mercoledì 30 giugno 2010

A Luglio si suona...e si suona parecchio (parte 1)

Sulle montagne. Nelle pianure. Sulle colline. Vicino all'acqua di laghi, fiumi e mari. In Italia a luglio si suona parecchio, tra festival importanti e festival di piccola taglia, concertoni ipersovvenzionati da critica e stampa e concertini che nessuno caga. L'importante è non diventare mai sordi e continuare a seguire la buona musica. Ecco una selezione di date da seguire a Luglio:

01.07.2010 RAMMSTEIN, Villafranca di Verona (VR)
01.07.2010 MARTA SUI TUBI, Bologna
02.07.2010 AFTERHOURS leggono ENNIO FLAIANO, Rimini
02.07.2010 BAUSTELLE, Padova
02.07.2010 VALLANZASKA, Conselve (PD)
02.07.2010 ADAM GREEN, Bologna
03.07.2010 DENTE, Padova
03.07.2010 METRO MADNESS e GLORY BOYS, Trieste
03.07.2010 AEROSMITH, CRANBERRIES, STEREOPHONICS, KID ROCK e PLAN DE FUGA, Venezia
04.07.2010 GREEN DAY, 30 SECONDS TO MARS, RISE AGAINST, EDITORS e BASTARD SONS OF DIONISO, Venezia
04.07.2010 BUENA VISTA SOCIAL CLUB, Piazzola Sul Brenta (PD)
05.07.2010 BLACK EYED PEAS, MASSIVE ATTACK e CYPRESS HILL, Venezia
05.07.2010 STEVIE WONDER, Verona
05.07.2010 OZZY OSBOURNE e KORN, Piazzola Sul Brenta (PD)
06.07.2010 PEARL JAM, SKUNK ANANSIE, BEN HARPER, GOSSIP e WOLFMOTHER, Venezia
06.07.2010 THE FIRE, Conselve (PD)
06.07.2010 GONG, Bologna
08.07.2010 CURRENT93, Padova
08.07.2010 L'INVASIONE DEGLI OMINI VERDI, SCACCIAPENSIERI e DURACEL - Conselve (PD)
09.07.2010 MARK KNOPFLER, Piazzola Sul Brenta (PD)
09.07.2010 ETEREA POSTBONG BAND e ETNIA SUPER SANTOS, Bologna
09.07.2010 BAD BRAINS, Padova
09.07.2010 DEVOCKA, Lido degli Estensi (FE)
09.07.2010 REZOPHONIC, Verona
10.07.2010 ELIO E LE STORIE TESE, Cervignano del Friuli (UD)
10.07.2010 ELECTRO VENICE FESTIVAL, Venezia
10.07.2010 LOVE IN ELEVATOR, Stanghella (PD)
10.07.2010 TEMPESTA SOTTO LE STELLE, Ferrara
10.07.2010 CANADIANS, Zevio (VR)
10.07.2010 VINICIO CAPOSSELA, Padova
12.07.2010 PIERPAOLO CAPOVILLA legge MAJAKOVSKIJ, Rimini
13.07.2010 MERCANTI DI LIQUORE e CARNEIGRA, Ferrara
13.07.2010 2 PIGEONS e SAMUEL KATARRO, Bologna
14.07.2010 ZZ TOP - Padova
14.07.2010 SIMONE CRISTICCHI, Porto Tolle (RO)
14.07.2010 BLOOD RED SHOES, Bologna
14.07.2010 SKA-P e GOGOL BORDELLO, Padova
15.07.2010 ELVIS COSTELLO, Mantova
15.07.2010 DWEEZIL ZAPPA, Piazzola Sul Brenta (PD) [...]

Emergenti:
02.07.2010 ENTROPICA, Padova
02.07.2010 BONEBREAKER GENTLEMEN, Stanghella (PD)
13.07.2010 ENTROPICA, Riese Pio X (TV)

martedì 29 giugno 2010

Succede Una Sega - Il Cavallo di Troia (A Buzz Supreme, 2010)



La recensione è stata scritta per Indie for Bunnies

Tracklist:
1. Succede una Sega
2. Digging for Birds
3. Gli Errori di Copernico
4. La Cura
5. Ubriaco
6. Dance
7. Uovo alla Coque
8. L'Ultima Moda
9. Rimpiango L'Utero
10. Questa Città
11. Esplosione di una Raffineria

"Paghiamo gli eccessi degli anni '80, noi siamo gli errori di Copernico". Una frase che in bocca a qualcun altro sarebbe diventata un inno, un must, un refrain indimenticabile, ma siccome lo dicono tre simpatici toscani che ancora devono uscire dal bunker dal quale sono già emigrati Zen Circus ed altri, allora resterà una perla per pochi. Quello che propongono i Succede Una Sega è un punk rock anti-cliché, pregno di alternative e momenti melodici, senza tralasciare qualche momento noise e quelle scudisciate garage date da un uso assolutamente graffiante delle chitarre e della voce. "Centocinquanta morti ricoperti di ketchup" e "centomila asini fottuti da un cavallo", quello di Troia, citato in "La Cura", la canzone che dovrebbe passare per title-track ma che invece è stata trasformata in qualcos'altro, nel titolo, per fortuna. E funziona, eccome se funziona. Il punk di questi ragazzi stupisce, per la potenza, i testi assolutamente fuori dagli schemi, vicini al cantautorato tipico degli ultimi anni italiani, con le sue impennate ballabili che derivano sicuramente da quegli anni '80, o dai Gang of Four. Con qualche, anacronistico, sassofono. L'animo alla base del disco è comunque pop, snocciolato con distorsioni e momenti d'alta scuola rumoristica, quasi crossover, seppur senza poter dare troppo credito ad un'etichetta del genere. "Questa città" fa troppo il verso ai Marlene Kuntz più melodiosi e sdolcinati, ma rimane comunque un brano fortemente carico ed intenso, forse tra i più comunicativi di questo lavoro insieme a "Ubriaco".
E poter dire che finalmente c'è un disco italiano nel duemiladieci con undici brani tutti strafighi, è sicuramente una cosa da non dimenticare. Se li ho sopravvalutati scrivetemi pure un messaggio, ma non penso potrò accettare le vostre obiezioni. Gran disco, composto bene, suonato meglio ed interpretato in maniera magistrale.

Voto: 8.5

lunedì 28 giugno 2010

Trabant e Dente Live @ Home Page Festival, Udine, 25/06/2010


 
L'Home Page Festival ad Udine regala musica live gratis per tutta l'estate nell'affascinante cornice del Parco del Cormor. Venerdì 25 giugno è toccato ai Trabant e Dente, dopo una lunga rassegna di band emergenti (l'unica che ho sentito proponeva cover ben eseguite, ma ci si chiede quale senso abbia chiamare, tra le miliardi di realtà valide in Italia, una band di questo tipo...), scaldare il pubblico, neanche troppo numeroso ma piuttosto caloroso, accorso in questa location immersa nel verde.
I triestini Trabant come sempre sparano un set al fulmicotone, complici in particolar modo la voce del cantante, precisa ma non sempre intonatissima, comunque interessante in virtù della forte personalità del frontman, aiutata da un timbro subito riconoscibile, e di gran resa, le tastiere efficaci quanto mai negli arrangiamenti sia su disco che in concerto, e la batteria non sempre impeccabile ma di sicuro impatto. Il basso, nelle versioni in studio abbastanza valido a scandire le tempistiche dei brani più powerful, non risalta invece nelle performance live, forse per un sound migliorabile. I brani dell'ultimo disco suonano quasi tutti molto bene, anche se il suono della chitarra, forse per colpa di un mixaggio affrettato a livello di acustica o per qualche problema tecnico all'amplificazione, ha penalizzato molto l'overall. Pollice alzato soprattutto per "Hostile Commando DIY" e "So Proud". Dal vecchio disco solo pochi brani, come l'immancabile "Waste of Time", probabilmente uno dei loro pezzi più azzeccati in queste situazioni. In ogni caso un live coinvolgentissimo e forse il vero "highlight" di questa giornata di Home Page.

