venerdì 2 dicembre 2016

Ivan Romano - L'Inventore Saltuario (Arie, 2016)

Approcciare "L'inventore Saltuario" di Ivan Romano non è stato semplice. Un disco colorato, istrionico nella sua propensione al folk, teatrale senza risultare attoriale o artificioso, ma in un equilibrio precario nei toni. Si, perché il cantautore campano sbilancia un po' i toni a favore di narrazioni geografiche, contestuali o di viaggio, come in "Irpinia" e in "Salento", i brani più mediterranei ma anche i più scontati, nonostante la profondità nel riferirsi a terre che sembrano essere parte dell'anima. Tra i suoi riferimenti più evidenti, forse pronosticabili ancor prima di approfondire, si percepisce appena Francesco De Gregori ("Ma è Difficile Farlo", "Vento di Primavera") ma nonostante il carattere forte e deciso di Romano, la sua presenza artistica impetuosa che monopolizza ecletticamente la scena, in un'analisi critica come quella che stiamo facendo non possiamo che spostare l'attenzione verso la musica. In questo lavoro infatti rinveniamo di tutto: blues, musica sudamericana, musica d'autore anni cinquanta, settanta e novanta, jazz e ancora jazz. In ogni cambio di registro gli strumentisti rivelano grandi dinamiche, capacità tecniche notevoli e in grado di liberare il frontman dall'impaccio anche in quei momenti dove la sua voce, per così dire, imbizzarrisce.

Per dare un giudizio definitivo a questa opera, ritorniamo al suo titolo. Chi è un inventore saltuario? E' un lavoratore instabile, malsicuro, in una condizione vacillante, un po' come lo sono tutti i creatori ovvero gli artisti, e in questo periodo un po' tutti gli italiani. Solo collocandolo nel quadro ben preciso della nostra attualità, trova un significato e un'ubicazione socialmente rilevante diventando non solo un disco ma anche una rappresentazione di un mondo.  

domenica 20 novembre 2016

Dedo - Cuore Elettroacustico (Believe, 2016)

Il "Cuore Elettroacustico" di Massimo Dedo è un muscolo cardiaco variopinto, multiforme. Dalle variegate esperienze in tour e in studio con moltissimi nomi tra i più noti della nostra scena (ne citiamo alcuni, Elio e Le Storie Tese, Nomadi, Niccolò Fabi, Arisa) deriva l'eterogeneità, forse risultato delle troppe influenze di cui giocoforza il suo percorso musicale è imbevuto, mentre la precisione chirurgica nel suonare e comporre è senz'altro diretta conseguenza del suo passato da orchestrale, tra gli altri con il maestro Riccardo Muti e al Festival di Sanremo.
Prima di tutto, Dedo - così lo dobbiamo chiamare - è un trombonista, e risulta strano, ma non troppo, che questo strumento non sia l'elemento essenziale del disco. In "Piango alla TV", Faso ruba la scena all'autore principale di questo lavoro, ma uno dei momenti più incisivi di questo album è "Il Ballo del Maiale Ingrifato", conclusione ironica, dalla costruzione tortuosa ma saggia, in definitiva un viaggio strumentale che ha molto da dire. 
Il funk e lo ska, sparsi senza pretese lungo tutto il disco, ci donano le porzioni più divertenti e simpatiche, con una virata surf sferzante e malinconica solo in "Inverno Maledetto", eccellente dimostrazione di caparbietà autoriale. Max Gazzè in "Taggami il Nervo dell'Amore" disperde energie positive con il suo basso e la sua voce, duettando con Dedo in un episodio - di questi tempi immancabile - di satira moderna, con obiettivo i social network e l'uso che se ne fa. 

Non è un disco di cui viene naturale discutere a lungo. Scivola liscio, tra una risata e una lacrima, appena scolorito da una produzione freddina, modernizzata in maniera imprecisa con il risultato opposto. In ogni caso, non si può parlare di un lavoro anonimo, grazie alla presente e pregnante personalità di Dedo, che riesce a lasciare il segno e dare un'immagine sempre più completa del suo essere artista.  

domenica 6 novembre 2016

Pier Mazzoleni - Gente di Terra (autoproduzione, 2016)

Se ci dessimo l'obiettivo di individuare una lista dei mali emblematici del popolo italiano, anche lasciandoci alle spalle gli stereotipi e i pregiudizi da bar, non potremo mai trascurare e misconoscere l'assenza di un'identità comune. La patria esiste solo nominalmente, mentre è indiscutibile la presenza pervasiva di un campanilismo profondo e radicato che sovente sfocia in una sorta di "razzismo interno", tra nord e sud, tra regioni, province, comuni, infine tra quartieri della stessa cittadina. "Gente di Terra" discorre anche di questo, e il cantautore bergamasco Pier Mazzoleni, giunto al suo quarto sforzo discografico, utilizza un italiano accurato, forbito e riverente verso la medesima madrepatria cui molti - troppi - italiani rivolgono un debole o addirittura striminzito spirito di appartenenza. 
Entrando nel merito, l'album è più forte liricamente che musicalmente, e laddove è considerevole l'influenza dei cantautori italiani, lo è invece meno la devozione ad un universo, a un genere ben determinato. Si passa da arabeschi in bilico tra flamenco e farruca ("Dolce Maddalena") al violino Irish su folk toscano (la Bandabardò ha un influsso sicuramente consistente per "Il Terrorista Jo"), senza disdegnare capatine nel pop beatlesiano più etnico, nel jazz in salsa ragtime e infine nei tipici quattro accordi della canzone d'autore nostrana.  Di difficile comprensione la scelta di includere segmenti cantati in altre lingue, come il portoghese della pre-conclusiva "Cambiamento", ma i riferimenti geografici e culturali di questo lavoro sono talmente abbondanti ed eccentrici che tutto viene assorbito come simbolismo, scelta stilistica prodigiosa, frutto di un'erudizione ineccepibile. 

