Visualizzazione post con etichetta indietronica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta indietronica. Mostra tutti i post

mercoledì 12 gennaio 2011

Styrofoam - Disco Synthetizers & Daily Tranquilizers





RECENSIONE SCRITTA PER INDIE FOR BUNNIES
Tracklist:
1. Carolyn
2. Get Smarter
3. Extra Careful
4. Kids On Acid
5. The Only One To Curse
6. Looking Glass Two Zero
7. Mile After Mile
8. Am I The Ghost
9. What's Hot (And What's Not)
10. Believe Everything

Styrofoam è un progetto che risponde al nome di Arne Van Petegem, mente che ne decide le sorti e le caratteristiche in maniera piuttosto determinante, visto che tutto ciò che sentiamo viene dalla sua testa. Disco Synthetizers & Daily Tranquilizers è un album che cavalca l'onda del momento, così come tutti i lavori passati di uno degli "indie acts" più celebri del panorama belga, sempre piuttosto impegnati a seguire le mode un po' per opportunismo un po' per inscenare un'evoluzione che in realtà è più un tentativo di adattamento.

Si sedimentano però all'interno di questo disco tutti i passi della principesca ascesa al successo, diventando un unico blocco praticamente indistinguibile di elettronica dall'animo pop ma che assume quell'aspetto che, associato all'abusatissima etichetta glitch, si può anche definire con una certa presunzione indietronica.
In questo album sono rimasti da parte quasi tutti i sintomi dell'hop e del synth-pop, anche se ricorrono in certi passaggi come poi si spiegherà più approfonditamente. Le scelte a livello di sound si concentrano bene o male su un'elettronica più "da classifica", niente di particolarmente underground, come una parte consistente della produzione indie vuole far credere sia indispensabile, perciò pulitissimo, altamente digitalizzato e che fa un utilizzo enorme di synth modernissimi e pattern di batteria che starebbero sicuramente bene in brani dei Daft Punk o dei Chemical Brothers. Sotto però c'è una coltre di new wave, soprattutto nei testi (che a volte sembrano molto "random"), e in alcuni arrangiamenti di sintetizzatore, più in generale nelle melodie (vedi "Am I The Ghost"), che si interpretano meglio esaminando le rare chitarre à-la-New Order (ad esempio nel blocco centrale di "Extra Careful"). Brani come "Carolyn", "Get Smarter" e "Believe Everything" sono di un'orecchiabilità spaventosa, che dimostra gli intenti commerciali di adattamento ed opportunismo di cui sopra, ma che comunque confermano anche la duttilità della vena compositiva di Van Petegem. Lo stesso viene attestato da un brano particolarmente eighties come "Kids On Acid", che cantato da Dave Gahan sarebbe senz'altro una hit dei Depeche Mode passati, ma con alla chitarra Philips Cunningham (se lo paragoniamo alle band di oggi sembra esattamente una canzone dell'ultimo disco dei Franz Ferdinand, con tanto di timbro vocale molto simile a quello di Kapranos). 
E come stavamo per dire, sono proprio gli anni ottanta e la new wave a fare da imprescindibile sfondo e chiave di lettura a tutto il disco, anche quando scivola nell'esagerazione dance di "What's Hot (And What's Not)", il pezzo che più di tutti dimostra come comporre un genere più ballabile sia facilissimo per un professionista come Arne, ma che evidentemente sia proprio questo approccio ad indebolire il disco.

Di per sé l'album è molto carino: le aperture melodiche anni ottanta ricordano molto il miglior synth-pop sporcato di dark e new wave, il songwriting è più che buono, mai troppo complesso né troppo curato, però abbastanza genuino da creare un prodotto appetibile ai più. Le virate più radiofoniche però creano un'intuitività dance che mina la qualità generale del disco, creando una scappatoia per poter criticare gli intenti del compositore.

In ogni caso un disco che può, presumibilmente, piacere a quasi tutti e non avere niente da rimproverare a storiche band dell'elettronica (o degli ambienti glitch hop) e della new wave come l'abbiamo sempre intesa.

