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venerdì 14 gennaio 2011

ILiKETRAiNS - He Who Saw The Deep (ILR Records, 2010)





TRACKLIST:
1. When We Were Kings
2. A Father's Son
3. We Saw The Deep
4. Hope Is Not Enough
5. Progress Is A Snake
6. These Feet of Clay
7. Sirens
8. Sea Of Regrets
9. Broken Bones
10. A Divorce Before Marriage
11. Doves


ILiKETRAiNS. Una formazione britannica. L'ennesima formazione britannica. Noi degli inglesi ci ricordiamo sempre il sound tipicamente brit che dai Beatles in poi è rimasto in quasi tutte le band "commerciali", con poche eccezioni (Muse, Coldplay, Placebo, e i grandi nomi come Queen, Pink Floyd ecc.). Negli ultimi anni il proliferare di band indie rock non ha fatto altro che confermare questo trend, seguendo una tendenza di imitazione e revival della new wave anni '80 che ha favorito una polarizzazione del sound nei seguaci dei Joy Division e in chi invece se ne sbatte. Gli ILiKETRAiNS, bene o male, se ne sbattono, e propongono il loro post-rock in salsa alternativa, più melodico, più easy-listening, cantato, con degli accenni di indie nel sound (molto somigliante a quello dei Mewithoutyou dei primi dischi), segno distintivo della loro provenienza geografica (Leeds). 
Il disco è sicuramente un lavoro di pregevole fattura, che scatena immediatamente un flusso di ricordi in chi, lasciandosi trasportare da generi come questo, ama utilizzare la musica come metodo e strategia di riflessione. Almeno la musica strumentale, spesso, ha questa connotazione. Il problema è che finite le brevi parti di arpeggi di chitarra o languide distorsioni iniziali, la voce riporta tutto su un universo più commerciale, con il timbro vocale quasi a ricordarci le band post-grunge dell'olimpo statunitense di Billboard (o comunque un Tom Smith annacquato). Questo, infatti, rappresenta il principale motivo di rinsecchimento del disco, che nonostante una vena (quasi)emotiva molto coinvolgente, si perde nella banalità di alcune linee di voce e di chitarra.
Analizzando invece gli aspetti positivi, c'è molto di cui parlare: il sound scelto permette, come già accennavamo, di utilizzare questa musica in senso abbastanza riflessivo. A suscitare momenti di distensione e relax ci pensano le canzoni più calme, dove flebili arpeggi di chitarra e ritmiche sempre precise supportate da un ottimo combo di basso e batteria, mentre l'aggressività di alcuni impasti più indie rock ricordano subito da vicino i Coldplay di X&Y, e il primo disco degli Editors. E questo è un bene, perché riescono a fare proprio un linguaggio che molte band hanno utilizzato fino all'abuso, senza scadere TROPPO nel banale, cosa che comunque fanno. Un'altra sfaccettatura positiva di questo He Who Saw The Deep è l'assenza di brani filler. Non ci sono pertanto pezzi riempitivo e ogni canzone svolge una funzione catalizzante e corroborante rispetto al resto del disco, che può essere digerito (e pertanto disassemblato e poi ricostituito) ed apprezzato solo dopo qualche ascolto completo, che non sia, però, un ascolto distratto. Perché solo così si può percepire l'ottimo songwriting che il quartetto inglese è riuscito a tirare fuori dal calderone, con brani come "When We Were Kings" e ""A Father's Son" a fare da capofila. Funziona molto meno "Progress Is A Snake", un brano in cui ricorrono troppo spesso i cliché tematici del post-rock più classico, quello che dopo gli Slint è stato rappresentato principalmente dai Mogwai, ai quali non sono minimamente paragonabili (e proprio per questo abbiamo citato solo band che non fanno propriamente questo genere). 



