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martedì 5 luglio 2022

Folkatomik - Polaris (Italysona, 2022)



"Polaris" è l'album di debutto del progetto Folkatomik, ensemble costituito da quattro elementi (Valeria Quarti e Franco Montanaro voce e percussioni, Li Bassi chitarre ed elettroniche e Oreste Forestieri strumenti a fiati), che si pone come scopo quello di sposare la musica folk del sud Italiana con sonorità più elettroniche. Il disco si compone di un inedito e sette rivisitazioni di canti popolari Pugliesi, Calabresi, Campani e Siciliani.

L'inedito è proprio il brano che dà il titolo al disco, posto in apertura, invocazione, per l'appunto, alla Stella Polare da parte di un naufrago che desidera ritrovare la via di casa. Si tratta comunque di una composizione che attinge a piene mani dalle tradizioni omaggiate nel resto del disco (struttura presa in prestito dalla pizzica, testo in dialetto Calabrese) e, in quanto tale, ne risulta perfettamente integrato. Per quanto riguarda i rimanenti brani, la sfida è appunto quella di cercare di unire la tradizione con il presente, senza far cadere nessuno dei due nell'anacronismo. Ecco, quindi, la presenza di esperimenti come "Tamurriata", canto Campano che, dopo un inizio piuttosto fedele a come verrebbe proposto in un contesto più tradizionale si trasforma in un ballabile trance e delle pizziche Pugliesi "Quant'ave" e di San Vito e Torchiarolo le cui atmosfere già danzerecce in sé risultano perfettamente compatibili con i ritmi elettronici proposti, dimostrando che il mélange idealizzato dal quartetto non è poi così improbabile. Altri momenti, invece, come la tarantella Calabrese "Tirulalleru", probabilmente il pezzo che finisce per colpire di più al primo ascolto, mantengono l'ago della bilancia più spostato verso la tradizione e risultano di più come esecuzioni modernizzate che rivisitazioni vere e proprie, pur presentando un arrangiamento coerente col resto del disco.

L'album non è certamente campato in aria: la scelta della strumentazione classica e le sonorità elettroniche appropriate ad essa sono senza dubbio frutto di una ricerca attenta e di una particolare fiducia nella proposta. Inoltre, le parti vocali risultano molto passionali e convinte, dando al tutto un chiaro senso di autenticità. Detto questo, è sicuramente anche un lavoro non facile da piazzare che richiede un tipo di pubblico particolare che sia in egual misura ben disposto verso la musica popolare tradizionale e quella elettronica e ballabile.

lunedì 7 febbraio 2022

1000STREETS - Electro Way (EPOPS Music, 2021)



Primo album in studio da parte di questo collettivo di talentuosi musicisti di Trieste. Come indicato dal nome stesso del progetto, anche se il lavoro prosegue in una direzione artistica omogenea, questa strada si dirama in tanti generi musicali quanti sono quelli che hanno influenzato i membri dell'ensemble. Questo tipo di varietà si riflette, ovviamente, anche nella musica proposta e il risultato finale è decisamente pregevole.

Ad un primo ascolto la cosa che si nota di più, oltre alla gradevolezza della musica, è la buona resa della commistione tra vintage e moderno. Le dimostrazioni più lampanti sono "Mainerio", dedicata al compositore cinquecentesco Giorgio Mainerio nella quale musica da camera, rap e swing creano un connubio musicale tanto improbabile quanto funzionale e "Golden Tank #1000" che vede la partecipazione dei Radio Zastava che suona come musica prodotta da qualche orchestra jazz di un secolo fa che ha in qualche modo avuto accesso ad attrezzature moderne. Oltre alla superba capacità musicale dei componenti dell'ensemble, l'album vanta anche di una buona scelta per quanto riguarda il cantato, affidato a diversi ospiti per ogni brano: di questi vale la pena citare soprattutto il trio vocale Les Babettes nella divertente "Tommy on the Bone". La sequenza del disco funziona molto bene, in particolar modo la pausa chill di "Intermission" posta a metà disco e la conclusiva "To Kolophio", un po' hip hop, un po' cinematica. La durata dell'album è anche particolarmente azzeccata: con i suoi 30 minuti il disco non solo non rischia di diventare indigeribile, un pericolo in cui questo tipo di musica può facilmente cadere, ma lascia anche spazio a ripetuti ascolti in modo da poterlo assimilare e goderselo più in fretta. In aggiunta alle considerazioni musicali, un'altra cosa che colpisce ad un ascolto attento è quanto l'album suoni piacevole all'orecchio a livello di suoni: la cosa smette di stupire quando ci si rende conto che il mastering è stato fatto agli Abbey Road Studios di Londra. Non mancano, comunque, i classici trucchi di produzione, come la simulazione di un grammofono che perde i giri su "Golden Tank #1000", usati però in maniera intelligente ed efficace.

"Electro Way" si presenta come un lavoro ben confezionato, realizzato da un team di musicisti e produttori validi e perfettamente consci dei propri obiettivi e di come raggiungerli. Il risultato sicuramente ripaga le aspettative e si presenta come un lavoro frizzante ma non frivolo, apprezzabile sia ad un ascolto superficiale sia ad uno più profondo. Con queste premesse, sicuramente un secondo lavoro sarebbe altrettanto interessante: speriamo di non doverlo attendere troppo a lungo. Nel frattempo, l'ascolto è consigliato.

lunedì 31 luglio 2017

Colouratura - Colouratura (Ian Beabout Productions, 2017)

Nella lirica, un "soprano di coloratura" è un soprano in grado di eseguire melismi su una parola o su una sillaba usando tutta la sua estensione vocale. Colouratura, americanizzato, è anche il nome di questo progetto formatosi nel 2016 e composto dal cantante e musicista Nathan James e dal produttore Ian Beabout, una sorta di Brian Eno e Bryan Ferry senza le tensioni interne, aiutati dalla loro fida schiera di musicisti.

Come, d'altra parte, suggerisce il titolo stesso, si tratta di un lavoro che spazia tra vari generi e colori, presentando una personalità poetica e melodica (cantautorato, folk progressive rock) a cui se ne contrappone un'altra più sperimentale e riconducibile alla musique concrète. Esemplificative del primo stile sono la title-track, "Sea Shanty" e "Until You Slip Away", brano impreziosito ulteriormente dai tormentati vocalizzi di Evyenia Karapolous, mentre la seconda faccia dell'album è rappresentata dai vari collage sonori sparsi per l'album, tra cui "Cacophony" che apre il disco, tutti realizzati con criterio e cura. Probabilmente, però, il brano più interessante è "Jekyll.Hyde" che, come il titolo stesso fa pensare, rappresenta perfettamente i due lati del disco. Il pezzo riporta un po' alla mente le sonorità dei Van der Graaf Generator, grazie anche al sassofono di Dave Newhouse, storico membro dei The Muffins e presenta una melodia che sulle prime appare ostica ma che, proseguendo l'ascolto del brano, viene digerita sempre di più, grazie anche alla costruzione in sé della composizione: molto intelligente, dinamica e con un ottimo assolo di sintetizzatore dello stesso James.

L'album, generalmente, ha una matrice molto seriosa, cosa dimostrata dai testi molto ponderati di James e da brani come l'appena citata "Jekyll.Hyde", la solenne e folkeggiante "Hymn" e gli inquietantissimi collage sonori di "Old Nightmares" e "The Other Side". Eppure, il disco si conclude con una rozza e sporca ripresa punk rock di "Questions", uno dei pezzi più pop e cantautorali, che riporta molto alla mente la scena finale del primo film di Shrek con il cast che canta la sua versione di "I'm A Believer"  dei Monkees, segno che il duo comunque non si prende totalmente sul serio e crea un'opera del genere soprattutto per il divertimento e il piacere di fare musica: in effetti, dopo un finale cacofonico, l'ultima cosa che si sente nel disco è un liberatorio "FUCK IT!" gridato dallo stesso James che capovolge interamente le atmosfere inquietanti e malinconiche che hanno pervaso tutto l'album.