Ed ecco l'attesissimo Dente arrivare con i suoi "scagnozzi", come li introducevano i supporter Trabant, a proporre la sua cantautorale italiana di alto livello, essendo uno tra i pochi, negli ultimi anni, ad aver lavorato duro per riportare in alto un genere sepolto da tempo (insieme a Vasco Brondi, Brunori SAS, Van De Sfroos e alcuni altri). La gente conosce i pezzi ma non accenna a collaborare particolarmente, lasciandosi comunque "condurre alle risate" dalle solite frecciatine di Giuseppe, abile in questo ruolo tanto quanto in quello di musicista (non si sa quanto abbiano gradito i friulani presenti sentire la loro terra scambiata per l'Alto Adige, ma il musicista fidentino è solito schernire il suo pubblico con giochetti simili). Tra tutti i brani eseguiti spiccano sicuramente le più celebri, "Le Cose che Contano" e Canzone di Non Amore"


Ps. Durante il set dei Trabant la corrente ha ceduto per un paio di minuti, ma i quattro non si sono fermati continuando anzi ad incitare il pubblico con cori da "villaggio turistico", come loro stessi hanno fatto notare. Puro stile live. 



* foto non tratte dal live di Udine. Tutti i diritti delle foto vanno agli autori (Monelle Chiti e Fondazione Arezzo Wave Italia)

giovedì 24 giugno 2010

The Drums - The Drums (Island, 2010)


Tracklist:
1. Best Friend
2. Me And The Moon
3. Let's Go Surfing
4. Book of Stories
5. Skippin' Town
6. Forever and Ever Amen
7. Down By The Water
8. It Will All End In Tears
9. We Tried
10. I Need Fun In My Life
11. I'll Never Drop My Sword
12. The Future

Ennesimo bagno mediatico ingiustificato o meritata escalation alle chart? Il self-titled dei The Drums prova a dare un verdetto su questo quesito, facendo chiarezza e decidendo se collocarli tra i fenomeni modaioli di durata piuttosto ridicola (un disco, al solito), coccolati da Pitchfork, NME e quant'altro, oppure se dargli dignità di fenomeno destinato a continuare.
Il prodotto è essenzialmente buono, anche se prodotto in una maniera piuttosto spoglia e quasi vintage. Punto a suo favore. L'aria che si respira è quella di un indie pop piuttosto party-oriented, dall'atmosfera gaia e ballabile, ma corredato della solita timbrica vocale iperdepressa come ogni band di questo tipo si diverte a riprodurre, e senza mancare della classica devozione al post-punk anni '80 e '90 diventato ormai irrinunciabile humus per ogni nuova band che si voglia (auto)definire indie. Il pezzo più celebre, "Let's Go Surfing", suona molto di Beach Boys reinterpretati dai Joy Division o dagli Interpol, e nonostante questo riesce ad essere un pezzo spensierato e vagamente adatto per un dj set post-concerto, di quelli che ormai si è soliti fare per tentare di convincere la gente a non abbandonare i locali uccidendo tutti con gli esageratissimi prezzi delle consumazioni. Lo stesso accade in "Book of Stories", con i suoi arpeggi più fedeli al pop anni '60, sempre di matrice britannica, però con un occhio di riguardo al surf e alle feste studentesche da telefilm. Sicuramente non brillano per inventiva od originalità, andandosi ad innestare in un canale già battuto e ribattuto da decine di band, come i validi ma comunque poco freschi We Have Band, anche se a volte interpretato in maniera decisamente ben studiata (ad esempio in "I'll Never Drop My Sword", con tutti i suoi connotati new wave che, comunque, alla lunga, stancano). Un altro brano abbastanza danzereccio e, nel contesto disco, considerabile tra i migliori, è l'opener "Best Friend", dove il cantato ricorda vagamente i primi successi dei The Smiths, ma senza esagerare. Per il resto i pezzi sono tutti molto simili a quelli già citati, o comunque fungono da filler per sopperire a questa mancanza di ispirazione che è comunque onnipresente e necessita di (palesi)diversivi.
Di per sé sarebbe riduttivo parlare di brutto disco, perché di canzoni "brutte" non ce ne sono. Il problema vero e proprio è l'assenza di un motivo per spenderci soldi o tempo, dopo che milioni di band hanno già fatto la loro parte per portare nelle nostre case questo genere in tutte le sue più improbabili declinazioni. Una produzione "antiquata" e un buon uso delle chitarre e degli strumenti del comparto ritmico risollevano l'andazzo del disco, giovando in particolar modo alla sua intrinseca volontà festaiola a volte spezzata dall'incuria dark e new wave, e sicuramente la sufficienza la merita, seppur con qualche riserva. Un disco interessante solo per i superfanatici dell'indie-qualunque e da evitare se non si vuole bestemmiare di fronte all'improponibile ripetersi di questi cliché. Sgraziati, banali, ma accettabili. 

Voto: 6+

mercoledì 23 giugno 2010

Edipo - Hanno Ragione i Topi (Jestrai/Produzioni Dada, 2010)



Tracklist:
1. Solo Con Tanti
2. E' Banale Stare Male
3. Per Fare Un Tavolo
4. Petrarca
5. L'Orgoglio Elettorale
6. Un Nuovo Concetto di Thè
7. Appartamenti
8. Sono Qui Ma Torno Subito
9. Hai Hai Hai Hai
10. Sospendimi

Fausto Zanardelli è un artista polivalente, eccentrico, già conosciuto per le sue precedenti esperienze in Gretel e Hansel, Edwood ed altri progetti, tutti, per altro molto validi. Con lo pseudonimo di Edipo non fa eccezione: stavolta posa la sua attenzione sull'attualità, la cultura italiana, insomma, il mondo che ci circonda, con una vena cantautorale ben piantata sopra un sottosuolo di pop italiano e qualche sfumatura rock che non guasta mai.
Fin dal buonissimo inizio di "Solo Con Tanti" si percepisce l'alto livello del disco, fatto di testi pungenti ma terra terra, simili ai recenti Bugo, Dente e Simona Gretchen, per certe nuances, ma più devoti alla letteratura italiana del novecento, a Daniele Silvestri, e ai rapper sempre molto avidi in fatto di rime e giochi di parole, onnipresenti nelle liriche di Fausto diventato Edipo. Tutto questo si registra particolarmente bene in "Sono Qui Ma Torno Subito" e "E' Banale Stare Male", quest'ultima dall'anima molto chart pop, ed un testo vicino a quello dei Bluvertigo, accomunabili a questo disco anche per gli apporti a sintetizzatori e tastierine. Il disco è molto "light", orientato a un ascolto non troppo impegnato né impegnativo, e le melodie sono comunque incluse in quel range molto radio-friendly che aiuta a digerirle con più facilità (ancora, come dicevamo, alla Bugo degli ultimi tempi - vedasi "L'Orgoglio Elettorale"). A parte conquistare l'interesse estremo dei blog che ha consacrato il successo di band italiche come gli Amari, un disco come questo può fare molto di più, con parole che toccano tutti, con disillusione e molte venature critiche che sfiorano il paradossale, la filastrocca, il gioco semantico. E se le farmacie di notte costano di più, arriva subito il bellissimo testo di "Per Fare Un Tavolo", molto simpatico ed ironico, che parla di droga, bisogni, motivazioni dietro le nostre azioni, richiamando il proverbiale Endrigo.
Facendo una sintesi Edipo propone un gioiellino di pop che in questo duemiladieci brillerà ulteriormente, se contestualizzato in un panorama dove questo genere ristagna nel mainstream dal quale è inglobato (vedasi Il Genio e tutti quelli sopracitati), per perdere la sua natura "indipendente" che invece un disco come questo preserva in maniera ineccepibile, alla faccia dei "critici della tecnica". Un disco che racconta, stupisce e si fa desiderare. Hanno ragione i topi. 

