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sabato 20 novembre 2010

Low-FI - Low-FI EP (Octopus Records, 2010)


Tracklist:
1. Garage Floor

2. Wrongness
3. No Morning
4. The White Lane
5. Something

Low-Fi EP è un bellissimo EP, partiamo da questo presupposto. Non è solo perchè questo trio sa suonare e comporre molto bene ma perché riescono a dargli un'anima particolare nonostante il genere spesso molto cazzone che affonda le sue radici nel panorama garage e rock degli anni '90, facendo tesoro della lezione dei primi Nirvana e Sonic Youth che hanno inevitabilmente influenzato anche tutto ciò che non era grunge dopo di loro (a partire dai dEUS, evidente influenza della band). Alessandro, Adriano e Marco, napoletani, hanno condiviso il palco con un gran numero di band celebri (Linea 77, Il Teatro degli Orrori e Tre Allegri Ragazzi Morti su tutti, prima di incontrare i 24 Grana che gli presenteranno quello che diventerà il loro produttore, cioè Fontanella), e si sono fatti conoscere nel panorama underground anche grazie a partecipazioni a compilation, oltre che tramite un buon numero di concerti particolarmente apprezzati.
Questo EP è composto da cinque tracce, tutte e cinque più che meritevoli di spendere qualche parola per parlarne. Nella prima traccia, "Garage Floor", già dal titolo si capisce cosa vogliano dire e spiegare, introducendo al lettore il loro stile e i loro dettami, producendo un pezzo tagliente e molto sostenuto che resta in testa con una certa facilità. Per trovare un altro brano così tanto fertile dal punto di vista rock si deve arrivare all'ultimo, "Something", uno dei brani più emotivi. In "Wrongness" si lascia gran parte del lavoro "sporco" al basso, che sostiene un ritmo incalzante in una canzone che per più di quattro minuti riuscirà anche a far ballare più di qualcuno. Si apprezza in particolar modo il lavoro delle chitarre negli altri due pezzi, che si incastrano alla perfezione producendo un effetto molto simile a quello dei brani più graffianti dei già citati Sonic Youth. Ma qualcosa ricorda anche i Motorpsycho del periodo più rock. 

In realtà riascoltando il disco più di una qualche volta ci si rende conto che il background da cui la band prende ispirazione non è solo quello di questi grandi nomi di cui si parlava sopra, ma anche band più "moderne" e commerciali come Placebo, Bloc Party e Franz Ferdinand, per quel piglio ballerino che alcuni aspetti elettronici del disco si portano dietro dall'inizio alla fine. I Placebo si riflettono invece nel forte impatto dell'elemento chitarristico, che sono uno degli aspetti principali della band inglese da quando debuttò con splendide canzoni come "Nancy Boy". Nomi a parte i Low-Fi riescono a rivivere un pot-pourri molto ben congeniato di influenze con uno spirito personale che contribuisce alla creazione di un blend molto originale che non lascerà scontento quasi nessuno. Ve li consigliamo perché da questo EP fanno presagire un futuro d'oro per loro e per la loro musica.

Voto: 7.5 

sabato 23 ottobre 2010

Pazi Mine - Pazi Mine (Super Fake Recordings/A Buzz Supreme, 2010)


Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Witness of Recurring Dream
2. Here
3. Standstill
4. The Waves You're Cradled
5. Dissect
6. Square The Circles
7. Rip Yourself Open, Sew Yourself Shut
8. The Thaw 

E' chiaro fin da quando il disco inizia che se fosse stato cantato in italiano sarebbe stato più interessante. La musica cantata in inglese ha stancato, tanto che se ne stanno accorgendo sempre più band, come gli Zen Circus e, da ultimi, anche i veneti Love in Elevator.
I Pazi Mine invece vengono dai luoghi del Po, quelli della pianura padana "terminale", dispersa nella provincia ferrarese, e trovano comunque spazio per insediare il loro alternative possentemente impregnato di grunge anni '90 che arriva come una sassata sopra una scena che è morta da tempo. Quello che non ci torna è semplicemente il significato, ma chiedersi queste cose è ormai sinonimo di "pretendere troppo" dalla musica italiana. Quindi, lasciando in disparte l'assenza di innovazione, ci possiamo concentrare sul godersi un disco che per il resto non ha nulla da invidiare a grandi mostri di qualche anno fa. 
Non tutto il disco è grunge, non fraintendete, anche se l'atmosfera è quella. Brani come "Standstill" e "Witness of Recurring Dream" ne riprendono solo lo spirito, utilizzando riff che in certi frangenti si accostano più ai Kyuss (in quelle poche schizofrenie melodiche che hanno avuto) che a Mudhoney e band analoghe, nonostante le similitudini si possano senz'altro contare numerose. Un elemento che ti dà la giusta dimensione di cosa accade all'interno di questo self/titled è l'ensemble ritmico. Basso e batteria sembrano costantemente impegnati a trovare il filo giusto da seguire, utilizzando pattern piuttosto granitici e "dritti", per schematizzare al massimo un settore che funge sempre più da cuore pulsante del disco man mano che si continua e si approfondisce l'ascolto. Questo, per chi mastica poco la mia lingua inutile, significa che spaccano di brutto. Proprio così, perchè in brani come "Dissect" la linea di basso svolge più che una semplice funzione di accompagnamento, sostituendo in molti frangenti anche la chitarra come strumento melodico portante. E, per altro, è proprio questo uno dei momenti più alti del disco (lo supererà solo "The Thaw"). L'uso della chitarra regala altre sorprese: in tutte le sue declinazioni dentro le otto tracce che compongono il lavoro regala una letale combinazione di relax ed aggressività che non cede mai alla tentazione dell'esagerazione sempre dietro l'angolo quando si tenta anche di fare i conti con ascolti che sicuramente comprendono tutte le band di Corgan (tranne gli Zwan). E in effetti "Here" e "Square The Circles" ricordano moltissimo i primi Smashing Pumpkins, lasciando però perdere l'aspetto vocale che merita un discorso a parte. Il contributo vocale di Sara Ardizzoni, già al lavoro con Pilar Ternera e altri progetti molto interessanti, in alcuni momenti perde terreno rispetto alla "concorrenza" messa in gioco dal modo in cui tutto il resto è costruito, con una grandissima dote di songwriting dimostrata da tutti i musicisti (ed impreziosita anche da Ferliga degli Aucan, Gionata Mirai del Teatro degli Orrori e Giulio Favero in veste di "collaboratori occasionali", come si usa nel gergo del lavoro giovanile a basso costo) anche quando la situazione si fa più rovente, per esempio nel già citato "The Thaw" che nonostante i suoi sei minuti risulta di facile digestione, proseguendo diritto senza mai incespicare né sostare a fare una pisciatina dietro un lampione. Avevamo lasciato il discorso alla voce, beh nonostante la superiorità di tutto il resto, le linee vocali funzionano e danno il giusto contributo ad un album che ha dalla sua anche una certa orecchiabilità delle metriche e delle melodie, proponendo brani che sappiano conquistare una fetta di pubblico vasta ma controllata, facendo leva anche su una scelta dei suoni congeniale. 
Allora rifacciamo un attimo di conti. Il disco è ben suonato, ben prodotto, ben composto e si piazza nel bel mezzo di un discorso iniziato da molti ma sempre lasciato a metà, e come ricordano anche Warpaint e Beach Fossils si può sempre iniziare. 
Buona prova. 

Voto: 7+

lunedì 18 ottobre 2010

[DOPPIA RECENSIONE] Ministri - Fuori (Universal, 2010)


Tracklist: Qui 

RECENSIONI:
1. A cura di A.B. (nuovo collaboratore)

Fuori è il terzo album studio dei Ministri, gruppo punk-rock milanese, del quale colpiscono subito le tipiche armonie tormentose, i ritmi incalzanti e i testi “impegnati” sempre travestiti da una visione adolescenziale. 