Si tratta di un lavoro ben fatto e che riesce a scampare al rischio di retorica, proponendo composizioni di buon livello e fatte con gusto. È anche un disco che sopravvive a più ascolti, grazie alla sovrapposizione di materiale apprezzabile fin da subito e di altro che necessita di essere macinato ma che, non per questo, è di livello inferiore. Il mélange tra le due anime del disco, pur essendo estremo, si sposa perfettamente, anche grazie ad una sequenza particolarmente azzeccata. La buona resa dell'album è sicuramente aiutata anche dal cantato di Nathan James, dotato di una voce piacevole e molto espressiva, e dall'ottimo cast di musicisti, tra cui ricordiamo le chitarre di Ryan Smurthwaite e Damon Waitkus e l'ottimo pulsare ritmico di Brandon Collins e Connor Reilly. La produzione è decisamente appropriata sia nei brani più intimisti, sia in quelli più sperimentali, con diversi approcci che si rivelano sempre azzeccati. 

Attualmente, il duo ha iniziato alla lavorazione di un secondo album che, sicuramente, ascolteremo con molto interesse. Nel frattempo, potete acquistare questo disco, in copia fisica e digitale, su Bandcamp dove si possono anche leggere le interessanti e precise annotazioni di Beabout nella descrizione di ogni pezzo, atte a descrivere il processo compositivo e di produzione del disco.


Colouratura
Ian Beabout (sinistra), Nathan James (destra)


domenica 16 ottobre 2016

Niggaradio - FolkBluesTechno'n'roll...e Altre Musiche Primitive per Domani (Dcave Records, 2016)

E' piuttosto inconsueto, seppur non inedito, che la titolatura di una pubblicazione discografica manifesti così pienamente il contenuto e le intenzioni della medesima. Oltre alle pure e semplici denominazioni di genere, che richiamano l'oggetto della materia trattata (folk, blues e rock'n'roll principalmente, mentre per la techno occorrerebbe rimpiazzare il termine con drum'n'bass e ambient, un connubio più adeguato a ciò che abbiamo sentito nel disco), è tanto interessante quanto spiazzante la dicitura successiva: "Altre Musiche Primitive per Domani", ovvero ciò che contemporaneamente notiamo essere una confessione delle fonti e un auspicio per il proprio futuro. Le ibridazioni sono di fatto l'avvenire della musica contemporanea, e i siciliani Niggaradio prendono da questa lezione la linfa vitale per un processo di sintesi realizzato con precisione chimica e moltissimo gusto. "FolkBluesTechno'n'roll...e Altre Musiche Primitive per Domani", pubblicato da DCave Records (al lavoro, tra gli altri, con i Campo Avvelenato e i Saint Lips) snocciola coraggiosamente undici brani, quasi completamente dominati dal dialetto siciliano, perfettamente incastonato anche negli episodi più ritmici sebbene metricamente molto ostico da padroneggiare anche per un nativo. Blues e folk come nei ritmi più hip-hop di Moby e del primo Tricky, accessi d'ira viscerale che possono richiamare i beat degli Assalti Frontali, il tutto riconfezionato in una salsa elettronica moderna ed esterofila. A ricondurre alle proprie origini un disco dalla forte vocazione globale, oltre che la scelta linguistica, intervengono le collaborazioni (Cesare Basile, gonfaloniere di una tradizione folk catanese ormai divenuta di tutta l'Italia) e i temi trattati, politici come nei 99 Posse e nei Sud Sound System più impegnati, ma anche più giocosi e a sfondo ironico-caricaturale, à la Caparezza per intenderci, appannaggio sempre più sovente e ragionevolmente di artisti di origine meridionale. 
Quello che può, a tratti, far storcere il naso è la compresenza forzata di troppi elementi, sferzate acide e gigantesche costruzioni melodiche, cantati orecchiabili resi pesanti dalle strutture dei brani, in un'operazione che senz'altro si può ascrivere anche ad una consapevolezza nel songwriting maturata da anni di esperienza, perdendo in realtà un po' di vista l'ascoltatore medio. Tuttavia, il vero artista comunica ciò che sente, e non ciò che altri vogliono sentire. I Niggaradio, arricchiti da quel terreno culturalmente fertile che è sempre stata la zona circumetnea, svolgono la loro funzione di catalizzatori di arte e di personali rielaboratori di musiche antidiluviane "per domani", senza cedere a tentazioni radiofoniche. 

giovedì 4 dicembre 2014

Hot Poop - Numero 4 - We Are Not Afraid

Una sera d’estate, un paio di amici e qualche birra. Così ho conosciuto i We Are Not Afraid (o Wana, per chi non ha tempo da perdere). Suonavano all'esterno di una birreria e, dato che più di qualche mio conoscente già spendeva belle parole su di loro, colsi l'occasione per fermarmi ad ascoltarli.
Ad essere sincero non ne uscii pienamente appagato. Ok, l’ambiente non era il massimo, i synth e la batteria poggiavano sulla strada di fronte al locale in maniera piuttosto rustica, limitando fortemente lo spettacolo, ma quello che non mi convinceva davvero era la cosa più importante: il loro suono, all'epoca influenzato pesantemente dalla brostep. Da amante della musica elettronica, non mi sono mai posto limiti sui vari sottogeneri che questa musica giorno dopo giorno partorisce, e di fatto sono passato anche per quella dubstep di cui Skrillex è la figura di riferimento. Quando però finii a quel loro live, nell'estate del 2013, la brostep era già bella che morta. Beat, melodia orecchiabile e drop non facevano più per me e quella sera fu tutt'altro che memorabile, complici anche i litri di birra. 

E’ passato più di un anno da quell'incontro e di strada i Wana ne hanno fatta tanta. Il progetto nasce in realtà nel 2011 dalla mente di Elia Bazzan (tutt'ora membro) ed Enrico Zanirato. Il percorso intrapreso dai due aveva un taglio tra il post rock e l’elettronica. Poi, a fine 2012, è subentrato nella band Emanuele Brizzante, attuale batterista, e i suoni hanno cominciato a spingersi sempre più verso l’elettronica e sempre meno verso il post rock. L’avventura dei tre durerà però pochissimo poiché Zanirato abbandonerà il gruppo dopo pochi mesi, lasciando proseguire Elia ed Emanuele il percorso iniziato.
Si diceva, di cambiamenti i due ne hanno fatti in questi due anni di collaborazione, andando a toccare vari generi, sempre sperimentando e alla ricerca dell’innovazione, passando dalla dubstep, dal synthpop, dal glitch.

La vera novità proposta dai due è però "Holes", il loro nuovo album. In questo prodotto quello che salta subito all'orecchio è che sono i bassi a farla da padrone; bassi non più d’ispirazione dubstep, ma che si confondono all'interno di pezzi techno, trap, rave e noise, riuscendo inevitabilmente a mettere d'accordo diversi tipi di pubblico. L’idea, filo conduttore di tutto il disco, è quella di far sentire l’ascoltatore come se si trovasse ad un party di Grooverider sotto MDMA nei primi anni '90. Per otto tracce, infatti, si viene catapultati con la mente all'interno di un oscuro club, assaliti da una gran voglia di spaccare la testa contro un muro. Si percepisce, fin da subito, che l'intero album è studiato proprio per essere suonato live, reale punto di forza dei We Are Not Afraid che, in poco tempo, grazie alle loro performance dal vivo, sono riusciti a farsi un nome soprattutto nell'Est Europa, dove il suono proposto dal gruppo è di casa. Le influenze sono palpabili, proprio come i synth che aprono la strada ai bassi massicci che si impongono prepotenti per tutta la durata dell’album. Ci si avvicina ai prodotti della Hyperdub Records con "Buttons", a quelli mathrock dei 65daysofstatic con "Leitmotiv", passando per la trap proposta in "Sharks", e ondeggiando sulle note di "Chrome" grazie all’angelica voce di Olivia Denis (talentuosa cantante francese), il tutto capeggiato da dell’ottima techno d’ispirazione "Gesaffelsteiniana". I suoni cupi e violenti finiscono però con un’ultima, morbidissima, traccia suonata a pianoforte: "Faded". Con questo pezzo si raggiunge l'epilogo, e si raggiunge con l’ambiguità di una carezza dopo uno stupro. Dopo più di 25 minuti di bassi giganti e sintetizzatori taglienti, i Wana salutano l'ascoltatore con un gesto di affetto, quasi a scusarsi per i litri di sudore che ha dovuto lasciare sulla maglietta o ai denti che ha perso nella violenza di un pogo al centro della pista.  

