martedì 29 dicembre 2015

Casablanca - Casablanca (Ostile/Pagani, 2015)


La nuova band lombarda dei Casablanca è tutt'altro che una sorpresa se si analizzano i componenti. Max Zanotti, Filippo Dellinferno, Giovanni Pinizzotto e Stefano Facchi sono nomi che nell'underground tutti conoscono, e anche se sarebbe facile imbottire di citazioni dei loro passati lavori questa recensione noi non lo faremo. 
Questo progetto compatta in maniera discretamente omogenea il rock anni settanta, ottanta e novanta, fonte di ispirazione di innumerevoli formazioni italiane anche recenti, ma risulta in realtà originale la maniera con cui si cerca di forzare verso il pop quella grinta punk primordiale e rozza, con la voce inconfondibile di Zanotti che riporta alla mente - ma neanche tanto - i primi splendidi lavori dei Deasonika. Schitarrate in bilico tra hard rock e grunge, ma anche alternative rock di più recente fattura, linee vocali svolazzanti ma senza barocchismi, ritmiche serrate e marziali, sprazzi di elettronica new wave con uno sguardo sfuggevole al ventunesimo secolo. Questo è "Casablanca" dal punto di vista musicale, ma la vera cifra stilistica sono invece i testi. Tradimenti, inganni, rapporti personali conflittuali, l'oscurità delle dipendenze, che possono essere anche verso sé stessi e ciò che si ama. E' tramite le parole e le metriche con cui i testi sono messi in musica che si riesce a comunicare esperienze di vita ma anche di non vita, in sospensione tra quello che si vorrebbe avere e quello che già si è perduto. "Non So Mai Dirti Che..." è il momento italiano per eccellenza, anni '90 senza strizzare l'occhio a nessuno dei soliti (Marlene Kuntz, Afterhours, che sono però ampiamente richiamati in "La Percezione di un Addio"), anche perché le sonorità dei Casablanca contemplano mirabilmente il rock americano. Il singolo "Gelido" ne è un chiaro esempio, con quei delay sbarazzini che paiono un'involuzione mainstream di alcuni riff dei Jesus Lizard, artefatto ma abbastanza sofisticato ed energico da diventare necessario preambolo di un album che medierà sempre, per tutte le undici tracce, tra veemenza e dolcezza. "Il Cielo delle Sei" per pochi secondi ricorda Francesco Renga (il ritornello ovviamente), ma tutto il resto è un'esplosione di colori caldi e rabbia repressa che funziona molto bene. 

Chi scrive recensioni vorrebbe sempre sentire qualcosa di originale, e chi compone musica pensa a sua volta di essere unico e inimitabile. E se invece per ottenere un bel disco bastasse non pensare a queste cazzate? Un ottimo lavoro, fresco, ma soprattutto spontaneo. 

martedì 15 dicembre 2015

NUDi - LAmiaFAVOLA+BELLA (Nudidautore, 2015)


Francesco Saverio Nudi, in arte NUDi, è un cantautore cosentino, già parzialmente noto nel circuito indipendente italiano e accostato spesso a nomi di rilievo del panorama mainstream, avendo avuto l'opportunità di aprire concerti di molti artisti importanti e di godere di una buona esposizione radiofonica.

Questo lavoro, "LAmiaFAVOLA+BELLA", pubblicato per la label di sua proprietà Nudidautore, appare un disco in equilibrio precario tra un cantautorato italiano di vecchio stampo, roba trita e ritrita rinvenibile in almeno tre decenni sanremesi, e un pop/rock che si tuffa invece in guizzi swing di gran classe, complici alcune sezioni di fiati molto presenti che arricchiscono gli arrangiamenti, esponendo anche le sonorità più retrò (principalmente anni '80) ad una modernizzazione a suo modo caratteristica. Molto fini le liriche, a volte aspre e mordaci nella loro originale bizzarria ("La Ninna Nanna dell'Uomo Nero", o la più standard ma d'impatto "La Storia di Precario Impertinente", l'immancabile momento di impegno sociale), in altre occasioni struggenti lamenti con un sottotesto amoroso onnipresente che ricorda fin troppe opere altrui ("Tu 6 Me", "Miraggio di Te"). Con l'apertura affidata a "Frequenza di una Stella", sporcata di un'interessante venatura new wave, il disco raggiunge un livello sicuramente sopra la media, con l'aiuto di una scrittura, sia testuale che musicale, matura e frutto di penne e strumenti ben oliati. La scelta di un titolo banale, e di questa inusuale (ma mica tanto) alternanza di maiuscoli e minuscoli nei nomi delle tracce e del disco, potrebbe sviare l'attenzione di chi non ha intenzione di ascoltare un brano per la sua musica (e purtroppo sono tanti), ma sicuramente merita più di qualche considerazione. Trovata un po' eccentrica "Se Fossi Dio", rivisitazione del più celebre sonetto dello stilnovista Cecco Angiolieri con screziature vocali à la Enrico Ruggeri. "Musica Dentro" è la ballata più evidentemente "italiana" di tradizione, ma non risulta tra i brani più sensazionali.
Nulla di sorprendente, ma quando si è sé stessi si trova sempre il modo di comunicare originalità e personalità, visto quanto singolare è diventato - di questi tempi - non imitare nessuno.

lunedì 28 settembre 2015

Alessia Luche - Talent Show (Bazee Records, 2015)

Con la produzione di Eugenio Ciuccetti, accompagnato come da copione da Raffaele Rinciari, la giovane cantautrice lombarda Alessia Luche si ritrova catapultata nel mondo del pop d'autore in maniera fulminea. "Talent Show" è difatti un disco molto fresco, in perfetto equilibrio tra i linguaggi che il pubblico italiano "di massa" è abituato ad assorbire quotidianamente dalle radio e quelle velature swing, jazz, funky, ma anche world music che la Bazee Records ha trasformato in un marchio di fabbrica. La voce è la vera protagonista, sovrastando gli arrangiamenti curatissimi con quelle linee melodiche di rapido impatto che tanto piaceranno ai meno colti. I più avvezzi al songwriting di estrazione alta percepiranno invece come preponderanti gli svolazzi degli strumentisti, tutti nomi ipernoti e di grande professionalità, in grado di dare ai brani una costruzione mai banale ma al medesimo tempo renderli scanzonati, allegri, per un gradimento ad ampio raggio.
"Trasformazioni di Me" è un pezzo perfetto come singolo, catchy, leggero, leggiadro, ma contemporaneamente incalzante e scatenato. "Io Vivo Nella Musica" è in tutto e per tutto una canzone di derivazione black, con i fiati a farla da padroni. Il picco più alto è però la meravigliosa cover di "At Last", prendendo come punto di partenza la versione del 1961 di Etta James, dove la brianzola duetta con la cantante ungherese Erika Kertesz, in uno splendido intrecciarsi di questi due timbri quasi contrastanti. Un elogio va fatto anche alla durata, non eccessiva, che permette di arrivare in fondo ai nove pezzi senza avvertire quel senso di pesantezza che sarebbe sembrato scontato con un minutaggio maggiore. 
E' un esordio stiloso, certo non adatto solo ad ascoltatori ad Alessia coevi, ma con riferimenti anche alla musica popolare italica che poco si è evoluta dagli anni settanta in avanti, diventando riconoscibile nel mondo proprio per dischi come questo. Che essere stata silurata da Amici di Maria de Filippi le abbia giovato? Questo ce lo dirà il futuro. Intanto "Talent Show" è un lavoro onesto, non troppo patinato, di classe, aperto a dinamiche più moderne che già si intravedono e che potrebbero ringiovanirne il sound con ottimi risultati. 

venerdì 25 settembre 2015

Il Boom - Così Come Ci Viene (Bazee Records, 2015)

Per chi non conosce Eugenio Ciuccetti occorre fare un breve sunto della sua carriera. Ostetrico e sociologo per formazione universitaria, collabora da sempre con la scena più tipicamente italica come autore e produttore discografico, ma ha all'attivo anche alcune esperienze di grande spicco negli Stati Uniti con il network CNN. Dopo il personale tentativo sanremese, datato 1997, alla kermesse più famosa del Belpaese hanno partecipato diversi artisti sotto la sua ala, e non è casuale la recente inaugurazione dell'etichetta Bazee Records, che pubblica anche questo lavoro. 
Il Boom è un progetto in cui Ciuccetti si avvale di artisti eccezionali, provenienti dal jazz, abituati con lo swing e la musica popolare nostrana. Con testi pericolosamente sospesi tra ironia, autobiografia e tentativi pseudopoetici, Rinciari riesce principalmente a dare lustro alla sua vocalità più che alle parole, che comunque risultano sopra la media dei dischi sentiti in questo periodo. La nostalgia di "Come Un Cartone Animato" arriva come un fendente e "Il Karma del Perdente" riesce a mettere il sorriso anche se congelato in un universo noir. E' interessante quanto pop risulti il disco pur conservando l'irregolarità e il nervosismo dei ritmi jazzati, e questo è senz'altro merito di un lavoro di composizione certosino e matematico. Molti ci hanno sentito Paolo Conte, ma appaiono più evidenti riferimenti a Sergio Endrigo, Rino Gaetano e perché no, Lucio Dalla e Renato Zero. Questo lavoro ha però la pecca di non lasciare il segno, scivolando via leggero e indolore, forse perché tutto ciò che lo compone è stato inciso, approfondito e sviscerato in lungo e in largo da decine di altri artisti italiani negli ultimi quarant'anni. Resta il fatto che il songwriting sia eccellente, senza sbavature, così come i suoni e le linee vocali, dando al pacchetto nel suo complesso un'aria molto classy. Non lo ricorderemo come un grande episodio di questo duemilaquindici, ma neanche come un fallimento completo. 

mercoledì 23 settembre 2015

Michelangelo Giordano - Le Strade Popolari (Autoproduzione, 2015)

