sabato 23 giugno 2018

Rita Zingariello - Il Canto dell'Ape (Volume!, 2018)

A volte il mondo della discografia indipendente risulta ridondante, saturo di proposte tutte identiche, generalmente poco a fuoco. Troppi i dischi che parlano di impegno politico senza le capacità liriche e analitiche necessarie, troppi i dischi che ancora riformulano hard rock e grunge nello stesso modo di sempre, oltremodo esagerato il numero degli imitatori di Bob Dylan che pensano che nominare la Route 66 e Kerouac faccia ancora figo. Rita Zingariello, in totale dissociazione dai tanti artisti mediocri recensiti su queste pagine di recente, presenta una raffinatezza squisita quanto sofisticata, data da una sapiente integrazione tra un sound pop moderno e radiofonico, e le prepotenti contestualizzazioni indie che sono comunque sempre più preponderanti nella nostra produzione nazionale, sia underground che overground
Il termine che più descrive questo "Il Canto dell'Ape" è "delicato": si parla anche di coffee shop olandesi in "Amsterdam" ma con un romanticismo leggiadro e ispirato, così come quel controerotismo soffuso di "Preferisco l'Inverno", che nel messaggio non-convenzionale di preferenza del freddo rispetto alla calura estiva, sovverte un concetto che indiscutibilmente ha stancato, tanto forti e ripetitive sono state le sue riproposizioni dentro e fuori i tormentoni estivi (facendolo però, con sprazzi di flamenco che suonano tanto forzati quanto riusciti, un generoso plus ad uno dei pezzi più riusciti). 
Quando compaiono jazz, musica latina, western, accenni di folk italiano, Rita esprime meglio la sua voce, ed è il caso delle interconnessioni reggae di "Simili e Contrari" o delle incursioni intimiste quasi ermetiche della conclusiva "Risalire", con la sola Zingariello al Rhodes. Il finale di "Ribes Nero", invece, con quei cori quasi spiritual / gospel può cogliere di sorpresa, spiazzare, colpire, ma a ripetuti ascolti non lascia compiutamente un segno, andando a rammollire il pezzo. 

Solitamente sono i dischi più evidentemente "personali" ad assumere quel valore aggiunto di cui abbisognano per uscire dalla palude del già sentito, quando l'artista produce arte nel verso senso della parola, confrontando la realtà che lo attornia con il suo lato privato. Rita sa come scrivere, sa cantare, sa interpretare, e avvalendosi di ottimi musicisti e arrangiatori produce una piccola perla di cui nel duemiladiciotto stantìo di cui sopra sentivamo l'esigenza. 

domenica 10 giugno 2018

Riccardo Maffoni - Faccia (La Pare Music, 2018)

A dieci anni dal precedente "Ho Preso Uno Spavento", ritorna sulle scene italiane il bresciano Riccardo Maffoni, mettendoci la proverbiale "Faccia" per riuscire a rimanere in equilibrio tra coerenza e novità, riuscendo contemporaneamente ad accontentare chi già lo conosceva e a raggiungere certamente più di qualche nuovo proselita. Le influenze sono molto variegate, e questo aiuta ad identificare l'ampiezza del pubblico che si desidera agganciare, o forse solamente i tanti ascolti dell'autore: rock, blues, la combinazione springsteeniana dei due ("Cambiare...") musica popolare italiana, country, beat elettronici ("Mi Manchi di Più"), momenti di follia psichedelica, una linea che zigzagando tra tutta la nostra storia recente congiunge Adriano Celentano e i Subsonica, sbattendo a tutte le curve quando si sofferma ad elogiare/imitare Ligabue, Vasco, il primo Grignani. I contenuti sono ormai uno standard in qualsiasi nuova pubblicazione: impegno sociale, amore ("Le Ragazze Sono Andate" la più originale in questo contesto), autoanalisi, disillusione. Il modo in cui si affrontano gli argomenti, ormai, qui, è sempre lo stesso, e non merita particolare approfondimento neanche in questo caso. ù
Musicalmente, tutti fanno il loro lavoro, ma nessuno spicca. E' come se stessimo ascoltando in loop uno dei qualsiasi dischi rock fotocopia che sono seguiti a "Buon Compleanno Elvis" e "Nessun Pericolo per Te", quando gli anni '90 hanno fatto schiantare nel mare della banalità l'aliante dei Litfiba, che pure qui si sentono.
In sintesi, Maffoni è bravissimo a inserire tutto sé stesso in un lavoro a lungo atteso, ma non si percepisce quell'autenticità che forse ci si aspetterebbe a dieci anni dal precedente disco. 

mercoledì 23 maggio 2018

Inschemical - Inschemical (B Music Records, 2018)

La nostra patria è da sempre percorsa in lungo e in largo da un gomitolo fittissimo di rock band pregne di significato, di stimoli, di sensazioni diverse. Bravissimi nel fare nostro quello che viene da oltremanica e oltreoceano, consapevoli che non siamo allo stesso livello, abbiamo sempre puntato sul contenuto, rendendo originali solo in questo modo progetti come Timoria, Ritmo Tribale, Marlene Kuntz, Afterhours, i Litfiba prima de "Il Mio Corpo Che Cambia", che sono riusciti a fare la storia grazie al trasferimento ineccepibile di concetti e vibrazioni sentimentali. Gli Inschemical all'esordio dimostrano di avere imparato molto bene questa lezione, e si presentano srotolando sul tavolo un progetto intenso, dove ottimi strumentisti non nascondono le proprie influenze (le band citate sopra + qualcosa di leggermente più attuale, ad esempio Negrita, Il Teatro degli Orrori) e le parole scovano tragitti non nuovi ma in ogni caso rilevanti, come Giuseppe Impastato ("Controinformazione") e la guerra vista da entrambe le parti ("La Spirale senza Fine"), addentrandosi invece in terreni meno comuni con la bellissima "Un Nuovo Inizio", che analizza la vita difficile dei padri single. Un ottimo uso delle parole, con solo qualche barlume di banalità che forse meritava un'ulteriore attenzione. 
Musicalmente, non c'è dubbio, la band è ancora acerba, le soluzioni odorano largamente di già sentito, le influenze sono troppo eterogenee, le strutture ovvie.  Il songwriting ne risente in maniera più grave, perché i singoli musicisti dimostrano di avere già le carte in mano per suonare alla perfezione, probabilmente anche dal vivo, e con queste premesse basterà poco per farlo notare anche alla critica. La produzione è pregevole, riesce a far pompare anche i pezzi più debolucci (quelli verso la fine), ma in generale il sound è da affinare, per non farlo risultare né troppo pop (come appare ora), né svogliato. 
La Calabria ha dato i natali a poche band di grande successo e speriamo che gli Inschemical trovino la formula per essere tra i primi, visto che la grinta c'è e il messaggio pure: un po' di studio e il prossimo disco sarà la svolta. 