"Holes" è un disco consapevole. Consapevole del livello che la musica elettronica ha in Italia, confrontata con paesi come Francia, Inghilterra, Germania o Est Europa, dove le sonorità espresse dai We Are Not Afraid sono il pane quotidiano per qualsiasi clubber. E' un disco coraggioso, un disco frutto di anni di esperienza e studi, nonostante la giovane età dei protagonisti, che hanno mischiato il loro passato, chi più orientato verso il punk, chi più verso la musica classica, in quella che è la magia dell'elettronica, capace di unire restando sempre al passo con i tempi.

E forse uno di quei tanti "holes" in cui spesso sprofonda la musica nostrana, con questo disco, è stato riempito.




Album acquistabile su:


domenica 27 marzo 2011

Frank Zappa - Civilization Phaze III (Barking Pumpkin Records, 1994)


Non è facile parlare di un disco come questo. La mia passione per la musica di Frank Zappa non è per niente nascosta o nascondibile, ma questo disco è qualcosa di oltre anche per lui. E' in tutti i sensi l'ultima fatica di Zappa. Gli ultimi anni della sua vita, a malattia già iniziata, li ha spesi soprattutto per ultimare questo progetto. Innanzitutto vediamo di capire perché questa è la parte tre indicata nel titolo. La prima parte sarebbe il disco dei Mothers of Invention "We're Only In It For The Money" (splendida parodia del mitico "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei The Beatles, dei quali parleremo in un secondo momento in un editoriale apposito) e la seconda "Lumpy Gravy", il primo lavoro accreditato al solo Zappa.
In realtà di "We're Only In It For The Money" c'è poco o niente in questo album, mentre i legami con "Lumpy Gravy" sono molto più forti. Stiamo parlando ovviamente delle "voices inside the piano" e la loro trama. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, si tratta unicamente di un esperimento sonoro di Zappa. All'età di 9 anni, il piccolo Frank notò al funerale di sua nonna che le candele rispondevano ad alcune note di organo muovendosi in un certo modo. Scoprì quindi che parlando all'interno di un piano, in base alla nota che la voce fa, la corda che produce la nota corrispondente vibra. Se volete un esempio analogo provate a parlare a voce alta davanti ad un termosifone, ad esempio.
Affascinato da questo, Zappa quasi vent'anni dopo (nel 1967) registrò molte conversazioni senza senso fatte da alcuni collaboratori con la testa dentro ad un piano. La trama non ha molto senso in realtà, ma in questo caso è secondaria: si parla semplicemente di una possibile umanità che viene rapidamente trasformata in maiali e pony che controllano il mondo, e di modi per capire come evitare tutto ciò. Il fatto poi che molti dialoghi siano frutto di taglia e cuci tra voci registrate nel 1967 e nel 1991 rende ancora meno comprensibile tutto ciò. Ciò che interessava a Zappa maggiormente però era l'essenza del suono particolare che hanno tali voci una volta fatte risuonare all'interno della cassa di risonanza di un piano.
L'umorismo che contradistingue Zappa è quasi completamente assente: qualche nonsense volgare in varie lingue su "This Ain't CNN", il titolo di "Dio Fa" (anche se la composizione è tutto meno che divertente) e uno stravolgimento di "In The Navy" dei Village People (irriconoscibile comunque) nella traccia "N-Lite".
Uno dei requisiti per riuscire ad apprezzare questo disco è tenere in mente il momento in cui è stato fatto: Frank Zappa, al momento della produzione del disco, aveva infatti un cancro allo stato avanzato, sapeva che non sarebbe durato molto e non fa niente per nasconderlo in questo album. L'atmosfera è infatti cupa e oscura e la musica è complicata, ostile e di difficile ascolto persino per i fan di Zappa più accaniti.
Zappa non riuscì a vedere questo album nei negozi (Frank morì il 4 Dicembre 1993 e questo disco è uscito il 2 Dicembre 1994, quasi un anno dopo), ma quantomeno riuscì a terminarne una stesura definitiva.
La musica è eseguita quasi interamente al synclavier (aggegio elettronico che Zappa usava per comporre e che utilizzò spesso negli anni 80 nei suoi album. Diversamente dal solito ha però suoni veri campionati, invece di frequenze sintetizzate), con l'ausilio dell'orchestra Ensemble Modern che più volte ha collaborato con Zappa negli ultimi anni della sua vita.
I momenti di maggior interesse sono la già citata "N-Lite", "Put a Motor on Yourself", "A Pig With Wings" (un momento quasi distortamente e perversamente sensuale), "Buffalo Voice", "Dio Fa" e "Beat The Reaper", probabilmente le tre cose più spaventose e agghiaccianti che si possano trovare in un album di Zappa.
Questo ultimo brano in particolare, sembra essere la morte di Zappa espressa in musica. La morte vista dal punto di vista di un uomo che sa di stare per morire è molto diversa dalla morte vista dall'esterno, e si tratta più che altro di un brano paranoico, assurdo, nel quale si mischiano vari elementi apparentemente incompatibili tra di loro e che pare non avere una soluzione propria. In aggiunta a tutto questo, in sottofondo al brano c'è un incessante rumore di pioggia, che prosegue anche nella traccia successiva e di chiusura dell'album, intitolata "Waffenspiel": 4 minuti di rumori di temporale, spari, aerei che passano e latriti di cani. E' già di per se un finale inquietante perché non c'è niente di ciò che ci è rimasto familiare per i 110 minuti precedenti: né le voci, né la musica, solo rumori distanti. Ma, tenendo conto che non è solo il finale dell'opera, ma il finale dell'intera discografia Zappiana, e in un certo senso della vita di Zappa allora acquista una vena disturbante e spaventosa.
E' un disco terribilmente difficile, non adatto al fan casuale e ancora meno a chi non conosce quasi per niente Zappa. Tuttavia, per lo scolaro Zappiano è semplicemente essenziale, ed è un album che dimostra perché Zappa, nonostante il suo senso dell'umorismo particolare e la sua vena goliardica non va assolutamente considerato un artista demenziale.
Un disco da sviscerare, studiare e ascoltare ancora, ancora e ancora.

Voto: 9

sabato 20 novembre 2010

Low-FI - Low-FI EP (Octopus Records, 2010)


Tracklist:
1. Garage Floor

2. Wrongness
3. No Morning
4. The White Lane
5. Something

Low-Fi EP è un bellissimo EP, partiamo da questo presupposto. Non è solo perchè questo trio sa suonare e comporre molto bene ma perché riescono a dargli un'anima particolare nonostante il genere spesso molto cazzone che affonda le sue radici nel panorama garage e rock degli anni '90, facendo tesoro della lezione dei primi Nirvana e Sonic Youth che hanno inevitabilmente influenzato anche tutto ciò che non era grunge dopo di loro (a partire dai dEUS, evidente influenza della band). Alessandro, Adriano e Marco, napoletani, hanno condiviso il palco con un gran numero di band celebri (Linea 77, Il Teatro degli Orrori e Tre Allegri Ragazzi Morti su tutti, prima di incontrare i 24 Grana che gli presenteranno quello che diventerà il loro produttore, cioè Fontanella), e si sono fatti conoscere nel panorama underground anche grazie a partecipazioni a compilation, oltre che tramite un buon numero di concerti particolarmente apprezzati.
Questo EP è composto da cinque tracce, tutte e cinque più che meritevoli di spendere qualche parola per parlarne. Nella prima traccia, "Garage Floor", già dal titolo si capisce cosa vogliano dire e spiegare, introducendo al lettore il loro stile e i loro dettami, producendo un pezzo tagliente e molto sostenuto che resta in testa con una certa facilità. Per trovare un altro brano così tanto fertile dal punto di vista rock si deve arrivare all'ultimo, "Something", uno dei brani più emotivi. In "Wrongness" si lascia gran parte del lavoro "sporco" al basso, che sostiene un ritmo incalzante in una canzone che per più di quattro minuti riuscirà anche a far ballare più di qualcuno. Si apprezza in particolar modo il lavoro delle chitarre negli altri due pezzi, che si incastrano alla perfezione producendo un effetto molto simile a quello dei brani più graffianti dei già citati Sonic Youth. Ma qualcosa ricorda anche i Motorpsycho del periodo più rock. 