In linea di massima, non è indelicato asserire che di dischi come "Gente di Terra" ne abbiamo sentiti parecchi negli ultimi decenni. Mazzoleni però, contaminato da un terreno musicalmente iper-fertile come la bergamasca, colpisce per l'essere personificazione dell'artista a trecentosessanta gradi, teso a guadagnare la massima ampiezza del ventaglio delle scelte artistiche senza mai uscire da un'identità ben definita e tratteggiata con mano ferma. Lo aspettiamo alla quinta prova con enorme curiosità. 

domenica 23 ottobre 2016

Lisa Giorè - Le Vie dell'Insonnia (Volume Records/Boxtune, 2016)

Volume Records si presenta come una società di servizi, un'etichetta moderna che guarda al futuro, e lo fa - per il disco di Lisa Giorè e molti altri artisti - in simbiosi con la startup italiana di recente creazione, Boxtune. "Le Vie dell'Insonnia" della giovane cantante senese (e bassista "per ripiego", dice lei) prende più importanza anche analizzando il suo contesto promozionale, poiché si tratta di un lavoro di stampo tradizionale e per certi versi rischioso, e di questi tempi molta parte del successo di un disco lo decide come viene lanciato e da chi viene sostenuto.
Entrando nel merito, si tratta di canzone d'autore all'italiana, condita solamente da qualche pizzico di modernità sotto forma di striature elettroniche appena accennate, e trae la sua forza sicuramente da elementi altri rispetto alla musica strettamente intesa. Nonostante i validi musicisti e i tratti folk, swing, jazz, con vere e proprie divagazioni a cavallo tra Bob Dylan e Duke Ellington, stupiscono più le parole delle note, con testi scritti in maniera eccezionale, con una capacità comunicativa, una profondità e al contempo una leggerezza di rare fattezze. In alcuni momenti più eterei può ricordare certi lavori della prima Carmen Consoli, La penna di Lisa svolge in continuazione la tensione come un gomitolo, ricomponendola poi in un'atmosfera trasognante e in sospensione (i due concetti, agli antipodi, sono sintetizzati alla perfezione dal primo e dall'ultimo brano, "Lo Stato Attuale delle Cose" e la ballad psichedelica "L'Effetto del Vento"). Colpisce con foga il testo di "Parlo Di Te", dove le persone diventano "attori tremendi", mentre manca parzialmente di mordente rispetto al tema trattato la cantilena "Aria di Tempesta".

Raccogliamo e diamo un ordine sistematico a quanto detto. Liricamente, Lisa Giorè vince a mani basse sul resto delle componenti del disco. Musicalmente, non spicca nessuno ma gli arrangiamenti brillano comunque di luce propria, seppur mai troppo abbagliante. Nessuno dei dieci brani risulta più debole di altri, in un equilibrio complessivo che non può che impreziosire il prodotto. 
Servirà tempo per racimolare ulteriori energie e fare l'opera "definitiva", ma la cantante toscana ha di sicuro, alla prima mano, delle ottime carte. 

domenica 16 ottobre 2016

Niggaradio - FolkBluesTechno'n'roll...e Altre Musiche Primitive per Domani (Dcave Records, 2016)

E' piuttosto inconsueto, seppur non inedito, che la titolatura di una pubblicazione discografica manifesti così pienamente il contenuto e le intenzioni della medesima. Oltre alle pure e semplici denominazioni di genere, che richiamano l'oggetto della materia trattata (folk, blues e rock'n'roll principalmente, mentre per la techno occorrerebbe rimpiazzare il termine con drum'n'bass e ambient, un connubio più adeguato a ciò che abbiamo sentito nel disco), è tanto interessante quanto spiazzante la dicitura successiva: "Altre Musiche Primitive per Domani", ovvero ciò che contemporaneamente notiamo essere una confessione delle fonti e un auspicio per il proprio futuro. Le ibridazioni sono di fatto l'avvenire della musica contemporanea, e i siciliani Niggaradio prendono da questa lezione la linfa vitale per un processo di sintesi realizzato con precisione chimica e moltissimo gusto. "FolkBluesTechno'n'roll...e Altre Musiche Primitive per Domani", pubblicato da DCave Records (al lavoro, tra gli altri, con i Campo Avvelenato e i Saint Lips) snocciola coraggiosamente undici brani, quasi completamente dominati dal dialetto siciliano, perfettamente incastonato anche negli episodi più ritmici sebbene metricamente molto ostico da padroneggiare anche per un nativo. Blues e folk come nei ritmi più hip-hop di Moby e del primo Tricky, accessi d'ira viscerale che possono richiamare i beat degli Assalti Frontali, il tutto riconfezionato in una salsa elettronica moderna ed esterofila. A ricondurre alle proprie origini un disco dalla forte vocazione globale, oltre che la scelta linguistica, intervengono le collaborazioni (Cesare Basile, gonfaloniere di una tradizione folk catanese ormai divenuta di tutta l'Italia) e i temi trattati, politici come nei 99 Posse e nei Sud Sound System più impegnati, ma anche più giocosi e a sfondo ironico-caricaturale, à la Caparezza per intenderci, appannaggio sempre più sovente e ragionevolmente di artisti di origine meridionale. 
Quello che può, a tratti, far storcere il naso è la compresenza forzata di troppi elementi, sferzate acide e gigantesche costruzioni melodiche, cantati orecchiabili resi pesanti dalle strutture dei brani, in un'operazione che senz'altro si può ascrivere anche ad una consapevolezza nel songwriting maturata da anni di esperienza, perdendo in realtà un po' di vista l'ascoltatore medio. Tuttavia, il vero artista comunica ciò che sente, e non ciò che altri vogliono sentire. I Niggaradio, arricchiti da quel terreno culturalmente fertile che è sempre stata la zona circumetnea, svolgono la loro funzione di catalizzatori di arte e di personali rielaboratori di musiche antidiluviane "per domani", senza cedere a tentazioni radiofoniche. 