Il singolo e traccia numero uno del disco (Il Sole), si presenta con un caldo rullante elettronico di batteria, sposo ideale per il groove ossessivo di chitarra. Quest’ultimo viene “rivisitato” ed inserito anche nel decimo brano (Che Cosa Ti Manca).
Nella seconda traccia (Gli Alberi) da evidenziare - noi saliremo sopra gli alberi/ sputeremo in testa a chi si avvicinerà/ guarderemo da lontano le guerre che incendieranno la nostra città - frase che mette in luce tutta la filosofia della band disposta anche a veder bruciare la propria casa piuttosto che “scendere dalla pianta”. Libertà non è stare sopra un albero.
- Noi fuori dalle radio - è lo slogan del quarto brano (Noi Fuori), - è dall’alto che inventano il pericolo - quasi commuovente sapendo che il lato oscuro della luna dei Ministri si chiama già da un po’ Universal.
Cosmiche le atmosfere create dal synth usato per accompagnare il brano numero cinque (Tutta Roba Nostra).
Nell’ottava traccia (La Petroliera), risalta la ritmica lineare di batteria elettronica; la melodia dolce e malinconica ha lo scopo di concentrare le riflessioni su di un testo nobile solo per ideali. 

Nel complesso il disco si fa ascoltare, poco impegnativo sia musicalmente che letterariamente, a portata d’ascolto dei più. 

Voto: 4  

2. A cura di Emanuele Brizzante

Il terzo full-length dei Ministri arriva come una sassata sulla testa di chi si aspettava l'album carico che le anteprime ai loro concerti primaverili ed estivi avevano lasciato prospettare. In questo "Fuori" ci sono elementi di continuità con la vecchia produzione dei Ministri (il primo disco e l'EP "La Piazza), infettata di immediatezza punk rock e testi politicizzati e diretti. Nel secondo disco, come tutti ricorderanno, il mostro Universal aveva già iniziato a mietere le prime vittime, cogliendo i tre sul fatto nel tentativo di "commercializzarsi", con alcuni brani carini ma molto più banali come "Tempi Bui" e "E Se Poi Si Spegne Tutto". L'anima di questa nuova uscita è quella più smaccatamente pop, libera da quelle finzioni che prima il trio metteva in atto per nascondere questa loro già presente attitudine, e lo dichiarano in "Una Questione Politica", il manifesto del loro cambiamento e servilismo alle logiche major che viene attestato con la frase "Si, siamo cambiati è vero". L'importante è ammetterlo, in faccia ai fans che tanto ci avevano creduto, ma che sono disposti sempre a credere a tutto quando ci sono davanti le tre giacche più famose d'Italia. Ma, piano, non stizzitevi, piacciono molto anche a me, c'è solo da ammettere in cosa pecca questo nuovo loro lavoro.

I contenuti del disco non meritano una gran discussione. I pezzi si dividono in quelli punk-rock alternativo di "Il Sole", "Noi Fuori", "Io Mangio La Terra" e "Che Cosa Ti Manca", e in quelli pop-tastieristico degli altri brani. L'impressione è che, nei brani lenti come "Vestirsi Male" e "Tutta Roba Nostra", i Ministri abbiano preteso troppo da loro stessi. E' evidente che comporre brani calmi non è il loro forte, anche se "La Petroliera" è una perla da non sottovalutare, forse tra le migliori degli ultimi due album. I testi forniscono la solita dose di qualunquismo demagogico, con la classica serie di frasi "proverbiali" indimenticabili destinate a finire su bacheche di Facebook e commenti di YouTube, pur senza capirne il significato, che non sempre hanno. E lo si vede lontano un miglio. I ritornelli sono tutti molto radiofonici: quello de "Gli Alberi" è il migliore, così come la canzone, la migliore del disco e azzeccatissima come primo singolo, il peggiore è invece quello di "Due Dita Nel Cuore", che non funziona assolutamente, condannato anche dalla parola "cacciati" che più cacofonica di così non poteva essere. L'altra faccia della medaglia è però quella di una grande interpretazione alla voce di Divi (molto più di quella mediocre al basso ovviamente), protagonista di una performance che sottolinea e valorizza pienamente il suo timbro particolarissimo immediatamente riconoscibile a chiunque ascolti il genere in Italia negli ultimi cinque anni. Pollice verso invece per alcune scelte nel sound, in primis l'eccesso di tastiere "senza saperle suonare", il tentativo di utilizzare pattern elettronici di batteria che rovinano qualsiasi canzone dove siano inseriti e un'accozzaglia veramente fanfarona di chitarre e sintetizzatori in alcune sezioni particolarmente cariche, con l'unico risultato di rendere meno potente e comprensibile la parte di canzone in questione.

Il disco funziona ma è assolutamente inevitabile notare la flessione e la diminuzione di qualità rispetto alle prime uscite discografiche. Attenzione per il futuro. 

Voto: 6.5

domenica 5 settembre 2010

Soyuz - Everybody Loves You (Black Nutria Records, 2010)


Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Around Me, Maybe
2. Strong
3. Drop Me
4. First To Last
5. In The North
6. Tofu
7. Relief
8. Smart Kid
9. I Said No
10. Avoid Contact

Recensione:
Una serie di spedizioni nello spazio organizzate dall'URSS. Questo era il programma Soyuz (o Sojuz). Che il nome derivi da questo? Nome russo, e titolo del disco in inglese, per una band italiana. Le premesse per qualcosa di inatteso ci sono tutte, ma addentriamoci giustappunto all'interno del lavoro.
Il packaging del disco è piuttosto standard (e per fortuna non è un digipak), ma la copertina che ti scruta dritto negli occhi svolge già quell'effetto magnetico che poi la musica confermerà. Perché quello che Lo Giudice, Sprocati e Poli propongono è un rock alternativo, semplice, diretto, genuino, abbastanza fresco da superare le barriere dell'originalità che, in un genere come questo, ti sconfigge sempre. Ed infilando riff semplici ma non per questo banali, linee vocali leggere e radiofoniche, supportando il tutto con un comparto ritmico presente solo quando serve, dando le spalle all'impronta rock'n'roll, il prodotto finale sarà, definitivamente, buono. 
Scartabellando tra la copertina e il booklet si nota la prevalenza della componente "visiva". Gli occhi in copertina, la telecamera all'interno del libretto, questa mano che sposta le tendine per scrutarti da dietro, di nascosto. Forse i Soyuz si sentono controllati, e chi meglio di un programma spaziale potrebbe avere gli occhi puntati addosso e puntarli, contemporaneamente, su tutti gli altri. Ascoltando "First To Last" si rimane immediatamente calamitati dal riff iniziale, inverosimile plagio di un singolo recente di Bon Jovi, che si trasforma poi in una canzone coinvolgente, pressante, potente, di sicuro impatto nei live. Ed è proprio la chitarra ad essere spesso scaturigine dei momenti più memorabili del disco, come nel graffiante contributo che dà in "Strong" e "Tofu" (lasciando perdere l'incredibile citazione, per chiamarla con dignità, che si fa di "Everlong" dei Foo Fighters). E "In The North", con quell'inizio che ricorda molto i nostrani The Fire (e in effetti, tra le band somiglianti, sono quella più papabile), o qualche formazione spesso erroneamente definita emo come gli Sparta o gli At The Drive In del periodo poco-prima-di-sciogliersi. La voce si fregia di un timbro abbastanza riconoscibile, anche questo elemento che svolge da diversivo e contemporaneamente da decorazione, distraendo dalla forte presenza di elementi troppo scopiazzati che comunque non minano la qualità dell'album. 
Superata anche la barriera tecnica, che lascia in ogni caso soddisfatti, ci si scontra con una produzione piuttosto indifferente, potremo dire sterile. Il sound non è caratteristico, e proprio per questo, nel marasma interminabile di gruppi che fanno lo stesso genere, i Soyuz non riescono a trovare con questo full-length una dimensione personale che li renda immediatamente riconoscibili. Lasciando stare il discorso, e sforzandosi di non vederlo come un difetto, di per sé la produzione rende giustizia ad un lavoro sicuramente apprezzabile, musicale, orecchiabile, easy-listening al punto giusto da non mandare al macero tutta la fatica che sicuramente è costato. 
Nulla di nuovo, ma buon lavoro. 