Voto: 8

martedì 22 giugno 2010

Terza Pietra Dal Sole - L'Ira Di Orfeo (Autoproduzione, 2010)





La recensione è stata scritta per Indie for Bunnies

Tracklist
1. Universo Tascabile
2. Moto Perpetuo
3. Pioggia
4. 3x2
5. Fuga dal Do Minore
6. Corrente Alternata
Recensione
I Terza Pietra dal Sole, band emergente di Varese, escono dall’anonimato con un improvvisa serie di concerti e un bell’EP autoprodotto registrato al Feeling Music Studio, nella loro città natale. L’Ira di Orfeo effettivamente è un prodotto molto ben fatto, d’impatto, con un’anima che lo classifica senza problemi nella lista dei dischi da ascoltare almeno una volta in ambito emergenti d’interesse nazionale. Senza esagerare. Perché con tutte le loro influenze, tra alternative, nu metal, grunge, e chissà cos’altro, spingono sulle distorsioni e sulla bellissima voce di Elisa Begni per forgiare brani nuovi, con un approccio molto personale che ne allontana, dopo le prime sequenze di ascolti, i possibili accostamenti  che sulle prime si potrebbero fare citando Skunk Anansie, Rage Against the Machine e molte delle band del panorama indie rock inglese, soprattutto per quel che riguarda i riff di chitarra. Le linee vocali rimangono in testa in maniera indelebile, posizionandosi all’interno di quel tipo di cantato tipico della tradizione italiana ma dalla grande presa, molto catchy e per questo d’indole radio-friendly, come l’intero disco in tutte le sue sfaccettature (compresi i lavori di basso e chitarra). La batteria picchia il giusto, senza esagerazioni di sorta, scandendo il tempo con un apporto minimale e, nonostante tutto, perfetto nel riempire e nel ritmare i sei brani, nonostante alcune imprecisioni che sono state opportunamente limate in fase di post-produzione. Da migliorare il mix del rullante in alcuni passaggi, anche se questo, ovviamente, non incide sulla buona riuscita dell’album e delle ritmiche complessive. Particolarmente interessante in ottica radiofonica potrebbe essere “Moto Perpetuo”, mentre la più degna di nota risulta essere l’opener “Universo Tascabile”, con un guitar work piuttosto semplice ma intuitivo, graffiante e coinvolgente, con il cantato a fargli da eco.
Sostanzialmente i Terza Pietra dal Sole producono un ottimo debut EP, senza passare mai per le vie dell’innovazione, lasciando, volenti o nolenti, la parola “originalità” lontana dal loro uscio. Ma non per questo le canzoni suonano copiate o prive di un senso di appartenenza, che invece si sente molto quando si va a valutare la tipologia di sound (vedasi “Fuga dal Do Minore”, ad esempio), di per sé molto personale e, con un’analisi ulteriore, individuale di ogni musicista che compone la band. Un EP da ascoltare e valutare criticamente, senza pregiudizi, solo affidandosi alla carica rock di questi nuovi artisti piemontesi. Yeah.  



Voto: 7.5

lunedì 21 giugno 2010

Babyshambles e Ellie Goulding live @ Ferrara, 19 Giugno 2010



SETLIST Babyshambles:
1. DELIVERY
2. CARRY ON UP THE MORNING
3. BADDIE'S BOOGIE
4. THE MAN WHO CAME TO STAY
5. ALBION
6. I WISH
7. FIREMAN
8. BACK FROM THE DEAD
9. FRENCH DOG BLUES
10. THERE SHE GOES
11. BEG, STEAL OR BORROW
12. KILLAMANGIRO
13. WHAT KATIE DID
14. SIDE OF THE ROAD
15. SEDATIVE
16. PIPEDOWN
17. FUCK FOREVER


Gli organizzatori di Ferrara Sotto le Stelle non si danno mai per vinti. Da anni ormai portano gruppi tra i più in voga nel panorama indie, soprattutto quello inglese e marcatamente mainstream, esaltando la piazza più bella della città emiliana definita "patrimonio dell'umanità" con bagni di folla estivi a suon di birra e, in questo caso, pioggia. 
Non erano poi molti i presenti a questo concerto dei Babyshambles. Sicuramente Ticketone avrà pianto quando ha notato le scarse vendite, ma dopotutto, non sono loro a condurre le serate e deciderne l'andamento. Perché la limitata presenza di gente non ha impedito a Doherty e soci di esibirsi con un set di tutto rispetto davanti a un pubblico coinvolto come poche volte succede negli appuntamenti di questo festival. Sotto la pioggia, stretti sotto ombrelli e k-way, tutti a festeggiare l'arrivo del quartetto britannico dopo l'apertura degli italiani Le Strisce (che non sono riuscito a vedere, e per cui non citerò oltre) e della popstar Ellie Goulding, deludente su disco ma discretamente interessante in questo contesto, nonostante l'eccessiva durata della sua performance (circa cinquanta minuti) renda faticoso definirla come "spalla". 
Gli headliners sparano alto iniziando con "Delivery", una delle canzoni preferite dai fans e non solo, collocandosi tra le più celebri insieme all'illustre assente "You Talk". Gli altri brani "forti" della setlist sono stati sicuramente "Albion", "Killamangiro" e la conclusiva "Fuck Forever", dove i fans hanno dato il meglio di loro tra salti, grida e lanci di oggetti. La voce di Pete non era particolarmente limpida e precisa, ma visti gli standard non si può certo parlare di delusione. Sarebbe meglio anzi dire che la carica dimostrata è stata veramente notevole, complici anche un sound adeguato e un nuovo batterista, ovvero Danny Goffey dei Supergrass, che si dimostra da subito perfetto nel suo ruolo.
Tutto sommato, tra reggiseni che volano sul palco, un paio di ballerine assolutamente fuoriluogo, l'atmosfera calorosa del pubblico italiano, l'errore di Pete che saluta Bologna anziché Ferrara, e un'esibizione potente, calda e torrenziale come la pioggia che batteva sulle teste degli astanti, non si può certo parlare di soldi (per la cronaca, costava troppo) spesi male. Lunga vita a band come queste, che, fuori dai tabloid e dalle fedine penali, rimangono comunque tra le migliori in circolazione, anche per l'affetto dei seguaci. Gran concerto.  




* foto di wolkenDesAristophanes

sabato 19 giugno 2010

Dan Sartain - Lives (One Little Indian, 2010)



Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Those Thoughts
2. Doin' Anything I Say
3. Bohemian Grove
4. Prayin' For A Miracle
5. Walk Among The Cobras IV
6. Atheist Funeral
7. Ruby Carol
8. Bad Things Will Happen
9. Voo-Doo
10. Whatcha Gonna Do?
11. I Don't Wanna Go To The Party
12. Yes Men
13. Touch Me


Dan Sartain è uno di quegli artisti delle scene indipendenti che dopo un lancio al fulmicotone scomparve lasciando tutti nel dubbio. Chi dava per certo non sarebbe mai più tornato però si sbagliava perché nel 2010 lo vediamo pubblicare per One Little Indian un disco discreto, dicesi mediocre perché dopo la parabola ascendente iniziale ci si aspettava qualche ingrediente nuovo. Ma Lives contiene invece gli stessi elementi a cui Sartain aveva già abituato tutti, vale a dire una miscela eterogenea di rockabilly, blues, rock'n'roll vecchio stile, spesso dai toni malinconici e molto scuri.
Non per questo l'album è brutto, anzi troviamo alcune chicche come "Prayin' For A Miracle", ottima colonna sonora per qualche western movie anni '60, e "Atheist Funeral", il pezzo più blueseggiante, volendo innalzabile come stendardo di questa produzione molto "easy-going", dove i pezzi non superano mai i tre minuti e l'idea è sempre quella di una fretta che ti vuole far concludere i pezzi in anticipo. Non costituisce questo un motivo per considerarli meno riusciti, come ci indicano la bella "Touch Me", ancora migliore se considerata nel contesto chiusura, e "Those Thoughts", all'apice opposto di Lives, con le sue influenze molto nickcaviane. 
Quello che manca è la varietà, un aspetto di cui certamente molti artisti del genere non si preoccupavano neanche all'epoca in cui il "rock delle radici" era al top di tutte le classifiche, però dopo un album di alta qualità come Join Dan Sartain aspettarsi di più era d'obbligo. Poi se un buon sound, il giusto apporto tecnico, un minimo di sfacciataggine (notare la copertina fighetta) e quel sottofondo noir che ricorda molto le colonne sonore di Quentin Tarantino rendono belle canzoni potenzialmente banali come "Yes Men", allora significa che questo musicista qualche merito ce l'ha. E in effetti dopo qualche ascolto lo si capisce. L'effetto garage colpisce ancora, e non stupisce che sia diventato un genere di culto. Con artisti come questo si va sul sicuro.