lunedì 10 ottobre 2016

Elefanti - Noi Siamo Elefanti (Autoproduzione, 2016)

Francesco Arciprete e Matteo Belloli (pseudonimi "Shamble" e "Teo") debuttano con questo "Noi Siamo Elefanti" sulla scena nazionale la loro visione del rock italiano, filtrata da quel particolare microcosmo musicale che è sempre stata la provincia bergamasca, prolifica e feconda come poche altre zone del Nord Italia. 
Il power duo Elefanti sembra non temere paragoni e confronti, tanto che i vari numi tutelari vengono posizionati sullo scacchiere composto dai sette brani senza celare nulla, rendendo inutile ripeterli in questa recensione. La cifra stilistica degli Elefanti appare subito la distorsione artificiale applicata alla voce, non proprio robotica ma sicuramente metallica. Un espediente che proviene dagli schemi tipici del garage rock, di fatto, né originale né essenziale alla musica proposta, per quanto non risulti noioso nel ripetersi degli ascolti, sinonimo questo di una funzionalità rispetto ai brani che va rilevata fuori dal recinto dei gusti personali. Coerentemente a ciò, i suoni sono tutti sparatissimi, in un corto circuito di veemenza quasi viscerale che in un certo senso investe come un pachiderma in piena corsa. Questa ultima frase può portare fuori strada il lettore, perché è anche vero che si tratta di power pop, con più di qualche soluzione melodica che svela un'innaturale ricerca dell'orecchiabilità. "Un Po' Conta (Se Vuoi)", dal titolo ammiccante ai comprovinciali Verdena, è in realtà un twist che assieme a "Me Lo Dici Sempre" rappresenta il cuore rock'n'roll del disco nella sua espressione più alta e positiva. 
In generale, le sette tracce tratteggiano un esordio più che dignitoso, che necessiterebbe solo di maggiore maturità. Per capirci, meno soluzioni post-adolescenziali e più elaborazione strutturale. Ma in Italia, bisogna dirlo, siamo abituati a vederci propinare i migliori lavori dopo il primo quindi osserveremo con attenzione la parabola - sicuramente crescente - di questi due ragazzi. 

venerdì 7 ottobre 2016

Custodie Cautelari - Notte delle Chitarre (ed altri incidenti) (Aereostella, 2016)

Ettore Diliberto ha cominciato montando i palchi per Edoardo Bennato, lavorato nel mondo del cabaret e iniziato a imporsi come nome fondamentale della scena musicale già negli anni '80. Negli anni ha collaborato, sul palco e in studio, con nomi di ogni genere e calibro, e citiamo tra i più popolari Elio e Le Storie Tese (su disco nella celeberrima "Tapparella"), Eugenio Finardi, Gianluca Grignani, Max Gazzé e Franco Battiato, ma è una sintesi ingenerosa rispetto alla lunghezza del reale elenco che andrebbe fatto. Da vent'anni cavalca l'onda di un discreto successo con la sua band, le Custodie Cautelari, che hanno fatto della collaborazione attiva con molti dei personaggi chiave del nostro panorama artistico una cifra stilistica. Per "Notte Delle Chitarre (e altri incidenti)" le personalità toccano principalmente la scena rock italiana, ma anche quella del cantautorato e del progressive (per l'elenco completo vedere la copertina). 

Cesareo degli EELST svolge un prezioso lavoro ritmico insieme al validissimo Alex Polifrone alle pelli per un pezzo d'apertura al fulmicotone, "Tic Tac (la vita che passa), dove la magnifica voce di Clara Moroni - nota ai più per i tour con Vasco Rossi - si sposa perfettamente con quella di Diliberto. In "Parte della Musica" le atmosfere ricordano un po' il Lucio Dalla degli anni '80, e l'ospitata ripesca proprio da quel periodo, con Marco Ferradini che nonostante il suo timbro riconoscibile e un brano cucito su misura per lui non contribuisce al punto dal renderlo il pezzo più memorabile. Discorso ben diverso invece per il momento più rock del disco, "Aria", con un ritmo incalzante e snervante che con altri suoni potremmo accostare al metal, e un entusiasmante lavoro di riff di Stef Burns, che riescono a dare ulteriore colore ad una canzone già di per sé eccezionale grazie alla grinta del frontman. "Chiudi gli Occhi e Senti" sembra un omaggio al rock più moderno. Riecheggiano qui chitarre à la Edge, i cambi energici dei primi Muse e una costruzione del pezzo molto R.E.M., pur senza fare risultare in alcun modo derivativo il tutto. E' strano ma gradevole l'apporto di Alberto Radius nel frangente più melodico e radiofonico del disco, "Se Poi Dio C'è", forte di momenti soul e gospel che regalano al disco l'ennesima impennata qualitativa a fronte di una moltitudine di generi per cui Ettore Diliberto ha rischiato di pagare il caro scotto dell'eterogeneità. 

