domenica 22 novembre 2009

Melissa Auf Der Maur - Auf Der Maur (Capital Records 2004)


Se dico "Celebrity Skin" o "Rotten Apples" forse ne ricordate gli autori (Hole e Smashing Pumpkins) ma non il personaggio che li lega. La signorina Melissa Auf Der Maur ha infatti contribuito col suo Fender ai dischi appena citati ed è suo il disco di cui parliamo in questa recensione. Il lavoro che porta come titolo il cognome della bassista canadese (nata in Kenya da padre svizzero e madre canadese) è uscito nel 2004 e vi hanno partecipato musicisti molto conosciuti dell'ambito alternative rock statunitense quali Mark Lanegan (Screaming Trees), James Iha e Paz Lechantin (Smashing Pumpkins, A Perfect Circle), Brant Bjork (Kyuss), Eric Erlandson (Hole), Twiggy Ramirez (Marylin Manson) Josh Homme e Nick Olivieri (QOTSA).
Personalmente sono uno che di solito non ama le voci femminili nel rock (con le dovute eccezioni) ma questo lavoro mi piace parecchio, anche vocalmente.

Dodici sono i brani che compongono questo disco, perciò è meglio darsi da fare.
Si comincia con Lightning is my Girl che apre letteralmente con effetti speciali ad anticipare una costruzione veramente potente: batteria avanti, chitarre distorte a manetta e una voce ammaliante. Il ritornello, grazie a cori veramente indovinati, pare cantato da sirene maliarde.
Probabilmente l'inizio di Followed the Waves è ispirato per davvero alle sirene delle leggende marinare date le sovrapposizioni di voci femminili; i suoni continuano ad essere veramente grossi e in verità echi degli Smashing Pumpkins nelle atmosfere si sentono.
I toni delle chitarre infatti sono scuri: si apre qua e la qualche squarcio di luce ed il ritornello (“my heart lies to you”) ha una melodia accattivante. Nel tappeto sonoro fatto principalmente di chitarre fanno capolino anche alcuni interventi di synth.
Real a Lie apre subito con un drumming movimentato ed un sapiente intreccio chitarristico mentre il bridge è affidato ad una voce con un leggero eco. Il refrain, manco a dirlo, va anche stavolta a segno!
Brano numero 4 è Head Unbound che inizia con una batteria semplice e feedbacks di chitarra: un'atmosfera calma che sembra attendere solo la giusta scintilla per esplodere. Il ritornello apre ma sempre mantenendo la calma che caratterizza il brano. Essendoci James Iha alla sei corde trovarci sentori di Smashing Pumpkins non è difficile.
Il pezzo che arriva ora è il terzo singolo estratto dall'album (a parer mio il più riuscito) e si intitola Taste You, di cui esiste anche una versione in francese (che cercherò) e dove a duettare con la bella Melissa c'è un Mark Lanegan a dir poco sexy (!), che si ritrova ad interpretare col suo vocione la parte dell'amante in una storia tormentata. La song si apre con un riff di chitarra sul quale la cantante/bassista/chitarrista/tastierista canadese mette una linea vocale semplice e accattivante. Il brano poi è un vero e proprio crescendo fino a raggiungere il ritornello (“I will taste you-uh-uh-uh”). Nel finale entra, come detto poco fa, Mark Lanegan che più che cantare parla dandosi botta e risposta con l'autrice del brano.