Reduce da una contestata esclusione da Sanremo 2015, Michelangelo Giordano si presenta con questo esordio discografico possente negli intenti, un'irruzione che suona come un fulmine a ciel sereno sulla scena folk italiana. Armato delle tradizioni della sua terra, seppur trasferitosi a Milano, porta gli strumenti, le sonorità e le tipicità artistico-musicali della Calabria e del Mediterraneo al pubblico in maniera certamente non innovativa ma di sicuro impatto. Con "Le Strade Popolari" si può ballare, sculettare, divertirsi, ma anche abbandonarsi all'ascolto di un disco leggero, che non esagera - come si tende troppo spesso a fare nella scena italiana recente - con la politica, ma segue una via più da cantastorie istrionico, sincero e diretto. La levità nei toni è un escamotage acuto che consente di puntare il dito contro la mafia e l'omertà ("Non Cangiunu Li Cosi"), o di scendere, senza lamentosi e falsi piagnistei à la Barbara d'Urso, nel difficile terreno della cronaca tramite la storia di Natascha Kampusch. Degli undici brani rimangono però impressi nella memoria quelli più ironici, pungenti e mordaci, come "Il Paesino di Periferia", esempio lampante di composizione legata ai propri ricordi e alla propria patria, alla quale dedica con esplicita dolcezza un canto d'amore in "Sutta a Luna" e "Dolce e Amara", tra i momenti più trasognanti ed appassionanti. I pezzi puramente autobiografici risultano invece più oscuri, forse perché poco ancora conosciamo di Michelangelo, ma è palese come la grinta presente in questo album potrà portarlo a maggior notorietà con le prossime pubblicazioni. 

giovedì 13 agosto 2015

Margherita Pirri - Looking for Truth (Atwisted Nerve, 2015)

Il nuovo lavoro di Margherita Pirri si presenta denso di spunti musicali, geografici, culturali. Linguisticamente, stupisce ed incuriosisce la stesura di testi in francese, inglese e italiano, oltre alla partecipazione di due ospiti che aggiungono altre due nazionalità al melting pot, ovvero la spagnola Shani Ormiston e il tedesco Fabrian Goroncy. Tra pop e folk, canzone d'autore all'italiana, world music e indie, il brano che colpisce di più è "Un Giorno di Maggio", brano teso e monumentale, ma anche le uscite catchy di stampo britannico di "Sinner". I luminari della vocalità di Margherita non sono di facile individuazione, ed è un bene, perché se in alcuni passaggi può ricordare Enya, Loreena McKennitt o Sarah Brightman, nel corso delle quindici tracce viene delineato un percorso personale ed originale, dove il timbro caldo e la versatilità della cantante sono i veri protagonisti. Le emozioni che trasudano da questo "Looking for Truth" sono invece cupe, misteriose, malinconiche, e nella brillantezza dei cantati si perde forse un po' questo senso di agonia, come a voler porre le due caratteristiche in una dicotomica contrapposizione. Se fosse voluto, sarebbe un'intuizione geniale, per com'è riuscita. 
Un paio di pecche: una produzione poco colorita, che lascia un vago retrogusto di insipidezza, ma soprattutto le strutture raramente estrose dei pezzi, che sovente richiamano prodotti già sentiti. Perché non citare ad esempio Tori Amos, anche se in alcuni dei lavori meno noti (tipo "From the Choirgirl Hotel" del 1998).

In sintesi, Margherita ha fatto un ottimo lavoro, con i suoi musicisti e con le sue parole, ma solo proseguendo nel lavoro di composizione e di scrittura potrà trovare la quadra per esprimere al meglio le grandi capacità che indubbiamente possiede. 

mercoledì 12 agosto 2015

Andrea di Giustino - Il Senso dell'Uguale (Hydra Records, 2015)

Andrea di Giustino, sulmonese, sfoggia già dalla biografia nel suo sito internet un curriculum di tutto rispetto. Speaker di pubblicità, autore di testi e musiche, arrangiatore, insegnante di canto, pianista, già al lavoro con l'inviato di Striscia La Notizia Max Laudadio e il violinista e chitarrista Giulio Fonti per la colonna sonora del film "Dalla Vita in Poi", una vita nel mondo della musica, tutto ciò rappresenta un ricco bagaglio che pesa come un macigno nell'analisi di un disco che ha come supervisore artistico nientemeno che Mauro Mengali (lo stesso di Caterina Caselli, Marco Masini, Stefano Bollani, Paolo Benvegnù, tra gli altri).

Nel giudicare con razionalità un album di canzone d'autore come "Il Senso dell'Uguale" occorre un approccio totalmente scevro di pregiudizi, perché i linguaggi sono quelli del pop italiano come chi ascolta musica più ricercata ha imparato a bistrattare impietosamente, perché troppo uguale a sé stesso, incapace di rinnovarsi. Non che il disco di cui stiamo parlando sia del tutto originale, ma complessivamente è esente da alcuni degli schematismi triviali della musica italica, a partire dalle melodie quasi infantili del neomelodico da classifica, dagli assoli di chitarra tra secondo e terzo refrain che pretendono di fare rock con ghirigori obsoleti, dal quattro quarti forzato. Se non nella musica, vitale ed energica, per quanto patinata, l'energia del disco si sprigiona dai testi, incentrati sul tema dell'uguaglianza (e del suo opposto, la diversità), scritti in un italiano mai troppo sofisticato ma pure senza cliché. Per la grazia di alcune frasi, la mente corre al miglior Samuele Bersani ("Controindicazioni"), o a Max Gazzé ("L'Alchimista di Parole"), dall'altro lato "Morire Vivo" ricorda i tanti tentativi falliti di molti artisti di nicchia di fare il tormentone estivo che però non sfonda. Evitabile. Nell'osare con l'elettronica, ma anche con il rock più classico e modesto, il disco è di per sé molto equilibrato, bilanciando bene tutti gli ingredienti senza mai ostentare nulla. E' nella sua misura che si trova il punto di forza di Andrea di Giustino, che nel parlare di amore, di nostalgia, di rimpianti, come chiunque ha provato a fare, ha tuttavia un quid personale, caratteristico.

Nel complesso, convince il messaggio ma meno la musica, che come spesso accade sta dietro la voce ed in questo caso è sicuramente un vantaggio per la riuscita dell'album. Un artista con un curriculum del genere può certamente mirare a traguardi più ambiziosi e riascoltando più volte il lavoro appare evidente come la strada tracciata possa condurre ad esiti felici in un futuro relativamente prossimo.  

lunedì 10 agosto 2015

Misfatto - Rosencrutz is Dead (Orzorock Music, 2015)


I piacentini Misfatto, dal 1990, sono impegnati nella creazione di un'opera unitaria, formata al momento di tre capitoli, fusi tra loro da un'inestricabile coerenza tematica, musicale ed atmosferica. "Rosencrutz is Dead" è il terzo capitolo, e segue a "Heleonor Rosencrutz", personaggio di cui si continua - come appare ovvio - a parlare, anche qui. 
I sette brani, di nuovo, si attaccano a quei linguaggi che dall'inizio i sei hanno messo sul piatto, tra psichedelia acida e pop rock, anche se stavolta serpeggiano in maniera più presente (e più matura), disseminati qua e là, momenti ambient di sicuro effetto sul piano dell'evocazione di immagini. Lo scopo evidente appare quello di dare alla produzione discografica finora pubblicata il senso di un viaggio continuativo, probabilmente ora terminato con la morte della protagonista, utilizzando i propri idoli - dichiaratamente Doors e Beatles - come luminari e come punti di partenza. Sono nomi immediatamente distinguibili, ascoltando i brani, ed è inevitabile notare qualche richiamo che ricade fortunatamente più nella citazione involontaria che nel plagio. 
La title-track e "Kamaleon" risultano, al terzo ascolto, i pezzi che più esaltano le qualità della band, i veri punti di forza del disco, forse anche per l'energia sprigionata dai momenti di apertura che ci ricordano le origini rock dell'album di esordio, finora il più aggressivo del sestetto. Il leader Gabriele Finotti, da filosofo della band, è quello che si nota di più, e non è strano notare che dal libro di cui è autore ("La Chiesa Senza Tetto"), tutto il percorso sia stato compatto e uniforme, fedele ad una linea seguita senza contraddizioni, con la coesione necessaria a lasciare ai posteri l'opera omnia sua e dei suoi Misfatto come una costruzione artistica monolitica e complessa. Un merito che travalica la musica e che rimarrà riconoscibile negli anni. 

sabato 4 luglio 2015

Jovine - Parla Più Forte (Artist First, 2015)

Innanzitutto un po' di chiarezza: Jovine è una persona o una band? Jovine è il cognome di Valerio, fondatore di questo progetto, e Massimo, membro dei 99 Posse e fratello del primo. Dal 1998 a oggi sono usciti sette album e gli Jovine si sono affermati come una reggae band da sette elementi, che tornano anche nel nuovo sforzo Parla Più Forte, oltre a molti ospiti. Recente è la parentesi nei talent di Valerio, concorrente della squadra di J Ax a The Voice of Italy, ma forse è bene continuare parlando di un unico gruppo. In diciassette anni di carriera è sempre stato evidente, nei testi e nei circuiti in cui sono andati a presentare la loro musica (in primis il network dei centri sociali italiani, ma in particolare del Meridione), l'impegno sociale, la voglia di utilizzare le parole per mandare dei messaggi e per diffondere attorno al collettivo una coltre di coerenza musicale e politica. Gli Jovine fanno un reggae dai sapori mediterranei, onesto, fresco, influenzato nelle liriche dalla città di provenienza, Napoli, che come un faro illumina tutto il nostro Sud Italia, diventando simbolo delle sue bellezze e delle sue sfortune. In Parla Più Forte, l'hip-hop classico risalta forse di più in passato, così anche gli impianti dei brani si fanno più rock, ma ciò che spicca è l'intensità dei testi anche nei featuring con Clementino e Dope One, che al posto di fare - come spesso accade - semplici comparsate, fungono da collante per dare ai pezzi un'ulteriore identità. Dell'esperienza al talent Rai rimane il coraggio, visto ad esempio quando in TV Valerio ha interpretato "Like A Virgin" di Madonna in versione reggae, e nasce spontaneo un paragone con la spontaneità, la genuinità e l'originalità dimostrata nel disco, dove momenti più radiofonici si sposano con vere e proprie sfuriate, ma anche arrangiamenti più complessi finiscono ben spalmati su brani dall'appeal pop. Così si possono permettere veloci incursioni nella dubstep e nel funky, ma senza che nulla sembri fuori luogo, grazie alle capacità di scrittura dei singoli strumentisti. 