venerdì 18 maggio 2018

Furia - Cantastorie (Real Music/Keep Hold, 2018)

Tania Furia, cantautrice milanese al suo esordio con questo "Cantastorie", ha un suo personale quadro della situazione sociale ben chiaro in mente, un'analisi che ondeggia tra un'amara presa di coscienza della realtà, la disillusione continua dei nostri tempi e la sempre ineccepibile e riconoscibile forza tipica di una femminilità prudente ma sfacciata. Il concetto arriva non in maniera veemente, ma dolce, pur veicolando un contenuto scuro, ostico, talvolta brutale. Si denuncia il maschilismo possessivo in "Tu Sei Mio", lo si riprende in una virata strappalacrime à la Barbara d'Urso di domenica pomeriggio con la tragica storia di Sara Di Pietrantonio ("Manchi"), assassinata dal fidanzato, si esamina il confronto e il rapporto transgenerazionale in "Troppo Facile", ma si approda sfrontatamente anche dalle parti della politica, salutando nostalgicamente il compianto Marco Pannella in "Pa Paya Ya - Ya (Ciao Marco)" e riprendendo un femminismo più sessantottino in"Ce La Invidiano Tutti". 
Uscendo dall'impianto tematico, recuperiamo un certo sprone all'ascolto grazie ad un set di stimoli musicali ben preciso, che si abbevera di elettronica, di blues, di cantautorato anni settanta. Tra i migliori brani spicca "Robot", un chiaro tributo ai migliori Kraftwerk diventati seminali contaminando nomi come gli Orchestral Manoeuvres in the Dark e i The Human League, che pure sentiamo nei momenti più sintetici di questo lavoro di Furia. La discesa nei toni più intimi e discreti avviene nella sua forma più smagliante con l'arrangiamento e l'interpretazione impeccabili di "Giulietta", mentre suona di pregevole fattura nonostante possa nel complesso risultare frutto di un'aggiunta posticcia l'energetica "Prendi Tutto".

Di cose se ne potrebbero aggiungere tante, richiamando citazioni, ispirazioni, contesti che hanno condizionato la stesura di quest'opera. Tuttavia, si può tagliare corto dicendo che come molteplici dischi del nostro passato recente, sempre più frequentemente spinti solo grazie alla disponibilità economica, "Cantastorie" non spicca per nessun elemento in particolare, risultando quantomeno simile a moltissime altre pubblicazioni recenti. Un contesto di musica d'autore imbastardata con tutto e niente che non lascia intravedere né un'appartenenza ad un filone, né lo sbocciare di una nuova gemma che brilli per originalità e proprietà individuali. Nonostante tutto questo, Furia ha grinta, scrive bene, interpreta ancora meglio, e probabilmente con le prossime uscite darà prova di quella grande maturità già percepibile a distanza. 

venerdì 27 aprile 2018

Yes - Fly From Here - Return Trip (Yes '97 LLC, 2018)

Cosa avrebbero detto i vari gruppi punk usciti a fine anni 70 se avessero saputo che la seconda decade del XXI secolo sarebbe stata dedicata soprattutto alle celebrazioni del cinquantennale (mezzo secolo!) dalla nascita di molti di quei complessi che loro stessi quarant'anni fa consideravano dei "dinosauri"? Comunque la si pensi a riguardo, va detto che spesso è un miracolo che alcuni di questi siano riusciti a durare così tanto tempo. Gli Yes sono sicuramente l'esempio maggiore: una band che ha scritto alcune delle pagine più belle della storia del rock ma che, allo stesso tempo, è stata una grande ed enorme famiglia disfunzionale composta da vari cugini, zii e parenti che non si sopportano tra di loro e che, a rotazione, passano da prendersi a pugnalate alle spalle a ricongiungersi e, dopo qualche anno, ricominciare a prendersi a pugnalate. 