Voto: 6.5

martedì 13 luglio 2010

The Blast - Cut (Collettivo Mad Noises, 2010)


Tracklist:
1. C_U_T

2. Amaro
3. Kept in This Room

4. Second Mrs Panofsky
5. Vita in Trasparenza
6. Energie di fine Estate
7. Le Silence

"Cut" è il nuovo disco di The Blast, progetto nato in seno al collettivo di artisti autodefinitosi Mad Noises, più l'appellativo descrittivo "collettivo espressivista". Un'espressione ambiziosa, ma che ha dato vita a prodotti artistici raffinati, tutto sommato, di ottima fattura. 
Questo secondo disco ufficiale del progetto si presenta come un piccolo gruppetto di sette intensi pezzi, dal sapore occidentale ma vagamente psichedelico, forse teso a nord, ma a cosa serve sottolinearlo? Il nucleo del progetto è in mano a pochi, ma buoni, musicisti (in "Cut" sono tre, Antonio Serra, Francesco Bennardo e Natalia Longo, creando una vera e propria federazione per un prodotto finito assolutamente di qualità, compreso un packaging talmente low-quality, con quell'interno che fa molto origami "tagliate qui" che ti lascia ulteriormente soddisfatto.
Spulciando invece le tracce la cosa inizia a farsi più interessante. Dove sembrano i Marlene Kuntz o i primi CCCP, dove si ripercorre il taglio alternativo di CSI e Ustmamò, dove la psichedelia ti ricorda di guardare in direzione Inghilterra. Non solo Pink Floyd, ma anche Flaming Lips. L'inizio è più prettamente italico, con i primi due brani, soprattutto "Amaro", dove le linee vocali e il timbro ricordano le vecchie glorie dei Timoria ma strizzano l'occhio all'estero, senza lasciare mai il nostro paese in quanto ad intensità e romantiche visioni. Ottimi testo, apporto ritmico ed arpeggi di chitarra. Più graffiante e per certi versi jesuslizardiana "Kept in This Room", con qualche ricordo lontano di Jesus and the Mary Chain. Basta fare nomi, questo collettivo ci sa proprio fare, una volta squarciato il velo della poca varietà di un disco così, in realtà mai troppo banale. Dove ci si aspetta un cambiamento non arriva, e viceversa. La sterilità dell'immobilità. "Vita in Trasparenza", un post-punkettone di tutto punto, anni '90 pur con uno spirito più antico, vestito di ceneri e nuvole. In generale l'atmosfera è sempre molto buia, e anche "Le Silence", in chiusura, ti dà l'idea di un tunnel immensamente oscuro e triste, anche se non è questo ciò che con "Cut" i The Blast volevano comunicare. Quelle tensioni psichedeliche, le pulsazioni del cuore che vanno verso l'arresto, chitarre scattose e a volte melense, un songwriting assolutamente azzeccato, questi sono gli elementi che lo rendono grande.

Un bel disco che non aggiunge niente a tutti i discorsi già fatti nei generi nominati, ma sicuramente ascoltabile ed apprezzabile sopra quella linea che scandisce la media del periodo. Consigliato.  

Voto: 7.5

lunedì 5 luglio 2010

Deluded by Lesbians - The Revolution of Species (New Model Label/Audioglobe, 2010)

La recensione è stata scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. The Origin of Delusion
2. She Do Wanna
3. Ringo Starr
4. Don't Laugh For Me Argentina
5. Nobody Knows
6. Pompei
7. C'mon Get In
8. Crystal Balls
9. Bird Watching
10. Love is Blind
11. Revolution/Primary Needs
12. We Don't Care
13. United States of Delusion

Recensione:
Da qualche anno sulla scena indipendente italiana si è affacciata una formazione alquanto particolare, perlomeno eccentrica, eclettica e sopra le righe, che con due EP e svariate esibizioni dal vivo che li ha portati anche a vincere un contest allo Sziget Festival, hanno già fatto parlare molto di sé. Arriva però solo ora il primo full-length, prodotto da Luca della celebre band italiana Serpenti, che dà quel giusto tocco di garage rock al sound dei Deluded by Lesbians, il cui scopo con questo disco, citandoli, è "sembrare intelligenti pur non essendolo veramente".
Effettivamente il contenuto del disco non è banale come alcuni si potrebbero aspettare dall'ennesima rock band alternativa italiana, pur senza nessuna innovazione che possa considerarsi storicamente tale. E' un dato di fatto che l'Italia pulluli di realtà molto importanti ed interessanti, ma anche di gruppi che pensano che fare musica sia uno scherzo. E i risultati si vedono. i Deluded by Lesbians vogliono fare (o fingere di fare) musica seria scherzando, un gioco che li ha portati a creare un disco veramente valido, a metà tra hard rock, pop smodato e vagamente radiofonico, qualche joke nei testi e nei titoli, stoner di stampo vintage e infine un po' di punk rock, che non guasta mai. L'arrangiamento dei brani è notevole, come dimostrano ad esempio "Ringo Starr" e "Nobody Knows", quest'ultima vagamente californiana nel portamento della chitarra e nelle ritmiche, forse tra i pezzi più spensierati di questo album. La "rivoluzione" della specie è abbastanza complessa da inquadrare sotto un'unica etichetta, ed ecco infatti che basta ascoltare "Pompei" e, in sequenza, "C'mon Get In" per rendersi conto che gli elementi che influenzano la band sono tanti, creando una tavola variopinta e fatta dei più squisiti e luminosi toni, impennate di chitarra che ricordano, senza esagerare, i primi Weezer e i Queens of the Stone  Age (o i fratelli maggiori Melvins, come alcuni momenti di "Bird Watching" attestano), e un apporto alla batteria e al basso che conferisce un assetto granitico al tutto nonostante una costruzione leggera, priva di pomposi esibizionismi e tecnicismi di sorta, per dare quell'aria semplice e a suo modo piena, potente e graffiante, allo stesso tempo.
Il disco è notevole e fa sentire tutta la voglia di suonare, di divertirsi e di far divertire, di questi ragazzi. Si focalizza sui brani, tutti composti molto bene e tutti decisamente catchy, con la benedizione di un cantato che converte in sproloqui originali anche le più stereotipate ciarlerìe hard rock, forse per evidenziare come anche utilizzando le solite caratteristiche abusate da chiunque si può costruire qualcosa di nuovo e non assomigliare agli AC/DC (e soprattutto senza una grande tecnica). Il secondo disco sarà la conferma, quasi certamente, di una band partita col piede giusto. Consigliato.

Voto: 7+

mercoledì 9 giugno 2010

Lunaria - Specchi Per Allodole (Halidon, 2010)



Tracklist:
1. Epidemia

2. Mi Odio Mio Dio
3. L'Indomani
4. Glicine
5. Come d'Incanto
6. Ruggine
7. Al Di Là Del Mare
8. Due di Due
9. Scasso
10. La Mia Estate
11. Bijoux


Senza Sara Santoni sarebbe tutta un'altra cosa.
No, non è una critica. E' vero. Un disco di per sé lontano dall'originalità che ci vorrebbe per presentarsi sulle scene italiane nel 2010 si sposa alla perfezione con una grandissima frontwoman che si piega alle diverse sfumature delle undici tracce per produrre un risultato veramente sopra la media.


Specchi per Allodole diventa così un grande disco. Nei suoi toni indie, noise, rock, progressivi, pop, nei suoi sconvolgenti deliri distorti e nei suoi stop-and-go di malinconia e rabbia, di nervosismi chitarristici ed effetti ambientali di matrice straniera. L'opening track "Epidemia" inaugura il disco con tutti gli ingredienti che poi troveremo riesposti, a volte in maniera migliore, nei brani successivi. Ci si fregia di ritornelli orecchiabili e difficilmente dimenticabili, come quelli di "Mi Odio Mio Dio" e la potentissima "Glicine" (questo si, uno degli episodi più degni di nota, insieme a "Ruggine"), di melodiche ballad di puro stampo alternative italiano come "L'Indomani" e "Come D'Incanto", anche se viene infusa costantemente nell'aria dalla voce un'aurea di romanticismo come raramente era accaduto precedentemente nel panorama italiano. Il sound pieno e disteso di "Bijoux" ricorda vagamente il debutto di Elisa, che tutti ricorderanno come un disco rock, potente, e non la melassa pop diventata negli ultimi anni. Ottimo brano, proprio come  la veloce "Scasso", con le sue distorsioni vagamente grunge (un elemento che si ritrova anche altrove nel disco).

Tutti i brani del disco si appoggiano su strutture abbastanza radio-friendly per erigersi poi come singole statue di geniali grandezza e splendore, granitiche, compatte. E l'egemonia dell'alternative italiano sulla scena indipendente continua, anche grazie ai Lunaria, soprattutto per la loro capacità di coniugare gli elementi dell'indie e della psichedelia come pochi altri hanno saputo fare negli ultimi anni. Grande l'apporto strumentale di tutta la band, ma in particolare della grande voce di Sara, e i suoi testi assolutamente adatti al mood di tutto il lavoro.