In realtà riascoltando il disco più di una qualche volta ci si rende conto che il background da cui la band prende ispirazione non è solo quello di questi grandi nomi di cui si parlava sopra, ma anche band più "moderne" e commerciali come Placebo, Bloc Party e Franz Ferdinand, per quel piglio ballerino che alcuni aspetti elettronici del disco si portano dietro dall'inizio alla fine. I Placebo si riflettono invece nel forte impatto dell'elemento chitarristico, che sono uno degli aspetti principali della band inglese da quando debuttò con splendide canzoni come "Nancy Boy". Nomi a parte i Low-Fi riescono a rivivere un pot-pourri molto ben congeniato di influenze con uno spirito personale che contribuisce alla creazione di un blend molto originale che non lascerà scontento quasi nessuno. Ve li consigliamo perché da questo EP fanno presagire un futuro d'oro per loro e per la loro musica.

Voto: 7.5 

mercoledì 22 settembre 2010

Sin - Sin (Eskimo Foe Records/Warner, 2010)


Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. The Postman

2. A Romantic Dinner For Three
3. It's Up To You
4. Elverum
5. Moaners
6. Crystal Red
7. 2nd Thoughts (On The Horizon)
8. Hornparade
9. Too Much To Ignore
10. The Quiet Bust-Up

Recensione:
Un altro grande disco. Ma quanti ne buttano fuori dalla Scandinavia di talenti così, in un territorio così freddo che ci si è sempre rifugiati nel pop più blando o nel metal più estremo. Invece l'elettronica ripulita si sta rifacendo su tutto e tutti, ed i Sin sono solo la punta dell'iceberg. Nel loro disco di debutto, arrivato per Eskimo Foe Records e Warner Bros. dopo 13 anni dalla loro formazione, troviamo un mix concentratissimo di electro-pop, indie, rock, alternative e trip-hop da far intimidire anche i geniacci del filone. Ma non è solo così, qui si punta più in alto e si creano dieci perle che singolarmente brillano di luce propria, forzando la mano anche con una produzione compatta e iperlavorata, un sound in alcuni momenti glaciale, in altri torrido, che si libera delle etichette di cui sopra per, a volte, immergersi in scenari più distanti (come il semplice rockettino di "A Romantic Dinner For Three", un singolone da classifica che funziona in ogni suo secondo). Le influenze della band sono tante e, per citarne alcune che anche il loro MySpace ricorda, sentiamo più concretamente nel disco ascolti dei Radiohead (da Kid A in poi), dei Notwist e, forse, anche dei Rapture e dei primi Arcade Fire. Ci sono momenti piuttosto disco, come in "It's Up To You", dove si capisce che le derive indie sono quelle che la formazione scandinava preferisce. La voce femminile in ogni brano si preoccupa di dare una dimensione più intima ai brani, conferendo, tramite una buonissima interpretazione, un'aria più easy-listening al tutto, come se già non lo fosse abbastanza.
I brani in cui è più evidente la provenienza geografica del progetto sono quelli meno ballabili, come "Elverum", mentre "Moaners" da quel tocco di indie che ti fa capire come se le canzoni fossero cantate da un Alex Kapranos qualunque allora forse si potrebbero anche chiamare Franz Ferdinand. O un indie act inglese qualsiasi (o scozzese, mai sbagliarsi!). 

L'arrangiamento di "Crystal Red" ricorda molto alcuni brani di Bjork (soprattutto in Volta) ma è la voce che ci porta a leggere il tutto sotto una luce diversa, ed il pezzo raggiunge quindi lo status di brillante gemma che porta proprio il trademark Sin, allontanandosi da ogni possibile paragone. Sarebbe molto interessante sentirlo live.

Il verdetto finale è molto semplice. In un disco così quadra tutto: i suoni, smussati fino alla perfezione, la produzione eccellente, la composizione che in ogni brano raggiunge livelli che molti in questo genere hanno trovato inarrivabili e, nell'overall, un piglio radiofonico che rende il disco apprezzabile praticamente da chiunque, nonostante l'assenza di ritornelli romantici o refrain strappaurla per concerti. Pochi dischi così quest'anno, ve lo dico.


Voto: 8.5

giovedì 17 giugno 2010

Nevica su Quattropuntozero - Lineare (Discodada, 2010)



Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Mario Non Ha Paura
2. Billy Corgan
3. Stanotte Ho Ucciso Iola
4. Succede A Martino
5. Al Limite
6. Bianca E' Calma Per L'Ambiente
7. Le Ragioni Che Non Ho
8. Rapporti Umani Interrotti
9. Lineare
10. La Cura Del Demone


Un disco coi controcoglioni. Si potrebbe chiuderla qui, a questo punto. Il cantautore italiano Gianluca Lo Presti se le fa e se le dice, si apre uno studio, e da anni compone da solo con progetti come questo. E' elettronica minimale, ma piena di distorsioni e bassi potenti e precisi. I testi abbastanza terra terra parlano di tutti (i riferimenti alle lotte sindacali, ai travestiti, alla musica di Billy Corgan, ecc.), con quell'ombra di qualunquismo, quel cancro che si mangia i testi, seppur belli, di artisti politicizzati come i Ministri o molti rapper. L'importante è avere qualcosa da dire. Se lo diciamo bene è meglio. Tolto questo unico elemento difficile da mandare giù, si può anche trovare dei messaggi condivisibili nella svolta più diretta di Lo Presti. 
L'apertura è affidata a "Mario Non Ha Paura", che inizia un vortice di sentimentalismo dark che sfonda le casse con i suoi distorti incredibilmente grezzi, rozzi, duri. "Succede a Martino" segue questa riga, ma il pattern di batteria ricorda più i motivi trip-hop che ritroviamo anche nella splendida "Billy Corgan", nonostante una linea vocale molto vicina ai primi lavori dei Bluvertigo (quando Morgan era Morgan). Basso incredibilmente pulsante in "Rapporti Umani Interrotti", dove il musicista legge un testo sopra una base fortemente tesa e a suo modo, emo. Sono storie di vita, dove non mancano la vita, la morte, i rapporti, appunto, umani (in questo caso interrotti da un decesso: non vedi che la gente sparisce come niente). Come si diceva, le basi sono minimali: per questo sono particolarmente catchy, utilizzando i suoni giusti per entrare nelle teste di tutti, come nella bellissima combo "Bianca è Calma Per L'Ambiente" e "Le Ragioni Che Non Ho", con quei echi quasi Notwist che non guastano mai. Impeccabile "La Cura Del Demone", il pezzo più propriamente "notwistiano", uno dei più azzeccati di questo Lineare, veramente coinvolgente con quei suoi pad che conferiscono al pezzo un'aura quasi di distensione e, in certi momenti, di panico. Il cantato spesso ricorda il già citato Morgan e Samuel dei Subsonica, per citare gli artisti più mainstream che Gianluca apprezzerà, ma ci sono anche molti altri riferimenti. 
Riassumendo e spaccando in due pregi e difetti di questo album, questo sforzo da solista del cantautore italiano si fregia di una grandissima qualità compositiva, di una produzione notevole e di motivi che colgono nel segno. I testi invece soffrono di una forte componente "scontata", qualunquistica, della mancanza di buonsenso nella scelta di alcune parole, anche se superano in ogni caso la sufficienza quando si presentano uniti a delle linee vocali adeguate ai contesti. L'atmosfera creata è fantastica e anche se nel tentativo di dare una parvenza di logica consequenzialità (o di linearità, per citare il titolo) lo rende fin troppo simile a sé stesso in tutte le dieci tracce, di per sé traccia una strada incredibilmente facile da percorrere, funzionale, che una volta iniziata si rifarà cronicamente, inarrestabilmente. Un disco elettronico tra i più fighi degli ultimi anni. Nonostante tutto.


