ciò che sente, e non ciò che altri vogliono sentire. I Niggaradio, arricchiti da quel terreno culturalmente fertile che è sempre stata la zona circumetnea, svolgono la loro funzione di catalizzatori di arte e di personali rielaboratori di musiche antidiluviane "per domani", senza cedere a tentazioni radiofoniche. 

lunedì 10 ottobre 2016

Elefanti - Noi Siamo Elefanti (Autoproduzione, 2016)

Francesco Arciprete e Matteo Belloli (pseudonimi "Shamble" e "Teo") debuttano con questo "Noi Siamo Elefanti" sulla scena nazionale la loro visione del rock italiano, filtrata da quel particolare microcosmo musicale che è sempre stata la provincia bergamasca, prolifica e feconda come poche altre zone del Nord Italia. 
Il power duo Elefanti sembra non temere paragoni e confronti, tanto che i vari numi tutelari vengono posizionati sullo scacchiere composto dai sette brani senza celare nulla, rendendo inutile ripeterli in questa recensione. La cifra stilistica degli Elefanti appare subito la distorsione artificiale applicata alla voce, non proprio robotica ma sicuramente metallica. Un espediente che proviene dagli schemi tipici del garage rock, di fatto, né originale né essenziale alla musica proposta, per quanto non risulti noioso nel ripetersi degli ascolti, sinonimo questo di una funzionalità rispetto ai brani che va rilevata fuori dal recinto dei gusti personali. Coerentemente a ciò, i suoni sono tutti sparatissimi, in un corto circuito di veemenza quasi viscerale che in un certo senso investe come un pachiderma in piena corsa. Questa ultima frase può portare fuori strada il lettore, perché è anche vero che si tratta di power pop, con più di qualche soluzione melodica che svela un'innaturale ricerca dell'orecchiabilità. "Un Po' Conta (Se Vuoi)", dal titolo ammiccante ai comprovinciali Verdena, è in realtà un twist che assieme a "Me Lo Dici Sempre" rappresenta il cuore rock'n'roll del disco nella sua espressione più alta e positiva. 
In generale, le sette tracce tratteggiano un esordio più che dignitoso, che necessiterebbe solo di maggiore maturità. Per capirci, meno soluzioni post-adolescenziali e più elaborazione strutturale. Ma in Italia, bisogna dirlo, siamo abituati a vederci propinare i migliori lavori dopo il primo quindi osserveremo con attenzione la parabola - sicuramente crescente - di questi due ragazzi.