Questo lavoro delle Custodie Cautelari trova la sua forza nell'estrema professionalità degli innumerevoli pezzi da novanta che ne sono complici, unica garanzia per evitare che si trasformasse in una sfilata di celebrità e veterani senza capo né coda. E' invece la sintesi perfetta di quarant'anni di musica italiana, con passaggi di straordinaria qualità, nuotate nel mare calmo dell'orecchiabilità ma anche scelte di fatto molto particolari di chi evidentemente ama il rischio di sbagliare ma sa di poterlo affrontare a testa alta. 

mercoledì 5 ottobre 2016

Geddo - Alieni (Autoproduzione, 2016)

Sarà l'aria di mare, la particolare conformazione di un territorio chiacchierato ma in parte isolato, o più banalmente la storia culturale ed artistica della regione, ma l'area ligure dimostra da sempre, anche quando si slancia verso ovest abbandonando il suo capoluogo, una tradizione di musica d'autore che innerva anche chi è orientato ad altri generi musicali. Da Albenga, provincia di Savona, Davide Geddo porta a casa un risultato più che dignitoso tendendo l'ennesimo filo tra Duluth e Roma - dunque tra Bob Dylan e Francesco de Gregori - senza risultare ripetitivo né un clone dell'autore de "La Leva Calcistica del '68". Lo fa con sporadiche incursioni nel folk vero e proprio, ma rimanendo legato ad un suo linguaggio, imparagonabile ad altri nomi, che come già visto nei due precedenti lavori pesca da stili distanti ma consonanti ispirazioni che possano rendere il tutto originale: country (quasi western), blues, jazz, classic rock, synth-pop anni '90 e l'elenco potrebbe continuare per almeno qualche paragrafo. Cosa rende il tutto omogeneo e quindi coeso, compatto, ben amalgamato? La voce di Davide, i testi, la scelta di scrivere in una lingua semplice e d'impatto, ma senza ricercare citazioni politiche banalotte e i classici tuffi nella storia che tanti cantautori italiani ci hanno cacciato in gola facendoci sognare ma poi stancare (De André, Guccini, ecc.). Il contenuto lirico è infatti moderno, e ciò traduce un'opera musicalmente non così contemporanea (che dire dei flauti à la Ian Anderson di "Lampi di Settembre"?) in un organismo sintetico e che vive di luce propria, trovando un equilibrio difficile che chiaramente può non piacere a tutti. Lontano dunque dall'essere pop da classifica, forzato e spietato verso le orecchie dell'ascoltatore disabituato all'analisi musicale e a contesti armonici più elaborati. Si concede anche leggeri virtuosismi, senza eccessi, parlando di social network e dell'influsso negativo che stanno avendo su questa società sempre più neghittosa ("Non Dirmelo"), e momenti di tiepida quanto pungente ironia. 

Un lavoro ben ponderato, che non scade mai nel triviale e nemmeno nel pomposo. Il giusto metro di misura che mancava nella scena cantautorale italiana degli ultimi anni. 

venerdì 26 agosto 2016

Into Deep #13 - Disgusting, depraved, despicable: "Flowers in the Rain" dei The Move

The Move (1966)
Bev Bevan (batteria), Roy Wood (chitarra, voce), Trevor Burton (chitarra), Ace Kefford (basso) e Carl Wayne (voce).

Sebbene in madrepatria siano considerati uno dei gruppi più importanti del Regno Unito degli anni '60, il nome dei The Move in Italia è conosciuto dai più solo come quello degli autori di quella "Blackberry Way" reinterpretata dall'Equipe 84 come "Tutta mia è la città", con nuovo testo di Mogol. Capeggiati dal carismatico polistrumentista Roy Wood, i Move offrivano un certo tipo di pop rock sofisticato e duro, con degli arrangiamenti complessi e raffinati che spesso si scontravano violentemente con testi ironici e sarcastici. Sotto molti punti vista, possono anche essere considerati dei punk ante litteram: se all'epoca i Rolling Stones venivano considerati come dei ragazzacci, i Move sicuramente andavano ben oltre. Ispirandosi alla distruzione di chitarre degli The Who sul palco, il complesso cercava di portarsi ad un livello superiore, spaccando effigi di vari capi di stato e terminando frequentemente i loro concerti con risse. Memorabile la loro prima apparizione televisiva del 1966, nella quale il complesso risponde alle domande della disperata intervistatrice con dei veri e propri non sequitur, accompagnati da facce buffe, balletti improvvisati e canzoncine, per poi finire il tutto con la distruzione di set televisivi.

I Move, però, sono ricordati anche per essere stati il primissimo gruppo rock ad essere trasmesso dalla BBC1, precisamente il loro singolo "Flowers in the Rain", il 30 Settembre 1967. Questo singolo è proprio l'argomento di cui parleremo in questo editoriale; sembra impossibile ma questa orecchiabile e decisamente innocua canzoncina beat è stata causa di una delle più grandi controversie della storia del rock, così forte da tirare in ballo servizi segreti, corti giudiziarie e pure il capo di stato Inglese!

Partiamo dal principio. Dopo aver pubblicato un primo 45 giri nel Gennaio 1967 ("Night of Fear"/"Disturbance"), salito immediatamente al secondo posto nella classifica Inglese, i Move si recano agli Advision Sound Studios di Londra, prodotti da Denny Cordell, per incidere un primo LP e, possibilmente, qualche singolo da mandare in pasto al pubblico. La scelta cade su un pezzo scritto da Roy Wood, come del resto la maggior parte dei loro originali: l'allegra e scanzonata "Flowers in the Rain". Inizialmente, però, il brano non convince Cordell, che sembra ritenerlo senza mordente, tanto che al termine della session decide di accantonarlo. Entra qua in ballo l'assistente di produzione Tony Visconti (in seguito lo storico produttore di David Bowie) che, ben conscio della qualità della composizione e del suo potenziale commerciale, capisce immediatamente cosa ci vorrebbe per ravvivarlo: una bella sezione di fiati e ottoni. Cordell non è ancora del tutto convinto ma a Visconti la canzone piace così tanto da essere disposto a fare il lavoro anche gratuitamente, e si decide, quindi, di fare un tentativo. Il risultato è decisamente bello e canticchiabile, anche per via della diversità delle voci di Carl Wayne e Wood che creano un buon contrasto, e soddisfa tutti ma, per qualche motivo, la EMI decide di annunciare un altro pezzo del gruppo, "(Here We Go Round) The Lemon Tree", come singolo, relegando "Flowers in the Rain" sul lato B. All'ultimo momento, però, Tony Secunda, il manager del complesso, riesce a convincere la casa discografica che "Flowers in the Rain" è una scelta migliore e più commerciale, riuscendo così a far invertire i due lati. 