Voto: 8+

domenica 6 giugno 2010

Edgar Froese - Epsilon In Malaysian Pale (Virgin, 1975)

Cosa c'è di così particolare in questo album? Forse il fatto che sa composto solo da due brani che si portano avanti per tutta la facciata?
No, non è una cosa così inconsueta per gli anni 70. La cosa inconsueta è che l'album sia stato registrato quasi interamente al mellotron. "Quasi interamente" perché in realtà parte di questo lavoro è stato fatto anche con il sintetizzatore e l'organo. Rispondiamo però a due quesiti: chi è Edgar Froese? cos'è il mellotron?
Edgar Froese è un compositore Tedesco, fondatore degli storici Tangerine Dream, pionieri della musica tecnologica e elettronica (che non è sinonimo di techno).
Il mellotron è stato appunto uno dei primi strumenti tecnologici al mondo. Questo strumento era una sorta di registratore. In parole povere, a ogni tasto corrispondeva un nastro, sul quale era incisa una nota corrispondente. Il nastro era di una durata complessiva di circa 8 secondi, e una volta premuto il testo, veniva azionato da una molla, che una volta lasciato il tasto, lo riavvolgeva. Alcuni effetti "da nastro" in realtà beneficiavano il sound: spesso le oscillazioni davano l'impressione di trovarsi davanti ad un orchestra vera (infatti nessun essere umano è capace di suonare la stessa nota con esattamente la stessa intensità di prima).
Altri però erano una causa di rovina totale. Ad un minimo sbalzo di corrente la tonalità cambiava, inoltre i nastri tendevano a rovinarsi e aggrovigliarsi molto facilmente, dando suoni non esattamente piacevoli (esemplificativo il commento di Franz DiCiocio, storico batterista della band Italiana Premiata Forneria Marconi, che usava molto il mellotron: "suoni da mucca marina incazzata").
Per questi motivi inizialmente il mellotron era visto esclusivamente come uno strumento casalingo. In realtà molti artisti "visionari" o semplicemente alla ricerca di nuovi suoni hanno visto nel mellotron un potenziale prima sconosciuto, e quindi la diffusione del mellotron prese rapidamente piede, soprattutto (ma non solo) nel progressive rock.
Il mellotron (oggi incredibilmente raro e costoso, e il suo "sostituto" birotron ancora di più) era quindi uno strumento perfetto per creare atmosfera o tappeti, ma non esattamente l'ideale come strumento solista.
Eppure Froese ha voluto creare un album dominato soprattutto dal mellotron. E non dominato come nel caso di molti brani dei King Crimson dove è il mellotron ad eseguire la melodia, dominato nel senso che c'è praticamente solo mellotron.
Si diceva prima che questo album è composto da due lunghi brani che occupano le due intere facciate: "Epsilon In Malaysian Pale" e "Maroubra Bay".
La prima facciata, la title-track, è quasi tutta composta da tappeti in stile new age e da suoni che rievocano rumori come il vento o il suono di un treno. Il brano (che dura 16 e mezzo), non ha sostanziali cambiamenti, e gioca tutto sull'atmosfera che la musica crea, più che su una melodia in se.
La seconda facciata, "Maroubra Bay", molto più interessante e costruita, inizia anch'essa con tappeti sonori, ma questa volta meno rilassati e più inquieti, per poi sfociare in un interessante tessuto di sintetizzatori (che ai meno giovani potrebbe ricordare qualche vecchia sigla del telegiornale) sulle quali si muove una misteriosa melodia eseguita al mellotron.
Non è un disco di facile ascolto se non si è abituati a questo tipo di musica, ma almeno è musica fatta con coscienza: niente su questo disco suona "random" o a caso, ma ciò non toglie che questo lavoro non sia esattamente facile o digeribile.
E' in realtà molto difficile anche recensire un disco del genere, va ascoltato per essere compreso. Ma reputavamo un disco composto quasi interamente di solo mellotron abbastanza interessante da essere recensito.
Un lavoro insomma fatto con cura, per gli amanti del genere e delle curiosità sonore.

(Per alcune delucidazioni sul mellotron si ringraziano gentilmente Damiano Premutico e Glauco Cartocci)


Voto: 6+

giovedì 27 maggio 2010

Mallory Switch - Mallory (Gb Sound, 2010)

Recensione Scritta per Indie for Bunnies
Tracklist


Se i Garbage avessero ascoltato più industrial tedesco, si fossero fatti registrare e produrre da Marco Trentacoste e avessero avuto alla voce Karen O, probabilmente sarebbero stati simili ai Mallory Switch. E non sarebbero stati quella grande band che erano agli inizi. Ma tutto ciò non c'entra niente. 
Dopo un paio di EP sopra la media se comparati con il panorama italiano, arrivano al momento della dimostrazione pratica con quell'hype di troppo che a volte gira attorno ai progetti di questo tipo nel nostro paese. Le sonorità non ci appartengono, le ispirazioni provengono dall'universo teutonico dei Rammstein e dei Kraftwerk, dai Garbage, dai Lacuna Coil e pure da qualcosa di dark. L'insieme dei generi mescolati dai Mallory Switch, in realtà, stupisce, per la raffinatezza con cui alcuni brani sono stati composti, quasi come uno splendido patchwork sonico. L'elettrorock dal piglio vagamente british dell'inizio di The Last Man On Earth (con il rap di Beans, ospite in questo pezzo), quell'alternative à-la-Yeah Yeah Yeahs che si sente prevalente in Business Television e No Evil, il primo più vicino alle sonorità dei primi lavori della formazione newyorkese, il secondo all'ultimo disco, salvo poi deflagrare in quel monumentale e preciso ritornello marziale che ricorda, alla batteria, le ritmiche di Christop Schneider dei Rammstein. Qualche nota gothic e dark aleggia in Brand New World, tra i pezzi meno riusciti, e Evolution Machine, sporcandosi poi di elettronica puramente rock nello spirito, in Mumbling My Time, dove liberano tutta la qualità del loro songwriting per produrre un brano di alto splendore compositivo, superando anche i fasti del secondo miglior pezzo del disco, Flow. 
Le linee vocali di Audrey Lynch sono assolutamente fuori da ogni schema, a volte accostabili a quelle di Cristina Scabbia o la già citata Karen O, ma più spesso abbandonate all'inventiva della frontwoman, che crea un suo modo di cantare e comporre tale da alzare inoppugnabilmente le sorti del disco. Un difetto dell'album è forse quello di essere un po' fuori tempo massimo, in un periodo in cui questi generi non tirano più, ma se si badasse sempre a queste cose, le mode non cambierebbero mai. Essenziale l'apporto di Trentacoste giacché il suo lavoro sui suoni fortifica il già pesante comparto ritmico di basso e batteria, granitici come non mai, e smussa gli angoli anche della sezione elettronica/programmata, resa perfettamente unitaria con il resto del monolite sonoro tramite l'uso di un sound appropriato e di un'attenzione estrema all'equalizzazione. Il songwriting, come già detto, è ottimo e si macchia dell'unica colpa di essere troppo esterofilo, aspetto che non sarà certo così grave se i Mallory Switch punteranno all'estero come hanno già fatto band analoghe di più successo. 
Gran sound, canzoni carine e ottime possibilità. Tentativo da apprezzare. 


Voto: 7-

giovedì 8 aprile 2010

Errors - Come Down With Me (Rock Action Records, 2010)