Tecnicamente la band non è per niente male e riesce ad infilare una buona dose di interessanti passaggi ritmici e melodici con farciture vagamente sperimentali, che comunque concludono la loro esperienza positiva sbattendo contro un solido muro di banalità radio-friendly, che poco giova a brani come "Hope Is Not Enough". La verità è che questo disco può piacere a chiunque abbia ascoltato il rock inglese e scozzese degli ultimi anni, in tutte le reincarnazioni che ha avuto, e se questo è un pregio, dall'altro arriva la mazzata della spersonalizzazione totale della band, che svolge un ruolo quasi nullo in un panorama che forse ha ancora tempo per reinventarsi ed uscire dall'anonimato in cui sta piombando grazie al trittico 2008, 2009 e 2010 che l'hanno troppo snobbato.
Buono sforzo, ma si poteva fare di meglio.


Voto: 6.5

mercoledì 13 ottobre 2010

Kipple - The Magical Tree And The Land of Plenty (I Dischi Del Minollo, 2010)


Tracklist:
1. Baby Kisser Baby Killer
2. Fisting (Homes For Heroes)
3. Ex Boyfriend
4. Brandon
5. On Cloud Nine
6. So Deep In The Back Of The Closet
7. Before Heroine
8. Missing Children's Day

Kipple. Siciliani, poi padovani. Ora bolognesi, per attirare più attenzione, come del resto dovrebbero fare tutti (Milano e Bologna capitali italiane della musica senza ombra di dubbio). E' Ottobre ed esce questo "The Magical Tree And The Land of Plenty", un disco del quale non si riesce a dire niente prima di ascoltarlo. Il suo nome non ha nulla a che vedere con i titoli dell canzoni, che seguono tutte piste differenti, nonostante uno scrosciare lontano di rivoli di provocazione, quando si parla di un "baby killer", di "fisting" o di eroina. Ma, direbbero certi, anche questo è rock. Ma quanto i titoli abbiano a che fare con la musica resta in dubbio, e una full immersion lo conferma.

Il disco è curato in ogni suo aspetto. Ascoltandolo si può percepire in ogni secondo l'estrema attenzione riposta dalla band nel mettere apposto ogni dettaglio, limando e smussando le imperfezioni, strutturando il tutto nel modo migliore. Un lavoro di assemblaggio che è perfettamente riuscito. 
Si dice la band sia influenzata, per il nome, da Philip K. Dick, scrittore chicaghese che già è penetrato nel mondo della musica fungendo da terreno fertile per un album dei Sonic Youth. Che in qualche punto assomigliano anche ai Kipple. Quello che ascoltiamo qui in realtà è un miscuglio più compatto, dove le diverse componenti sono separate da sottilissime linee che intravediamo appena, e questo grazie a una capacità incredibile di composizione dimostrata dalla band. Non serve nessun track-by-track per analizzare l'album, brani come "Ex Boyfriend", "Before Heroine" e "On Cloud Nine", diventano presto un tutt'uno al resto dell'album, per quell'immensa abilità della formazione "ora emiliana" di incastrare ogni tassello perfettamente. C'è shoegaze, noise popolato di strutturalismi post-rock, elettronica, alternative, il bisogno continuo di coinvolgere nuovi elementi che creino contesti totalmente inediti per l'ascoltatore, che in un momento sta passeggiando tra flebili gridolini che arrivano dall'orizzonte, in un ambiente gelido, siberiano, nel momento successivo si trova in un forno, a cuocere a temperature altissime nonostante si trovi nel bel mezzo di un'era glaciale. O in una centrale nucleare appena esplosa. Sensazioni che possono variare in base a chi sta subendo la loro musica ma che proprio per le loro molteplici chiavi di interpretazione rivelano la piacevolezza e la buona riuscita di un disco "strano" ma mai pesante come questo, dove ogni secondo può essere una sorpresa e tutto quello che è stato già ascoltato diventa parte integrante di un percorso che terminerà solo dopo trentotto minuti buoni. 
La produzione non sarà certo delle migliori, a livello di suoni e mixaggio, però il concetto arriva dritto come una stilettata in pieno volto. Questa è come una colonna sonora di un film che decidiamo noi, lasciando lavorare l'immaginazione. Le strutture dei brani, mai prevedibili, ci aiutano perfettamente in questo e il risultato finale è, semplicemente, l'obbligo ineluttabile di considerare questa gemma uno dei dischi dell'anno. Con due mesi d'anticipo, come dire, un regalo che non si fa a tutti. Consigliatissimo. 