Voto: 7

giovedì 17 giugno 2010

Nevica su Quattropuntozero - Lineare (Discodada, 2010)



Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Mario Non Ha Paura
2. Billy Corgan
3. Stanotte Ho Ucciso Iola
4. Succede A Martino
5. Al Limite
6. Bianca E' Calma Per L'Ambiente
7. Le Ragioni Che Non Ho
8. Rapporti Umani Interrotti
9. Lineare
10. La Cura Del Demone


Un disco coi controcoglioni. Si potrebbe chiuderla qui, a questo punto. Il cantautore italiano Gianluca Lo Presti se le fa e se le dice, si apre uno studio, e da anni compone da solo con progetti come questo. E' elettronica minimale, ma piena di distorsioni e bassi potenti e precisi. I testi abbastanza terra terra parlano di tutti (i riferimenti alle lotte sindacali, ai travestiti, alla musica di Billy Corgan, ecc.), con quell'ombra di qualunquismo, quel cancro che si mangia i testi, seppur belli, di artisti politicizzati come i Ministri o molti rapper. L'importante è avere qualcosa da dire. Se lo diciamo bene è meglio. Tolto questo unico elemento difficile da mandare giù, si può anche trovare dei messaggi condivisibili nella svolta più diretta di Lo Presti. 
L'apertura è affidata a "Mario Non Ha Paura", che inizia un vortice di sentimentalismo dark che sfonda le casse con i suoi distorti incredibilmente grezzi, rozzi, duri. "Succede a Martino" segue questa riga, ma il pattern di batteria ricorda più i motivi trip-hop che ritroviamo anche nella splendida "Billy Corgan", nonostante una linea vocale molto vicina ai primi lavori dei Bluvertigo (quando Morgan era Morgan). Basso incredibilmente pulsante in "Rapporti Umani Interrotti", dove il musicista legge un testo sopra una base fortemente tesa e a suo modo, emo. Sono storie di vita, dove non mancano la vita, la morte, i rapporti, appunto, umani (in questo caso interrotti da un decesso: non vedi che la gente sparisce come niente). Come si diceva, le basi sono minimali: per questo sono particolarmente catchy, utilizzando i suoni giusti per entrare nelle teste di tutti, come nella bellissima combo "Bianca è Calma Per L'Ambiente" e "Le Ragioni Che Non Ho", con quei echi quasi Notwist che non guastano mai. Impeccabile "La Cura Del Demone", il pezzo più propriamente "notwistiano", uno dei più azzeccati di questo Lineare, veramente coinvolgente con quei suoi pad che conferiscono al pezzo un'aura quasi di distensione e, in certi momenti, di panico. Il cantato spesso ricorda il già citato Morgan e Samuel dei Subsonica, per citare gli artisti più mainstream che Gianluca apprezzerà, ma ci sono anche molti altri riferimenti. 
Riassumendo e spaccando in due pregi e difetti di questo album, questo sforzo da solista del cantautore italiano si fregia di una grandissima qualità compositiva, di una produzione notevole e di motivi che colgono nel segno. I testi invece soffrono di una forte componente "scontata", qualunquistica, della mancanza di buonsenso nella scelta di alcune parole, anche se superano in ogni caso la sufficienza quando si presentano uniti a delle linee vocali adeguate ai contesti. L'atmosfera creata è fantastica e anche se nel tentativo di dare una parvenza di logica consequenzialità (o di linearità, per citare il titolo) lo rende fin troppo simile a sé stesso in tutte le dieci tracce, di per sé traccia una strada incredibilmente facile da percorrere, funzionale, che una volta iniziata si rifarà cronicamente, inarrestabilmente. Un disco elettronico tra i più fighi degli ultimi anni. Nonostante tutto.


Voto: 8+

mercoledì 16 giugno 2010

Indica - A Way Away (PIAS/Warner, 2010)



Tracklist:
1. Islands of Light
2. Precious Dark
3. Children of Frost
4. Lilja's Lament
5. In Passing
6. Scissor, Paper, Rock
7. A Way Away
8. As If
9. Straight & Arrow
10. Eerie Eden


Un gruppo di sole donne in Finlandia? Miseria. Era già successo con le Tiktak, le sei "scolarette" arrivate al successo per un breve periodo prima dello scioglimento annunciato a fine duemilasette, ma queste Indica saranno in grado di mantenere alto il livello delle aspettative (se esistono)?
Nel mainstream già dal 2004, soprattutto in Scandinavia, anche prima di passare a cantare in inglese, risultano essere una delle pop/rock band più famose della Finlandia (sarà che tutti gli altri fanno gothic o metal?), anche se non ancora in grado di accantonare gli Him. Come si è appena detto non fanno metal, e questo non è un dettaglio da sottovalutare, vista la provenienza geografica. Il problema è che la produzione del tastierista dei Nightwish, Tuomas Holopainen, di questo "A Way Away" conferisce a loro quel tipico tocco nordico/gotico dove ogni nota ti parla delle magiche gesta di elfi e folletti, riportando nei ranghi anche queste Indica, che producono quindi un disco decente, ma con sonorità troppo poco originali per classificarlo come un qualcosa di fresco ed innovativo.
Tutte le canzoni sono più o meno sovrastate da pompose tastiere ed archi sintetizzati, con un abuso onnipresente delle doppie e triple voci, a creare ancora di più quell'effetto straniante di atmosera gotica che rende noiosi pezzi altrimenti ben costruiti come "Children of Frost" e "Scissor, Paper, Rock". Negli ultimi lavori dei Nightwish, diciamo da quando Tarja Turunen ha lasciato il microfono alla nettamente inferiore Anette Olzon, si sentono anche piccole ballad dai toni folk, e anche questo album degli Indica ne presenta alcune (vedasi "In Passing" e "A Way Away"), più spoglie però a livello di archi rispetto ai loro compagni superiori e lasciate all'ottimo protagonismo della voce e dei testi di Jonsu. 
In generale il prodotto finito è quasi sufficiente, anche se non dà nessun motivo per esaltarlo in maniera particolare, complice l'assenza di inventiva e originalità che in tutto il disco ti fa sentire il medesimo pezzo e le medesime linee vocali ripetute e riarrangiate come pezzi di lego incollati uno sopra l'altro in maniera sempre diversa, ma senza cambiarli mai. Forse la pretesa di risultare "magniloquenti" nonostante un sound piuttosto blando e tranquillo ne devia anche la qualità finale, giacché fare metal è molto più semplice che fare qualsiasi altro genere mentre tentare di trasformarlo o camuffarlo è impresa molto dura nel duemiladieci.
Ci si aspettava di più, ragazze, eccome.