Le vicende che ruotano intorno alla realizzazione del loro ventesimo album in studio "Fly From Here", pubblicato nel Giugno 2011, riassumono piuttosto bene le politiche interne del gruppo. Nel 2008, Jon Anderson, lo storico cantante del gruppo e, secondo non pochi, uno dei marchi di fabbrica del sound degli Yes ebbe diversi problemi respiratori alla vigilia di un tour, il primo dopo quattro anni di inattività, rischiando la vita e venendo costretto a prendersi almeno sei mesi di pausa. Assolutamente non intenzionati ad annullare un tour per una bazzecola del genere, i suoi illustri colleghi Steve Howe (chitarra), Chris Squire (basso), Alan White (batteria) e Oliver Wakeman (tastiere), figlio del grande Rick Wakeman, il tastierista più famoso degli Yes, decisero di procedere comunque reclutando un cantante che potesse ricoprire meglio possibile il ruolo del frontman e che, per giunta, conoscesse pure bene il repertorio. Quale miglior metodo di ricerca se non all'interno delle cover band? La scelta cadde sul Canadese Benoît David, un giovanotto dalla timbrica vocale molto simile a quella di Anderson che da anni militava nella cover band Close to the Edge. Durante questo periodo, decisero che David sarebbe stato in tutto e per tutto il sostituto di Anderson, al quale venne dato il benservito a mezzo stampa dopo anni di onorata carriera. Come comprensibile, la cosa ebbe effetti negativi (l'ira di Jon Anderson si accomunò a quella di molti fan della prima ora che rifiutavano a priori qualsiasi versione degli Yes non lo comprendesse) ma anche positivi: la presenza di un cantante che da anni faceva parte di una cover band aveva consentito al gruppo di inserire alcuni pezzi rari e poco suonati dal vivo in scaletta e l'assenza di Jon Anderson finalmente dava carta bianca agli Yes di eseguire dal vivo dopo 29 anni i brani tratti da "Drama", il loro decimo album in studio pubblicato nell'Agosto 1980, passato alla storia per essere stato l'unico prima di allora a non contenere Anderson come cantante, col tempo diventato un disco di culto presso i fan più accaniti. Al termine del tour, gli Yes, rinvigoriti, decisero di andare in studio di registrazione per la prima volta in dieci anni, e di chiamare come produttore Trevor Horn: colui che aveva preso il posto di Anderson per "Drama" e che, poco dopo, si era ritirato dal suo ruolo di cantante per intraprendere una validissima carriera nel mondo della produzione. Horn era intenzionato a riprendere in mano alcuni brani che erano stati composti per un mai realizzato sequel di "Drama". Questo, ovviamente, significava una sola cosa: alle tastiere doveva esserci Geoff Downes, co-autore di quei pezzi e membro della line-up di "Drama", oltre che, assieme a Horn, parte del duo new wave The Buggles, autori della celeberrima "Video Killed the Radio Star". Così, dopo alcune session preliminari, il povero Oliver Wakeman venne cacciato, Downes, che suonava negli Asia assieme ad Howe, tornò al suo posto dopo 31 anni e l'album che ne risultò, "Fly from Here" diventò un quasi sequel di "Drama" con un cantante diverso. Il prodotto finale, nonostante tutto, riuscì piuttosto bene e potete leggere una recensione risalente a pochi giorni dalla sua uscita proprio su questo blog, ad opera dell'ottimo Donald McHeyre.

Siamo nel 2018 e sono passati solo sette anni da allora ma all'interno della famiglia Yes sono cambiate moltissime cose. Per uno stranissimo fatto del destino, anche Benoît David subito dopo il tour di "Fly From Here" si beccò una malattia respiratoria, con le stesse identiche conseguenze: venne licenziato a mezzo stampa e sostituito da un ancora più giovane cantante, Jon Davison, che tutt'ora milita nella formazione, perlomeno fino a quando non rimarrà indisposto anche lui. Questa line-up, nel 2014, ha inciso un album intitolato "Heaven & Earth" che, a differenza di "Fly From Here", è stato accolto molto negativamente, trattandosi, effettivamente, di un disco molto piatto, stereotipato e con ben pochi momenti ispirati. Nel 2015, inoltre, avvenne la tragedia più grande della storia degli Yes: la morte di Chris Squire, vera e propria mente creativa del gruppo, parte essenziale del sound e l'unico membro ad esserci stato fin dal primo album. Da allora, l'organico (chiamatelo come volete, ma, per favore, non Yes) va avanti capitanato da uno Steve Howe sempre più famelico di tour e, come se non bastasse, a causa di problemi di salute, è stato messo in secondo piano anche il batterista Alan White che, oggi, suona soltanto nei bis del concerto. Nel frattempo, Jon Anderson, Rick Wakeman e l'ex chitarrista del gruppo Trevor Rabin, dichiarandosi più o meno esplicitamente rivali del gruppo capitanato da Howe, hanno cominciato un tour insieme proponendo la loro versione degli Yes e, da fine 2016, hanno legalmente diritto di farlo: questo significa che, al momento, ci sono in circolazione due gruppi che vogliono portare avanti il nome. Considerando tutti questi trascorsi e tutto questo poco rispetto nei confronti dei membri presenti e passati, la recente decisione di pubblicare una nuova versione di  "Fly From Here" ricantata da Trevor Horn cosa che, essenzialmente, cancella il povero Benoît David dal canone degli Yes, come se fosse stato un semplice errore di percorso, non dovrebbe stupire più di tanto.