Voto: 9

domenica 23 maggio 2010

Portland Souvenir - Portland Souvenir EP (||| Records, 2010)



Recensione Scritta per Indie for Bunnies

Tracklist:
1. Are You My Lady, Are You?
2. Some Day One Day
3. Unsolved
4. Portland Souvenir

Derive soniche. Non esistono espressioni più consone per descrivere un EP così. I meridionali Portland Souvenir si presentano al pubblico italiano con un extended play di tutto rispetto, soffuso, scintillante, veramente ispirato. Ci sono le turbe sonore delle band post-rock, la musica da camera più distesa e rilassante (Balmorhea, ecc.), una vena pop che si staglia sopra gelidi veli di suoni per niente orecchiabili (e non è certo un difetto!) e una consapevolezza compositiva che lascia sbalorditi. Perché questi ragazzi ci sanno fare e lo si percepisce dalla prima nota della splendida Are You My Lady, Are You?, con il suo sound vagamente vintage, sottomesso al vibrato della voce che comunica vagamente un senso di "passionalità" che rende godibile il brano anche sotto un punto di vista emotivo. E lo stesso avviene con la title-track, quarta ed ultima in ordine, un orgasmo di note a sovrapporsi e rincorrersi per raggiungere il momento più alto del pezzo, l'estasi finale con le sue melodie che ricordano molto da vicino, pur senza risultarne una copia, alcuni episodi dei Sigur Ròs migliori. E poi c'è Some Day One Day, con i suoi rumori da strada a lasciar spazio alla tensione di una frequenza bassa, quasi roboante, adatta alla soundtrack di un film horror durante la visione della tipica città abbandonata avvolta nella nebbia. E anche l'arrivo del piano non smorza i toni, portandola anzi a momenti più elevati di tragicità. E infine Unsolved e le sue chitarre che ti fanno pensare di essere in una sezione cantautorale dell'album, e tutta la malinconia di quelle note di piano che arrivano a fare da corollario all'iniziale sensazione di relax infusa dai suoni dell'acustica. Ma poi, quando la sei corde si ferma, ecco un vago sentore di concordia, di pace interiore, tutte le vibrazioni entrate nelle ossa ne escono lasciandoti soddisfatto. E al secondo ascolto queste intense sensazioni non faranno altro che aumentare, senza mai diminuire, raggiungendo il climax dopo cinque o sei ascolti, indispensabile per trovare la dimensione giusta di ciò che si sta ascoltando.

Ascoltare questo EP è come partecipare ad un listening party terapeutico, dove ogni nota colpisce una parte diversa dei sensi della persona che la subisce, con il duplice scopo di procurargli piacere uditivo e infondergli impulsi di conciliazione interiore, come a volergli mitigare i problemi della vita di tutti i giorni, come a volerlo anestetizzare e isolare da tutto ciò che lo circonda. Tutto questo perché oltre ad una grande capacità di composizione, i Portland Souvenir hanno anche una grande tecnica e utilizzano dei suoni di grande impatto emotivo. Gli inglesi direbbero "they strike the right note", e in questo caso avviene sia letteralmente che in senso figurato.
Grandi Portland Souvenir, un disco che non può mancare nella vostra collezione.

Voto: 8.5

giovedì 28 gennaio 2010

Kobayashi - In Absentia (Corasong, 2009)



KOBAYASHI IN ABSENTIA non si esprime comprimendosi sui vostri altoparlanti, ma è un invito a tornare ad un ascolto più reale e dinamico della musica e dei suoni. Se non avete problemi a riguardo alzate il volume del vostro impianto stereofonico.