I'll be Anything you Want a differenza dei precedenti brani risente più del passato Hole della Auf Der Maur: è infatti caratterizzato da un beat più sostenuto e da chitarre più aperte e chiare. Le voci che si sentono sospirare in alcuni punti sotto la linea principale per certi versi ricordano le atmosfere che si creano nei pezzi degli A Perfect Circle.
Beast of Honor è un pezzo allegro e un po burlesque che per i suoni ricorda i Queens Of The Stone Age ed azzecca un altro ritornello (“I'll be anything you want, you'll love me more than you love yourself, on my knees on my knees beging you darling please”) e cita nientemeno che Ozzy (“finished with your woman 'cause she's not me” che riprende “finished with my woman 'cause she couldn't help me with my mind” cantata su Paranoid, il più famoso brano dei Black Sabbath).
My Foggy Notion parte di brutto con un riff “quadrato” fatto da chitarre potenti in primo piano che addirittura coprono la batteria, tenuta stavolta più indietro. Gli archi del brano sono accreditati a Paz Lenchantin, Ana-Vale Lenchantin e Fernando Vela e si sposano perfettamente con gli strumenti elettrici malgrado questi ultimi siano sparati a mille.
Più arioso e luminoso è lo scenario che si ascolta in Would if I Could, pezzo pop che non avrebbe sfigurato come singolo e forse avrebbe potuto dare alla signorina Auf Der Maur più passaggi radiofonici, magari anche qui da noi (peraltro all'epoca dell'uscita di questo disco Melissa suonò al concertone del primo maggio a Roma...ricordo chiaramente la minigonna che indossava). A percorrere Overpower Thee è il pianoforte suonato da Chris Goss, produttore dell'intero lavoro insieme all'autrice dei brani. I toni del pezzo (scritto da Goss e Josh Homme) sono cupi e malinconici, la voce straziata e quasi teatrale: due minuti e mezzo trascorsi con l'immaginazione in un fumoso club anni quaranta con la femme fatale di turno che canta sdraiata su un pianoforte a coda...
Si va invece letteralmente al galoppo su Skin Receiver, dove batteria e chitarra fanno il verso ad un cavallo: i suoni creati per questa canzone con la chitarra sono veramente da fuori di testa! Ah, le urla che si sentono sono accreditate a Josh Homme.
Quest'ultimo firma insieme a Melissa il pezzo che chiude il disco (I need I want I will) e che comincia con i suoni dell'India. La melodia è affidata quasi esclusivamente a vocalizzi, mentre la voce principale parla. Altra cosa curiosa è che per questo brano sono presenti nel booklet i credits per chi ha battuto le mani ed i piedi, ovvero tutti i musicisti che hanno partecipato alle sessions e tale Barry “Tinker” Thomas. Morale della favola: se lei ha bisogno di fare musica e vuole farlo...lo fa.
Lasciate scorrere quest'ultimo brano e troverete una bonus track: ascoltate e poi ditemi.