Roy Wood (1967)
Il 25 Agosto 1967, il 45 giri di "Flowers in the Rain" viene finalmente messo in commercio sotto la Regal Zonophone, una filiale della EMI. Il singolo riceve recensioni contrastanti ma arriva subito al 19esimo posto, per poi salire immediatamente al secondo e rimanere lì per tre mesi consecutivi. La popolarità dei Move fa un balzo enorme, permettendogli di esibirsi alla rinomata trasmissione Top of the Pops e di fare un tour in giro per il paese con molte date che finiscono per andare in sold out. Se aggiungiamo che, come già menzionato in precedenza, il singolo ha avuto l'onore di essere stato la prima canzone rock ad essere trasmessa dal primo canale delle BBC, tutta questa storia dovrebbe essere fonte di gioia per il gruppo, nonché una sorta di traguardo e di apripista per un futuro in discesa, giusto?

Sbagliato, perché, purtroppo, qualcuno ebbe un'idea tutt'altro che geniale. Per aiutare la promozione del singolo e giocare un po' sulla natura controversa del gruppo, Secunda decide di organizzare uno stunt pubblicitario molto particolare: una cartolina illustrata che ritrae l'allora primo ministro Harold Wilson completamente nudo seduto accanto alla sua segretaria Marcia Williams. L'illustrazione, che bolla Wilson come "disgustoso", "depravato" e "spregevole", faceva riferimento ad uno scandalo avvenuto qualche anno prima, secondo il quale il Primo Ministro avesse una relazione extraconiugale con la sua segretaria; da parte sua, Wilson si giustificò definendo tali dicerie con gli aggettivi a lui diretti in questa cartolina. Si trattava, comunque, di un bersaglio abbastanza facile: Harold Wilson non era, infatti, molto amato dalle nuove generazioni, dato che aveva tentato di chiudere le cosiddette "radio pirata" che trasmettevano intorno a Londra e che impedivano alla BBC il monopolio assoluto, dando allo stesso tempo nuovo spazio ai gruppi che i giovani volevano ascoltare. Il fatto che pochi mesi prima ci fosse stato un evento di beneficenza "Free The Pirates",  durante il quale i Move avevano partecipato distruggendo un effige di Wilson a colpi di ascia era come il cacio sui maccheroni. Piccolo particolare: Secunda decide di non prendersi minimamente la briga di informare i musicisti che, nel frattempo, stanno suonando in giro per l'Inghilterra.

Harold Wilson
Le cartoline vengono stampate in fretta e furia e distribuite ai fan, alla stampa e ai media. Dopo qualche giorno, ovviamente, succede l'inevitabile: una di queste finisce tra le mani del Primo Ministro che, come prevedibile, non la prende molto in ridere. Il giorno dopo, Wilson si reca in tribunale e riesce a bloccare la distribuzione di suddetta pubblicità. In tutto questo, i Move sono ancora ignari di quello che è successo e, tornando dal tour, si meravigliano non poco di essere accolti da uno stuolo di reporter e giornalisti. Scoperta velocemente la verità, si confrontano con il loro manager che, però, li rassicura e dice loro che andrà tutto bene se lasciano che sia lui a parlare con la stampa. Il giorno dopo, i Move sono sulla prima pagina di tutti i quotidiani Inglesi: un traguardo che, sicuramente, avrebbero preferito raggiungere in un altro modo. "C'era pericolo che punissero noi per educare tutti gli altri" raccontò il batterista Bev Bevan qualche anno più tardi "avevano chiuso le radio pirata e ne stavano soffrendo le conseguenze: adesso, invece, avevano modo di riscattarsi con l'opinione pubblica". Il 6 Settembre 1967 il gruppo viene convocato alla Gran Corte di Giustizia di Londra, venendo accolto ancora una volta da vari reporter. I cinque, accompagnati da Secunda, si presentano con vestiti eccentrici e parlano ai giornalisti usando il tono spavaldo delle loro personalità da palcoscenico. "Non abbiamo fede nella politica" spiega il cantante Carl Wayne ad uno dei cronisti che lo intervista di fronte al tribunale "se fosse per noi, voteremmo per gente come Frank Zappa o Jimi Hendrix". In realtà, questa messinscena era solo un modo per non perdere la faccia coi loro fan e i Move si rendono ben conto della potenziale gravità di tutta la faccenda. Per il momento, l'ordine di non distribuire il contenuto della cartolina viene confermato ma, qualche giorno più tardi, sicuramente allo scopo di intimidire questi cinque giovanotti arroganti, i Move e il loro manager cominciano a ricevere visite frequenti e pedinamenti da parte di alcuni uomini in nero che, più avanti, si scoprirà fare parte del MI5, l'ente per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito. A questo punto, band e manager si arrendono e concordano in una risoluzione extragiudiziale della controversia. L'11 Ottobre 1967 le due parti trovano un accordo: il Primo Ministro Wilson ritirerà la denuncia ma, in cambio, i Move doneranno tutte le royalties di "Flowers in the Rain" a delle associazioni benefiche di scelta di quest'ultimo, tra cui la Spastics Society e lo Stoke Mandeville Hospital, entrambe dedicate alla cura di pazienti affetti da paraplegia. In una dichiarazione pubblica di Quentin Hogg, il legale del Primo Ministro, tra le varie cose, si legge che normalmente, Wilson "non avrebbe necessariamente preso le stesse misure in altre occasioni simili" e che il politico "non ha mai avuto intenzione di agire con fare crudele o vendicativo" ma che aveva scelto di ricorrere per vie legali a causa della distribuzione in grande massa della cartolina. In quel momento, il singolo contava qualcosa come 250.000 copie vendute.