Voto: 5+

martedì 15 giugno 2010

Perturbazione - Del Nostro Tempo Rubato (Santeria, 2010)



Tracklist:
1. Istruzioni per l'Uso
2. Mondo Tempesta
3. Del Nostro Tempo Rubato
4. Vomito!
5. Mao Zeitung
6. L'Italia Ritagliata
7. Revival Revolver
8. Buongiorno Buonafortuna
9. Primo
10. Il Palombaro
11. La Fuga dei Cervelli
12. Partire Davvero
13. Io Sono Vivo Voi Siete Morti
14. Esemplare
15. Promozionale
16. Niente Eroi
17. La Canzone del Gufo (Bohemian Groove)
18. La Cura Del Sonno
19. L'Elastico
20. Cimiterotica
21. Come In Basso Così In Alto
22. Musica Leggera
23. Last Minute
24. Titoli di Coda

I Perturbazione sono ormai da anni una delle realtà più stabili nel panorama pop/rock italiano, accanto a nomi molto più importanti e uno sterminato numero di sosia e realtà similari che non vanno più da nessuna parte ma aiutano anzi i più forti a resistere. Spirito preservativo o tattiche astute dell'industria discografica sempre molto campanilista.
Certo, aspettarsi che Cerasuolo e soci all'ottavo disco rinunciassero alla tipica moda (nella moda) di accorciare sempre più i dischi assimilando i linguaggi delle chart che ormai sono entrati anche nell'underground, non era cosa facile. Infatti questo "Del Nostro Tempo Rubato", riempie quasi completamente gli ottanta minuti del disco con ben ventiquattro tracce, un numero quasi esagerato se non fosse che i contenuti pensano bene di salvare la baracca. 
Partendo dalle novità, si nota un certo desiderio di fare rock nel senso più astruso del termine. Niente pulizia esagerata impressa dalle major (pubblicavano per EMI fino al precedente lavoro), qualche distorto in più, un feeling molto meno easy-listening. L'impertinenza delle chitarre acustiche è qui meno smodata, seppur continuano ad essere onnipresenti, da tratto distintivo come sono diventate nell'ormai ventennale carriera dei torinesi. I momenti più alternative all'italiana si contano sulla punta delle dita (trattasi di "Vomito!" e alcuni momenti di "La Canzone del Gufo"), mentre prevalgono con una pressante presenza le canzonette all'italiana tipiche degli stilemi pop propri dei Perturbazione. Sono tantissime, molto simili ai vecchi lavori dei piemontesi, ma comunque fresche, grazie a quel suono meno lindo e smussato che già citavamo: su tutte "Niente Eroi", "Buongiorno Buonafortuna" e "Mondo Tempesta". Il disco è tutto permeato dalla stessa malinconica atmosfera, ottima se i pezzi vengono presi con il contagocce, salvo altrimenti incorrere in un possibile attacco di narcolessia. Il limite di questo "perturbato" lavoro è proprio questo: i pezzi, tutti molto simili, non lasciano il segno, non si distinguono abbastanza e si dimenticano facilmente. Tutto sommato però il verdetto finale, spinto in alto dagli ottimi testi del frontman, imperniati qualche volta sul mondo del lavoro (la title-track) e sull'amore (splendida "Il Palombaro", uno degli episodi migliori).
Musicalmente non serve aggiungere nulla alle parole già accumulate da anni e anni di critica positiva ai Perturbazione. Un disco così ci voleva, per confermare quello che sono, anche se ci si poteva legittimamente aspettare un passo in avanti, o meglio, un'evoluzione nel sound o nella composizione dei brani. Ma abbandonare una formula che funziona può essere troppo rischioso ed ascoltando "Del Nostro Tempo Rubato", si capisce in effetti che non volevano perdere tempo a cercare delle novità. Buon per loro, non tanto per noi. Un buon disco senza nessuno sforzo.

Voto: 7-

lunedì 14 giugno 2010

Captain Beefheart


Don Van Vliet, meglio conosciuto come Captain Beefheart, assieme a Frank Zappa (suo grande amico e allo stesso tempo suo grande rivale) è il musicista più originale che io abbia mai sentito.
Non c'è nessuno nella storia della musica moderna che suoni come uno di questi due artisti. Molto spesso si parla di un raffronto tra la musica di Zappa e quella di Vliet, ma è ingiusto verso entrambi paragonarli. Sono due artisti originalissimi con la propria personalità. Una delle differenze è che mentre Zappa è sempre stato lucido (nonostante la follia della sua musica), Vliet è sempre stato un visionario. Nonostante abbia già recensito un suo disco (consultare gli archivi) credo che il buon Capitano (ritiratosi dalle scene musicali dal 1982) meriti molto più che una recensione, ma un completo editoriale.
Come al solito parlerò strettamente degli album dal punto di vista musicale: non mi interessa far sapere al lettore dov'è nato Vliet, dove ha trascorso la sua infanzia o con che gruppi suonava prima di diventare Capitano Cuordibue (se volete sapere l'origine del suo nome leggetevi l'autobiografia di Frank Zappa).
Altre precisazioni: poiché non vi sono molti virtuosismi, a parte rari casi, non parlerò dei musicisti presenti negli album, ma mi soffermerò di più sulla musica in se. E' una scelta brutta, ma Vliet ha avuto così tanti musicisti diversi che distinguerli non solo è difficile, ma è quasi praticamente impossibile. Ignoreremo inoltre tutti i prodotti usciti dopo il 1982 (a parte qualche citazione).

Captain Beefheart inizia la sua carriera discografica non nel 1967 e non con "Safe as Milk" come si pensa, ma due anni prima, nel 1965, con due 45 giri: "Diddy Wah Diddy"/"Who Do You Think You're Fooling?" e "Moonchild"/"Frying Pan". La cosa curiosa è che soltanto il lato B di entrambi i singoli è stato scritto da Vliet. "Diddy Wah Diddy" è infatti uno standard di Willie Dixon, e "Moonchild" (pezzo notevole) è opera del produttore Dave Gates. Non c'è ancora traccia di sperimentalismo e si tratta di più di blues che altro. Ciònonostante sono due prodotti gradevoli che consentono di apprezzare la voce del Capitano quando canta blues e la sua maestrale abilità con l'armonica. I due 45 giri sono stati ristampati nel 1984 assieme a una b-side scartata proveniente dalle stesse session ("Here I Am, Always Am", scritta da Vliet) in un EP intitolato "The Legendary A&M Sessions", in seguito ristampato anche su CD. Passano due anni e finalmente Captain Beefheart & His Magic Band pubblicano il loro primo LP...


Safe As Milk (Buddah, 1967)

Il primo disco di Captain Beefheart non è ancora così sperimentale: il Capitano è infatti ancora molto legato al blues e (in minor parte, contrariamente a Zappa) al doo woop. Ciònonostante un po' di sperimentazione (ma non psichedelia) si avverte, soprattutto in brani come "Electricity" nel quale Vliet canta con un intonazione ai limiti del dissonante, e nella quale, soprattutto, è presente un lungo assolo di theremin, strumento verrà usato in maniera melodica nel brano conclusivo dell'LP, "Autumn's Child". Il resto dell'album è composto da ritmi tribali ("Abba Zaba"), ballate doo woop ("I'm So Glad"), brani flower power ("Call On Me") e addirittura una bizzarra cover del bluesman Robert Pete Williams ("Grown So Ugly"). Un buon debutto, che magari suona ancora acerbo, ma sicuramente non manca di varietà e di freschezza. Da segnalare, tra i musicisti, un giovane chitarrista (che qua in alcuni brani suona anche il basso) allora sconosciuto, ma che presto avrebbe fatto parlare di se: Ry Cooder.


Strictly Personal (Blue Thumb, 1968)

Terminate le registrazioni dell'album precedente, l'idea era di fare un secondo disco intitolato "It Comes to You in a Plain Brown Wrapper", ma divergenze contrattuali costrinsero Captain Beefheart & His Magic Band a cambiare label, e a riregistrare tutto quello che avevano fatto in quelle sesson (più avanti la Buddah Records farà uscire un album con parte di queste session, senza il consenso di Vliet). La musica è stranamente più "grezza" rispetto al precedente "Safe As Milk", ma questo fatto è stato ridotto dal produttore Bob Krasnow che infarcì di "effetti psichedelici" l'album. Inizialmente Vliet appoggiò questa scelta, per poi rinnegarla quando l'album era ormai già uscito. Questo album si potrebbe quindi definire un disco di "acid blues", inferiore al precedente, ma non per questo non godibile. Il fulcro dell'album sta in due brani: uno posto a metà del primo lato ("Trust Us", una lunga e trscinante cavalcata) e l'altro posto al termine del secondo ("Kandy Korn", un brano che inizia come uno spot di caramelle, ma che si trasforma in una ipnotica jam). Degne di nota sono anche "On Tomorrow" e "Safe As Milk", inspiegabilmente non presente nel disco precedente. Alcune scelte di Krasnow sono assai discutibili (alcuni nastri mandati al contrario a casaccio, il disco zeppo di reprise del primo brano dell'album "Ah Feel Like Ahcid"), ma in definitiva non rovinano troppo l'atmosfera.