Questo disco non farà strappare i capelli né ai fan del reggae né a quelli del hip-hop italiano, ma sicuramente mette in chiaro due cose: che quando nasci in una terra come la Campania e provi a fare musica, spesso le tue radici lasciano una traccia indelebile in come suoni e in quello che dici, e che basta un po' di levare e se i pezzi sono costruiti bene il culo lo muovi. Dopotutto, in un'estate così calda può bastare questo. 

lunedì 1 giugno 2015

Noàis - Lanterne (Autoproduzione, 2015)

Sette canzoni brillanti e luminose. Sette lanterne, appunto. Questa autoproduzione degli astigiani Noàis si presenta così, ricca di suggestioni e di immagini, di colori e di profumi provenienti da culture diverse, veicolati musicalmente da un mélange di blues, folk e rock in grado di tracciare una linea che unisce Stati Uniti, Irlanda, Sicilia e Piemonte. I personaggi, dal leggendario Colapesce, presente nelle tradizioni provenzali, napoletane e siciliane (quest'ultima è quella a cui si ispira il pezzo d'apertura, "Hanno Ucciso Colapesce"), alla prostituta assassinata da Jack Lo Squartatore, "Mary Jane", provengono da fonti letterarie e memorie storiche di diversi periodi e regioni, a confermare l'obiettivo e la vocazione multiculturali di Jacopo Perosino e soci, abili nel fondere stili e forme artistiche diverse con originalità e un'evidente intesa tra i vari strumentisti. Quando "Colpa di Maria" ci porta anche in Salento con qualche accenno di taranta, abbiamo la dimostrazione definitiva che l'impresa del settetto di riportare il mosaico dei loro ascolti in una produzione personale e nuova è pane per i loro denti. Nulla è mai lasciato al caso, e il songwriting risulta asciutto, semplice ma non banale, equilibrato nel dare importanza ad ogni tassello. La tendenza del disco è comunque quella di creare sospensioni e armonie gioiose, cariche di tonalità accese e forti, abbandonandosi alla malinconia vera e propria solo in "Sudato e Fragile".

In generale, Lanterne oscilla tra il positivo e il negativo, tra la vita e la morte, l'amore e l'odio, suscitando emozioni opposte che vengono evocate anche tramite i testi. Viene in mente la teoria dello yin e lo yang, anche se nei tanti riferimenti geografici ne manca proprio uno all'Oriente. La prova del nove con i ripetuti ascolti appare facilmente superata, plasmando nella mente l'immagine di un disco fresco, originale, in grado di resistere nel tempo e di risultare piacevole sia a chi è abituato a sonorità complesse ed ostiche, sia agli aficionados delle radio commerciali.

mercoledì 20 maggio 2015

Tempi Duri - Canzoni Segrete (Saifam, 2015)


La storia dei Tempi Duri parte all'inizio degli anni ottanta. Il fondatore Carlo Facchini conobbe Fabrizio de André e una catena di eventi presto portò alla nascita di questa band, in cui militava, oltre al chitarrista Loby Pimazzoni e al batterista Marco Bisotto, lo stesso figlio del Faber, Cristiano. Così nel 1982, per la Fado di Fabrizio de André e Dori Ghezzi, usciva il successo di critica e pubblico "Chiamali Tempi Duri". Il seguito di quel disco, con la formazione originaria - ad eccezione di Cristiano de André presente in un unico brano - esce a trentatré anni di distanza per il gruppo Saifam di Mauro Farina.


Le corde di Pimazzoni sono la prima cosa che rimane in testa di questo "Canzoni Segrete". Con Mark Knopfler come stella guida, splendide in quei fraseggi eleganti e mai troppo complessi, sono le chitarre le principali responsabili dell'attualizzazione di un sound comunque ancora legato a quegli esordi, ma che il pubblico a cui si rivolge non potrà che trovare azzeccato. L'interazione tra Loby e l'ospite ed amico Massimo Germini (celebre per i suoi lavori con La Carboneria, Vecchioni, Van De Sfroos, Milva e molti altri) non può che impreziosire quello che è l'assetto melodico del disco, con Claudio Fiorini e Gino Marcelli al piano a completare egregiamente il quadro. Cristiano De André interviene in "Con Le Nostre Mani", uno dei pochi brani non politicizzati, mentre è forte l'influenza del padre anche in quanto a impegno dei testi e utilizzo delle metafore in "Italia Parte 2" e "La Sfida", i due pezzi forse più riusciti e in cui il nome della band rappresenta anche il messaggio veicolato dalle parole.
La geografia e il viaggio sono altre tematiche ricorrenti: in "Hong Kong", alla ricerca della pace interiore, oppure in "Giulietta", dove il tragico personaggio shakespeariano ci ricorda anche il legame della band con la loro Verona. Echi di Ivano Fossati o perché no, di Lucio Dalla, risuonano dalle corde vocali dell'abile e poliedrico frontman Facchini, sempre perfetto nell'interpretare una malinconia di fondo che lascia comunque spazi per riflettere ai margini della commozione e della rabbia sociale. Spiace un po' sentire un batterista come Marco Bisotto relegato a mero accompagnamento, ma è questo che accade nel 99% dei dischi pop.

Sospeso tra musica popolare, storia della canzone d'autore e pop rock raffinato di ispirazione americana, questo album riesce a far riflettere su quella che è una delle più naturali urgenze di chi ascolta musica: la spontanea identificazione con le liriche, con il mondo che narrano e che raccontano, possibile perché in risalto rispetto all'immagine, distrazione rispetto al messaggio (se esiste) nel pop di oggi.
Non era essenziale, e ci perdonino i Tempi Duri per questo giudizio, ma quando una band si ripresenta sulle scene con un prodotto di qualità, per quanto anacronistico, la scena tutta dovrebbe solo gioirne, al netto delle incertezze di tutti quelli che vedono nelle reunion un mezzo di facile guadagno (che visti i tempi, duri appunto, non sarà certo così abbondante).
La speranza è dunque quella che Facchini e soci continuino a produrre dischi del genere, magari senza lasciar passare altri tre decenni.

giovedì 14 maggio 2015

Patrizia Laquidara - RovigoRacconta, Piazza Vittorio Emanuele, 10/5/2015

Patrizia Laquidara
Foto di Andrea Mazzetto
Apro questo articolo chiedendo scusa ai miei lettori perché, stavolta, sarà necessario che io parli in prima persona. Non amo molto farlo quando parlo di musica perché, oltre ad essere un po' sgradevole, si rischia spesso e volentieri di cadere nell'autoreferenzialità. In questo caso però è necessario farlo perché, anche se a denti stretti, sono costretto ad ammettere che prima di assistere al suo concerto in Piazza Vittorio Emanuele II a Rovigo (all'interno della rassegna RovigoRacconta), non conoscevo Patrizia Laquidara. Questa cosa la dico  con ancora più rammarico dopo aver scoperto una sua collaborazione con Ian Anderson dei Jethro Tull, uno dei gruppi a me più cari, come chi segue questo blog saprà bene, ormai. Per fortuna, non è mai troppo tardi per imparare.

Patrizia LaquidaraDaniele Santimone
Foto di KaOs-Art
Devo premettere che non ero presente a RovigoRacconta in veste di giornalista ma, più semplicemente, in quella di spettatore, per cui, benché io abbia assistito a molti altri eventi degni di nota (i JapaneseButGoodies con Enrico Brizzi nel reading del suo libro "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", gli Psycodrummers, una lettura di Charles Bukowski dell'attore Alessandro Haber con il duo elettronico Alfa Romero...) non c'era niente che mi vincolasse ad una particolare performance. Questo per dire che, il piano iniziale era, molto volgarmente, di guardare un po' del concerto e poi di trascorrere il resto della serata altrove. Ovviamente, non è stato così. Per prima cosa, noto sul palco la presenza di due eccellenze: il chitarrista Daniele Santimone, che avevo già avuto il piacere di conoscere grazie al suo bellissimo CD "A Little Bartok" inciso in collaborazione con Ares Tavolazzi e Riccardo Paio, e il bassista Stefano Dallaporta, musicista per Ricky Portera e Maurizio Solieri, tra gli altri. L'inizio del concerto è particolarmente interessante, con la ninna-nanna Cubana "Durme Negrita" a cui, nel finale, si è sovrapposta quella Veneta "Nana Bobò", omaggio alla madre e alla nonna di Patrizia in occasione della festa della mamma. Il resto della serata è stato un miscuglio di brani originali, tra cui "Rose", "Senza Pelle", il cui testo è stato scritto da Giulio Casale, anche lui presente a RovigoRacconta, e "Mielata", e reinterpretazioni personali di brani del repertorio popolare moderno, come "Smells Like Teen Spirit" dei Nirvana e "Can't Get You Out of My Head" di Kylie Minogue.