Voto: 8+

venerdì 4 giugno 2010

Dead Weather - Sea Of Cowards (Third Man, 2010)



Recensione pubblicata anche su Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Blue Blood Blues
2. Hustle and Cuss
3. The Difference Between Us
4. I'm Mad
5. Die By The Drop
6. I Can't Hear You
7. Gasoline
8. No Horse
9. Looking At The Invisible Man
10. Jawbreaker
11. Old Mary


Iniziando dalla fine. Un album così non ha molte note dolenti, e questo è il primo pregio. Jack White non si dà pace, a cavalcioni tra mille progetti quasi tutti validissimi, tour con chiunque, collaborazioni a destra e a manca e l'immancabile, periodica, dichiarazione per rimanere sulla cresta dell'onda anche per quanto riguarda la stampa. Con i Dead Weather ha esordito con un disco pregevole, senz'altro capace di conferire loro un tono proprio, indipendente rispetto agli altri "svaghi" dell'americano. La sua vena compositiva rimane preminente e nessuno degli altri strumentisti che prende parte alla registrazione riesce a prevalere lasciando il segno in maniera evidente, eccezion fatta per la splendida, graffiante, voce di Allison Mosshart che, abbandonati i The Kills, si forgia anche di qualche tonalità più "femminile" nelle sue linee vocali, senza mai fuggire troppo dal ruolo che tutti le riconoscono.
In questo disco, di tutto. Un'anima blues stemperata momentaneamente dalle incursioni hard rock ed elettroniche, che rimbalzano anche nel noise e nel classic rock. E così, relegando le influenze ledzeppeliniane già conosciute nel debut album ad alcuni brani (in primis il pezzo d'apertura, "Blue Blood Blues", uno dei più riusciti sia come struttura che come presa, ma anche il corpo centrale della massiccia "The Difference Between Us"), si incastra in un'atmosfera quasi da jam session, dettata dal tipo di costruzione dei brani e dalla scelta dei suoni, quasi tutti molto spogli, privi di fronzoli e curati solo per quanto riguarda l'impatto, non per la loro sostanza. Come se i settanta non se ne fossero andati, rivestiti però di synth nati almeno un decennio dopo. Il basso sostiene ritmiche molto più funkettone, in episodi saltellati come "I'm Mad", dove incursioni sintetiche interrompono e sbiadiscono quella linea fondata sul riff di base, prevalente per la prima parte di canzone, salvo poi scomparire in una coda pseudoimprovvisazionale (un po' come tutta "Jawbreaker", anche questa molto sixties nel suo impianto chitarristico alla Jimmy Page prima di cedere alle immancabili White-sboronate a chitarra e synth qui lasciate alle dita di Alison e di Dean Fertita, ex The Waxwings). Alternative rock alla inglese, seppur reso meno grazioso grazie alle timbriche della Mosshart, nel singolo "Die By The Drop", con qualche comparsata di White alla voce a rendere più succulento il piatto (ricordiamo che in questo progetto il "biancorigato" è prevalentemente batterista). E infine quei pezzi che assomigliano, forse un po troppo, ai White Stripes e ai The Raconteurs, somiglianze che si trasformano in nei piuttosto importanti se si considera che la "mente" di questi progetti è la stessa di quella dei Dead Weather; e non serve citarlo nuovamente. Trattasi di brani come "Looking At The Invisible Man" e "Hustle and Cuss", dove però si può individuare la presenza degli ingredienti più blues (e meno garage, anche se i suoni sono presi proprio da quel panorama rappresentato egregiamente da Captain Beefheart, beniamino dell'artista di Detroit) tipici della superband di cui si sta qui parlando. 


L'album di per sé rappresenta la conferma che si attendeva dopo il più che discreto debutto. Niente di nuovo sotto il sole, ma un ritorno "alle origini", quelle che hanno influenzato i componenti dei Dead Weather anche in tutti i progetti precedentemente (o contemporaneamente) avuti, rimiscelate in chiave odierna senza sbavature, senza neanche attualizzarle troppo (il che sarebbe letale, visto che ci hanno già provato in troppi, con scarsi risultati). Un efficacissimo tributo a chi la musica l'ha cambiata da chi la musica la vuole fare senza le pretese di scrivere la storia. Divertimento e un po' di guadagno. Che male c'è? 

Voto: 8+

giovedì 27 maggio 2010

Mallory Switch - Mallory (Gb Sound, 2010)

Recensione Scritta per Indie for Bunnies
Tracklist


Se i Garbage avessero ascoltato più industrial tedesco, si fossero fatti registrare e produrre da Marco Trentacoste e avessero avuto alla voce Karen O, probabilmente sarebbero stati simili ai Mallory Switch. E non sarebbero stati quella grande band che erano agli inizi. Ma tutto ciò non c'entra niente. 
Dopo un paio di EP sopra la media se comparati con il panorama italiano, arrivano al momento della dimostrazione pratica con quell'hype di troppo che a volte gira attorno ai progetti di questo tipo nel nostro paese. Le sonorità non ci appartengono, le ispirazioni provengono dall'universo teutonico dei Rammstein e dei Kraftwerk, dai Garbage, dai Lacuna Coil e pure da qualcosa di dark. L'insieme dei generi mescolati dai Mallory Switch, in realtà, stupisce, per la raffinatezza con cui alcuni brani sono stati composti, quasi come uno splendido patchwork sonico. L'elettrorock dal piglio vagamente british dell'inizio di The Last Man On Earth (con il rap di Beans, ospite in questo pezzo), quell'alternative à-la-Yeah Yeah Yeahs che si sente prevalente in Business Television e No Evil, il primo più vicino alle sonorità dei primi lavori della formazione newyorkese, il secondo all'ultimo disco, salvo poi deflagrare in quel monumentale e preciso ritornello marziale che ricorda, alla batteria, le ritmiche di Christop Schneider dei Rammstein. Qualche nota gothic e dark aleggia in Brand New World, tra i pezzi meno riusciti, e Evolution Machine, sporcandosi poi di elettronica puramente rock nello spirito, in Mumbling My Time, dove liberano tutta la qualità del loro songwriting per produrre un brano di alto splendore compositivo, superando anche i fasti del secondo miglior pezzo del disco, Flow. 
Le linee vocali di Audrey Lynch sono assolutamente fuori da ogni schema, a volte accostabili a quelle di Cristina Scabbia o la già citata Karen O, ma più spesso abbandonate all'inventiva della frontwoman, che crea un suo modo di cantare e comporre tale da alzare inoppugnabilmente le sorti del disco. Un difetto dell'album è forse quello di essere un po' fuori tempo massimo, in un periodo in cui questi generi non tirano più, ma se si badasse sempre a queste cose, le mode non cambierebbero mai. Essenziale l'apporto di Trentacoste giacché il suo lavoro sui suoni fortifica il già pesante comparto ritmico di basso e batteria, granitici come non mai, e smussa gli angoli anche della sezione elettronica/programmata, resa perfettamente unitaria con il resto del monolite sonoro tramite l'uso di un sound appropriato e di un'attenzione estrema all'equalizzazione. Il songwriting, come già detto, è ottimo e si macchia dell'unica colpa di essere troppo esterofilo, aspetto che non sarà certo così grave se i Mallory Switch punteranno all'estero come hanno già fatto band analoghe di più successo. 
Gran sound, canzoni carine e ottime possibilità. Tentativo da apprezzare. 