Trout Mask Replica (Straight Records, 1969)

Questo è sicuramente il disco più famoso di Captain Beefheart, e il primo a mostrare chiaramente il suo lato sperimentale e dissonante. Famosamente prodotto da Frank Zappa, e osannato in ognidove, è considerato il capolavoro di Captain Beefheart. Stupirò molti dicendo però, che secondo me, questo album è inferiore ai due precedenti e a molti di quelli che verranno. 2 LP zeppi di questa roba (definita da qualcuno "musica tritata e macinata") sono decisamente troppi. Chiariamoci: è un disco che ha fatto storia, "Moonlight on Vermont" e "Pachuco Cadaver" sono tra le cose migliori mai scritte da Vliet ("The Blimp", "Pena", "Orange Claw Hammer", "When Big Joan Sets Up" e "Frownland" sono altri brani degni di nota), e ascoltare questo album integralmente almeno una volta nella vita è essenziale. Io ho già dato però, e preferisco di gran lunga il successivo "Lick My Decals Off, Baby".


Lick My Decals Off, Baby (Straight Records, 1970)

Ovvero, come riprendere, migliorare, togliere parti inutili e aggiungerne nuove migliori e modificare "Trout Mask Replica". Nonostante non vada assolutamente comprato come primo acquisto, questo album è uno dei migliori mai usciti di Captain Beefheart & His Magic Band. Le deliranti note di "The Clouds Are Full of Wine (not Whiskey or Rye)", "Doctor Dark", "Peon", "Japan in a Dishpan", "I Wanna Find a Woman That'll Hold My Big Toe Till I Have To Go", "The Smithsonian Institute Blues (or the Big Dig)" e "Space-Age Couple" confondono e magnetizzano la mente che è un piacere. Questo disco, purtroppo, è stato ristampato in CD solo a fine anni 80, e trovarlo oggi è praticamente impossibile. Da allora molte ristampe sono state annunciate, ma solo una in vinile è stata realizzata, nonostante le numerose petizioni. Un peccato perché è un disco che non dovrebbe mancare.


Mirror Man (Buddah Records, 1971)

Forse in seguito alla crescente popolarità di Vliet, la Buddah Records decide di pubblicare (senza nemmeno chiederlo al gruppo stesso) un LP ricavato da una sola session una notte a Los Angeles nel 1967 (e non nel 1965 come riporta erroneamente la copertina) per l'LP abortito "It Comes to You in a Plain Brown Wrapper". Si tratta di quattro lunghi brani, di cui uno già pubblicato su "Strictly Personal" ("Kandy Korn", lunga il doppio). I tre brani rimanenti sono più che altro tre jam blues, che durano forse più del dovuto, e che alla fine del brano hanno la stessa intensità di quando è iniziato. Il fatto che questo lavoro sia grezzo non è una colpa di Vliet però, perché, come abbiamo già detto, non aveva intenzione di pubblicare queste session ufficialmente. Ciònonostante, dall'uscita del disco, iniziò a proporre la title-track dell'album live. Nel 1999 il disco è stato ristampato con altri brani da altre session per "It Comes to You in a Plain Brown Wrapper" rendendolo un lavoro più godibile.


The Spotlight Kid (Reprise Records, 1972)

Altro cambio di stile per il Capitano, che pur rimamendo bizzarro decide di provare ad approcciare il suo sperimentalismo e il suo modo unico di vedere la musica al rock tradizionale. Il risultato è un disco di hard rock, dominato dalla splendida voce di Vliet e da chitarre distorte. Se ci fosse vita su Marte sono sicuro che il loro rock sarebbe un disco come questo. Brani come "I'm Gonna Booglarize You Baby", "Click Clack", "There Ain't No Santa Claus on the Evenin' Stage" e la strumentale "Alice in Blunderland" sono di qualità sopraffina e non fanno altro che testimoniare la genialità del nostro.


Clear Spot (Reprise Records, 1972)

Al termine dell'anno, Vliet ci regala un altro disco sulla falsariga del precedente. Si tratta ancora di hard rock "marziano", ma stavolta vi è la presenza di qualche gradevole ballata (come la belle "My Head Is My Only House Unless It Rains" e "Her Eyes Are A Blue Million Miles"). I brani degni di nota sono "Low Yo Yo Stuff", "Nowadays a Woman's Gotta Hit a Man", "Crazy Little Thing" e soprattutto "Big Eyed Beans from Venus", un vero e proprio inno, trascinante e coinvolgente. Un ottimo brano di queste session, intitolato "Little Scratch" (con un ottima armonica e inusuali sovraincisioni vocali di Vliet, quasi Ian Andersoniane), rimase fuori dall'album ma venne pubblicato nel 2002 nella compilation "The Dust Blows Foward". Questo disco e il precedente sono disponibili in CD solo insieme.


Unconditionally Guaranteed (Virgin Records, 1974)

L'idea era probabilmente quella di fare un album come i precedenti due, ma il tentativo è finito male. Si tratta di un disco mediocre, infarcito di ballad sentimentali che mai e poi mai ci si aspetterebbe da Captain Beefheart & His Magic Band. Brani come "New Electric Ride", "Full Moon, Hot Sun", "Peaches" e "I Got Love on My Mind" sono certamente le cose peggiori che si possano trovare nella sua discografia. Due i brani da salvare: "Upon the My-O-My" riuscito brano rock che non si discosta poi tanto dalla musica dei due album precedenti e "This Is the Day", l'unico brano romantico del disco che suona genuino e che contiene un riff di chitarra molto più che interessante. Tutta la Magic Band al termine delle registrazioni pianta Vliet in asso, che sarà costretto a formare una nuova Magic Band prendendo musicisti tecnicamente competenti, ma non familiari con la sua musica (non a caso molti fan definirono quell'incarnazione della band Tragic Band). Un live album dal tour venne preparato, ma rimase inedito fino al 1994 (intitolato "Live in London 1974"). Ascoltandolo si può capire perché.


Bluejeans & Moonbeams (Virgin Records, 1974)

La Virgin stava rigirando Captain Beefheart un po' come voleva. Questo disco è infatti stato pubblicato senza il consenso del Capitano, e soffre molto di arrangiamenti voluti dal produttore DiMartino, che rendono questo disco più tradizionale del solito. Vliet è particolarmente deluso da questo album, che secondo lui avrebbe potuto essere stato un bel lavoro se gli avessero lasciato fare quello che voleva. Per capire quanto la Virgin avesse considerazione di Vliet, la strumentale "Captain's Holiday" non è stata scritta ne da Vliet, ne da nessun'altro membro del gruppo e in quel brano appare solo sporadicamente in veste di armonicista (anche se ci sono addirittura dubbi che sia lui a suonare!). Dulcis in fundo, Vliet aveva reclutato il suo vecchio chitarrista Elliot Ingber per dargli una mano a rendere il sound più Beefheartiano, e la casa discografica ha cancellato ogni traccia di Ingber dai master. Eppure nonostante tutto questo, e nonostante brani fiacchi come "Further Than We've Gone" e "Twist Ah Luck" questo album non è così male, quasi al livello dei due hard rock marziano del 1972. Ballate come la title-track o "Observatory Crest" non suonano ridicole come nell'album precedente ma escono invece interessanti e raffinate e convince anche il rock bizzarro di "Party Of Special Things To Do", "Pompadour Swamp" e "Rock'n Roll's Evil Doll". Non uno dei migliori, ma da rivalutare.