Patrizia Laquidara
Foto di Andrea Mazzetto
Patrizia non tiene un atteggiamento da diva sul palco, eppure riesce a catturare totalmente l'attenzione del pubblico, in maniera garbata anche se molto presente. Ciò che ha ipnotizzato gli spettatori, comunque, è stato il cantato: oltre ad avere una timbrica molto particolare, la Laquidara utilizza la sua voce come uno strumento musicale vero e proprio e non solo come un mezzo per musicare le parole, grazie anche alla sua notevole estensione vocale, che le permette di passare da alti a bassi estremi in maniera assolutamente naturale. I due musicisti che l'hanno accompagnata si sono dimostrati certamente all'altezza del loro compito ( ...come se avessimo avuto dubbi!). Daniele Santimone ha esibito un playing raffinato, gustoso e perfettamente funzionale alla musica, mentre Stefano Dallaporta ci ha riconfermato di essere un eccellente bassista, offrendo un sostegno solido, mai invasivo, ma presente e portante: impossibile dare questa qualità alla musica senza di lui. Insomma, un connubio invidiabile. Immediatamente dopo il concerto, della durata di circa un'ora e un quarto, corro subito al banchetto del merchandising. Dei tre album in vendita, scelgo di comprare "Funambola" uscito nel 2007, dalla cui scaletta mi sembra di scorgere la maggior parte dei brani che ho preferito durante la serata, e mi reco dietro al palco per congratularmi con i tre personaggi che ci hanno regalato (letteralmente: la serata era ad ingresso gratuito) dell'ottima musica. Oltre a fare i meritatissimi complimenti a Dallaporta e a Santimone, decido di avvicinare Patrizia Laquidara per farmi autografare il recente acquisto. Mentre firma la copertina, sono costretto a sputare il rospo: "Devo purtroppo ammettere che non ti conoscevo prima di stasera" spiego "ma credo di essermi innamorato di te. Vuoi sposarmi?". Lei mi guarda e ride. Accidenti, non mi ha preso sul serio!

Stefano Dallaporta, Patrizia Laquidara, Daniele Santimone
Foto di Andrea Mazzetto

mercoledì 1 aprile 2015

Il Rebus - A Cosa Stai Pensando? (Volume! Records, 2015)

A cosa stavano pensando Il Rebus quando come centinaia di altri artisti decidevano di addentrarsi nel mondo dei testi di denuncia? Si sa, in questo campo vige l'enorme rischio di banalizzare problemi morali, etici, storici e politici di grande portata nello schema strofa-ritornello o nel testo in rima, così come quello di non poter reggere il confronto con chi queste cose le ha fatte prima e meglio. Si tira in ballo Adriano Sofri, giornalista, scrittore e attivista triestino, le cui vicende politiche meritano senz'altro un approfondimento ancor prima di approssimarsi all'ascolto di questo disco, in cui ben due testi prendono a piene mani dalle sue parole ("Questo Non è un Uomo", "Nei Ghetti d'Italia...", quest'ultima riguardante gli scontri a sfondo razziale avvenuti a Rosarno a inizio 2010). Si parla di religione, di imprenditori che in piena crisi economica decidono di farla finita, del qualunquismo italiano che forse contraddistingue questa nazione più di tante altre sue caratteristiche, dei disordini di Roma di Ottobre 2011 ("Roma Brucia"). Soppesata attentamente la qualità testuale, il lirismo di queste musiche, la caparbietà di alcune scelte negli arrangiamenti, la bellezza di questo album risiede però forse meno nelle parole che nella musica.


"A Cosa Stai Pensando?", prodotto da Max Zanotti (membro attivo dei Rezophonic nonché leader dei defunti Deasonika e più che apprezzabile autore di materiale solistico), si fregia di sonorità a cavallo tra la canzone d'autore moderna e il pop-rock anni '90, deragliando spesso però verso linguaggi post-rock e new wave. L'olimpo del quartetto comasco è variegato, ma abbastanza eterogeneo da poter essere tracciato comodamente: Ritmo Tribale, Paolo Benvegnù, Timoria, l'esplosione di imitatori di CCCP e CSI, ma anche i Marlene Kuntz più intimistici di "Uno", la stranissima "Eneide di Krypton" dei Litfiba e alcuni ondivaghi ammiccamenti al recitato-parlato di Emidio Clementi e Max Collini. Spesso i testi trovano la loro migliore espressione se associati alla veemenza di alcune deflagrazioni, mai improvvise né inaspettate, ma incastonate nella struttura del pezzo comunque con grande originalità ("Avere Trent'Anni", riascoltata più volte, assume tonalità quasi epiche, per non dire solenni). La costruzione dei brani appare sempre, dal primo all'undicesimo e ultimo brano, intelligente, ponderata, equilibrata, dosando tutti gli ingredienti in un bilanciamento perfetto di alti e bassi, di magniloquenza e leggerezza, di pacatezza e frastuono.


In piena tradizione italiana, i quattro subordinano spesso - ed è un peccato - le musiche alle liriche. Intendiamoci, i testi sono ottimi, mai triviali, ben scritti e concepiti, ma in alcuni brani l'impressione è quella di una forzatura rispetto ad un contesto che avrebbe reso meglio lasciando agli strumenti il ruolo di protagonisti. Tolto questo limite, che di fatto è solo un punto di vista del'autore che non intende criticare le scelte lessicali e retoriche né i contenuti, il disco fila liscio dall'inizio alla fine, trovando nel suo riferirsi alla stessa parte di storia della musica che chiunque sfrutta per fare soldi da vent'anni a questa parte proprio il suo punto di forza. Notevole è il tentativo di prendere ogni legame con altri artisti e rivoltarlo a proprio favore, marginalizzando le citazioni e i richiami così da renderli talmente poco tangibili da essere solo venature, sfumature, tonalità che dalle retrovie fanno brillare ulteriormente un album che negli anni a venire sarà sicuramente rivalutato e inserito nelle cronache dei migliori dischi del duemilaquindici.


mercoledì 25 marzo 2015

Toto - Toto XIV (Frontiers Music, 2015)

Da un punto di vista tecnico, un nuovo album in studio dei Toto è sempre un evento memorabile: la famosa band Americana si è sempre distinta per aver creato una serie di dischi che sono un po' il compendio di come si registra e si suona un perfetto album rock, aiutati anche dal fatto di avere sempre in formazione la crème de la crème dei musicisti. In questo caso, questa sensazione si mischia anche, inevitabilmente, ad un po' di tristezza, dovuta alla prematura scomparsa del loro storico bassista Mike Porcaro, malato da tempo di sclerosi laterale amiotrofica, pochi giorni prima della pubblicazione dell'album. Il precedente "Falling In Between", pubblicato nel 2006, sembrava un'uscita di scena perfetta, e, effettivamente, un messaggio del 2008 sul sito ufficiale di Steve Lukather aveva decretato la fine del gruppo. A quanto pare, ci sbagliavamo tutti. Curiosa la formazione; oltre all'immancabile chitarrista e cantante Steve Lukather, ormai il vero leader del progetto, il resto dei Toto è composto da ex membri che sono tornati all'ovile: David Paich e Steve Porcaro alle tastiere, Joseph Williams alla voce solista e David Hungate al basso. Il ruolo di batterista è affidato a Keith Carlock, eccellente turnista già al servizio di giganti come James Taylor, Steely Dan, John Mayer e Sting. Tra gli ospiti abbiamo alcune facce già note, tra cui Leland Sklar al basso, Lenny Castro alle percussioni e Michael McDonald ai cori. Praticamente, non è nemmeno quasi più lo stesso gruppo di "Falling in Between" e, a questo punto, viene spontaneo chiedersi se questo sia davvero un disco dei Toto o se forse sia più simile ad un progetto solista di Steve Lukather. Abbiamo già fatto un discorso simile parlando di "The Endless River" dei Pink Floyd e, principalmente, la stessa soluzione è applicabile anche qua: nessuno di noi ha il diritto di stabilire chi siano i Toto o no, se non i diretti interessati e, in fin dei conti, Lukather è stato l'unico a essere presente nel gruppo fin dall'inizio per cui nessuno ha più diritto di lui di essere il capitano. Ciò che differenzia la sua carriera solista da quella dei Toto è che, in questo secondo caso, il poliedrico chitarrista si è circondato da persone che hanno vissuto vari momenti importanti della storia della band che, sicuramente, meritano di avere voce in capitolo.

Fin dalla sua presentazione (la copertina con la famosa spada, ormai il loro marchio di fabbrica e il titolo che si rifà al celebre "Toto IV"), "Toto XIV" sembra percorrere la carriera del celebre gruppo Americano. Tuttavia, considerando anche una recente intervista a David Paich nella quale ammette che le lavorazioni del disco sono iniziate solo per adempiere ad obblighi contrattuali, più che un riepilogo pare essere una cosa inevitabile. Le atmosfere generali sono molto vicine a quelle di "Mindfields" e "Falling in Between", ma la voce di Joseph Williams è tipicamente caratteristica dei loro album anni '80, mentre i momenti dove Hungate e Porcaro sono in prima fila, ci riportano alle sonorità dei primi album. Tutto sommato, un mélange piuttosto interessante che, in alcuni casi, funziona piuttosto bene: la potente "Running Out of Time" è sicuramente un buon modo di iniziare un album, "Unknown Soldier (For Jeffrey)" è ben riuscita e ha un bel climax, "Fortune" è un brano rock dal giusto mordente e "Chinatown" è un pezzo raffinato, che ricorda un po' gli Steely Dan, altro gruppo leggendario Americano nel quale hanno militato alcuni membri dei Toto; tale influenza è evidente anche in "21st Century Blues", che ricorda vagamente la title-track di "Pretzel Logic". Altre volte, invece, il risultato è più carente, come nel caso di "The Little Things" (cantata da Steve Porcaro) e "All The Tears That Shine", due brani che si fanno notare per la loro mancanza di direzione, più che altro. Curiosamente, i tre singoli scelti per questo album, pur essendo dignitosi, non sono tra i pezzi migliori: "Orphan" è decisamente troppo stucchevole, "Holy War" si fa notare più che altro per il break strumentale centrale e la power ballad "Burn", anche se piuttosto orecchiabile, è un po' troppo ovvia e scontata.