Eppure, contrariamente a tutto il resto, questa operazione porta anche degli aspetti positivi. Per prima cosa, come già annunciato, Horn, seppur brevemente, è stato l'unico altro cantante oltre a Jon Anderson a fare parte di un periodo classico degli Yes e, in questo album, ben sette brani riportano la sua firma: non si tratta certo dell'ultimo arrivato o di qualcuno che non aveva alcun diritto di far parte della musica qua contenuta. Le differenze tra questa nuova edizione e l'originale non si limitano al semplice inserimento della voce di Trevor Horn: l'album è stato totalmente remixato e, in alcuni casi, addirittura prodotto da capo, il brano "Hour of Need", inizialmente della durata di tre minuti, viene qua esteso quasi a sette, la scaletta contiene una canzone aggiuntiva ("Don't Take No For An Answer") incisa durante le session originali del disco ma lasciata fuori dall'album e, oltre a Horn,  anche Geoff Downes e Steve Howe hanno aggiunto nuove parti e modificato quelle pre-esistenti. Nel loro caso, viene da chiedersi se questa cosa abbia qualche significato più profondo ed extra musicale dato che da allora entrambi, nel 2013 e nel 2017 rispettivamente, hanno dovuto fare i conti con la tragedia più grande che possa colpire un genitore: la morte di uno dei propri figli. Tornando all'album, in generale non si può certo dire che questa nuova edizione trasformi il materiale originale in maniera così radicale: il disco in sé rimane un prodotto di fattura pregevole ma, complessivamente, non eccellente. Eppure, ascoltandolo, non si può fare a meno di notare che questa ripresentazione è, molto probabilmente, come sarebbe dovuto essere l'album fin dall'inizio: finalmente, l'atteso sequel di "Drama" esiste al 100% ed è un prodotto fresco, ispirato, ben fatto e di piacevole ascolto. Esemplificativa di tutto ciò è sicuramente la suite che dà il titolo al disco: si tratta di una composizione dalla struttura tipicamente progressive ma il cui contenuto strizza l'occhio ad un pop adulto e maturo, rendendo il risultato finale molto piacevole e, sicuramente, da ascoltare più di una volta. Ottima anche l'idea di estendere "Hour of Need" da tre a sette minuti,  grazie ad una intera sezione strumentale eliminata nella versione originale, trasformando quello che prima era un semplice brano gradevole in uno dei pezzi migliori del disco. Tra gli altri brani degni di nota possiamo citare anche "Life on a Film Set" che ricattura in maniera molto convincente le atmosfere di "Drama" con melodie, arrangiamenti e strutture memorabili. Inoltre, per quanto ormai sia diventato un rito, la consueta finestra per sola chitarra acustica di Steve Howe ("Solitaire") risulta comunque ottima e, inutile dirlo, magistralmente eseguita. Per quanto riguarda l'inedita "Don't Take No For An Answer", cantata da Steve Howe, si tratta più che altro di un brano che serve come prova del fatto che avere una buona voce per i controcanti non significhi per forza essere portati per il ruolo di cantante solista. Parlando invece della voce di Horn: ovviamente è più matura dai tempi di "Drama" e dei due album dei Buggles ma, data l'avversione del cantante/produttore verso le performance dal vivo, non si è consumata più di tanto e il cantato suona convincente ed espressivo, anche se in un paio di punti la timbrica è un po' innaturale, forse per colpa di filtri di studio applicati in maniera troppo pesante. Certo, non tutte le scelte di produzione hanno convinto i fan: ad esempio, c'è chi non ha apprezzato la modifica delle transizioni tra i movimenti della suite principale, soprattutto per quanto riguarda l'accorciamento della durata totale di due di loro ("We Can Fly" e "Sad Night at the Airfield"). In definitiva, ascoltando questo "Fly From Here - Return Trip" slegato dal suo contesto, si ha l'impressione di un gruppo maturo e in grado, nonostante tutto, di presentare prodotti che siano coerenti con il resto della discografia che, pur non essendo magistrali, riescono ad accontentare perfettamente sia i fan novelli che quelli di vecchia data. Di nuovo, sarebbe stato meglio presentare il disco così nel 2011 anche se, all'epoca non era possibile: come già accennato, Trevor Horn non ama molto esibirsi dal vivo, anche per colpa dello sfortunato tour che seguì la pubblicazione di "Drama" e, inoltre, all'epoca Benoît David sarebbe dovuto diventare la voce definitiva degli Yes e, quindi, serviva un album in studio che consacrasse il suo ruolo. 

Per quanto riguarda il futuro degli Yes, sembra che il gruppo potenzialmente possa durare più dei membri che lo compongono. Secondo chi scrive, la cosa migliore sarebbe sotterrare l'ascia di guerra e fare un tour finale che ricordi un po' quello di "Union" nei primi anni 90, inglobando Anderson, Wakeman, Rabin, Howe, White, Downes, qualcuno che possa sostituire White nei momenti più fragili e Billy Sherwood, colui che dal 2016 sostituisce l'insostituibile Chris Squire, per cercare di arrestare un po' il volo in picchiata verso il basso che il gruppo ha preso negli ultimi 4 anni e chiudere con più dignità possibile. Di fatto, però, sembra che le cose siano destinate a procedere come stanno andando ultimamente: a quanto pare, Steve Howe, di recente ha dichiarato la volontà di fare uscire un nuovo album a nome Yes che includerebbe anche alcuni scarti di "Heaven & Earth" e quindi comunque conterebbe almeno in parte della presenza di Squire. Una pubblicazione del genere aumenterebbe di sicuro la sensazione che gli Yes ormai, più che un complesso musicale, siano in tutto e per tutto una corporation interessata solo a far spendere soldi ai fan che sono ancora troppo affezionati al nome per abbandonarli. Detto questo, come dimostra questo "Fly From Here - Return Trip", la cosa comunque non direbbe molto sulla possibile qualità del nuovo disco. Chi vivrà, vedrà.

Yes "Drama"/"Fly from Here - Return Trip" line-up (2011):
Alan White, Steve Howe, Trevor Horn, Chris Squire, Geoff Downes

mercoledì 25 aprile 2018

Refilla - Due (autoproduzione, 2018)

Il primo aspetto ad attirare l'attenzione di questo "Due" è il packaging. Il disco si presenta in una penna USB con una confezione che ricorda quella di un medicinale, con addirittura il bugiardino, ed è un'operazione che funziona particolarmente quando si inizia ad ascoltarlo. I Refilla debuttano nel panorama indie italiano con le parole giuste, la promessa di non essere banali (c'è davvero!), una cultura musicale profondamente radicata nel genere e una capacità strumentale notevole, seppur ancora da arrotondare. Quando ci si rinchiude nel rock italiano ci sono sentori di Ministri, Fast Animals and Slow Kids, Marlene Kuntz, Punkreas, Teatro degli Orrori, ma fortunatamente si guarda anche altrove, e sono i richiami cinematografici sparsi un po' ovunque a dare un tono originale al contenuto. Trainspotting, Pulp Fiction, Apocalypse Now, Paura e Delirio a Las Vegas e molto altro, con l'aggiunta di riflessioni pseudo-profonde sulla felicità dell'uomo, data da cose caduche, sfuggevoli e destinate alla disgregazione. L'album non farà propriamente ragionare in maniera analitica su come viviamo, per quello servirebbe probabilmente una scrittura più puntuale, ma funziona perfettamente associato alla musica. Blues ("Failure Blvd"), psichedelia ("Era Meglio Prima"), electro-punk ("Ali di Pietra") e infine rock più classico ("Partire a Settembre", con venature cantautorali, e "Vita in Viaggio"), tutto ciò per una tavolozza di colori molto ampia che dimostra anche la capacità di variare senza eccedere nell'eterogeneità. I ragazzi suonano bene e sulle capacità tecniche non è nemmeno necessario spendere righe di recensione, basta premere play.