Bongo Fury (DiscReet Records, 1975)

Dopo l'ultima uscita della Virgin, Vliet ne ebbe abbastanza: ruppe il contratto, dichiarò i suoi ultimi album "orribili e volgari" e addirittura chiese ai fan che li restituissero. Vliet per risolvere alcuni problemi contrattuali (e salvare la faccia con i suoi fan) decise di ricucire il suo rapporto con Zappa (che si era deteriorato nel 1970 circa) e gli chiese aiuto. Zappa assunse Vliet come membro del gruppo ed iniziarono un tour a nome "Zappa/Beefheart/Mothers". Questo album è bello e interessante se siete interessati a Zappa, che effettivamente da una grande performance, ma se siete interessati a Captain Beefheart suona sottotono. Molto meglio procurarsi le registrazioni del tour (i due concerti d'apertura del tour a Claremont nel 1975 sono favolosi). Comunque un buon album, e il team Vliet-Zappa su "Advance Romance" è favoloso. Fino al 1989 non venne pubblicato in Inghilterra perché la Virgin deteneva ancora diritti sulla musica di Captain Beefheart.


Bat Chain Puller (DiscReet Records, 1976)

Sebbene faccia parte della discografia ufficiale, questo disco è tutt'ora inedito. Nel 1976 Zappa e Vliet continuarono il loro sodalizio con una collaborazione a la "Trout Mask Replica". Ovvero, Zappa produsse l'album di Captain Beefheart & His Magic Band. Purtroppo, sempre per colpa della Virgin che continuava a sostenere di detenere diritti su Captain Beefheart, l'album non potè uscire e rimase inedito (anche se alcune copie vennero spedite ai giornali di musica permettendo all'album di essere distribuito). Musicalmente si trattava di un parziale ritorno allo stile di "Lick My Decals Off, Baby" aggiungedoci però una nuova componente moderna. Degne di nota sono "Seam Crooked Sam" e "Odd Jobs", gli unici brani a non essere riregistrati in futuro. Dopo quest'ennesima batosta da parte della Virgin, Vliet decide di ritirarsi temporaneamente dalla musica...


Shiny Beast (Bat Chain Puller) (Warner Bros. Records, 1978)

... per poi finalmente tornare due anni dopo più incavolato che mai. Questo album consiste in alcuni brani del "Bat Chain Puller" originale ri-registrati (e, credetemi, ne risultano infintamente superiori) e altri nuovi. Per un approfondimento migliore vi rimando alla mia recensione qua, ma vi basti sapere che questo e i due seuccessivi secondo me sono i migliori album di Captain Beefheart & His Magic Band. Sublime. Dal tour di questo album, tra l'altro, è uscito un ottimo live nel 2000 intitolato "I'm Going To Do What I Wanna Do".


Doc at the Radar Station (Virgin, 1980)

Due anni dopo Vliet inaspettatamente ritorna con la Virgin, che però questa volta gli lascia fare quello che vuole per merito anche del suo valente manager Gary Lucas, che suona anche la chitarra su questo e il successivo disco. Le aspettative non vengono deluse, e questo disco è solo leggerissimamente inferiore al precedente. Il rock marziano ritorna, e si accoppia felicemente allo sperimentalismo del 1972. Mentre "Hot Head", "Ashtray Heart, "Sheriff of Hong Kong", "Dirty Blue Gene", "Sue Egypt", "Sheriff of Hong Kong", "Run Paint Run Run" e "Making Love to a Vampire with a Monkey on My Knee" sono pietre miliari del rock sperimentale, "A Carrot Is as Close as a Rabbit Gets to a Diamond" e "Flavor Bud Living" sono deliziosi intermezzi bizzarri solo per chitarra che suonano come aria fresca in mezzo alla psicosi mentale che offrono gli altri brani. Ancora una volta, sublime.


Ice Cream for Crow (Virgin, 1982)

E con questo album, Vliet decide di abbandonare la musica e dedicarsi all'altro suo grande amore, la pittura, senza nemmeno organizzare un tour per esso. Questo album è un eccellente modo di andarsene dalle scene. La title-track, "Skeleton Makes Good" (scritta il giorno delle registrazioni), "The Host the Ghost the Most Holy-O", "The Past Sure Is Tense" (eccellente rifacimento della già eccellente "Litte Green Scratch" che abbiamo menzionato prima), "Ink Mathematics", "The Thousandth and Tenth Day of the Human Totem Pole" e "Hey Garland, I Dig Your Tweed Coat" sono tra le cose migliori dell'intera discografia e "Semi-Multicoloured Caucasian" è semplicemente il miglior strumentale che sia apparso su un album di Vliet. Per l'ultima volta: sublime.


Dopo questo album Vliet si è dedicato più che altro alla pittura, fino a ritirarsi a vita privata e fare pochissime apparizioni dal vivo (oltre a concedere pochissime interviste). Attualmente pare che soffra di sclerosi multipla, anche se alcune persone in contatto con lui negano. Quello che è certo è che Don Van Vliet non inciderà mai più un disco, viste le continue delusioni e strapazzi avuti dalle varie case discografiche (e i conseguenti continui cambi di label).

domenica 13 giugno 2010

Stanislao Moulinsky - Y (Autoproduzione, 2010)



Tracklist:
1. Nuvole Stanche
2. Niente da Dividere
3. Scia verso Venere
4. Sole Avaro
5. Fragile
6. Runaway
7. Demoni
8. Il Tempo degli Eroi
9. Tu Vai
10. Frustrato e Distratto
11. Sogni
12. Inutile Acrobata
13. Bambole


Gli Stanislao Moulinsky sono toscani. Gli Stanislao Moulinsky sono esattamente Costantino Lazzeri, cantante e frontman, Emanuele Mazzoni alle pelli, Massimo Bagnoli alla chitarra e Francesco Bozzi al basso. La formazione è standard, tipica del rock cosi come è stato inizialmente concepito, privo di fronzoli elettronici, sintetizzatori e sovraincisioni, spogliato di ogni addobbo per risultare più diretto e, non solo stavolta, alternativo. In sostanza questa band che ripeto, è toscana (da lì vengono tantissime nuove, interessantissime, realtà dell'ultimo lustro), prende il linguaggio basilare del rock alternativo italiano per accostarlo al rock mainstream già portato sulle vette delle classifiche da Ligabue, Timoria, Negrita, e tanti altri, ottenendo un risultato che non potremo mai definire nuovo, ma che si potrà comunque valutare alla luce di una grandissima orecchiabilità, una buona capacità tecnica, la bellezza di certi testi e delle linee vocali, l'essenzialità con cui alcuni pezzi si presentano nudi e crudi, duri ma contemporaneamente melodici e più incisivi che mai.
E' il caso della pop ballad in puro stile Renga "Il Tempo degli Eroi" e "Sogni" o delle dolci e romantiche "Scia verso Venere" e "Fragile", quest'ultima codificata come i primi Marlene Kuntz o i più enfatici CSI avrebbero fatto se avessero ascoltato anche loro le prime gesta dei già citati Timoria. Quasi post-grunge, ma come se a cantarlo fossero gli alfieri del pop italiano, brani come "Sole Avaro" e "Demoni", vicini alle tonalità vagamente malinconiche di tutte le band allontanatesi da Seattle solo per non doversi suicidare. O anche ai Pearl Jam più commerciali. E l'estasi rock è raggiunta dalla conclusiva "Bambole", dove la voce di Lazzeri si sporca per anestetizzare quell'anima comunque radio-friendly di tutto il lavoro dove "why", il titolo, è un interrogativo diretto a chi ascolta, un "perché ci state ascoltando, ditecelo voi, se qui in Italia fa tutta così schifo come dite e poi la musica continua ad essere così seguita, anche nei suoi anfratti più indipendenti". 
Una dichiarazione d'intenti? Non lo può sapere il povero recensore, ma sicuramente gli Stanislao Moulinsky, con tutta la loro grande capacità comunicativa che si spande fitta attraverso ogni singola nota di Bagnoli e Bozzi, passando per le forti e precise percosse di Mazzoni e l'aggraziata percezione della prospettiva che infonde la voce di Costantino, beh...loro lo sapranno di certo. Una band che merita davvero tanto, aspettando che la critica gli ricavi gli spazi dovuti e gli apra le porte verso i traguardi già raggiunti non solo dalle band sopraindicate, ma anche da tantissimi artisti analoghi che, diciamocela tutta, non sempre lo meritavano. Ma loro si, loro si. 