Generalmente, si arriva a fine album senza aver molto da dire, forse perché è il disco in sé che ha poco da dire. Intendiamoci, si tratta sempre di un prodotto di classe e di una certa qualità, ma l'impressione globale è quella di un complesso che è diventato confinato nel suo stesso nome e, di conseguenza, lavora sempre con gli stessi limiti senza nessun desiderio di uscirne e di superarli. In questo ambito il gruppo, sicuramente, eccelle: d'altra parte, chi meglio dei Toto può fare i Toto? Eppure, tutto questo ragionamento viene rovesciato dalla traccia conclusiva, "Great Expectations", un brano complesso ma ben costruito, trionfale, decisamente energico e convinto, nel quale tutta la tensione e la compostezza che ha caratterizzato il resto dell'album viene rilasciata. Durante queste note finali, viene spontaneo chiedersi se forse abbiamo interpretato male il disco. Certo, potrebbe essere un "semplice" gran finale, ma anche una dimostrazione che i Toto, da un punto di vista compositivo, possono ancora dire qualcosa e che "Toto XIV", nonostante tutto, è solo un necessario album di transizione per farci abituare ad altre sorprese per il futuro. Magari è un pensiero troppo ottimista arrivati a questo punto, ma il titolo del brano sembrerebbe comunque puntare in quest'ultima direzione. Tornando al presente, questo disco potrebbe essere un buon investimento per chi si avvicina ai Toto per la prima volta, ma  a chi li conosce già superficialmente, consigliamo di ascoltarsi prima gli altri album in studio. A tutti gli altri, invece, qualsiasi tipo di consiglio è totalmente superfluo! 

David Paich, Joseph Williams, Steve Lukather, Steve Porcaro

venerdì 6 marzo 2015

Into Deep #12 - Might Just Take Your Career - (Non) Deep Purple


Deep Purple Mark I
Da sinistra: Rod Evans, Jon Lord, Ritchie Blackmore, Nick Simper e Ian Paice

Ci sono alcuni gruppi che non hanno bisogno di alcun tipo di presentazione. I Deep Purple sono sicuramente tra questi: considerati, a ragion venduta, tra le più grandi band di tutti i tempi, persino chi non ha la minima conoscenza musicale riconosce immediatamente il riff di "Smoke on The Water". Il rovescio della medaglia è che questo li ha resi parte di quella serie di artisti che si tende a dare per scontati, mettendoli sempre dogmaticamente al primo posto senza mai spiegare perché. In realtà, la loro storia è stata molto avventurosa, così come la loro crescita musicale. I loro primi tre album, "Shades of Deep Purple", "The Book of Taliesyn" e il terzo omonimo, infatti, mostrano un gruppo molto diverso da quello che siamo abituati a sentire, pur essendo comunque coerenti e sensati con il resto della discografia. Il merito di questo è dovuto anche alla voce del cantante Rod Evans, sicuramente molto diversa da quella di Ian Gillan o David Coverdale, ma certamente espressiva e adatta allo stile variegato, e forse anche un po' ingenuo, di quel loro periodo. Ma, durante il tour Americano del 1969, il chitarrista Ritchie Blackmore e il tastierista Jon Lord decisero che, per rimanere a galla, il gruppo avrebbe dovuto scegliere una strada più definita, concentrandosi su un sound più duro. Evans e il bassista Nick Simper vennero quindi dimessi e sostituiti dai ben più celebri Ian Gillan e Roger Glover, iniziando così la storia di quei Deep Purple che sono successivamente entrati nella leggenda.

Captain Beyond
Evans si trasferì negli Stati Uniti dove, due anni più tardi, registrò un singolo uscito per la Capital Records, "Hard to Be Without You"/"You Can't Love A Child Like A Woman", che, però, non ebbe molto successo di vendita. Il seguente anno, nel 1972, assieme ad ex membri della Johnny Winter band e degli Iron Butterfly, formò un gruppo hard rock compatibile anche con il progressive, i Captain Beyond, con i quali registrò due dischi: un primo omonimo e "Sufficiently Breathless". Benché i Captain Beyond venissero abbastanza apprezzati dalla critica e fossero diventati un gruppo "cult", con uno zoccolo duro di fan che li seguiva ovunque, gli album non vendettero mai abbastanza, quindi Evans, nel 1974, si ritirò dal mondo della musica, lavorando per qualche anno come direttore in un centro di terapie respiratorie. A questo punto, un suo ritorno alla musica sembrava abbastanza improbabile e, per quanto sia un peccato dirlo, sarebbe stato meglio così. Purtroppo il peggio doveva ancora venire.

Deep Purple Mark IV
Contemporaneamente, i Deep Purple erano diventati, finalmente, un grande successo di pubblico e di critica, risultando una delle band Britanniche più popolari al mondo. Certo, avevano avuto anche loro la loro serie di tafferugli: nel 1974, i due "ultimi arrivati", Glover e Gillan lasciarono all'apice del successo, sostituiti, rispettivamente, da Glenn Huges e David Coverdale, ancora una volta, due musicisti con un approccio completamente diverso ai loro predecessori. Le cose sembravano comunque andare per il verso giusto ma, inaspettatamente, alla fine del 1975, anche il chitarrista Ritchie Blackmore decise di abbandonare, per dare vita ai suoi Rainbow. Venne sostituito da Tommy Bolin, un bravo chitarrista jazz fusion già al servizio di leggende come Billy Cobham e Alphonse Mouzon. Purtroppo, sarà stato per il suo stile completamente diverso da quello di Blackmore, sarà stato perché è comunque difficile rimpiazzare un personaggio del genere e, assolutamente, sarà anche stato per i crescenti problemi del chitarrista con alcool e droga che gli impedivano di dare performance all'altezza, questo segnò il capolinea del gruppo negli anni '70: al termine del tour del loro decimo album in studio, "Come Taste the Band", i Deep Purple decisero che era arrivato il momento di chiudere i battenti. Tommy Bolin tornò al suo genere originale, ma, disgraziatamente, morì di overdose il 4 Dicembre 1976, a soli 25 anni. Nonostante la parabola discendente del gruppo, negli anni successivi. la richiesta di reunion fu molto alta e costante, specialmente per quanto riguarda la Mark II. Sebbene una cosa del genere non sembrasse poter accadere tanto presto, anche perché i vecchi membri storici erano tutti impegnati in altri progetti, questo non impedì speculazioni e voci di corridoio che dicevano che ci sarebbero stati dei tour a breve. Nel 1980, quando finalmente venne annunciata una reunion con delle date in Nord America, i fan andarono in visibilio e sembrava finalmente che il sogno di ogni appassionato di hard rock si fosse realizzato. Ma era veramente così?

A questo punto, prima di proseguire, è necessario fare una divagazione e un piccolo passo indietro. Due musicisti, il chitarrista Tony Flynn e il tastierista Geoff Emery, da tempo militavano in una versione non ufficiale degli Steppenwolf, in cui comparivano solo due membri originali, nessuno dei quali era fondatore. Il cantante, leader e depositario del nome "Steppenwolf", John Kay, presto si stufò di questa farsa e li costrinse a smettere, appena in tempo per impedire a questa versione "farlocca" di fare uscire un album in studio, che avrebbe dovuto intitolarsi "Night of the Wolf". Quando Flynn ed Emery si resero conto che il gioco stava per finire, cominciarono a cercare altrove, mettendo gli occhi, appunto, sui Deep Purple. Il gruppo era sufficientemente famoso, la richiesta era alta e, come il cacio sui maccheroni, avevano degli ex membri di relativo basso profilo e musicalmente inattivi da tempo che avrebbero potuto prestarsi bene al gioco. Ovviamente, stiamo parlando di Nick Simper e di Rod Evans, che vennero presto contattati con l'allettante proposta di far rivivere il nome Deep Purple. Simper mangiò subito la foglia e se ne tenne fuori, ma Evans, attratto dalla possibilità di poter tornare sul palco, questa volta facendo più successo, accettò. Con l'aggiunta del batterista Dick Jurgens III, presente anche lui in una delle formazioni finte degli Steppenwolf, e del bassista Tom De Rivera, un non professionista, si completò la più grande mistificazione che ci sia stata nel mondo del rock.

Bogus Deep Purple
Da sinistra: Dick Jurgens III, Tony Flynn, Tom De Rivera, Geoff Emery e Rod Evans
Nel Marzo del 1980, Emery registrò legalmente il marchio "Deep Purple" secondo le leggi Americane, specificando che nessun altro prima di questa registrazione ne detenesse i diritti. Ovviamente, suddetto nome era già stato registrato nel 1968 e tutti i membri di questa, chiamiamola così per comodità, formazione lo sapevano, Rod Evans in primis. Non solo, ma nel 1971, era anche stata fondata una compagnia, la Deep Purple (Oversas) Ltd., che serviva, tra le altre cose, a tutelarsi contro questo genere di cose, anche se nessuno si sarebbe immaginato che qualcuno sarebbe stato così sfacciato da tentare sul serio di fare una cosa del genere. Tuttavia, c'erano troppi buchi e incongruenze nel sistema legale Americano, soprattutto quando si trattava della tutela legale dei musicisti, e prima che i veri depositari del nome Deep Purple riuscissero a farci qualcosa, questo nuovo gruppo riuscì a muoversi piuttosto velocemente. Inoltre, fatto non trascurabile, all'epoca internet non esisteva, e chi organizzò questo finto tour, fu molto bravo a giocare sul "fattore confusione". Ora della fine, le radio e i giornalisti sapevano soltanto che i Deep Purple si erano riformati, ma non si sapeva chi stesse all'interno del gruppo e, d'altra parte, la fame di hard rock era così tanta che nessuno se ne preoccupò sul serio.