Fare questo genere nel duemiladiciotto è contemporaneamente in linea con le mode del momento, ma è anche una sfida, rischiando di sbagliare timing e di andare a rimpinguare la già iper-nutrita collezione di dischi fotocopia che riempiono gli scaffali dei negozi e il catalogo di Spotify e Apple Music. I Refilla hanno capito come farlo, e al debutto lo fanno bene, certo lasciando nell'ascoltatore la speranza che dal prossimo lavoro scaturisca una maggior originalità. Buono. 

domenica 8 aprile 2018

Manu - Distanza 0 (Manu Production, 2017)

Emanuele Gallo e la sua Manu Production irrompono sul mercato con "Distanza 0", un lavoro vago, di difficile interpretazione, per la sua propensione a sfuggire alle definizioni più ovvie pur avendo una base rhythm'n'blues modaiola che può ricordare sia boyband in voga ormai vent'anni fa (N' Sync, Backstreet Boys, Westlife) che i vari fuoriusciti, Justin Timberlake e Ronan Keating, per citarne due. In realtà, trasuda anche di italianità ma sono i linguaggi eccessivamente pop a prendere il ruolo di protagonisti, riversati in brani che come il singolo e title-track fanno dell'orecchiabiltà il loro unico punto di forza. Il discorso vero è il senso di anacronistico, di già sentito, su cui non si può passare sopra ogni anno per centinaia di dischi. Se anche gli arrangiamenti dei brani più delicati, come "Sempre per Sempre" e "Sarai la Sola", sono di gran classe, ritorniamo sempre al palo con "Flashback", una versione underground - nel senso che la celebrità ancora non è arrivata - dei più pessimi Benji & Fede
Quando si sconfina nell'elettronica, vedi "L'Ultimo Rintocco", sentiamo Emanuele dove vorremmo realmente sentirlo, cavalcare synth e ritmiche dispari con quel piglio pop che suona alla perfezione. Altro momento alto è "Un Piccolo Bacio", che forse meritava una spinta maggiore dal punto di vista ritmico, una ballad di grande livello che ricorda il migliore Baglioni, e soprattutto, se analizzata nell'ambito del radiofonico, può certo risaltare e farsi notare.
La cura nei testi c'è, così come l'interpretazione. L'uso delle parole non è magistrale, ma è raffinato al punto giusto, rimanendo dentro la cornice del pop senza scadere nel banale e senza nemmeno addentrarsi nel barocco. 

Intendiamoci, qui tutto è curatissimo, dai testi all'esecuzione, passando per songwriting, missaggio, mastering, concezione, confezione. Ascoltare Baglioni, Venditti, Mengoni e poi tuffarsi nella scena italiana con queste capacità è senz'altro degno di nota, ma anche inutile. I contenuti, infatti, sono quello che sono, forse solo all'orecchio del sottoscritto, ma certo è che non c'è più alcuna necessità di musica di questo tipo. 

domenica 25 marzo 2018

Mirco Menna - Il Senno del Pop (Volume!, 2017)

Da Bologna, Mirco Menna si lascia alle spalle la sua personale predilezione per Modugno - sempre nettamente udibile, sia chiaro - per arrivare ad una produzione (quasi) totalmente propria, indicativa di un percorso dove la graduale presa di coscienza dei linguaggi pop lo hanno condotto a produrre un disco di alto spessore pur rimanendo entro i confini del radiofonico. 
Questo "Il Senno del Pop" salta a pié pari tra momenti ballabili e altri più riflessivi, non dimenticando il sacrosanto principio dell'inserimento di un contenuto, esplicitamente o più tra le righe, in ogni caso presente. "Sole Nascente" e la riproposizione di "Chiedo Scusa se Parlo di Maria", già edita, sono i momenti più intensi e intrisi di significato, pregni di una metodicità anche compositiva che fa riflettere. Per essere pop oggi serve obbligatoriamente seguire uno schema o può essere sufficiente trovare il modo di recapitare agevolmente ogni tipo di messaggio? La seconda sembra essere la via prescelta da Mirco, quando sceglie di traslare nell'immediatezza un brano comunque complesso e con un vago deficit di energia nell'arrangiamento, ovvero "Arriverai", dove uno strepitoso Enrico Guerzoni al violoncello (ci sarà nuovamente in "Da Qui A Domani", altro altissimo capitolo di questo lavoro) tiene alta la soglia dell'attenzione anche con i vuoti, ove manca. Non è l'unico caso di ospite che monopolizza l'attenzione poiché accade nuovamente con la tromba ne "Il Descaffalatore", laddove un Maurizio Piancastelli in grande spolvero si intesta gli onori del disco regalando un senso di alienazione costante che impreziosisce anche le parole interagendo con il loro significante. Suona bizzarro ma totalmente finalizzato all'obiettivo foderare il disco di grandi contributi esterni, con una direzione artistica notevole, e i risultati si sentono e non possono essere messi in discussione. 

Principale pregio di questa intelligente uscita dell'emiliano è senza dubbio la sua complicità con il piano dell'orecchiabile, con cui tenta di fondere un'ingente fame di raccontare e di farlo senza seguire alcuna regola. Il risultato è un lavoro che non scoccerà nessuno, ma rischia al contempo di passare inosservato. Certo, ogni musicista si augura che il proprio pubblico cresca in ampiezza e in affezione, ma a volte si sceglie di sguazzare in una sana e vitale qualità che, di suo, non potrà incontrare un'approvazione universale. Questo probabilmente è il caso, un caso da cui non distrarre l'attenzione nel futuro. 

mercoledì 14 marzo 2018

Chiara Giacobbe - Lionheart (Sciopero Records, 2017)