Move(LP del 1968)
Il 3 Novembre 1967, la EMI decide di cancellare il singolo successivo del gruppo; "Cherry Blossom Clinic", sicuramente uno dei pezzi più apprezzabili dell'intera discografia, il cui testo, però, racconta la storia di un malato mentale rinchiuso in un manicomio. Le parole in sé non hanno nulla di offensivo ma sono incredibilmente cupe e, essendo sovrapposte ad una base orecchiabile e allegra, si ha il timore che possano generare altra pubblicità negativa. In realtà, la canzone che spaventa di più i legali della EMI è la B-side: un rocker furioso intitolato "Vote for Me" che sembra fare riferimenti indiretti alla controversia riguardante "Flowers in the Rain""Esprimi opinioni in questo posto dove nessuno ascolta/loro prendono precauzioni giusto in caso tu dica una parolaccia/per favore, correggimi se sembra che io stia facendo troppo casino/in questa professione la gente si affretta a rimetterti al tuo posto/votami, insieme governeremo il mondo" si sente cantare nel brano. "Cherry Blossom Clinic", insieme a "Flowers in The Rain" e alla sua B-side "(Here We Go Round) The Lemon Tree", verrà inclusa nel primo omonimo LP del gruppo nel Marzo del 1968, ma per poter ascoltare "Vote for Me" bisognerà attendere il 1998, quando verrà inclusa come bonus track nell'edizione deluxe dell'album.

The Move (1970)
La rinuncia delle royalties di "Flowers in the Rain" provocherà, nel corso del tempo, una grave perdita nei guadagni del gruppo: sarà, infatti, l'unico loro singolo a vendere in grande massa, nonostante i Move continueranno a godere di una certa stima di pubblico e critica. Da canto suo, Wilson poteva ritenersi soddisfatto per la sua vittoria e rimarrà in carica fino al 19 Giugno 1970 per poi diventare capo dell'opposizione. Morirà di cancro al colon nel Maggio del 1995, all'età di 79 anni. Quando la Carlton TV, nel 1998, farà un documentario incentrato sulla figura di Roy Wood, i suoi eredi negheranno i permessi di mostrare la cartolina incriminata. Tony Secunda verrà licenziato dai Move poco tempo dopo la controversia. Il gruppo, invece, continuerà la suacarriera pubblicando diversi singoli e un totale di 4 album in studio. Il punto di svolta avviene nel 1970 quando, inaspettatamente, il cantante solista Carl Wayne lascia, sostituito dal chitarrista e compositore Jeff Lynne degli Idle Race, un amico di vecchia data di Wood. Questa formazione comincerà a fare musica sempre più ardita e sperimentale fino a quando, in modo del tutto naturale, non cambierà nome in Electric Light Orchestra, perdendo totalmente ogni aspetto provocatorio ma guadagnando un maggiore successo di vendita. Ma questa è un'altra storia...



- Fonti e altre letture di interesse -


domenica 21 agosto 2016

Misero Spettacolo - Porci, Pecore e Pirati (Zeta Factory, 2016)


"Porci, Pecore e Pirati" del quintetto nato a Bologna Misero Spettacolo è il terzo lavoro all'attivo e forse quello che più si avvicina ad alcuni dei nomi citati tra le loro influenze. Liricamente sono le venature malinconico-depressive di Luigi Tenco e l'impegno politico di Fabrizio De André a distinguersi di più, anche se con striature più polemiche nell'accezione negativa del termine come piace molto ai compositori italiani degli ultimi anni. Quante volte l'italiano medio è stato già bersagliato nei testi ultimamente? Va da sé che occorre farlo in maniera diversa se si desidera abbattere le mura di diffidenza innalzate ormai di default da critica e pubblico e ci sono inizialmente molti dubbi su quanto i cinque riescano a farlo, perlomeno al primo ascolto. 
Tuttavia, la maturità è evidente nella stesura dei brani, che mescolano stili molto distanti tra loro facendone un calderone originale, divertente, energetico. Possiamo sentire country, bluegrass, jazz, psichedelia, rock anni sessanta e settanta, rock'n'roll, cantautorato, evitando il facile passo falso di rendere il tutto troppo poco omogeneo. La sezione ritmica in alcuni momenti regge il gioco più degli altri, ma è evidente l'intesa tra tutti gli strumentisti abili a creare un collante verosimile e credibile. I momenti migliori sono quelli in cui anche le parole raggiungono il loro punto più alto: molto amara, potremo dire stavolta à la Tenco - o addirittura à la Santercole - "Mia Cantina", brano che parla di una fuga dal mondo rinchiudendosi in sé stessi nella cantina di casa, scappando da tutto ciò che non possiamo mandare giù del nostro paese, i cui problemi, pungenti quanto insopportabili per gli autori, riaffiorano prepotentemente nella splendida "Emigrante", forte di una satira mordace e salace memore di un certo cinema nostrano meno volgare (più Monicelli, meno Neri Parenti, per capirci). 