Dopo aver fatto una serie di date di prova in dei piccoli e anonimi teatrini, il 17 Maggio 1980 il gruppo fece la sua prima data ufficiale all'Armadillo Civic Center, in Texas. I biglietti, come prevedibile, vendettero come il pane e i fan erano giubilanti, convinti di stare per assistere ad un evento unico e memorabile. La cosa si rivelò effettivamente così, ma non nel modo in cui si aspettavano. Come immaginabile, il concerto, da qualsiasi punto di vista artistico, fu un totale disastro. Il gruppo suonava come una cover band di scarso livello, la qualità del suono era decisamente bassa, e la scaletta era piuttosto strana: passi per "Hush", "Mandrake Root", "Kentucky Woman" e forse, l'inevitabile "Smoke on The Water", che comunque non faceva parte del periodo di Rod Evans, ma l'inclusione di materiale come "Space Truckin'", "Burn" e "Might Just Take Your Life" era assolutamente incomprensibile. A peggiorare le cose, i cinque si erano presentati con un look glam e sfoggiavano un comportamento degno dei peggiori stereotipi del rock, con tanto di distruzione finale degli strumenti. Il pubblico, ovviamente, non reagì per niente bene, complice anche il fatto che quasi nessuno aveva riconosciuto Rod Evans o, comunque, sapeva che aveva fatto parte dei Deep Purple originali. Il quintetto abbandonò il palco solo dopo 40 minuti, dopo essere stato bersaglio di bottiglie e oggetti vari, e l'inizio di una rivolta. Avrebbe dovuto essere un monito abbastanza chiaro, ma se qualcuno è già abbastanza senza scrupoli da far partire un'operazione del genere sicuramente cerca di portarla a termine, e il tour proseguì con gli stessi risultati di sera in sera. Ad un concerto al Capitol Theater di Quebec, in Canada, il chitarrista Tony Flynn, stufo dei continui lanci, proclamò al microfono che "chiunque sia qua per sentire i veri Deep Purple è il benvenuto, ma gli altri possono andare a fare in culo". Ovviamente, la cosa non fece altro che peggiorare la situazione; Robert Boualy, l'organizzatore di quel concerto, fu lapidario: "non meritano di essere pagati, è stato ripugnante". A questo punto, la voce che una banda di impostori stava andando in giro a nome Deep Purple si era sparsa a macchia d'olio e le vendite dei biglietti stavano cominciando a calare drasticamente. I membri originali si accorsero finalmente di cosa stava succedendo e cominciarono a rilasciare dichiarazioni ufficiali e a muoversi su terreni legali. "Penso che sia disgustoso che un gruppo debba scendere così in basso e prendere il nome di qualcun altro" affermò Ritchie Blackmore a Rolling Stone Magazine. Da canto suo, Rod Evans negava di stare facendo qualcosa di sbagliato; dopo aver, falsamente, affermato nel Giugno 1980 a Sounds Magazine di aver contattato Blackmore e Jon Lord per avere il permesso di usare il nome, in Ottobre, in un'altra intervista alla stessa rivista, cambiò versione: "Che Ritchie mi dia il suo supporto o no non è di grande conseguenza per me, così come non lo sarebbe per lui se io glielo dessi per i Rainbow. Voglio dire, mi dispiace che non gli piaccia il gruppo, ma ci stiamo provando". Un certo Ronald K., uno dei promoter di questa nuova formazione, prese le loro difese con un annuncio ai giornali di musica, senza risultare molto convincente: secondo lui, tra le altre cose, i Deep Purple originali volevano indietro il nome perché avevano visto che "il nuovo gruppo ha successo e vogliono averne i diritti"! Comunque, per via di come si muoveva il sistema legale Americano, la Deep Purple (Oversas) Ltd. per un po' di tempo non poté avviare procedimenti legali, anche se riuscì, se non altro, a fare pubblicare un avviso sul Los Angeles Times che specificava che Ritchie BlackmoreDavid CoverdaleIan GillanRoger GloverGlenn HughesJon Lord Ian Paice, contrariamente a quanto si vociferava, non erano parte di questa formazione. E chi diavolo c'era nei Deep Purple, allora?!

Rod Evans (1980)
Quando, finalmente, i veri Deep Purple fecero causa a quelli falsi, questi ultimi, per un certo periodo, si esibirono a nome The New Deep Purple, ma servì a poco.  Il 3 Ottobre 1980, dopo quasi un anno, i giudici decisero che il nuovo gruppo non aveva nessun diritto di girare a nome Deep Purple e li condannò al pagamento di una sanzione di 672.000 dollari. Evans, che non poteva sostenere una spesa del genere, perse le royalties degli album che aveva registrato con loro e questo segnò la fine di quest'avventura. "È stata una cosa molto stupida da fare. Rod è stato un idiota" tuonò Jon Lord il 7 Maggio 1981 in un'intervista alla Radio 1 Svedese, "si è fatto fregare da persone che volevano solo guadagnare sul nome, senza preoccuparsi della qualità. Se non li avessimo fermati, avrebbero potuto registrare a nome Deep Purple, sarebbe stata una truffa gigantesca". In effetti, i falsi Deep Purple avevano firmato un contratto con una casa discografica affiliata alla Warner Brothers e avevano pure già registrato una serie di canzoni ai Village Recording Studios di Los Angeles, che, secondo i piani originali, sarebbero dovute uscire nel Novembre del 1980. Chiaramente non se ne fece nulla, anche se nei mesi successivi Tony Flynn parlò di un suo disco solista nel quale ci sarebbe stata la partecipazione di Emery e Evans, sicuramente materiale tratto dai suddetti nastri. Anche questo progetto sparì nel vuoto.  Anni dopo, in un'intervista del 1998, un più pacato Jon Lord cercò di rivedere la cosa sotto un punto di vista diverso, più consono al suo modo di fare British: "Rod ha solo voluto provare a vedere cosa sarebbe successo. L'unica cosa di cui gli faccio una colpa è di essere stato sconsiderato. Avrebbe dovuto sapere che non sarebbe stato facile cavarsela con dei finti Deep Purple: dopotutto lo stava pur sempre facendo in pubblico!". Com'è noto, i Deep Purple si riunirono ufficialmente nel 1984 con la popolare Mark II, tornando in piena forma con l'album "Perfect Strangers" cancellando così ogni effetto di questa infausta disavventura e soddisfacendo i fan che tanto avevano desiderato un loro ritorno in scena.

Dopo questa storia, la carriera musicale di Rod Evans era ormai inequivocabilmente giunta al termine e, poco dopo, sparì dalla circolazione senza farsi più vedere. Il suo esilio volontario dura fino ai giorni nostri: pochi sanno dove il cantante si trovi oggi e, chi lo sa, non apre bocca. Nei primi anni 2000, Larry "Rhino" Reinhardt, il chitarrista dei Captain Beyond, affermò che, in quel momento, era in contatto con lui e che gli aveva anche chiesto di fare una reunion con il gruppo, ma Evans aveva declinato l'offerta. Reinhardt è morto nel 2012, ma secondo alcune indiscrezioni, anche il batterista Ian Paice sarebbe a conoscenza di dove si trovi Rod in questo momento. Se da un lato quello che ha combinato il cantante è stato senza dubbio molto grave e, come si suol dire, "chi è causa del suo mal pianga sé stesso". dall'altro è indubbiamente triste che un musicista come lui abbia dovuto terminare la sua carriera in questo modo. Rod Evans non era un cantante che faceva virtuosismi, ma, oltre ad avere una bella timbrica, era molto espressivo e versatile, risultando tanto convincente nei brani più spinti ("The Bird Has Flown" dei Deep Purple e "Mesmerization Eclipse" dei Captain Beyond) quanto nelle ballate ("Lalena" e "Starglow Energy" sempre degli stessi due gruppi, rispettivamente). Inoltre, prima del 1980, ha senza dubbio avuto una carriera non solo rispettabile, ma anche di prestigio e, sebbene questa sia una macchia difficile da cancellare, lo si ricorda molto più volentieri per quelle tante belle cose che ha fatto in precedenza. Anche se sicuramente, dopo tutte queste batoste, Rod non si avvicinerà mai più ad un contratto discografico, sarebbe bello che decidesse almeno di uscire dall'anonimato, anche in maniera riservata, magari con una breve intervista via e-mail, tanto per farci sapere che è ancora tra noi, e, perché no, raccontandoci qualche aneddoto dei Captain Beyond e dei Deep Purple, quelli veri.  Mr. Rod Evans, se ci sei, e se, molto improbabilmente, sai leggere l'Italiano, batti un colpo. Tutto è perdonato!

Rod Evans (1971)

- Fonti e altre letture di interesse -


lunedì 23 febbraio 2015

Eddie Jobson - Four Decades (Ward Records, 2015)