38 anni, alessandrina, formazione musicale accademica: è questo l'identikit di Chiara Giacobbe, violinista e songwriter già al lavoro con, tra gli altri, Trent Miller, Yo Yo Mundi e Antonio "Rigo" Righetti
Scendendo nei meandri di "Lionheart" scopriamo subito il talento spaziale della Giacobbe, armata del suo violino suonato con foga circense in "My Mexico" e di un primordiale spirito autobiografico, mutuato da ascolti certamente di alta scuola cantautorale, che emergono con prepotenza e altrettanta matura sincerità nei brani più posati, come la title track e "I Can't Get Over You". Niente strizzate d'occhio al pop moderno, nessun eccesso di tecnica, ma colorazioni blu e gialle, senza troppa allegria, che esplodono in un tripudio di energia ("Let You Breathe") o imbrogliano l'ascoltatore ("Pet Lion") irretendolo in quel bisogno indotto di un cantato che invece il pezzo, strumentale, non intende soddisfare. E funziona, forse, meglio così. Il resto certamente non risulta all'altezza dei brani citati, pur rimanendo in una cornice qualitativa pienamente sufficiente. Qualcuno individua nelle parole di Chiara un exploit di femminilità, l'urgenza di spiegare al mondo cosa e come sente una donna, messaggi che possono arrivare fin dove la musica non sovrasta le liriche e diventa protagonista. La Chamber Folk Band, infatti, composta da musicisti di alto livello come Daniele Negro, Marco Rovino, Luca Bartolini, Rino Garzia e Andrea Chellini, segue la piemontese in maniera fedele e attenta, dando il giusto lustro alla sua voce e al suo modo di comporre, ma in più di qualche occasione predominano, relegando dietro le quinte il contenuto dei brani per portare l'ascoltatore a quella naturale propensione per il semplice approccio melodico tipica dell'italiano medio che non conosce l'inglese. Tornando ai musici, basso e batteria marciano dritti e possenti, dando al folk, al bluegrass, al blues più cantautorale e di stampo americano un accento più rock, mentre sono eccezionali gli altri strumentisti a tentare di conferire cenni di novità stilistica ad un prodotto tanto ben confezionato e costruito, quanto "vecchio", seppur nel senso meno negativo del termine. 

Un lavoro pregiato, sartoriale, gonfio di un'eleganza antica ma strafottente, perché è anche giusto togliersi lo sfizio di fare la musica che piace, senza porsi il problema di essere giocoforza innovativi.  

mercoledì 3 gennaio 2018

Vallanzaska - Orso Giallo (Maninalto!, 2017)

La storia formazione milanese dei Vallanzaska, veri portabandiera dello ska punk all'italiana, arriva all'undicesima fatica discografica con questo "Orso Giallo", rinsaldando nuovamente la collaborazione con la label Maninalto!. Dai tempi di "Cheope" sappiamo cosa aspettarci da Davide Romagnoni e soci, con tutti i tratti tipici dello ska, ovvero ritmi in levare, rapidi, per far muovere il culo, conditi con tematiche impegnate mescolate ad un'ironia acuta e piccante, che non disdegna anche il coinvolgimento politico. Non a caso, quest'ultimo lavoro è inaugurato da "Assessore", classica sequela di stilettate alla classe dirigente che non può mancare - con i tempi che corrono - in un album di questo genere, senza parlare della conclusione a questo punto prevedibile, intitolata "Donald Trump" (in verità un manifesto piuttosto pessimista, e a ragione, sul futuro della nostra società così americanocentrica, nelle mani di una persona così...). Quest'accoppiata di per sé non rende giustizia ad una carriera di ottime pubblicazioni, ma rappresenta pienamente cosa attendersi dal rimanente materiale. Reggae in "Dubai" ed "Easy", ska full-speed in "Balla" con la sua strepitosa satira sulle magliette indossate dal loro pubblico,  una follia nonsense sulla salsa di soia che macchia l'abito poco prima di un colloquio di lavoro ("Soia"), per finire poi sulla crisi di mezz'età, il periodo in cui si decide di mettere la testa apposta e dunque "Non Pogo Più". Non può mancare qualche riferimento alla cannabis ("Quando E' Gatta"), anche qui con più di qualche boutade provocatoria benché inoffensiva. La canzone più emotiva è sicuramente "Sei Qui", dedicata ad un fonico che ha lasciato la band, mentre il momento massimo a livello lirico si ottiene con "Io Non C'Entro", caricatura molto ben riuscita, pungente al punto giusto, per descrivere un atteggiamento molto italiano: "non ne so nulla, non ho visto niente, non sono fatti miei, io mi faccio gli affari miei". Non è una citazione del testo, ma questo è il succo. Meritevole di una menzione a sé è sicuramente anche l'arrangiamento di "Ragazzo Distratto" con il pianoforte che gioca in maniera intelligente e mai scontata con le chitarre, prima del climax che si manifesta con l'inserimento dei fiati. Come in tutti i dischi di questo genere, i fiati sono fenomenali e Piras non sbaglia un colpo. Ottima anche la sezione ritmica, che tiene banco per tutta la durata dell'album in maniera precisa e ben tirata. La composizione è ormai a colpo sicuro, nel senso che basta ripetere qualche stereotipo per accontentare i fan ormai fedeli da venticinque anni. 

In generi come questo, o il reggae, o i baluardi dell'elettronica più di nicchia (drum'n'bass, techno, dubstep), variare troppo è visto come un errore, e la formula vincente è quella che fa muovere il culo. I Vallanzaska nonostante gli anni passano sanno sempre il fatto loro e non ce n'è per nessuno. 

lunedì 1 gennaio 2018

YATO - Post Shock (autoproduzione, 2017)

