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venerdì 1 maggio 2020

Savage - Love and Rain (DWA Records, 2020)

Sono passati trentasei anni da "Tonight", con cui Roberto Zanetti alias Savage ha fatto scuola nel panorama pop-dance italico degli anni 80, affermandosi anche come produttore nel genere (Ice Mc, Double You, Claudio Mingardi, Kamillo e altri), discografico con l'etichetta Dance World Attack, nonché autore di progetti estremamente popolari come i Gazosa, qualche anno più tardi.

Tornato in veste di artista con questo "Love and Rain", Savage non suona attempato ma anzi maturo, conscio dei mezzi espressivi e dei punti di forza del suo genere, ora che il revival ha superato la fase derivativa ma risulta più che altro un linguaggio a sé, forte di quel sentimento di nostalgia transgenerazionale che non mancherà mai di riproporsi, di volta in volta, con i suoni e le dinamiche dell'epoca di riferimento.
Laddove tra le righe si è detto dunque che non siamo di fronte a nulla di nuovo, possiamo senz'altro sviscerare l'album per quello che si propone di essere, ovvero musica da ballo fine a sé stessa, per questo sempre ben funzionante quando realizzata da un professionista, efficace dall'incipit di "Don't Say You Leave Me" (granata esplosiva dopo l'ouverture "Every Second of My Life", poi ripresa in un vero e proprio pezzo alla quindicesima traccia) alla chiusura sinfonica di "Only You". Il termine "sinfonia" si sposa bene con alcune scelte stilistiche di questa dance, scura ma contemporaneamente allegra e leggera, fatta anche di archi e melodie altisonanti, talvolta barocche ("Where is the Freedom"). Il contenuto lirico è invece forse superficiale, con incursioni conscious e altre dal messaggio più forte, ma principalmente spensierato nel narrare l'amore ("Remember Me", "Moon is Falling" le più riuscite), come si può pretendere solo da un tipo di musica da club, luogo d'elezione del disimpegno e della mente sgombra per i giovani da ormai quattro decenni.
"Love and Rain" è dunque un lavoro scanzonato, nel quale non ricercare la ricchezza degli arrangiamenti ma l'esaltazione di un suono mai scomparso e che ha fatto scuola nel mondo, peraltro sempre pronto a ritornare alla ribalta con nuove ibridazioni (basti pensare al flirt con l'hip hop italiano). 

martedì 20 aprile 2010

Trabant - Trabant (Moscow Lab, 2010)

Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist


A volte per recensire un disco ci vorrebbe un termine di paragone azzeccato. Che poi significa anche che “questi assomigliano a quelli”, il che non è sempre il massimo per un gruppo. I Trabant a chi li possiamo raffrontare? Provando un po' a pensare un nome mi verrebbe in mente: i Trabant. Quelli di qualche anno fa, quelli di "Music 4 Losers", così diversi ma così uguali, molto maturati ma anche tanto “scottati”, cauterizzati da quella voglia di irrompere sul mercato discografico italiano anche al di là del giro alternative/indie in cui già hanno avuto i loro meritati riconoscimenti. Sarà per questo che tutto ciò che hanno prodotto finora è stata una montagna di potenziali singoli? Ma della deriva new wave del precedente, bellissimo, disco, è rimasto ben poco. Ora ci sono nuovi ingredienti, più freschi, più attuali ma anche denotanti una certa fuga verso gli anni ottanta. Sarà vero che da lì non si scappa?
L'album si apre con un trittico di tutto rispetto: Sofa, che introduce i primi elementi estranei al sound tipico dei triestini, con un irruento e indimenticabile ritornello. Vero e proprio “refrain” da marchio a fuoco come succede con la successiva (già leakata per internet da mesi, con il benestare della band) Ah Oh Aficionados, che potrebbe, con un attimo di spinta, dare a questi ragazzi lo stesso push che hanno avuto i Subsonica dei tempi d'oro. Ma la musica dei torinesi, ora, non c'entra nulla. Un disco per fare festa, lo hanno definito. Ascoltare infatti
So Proud, il suo testo da veri festaioli degli anni zero, e il suo tiro assurdamente spensierato e una pacca incredibile, la stessa che come una botta che lascia più di un livido, una cicatrice, ti colpisce e ti spaventa alla partenza di Hostile Commando DIY, il pezzo più aggressivo nonostante la gran parte della sua durata sia occupata da memorabili intermezzi melodici e cambi di tempo neanche troppo scontati (grande caratteristica di questo disco, più vario e suonato meglio rispetto al primo), con tanto di momento latineggiante. E un sound che non dimentichi. Cosa estremamente nuova per i Trabant, lenti e neanche troppo felici nella radiofonicissima As A Weekend, ancora lenti e quasi addormentati in un sopore quasi trip-hop, nella penultima Hahaha, ottimo titolo per gli affezionati di chat e manie da nerd dell'ultimo millennio. Rimanendo nelle tracce più innovative scopriamo Scorpio vs Gemini, il brano meglio composto, con suoni abbastanza ricercati o comunque ben assemblati, una vera e proprio antitesi vista la presentazione del disco alla stampa in cui si parla di sperimentazioni con strumenti antitradizionalisti come un sintetizzatore del Nintendo DS, la celebre console giapponese. Il filo conduttore di questa self-titled release è la spensieratezza di certe bombe da radio, come Social Weapon o Mademoiselle PMD, con la loro carica fusa con la loro gaudente autorevolezza, quasi a voler dimostrare che fare musica figa e orecchiabile non è appannaggio dei musicisti più “cazzoni” ma che anche grandi strumentisti come loro lo possono fare, dimostrando a più riprese abilità tecniche che fanno spiccare in particolar modo batteria e tastiere (senza trascurare l'ottima voce, anche a livello di timbrica). Stessa tiritera si potrebbe ripetere per i brani seguenti, Sarah Diane in primis, brani con una loro struttura ben ponderata, mai banali, ma con una formula che non lascia scampo: impennate al fulmicotone, inserimenti di synth senza logica apparente (tutto ritorna però nel quadro complessivo) e testi ironici pur senza il bisogno di offendere o dissacrare.
Un ottimo disco in questo prolifico duemiladieci, che pecca solo di una fuga verso l'elettronica e la lingua inglese, motivi di “vergogna” della cadente scena italiana che però trovano nei Trabant il miglior modo di esprimere tutta la loro effettività ed effervescenza. 