Voto: 7-

mercoledì 26 maggio 2010

General Fiasco - Buildings (Infectious, 2010)

Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist


Quanto indie identico dovranno ancora esportare l'Irlanda e la Gran Bretagna prima di venir denunciate dal resto del mondo per crimine contro le orecchie dell'umanità? C'è da dire che questo genere, al contrario di molti altri come il rap o la techno, che hanno trovato nei cliché e nella ripetitività una miscela di elementi che costituisce per loro linfa vitale, una linfa che ha però privato di ogni difficoltà di lavoro i poveri recensori, continua a produrre chicche non da poco. Se i capostipiti ormai assodati negli anni, tra Oasis, Coldplay, Snow Patrol, Babyshambles, Arctic Monkeys, Franz Ferdinand e molti altri, si sono ritagliati un posto fisso nelle chart, ci sono centinaia o migliaia di band che continuano a nascere, fare successo con un singolo per poi scomparire, o semplicemente nascono e muoiono senza attrarre nessuno al di là degli amici di MySpace.
I General Fiasco stanno girando abbastanza ma suonano talmente sputati a tanti altri che lasciare il segno per loro non è impresa facile, a metà 2010 in maniera particolare. Ci provano comunque, utilizzando l'arma della melodia a presa immediata, quel tipo di composizione puramente radiofonica che ha reso celebri Jet e tanti altri, con ritornelli incredibilmente orecchiabili e riff indimenticabili. Impressionante il risultato raggiunto da questo disco, catchy in qualsiasi secondo del suo running time, così come impressiona l'amaro in bocca che rimane alla fine dell'ascolto, quando ti rendi conto che quello che hai sentito l'avevano già fatto centinaia d'altri gruppi, chi meglio chi peggio.
Scorrono veloci brani come We Are The Foolish, Ever So Shy, Please Take Your Time e I'm Not Made of Eyes, tutte nella tipica velocità di questo genere, a metà tra l'abusatissimo post-punk e l'alternative da classifica, con i loro refrain che come stelle comete si schiantano sui nostri organi uditivi senza scampo per la memoria, mentre brani più rilassati e midtempo come Sinking Ships e First Impressions scappano via senza lasciare traccia nemmeno in quell'angolino del cervello che conserva i ricordi delle canzoni commerciali da canticchiare anche senza pensarci mentre fai la spesa. Ottimo pezzo la title-track, con un finale quasi ballabile e un songwriting molto più originale rispetto al resto del disco, pur senza raggiungere vette particolari. Pezzi notevoli anche Talk to My Friends, con il suo ritmo in levare immancabile per questo stile (e il suo finale improvviso che dà un tocco di classe al tutto), la rocambolesca Dancing With Girls e Rebel Get By, quest'ultima elevabile a esempio massimo del tipo di canzone proposta all'interno di Buildings.
General Fiasco, oltre al nome della band, rischia anche di diventare la previsione più azzeccata di tutti i tempi, e azzeccata davvero, non come le profezie sul 2012. L'importante è che ad ascoltare questo album siano solo i patiti del genere e non i critici troppo severi che lo stanno stroncando ormai da un decennio. E noi diciamo che hanno torto, perché in fondo a questo tipo d'indie vogliamo anche bene, anche se chiamarlo indie non lo salva di certo. Suvvia, lo si ascolta volentieri, no?


Voto: 6

domenica 23 maggio 2010

Portland Souvenir - Portland Souvenir EP (||| Records, 2010)



Recensione Scritta per Indie for Bunnies

Tracklist:
1. Are You My Lady, Are You?
2. Some Day One Day
3. Unsolved
4. Portland Souvenir

Derive soniche. Non esistono espressioni più consone per descrivere un EP così. I meridionali Portland Souvenir si presentano al pubblico italiano con un extended play di tutto rispetto, soffuso, scintillante, veramente ispirato. Ci sono le turbe sonore delle band post-rock, la musica da camera più distesa e rilassante (Balmorhea, ecc.), una vena pop che si staglia sopra gelidi veli di suoni per niente orecchiabili (e non è certo un difetto!) e una consapevolezza compositiva che lascia sbalorditi. Perché questi ragazzi ci sanno fare e lo si percepisce dalla prima nota della splendida Are You My Lady, Are You?, con il suo sound vagamente vintage, sottomesso al vibrato della voce che comunica vagamente un senso di "passionalità" che rende godibile il brano anche sotto un punto di vista emotivo. E lo stesso avviene con la title-track, quarta ed ultima in ordine, un orgasmo di note a sovrapporsi e rincorrersi per raggiungere il momento più alto del pezzo, l'estasi finale con le sue melodie che ricordano molto da vicino, pur senza risultarne una copia, alcuni episodi dei Sigur Ròs migliori. E poi c'è Some Day One Day, con i suoi rumori da strada a lasciar spazio alla tensione di una frequenza bassa, quasi roboante, adatta alla soundtrack di un film horror durante la visione della tipica città abbandonata avvolta nella nebbia. E anche l'arrivo del piano non smorza i toni, portandola anzi a momenti più elevati di tragicità. E infine Unsolved e le sue chitarre che ti fanno pensare di essere in una sezione cantautorale dell'album, e tutta la malinconia di quelle note di piano che arrivano a fare da corollario all'iniziale sensazione di relax infusa dai suoni dell'acustica. Ma poi, quando la sei corde si ferma, ecco un vago sentore di concordia, di pace interiore, tutte le vibrazioni entrate nelle ossa ne escono lasciandoti soddisfatto. E al secondo ascolto queste intense sensazioni non faranno altro che aumentare, senza mai diminuire, raggiungendo il climax dopo cinque o sei ascolti, indispensabile per trovare la dimensione giusta di ciò che si sta ascoltando.

Ascoltare questo EP è come partecipare ad un listening party terapeutico, dove ogni nota colpisce una parte diversa dei sensi della persona che la subisce, con il duplice scopo di procurargli piacere uditivo e infondergli impulsi di conciliazione interiore, come a volergli mitigare i problemi della vita di tutti i giorni, come a volerlo anestetizzare e isolare da tutto ciò che lo circonda. Tutto questo perché oltre ad una grande capacità di composizione, i Portland Souvenir hanno anche una grande tecnica e utilizzano dei suoni di grande impatto emotivo. Gli inglesi direbbero "they strike the right note", e in questo caso avviene sia letteralmente che in senso figurato.
Grandi Portland Souvenir, un disco che non può mancare nella vostra collezione.

Voto: 8.5

martedì 18 maggio 2010

Ciclope - Una Notte L'Inferno (Green Fog, 2010)

Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist


I Ciclope sono una band veneta, nata tra Venezia e Padova nel 2009. Il progetto prende subito velocità e si arriva presto alla registrazione del primo full-length, questo "Una Notte L'Inferno", per Green Fog Records, ottima etichetta ligure. La band spara un CD di potente noise rock senza troppe pretese, con sonorità potenti che quasi ricordano quelle del Teatro degli Orrori e degli One Dimensional Man (soprattutto in certi momenti come Blu e Una Notte L'Inferno, la title-track), tumefatto dalle botte prese ascoltando i Sonic Youth di quando erano talmente fighi da scrivere la storia di questo genere, e poi imbrigliati in Italia dai Marlene Kuntz, i CSI ed alcuni momenti più recenti come i Devocka o qualche altra band.
Ma c'è bisogno di un approfondimento migliore. "Ho sbagliato la rotta, o forse ho perduto coscienza di me", grida il frontman Igor Pajalich. L'album è compatto, omogeneo, senza troppe "deviazioni". Un unico blocco di granito che non si spezza per nessun momento diverso, senza penetrare mai negli abissi più "italiani" dell'alternative o menate varie. Solo Ciclope, noise e rock pestone che un po' l'ultimo CD dei Meganoidi aveva introdotto al popolo dell'Italia tagliata a metà da una linea che vede le band rockeggiare di più al nord. E la cattiveria di Quattro Passi Nel Delirio fa una mossa vincente in questa partita di scacchi. 
I testi parlano di insonnia, solitudine, buio, inesorabili attese, assumendo quella veste intimista che tanto piace ai cantautori italiani anche quando decidono di arrotondare chiamando qualche artista di buon nome a fargli da band. I Ciclope però nascono come band e portano questo tipo di scrittura ad una dimensione più personale, creando brani molto interessanti, nonostante gli stereotipi noise non aiutino certo a collocare vicino ai Ciclope la parola "originalità" con coerenza (es. Quando Eravamo Giovani o Ti Odio, con il suo fumoso finale rallentato quasi dagli echi post-rock), ed è per questo che nonostante gli ingredienti possano risultare vagamente insipidi e catastroficamente "già sentiti" i brani trovano comunque una loro forza, profondamente radicata nella potenza della voce e della batteria, nel graffiante duettare di basso (a volte doppio) e chitarra (ottimo Leonardo Gatto in questo ruolo), l'incedere sempre molto "radiofonico", a loro modo, delle strutture dei pezzi.
I Ciclope sfornano un album a metà tra quello che vorremo sentire e quello che ci siamo già stancati di sentire, in ogni caso sparandoci nelle orecchie un tour de force di inesorabile noise che in Italia pochi sanno fare come si deve senza sforare nell'imitazione forzosa. Interessanti e con grandi possibilità di evoluzione.