Disco davvero potente questo, complici i numerosi ospiti (e che ospiti!) gli arrangiamenti ben riusciti ed i suoni studiati ad-hoc per il progetto. Certo gli echi del passato musicale della signorina si sentono, ma non sono così evidenti ed in più c'è da aggiungere che le canzoni sono state scritte molto bene, in modo maturo (questo è il primo lavoro solista).
Ma dai, non sapevo fosse stata modella per una campagna di Calvin Klein...

Voto: 7

sabato 21 novembre 2009

Elio e le Storie Tese - Gattini (Sony Music, 2009)


Dicono che Elio e le Storie Tese o li si ama o li si odia, ma per me questa affermazione non ha senso. E' impossibile per chiunque con QI superiore alla media odiare volontariamente Elio e le Storie Tese.
I simpatici mattacchioni di Milano (che a prima vista sembrano un gruppo di pagliacci qualunque, e invece si rivelano essere probabilmente il gruppo più sagace, intelligente e critico che vi sia in Italia al momento, oltre che ovviamente il più divertente) dopo averci brillantemente e piacevolmente sorpreso con "Studentessi", a distanza di un anno ci riprovano con questo "Gattini".
Ma non lasciatevi trarre in inganno, "Gattini" non è tanto un disco nuovo quanto un operazione di rivisitazione dei vecchi classici impreziositi dall'orchestra. Vi è un solo inedito, "Storia di un bellimbusto", molto divertente e realistica dal punto di vista del testo, ma un po' scarna musicalmente. E il resto? Quest'operazione impreziosisce i brani oppure li rende solo più pomposi?
Partirò subito dicendo che la versione qua presentata di "Cassonetto Differenziato per il Frutto del Peccato" è assolutamente fiacca e che ne "Nella Vecchia Azienda Agricola" ne "John Holmes (Una vita per il cinema)" convincono a pieno (quest'ultima avrebbe potuto essere molto meglio se solo la chitarra di Cesareo fosse stata più alta nel mixaggio). Inoltre "Uomini col Borsello" e "Shpalman" non mi sono mai piaciute e benché la versione "romanza da salotto" di quest'ultima sia geniale, queste nuove versioni non mi fanno cambiare idea, e la versione qua proposta de "La Follia Della Donna (Parte I)" per quanto gradevole non si discosta poi molto dall'originale.
Detto questo però bisogna fare i conti con una versione assolutamente straordinaria di "Essere Donna Oggi" che probabilmente surclassa qualsiasi versione live del pezzo (e con un cameo di Enrico Ruggeri irrestibile). Anche la versione di "Psichedelia" qua offerta è con tutta probabilità superiore all'originale (l'assolo finale di Cesareo, per quanto non complesso, fa scendere letteralmente i brividi, così come l'improvvisazione vocale di Lucio Dalla). "Largo al Factotum" con una prova vocale straordinaria di Elio, una maestosa versione di "Rock and Roll" (manca purtroppo la mitica frase "la techno è una merda", ma viene qua compensata da un imperdibile raffronto tra Apicella e i Deep Purple!) e ottime versioni di "Pork & Cindy", "La Terra dei Cachi" e "Il Vitello dai Piedi di Balsa" (nota personale, cos'è quella terribile musica che viene usata come pena qua?) contribuiscono sicuramente ad alzare la media del disco.
Insomma, qualcosa non convince, ma certamente i lati positivi superano di gran lunga quelli negativi. Elio e le Storie Tese non deludono mai, e sembrano anche non invecchiare mai: la voce di Elio è più matura, Rocco Tanica, Jantoman e Cesareo paiono non sentire gli anni che passano suonando sempre con più entusiasmo e la sezione ritmica Faso/Meyer è ancora più compatta del solito. Brillanti dal punto di vista compositivo, brillanti da quello strumentistico.

Se avete comprato l'album su itunes come premio vi trovate "Der Wahn der Frauen (erster Teil)" (versione in Tedesco de "La Follia della Donna (Parte I)") e "(Nubi di Ieri sul Nostro Domani Odierno) Abitudinario" assenti nella versione CD. Se invece, come me, avete comprato l'album in edizione CD, come premio trovate allegato un interessante DVD contenente il divertente making dell'album e il videoclip + making of di "Storia di un Bellimbusto". Insomma, qualsiasi edizione voi prendiate sarete ricompensati. Perché non approffittarne?

Certo, questo album non è essenziale, ma sicuramente ai fan storici piacerà e potrà incoraggiare nuovi ascoltatori a scoprire la musica di Elio e le Storie Tese, senza caricarli di un inutile best of (cosa che la Sony ha già fatto contro il volere stesso di Elio e soci. Notate tra l'altro che anche "Gattini" è uscito per la Sony. Obblighi contrattuali?)
Concludo infine dicendo che sono grato al gruppo di aver escluso brani come "Tapparella", "Servi della Gleba" o "Cara ti Amo", che sono sì stupendi e marchio di fabbrica del gruppo, ma che avrebbe finito per stereotiparli troppo e per legarli sempre agli stessi pezzi. Certo, almeno un brano da "Studentessi" potevano metterlo, ma in fondo tra quell'album e "Gattini" è passato solo un anno.

Voto: 8+

giovedì 19 novembre 2009

Barbagallo - Floppy Disk (autoprodotto, 2009)