Voto: 7

martedì 21 settembre 2010

Turzi - B (RecordMakers, 2010)


Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Beijing
2. Buenos Aires
3. Bombay
4. Bethlehem
5. Baltimore (featuring Bobby Gillespie)
6. Brasilia
7. Bangkok
8. Baden Baden
9. Bogota
10. Bamako (featuring Brigitte Fontaine)

Romain Turzi è un compositore francese. Balena da anni in rivoli di indietronica che spiazzano l'ascoltatore prima di farti capire che la pasta è scotta. Nel senso che non fa niente di nuovo, ma lo fa con una passione che può sicuramente piacere. Avanti, a certi piace la pasta scotta no?
Sinceramente questo disco, intitolato B, dove i titoli delle dieci tracce sono città (tutte piuttosto grandi e celebri devo dire) che iniziano con la seconda lettera dell'alfabeto, ha le carte in tavola per essere annoverato tra i dischi più carini di questo 2010. Che poi non è ancora ora per dirlo. Lo vogliamo rendere chiaro: potrebbe esserci una piacevole connessione logica tra i nomi delle città e la musica, e in "Buenos Aires", chiudendo gli occhi durante il pezzo, si possono senz'altro intravedere le tipiche immagini da documentario della "città che non dorme mai". Luci ovunque, macchine che sfrecciano velocissime, grattacieli altissimi a contrastare la povertà straziante delle baraccopoli periferiche. E pensare che poco prima, in "Beijing", sembrava che i Battles incontrassero i Black Sabbath durante le olimpiadi, stringendogli la mano con presa piuttosto tenace, grazie a riff che tagliano in due l'ascoltatore scintillando di doom e poi di elettronica-epica, un genere che non fa quasi nessuno. Un comparto sonoro potente, volutamente acido, tendente all'epico ma senza sforare nell'assurdo; lo conferma anche "Bombay", orientaleggiante e piuttosto fast-paced, quasi una di quelle cavalcate alla Muse che i meno attratti ancora non hanno digerito a dovere (vedi "Knights of Cydonia"). Ci sono anche degli ospiti: Bobby Gillespie, musicista scozzese famoso per il suo contributo (ancora in corso d'opera) nei Primal Scream, e Brigitte Fontaine, anziana quanto poliedrica artista francese direttamente da Morlaix, Bretagna, entrambi con un nome che inizia con la B. Ha pensato proprio a tutto. Ma nella logica di un seguito al primo disco che si intitolava A i conti tornano.
Mettendo insieme i vari elementi che compongono questa epopea, si scorge una certa propensione per la world music, un certo feeling per l'etnico che si concretizza poi in armonici che puzzano di Sol Levante e percussioni prima arabeggianti, poi più africane, con cembali, tamburi e chissà cos'altro. Sicuri che in Francia l'integrazione vale abbastanza da non temere gli affronti di Sarkozy e la sua cricca, come conferma anche un proliferare di musica come questa, valevole quanto scioperi e comizi quando si tratta di "dire qualcosa". E Turzi lo dice bene, con suoni aspri, esasperati in particolar modo nella tesissima "Bethlehem", città scioccamente distratta a subire quello che nel suo contesto geopolitico continua a succedere a causa di religioni che non possono e non vogliono coesistere, costretta ad assistere alla nascita di un Cristo che, effettivamente, ha portato solo guerre. Devozione e politica a parte, tutto quello che una persona sa delle città diventate titoli può essere visualizzato degustando con le cuffie a palla questi brani, composti con una qualità che fuor d'ogni dubbio si può definire altissima. "Baltimore" è la più electro-pop ed ha un groove superballabile, quasi da chart. Niente hit parade però, si sfila solo per le paraboliche alternative più indie-affossate. Che termini di merda. 


La seconda parte del disco è altrettanto gradevole. Ancora un paio di strizzatine d'occhio ai Muse, quelli più danzerecci di "Take A Bow" in "Brasilia", e quelli più rock in "Bangkok", che si fregia di elicotteri sintetizzati che catapultano l'introduzione della storica "One" dei morti e sepolti Metallica in una dimensione pinkfloydiana dove Syd Barrett balla con Ringo Starr e, perchè no, coi Daft Punk. Ve lo immaginate? Relax che ancora ricorda i Battles più sognanti in "Bogota", una città straziata dal traffico della cocaina, immagine che non si può, stavolta, figurare più di tanto. Ma i suoi synth ricordano invece molto gli anni '80, combinati con quei pad molto soft pop che basterebbe un attimo per trasformarla in una hit dei vecchi Eurythmics. 


Un disco coloratissimo, che esplora l'elettronica in maniera multiforme, viaggiando avanti e indietro nel tempo e nello spazio, visitando luoghi che tutti noi conosciamo almeno per sentito dire con elementi della cultura musicale digitale che, anche questi, non ci sono ignoti. Album che mette in campo una produzione fantastica con grandi sforzi, senza dare nulla di nuovo, ma con un intuito e una composizione che sono al contempo pregevoli, sfarzosi ed intrepidi. E il valore superava così la scala percentuale. Gran disco.

Voto: 8.5