Voto: 7.5

domenica 9 maggio 2010

Far - At Night We Live (Vagrant/ Arctic Rodeo Recordings, 2010)

Tracklist


I Far sono una band pressoché sconosciuta ma con un background di tutto rispetto. Traballanti, nell'opinione pubblica, tra etichette abbastanza "dubbie" come post-hardcore ed emo(punk), termini che, lo sappiamo, tendono ad essere riduttivi. Post-hardcore sicuramente è una "tag" adeguata per questa band, o perlomeno per i suoi esordi (ci sarà pur qualcuno che si ricorda l'ottimo Listening Game, del 1992, o il loro debutto su major Tin Cans With Strings To You, di quattro anni più giovane), perché con questo At Night We Live, pubblicato in Europa da Alive, abbandonano queste primordiali cornici per raggiungere sponde nuove, o meglio, diverse.
Abbastanza complesso da digerire per la sua natura quasi da "rompicapo", risulterà più facile da mandare giù agli aficionados di band come i Deftones (Deafening e When I Could See), quegli ultimi, più criptici, o i Jimmy Eat World, come Burns, brano molto energico ma contemporaneamente molto easy-listening, rispetto agli standard del disco. Effettivamente la vecchia definizione di emo non viene particolarmente incarnata da un album come questo, ma con brani così melodic punk si avvicina a questi lidi con singolare disattenzione. Impossibile sfuggire dai momenti quasi ambient e dai sincopati bui di Dear Enemy, dal pop-rock tipicamente americano (da dove provengono i Far infatti?) If You Cared Enough, dall'aggressione sonora che fa della parola coinvolgimento un vero e proprio inno in distorsione di Fight Song #16,233,241. E c'è addirittura un iniziale sentore di new wave in Better Surrender, riconvertita poi in un'esplosione di alternative senza fondo. 
Un album come questo lascia per forza il segno. Prima di tutto per la lunga attesa (dodici anni), poi per l'intensità dei brani. Pop-punk, pop-rock, post-hardcore, alternative e rock melodico, tutti insieme per una potenza tipica di band molto più giovani di loro (tutti verso gli -anta, pur non dimostrandolo, come un Matranga, frontman, in grande forma), in un disco composto talmente bene da suonare fuori da ogni schema, buono per le radio e per la major (la Vagrant) con le sue richieste, pur senza suonare commerciale, banale o triviale. E poi ci sono la tecnica, i testi e la produzione, tutti sopra la media, e sopra le righe. 
Incredibilmente figo. 


Voto: 8

domenica 2 maggio 2010

Hole - Nobody's Daughter (Universal, 2010)

Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist


Courtney Love da solista non aveva nulla da dire. Con le Hole, band per la quale la stella cometa rappresenta quasi simbolicamente la loro carriera, che le ha portate ad essere caricatura di sé stessa verso la fine, salta fuori a dodici anni di distanza per tentare di guadagnare un po' di grana (e c'è un illuminante titolo ad attestarlo nella tracklist, ma cercatelo voi). Perché è questo l'unico motivo. La donna più odiata degli anni '90 ha pochissimo da raccontare: non scrive musica difficile, né musica nuova. Non scrive musica per giovani, né per vecchi affezionati di questo tipo di rock. Non é neppure una ragazza carina come una decina d'anni fa. In generale è decaduta più o meno quanto il mito di tutte le band che ruotano attorno a questo progetto. Melissa Auf Der Maur, non inclusa in questa reunion, con un album nuovo poco promettente nonostante un ottimo singolo, Linda Perry delle scomparse 4 Non Blondes al co-writing e gli instancabili legami con Corgan che tenta di tenere uniti i cocci di una band storica, gli Smashing Pumpkins ovviamente, che ormai non hanno veramente più nulla di lontanamente interessante. E neppure di rock.
Nobody's Daughter è un disco stanco, senza contenuti, assolutamente inutile. Di per sé conserva, tra le righe di questa specie di tragicomico diario-ritorno, un'anima trasgressiva che nonostante venga fuori da un personaggio la cui carica mediatica iniziale se n'è ormai andata con la fine delle elucubrazioni riguardo il suo eventuale coinvolgimento sulla scomparsa del marito, fa ancora sentire il suo impeto. Ma le pulsazioni vitali di quel fenomeno chiamato Hole è ormai esaurito e così i brani si riducono a piccoli sprazzi di distorsione e qualche azzeccato tentativo di screaming, così che i brani più interessanti non sono certo quelli che provano timidamente ad imitare i fasti dei primi due dischi (Loser Dust e Skinny Little Bitch, ad esempio, comunque orecchiabili, lotto di canzoni salvato poi in corner dalla migliore del disco, la potentissima e ruvidissima How Dirty Girls Get Clean), ma quelli più radiofonici che tenteranno di lanciare il disco nelle classifiche del mainstream rock. Trattasi della title-track, di Someone Else's Bed e la lenta e quasi post-grunge Letter To God. Non grandi pezzi, ma sicuramente sopra il livello medio del disco. Un elemento a vantaggio di questo lavoro è senz'altro quel senso di rabbia che Courtney ancora comunica, quella specie di sentimento di furia giovanile che non scompare mai e che fa sempre parlare di lei come una "bad girl", impulsiva e sclerotica anche nella composizione. Ma l'assenza dei vecchi membri delle Hole si sente troppo a livello musicale, e anche se musicisti come Stuart Fisher e Shawn Dailey possono arginare la perdita non si arriverà mai ai fasti della Auf Der Maur al basso. 
Courtney Love dovrebbe trovare un modo migliore per rimanere a galla, perché questa squallida reunion servirà solo ai quattro folli che la sperano ancora tirar fuori le tette ai concerti. Per il resto non sembra per niente il grande ritorno di cui ha parlato nelle interviste. Personaggio fine a sé stesso, niente di più. 


Voto: 5-

mercoledì 21 aprile 2010

Fuh - Dancing Judas (Escape From Today/Canalese/Smartz, 2010)

Tracklist


In Piemonte c'è sempre tanta voglia di spingere forte sull'acceleratore, e sul distorsore, prendere, e spaccare tutto. Bastavano già i Dead Elephant e qualche altro a dimostrarlo ma poi sono arrivati anche i Fuh, il cui rito d'iniziazione li aveva fatti passare per derive hardcore fuse con il noise più grezzo dei Sonic Youth meno studiati, per poi finire col tempo ad evolversi in maniera molto ampia, mirando verso orizzonti di cui stupisce soprattutto l'ambizioso tentativo di raggiungerli. E anche il verdetto, positivo, della ricerca.
Cosa c'è in Dancing Judas? Qualche elemento (o più che elemento, rimasuglio) del loro "beginning" hardcore, un po' di incontri con l'anima più pop dei Motorpsycho, violentati dalla cattiveria piemontese, le forme istintive della composizione metal o prog, le distorsioni che sembrano grunge o di chi il grunge lo ha comunque masticato per tanto, troppo tempo. Ed ecco per l'appunto Luca Ferrari, ospite al synth in H7-25, un pezzo che sa quasi di Jesus Lizard più rallentati, più disillusi, in ogni caso abbastanza pesante da darti l'idea che lo sludge dei Cult of Luna più potenti sia lì dietro l'angolo, ma con una voce migliore. Magnus Ryan e soci di nuovo in Gordon, Rest In Peace, ma con un tappeto sonoro che ricorda molto i Russian Circles. Noise assolutamente ambient, quasi shoegaze, in Canalese Landscape, così come un po' di post-punk si nasconde neanche troppo velatamente nei distorti e nel comparto ritmico di Distance. Non dimentichiamo poi le impennate più potenti del disco, che con quell'anima hardcore che dicevamo ci va a nozze, nonostante i tentativi di distaccarsene. Ecco infatti che la furia di Miniver ti spara dritta in faccia tonnellate di fuzz, overdrive esagerati, un lavoro di batteria ottimo e un gusto per i suoni che in Italia si può ritrovare raramente.
I Fuh hanno deciso di puntare in alto. C'è la voglia di non ripetere niente che fosse già stato detto, fatto o scritto. C'è poi la consapevolezza che non è cosa facile, ma ci provano lo stesso, regalando alla scena italiana un gioiello di cui aveva davvero bisogno. Milioni di sfumature diverse riunite in un unico grande prodotto finale, come cinquanta sottilissimi fili fatti passare per un'unica cruna d'ago. Eccezionali, sfrontati, pazzeschi.