L’onesto recensore ogni tanto deve saper ammettere che alcuni dischi vanno ascoltati con una cultura musicale alle spalle che non possiede. Alzo la mano. Il cantautore siciliano Carlo Barbagallo mette sinceramente in difficoltà, ma piuttosto che lamentarmi preferisco trovare le parole per descrivere un lavoro immenso nella sua completezza ed originalità, un disco che tocca i più diversi meandri del blues, del pop, del rock, della psichedelia, con sperimentazioni al di là degli schemi che ormai ingabbiano anche chi fa prog o musica d’avanguardia. Molto spesso, perlomeno.
“Floppy Disk” esce dalla mente di uno dei musicisti più eclettici che mi sia capitato di ascoltare. Dalla sua biografia si apprende la sua abilità con molti strumenti, ma anche che ha solo 25 anni. Non è questo che scopriamo in un CD influenzato dai Beatles (per questo fari puntati su Paper Mirror e Friday) e dal brit-rock meno ostentato (è il caso dell’unico pezzo orecchiabile, Yolkrise), con chitarre di buona ispirazione anni ‘60 – ‘70 (i primi Pink Floyd o i lavori solisti di Barrett? Zappa?), piano e tastiere allucinate, musica raffinata. Ricordi di Genesis e dei più recenti Motorpsycho, quando anche loro superano le vie più “alternative” per raggiungere quello stato quasi comatoso, riflessivo, che con le venature psichedeliche tra arpeggi e synth ti sa far immaginare di essere chissà dove, sorvolando chissà quale posto incantato. Evocativo, il termine giusto (soprattutto per un pezzo come Spectacle, che in alcuni tratti fonde i Radiohead di “OK Computer” alle atmosfere di “Animals”, di quei bravi ragazzi di Waters & co. che ho già citato prima). Sono anche i titoli a farti capire che si cerca una certa comunicatività, come Pale Purple Sky, e la successiva, in ordine, Motion Reprise, un viaggio noise senza pretese. Si ritorna sulle frequenze radio (se qualcuno ha visto I Love Radio Rock) con Cold Shiver, apprezzabile in particolare per l’inserimento, tanto azzeccato quanto inaspettato, di un vortice di archi e suoni sintetizzati dalle arie piuttosto “classicheggianti”, e controtempi di batteria praticamente irriproducibili. Ed è musica da sonorizzazione di film muto in Little Island, un elemento su cui spero questo artista si voglia cimentare in futuro perché ha potenzialità per creare accompagnamenti davvero degni a scene di inimmaginabile teatralità (l’LSD non serve quando circola questa roba, sul serio).
Un album davvero caleidoscopico, quasi un’opera dimostrativa di come la cultura musicale ti possa portare, anche con poca esperienza (senza sminuire il buon Carlo), a produrre dei gioielli di raro splendore, ed il valore artistico di questo disco, già riconosciuto da recensori ed ascoltatori un po’ ovunque, dovrebbe avere la possibilità di viaggiare oltre i meandri di internet. Ma si sa, dissotterrare la musica migliore dalla fossa in cui l’hanno conficcata i discografici del 2000 è impresa da pochi. Ma per Barbagallo, ci metterei la firma. Ascoltatelo, ne vale veramente la pena.

Voto: 9

martedì 17 novembre 2009

Expatriate - In The Midst of This (Dew Process, 2009)



Dall'Australia con furore. Mediatico più che altro. Spinti dal basso con esibizioni importanti e l'attenzione delle riviste patinate, si presentano così con delle attese da eguagliare. O da disattendere. In questo caso possiamo parlare di un perfetto equilibrio. Gli Expatriate infatti propongono un indie rock pesantemente influenzato dalla new wave con ritornelli orecchiabili che qualche volta si potrebbero comparare al rock più commerciale del panorama americano (Foo Fighters in primis, vedere l'opener track, l'azzeccatissima Get Out, Give In). La struttura non è mai troppo complessa e sempre molto attaccata allo standard della strofa-ritornello-strofa-ritornello, così come il fan meno esperto vuole sentire. E infatti Crazy, la meno possente Air e la spedita e molto “alternative” Play A Part (il cantato mi ricorda molto Brandon Flowers, direttamente dai The Killers, forse una delle band che più si avvicina al sound di questo Expatriate). Niente sorprese sperimentali o particolari nella tracklist del cd, sound pulito e canzoni radio-friendly dal piglio commerciale, seppur si senta qualche influenza anni '80 che tende a scurire il suono. Ma lo sappiamo, farlo significa cavalcare la moda del new wave revival ormai sempre più pesante da sopportare. Times Like These e The Spaces Between (la seconda con qualche elemento più “placebiano”) scorrono via fluide, con i loro riff molto pop all'insegna del “facile da memorizzare”. Obiettivo raggiunto. Il resto del disco non ha molto di diverso da quanto finora detto.
Tirando le somme “In The Midst of This” è un album modesto, probabilmente con più pretese di quelle che è riuscito a trasformare in risultati, però si piazza tranquillamente sopra la linea del discreto, abbassato nel suo voto finale forse per quell'assenza di originalità (compensata da un hype pazzesca, tra l'altro) che ormai tutte le band di questo genere presentano. E non c'è da stupirsi. Se vi piace sempre guardare al passato senza cercare niente di nuovo (non che sia necessariamente una cosa negativa), gli Expatriate sono un buon rifugio. Lo ripeto, senza pretese. Ma discreti. 