In sintesi, questo lavoro mette in luce la maestria nel songwriting, una capacità interpretativa del presente sicuramente profonda e d'impatto, e come ciliegina sulla torta la straordinaria virtù della varietà, anello debole della musica italiana da molto tempo. Manca ancora qualcosa per parlare di capolavoro, ma la strada prescelta è quella giusta, indubbiamente. 

giovedì 21 luglio 2016

Silversnake Michelle - Her Snakeness (Autoproduzione, 2016)

Dalla storia recente, si apprende che l'artista olandese Maurits Cornelis Escher si è ispirato ad alcune forme arabeggianti - come quelle del palazzo dell'Alhambra di Granada, in quella porzione di Spagna che fu terra dei Mori - per le sue cosiddette "figure impossibili". Escher e la cultura araba risultano nelle influenze autoriferite anche di Silversnake Michelle, all'anagrafe Micaela Battista, quarantunenne torinese che con "Her Snakeness" presenta un vero e proprio manifesto. Tonalità dark, cupezza a palati, l'abolizione totale della luce. Serpenti, metafisica, una grinta che sa di punk, ancora serpenti. 
Il risultato è un disco quasi rapsodico, solenne, che prende dall'epica quanto certo metal britannico, ma lo riversa su strutture più propriamente classic rock. Difficile inquadrarne gli orizzonti senza capire i punti di vista dell'autrice: tornano spesso i concetti di tempo e di spazio, di viaggio, come anche il sentire dei corpi inanimati (in un brano si immaginano i pianeti avvertire emozioni e sensazioni), e un'erotismo non troppo spinto ma comunque marcato che, sebbene non sia contenuto vividamente nei testi, ha seguito in tutto quello che è l'artwork e il mondo grafico visibile nei social.
Comunque, nonostante gli ottimi musicisti che accompagnano Michelle, l'evidente investimento economico, e la potente dichiarazione d'intenti che tutto il lavoro spara in faccia all'ascoltatore minuto dopo minuto, sembrano mancare almeno due elementi: il mordente, quella componente in grado di fissare la sua musica aggredendo chi ne usufruisce con qualcosa di nuovo e dirompente, e il collante, che tenga unite le sue varie parti. Rimane dunque ai posteri un'opera magniloquente, con un rivestimento argenteo che rischia di lasciarsi invadere dagli agenti esterni senza un sequel che sia in grado di dimostrare chi veramente sia Silversnake Michelle, rivalorizzando anche il suo sforzo precedente.  

venerdì 24 giugno 2016

Melody - Ci Sarà da Correre (Taitu Music, 2016)

Melody Castellari e il padre Corrado, autore dei dieci brani di questo "Ci Sarà Da Correre", sono una coppia di nomi decisamente non trascurabili nel panorama italiano. Melody si è fatta le ossa in studio come corista per Elio e Le Storie Tese, Fiordaliso, Iva Zanicchi, protagonista di musical, in tenera età presente in molte sigle di cartoni animati composte dal padre, vincitrice di Sanremo Famosi nel 1992, successivamente leader dei Melody Squad e ora dei Misfatto. Corrado Castellari, invece, ha scritto la storia della musica italiana, componendo per Fabrizio De André, Adriano Celentano, Milva, Ornella Vanoni e molti altri, passando anche per un lungo lavoro per lo Zecchino d'Oro e una carriera solista con il fratello Camillo come co-paroliere. 
Appare chiaro che Melody avvertiva, con questo album, la necessità di portare avanti la legacy lasciata dalla sua famiglia, dopo la scomparsa del padre a seguito di una malattia, ripescando pezzi da lui scritti dandogli una forma che le appartenesse. Momenti riflessivi e intimistici ("Sacco a Pelo", "E' Tutto Cielo"), pre-erotici ("Wagon-Lits", concepita dal padre per la Vanoni che la interpretò nel lontano 1978), e tanta politica, con una vena polemica ma anche analitica che nella storia lirica dei Castellari ha sempre avuto la sua parte. A emergere in questo senso sono la title-track, un vortice di riferimenti cronachistici e di attualità che trascina nel buio l'ascoltatore prima di dargli nel finale un flebile baluginio di speranza, ma anche "Dietro ai Ruoli Imposti", che disquisisce degli inconfessabili segreti dei ruoli che per tradizione dovrebbero essere serbatoi di onore e valori impenetrabili (il prete, il padre di famiglia, ecc.) e soprattutto "Non Voglio Essere", storia di una coppia in cui l'uomo tenta di relegare la donna a soprammobile, togliendole il diritto di essere sé stessa.
Melody, vocalmente, è sicuramente degna del pop elegante che si capta in questo lavoro, e com'è banale supporre già prima di affrontare l'ascolto, il legame familiare tra autore e cantante funziona al punto che non si direbbero essere brani non scritti dall'interprete. E' quasi abbacinante il contrasto tra le tematiche forti trattate, anche in maniera piuttosto ruvida - se non cruda - con la leggerezza degli arrangiamenti e dei cantati, che puntano a quell'orecchiabilità un po' passata di moda ma senza in realtà ricordare nessun nome in particolare. Ecco perché "Ci Sarà Da Correre" è un piccolo brillante, dalla superficie liscia e luminosa, ma coriaceo e indistruttibile, e la poliedrica artista può così definire compiuto il suo progetto di rendere omaggio al padre, senza svenevolezze e con grande stile. 

martedì 14 giugno 2016

Alessia Ramusino - An Incurable Romantic (BMA Music, 2015)