Tracklist


Gli Errors sono nientepopodimenoche una formazione scozzese, da Glasgow, pupilli dei Mogwai che se li sono coccolati per un tour europeo facendoli conoscere anche a chi non aveva mai scartabellato tra il loro MySpace e social network vari. Dopo un disco assolutamente brillante, fresco ed innovativo, propongono un altro prodotto di grandissimo livello, con un pizzico di sperimentalismo in più, pur senza creare generi o modificarne altri. 
Contiene, in ordine sparso: qualche grammo di eighties spremuti bene, una manciata di semi post-rock quasi connaturati pronti a germogliare in un probabile follow-up, arpeggini sottobosco di ballate elettroniche strumentali pseudo-progressive, suoni neanche troppo lo-fi ma che ricordano qualche vecchio sintetizzatore per Commodore 64. Bei tempi andati, con tutto il ben di Dio che nasceva. Va beh...
Definirli post-electro serve a poco, talmente poco che la definizione sarebbe sprecata. Però ci va vicino. Prendono con saggezza qualche cliché synth-pop ed elettronico per sistemarlo su nuovi canali, più vicini a quel tipo di colonna sonora che ti aspetteresti per una pubblicità d'auto (o una puntata di Top Gear). Provate voi, adesso, a rimanere impassibili davanti allo spettacolo che vi si pone davanti: ballad spezzate in momenti di furia drone, momenti di inesorabili rallentamenti da trip in acido, e forse anche la voglia di fuggire in un altro mondo, nella "spaziale" The Black Tent o nei toni smaccatamente post-cultura di Sorry About The Mess, con un suono di synth che ricorda colorazioni iridescenti e caleidoscopiche dai Grandaddy meno marcescenti e dai nostrani ...A Toys Orchestra. Lo so, gli Errors non li conoscono. Frenesia electro-dance con tunes particolarmente ballabili in Supertribe e A Rumor In Africa, quest'ultima facilmente riconducibile ai fasti del disco precedente, dove non mancavano le qui diffusissime possibilità di accostamento ai Battles o ai più commerciali LCD Soundystem. Si, ma quando non erano commerciali. Come suggerisce la partenza assolutamente azzeccata di Bridge or Cloud? con il suo nome vagamente psichedelico ed un accavallarsi di sintetizzatori quasi "console 16-bit". 
L'album si fregia in ogni caso di una produzione che dire eccelsa sarebbe riduttivo. Ascoltate un brano qualunque, poniamo Germany, ed esponete le vostre tesi su come sia possibile ottenere un sound così limpido e "al passo coi tempi" senza spendere mesi e mesi a registrare in studi ipertecnologici. Roba da major, lontana dagli Errors. E infatti ci hanno messo molto meno tempo, e sicuramente non ci hanno speso una fortuna. Ecco un'altra figata.  
Gli Errors non hanno ancora la stoffa per farsi conoscere dal grande pubblico però con un prodotto del genere, che rispetto al precedente garantisce una presa assoluta non solo su una forchetta di ascoltatori più ampia ma anche una miglior resa in studio (prima la differenza tra live ed album era veramente abissale), non possono far altro che assicurarsi un posto in prima fila per vedersi crescere nel numero di seguaci, magari rimanendo anche un po' interdetti. Perché la musica figa, negli ultimi anni, diventa sempre più appannaggio di tutti. Per me, problemi zero. Per voi? Gran disco. 

Voto: 8.5

domenica 28 febbraio 2010

Mavis (presented by Ashley Beedle & Darren Morris) - Mavis (!K7, 2010)

Tracklist

MAVIS è un progetto nientepopodimenoche di Ashley Beedle e Darren Morris. Per chi anche googlando non ha scoperto chi sono, niente paura, non sono necessarie tante informazioni anagrafiche per l'ascolto di questo disco, però giusto per dovizia di dettagli Beedle è un DJ e produttore inglese, così come il suo partner in questo progetto. Cos'hanno deciso di fare? Ascoltando Mavis Staples hanno composto un album strumentale da far poi cantare, mentre gli anni passavano (l'idea è nata nell'ormai lontano duemilasette), a un nugolo di artisti del panorama underground, anche se a volte si parla di qualche nome più noto alla stampa patinata (vedi Kurt Wagner dei Lambchop o Sarah Cracknell, front degli inglesissimi Saint Etienne). Il risultato rappresenta tutta una serie di cliché dell'elettronica e del pop d'autore in una maniera tanto variopinta quanto originale, non solo grazie alla collaborazione di tutti questi nomi, ma anche per l'ispirazione di Staples, definito quasi un'icona dai due produttori britannici.
Calandosi nel disco è impossibile non notare pezzi come l'opener Gangs of Rome (cantata proprio da Wagner dei già citati Lambchop) o Nemesis Required (con Cerys Matthews direttamente dai Catatonia), esempi di una traduzione diretta di passato a futuro in musica digitale, quasi estemporanea rispetto al contesto nella quale è calata, quella dei blog, dei social network, dello scrobbling. Siamo in un mondo diverso ma questa musica si propone come filo comune tra la lotta per i diritti civili al songwriting più leale e coraggioso, ed è per questo che quasi ci si commuove per l'onesto intellettualismo compositivo di brani come Let Your Love Shine e Feeling Lucky, in chiusura.
Il sottoscritto si sente in dovere di dichiarare apertamente la sua poca cultura in questo genere, ma c'è una cosa che evidentemente ha bisogno di palesare: questo disco sa emozionare, e brilla come una stella-guida all'inizio di un duemiladieci che si preannuncia fantastico se guardiamo le uscite che lo stanno fregiando di un'imprescindibile qualità musicale. Saranno contenti i discografici? Con un progetto poco vendibile come questo senz'altro no, ma a chi cerca originalità, decontestualizzazione, composizione ad alti livelli e un'iconoclastia quasi “romantica”, lontana dall'estetismo di quelle band elettroniche sempre più intente a complicarsi la vita dietro a sintetizzatori e vaporosi suoni computerizzati, si consiglia vivamente di immergersi nel progetto di Beedle e Morris. Ne rimarrete estasiati. 
Voto: 8.5 

mercoledì 17 febbraio 2010

Toro Y Moi - Causers of This (Carpark Records, 2010)

Tracklist

Un album dai titoli vagamente incomprensibili e verosimilmente insensati. Però è un disco che non scorre senza lasciare il segno. Cascate di suoni sintetizzati, melodie quasi paradisiache, che portano alla mente metafore da trip lisergici con lo stesso ritmo con cui le undici tracce riempiono l'atmosfera della camera in cui si sta ascoltando questo "Causers of This".
Se fosse un film sarebbe ambientato in qualche mondo fantasy dai colori freddi, forse pieno d'acqua e con l'avviso per gli epilettici prima dell'inizio. Non ci sono cambi di tempo esagerati, guizzi frenetici o spezzoni ballabili, ma gli strobo ci starebbero sicuramente bene. Subito nel mood caloroso ma contemporaneamente glaciale dell'album con la combo Blessa e Minors, la seconda più una colonna sonora per un viaggio in macchina veloce, senza intoppi. Insomma, non una cosa da tangenziale di Milano. Più una rilassata discesa dalla pista da sci verso il paese a valle. Groove poco complessi e livelli di synth anche troppo compressi, per un suono veramente molto lavorato e che risulta essere, forse proprio per questo, di notevole impatto. Lo sentiamo anche in tutti gli altri pezzi, vedi soprattutto Lissoms, forse l'unica vagamente danzabile, e You Hid, dove il beat quasi hip-hop rimanda ad alcuni rapper americani per l'uso che la voce di Chaz Bundick fa delle basi che ricopre. E più colorata è l'atmosfera anche nei passaggi vagamente tribaleggianti di Talamak e nell'inebriante (ecco forse un titolo azzeccato) Thanks Vision, che nonostante il bassissimo tasso di “orecchiabilità” del disco (no, non è un difetto) forse vi resterà in testa più del dovuto. Forse un brano che merita qualche critica è Fax Shadow che si sbilancia in un paio di cliché che peraltro non combaciano neppure troppo, creando un senso di straniamento che rende quasi fuori luogo il brano, anche se in un ascolto integrale del lavoro nella sua interezza pochi se ne accorgerebbero.
Un tentativo di descrivere questo album senza citare nessun gruppo, nessuna influenza, nessun genere, non può che concludersi con questa frase, che è più che altro una dichiarazione d'intenti. Decriptando questo messaggio scoprirete che alla fine l'album mi è piaciuto molto anche se non mi ha entusiasmato certo come altre rivelazioni dell'elettronica degli ultimi anni, però se dovessi scegliere tra l'album in questione e qualsiasi disco di indie, chillwave, trip-hop (o definizioni casuali analoghe) forse ultimamente mi piacerebbe dare una considerazione speciale a questo. Tutto qua.
Siamo nel sottobosco della cultura indie, quella del microblogging e del social network musicale più “esclusivo”, e questi pezzi ce lo confermano. Magari qualcuno ha già scoperto ed apprezzato questo progetto prima di codesto debut album ma per me resta una novità, e che novità. Chance per tutti, anche per Toro Y Moi. 
Voto: 7.5 

sabato 6 febbraio 2010

Fontan - Wintherhwila (Autoprodotto, 2009)