Voto: 8.5 

martedì 29 settembre 2009

Cornershop - Judy Sucks A Lemon For Breakfast (Ample Play, 2009)


I Cornershop non vivono nel 2009. Perlomeno non musicalmente. “Judy Sucks a Lemon For Breakfast”, a ben sette anni di distanza dal precedente “Handcream for a Generation”, è effettivamente un ottimo collage di riff ed atmosfere provenienti dal panorama punk, pop e rock anni '60 e '70. Ci si riconoscono i primi Clash nell'andamento cadenzato ma sempre piuttosto “punkettoso” di “Soul School”, i Rolling Stones nei riff caldi “all'inglese” di “Who Fingered Rock and Roll”, in apertura, per approdare ai Beatles, inconfondibili ispiratori di canzoni come “Free Love” e una cover di Bob Dylan rifiltrata dagli occhi del frontman Tjinder Singh, “The Mighty Quinn”.

Intermezzi disco-dance come “Half Brick” ci ricordano inappellabilmente che ai Cornershop piace ballare e far ballare (vi ricorderete i vecchi tormentoni degli anni '90, come “Brimful of Asha”), e questo disco se ascoltato in certe condizioni può di certo indurre a reazioni fisiche se non propriamente simili alla danza, almeno vicine (e pure “Shut Southall Down” ne è una dimostrazione valida). Che vivano ancora nel mondo dei jukebox è sicuro anche mentre si ascolta la title-track, un ottimo pezzo con tanto di accompagnamenti percussionistici, oltre ai riff blueseggianti profondamente ispirati dal panorama americano anni '50 e '60. Un'altra sorpresa viene dopo qualche pezzo skippabile senza problemi (“Operation Push” in particolare) e si tratta di “The Turned On Truth”, un pezzo di 16 minuti e 45 secondi dai toni rilassati, che rimescola il gospel con giri molto catchy ripescati dal repertorio passato della band (quasi un riferimento diretto ai loro anni novanta fa capolino dal riff che sostiene l'intero brano). Anche tutto il campionario di suoni sintetizzati e strumenti aggiuntivi (oltre ai classici chitarra, basso, batteria e tastiera quindi) fa capo ad un insieme di musica degli anni passati che può ricordare, per timbro (nel sound molto vintage di “The Roll Off Characteristics” ad esempio) alcuni lavori del prog o della musica più sperimentale, contaminati con ascolti che provengono dal mondo orientale (l'India si sente distintamente in “Chamchu”, non solo per il titolo).

Abbastanza autoreferenziali quindi questi Cornershop, tecnicamente molto validi e tutt'ora piuttosto originali, anche dopo 5 lavori (6 contando quello pubblicato con il nome alternativo Clinton). Scrivere pezzi di pop così ispirato è difficile nel 2009, dopo che “quasi tutto” è stato detto in questo genere, ma la perfetta fusione con il rock classico, la musica disco (e il funk) e il blues rendono questo album un altro piccolo gioiellino in questo 2009 veramente valido per le uscite del panorama mainstream

Consigliato.

Voto: 8