Un'inguaribile romantica. Parla forse di sé stessa la cantautrice pop genovese Alessia Ramusino nel titolo di questo disco, pubblicato per la BMA Music sul finire dell'anno scorso. Mellifluo, non melenso, languido ma non malizioso, il suo linguaggio è guidato dalle esperienze di viaggio (per seguire la famiglia in giro per l'Europa e il mondo), da quelle di vita e d'amore, con un tatto e un gusto che connettono verve, eleganza e voglia di raccontarsi. Profuma d'oriente la title-track, "An Incurable Romantic", di Nord Europa "Con I Miei Piedi Sporchi", di Scozia "Sacks Race", dove le sonorità sono di matrice celtica ma senza aderire troppo ai suoi luoghi comuni. Difficile non sentire Coltrane e Davis in "Another Song", il pezzo esteticamente migliore con quei suoi svolazzi jazz che non scadono mai nel barocchismo.
Cade forse in fallo con la mescolanza di brani cantati in italiano e altri in inglese, come molti conterranei imperfetta nella pronuncia e nelle sfumature lessicali, ma il sound è sicuramente internazionale, rispondendo a dinamiche folk di matrice anglosassone che non dispiacciono all'orecchio allenato. Così, suona molto azzeccato il singolo "Non Mangio Fragole", ma è con "Gibigianna", in bilico tra suoni latini, giamaicani, reggae e di folklore nostrano, che si raggiunge la sintesi perfetta di un disco esterofilo ma senza proiettarsi troppo in là, rimanendo saldamente legato ad una terra, la Liguria e il suo capoluogo, che della sua tradizione portuale ha fatto apertura agli stimoli. Stimoli perfettamente avvertibili in un disco disponibile alle influenze e alle mescolanze di genere, di codici e, come si diceva, di idiomi, in un'affascinante tela caleidoscopica dalla dolce avvenenza. 

venerdì 10 giugno 2016

NewTella - Spoon (BMA Music, 2015)

Un americano e due genovesi con la passione per Clash, Police, Devo e Duran Duran, per citare solo alcuni artisti dal vivaio dei loro ascolti. Li scopre Giorgio Tani, agente di spettacolo e discografico che ha al momento nel proprio roster i Ricchi e Poveri. Questo sono in sintesi i NewTella, anche se sarebbe a dir poco riduttivo definirli solo così. In effetti, la musica di stampo revivalistico o che vuole tributare all'olimpio del rock è spesso scadente o fine a sé stessa, e occorre quindi chiarire perché "Spoon", un disco che rimanda così evidentemente a certi nomi, non sia la clonazione di lavori altrui bensì un efficace opera enciclopedica, una riscrittura in chiave personale di quanto appreso nella propria formazione di musicisti.
Forti del perfetto inglese del cantante (Max Hernandez, nato a Boston), sfoderano un sound internazionale, diversamente da quanto accade solitamente dalla sempre più nostalgica e autoreferenziale scena italiana. I brani sono quasi tutti belli tirati, tosti, arrangiati in maniera patinata, senza mai graffiare troppo. Per questo, si distinguono alcune potenziali hit come "Kaleidoscope", pezzo che richiama subito i Blur o, perché no, gli Stone Roses, altre band che pur nella loro cifra stilistica mantengono viva l'origine beatlesiana. La ritmica è sempre impetuosa, diretta, senza sbavature né esagerazioni, ed è lo stesso equilibrio che permea tutto il disco, il quale di certo non vuole dimostrare le capacità strumentali della band ma "dire qualcosa". Il messaggio forse non è così chiaro, e ci si può perdere nel pensare a quale vecchio complesso possa assomigliare una canzone piuttosto che un'altra, ma ciò non toglie che con gusto, una buona produzione e una cultura musicale adeguata sia possibile rimescolare le carte e azzeccare un bel colpo alla faccia di chi parla di innovazione senza fare nulla di concreto. 

mercoledì 11 maggio 2016

Dub All Sense - Bro (4Weed Music, 2015)

Il collettivo italiano Dub All Sense, la cui scena di riferimento è intuibile già dal nome, è attivo già da diversi anni distinguendosi, tra le altre cose, anche per i numerosi featuring e collaborazioni ccon cui hanno inconfondibilmente delineato la cerchia di personalità e realtà che li rappresentano. Ovviamente il reggae, la dub (Paolo Baldini, gli Africa Unite e in particolar modo gli Zion Train, tramite il produttore Neil Perch), l'hip-hop (Clementino, i 99 Posse) e l'elettronica, con rimandi dubstep che in questo nuovo "Bro" sono presenti, anche se tangenzialmente.
Come i lavori precedenti, le ospitate sono innumerevoli, e senza entrare troppo nello specifico citiamo le più efficaci ("Dead or Alive" con Marina P. e la tribaleggiante "Fyah Pon Dem" con la partecipazione di Mc Baco). A livello tematico, rivoluzione, inviti alla fraternità e all'uguaglianza, diritti civili, riscatto contro la privazione di determinate libertà. Niente di nuovo sotto il sole, ma è impossibile considerare questo un difetto. Se proprio un neo bisogna disseppellirlo, per rendere più variegate alcune canzoni sarebbero stati necessari più strumenti acustici, ma è un dettaglio ignorabile. C'è vita anche oltre ai brani più tradizionalmente reggaeggianti, specialmente con il trip-hop bristoliano, quello liquido ma d'impatto, veramente da club, di un grande brano che è "Brothers Fight Together". E' il rimando urbano, indispensabile, ben allineato nel nucleo del progetto.

L'aspetto che rende i dischi dub piacevoli non è neppure l'originalità, che come in tanti generi viene a mancare nel momento in cui si è costretti ad aderire a certi standard dettati dal gusto dell'ascoltatore (si pensi anche al reggae più classico, o alla techno, per citare solo due esempi). In questo caso, "Bro" è gradevole senza dubbio per l'uso davvero acuto delle voci, che riescono a tratteggiare anche elementi di orecchiabilità non forzata, senza mai abbandonare le proprietà underground e i linguaggi che caratterizzano questo sound. In linea di massima, aggiungere altro rischierebbe di minare un lavoro che ha tutte le carte in regola per entrare nell'olimpo del dub italiano, ovviamente nella nicchia di riferimento. Un ottimo passo, coerente, non troppo precipitoso, verso un punto d'arrivo ora non più così distante.