Eddie Jobson, brillante violinista, tastierista e compositore, è uno degli eroi sconosciuti del rock classico. Nel 1973, a soli 18 anni, entra nei Curved Air registrando il loro quarto disco in studio: "Air Cut". L'anno successivo, lascia il gruppo per unirsi ai Roxy Music come membro complementare dopo la dipartita di Eno, e appare in alcuni dei loro album più popolari e conosciuti: "Stranded", "Country Life" "Siren", più il live album "Viva!". Contemporaneamente, partecipa a delle session di artisti come John Entwistle, Roger Glover, Phil Manzanera, Bryan Ferry e, addirittura, i King Crimson, sovraincidendo alcune parti di violino nel loro album dal vivo "USA". Nel 1976 i Roxy Music si prendono un periodo sabbatico e nientemeno che Frank Zappa, a cui il gruppo aveva fatto da opener per un breve tour in Canada nel 1975, gli chiede di unirsi alla sua formazione. Com'è noto, Zappa non lavorava mai in maniera lineare e, quindi, sebbene Jobson sia rimasto con lui solo per un anno, compare in diverse pubblicazioni, la più celebre delle quali è sicuramente il bellissimo doppio album dal vivo "Zappa in New York". Nel 1977 forma il supergruppo UK assieme alla sezione ritmica dell'ultima formazione dei King Crimson: il bassista e cantante John Wetton, con il quale Eddie aveva fatto anche un tour con i Roxy Music, e il batterista Bill Bruford, ai quali viene aggiunto il leggendario Allan Holdsworth alla chitarra. Dopo il primo omonimo album, Bruford e Holdsworth lasciano, e gli UK diventano un trio, e l'Americano ed ex compagno di viaggi Zappiani Terry Bozzio prende il posto alla batteria. Questa formazione incide un secondo album in studio, "Danger Money" e uno dal vivo "Night After Night". Nel 1980 gli UK si sgretolano e Eddie Jobson entra a tempo determinato (un anno) nei Jethro Tull per le registrazioni dell'album "A" e il relativo tour. Nel 1983 Jobson forma gli Zinc con i quali pubblica "The Green Album" un buon LP che sembra voler riprendere da dove gli UK si erano fermati, ma le scarse vendite del disco impediscono al progetto di continuare. Nel 1985 esce il suo album solista "Theme of Secrets", lavoro ambient strumentale dominato dall'uso del synclavier. Da qua in poi, Jobson si ritira dal mondo discografico e comincia la sua carriera di compositore, vincendo, peraltro, svariati premi per la colonna sonora del celebre telefilm poliziesco "Nash Bridges". Nel 2009, Jobson ritorna in attività con ben due nuovi progetti: uno dedicato prevalentemente alla rivisitazione di brani del suo passato discografico, gli U-Z (Ultimate Zero), e gli UKZ, con i quali, invece, compone nuova musica e pubblica un EP intitolato "Radiation". Nel 2011, Jobson si riunisce ufficialmente con Wetton, che era già apparso con gli U-Z come ospite, e si riformano ufficialmente gli UK. Questa reunion è incentrata principalmente su Jobson e Wetton e quindi si circondano di vari session men che cambiano praticamente in ogni tour, ma bisogna segnalare il tour del 2013 con il ritorno della formazione in trio con Terry Bozzio. Insomma, una carriera invidiabile, con molti artisti di alto prestigio e, da notare, compressa in pochissimo tempo.

Come fa intendere il titolo stesso, questo "Four Decades" è un concerto celebrativo registrato dal vivo a Kawasaki in Giappone il 9 Novembre 2013, nel quale Eddie Jobson, accompagnato da Alex Machacek (chitarra), Ric Fierabracci (basso) e Marco Minneman (batteria), rivisita le tappe principali della sua carriera, ospitando anche alcuni membri originali dei vari gruppi in cui ha suonato: Sonja Kristina dei Curved Air, John Wetton e il cantante Aaron Lippert. La scaletta in sé è molto interessante, specialmente i brani tratti da "The Green Album" e "Theme of Secrets", precedentemente praticamente tutti inediti dal vivo, ma forse avrebbe potuto essere ancora meglio. Colpisce immediatamente all'occhio l'assenza del suo periodo con i Jethro Tull, cosa abbastanza strana se consideriamo che il suo apporto compositivo e di arrangiamento su "A" è palpabile e pienamente riconosciuto: brani come "Uniform", "Black Sunday" o "Protect and Survive" sarebbero stati perfetti in un evento come questo. Allo stesso modo, l'attenzione che viene data ai Curved Air è decisamente eccessiva: se l'energico strumentale "Armin" è un ottimo modo di iniziare il concerto e la lunga "Metamorphosis", il primo pezzo complesso scritto dal giovane Eddie, è una scelta quasi obbligata, "U.H.F.", buon brano ma non molto adatto ad essere eseguito dal vivo, ed "Elfin Boy", nella quale l'evento sembra trasformarsi in un concerto solista di Sonja Kristina, danno l'impressione di essere di troppo. L'inclusione di "It Happened Today" e "Young Mother" poi è ancora più incomprensibile, visto che le versioni originali sono antecedenti all'entrata di Eddie Jobson nei Curved Air. Come se non bastasse, la Kristina non ha certamente più la voce di un tempo e, sebbene il gruppo faccia un lavoro professionale, non sembra trovarsi completamente a suo agio in questo tipo di pezzi. Dal suo periodo con i Roxy Music e Frank Zappa viene scelto solo un brano a testa; i primi sono rappresentati da "Out of the Blue", cantata da Aaron Lippert, celebre tra i fan per il suo incendiario assolo di violino finale, mentre dall'epoca Zappiana, è stata scelta "Läther" (in realtà questo è il titolo alternativo del pezzo: per scoprire quale sia quello vero, guardate la terza traccia del primo CD di "Zappa in New York"), uno degli strumentali meno scanzonati e più delicati di Zappa, con lo splendido assolo di moog originale rappresentato degnamente. Dopo questa breve, ma intensa, parentesi, entriamo in pieno periodo UK, con il graditissimo arrivo di John Wetton che per i prossimi brani suonerà anche il basso. Vengono proposte l'intera suite di "In The Dead of Night", la dolce "Rendezvous 6.02" e la splendida "Carrying No Cross", sicuramente tre dei momenti più alti della carriera compositiva di Jobson. Le versioni dei pezzi sono decisamente eccellenti e, sebbene abbia acquistato una timbrica più bassa e leggermente diversa da un tempo, Wetton fa un uso perfetto della sua voce, risultando uno dei punti di forza di queste nuove esecuzioni. Curioso notare che la formazione sul palco in questo momento (JobsonWettonMachacekMinneman) è la stessa che compare nel DVD uscito a nome UK "Reunion - Live in Tokyo".

La seconda parte del concerto consiste in una serie di brani che mostrano la transizione fino agli UKZ. Le danze vengono aperte della strumentale "Alaska", tratta dal primo omonimo album degli UK, a cui seguono brani del "Green Album" alcuni dei quali, originariamente cantati da Jobson stesso. Eddie non è stonato ma ha una voce assolutamente inadatta ad un ruolo solista: probabilmente lui stesso è conscio della cosa, visto che, dopo gli Zinc, non ha mai più tentato di cimentarsi come cantante solista. Comunque, "Resident" e "Who My Friends...", quest'ultima qui interpretata da Aaron Lippert, sono tra i pezzi migliori di tale disco e queste versioni sono di ottima qualità, grazie anche all'impeccabile drumming di Minneman. Le strumentali "Prelude" e "Nostalgia" vengono attaccate a "Spheres of Influence" e a "Inner Secrets" che, nonostante la loro natura elettronica, funzionano benissimo dal vivo. Con un salto temporale di 24 anni, arriviamo finalmente a "Radiation", la title-track dell'omonimo EP degli UKZ, che chiude questa sequenza con una giusta dose di energia e di aggressività. Seguono altri due dei quattro brani del medesimo EP, con la poetica "Houston" a mettere risalto le qualità canore di Aaron Lippert, e lo strumentale Crimsoniano "Tu-95" che permette ai vari musicisti di mostrare la loro bravura tecnica. A quest'ultima, viene collegata la sezione strumentale di "Through the Glass" di "The Green Album", che chiude degnamente il main set, lasciando un ottima sensazione e dando un senso di continuità all'evento. Il concerto però non finisce qua: per la sezione dei bis ritornano Sonja Kristina per "Young Mother" e John Wetton per "Caesar's Palace Blues", che ci riporta in un clima energico ed entusiasta. Lo spettacolo si chiude definitivamente con "Forever Until Sunday", un brano di Bill Bruford originariamente composto per gli UK, ma in seguito pubblicato sul suo disco solista "One of a Kind", sicuramente un finale perfetto: grandioso e malinconico allo stesso tempo.

In generale, si può parlare di un'ottima, ma non perfetta, retrospettiva che evidenzia e risalta la caratura artistica e strumentale di Eddie Jobson. Se dal punto di vista musicale, questa pubblicazione viene decisamente promossa, il resto del pacchetto un po' meno. La produzione del disco non è eccelsa: il mixaggio è piuttosto strano, eccessivamente incentrato sugli alti e con troppo finto riverbero, e, imperdonabilmente, soffre di un pessimo mastering che fa "gracchiare" l'insieme sonoro in alcune sezioni. Inoltre, l'unico modo per procurarsi questo piccolo gioiellino è acquistarlo dal sito della Ward Records  in una confezione deluxe che, oltre al doppio CD, comprende il Blu-Ray, una maglietta e una serie di altri bonus. Sebbene sia ordinabile da tutto il mondo, questo pacchetto viene stampato solo in Giappone e, questo significa che, oltre ai 16000 yen di costo originale (circa 120 euro), dobbiamo aggiungere anche le tasse di dogana e spedizione. Insomma, la presentazione eccessivamente mastodontica, i costi abbastanza alti e la difficoltà nel procurarsi questo cofanetto sicuramente scoraggeranno più di una persona. Volendo essere polemici, sembrerebbe quasi che Jobson voglia escludersi volontariamente in modo da tramandare la sua musica a pochi eletti e, se questo fosse il caso, sarebbe un vero peccato: un musicista con una carriera come la sua meriterebbe senz'altro di entrare negli annali. Ma forse, ragionando più con i piedi per terra, questo tipo di prodotto dedicato ad una determinata cerchia di appassionati potrebbe anche essere l'unico modo che ha oggi il polistrumentista Inglese di rimanere sul mercato. Comunque si veda la questione, non si può fare a meno di rammaricarsi, per motivi diversi. Per fortuna, anche in questi casi, la musica rimane comunque la protagonista e, con Eddie Jobson, la qualità è sempre alta.