"Post Shock" è il primo sforzo discografico di YATO ("cantautore electro vocal", che troviamo addirittura nel nome dell'artista su Spotify!), alias scelto da Stefano Mazzei per esordire sulle scene italiane. Si tratta di un lavoro dalle forti sonorità elettroniche, appunto, cantato però in italiano, e che quindi per forza di cose deve confrontarsi con la band che più di tutte ha fatto di questo genere un'arte: i Subsonica. Soprattutto a livello melodico, per tastiere e bassi, ci sentiamo i bei tempi di Pierfunk e Boosta alle prese con le prime contaminazioni funk rock, reggae, new wave,  ma chiaramente le influenze vanno oltre, risalendo a quelli che sono i luminari del genere anche per i torinesi stessi: Depeche Mode, Kraftwerk, saltuariamente anche Joy Division e CSI/CCCP. Infatti, la particolarità di questo lavoro è che sembra un disco electro pop fatto da un grande ascoltatore di alternative rock italiano (Verdena, Afterhours, Il Teatro degli Orrori, per citare almeno qualche nome importante), e ciò si avverte in maniera evidente in "Ormonauti RMX", degna chiusura del disco, e "Consciok". "Post" è la critica ai social network che ormai ci si aspetta ma che non ha assolutamente nessuna ragione d'essere, sebbene il brano risulti tra i migliori anche in virtù di quell'inizio così malinconico e tetro capace di spostare per un momento l'asse del disco dal ballo alla riflessione. Picchi d'ironia e satira non nascondono un approccio smaliziato all'arrangiamento da canzone d'autore, solo colorato da qualche synth e beat sintetico, come ad esempio "Le Teorie Possibili". "Idolatrina", una delle tante parole macedonia in cui ci imbattiamo nel disco, ha un testo quasi nichilista ma di fatto potrebbe passare tranquillamente in radio, ed è l'esempio migliore di come il fiorentino sia in grado di circumnavigare tutto il continente dell'elettronica, dai suoi frangenti più pop-friendly a quelli underground, inaccessibili al grande pubblico. 

Il lavoro è sicuramente di alta qualità, a livello di suoni, scrittura, atmosfere coerenti con i messaggi, attitudine. L'intenzione si sente tutta ed è esplicitata sempre molto bene con una solida architettura anche lirica, che non nasconde la buona capacità letteraria e compositiva del giovane Stefano. Difficile muovere note critiche, ma sarà sicuramente difficile trasformare un primo sforzo di questo calibro in un seguito uno scalino sopra come ci si aspetta. Da tenere d'occhio. 

venerdì 29 dicembre 2017

Mauro Pina - L'Ho Scritto Io (Pirames International, 2017)

Mauro Pina non è un nome sconosciuto nel panorama musicale italiano, quantomeno agli sguardi più attenti. Ormai vent'anni fa pubblicava un pezzo arrangiato per lui da Dario Baldan Bembo, tentava una collaborazione con Lucio Dalla, e tra le altre cose fondava un'agenzia musicale, conduceva un programma radio e tentava di farsi notare con un pregiato tributo a Lucio Battisti che ha avuto i suoi momenti di successo. Il cantautore erbese arriva solo nel duemiladiciassette al suo primo sforzo discografico scritto di proprio pugno, un esordio al fulmicotone che lo proietta subito piuttosto in alto, anche vista l'ambizione di fare un lavoro complesso, lungo, un disco integrale che vede addirittura ospite Rosalinda Celentano, assente dalle scene da almeno due decenni. 
Cosa contiene dunque "L'Ho Scritto Io", con questa dichiarazione d'intenti così virulenta inserita già nel titolo? Il contesto di fondo è un pop di pregevole fattura, che spesso salta di genere in genere - come nel pop è giustificato fare - per dare uno spettro molto ampio di sfumature, atmosfere, emozioni, pur peccando di un'eccessiva eterogeneità. "Ora Basta" e "La Risposta" risuonano di progressive rock italiano, gli stessi stilemi trovano il funky in "L'Uragano" in uno sposalizio ideale, e "Inconfondibile" ricorda sicuramente i Beatles, pur avendo dalla sua un'anima delicata e molto radiofonica che rammentano di più il pop italiano degli anni settanta, quando i suoni inglesi iniziavano a fare breccia nella nostra scena. Nei momenti più intensi, come "Can Be Really So", forse si perde un po' il senso di quelle interpretazioni sì dinamiche ma anche precise e malinconiche, dove la voce di Mauro risiede nel suo habitat naturale: fate attenzione ad esempio a "Momenti", un folk americano rivisitato in salsa italica, di conseguenza una ballata, dove la resa vocale è al suo massimo. 

I testi, le melodie, gli arrangiamenti, le scelte nel mixing e nel mastering: tutto suona brillante e studiato al punto giusto, per una confezione che definisce questo lavoro anche dal punto di vista del contorno, dell'estetica - ad eccezione della copertina davvero orribile e "vecchia" - non tralasciando ottimi contenuti lirici. Come già detto, la troppa diversità delle varie canzoni può giocare a sfavore, ma in generale la valutazione del disco non può scendere sotto un buon sette. Congratulazioni a Pina.

lunedì 25 dicembre 2017

Edoardo Pasteur - Dangerous Man (autoproduzione, 2017)

"Dangerous Man", uomo pericoloso. Autore genovese, testi in inglese, ispirazioni americane. Un esordio ambiziosissimo, una sorta di Icaro del songwriting, a partire dall'interpretazione scolastica della lingua anglosassone tipica di noi italofoni che fin da subito distoglie l'attenzione dal prodotto. Dado, questo uno degli alias di Edoardo Pasteur, prova a togliersi dal cilindro il suo capolavoro personale, centrifugando tutta la sua cultura musicale in un concentrato di rock, folk, musica d'autore inglese e americana. Ci sentiamo Bob Dylan, i Dire Straits, Leonard Cohen, i lavori solisti di Robert Plant, ma anche effervescenze latinoamericane, cenni lontani di blues à la John Lee Hooker. Alcuni riferimenti sono al limite del plagio, come "Hey Hey You (The Warriors") con il cantautore di Duluth, in ogni caso un pezzo che suona spontaneo e tra i momenti più alti, complice forse anche la contaminazione cinematografica che spunta celebrando Walter Hill e il suo "Guerrieri della Notte", nella versione inglese intitolato appunto "The Warriors""Brothers (Paris 13th November 2015) è quasi un elegia funebre, seppur con un arrangiamento che la nobilita elevandola a ballad di classe, dedicata ai morti del Bataclan in quello che sembra essere l'attentato terroristico che più ha sconvolto il mondo musicale, che ne sta dando fin troppe interpretazioni, riletture, commemorazioni. Il brano è in realtà molto riuscito, e la critica non è assolutamente rivolta al buon Dado, qui sicuramente commosso, genuinamente s'intende, e in grado di dare profondità al significato del testo anche senza svolazzi vocali e iperboli tecniche. Molti sono i pezzi che suonano standard, già sentiti o comunque fuori fuoco, ma quando si predispone sulla scacchiera il proprio set di mosse più studiate si riescono a scorgere gli effetti delle tante influenze: le cornamuse scozzesi di "Princess Gaze" e il riff di "Big Fish" (altro riferimento al grande schermo, stavolta in omaggio a Tim Burton) che suona come i Santana di "Abraxas" o di "Caravanserai", anche se lo scheletro del brano richiedeva forse un maggior sostegno ritmico.