Voto: 6.5 

lunedì 16 novembre 2009

Flight of the Conchords - Told You I Was Freaky (Sub Pop Records, 2009)



Nuovo episodio per il duo televisivo-musicale neozelandese. Autodefinitisi “comedy duo” o band “alternative hip hop”, tra le altre cose, sfornano un disco simpatico, una specie di collezione di brani inediti ed altri apparsi nella loro serie televisiva nel corso della programmazione sul canale americano HBO. Non era difficile trasportare il carisma dei due in musica, e questo disco ne è un esempio, benché dal punto vista del contenuto sia difficile esplorarne modi e significati.
Le basi da hip-hop di bassa lega sono senz'altro qualcosa che non giova al duo, che ci aveva deliziato in passato con ballate dal sapore più folk ed indie sicuramente più adatte al loro tiro. E' così che pezzi come Hurt Feelings, in apertura, e We're Both In Love, perdono quasi ogni interesse, essendo anche privi di quella caratteristica tipica dei brani rap “all'americana”, cioè avere bassi potenti e melodie catchy, che qui mancano quasi del tutto. Demon Woman si fregia di un approccio quasi power-pop anche se rimane sempre in quel riquadro di pseudo-ascoltabilità che denota una certa pecca di creatività di chi ha composto questi brani (sicuri che siano proprio i due?). A volte spingono a un po' di movimento, come in Sugalumps, in cui mescolano Justin Timberlake con l'r&b dei Black Eyed Peas. Non sarà una nota di merito, ma in un disco del genere il pezzo ha anche il suo perché. Sembra stia per comparire la voce di Dave Gahan in Fashion is Danger, ma poi l'affiatato duo ci delude di nuovo e torna all'hip-hop quasi inascoltabile di metà delle produzioni di Timbaland (e di nuovo in Too Many Dicks), con delle linee di voce prevalentemente “parlate”.
"I Told You I Was Freaky” è senza dubbio un album con nessuna attrattiva musicale, se non qualche ritornello radio-friendly che fa l'occhiolino a quelle hit da MTV di cui, conoscendo i due, pretende d'essere una parodia (ma non solo di quelle, basta sentire come mettono in caricatura Bob Marley e stralci più “omologati” della scena reggae in You Don't Have To Be A Prostitute). E' proprio l'intento canzonatorio dei testi (a tratti sinceramente molto simpatici) e delle musiche che fa un po' da contraltare all'assenza di originalità e di senso ad un CD che è più il nuovo episodio di una serie di mosse di marketing relative ad uno dei marchi di fabbrica delle grandi TV americane. Sono i Flight of the Conchords, con tutto quello che comporta.
Il che può anche piacere. 
Voto: 5 

venerdì 13 novembre 2009

Sondre Lerche - Heartbeat Radio (Rounder Records, 2009)


Sondre Lerche è un giovane artista norvegese che propone da ormai dieci anni un indie rock, influenzato dal pop e dal folk più cantautorali, dai forti accenti britannici con accenni neanche troppo nascosti alla vecchia scena, appunto, inglese (Beatles, ecc.). Un po' come la miriade di band che dal Regno Unito, e non solo, spopolano dalla morte di Lennon in poi. Però il ragazzo ha una marcia in più.
Nel disco, “Heartbeat Radio”, dodici brani melodici, alcuni più spensierati altri più malinconici, semplici ma con una struttura ben studiata. I Cannot Let You Go tra le più “easy-going”, mentre ci si abbandona alla tristezza da “rainy days” che penso conoscano più gli inglesi che i norvegesi (ma per Sondre non è così) in pezzi come Easy to Persuade, I Guess It's Gonna Rain Today e If Only, quest'ultima costruita in maniera più complessa, seppur di poco, rispetto alla media del disco con alcuni timidi cambi di tempo a colorare l'album, in verità piuttosto monocromatico. E se non è niente di nuovo, né rispetto ai suoi lavori precedenti né rispetto altri artisti della medesima scena, ci regala comunque perle dal piglio coldplayiano (ci piacciono i neologismi) come l'opener Good Luck, rimanendo ancorato comunque al suo stile più comparabile ai Belle & Sebastian, da Glasgow. E in ogni caso pezzi come Words & Music sfigurano in mezzo ad alcune perle come le già citate o la sostenuta Almighty Moon.
In fin dei conti l'album è passabile, ben arrangiato e suonato ancora meglio. Perde lucidità se paragonato ai suoi precedessori e anche a qualche altro disco di artisti della scena britannica (Peter Doherty in primis), però si ascolta senza problemi. Certo, per la stampa che ha bisogno di criticare (Pitchfork?) materiale da infangare ce n'è, però noi che siamo più “liberali” possiamo tranquillamente dire che artisti come questi non fanno male alla musica né all'entourage da cui provengono, e un concertino, sotto la pioggia, ci sta pure. Buono. 