Fontan è un progetto scandinavo che negli ultimi anni si sta facendo notare nella blogosfera alternativa e nelle sottoculture dell'elettronica scoperchiate dall'attenzione che il web riserva a qualsiasi cosa (si, ho letto l'articolo che parla della morte del pop su Rolling Stone, e allora?) per la sua freschezza, le canzoni di quasi-pop contaminato da atmosfere post-rock immerse nel krautrock, nel synth-pop, nell'elettronica più ricercata, da Bon Iver. Un lungo giro di parole per dire che questo strano “Winterhwila” è veramente un piatto ricco. Di quelli che si pagano cari ma volete avere almeno una volta. C'è dance quasi ballabile in Early Morning (presente in tre versioni nel promo del disco) e nella parte centrale di Neanderthaler, un innesto dei Devo più tamarri in un'occulta atmosfera depechemodiana (però accelerati, mentre si sentono chiaramente con beat più consoni in The Bridge). Si sperimenta con la costruzione dei pezzi nelle lunghe Nightrider e ...You Too: molto migliore la prima, con diversi giochi di synth e invasioni sonore a dividere le varie parti, mentre la seconda si perde un po' nella ripetitività di un groove piuttosto banale. Comunque apprezzabile.
Questo disco presenta moltissime sfaccettature dell'elettronica, partendo dagli anni '70 fino a penetrare con violenza nell'era del digitale, quella che fa molta paura ai puristi del passato. Certo, forse lo sono anche i Fontan, ma questo disco dimostra una consapevolezza compositiva tale che sicuramente i dubbi sulla loro bravura scompaiono già dopo le prime tre tracce. Date loro una chance, vi farete cinquanta minuti di godimento acustico. Che non guasta mai.

Ps. Prendete qualche pastiglia con effetto amnesiaco, altrimenti non dimenticherete più i riff di chitarra di Neon Snakes.

Voto: 8

sabato 9 gennaio 2010

Rec.Tangle - Heavy Maple (Melodic, 2009)


Appena si infila questo disco nel lettore CD e le prime note vibrano fuori dalle casse fino ai timpani dell'ascoltatore si ha come l'impressione di ascoltare una cover strumentale dei Radiohead. E' “Square One”, in apertura, a scandire i ritmi e lo stile dell'intero disco, quaranta minuti di musica da background, atmosferica, quasi da colonna sonora. Il progetto Rec.Tangle, nato dalla mente del compositore anglo-francese Adrien Rodes si concretizza con questo lavoro di ottima fattura, dove è una sola persona a scrivere e realizzare la musica, e a decidere quindi quali emozioni dovrà comunicare. Le prime impressioni vengono presto spazzate via dalle atmosfere più ambient di pezzi come “Balloon Ascending” e “Ethylic Fugue in Q Minor”, magari condizionati da qualche ascolto sperimentale à-la-Sigur Ròs et similia. Ma anche no. Tra arpeggi e scale che creano gradevoli armonie (la strana “The Meadow Green”), melodie più catchy che in “Seaharp” sono però fagocitate dal troppo “rumore” di sintetizzatori ed altri strumenti (notevole la varietà di suoni che viene utilizzata in questo “Heavy Maple”) e atmosfere quasi di viaggio (“Dominohead”), la sensazione d'interesse che il disco inizialmente suscita sembra svanire, complice un tipo di songwriting che tende ad evidenziare poco le varie parti e a mescolare (mélanger, direbbe un francese) tutti gli elementi di suono utilizzati, i quali, in un contesto più elaborato (magari progressivo od elettronico) avrebbero potuto essere sviluppato in maniera più personale ed interessante. E' così che un brano come “Copper Dunes” risulta insapore, privo di forma, di colore. E lo stesso discorso si potrebbe fare per altri brani.
A salvare il disco è comunque un tipo di composizione che rende onore all'artista in sé. Difficile immaginare e realizzare un album come questo da soli, probabilmente con pochi mezzi (perché non si tratta di una produzione major e i suoni lo confermano), ma sarebbe stato apprezzabile uno sforzo maggiore nel dipingere atmosfere più palpabili, più concrete. Insomma, un lavoro che come soundtrack risulterebbe semplicemente perfetto ma che da solo è destinato a sfumare nel sottofondo, senza essere ascoltato ed apprezzato con il peso che la qualità della scrittura meriterebbe. Risultati amari per grandi sforzi. Capita.
Voto: 5.5

venerdì 1 gennaio 2010

Appaloosa - Savana (Urtovox, 2009)



La savana degli Appaloosa è un ambiente molto ospitale. Altamente diversificato. Ci possono convivere le specie più diverse, all'interno di alcune condizioni che bisogna riconoscere per la sopravvivenza. L'elettronica, il funk, il noise, l'alternative. Sono le premesse per costruire un sottobosco dai toni vivaci, e la costruzione è iniziata da anni. E in questo loro ultimo lavoro, tra le piante e le bestie di questo strano habitat, fanno capolino nove brani, della durata media di quattro minuti l'uno e dai toni molto, davvero molto vari.
All'interno della complessità della composizione dei brani si denota un filo comune nel basso sempre potente e preciso, che collega tutte le varie sfaccettature del disco con l'orecchiabilità dei riff che proietta dritti sullo schermo piatto degli ascoltatori. La traccia d'apertura, Minimo, ne è un esempio assoluto, con i suoi quattro minuti di follia elettronoise, ballabile al punto giusto da non sembrare troppo pop. Chinatown Panda, sempre con un giro di basso ritmicamente molto coinvolgente, ricrea bene con suoni da vera giungla l'ambiente che questo disco sembra voler rappresentare (come nella title-track Savana, un pezzo gutturale, quasi da soundtrack, dove però i rumori della foresta continuano per tutto il brano, diventando indistinguibile elemento del coriaceo sfondo musicale di questo strano episodio). Il disco è quasi interamente strumentale, con la voce che compare, anche se in maniera piuttosto timida, solo in due brani, tra cui Mons Royal Rumble, dove, lo si può dire anche piuttosto schiettamente, era anche evitabile (la canzone è di per sé completa anche così). Andrea Appino degli Zen Circus presta la sua voce in Glù, piccolo angolino rock del disco, composto di sei minuti di pestone riservati al finale shock che potremo gradire sicuramente anche nelle setlist dei loro live. Ottimi i toni quasi hardcore delle chitarre e della batteria dopo la metà e gli spunti punk del secondo quarto di pezzo (non vi ricorda il Teatro degli Orrori?). Ritmi più sostenuti in Genny, già ascoltabile in anteprima sul loro MySpace da tempo, in cui i livornesi si avvicinano all'elettronica più movimentata di band straniere come gli Holy Fuck, punto di riferimento di molti negli ultimi tempi. Qualche accenno al prog spazza via la prima metà di Tg, prima della sezione centrale che sancisce la calma definitiva del pezzo prima della martellata conclusiva. Il groove, sempre sostenuto principalmente dal basso, parte con una sgommata verso il traguardo in Civilizzare, una vera e propria cavalcata di funk che si accende all'improvviso; l'elettronica riproposta con questi suoni, più grossi e più rock, sa essere veramente interessante. E' forse il pezzo più riuscito del disco.
Gli Appaloosa si sono dimostrati band valida e quantomai indispensabile nel panorama underground italiano già con il lavoro precedente (e i travolgenti live in cui lo hanno suonato), e questo “Savana” conferma la loro accentuata vena compositiva, spietata ed egocentrica, puntuale ed originale (con l'eccelsa produzione dell'ormai collaudatissimo ed onnipresente Giulio Favero). Una band che si potrebbe benissimo considerare punto di riferimento di una scena che in Italia non ha mai avuto un grande sviluppo e che forse potrebbe individuare in loro il ruolo di “iniziatori”.
Tutti in viaggio verso la savana degli Appaloosa.  