Quasi naturale era aprire la recensione con questa descrizione che la band stessa da del progetto all'interno della confezione. In effetti i Kobayashi (all'anagrafe Flavio Andreani, Nicola Bogazzi e Andrea Marcori) non fanno musica come il novantanovepercento di voi intenderà, ma ha deciso di giocare con i suoni come fossero plastilina, distorcendoli, modificandoli, piegandoli al loro volere e soprattutto facendo uso di sintetizzatori, vocoder, theremin, marimba e glockenspiel, unendo quindi qualche strumento più “vintage” (ma comunque poco comune) alla nuova guardia della tecno-musica, qui usata in maniera definibile quasi impropria.
Il primo pezzo, “Air Motel” esplode dopo quattro minuti di noise puro in qualche distorsione, il primo cenno di presenza di alcune timide chitarre mentre fischi quasi di vento in galleria si percorrono in forte effetto stereo. Apprezzabile “ad alto volume”, come suggeriscono. Non c'è traccia in questo primo brano dai sapori lontanamente post-rock da camera del sound molto “abrasivo”, come lo definisce l'etichetta stessa, che li contraddistingue, anche se si percepisce un tentativo di crescendo che non è mai finalizzato, ma resta sempre lì sul filo di esplodere, quasi a voler creare tensione (o confusione) nell'ascoltare più disattento, quello che cerca le soluzioni più prevedibili. Ma a sette minuti un nuovo cambio, nuovo tempo, nuovi riff. Si crea quell'effetto di spiazzamento che perdurerà anche negli altri tre pezzi. In particolare, “Vendramin?”, un viaggio electropop quasi, anche se la batteria non è sintetizzata come una definizione così farebbe presumere, senza punti di riferimento, in continua evoluzione. Le sue linee di basso e di synth precise e mai banali, che si sovrappongono man mano che il pezzo continua creano quasi un senso di straniamento, la rendono un vero capolavoro. Ma non osate spegnerlo prima della fine, o vi perderete le poesie di Laura Pugno, ospite d'onore in questo “In Absentia”.
Ma diciamolo, il brano più interessante di questo disco non esiste. Nel senso che non va cercato. E' un lavoro da digerire interamente, come un'unica opera d'arte (non per niente suonato come “evento collaterale” alla Biennale di Venezia nel Giugno del 2009). Scoprirete in “Détournement”, col suo inizio molto catchy, che continua poi con un giro basso più o meno tirato per tutto il pezzo, salvo alcuni guizzi di “sperimentalismo” che ne annebbia l'orecchiabilità, che non sapete mai cosa aspettarvi da questi Kobayashi. Per ogni cambio di tempo un sintetizzatore in più arriva per stupirvi, il suono annacquato da tastiere flebili che si aggiungono quando pensavate che sarebbe arrivato uno stacco vi può lasciare senza parole. In sé il brano è molto solido, fatto di un corpo unico, ma le innumerevoli variazioni sul tema lo rendono veramente magnifico e teso.
Il disco si conclude con una canzone dall'inizio vagamente post-rock, nel vero senso del termine, crescendo, con numerosi cali di aggressività centrali, fino all'esplosione finale, quasi come una tempesta che sorprende la gente che prima si stava godendo il sole più caldo e luminoso mai visto. Le chitarre si intrecciano in maniera perfetta, quasi sinuosa, nelle distorsioni che puntualmente richiamano Mogwai e gruppi analoghi, senza però riferimenti precisi e senza mai dare l'idea di scopiazzare. Insomma i Kobayashi sono semplicemente i Kobayashi.

Una recensione così lunga vuole intendere solo che su un disco come questo da dire ce n'è tanto, e conto di aver fatto un ottimo lavoro perlomeno nel riassumere tutto quello che ci sarebbe da dire (poi sul contenuto parola libera al lettore). Quasi come un trattato storico o una lunga dissertazione filosofica si potrebbe parlare per ore di un'opera come questa, ma una recensione deve essere sintetica e così si è tentato di fare. I tre toscani meritano una grande lode per aver prodotto uno dei dischi più innovativi ed artisticamente validi dell'anno, con l'unica nota di demerito, questa non da imputare ad un loro errore, che il disco non sarà apprezzato da tutti, soprattutto ai fan del rock più melodico e da classifica. Ma sono sicuro che non era questo il loro target. Fantastico. 

Voto: 9