Voto: 7- 

giovedì 12 novembre 2009

Foo Fighters - Greatest Hits (RCA, 2009)


Recensire un "greatest hits" non è facile, soprattutto se non si tratta di rimasterizzazioni o riedizioni. Come il 99% delle raccolte anche questo "best of" dei Foo Fighters è una semplice carrellata di singoli con un paio di inediti e una versione alternativa di un vecchio singolo. Quindi, poco di nuovo. Dave Grohl e soci hanno fatto i miliardi e si possono permettere di prendere qualche altro spicciolo facendo contenta la casa discografica con un prodotto di questo tipo che probabilmente manco hanno voluto (si sa come funzionano queste cose no?). 
Concentrandosi sul contenuto del disco, vi si trovano sedici tracce tra le quali i tredici singoli più popolari (mancano solo "DOA" e "Walking After You"). Chiaramente stiamo parlando di All My Life, My Hero, Monkey Wrench e tutti gli altri successi del passato che già abbiamo sentito e risentito centinaia di volte ai concerti dei Foo. La tracklist è quindi piuttosto succulenta per chi apprezza la band e non ha voglia di comprarsi tutta la discografia, limitandosi a prendere dallo scaffale il greatest hits che da buona operazione di marketing si troverà in numerose copie sopra a tutti i loro vecchi full length. A dire il vero la delusione è per la durata di 63 minuti del disco, che poteva quindi contenere qualche canzone in più (le due sopracitate, oppure "Let It Die", "In Your Honor", "Aurora", "Generator" o "Stacked Actors", di possibilità ce n'erano molte), anche a livello di inediti, ma così non è stato. Per quanto riguarda le novità troviamo un'edizione acustica di Everlong, il brano più riuscito di tutta la discografia degli americani, apprezzabile in questa veste più "da camera" (già proposta nei live da 3 anni circa); gli inediti sono una vera sorpresa. Il singolo Wheels, che sta spopolando su MTV et similia, è un vero e proprio tormentone, con un ritornello orecchiabilissimo ed un tiro veramente spaventoso. Rimane in testa con grande facilità grazie anche ai soli quattro accordi con cui è costruito, ma nonostante questo cattura l'ascoltatore e risulta, alla fine, uno dei brani più riusciti degli ultimi 10 anni di carriera dei Foo Fighters (escludendo quindi i primi tre dischi). Word Forward è invece meno commerciale e ha una struttura più classica, con il tipico urlato di Dave e i riff taglienti che contraddistinguono praticamente metà delle canzoni della band. Lascia meno il segno rispetto a tante loro hit del passato ma è comunque sopra la sufficienza.
Che dire, questo "Greatest Hits" è un prodotto interessante sotto il profilo collezionistico e pubblicitario più che per il suo valore "discografico", nonostante contenga due inediti interessanti da ascoltare anche per chi i Foo Fighters non li ha mai approfonditi. Per il resto, una mera operazione di guadagno come una band di questo calibro si può tranquillamente permettere. Ma Wheels resta una perla non da poco.