Voto: 8+

domenica 6 dicembre 2009

Vowels - The Pattern Prism (Loaf, 2009)


Follia elettronica e caleidoscopiche creazioni di musica di qualità. Il “prisma” dei Vowels è un conglomerato plastico, infinitamente malleabile, di suoni e colori; costruito con un ambizioso tentativo di sfidare le leggi e le convenzioni non scritte della musica elettronica già composta, questo disco è infatti la riprova, dove già ci hanno provato con ottimo successo gente come Squarepusher ed Aphex Twin, che questo genere è ancora aperto a sperimentazioni di ogni sorta, grazie anche ai synth e alla sempre più musicalmente accomodante era dell’informatica.
Non è materiale facilmente ascoltabile. In qualche frangente si direbbe mancare di logica, ma bastano poche note per rendersi conto che i Vowels non hanno certo composto in maniera “random” questo bel disco. Se manca di coesione tra le parti, più o meno volutamente, non manca di certo di fantasia. E subito in apertura, i due minuti scarsi di Sonny sparano sfacciatamente sullo schermo le prime visioni oniriche di oggetti dalle forme più varie che si rincorrono, scalpitando e inciampando, rialzandosi per poi scattare, bloccarsi e ripartire. E’ già pazzia Tortoisiana. Seguendo con ordine troviamo Two Wires, piuttosto catchy rispetto al resto del disco, una ballata electro-pop simil-Holy Fuck che con le sue melodie sintetizzate ed una linea di batteria molto essenziale trascina per sei minuti buoni, lasciando spazio all’inizio “gutturale” di Swim Pool, 2 minuti e 42 di rumoristica d’alto livello, come una visione di un mondo sottomarino distrutto da suoni distorti trasmessi a volumi altissimi per il piacere di ascoltatori incatenati sul fondale a respirare ossigeno artificiale. Non bevete prima di ascoltarla.
Continuando il track-by-track ci imbattiamo nell’incespicare incontrollabile degli undici minuti di Appendix, il pezzo più lungo e più “calcolato” dell’intero disco. Lavoro di batteria superbo, così come il rintocco “di campane” sintetizzato che si ripete incessante; questi ragazzi fanno musica in una dimensione tutta loro. Una parte centrale fintamente coerente, lascia il segno invece per l’inconsistenza con cui procede prima di deflagrare nello schizofrenico finale, un andante dove il caos continua a regnare indisturbato. Elettronica disco-pop in On Up!, per ballare su musica che non è fatta per questo. Ma cosa ve lo dico a fare; ottimi i giri di tastiera e basso. Drums gone Awry non merita commenti altri che la traduzione del titolo. Deviazioni di percussioni sbilenche. No, non è la traduzione, ma ora sapete cosa aspettarvi. Tornano le allucinazioni dei Tortoise in Eh Uh, altro pezzo che sembra non terminare mai (undici minuti), cadenzato viaggio mentale dai suoni disperati e sgraziati, che perde di logica man mano che prosegue, arrivando nella coda come un semplice pulsare, terminando con frastuono elettrico di derivazioni smaccatamente noise. Il CD si conclude con Closing Circles, ritmo che ricorda gruppi recenti come Errors e Battles ad iniziare, che si trasforma poi nell’ennesima (l’ultima) cavalcata nevrastenica che lascerà i vostri timpani in un senso di torpore e di quasi-dolore il cui sollievo arriverà solo alla fine del pezzo.
L’album è veramente interessante. Dimostra come le sperimentazioni, nell’epoca del fallimento dell’originalità in generi come il rock ed il metal, proseguano a tutto spiano nei generi più “di nicchia” (non che l’elettronica commerciale lo sia) come questo. I Vowels sanno il fatto loro e producono un ritratto consapevole di cosa vogliono rappresentare con la loro musica, schizzando tenaci situazioni più simili a trip che a canzoni, dove il songwriting è ridotto all’elasticità più completa che l’era della “digital music” permette. Operazione riuscita.

Voto: 8.5

mercoledì 25 novembre 2009

Fuck Buttons - Tarot Sport (ATP Recordings, 2009)



Le sette tracce che compongono questo “Tarot Sport” entrano di diritto nell'olimpo della musica elettronica sperimentale degli ultimi anni, un genere che ha subito un'impennata ineguagliabile, spinto dalle nuove frontiere della musica “digitale” (dove i Macbook sostituiscono sempre di più i tradizionali synth), con il fiorire di decine di gruppi veramente validi a deliziare le orecchie dei fanatici del genere (che non hanno niente a che vedere con la dance, la techno e la trance da discoteca).
I Fuck Buttons, da Bristol (Inghilterra, guarda caso) sono in giro da cinque anni, e con questo secondo full-length hanno deciso di suonarle a tutti. Dopo l'inquietudine digitalizzata in urla e suoni da cinema pulp del primo “Street Horrrsing”, ci regalano un disco quasi “ancestrale”, con campionamenti da viaggio nell'infinità dell'universo, colonna sonora di un “2001 Odissea nello Spazio” personale, che tutti possiamo immaginare nella nostra mente a nostro modo. Olympians e Surf Solar, con le loro melodie catchy ma comunque basate su una costruzione sperimentale ai massimi livelli (21 minuti di durata spalmati su due tracce), di difficile comprensione ma di facile presa, con suoni studiati per convincere e stupire. L'effetto ipnotico del disco si propaga lungo tutti i beat e le note di synth di Rough Steez e The Lisbon Maru, risultando alla fine un prodotto rock ma suonato con le diavolerie elettroniche più moderne, con un occhio sempre rivolto al passato del buon synth-pop che continua ad essere fondamento per tutta la musica ballabile anche negli “anni zero”. E se comporre un brano con la lucidità e il tiro di Phantom Limb non è cosa da tutti, sorprende l'orecchiabilità di Flight of the Feathered Serpent, all'inizio un brano da inseguimento, con una base danzabile che continua inarrestabile per nove minuti, con qualche strizzatina d'occhio alla musica tribale (che si sentiva molto di più come influenza della band inglese nel primo disco).
“Tarot Sport” è un disco lungo quanto basta per sorprendere ogni secondo senza mai stancare, risultando sempre originale e mai uguale a sé stesso, con un campionario di suoni limitato ma bastevole a creare armonie e melodie indimenticabili, tra le braccia di una drum'n'bass colma di tutto quello che contamina la musica elettronica oggi: new wave, trance, techno, dance, sperimentazione progressiva. Ed un disco così non lo si può digerire in fretta. Ascoltatelo e riascoltatelo, diventerà una droga. Promesso. 
Voto: 8+ 

lunedì 23 novembre 2009

Isis Live @ Bologna, 19 Novembre 2009




Il concerto degli Isis a Bologna non poteva che essere spettacolare. Pur senza scenografie, discorsi per animi deboli e plettri gettati al pubblico. Con due supporter da spaccare le orecchie (i Transitional, distruttivi come una macchina schiacciasassi col loro drone che mette a dura prova l'audio mediocre del locale, e i Dalek, duo rap con i controcoglioni, con basi potenti ed originali ed un MC inarrestabile), arrivano dopo un po' di attesa per fracassare i timpani dei pochi fan giunti all'Estragon di Bologna per oltre un'ora di live. 
La scaletta non è delle migliori, ma considerando che si tratta del tour dell'ultimo, discusso, disco "Wavering Radiant, la presenza di tanti pezzi tratti da quest'ultimo non stupisce. La sorpresa è piuttosto che brani che nel disco non rendevano particolarmente come Ghost Key, Threshold of Transformation e 20 Minutes-40 Years suonano molto meglio live, complici un'esecuzione tecnica ed una scelta dei suoni che definire perfette è a dir poco riduttivo. Il materiale dagli album più vecchi suona ovviamente impeccabile, come su disco (anche se si sente la mancanza di capolavori come "The Beginning and the End" e "So Did We").
Come già citato il lavoro sul suono è assurdo, le chitarre graffiano al punto giusto, trascinate da un basso e da una batteria tecnicamente eccellenti, e dai sintetizzatori/tastiera di un Bryant Meyer quanto mai in forma. Il suono di batteria e quello del distorto di Aaron Turner spazzano via tutto quello che trovano sul loro percorso, e l'headbanging del pubblico non può che essere inarrestabile.

Gruppi come questi non sono mai abbastanza apprezzati dagli ascoltatori italiani che tendono a rimanere legati al mondo della radio e dei brani in madrelingua, ma (e parla un non-amante di questi generi "sperimentali" come il post-rock e il post-metal) è impossibile, durante e dopo un set di questo livello, non rimanere colpiti ed interessati dalla bravura e dalla classe che una band come questa può portare sul palco. E dire che avevo già visto God is An Astronaut e Mogwai.
Eccelsi.  



* La foto è di Andrea Barcella
* Il video è di sisipho85