Eddie Jobson

venerdì 6 febbraio 2015

King Crimson - Live at The Orpheum (DGM, 2015)

Cosa possiamo dire riguardo ad un personaggio come Robert Fripp? Prima di tutto, che è un grandissimo chitarrista e un altrettanto grande band leader/"talent scout" (molto tra virgolette), in grado di scegliere sempre dei compagni di avventura adatti: sia creativamente che dal punto di vista strumentale. Si tratta senza dubbio di un personaggio davvero molto enigmatico e interessante, quanto la musica che ha prodotto nel corso della sua carriera. Qualche anno fa, Fripp aveva annunciato una sorta di pensionamento, dichiarando di volersi dedicare quasi esclusivamente ai suoi particolarissimi progetti ambient, abbandonando in toto la musica rock. A fine 2013, invece, i King Crimson sono tornati all'attivo con una nuova formazione, peraltro, una delle più aggressive della storia della band. Colpisce l'assenza di Adrian Belew, co-chitarrista e cantante, che era stato con il gruppo a partire dal 1980 fino all'ultimo tour, nel 2008. In compenso, Tony Levin (basso e stick), altra faccia storica del gruppo, è ben solido al suo posto, così come i due batteristi Pat Mastelotto (dal 1994) e Gavin Harrison (presente anche nel tour precedente), mentre segnaliamo il graditissimo ritorno del fiatista Mel Collins, membro del gruppo dal 1970 al 1972 e collaboratore nel 1974. Le nuove conoscenze, invece, sono Jakko Jakszyk (chitarra e voce), uno dei più apprezzati session-man e tecnici del suono degli ultimi anni e un terzo (!) batterista: Bill Rieflin. Il fatto che questa formazione abbia tre batteristi non fa altro che continuare la tradizione del re Cremisi di accettare nuove sfide e di trovare modi sempre nuovi e inconsueti di vivere la musica: basti pensare al "double trio" che è stato attivo dal 1994 al 1997.

A fine 2014 questa line-up è finalmente andata in tour negli USA. Mentre il gruppo era in procinto di annunciare le prime date europee del 2015, che si svolgeranno tra Agosto e Settembre (per ora in Regno Unito, Francia e Paesi Bassi), per mantenere vivo l'interesse e offrire una specie di antipasto, è uscito questo live-album, registrato il 30 Settembre e l'1 Ottobre 2014 all'Orpheum Theatre di Boston. Solitamente, ogni line-up dei King Crimson ignora quasi completamente il passato, concentrandosi solo sul repertorio attuale. Qui, forse per il ritorno di Mel Collins, forse perché una versione ridotta di questa formazione ha all'attivo solo l'album "A Scarcity of Miracles", tra l'altro nemmeno accreditato ai King Crimson, vengono recuperati anche brani da "In The Wake of Poseidon", "Islands" e "Red". Questo, quindi, è il primo live-album ufficiale del gruppo che suonerebbe quasi "tipico", se non fosse che si parla pur sempre dei King Crimson e di un disco dove suonano contemporaneamente tre batteristi! Oltre alla scelta della scaletta, la cosa che salta di più all'occhio è l'eccessiva brevità dell'album: solo 40 minuti. Come dovremmo interpretare la cosa? Vedremo altro materiale dal vivo di questa formazione o è una scelta stilistica volontaria, per decidere quali sono le parti essenziali del set e più meritevoli di finire in un riassunto?

Per quanto riguarda la musica, solo due titoli ci sono estranei. "Walk On: Monk Morph Chamber Music" è esattamente ciò che dice di essere: il gruppo che sale sul palco e si accorda, con in sottofondo un collage pre-registrato che utilizza anche dei sample tratti dalla traccia finale senza nome di "Islands", mentre "Banshee Legs Bell Hassle" è un pregevole intermezzo atmosferico con le percussioni di Gavin Harrison. Le difficoltà maggiori stanno nella parte cantata del disco; Jakko Jakszyk è un musicista eccellente, adattissimo chitarristicamente a questa formazione, e, generalmente, non ha una voce disprezzabile; però non è in grado di rendere propriamente giustizia a "One More Red Nightmare", un brano nel quale l'assenza vocale di John Wetton si percepisce particolarmente e, sebbene faccia comunque un lavoro onesto, anche la sua interpretazione di "Starless" risulta decisamente sottotono rispetto all'originale. Il brano dove Jakszyk convince di più vocalmente è "The Letters" che, però, a parere di chi scrive, è l'unico che avrebbe anche potuto essere sacrificato per fare posto ad altri pezzi più interessanti in scaletta nel tour, come "Pictures of a City", "Larks' Toungues in Aspic, part 1" o "The Talking Drum". Comunque, al fan medio del re Cremisi potrebbe far piacere la presenza di un brano oscuro e dimenticato e, probabilmente, questa versione è superiore all'originale in studio. Strumentalmente, invece, il gruppo dà assolutamente il meglio di sé: questa versione di "The ConstruKction of Light" è di una bellezza indescrivibile, e la potenza di "The Sailor's Tale", brano ingiustamente dimenticato da troppo tempo, è qualcosa che bisogna sentire per credere. Anche le già citate "One More Red Nightmare" e "Starless" nelle loro sezioni strumentali sono molto convincenti, sebbene la seconda abbia qualche problema verso il finale, nel quale il tempo viene molto rallentato rispetto all'originale, probabilmente per accomodare l'uso di tre batterie; tuttavia, quello che perde nel finale, lo guadagna nella sezione centrale, dove l'uso delle percussioni aumenta notevolmente la drammaticità.

Nonostante questa recensione possa sembrare un po' dura e critica, dobbiamo sottolineare che i King Crimson hanno conservato tutta la magia che contraddistingueva i loro tour precedenti. Fripp rimane uno dei migliori chitarristi in circolazione, e non ha perso minimamente lustro, riuscendo a mantenere il suo stile inconfondibile ampliandolo sempre di più: probabilmente, è una persona assolutamente conscia dei problemi che possono dare l'età, e, invece di tentare l'impossibile, cerca di reinvantarsi in base alle sue capacità attuali, risultando sempre fresco e, soprattutto, un gigante. I suoi comprimari non sono da meno e Tony Levin e Mel Collins, in particolare, danno una performance incredibile. Il difetto maggiore di questo album, in effetti, è che contiene solo 40 minuti di musica: sarebbe stato molto meglio far sentire anche altro materiale da questa formazione e avremmo, sicuramente, potuto dire di più. Per come stanno le cose adesso, non possiamo che augurarci che questa line-up arrivi anche qui in Italia, in modo da poterci godere un loro concerto dal vivo, a primo impatto. E, se questo dovesse malauguratamente non verificarsi, speriamo perlomeno che sia prevista un'altra pubblicazione più esaustiva di questi concerti.

Dietro: Tony Levin, Mel Collins, Robert Fripp, Jakko Jakszyk
Davanti: Gavin Harrison, Bill Rieflin, Pat Mastelotto

martedì 27 gennaio 2015

Mukimukimanmansu - 2012 (Beatball Music Group, 2012)

Questo album è sicuramente la cosa più inusuale e strana di cui abbiamo parlato in questo blog, per cui ci scusiamo anticipatamente se questa recensione dovesse rivelarsi impacciata e goffa. Mukimukimanmansu è un duo sudcoreano, composto da Minwhee Lee (chitarra acustica, voce) e Muki Jeong (percussioni, voce). "2012", prodotto dal DJ Dalpalan, per ora, è l'unico lavoro in studio del gruppo ed è un ascolto, quantomeno, interessante. Tra la strumentazione incredibilmente scarna, argomentata soltanto da qualche fiato e sintetizzatore e la bizzarria delle composizioni, questo disco suona come nient'altro al mondo. 

Nonostante la presenza principale di solo una chitarra acustica e di un janggu (un tipo di percussione Coreana), la musica riesce anche a risultare ostica e aggressiva, pur tenendo uno stile molto variegato. Ad un primo ascolto, questo disco potrebbe pure creare repulsione, a causa soprattutto della tendenza delle due Mukimukimanmansu di gridare all'impazzata durante le composizioni. Un non nativo, inoltre, sicuramente troverà un'ulteriore difficoltà dal fatto che i 12 brani sono cantati in Coreano (per fortuna, Minwhee e Muki hanno associato ad ogni titolo una traduzione in Inglese, quindi per questa recensione abbiamo un problema in meno). Comunque sia, è impossibile non notare anche ad un primo approccio che la musica contenuta è, se non altro, di grande originalità. Successivi ascolti rivelano un disco per niente casuale, ben studiato e ben composto, che alterna momenti di grande delicatezza ("Seokwang-Dong, 2008", "Your Present") ad altri più spiccatamente aggressivi ("Andromeda", "I'm a Taxi Driver in Paris", "Struggle and Diet"). Ma l'album non vola solo tra questi due opposti: "If I Confess, Be Totally Surprised" suona quasi come un rock tradizionale, se non fosse per il ritornello e per la struttura del pezzo, "Botanical Garden" alterna un coro molto sereno e pacato ad un talking e ad un accompagnamento ossessivi e paranoici, mentre la stessa "Mukimukimanmansu" è un pezzo molto orecchiabile, ma reso intenzionalmente ripetitivo, finendo per dare l'impressione opposta. Curiosamente, più ascolti si danno al disco, più i momenti inizialmente inaffrontabili ("Struggle and Diet" e "Andromeda" su tutte) finiscono per risaltare su tutto il resto, risultando memorabili e altamente in grado di dare assuefazione.

Piaccia o non piaccia, questo disco è una lampante dimostrazione che anche oggi è possibile creare nuove strade musicali. Il fatto che le Mukimukimanmansu abbiano usato una strumentazione che apparentemente limita le possibilità è soltanto un altro punto a loro favore. Per chi ama le metafore, si potrebbe fare l'esempio della quantità pressoché infinita di piatti che si possono creare usando solo tre ingredienti e variandone dosaggio, ordine e consistenza. Ovviamente, è utopistico pensare che la musica futura si muova tutta in questa direzione, né questo album è necessariamente una pietra miliare anche se, comunque, in questo caso, si può tranquillamente parlare di "innovazione" senza cadere nella retorica. Però, in un momento come questo in cui la musica sembra essersi arenata e le cose che destano maggiore interesse sembrano rifarsi al passato, è senza dubbio una boccata d'aria fresca e rimane comunque un disco di ottima caratura, in grado di far notare nuovi particolari ad ogni ascolto. È possibile, al giorno d'oggi, creare della musica veramente originale? Minwhee Lee e Muki Jong ci sono riuscite, utilizzando della tecnologia a portata di tutti, e questo dovrebbe essere, senza dubbio, uno sprono e un'ispirazione per chi è in attività adesso, indipendentemente dal tipo di musica che intende fare.