Voto: 6.5

mercoledì 11 novembre 2009

The Styles - Newrante (H20 Music, 2009)


Per chi non conosce Guido Style è quello che qualche tempo fa faceva finta di suonare la chitarra ai concerti di J Ax dopo il successone di "+ Stile", quella canzone di merda. Beh. Nei The Styles è tutta un'altra cosa. Dopo l'esplosione di alternative rock dall'impeto quasi punk del primo CD (You Love The Styles), questo Newrante è un disco che deve molto alle collaborazioni di Guido (unico produttore e musicista di tutte le canzoni) con l'ex Articolo 31, e si contamina di dance e pop senza tanto nasconderlo. 
La sua forza è negli inni quasi "generazionali" di canzoni come la title-track Newrante, che se la prende con il mondo dello star system musicale, con i gruppi di moda che evidentemente non sono apprezzati da un ragazzo che ha così trovato il modo di farne parte. Musicalmente banalissima, è comunque abbastanza catchy da diventare "suoneria del mese" per qualche squallido programma di MTV o della defunta All Music, ma ammettiamo che il suo ritornello non se lo toglierà dalla testa nessuno. Il brano più intenso e "comunicativo" è Degeneration Group, carrellata di esperienze di una gioventù che alcuni definirebbero "bruciata" e narrata da un suo protagonista con uno sguardo al Rino Gaetano (in versione più soft, chiaramente) più recentemente reinterpretato in chiave moderna già ad artisti come Luci della Centrale Elettrica e Zen Circus, ma in questo caso piegato alle influenze più pop dell'artista. Amsterdam, una città che si ama citare nei testi da tanto tempo ormai, è un brano melodico, malinconico e che scivola tra le note di una qualsiasi canzone nazionalpopolare con liriche d'amore, seppur sia presente quel tocco personale di Guido che la accosta più al resto del disco che ad artisti della nostra scena cantautorale. In ogni caso parzialmente evitabile, come i crediti del disco (nella traccia Credits) sparati col vocoder sopra una base dance; un riempitivo quasi squallido per un disco che doveva nascere dal numero spropositato di brani che il ragazzo si vantava di aver composto per questo nuovo lavoro. Stessa cosa per i brani strumentali, Hitler's Vendetta e Pig's Fly, in quanto risulta di difficile comprensione il loro significato all'interno del contesto The Styles sebbene puntino il faro sul futuro molto più "dance" o elettronico del progetto. Le basi quasi da discoteca si portano via anche una potenziale hit come Party Animal (più per il testo che altro), per niente azzeccata soprattutto per il vocoder che suona in alcuni momenti ridicolo ed un testo più banale rispetto a quelli citati sopra (a parte qualche frase degna di nota come "se incontro la band del momento gli sputo"). Carine ma nulla più le due canzoni che musicalmente rappresentano l'unica soluzione di continuità con il debut album, Radio Star e Rock Band (la seconda in versione inglese come bonus track), dove l'alt-rock è prevalente, con distorti e soliti riff in power-chord che si apprezzeranno soprattutto nei live ("non avrò una bella faccia ma almeno io ce l'ho", incipit di un ritornello memorabile).
Facendo due conti questo Newrante non regge minimamente il confronto con il suo precedessore, vuoi per la troppa libertà creativa che si è concesso Guido (e che magari non ha così tanta fantasia) o vuoi semplicemente per la piega che ha deciso di prendere, sfruttando il successo avuto con i primi singoli, per cantare in italiano e sfondare nel mondo di MTV che sembra, impropriamente direi, snobbare nei suoi testi. Alla fine "non mi vesto da coglione perché siete già in tanti" è un inno più che per chi lo ascolta che per chi la canta, che un po' coglione si dimostra in questo senso. L'album è comunque salvabile e si merita più della sufficienza per i testi simpatici ed azzeccati e qualche spunto rock che si spera sia di buon presagio anche se come avrete capito, il sottoscritto non ci spera. Fate lo sforzo di sperarci voi.

Voto: 6.5

lunedì 9 novembre 2009

Le Vibrazioni - Officine Meccaniche (BMG, 2006)