Di fatto, il difetto principale di questo lavoro è la sua eterogeneità. Superato l'impatto, quasi brutale, con un inglese tanto imperfetto quanto antimusicale, i singoli pezzi risultano tutti gradevoli, ben congeniati, con un gran lavoro alle spalle. Manca però la coesione, e per lavori di questo tipo a volte è necessario anche ragionare su come dare corpo ad un'opera unica piuttosto che a un best of slegato. O forse no? Del resto siamo nell'epoca dello streaming online, le cose sono cambiate, boh...chi lo sa, in ogni caso un'opera che merita l'attenzione che sta ricevendo. 

giovedì 21 dicembre 2017

Luca Bash - Oltre Le Quinte (autoproduzione, 2017)

Luca Bash nasce come violinista, poi conosce la passione per la chitarra acustica e la canzone d'autore. Fonda anche una band, i Bash appunto, che lasciano un segno profondo nella sua anima di musicista, quasi quanto l'incidente in moto che lo mandò in coma qualche giorno. 
Bastano pochissimi minuti, al primo ascolto di questo "Oltre Le Quinte", per capire che chi lo interpreta ha molto da dire, sa come farlo, e ha intenzione di farlo arrivare al destinatario. Il mittente di questo messaggio ha deciso di scriverlo in due lingue, componendo anche la versione in inglese "Keys of Mine", utilizzando tutti gli stereotipi del pop e del rock per imbastardare il tutto in una canzone d'autore volutamente radiofonica che perde di senso proprio nei momenti in cui riesce ad avere maggiore orecchiabilità. I frammenti migliori sono quelli dove si sbizzarrisce con la sua amata chitarra, anche approfondendo l'effettistica ("Come Il Sole" e i suoi delay eterei), ad esempio in "Ti Canterò di me e della Libertà" con il suo assolo finale che calamita tutta l'attenzione risultando uno dei momenti più memorabili di tutto il (lungo, troppo lungo) disco. 
Quando compare un po' di funky ("Tre e non più di tre", "Nu Shu", questa un po' più blanda) si balla ma si notano anche i limiti di una composizione eccessivamente eterogenea, dove ogni brano ha un suo carattere facendo un effetto greatest hits. "Per Non Dire No" svisa nel reggae accennato, vagamente Police nel basso, e "Swing Lover" non nasconde già dal titolo cosa si sta ascoltando. 

Racconta Luca che i vari musicisti coinvolti hanno composto le proprie parti rimanendo dove si trovavano, senza fare grandi session tutti insieme. Purtroppo, questa cosa non è un pregio. La disomogeneità esorbita dai limiti dell'accettabile, rende tutto slegato e quasi ardito. Tuttavia Luca sa scrivere, sa comporre, sa andare oltre agli steccati che delimitano la sua possibilità di esprimersi, facendo parte di un genere totalmente asservito a delle linee di demarcazione spesso invalicabili. Per questo motivo, "Oltre Le Quinte" è comunque ascoltabile e in un certo senso chiama ad un giudizio democristiano, perché è impossibile annientarlo quanto è impossibile venerarlo ed innalzarlo a capolavoro. La verità sta nel mezzo. 

lunedì 18 dicembre 2017

Marco Ro' - A Un Passo da Qui (Romabbella Records, 2017)

Di nuovo critica sociale, anche in questo "A Un Passo Da Qui". Sarà forse sfortunato il sottoscritto, ma ogni volta che ci si avvicina ad un nuovo disco di un sedicente cantautore, si arriva a questo. In realtà, il romano Marco Ro', utilizza toni un po' più accesi e variopinti, cedendo anche a qualche calembour, perché non ha senso fare pop - di questo si tratta - senza ironia. E' comunque un linguaggio che non vuole essere satira, ma intende affrescare in maniera limpida storie e racconti con lo scopo di sensibilizzare, proprio come vuole il progetto di riferimento a cui risale questo lavoro, in collaborazione con Laura Tangherlini di Rai News 24. Si parte dai profughi siriani, dalla storia di Reema ripresa nella title-track, per arrivare ad un'introspezione su di noi, su quello che vogliamo come popolo ma anche come artisti. Divertente e ispirato il featuring con la cantante russa Kira Franka, un brano ("Mosca Mon Amour" è il titolo) che utilizza l'espediente dei brani italiani più celebri all'estero per affrontare un argomento molto serio, ovvero la perdita di identità, la difficoltà di ritrovarsi in un mondo che ci appartiene poco, a noi che siamo un popolo di emigrati a fasi alterne, da sempre. Sonorità mediorientali ("Dune"), momenti più densi e tesi ("La Scala Mobile", un riferimento a questo meccanismo economico che ormai ricordiamo solo nei libri di testo), blues tradizionale ("Sul Paradosso"). Ecco che il lavoro assume l'aspetto di una tavolozza di colori molto completa, che approfondisce varie sfumature e le riesce a sviscerare rendendole cariche di significato. 
L'interpretazione di Ro' non è male, e in più punti si riesce ad apprezzare la sua conoscenza ritmica molto approfondita, datagli da un passato come batterista jazz. Anche la Tangherlini interpreta qualche passaggio, in particolare in "Dune", e la sua voce rende sicuramente il brano prezioso e completo. Generalmente, gli arrangiamenti si apprezzano meno dei testi e della vocalità di Marco, ma hanno il pregio di essere generosi, di dare respiro ai brani regalando più di qualche buon momento strumentale, infine di non essere per nulla banali e stantii. 

Un progetto sensato. Triviale dirlo? No, di fatto è questo il carattere fondamentale di un'opera musicale "impegnata". O ha senso, o non ce l'ha. Qui ci siamo.