Voto: 8.5


martedì 20 aprile 2010

Trabant - Trabant (Moscow Lab, 2010)

Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist


A volte per recensire un disco ci vorrebbe un termine di paragone azzeccato. Che poi significa anche che “questi assomigliano a quelli”, il che non è sempre il massimo per un gruppo. I Trabant a chi li possiamo raffrontare? Provando un po' a pensare un nome mi verrebbe in mente: i Trabant. Quelli di qualche anno fa, quelli di "Music 4 Losers", così diversi ma così uguali, molto maturati ma anche tanto “scottati”, cauterizzati da quella voglia di irrompere sul mercato discografico italiano anche al di là del giro alternative/indie in cui già hanno avuto i loro meritati riconoscimenti. Sarà per questo che tutto ciò che hanno prodotto finora è stata una montagna di potenziali singoli? Ma della deriva new wave del precedente, bellissimo, disco, è rimasto ben poco. Ora ci sono nuovi ingredienti, più freschi, più attuali ma anche denotanti una certa fuga verso gli anni ottanta. Sarà vero che da lì non si scappa?
L'album si apre con un trittico di tutto rispetto: Sofa, che introduce i primi elementi estranei al sound tipico dei triestini, con un irruento e indimenticabile ritornello. Vero e proprio “refrain” da marchio a fuoco come succede con la successiva (già leakata per internet da mesi, con il benestare della band) Ah Oh Aficionados, che potrebbe, con un attimo di spinta, dare a questi ragazzi lo stesso push che hanno avuto i Subsonica dei tempi d'oro. Ma la musica dei torinesi, ora, non c'entra nulla. Un disco per fare festa, lo hanno definito. Ascoltare infatti
So Proud, il suo testo da veri festaioli degli anni zero, e il suo tiro assurdamente spensierato e una pacca incredibile, la stessa che come una botta che lascia più di un livido, una cicatrice, ti colpisce e ti spaventa alla partenza di Hostile Commando DIY, il pezzo più aggressivo nonostante la gran parte della sua durata sia occupata da memorabili intermezzi melodici e cambi di tempo neanche troppo scontati (grande caratteristica di questo disco, più vario e suonato meglio rispetto al primo), con tanto di momento latineggiante. E un sound che non dimentichi. Cosa estremamente nuova per i Trabant, lenti e neanche troppo felici nella radiofonicissima As A Weekend, ancora lenti e quasi addormentati in un sopore quasi trip-hop, nella penultima Hahaha, ottimo titolo per gli affezionati di chat e manie da nerd dell'ultimo millennio. Rimanendo nelle tracce più innovative scopriamo Scorpio vs Gemini, il brano meglio composto, con suoni abbastanza ricercati o comunque ben assemblati, una vera e proprio antitesi vista la presentazione del disco alla stampa in cui si parla di sperimentazioni con strumenti antitradizionalisti come un sintetizzatore del Nintendo DS, la celebre console giapponese. Il filo conduttore di questa self-titled release è la spensieratezza di certe bombe da radio, come Social Weapon o Mademoiselle PMD, con la loro carica fusa con la loro gaudente autorevolezza, quasi a voler dimostrare che fare musica figa e orecchiabile non è appannaggio dei musicisti più “cazzoni” ma che anche grandi strumentisti come loro lo possono fare, dimostrando a più riprese abilità tecniche che fanno spiccare in particolar modo batteria e tastiere (senza trascurare l'ottima voce, anche a livello di timbrica). Stessa tiritera si potrebbe ripetere per i brani seguenti, Sarah Diane in primis, brani con una loro struttura ben ponderata, mai banali, ma con una formula che non lascia scampo: impennate al fulmicotone, inserimenti di synth senza logica apparente (tutto ritorna però nel quadro complessivo) e testi ironici pur senza il bisogno di offendere o dissacrare.
Un ottimo disco in questo prolifico duemiladieci, che pecca solo di una fuga verso l'elettronica e la lingua inglese, motivi di “vergogna” della cadente scena italiana che però trovano nei Trabant il miglior modo di esprimere tutta la loro effettività ed effervescenza. 

Voto: 8.5 

sabato 17 aprile 2010

Rummer and Grapes - Every Damned Friday (New Model Label, 2009)

Tracklist


I Rummer and Grapes sono un quartetto di Terni. Voce femminile, riff alla Placebo, sonorità quasi brit nonostante le influenze dell'alternative che si sentono vadano oltre questo semplice accostamento, e una certa vena melodica che rende le canzoni abbastanza catchy.
In questo disco di debutto, Every Damned Friday, non manca nulla. La produzione non è malvagia, nonostante qualche suono troppo "da garage" (magari anche voluto), i brani sono composti in maniera quasi mai superficiale nonostante l'uso di cliché abusatissimi nei cambi di batteria e nelle linee vocali e nel complesso la band lascia presagire delle belle prove live, sperando che gliene venga data ampia possibilità.
Nel disco troviamo nove brani tutti della durata media di tre minuti, qualcuno qualcosa di meno, a sottolineare anche il target a cui si rivolgono. In Stay si sentono delle impronte quasi post-grunge a sovrastare una vena new wave, che compare preminente invece in Not Far Away, con qualche accenno post-Sonic Youth (Placebo, infatti). La voce mai banale di Simona si sente nelle vicinanze a Dolores O' Riordan e Cristina Scabbia di Back To My Control, per deviare altre volte verso lidi più simili a Courtney Love o alle 4 Non Blondes. Paragoni a parte dimostra una versatilità notevole, e in brani più melodici come My Princess Anna emerge anche una certa tecnica. Una probabile ottima resa live traspare invece dalle potenti e quasi post-punk Room On Fire (il titolo non vi ricorda niente?), la fichissima Short Drink, nel ritornello di Why e Inauspicious Love, quest'ultima un incrocio impeccabile tra Molko, i Paramore e i Franz Ferdinand. 
Nel disco si trovano molte influenze, più o meno simili a tutte quelle delle band che vogliono emergere (ed alcune ce l'hanno anche fatta) negli ultimi anni. Perché il punk, la new wave e il brit-pop sono di moda e questo si sa (in generale è di moda il sound UK). In Italia non sono in molti a rappresentare "degnamente" il nuovo settore di rielaborazione di queste vecchie e stanche etichette, ma volendo ci possono pensare benissimo i Rummer and Grapes. Una produzione all'altezza, qualche riff leggermente più radio-friendly e una composizione meno "copiata" potrebbero portare a risultati davvero eccellenti. Ma questo disco, nel totale, ha il suo perché. Pecca principale, il cantato in inglese. Per il resto, un buon sette su dieci glielo si può anche dare.

Voto: 7-

domenica 11 aprile 2010

Baustelle - I Mistici dell'Occidente (Warner Bros, 2010)

Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist


I Baustelle, porca miseria i Baustelle...
Sono anni che ci propinano dischi identici e stanno comunque avendo una crescita non indifferente, portati in trionfo da un generale apprezzamento popolare e da collaborazioni eccellenti come la stesura di testi per Irene Grandi e la colonna sonora per il film "Giulia Non Esce La Sera". La band non è di certo famosa per la sua creatività, ma ha perlomeno saputo consacrarsi come un punto di riferimento per il suo stile caratteristico, inconfondibile, che ha i suoi punti fermi nella voce e nei testi di Bianconi, nelle influenze quasi classiche che risalgono, sforzandosi un poco, anche a Morricone, e nell'alternanza con la voce femminile di Rachele Bastreghi, abile anche alla tastiera nel ricavare suoni di un certo spessore, suoni che ormai possiamo definire a tutti gli effetti suoni da Baustelle. I senesi (montepulcianesi per la precisione) collocano piuttosto spesso il tiro delle canzoni su un tono "storico", parlando di personaggi del passato, letteratura (il titolo del disco è quello di un romanzo di E. Zolla) e qualche volta, politica. Non c'è satira, solo qualche riferimento, cinico e vagamente "spietato" (come sentivamo in "Charlie fa Surf"), nella title-track, che inizia quasi come un plagio di De André per poi accendersi in puro stile Baustelle, come tutte le altre tracce del resto. In apertura il brano L'Indaco, uno dei migliori del disco, fa il verso ai Pink Floyd con una struttura che ricorda vagamente alcuni dei brani più famosi della formazione inglese. Si prosegue con San Francesco, dedicata al santo che Bianconi sembra apprezzare particolarmente, e Groupies, che porta invece in grembo qualche germe elettronico/synth-pop, in puro stile Depeche Mode, con tanto di cori anni '80 a coronare il tentativo di svolta. Le Rane, uno dei brani più commerciali, con un riff già sentito milioni di volte nella musica pop italiana, risulta comunque abbastanza orecchiabile da essere apprezzabile, così come L'Estate Enigmistica, nella quale spiccano le liriche, in puro stile Bianconi dei tempi de "La Moda Del Lento". Rituale che si ripete anche in Follonica, Groupies e Il Sottoscritto. Poco da sottolineare nel primo singolo estratto, Gli Spietati, radio-friendly fin che vuoi ma manchevole di qualche elemento degno di essere ricordato, troppo scontata e identica a centinaia di altri brani dei toscani. Il miglior episodio del disco è La Canzone Della Rivoluzione, cioè anche la più rock, che denota una certa violenza se paragonata allo standard "baustelliano" e si colloca in quel tipo di alternative che la band non rappresenta ma nel quale ogni tanto vuole fare stereotipata incursione. 
Il disco dei Baustelle in verità non è particolarmente uguale ad Amen, per esempio. Questo problema forse viene aggravato dallo stile piuttosto banale (ed ultimamente, scontato) di Bianconi nell'inventare linee vocali, mentre musicalmente solo qualche volta ci si sofferma nella copia di sé stessi. Nei vari brani si fondono pop e rock, cantautorale, tentativi di arretramento negli anni '80, synth-pop, psichedelia e alternative in maniera piuttosto omogenea, creando un tappeto di sonorità decisamente interessante da ascoltare. Ma il fatto che anche dopo decine di ascolti la voce ancora sembri rincorrersi ricopiandosi da brano a brano, rovina veramente un disco che poteva essere molto migliore, se interpretato, che ne so, da un Paolo Benvegnù dei bei tempi?
A questo punto, mistici di cosa?


Voto: 7-

martedì 30 marzo 2010

Serj Tankian - Elect The Dead Symphony (Reprise/Warner/Serjical Strike, 2010)


Tracklist


Con notevole ritardo rispetto all'iniziale tabella di marcia ecco spuntare negli scaffali dei negozi (si fa per dire...) "Elect The Dead Symphony", il live di Serj Tankian che ripropone la scaletta dei concerti elettrici seguiti all'uscita di "Elect the Dead", primo album solista, con un'orchesta filarmonica di settanta elementi. Trattasi della prestigiosa Auckland Philarmonia Orchestra, che ha impreziosito questo pregiato prodotto con i suoi archi e fiati, suonati ovviamente da professionisti che hanno eseguito gli splendidi arrangiamenti di John Psathas, compositore neozelandese. L'incredibile voce di Tankian, potente e versatile come pochi, ha fatto il resto.

Nella scaletta praticamente tutto il disco di debutto più qualche inedito, sui quali spicca la vecchia conoscenza dei fan dei System Of A Down Blue e un brano già sentito per i live di Axis of Justice, lasciato fuori dall'ultimo disco dei SOAD "Hypnotize", The Charade, dagli arrangiamenti molto pomposi. Ancora più "baroccheggianti" quelli di Feed Us, Empty Walls e Sky Is Over, che rendono in maniera davvero sublime in questa nuova veste orchestrale, per la quale si spera un buon seguito con i prossimi concerti che il cantautore armeno proporrà come conseguenza alle reazioni di questo lavoro. Non c'è molta varietà in un concerto così, ma si ascolta ogni singola nota prodotta dagli orchestrali, a supportare una voce che non stona mai, si spera non grazie a sovraincisioni o filtri di sorta, utilizzando anche le conoscenze ereditate dalla tradizione classica e lirica che il buon Serj ha studiato (si parla di un diploma a riguardo). Alcune canzoni tuttavia non trovano la collocazione giusta con l'orchestra: trattasi soprattutto di Lie Lie Lie, un po' troppo "fuori fuoco", sbilanciata tra i ghiribizzi dell'orchestra e le liriche sempre precise e coinvolgenti del protagonista, in questo caso un po' soffocate dagli elementi acustici. Incredibili invece le versioni di Beethoven's Cunt e Honking Antelope, che non brillavano particolarmente nel disco ma che in live hanno un'aura quasi magica, ovviamente grazie all'apporto tecnico ed "atmosferico" degli strumenti "classici" utilizzati in questa occasione.
Tankian dovrebbe tornare ai SOAD. E' quello che pensano in molti. In ogni caso dopo un disco di debutto di tutto rispetto, fa uscire un live di grande presa, caratteristico nonostante non sia il primo né l'ultimo a farne uno di questo genere. L'orchestra garantisce sempre un'incredibile qualità musicale, ma sono gli arrangiamenti di Psathas e la voce di Serj a farla da padroni in una performance del genere, con una voce che fa miracoli e musiche super-coinvolgenti. Non lasciatevelo scappare. 


Voto: 8

venerdì 26 marzo 2010

Virginiana Miller - Il Primo Lunedì Del Mondo (ZAHR/Altrove, 2010)

Tracklist


Se il primo lunedì del mondo lo fai coi Virginiana Miller non avrai certo una vita di sorprese. Questo per dire che se uno ascolta i VM non si fa sicuramente l'idea della tipica band che parte da un punto per raggiungere obiettivi distanti, magari seguendo piste diverse per non diventare mai banali. Dal primo disco, distante ormai tredici anni, non sono cambiati di molto, ed è forse un bene per la piccola fan base che li ha sempre seguiti. Non per questo l'ultimo loro album si presenta vuoto di contenuti, e raggiunge comunque picchi di apprezzabile livello artistico. 
In tutto questo ennesimo sforzo dei toscani si respira un'aria melodica, profondamente influenzata dal vecchio lessico proveniente dai più soffusi CCCP e Marlene Kuntz, in qualche misura vicini a shoegaze e post-rock, nei lavori di chitarra, generi dai quali prende la distanza per il grande utilizzo della voce. Le linee vocali di Simone Lenzi, sempre uguale a sé stesso diventando in questo modo "speciale" rispetto ai tanti gruppi comunque simili che costellano il panorama italiano, danno la giusta dimensione all'importanza dei testi, a tratti intimi in altri più dispersi a rincorrere i cliché del lemmario alternative italiana, ma senza problemi di "insensatezza" et similia (no, non si copiano i Verdena, anche perché i VM sono nati prima). Si parla di "satanico nord-est" in L'Inferno Sono Gli Altri e il suo sfondo quasi folk reinterpretato dalla mente noise-leggera della band livornese, come nella sommessa agonia di Cruciverba o in La Carezza del Papa, col suo retrogusto di critica che vuole uscire libera ma che si trattiene. Giorgio Canali musicalmente, un cantautore pop qualunque nell'approccio. Gran pezzo, gran pezzo, "anche un calcio nel culo fa bene, come segno di amore sicuro, di contatto e calore animale senza tante parole" . Altri episodi degni di nota sono sicuramente la traccia di apertura Frequent Flyer, unico momento anglofono del "primo lunedì del mondo" (quello poi sviscerato in lungo e in largo nella seconda Lunedì, altra ottima canzone), e Acque Sicure, con il monito "apri gli occhi e resta a galla". Abbastanza a passo coi tempi come consiglio no?
Strumentalmente, anche dalle esperienze live con cui la band ha rallegrato tutta l'Italia negli ultimi due lustri e mezzo, la band ha dimostrato di cavarsela. Nell'album non si sente particolarmente, per un uso molto spesso minimale del comparto ritmico, che svolge comunque in maniera ottima il suo ruolo di supporto ad una sezione protagonista, di chitarre, piani e voce, di tutto rispetto. L'intesa tra le tue parti è infatti eccellente. Ciò che manca al disco per superare alcuni dei precedenti lavori dei VM (soprattutto Gelaterie Sconsacrate) è quella ventata di fresco e di novità che dava l'album citato all'epoca, ormai superato da una marea di band che propongono la stessa cosa e dagli stessi colleghi di Lenzi, che si sono con il tempo dispersi ad imitare le loro medesime caratteristiche. Come dire, ci si aspettava di più. Ma d'altro canto quando una formula funziona non ha sempre molto senso cambiarla, per cui chiudendo un occhio e mezzo, e accontentandosi, questo potrebbe essere uno dei dischi "da ascoltare" di questo buon duemiladieci. From Livorno to the aficionados.


Voto: 7-