Il terzo lavoro delle Vibrazioni arriva, nel 2006, come una palese dimostrazione delle qualità tecniche e compositive di una band che nonostante i cambi di formazione non ha ancora perso lo smalto che possedeva negli anni del fortunato debutto. E' un lavoro prettamente rock, più vicino al loro primo disco che a quello successivo (II), con l'inserimento di qualche elemento più esterofilo, dall'attitudine hard rock (vedasi il ritornello del singolo Drammaturgia) e con quell'immancabile commistione di pop all'italiana, rock preso a piene mani dalla tradizione ledzeppeliniana (e più in generale della vecchia scuola inglese) e funky (L'Inganno del Potere e Sai emblematiche in questo senso, probabilmente le più classiche nei confronti del vecchio repertorio di Sarcina e soci). Se è un ottimo brano dall'anima pop, vicino a "Dedicato a Te" e vecchie glorie dei milanesi, con un cantato molto memorizzabile e un groove che più radiofonico non si può. Introduzione ad uno Stato di Inebriante Distacco dal Reale si inerpica in sentieri inesplorati per la band, e risulta un pezzo dalle forti atmosfere post-rock, arricchite da tastiere ed archi dagli ottimi arrangiamenti (sempre in aria "easy-listening"). Queste tinte sperimentali si ritrovano poi nella coda strumentale di Eclettica. Il rock in puro stile Vibrazioni è ancora più evidente in Dimmi, con qualche studiata intromissione noise. E Fermi Senza Forma è, in sé, la sintesi perfetta di tutti gli elementi di questo "Officine Meccaniche", risultando tra i brani migliori del disco.
Grazie ai soliti riff di facile presa, ai testi quasi sempre legati a tematiche d'amore (testi all'italiana, dicesi) e ritornelli più catchy che mai, questo terzo album delle Vibrazioni è la prosecuzione perfetta della loro carriera, visualizzando comunque un'evoluzione nel sound che lascia presagire bene per il prossimo full-length. Che dire...contaminatevi anche voi di queste vibrazioni ad altro rischio dipendenza.

Voto: 8

domenica 8 novembre 2009

Verdena - Miami Safari EP (Black Out/Mercury/Universal, 2002)



Miami Safari EP è in ordine cronologico il quarto EP (o singolo, come lo definiscono alcuni) prodotto dai Verdena, tramite la combo Black Out e Universal (con il contributo anche di Mercury), che ha pubblicato tra gli altri Ministri e Casino Royale. Come i precedenti ("Viba", "Valvonauta" e "Spaceman) contiene l'omonimo pezzo e alcuni inediti, tra cui una cover, tutte riproposte col tempo anche nei concerti.
I contenuti di questo EP sono forse tra i migliori mai prodotti dai Verdena al di fuori dei loro full length e lo capiamo subito, tralasciando Miami Safari, presa direttamente dall'album della svolta "Solo Un Grande Sasso", prodotto con Manuel Agnelli degli Afterhours, comunque ottimo pezzo dalle aperture melodiche sopra i tipici riff "verdeniani" che subito si individuano nella mano del frontman Alberto Ferrari. La suite Solo Un Grande Sasso (divisa in Parte I e Parte II) mette in fila in tutto dodici minuti di neopsichedelia quasi completamente strumentale, devota ai Pink Floyd come al noise della generazione precedente i Verdena (fine anni '80 - inizio '90), con una struttura studiata ad hoc per non annoiare nonostante la lunga durata. Il riff di base è sempre il medesimo ma viene rielaborato più volte dai tre (aiutati anche da un piano Rhodes, uno wurlitzer, alcuni synth e un mellotron, come si apprende dal booklet) creando quell'effetto sorpresa che ti coglie ad ognuno dei numerosissimi cambi presenti nei due pezzi. L'altra novità, Morbida, è una ballata con chitarra acustica simile alle altre che i Verdena hanno proposto su questa falsariga ("La Tua Fretta", "Bambina In Nero" e "Onan" in particolare). Nessun commento sui testi, particolari come sempre. 
La cover presente in questo EP è dei Melvins, formazione cara ai tre bergamaschi. Si tratta di Creepy Smell, eseguita in maniera molto potente e precisa, leggermente più veloce dell'originale, con la voce di Alberto ad urlare per avvicinarsi alla resa in realtà molto più personale dello storico King Buzzo. Da apprezzare soprattutto i concerti.
Questo EP, così come tutti gli altri, è immancabile nella collezione di ogni fan dei Verdena, ma dovrebbe essere ascoltato anche dai fan dell'ultim'ora e dai semplici interessati perché contiene in sintesi parte del codice genetico dei Verdena, tutta la loro vena compositiva ispirata dai grandi della psichedelia e del grunge, la grazia nella scena dei suoni e l'aggressività che li contraddistingue nelle performance live. Se lo trovate, procuratevelo.

Voto: 8