Voto: 8.5

sabato 12 giugno 2010

Rostoback - Svedesi e Babau: Storie da Un Litorale A Caso (Musica Meccanica Records, 2010)


Tracklist:
1. Astu Visto i Fioi
2. E Se Butemo Tuti Quanti Recioni
3. Sansero
4. Babau (ft. Daniele "el giovanelo" Nordio)
5. Sangue
6. Suora
7. Blue Death Screen
8. Sto Bene Sto Male


Una formazione per due terzi chioggiotta, in diretta dal cuore pulsante della produzione musicale rock veneta (la provincia di Venezia), con un “carnet” di otto brani di tutto rispetto, in bilico tra folk, pop, trash e alternative. Il tutto condito con l'uso del dialetto tipico della loro zona e una capacità tecnica notevole (solo la voce presenta qualche piccola pecca), che porta alla luce anche una certa bravura nell'assemblare le canzoni con espedienti mai troppo banali.
Il rock si sposa con tonalità funk, punk (come in “Blue Death Screen”) grunge, indie; c'è di tutto e il modo in cui le diverse parti sono incastrate l'una con l'altra, in una maniera così omogenea, stupisce. Stupisce anche il modo in cui il dialetto e l'attitudine canzonatoria che si spande a partire da ogni secondo di questo “Svedesi e Babau” riescono a dipingere comunque tematiche sociali importanti come la tossicodipendenza e i pregi e difetti delle nuove tecnologie. E c'è spazio anche per citazioni di musica italiana, piegata ai fini dei Rostoback, che in certi momenti suonano, volutamente, come un qualsiasi Vasco Rossi preso in giro dalla loro abilità strumentale e compositiva. E tutto ciò, per utilizzare un linguaggio improprio, “fa stile”, come tutte le volte in cui c'è critica al mondo da cui vieni.
I limiti della band sono pochi: il dialetto che non gli permetterà di andare oltre i confini della loro regione (se non provincia), la debolezza dell'impianto vocale, la scorrettezza dei testi che offenderà alcuni soggetti deboli (e questo, a nostro dire, è assolutamente positivo!!). Ma per il resto il trio più demenziale di Chioggia si guadagna un posto sicuro nel panorama indipendente veneto dei prossimi anni, sperando che l'attenzione mediatica, perlomeno dei canali disponibili in zona, gli diano il giusto risalto.

Voto: 7

venerdì 11 giugno 2010

Fish and Clips #6

Il sesto appuntamento di Fish and Clips è ancora, se possibile, più svogliato degli altri. Ma non per questo meno interessante.
Oggi un paio di video che mettono insieme scene prese dal tour delle band in questione, secondo me uno di quei tipi di clip che di più cattura la vera anima della band.
Trattasi degli ultimi due singoli di Teatro degli Orrori e Paramore.


E' Colpa Mia



Careful

giovedì 10 giugno 2010

Zen Circus ed Ex-Otago live @ Fabrik Free Festival, Udine, 4 Giugno 2010




La suggestiva cornice del Parco del Cormons non poteva che dare la giusta atmosfera al live di Zen Circus ed Ex-Otago. I genovesi iniziano con un lieve ritardo il loro set di circa 30 minuti, proponendo le conosciute "Amato the Greengrocer" e "Giorni Vacanzieri, un'interessante riproposizione pop/rock di "The Rhythm of the Night" del vecchio progetto italiano Corona e alcuni dei brani più belli da quel gran disco che era Tanti Saluti. L'energia dei liguri è notevole, e non smettono un secondo di saltare coinvolgendo in maniera massiccia la neanche troppo folta folla che si è intanto dispersa sul prato in attesa degli headliner, che prontamente arrivano a scaldare l'aria con un intro ricavata incollando una dietro l'altra citazioni di personaggi famosi degli ultimi tempi, tutto ovviamente in salsa politica. Niente di nuovo. Le battute su Israele e sulla situazione italiana non possono che far parte di un concerto iniziato da "Gente di Merda", la canzone più adeguata a veicolare il messaggio che i toscani si preoccupano fin troppo di comunicare negli ultimi tempi. Nel live set pazzo come non mai un batterista che salta sullo sgabello lanciando bacchette e tambourine, con il suo assetto privo di grancassa a picchiare come neanche un qualsiasi metallaro dell'ultim'ora saprebbe fare, e Appino che si conferma uno degli intrattenitori più in voga nell'underground italiano degli ultimi tempi. "Figlio di Puttana" nuovo inno di Mameli, cantato a squarciagola praticamente da chiunque, ubriaconi e guardie compresi. Spazio anche per "Punk Lullaby", la folk ballad "Vana Gloria", quasi tutti i brani di Andate Tutti Affanculo, semplicemente uno dei migliori dischi italici degli ultimi cinque anni (e pure live rende perfettamente, in particolare "Canzone di Natale" e la title-track), con showcase acustico finale in mezzo al pubblico, a microfoni spenti. Cinquanta minuti che meritano, soprattutto quando non si è pagato una lira e ci si trova in un contesto così intimo come questo parco udinese immerso nel verde. Per poi perdersi nei dj set. 


Ps. Non sono riuscito a vedere gli Orange, in apertura, quindi li ho dovuti omettere da questo live report, ma da quello che ho capito hanno fatto un ottimo set. 


* video di Solstizio e orlatube77

mercoledì 9 giugno 2010

Lunaria - Specchi Per Allodole (Halidon, 2010)



Tracklist:
1. Epidemia

2. Mi Odio Mio Dio
3. L'Indomani
4. Glicine
5. Come d'Incanto
6. Ruggine
7. Al Di Là Del Mare
8. Due di Due
9. Scasso
10. La Mia Estate
11. Bijoux


Senza Sara Santoni sarebbe tutta un'altra cosa.
No, non è una critica. E' vero. Un disco di per sé lontano dall'originalità che ci vorrebbe per presentarsi sulle scene italiane nel 2010 si sposa alla perfezione con una grandissima frontwoman che si piega alle diverse sfumature delle undici tracce per produrre un risultato veramente sopra la media.


Specchi per Allodole diventa così un grande disco. Nei suoi toni indie, noise, rock, progressivi, pop, nei suoi sconvolgenti deliri distorti e nei suoi stop-and-go di malinconia e rabbia, di nervosismi chitarristici ed effetti ambientali di matrice straniera. L'opening track "Epidemia" inaugura il disco con tutti gli ingredienti che poi troveremo riesposti, a volte in maniera migliore, nei brani successivi. Ci si fregia di ritornelli orecchiabili e difficilmente dimenticabili, come quelli di "Mi Odio Mio Dio" e la potentissima "Glicine" (questo si, uno degli episodi più degni di nota, insieme a "Ruggine"), di melodiche ballad di puro stampo alternative italiano come "L'Indomani" e "Come D'Incanto", anche se viene infusa costantemente nell'aria dalla voce un'aurea di romanticismo come raramente era accaduto precedentemente nel panorama italiano. Il sound pieno e disteso di "Bijoux" ricorda vagamente il debutto di Elisa, che tutti ricorderanno come un disco rock, potente, e non la melassa pop diventata negli ultimi anni. Ottimo brano, proprio come  la veloce "Scasso", con le sue distorsioni vagamente grunge (un elemento che si ritrova anche altrove nel disco).

Tutti i brani del disco si appoggiano su strutture abbastanza radio-friendly per erigersi poi come singole statue di geniali grandezza e splendore, granitiche, compatte. E l'egemonia dell'alternative italiano sulla scena indipendente continua, anche grazie ai Lunaria, soprattutto per la loro capacità di coniugare gli elementi dell'indie e della psichedelia come pochi altri hanno saputo fare negli ultimi anni. Grande l'apporto strumentale di tutta la band, ma in particolare della grande voce di Sara, e i suoi testi assolutamente adatti al mood di tutto il lavoro.


Voto: 8+