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lunedì 3 agosto 2020

10 HP - Mantide (iMD-10 HP, 2020)

C'è molta musica italiana nel nuovo lavoro dei siciliani 10 HP, un condensato della nostra migliore tradizione che riverbera nei dieci brani, permeando tutto, titoli e artwork compresi. Litfiba, Baustelle, Zen Circus, Rino Gaetano, forse il primo Vasco, gli Area e tanti altri tra i numi tutelari, ma non sarà certo snocciolando nomi che si presumono punti di riferimento che avremo svelato cosa aspettarci dall'ascolto di "Mantide".

Il rock radiofonico di "Se Bastasse un Segno" è il capitolo più orecchiabile e scorrevole, malgrado un testo tra i più profondi ed esistenziali, caratteristica lirica che in ogni caso ricorrerà lungo tutta l'opera, dando caratura maggiore alle parole rispetto alla musica (e non è un difetto...). "C'è Un Mondo" suona molto bene, per produzione ed interpretazione da parte di tutti i musicisti, risultando molto convincente, anche se qui il messaggio sociale contro televisione e social risulta, più che altro per sovrabbondanza di pezzi analoghi già sul mercato discografico, un po' derivativo o quantomeno già sentito. Interessanti soprattutto gli inserti country. Si sfiorano influenze prog in  "Forse" ma ancora di più in "Il Sogno di Ulisse", epica non sono nella tematica ma anche nella costruzione pregevole, studiata, molto ben giocata a livello di dinamiche, e con un testo mozzafiato. Ulisse è una figura che può ben rappresentare a livello tematico questo album, forse più della mantide, perché il tema del viaggio, inteso non solo come spostamento fisico, ne pervade ogni antro, trascinando con parole sempre corrette e impreziosite da un lessico ampio anche gli strumentisti nella definizione di un mondo coerente pure nelle immagini evocate nell'ascoltatore.

Non rimane l'amaro in bocca dopo questa scorpacciata di rock. Un disco che non aggiunge niente alla nostra scena nazionale, ma non ne sente (probabilmente) nemmeno il bisogno, prefigurandosi come un esercizio compositivo di ottima fattura e un'infilata di pezzi contemporaneamente leggeri e ricchi di spunti.

domenica 10 giugno 2018

Riccardo Maffoni - Faccia (La Pare Music, 2018)

A dieci anni dal precedente "Ho Preso Uno Spavento", ritorna sulle scene italiane il bresciano Riccardo Maffoni, mettendoci la proverbiale "Faccia" per riuscire a rimanere in equilibrio tra coerenza e novità, riuscendo contemporaneamente ad accontentare chi già lo conosceva e a raggiungere certamente più di qualche nuovo proselita. Le influenze sono molto variegate, e questo aiuta ad identificare l'ampiezza del pubblico che si desidera agganciare, o forse solamente i tanti ascolti dell'autore: rock, blues, la combinazione springsteeniana dei due ("Cambiare...") musica popolare italiana, country, beat elettronici ("Mi Manchi di Più"), momenti di follia psichedelica, una linea che zigzagando tra tutta la nostra storia recente congiunge Adriano Celentano e i Subsonica, sbattendo a tutte le curve quando si sofferma ad elogiare/imitare Ligabue, Vasco, il primo Grignani. I contenuti sono ormai uno standard in qualsiasi nuova pubblicazione: impegno sociale, amore ("Le Ragazze Sono Andate" la più originale in questo contesto), autoanalisi, disillusione. Il modo in cui si affrontano gli argomenti, ormai, qui, è sempre lo stesso, e non merita particolare approfondimento neanche in questo caso. ù
Musicalmente, tutti fanno il loro lavoro, ma nessuno spicca. E' come se stessimo ascoltando in loop uno dei qualsiasi dischi rock fotocopia che sono seguiti a "Buon Compleanno Elvis" e "Nessun Pericolo per Te", quando gli anni '90 hanno fatto schiantare nel mare della banalità l'aliante dei Litfiba, che pure qui si sentono.
In sintesi, Maffoni è bravissimo a inserire tutto sé stesso in un lavoro a lungo atteso, ma non si percepisce quell'autenticità che forse ci si aspetterebbe a dieci anni dal precedente disco. 

martedì 3 maggio 2016

Manuel Rinaldi - Faccio Quello Che Mi Pare (Autoproduzione, 2016)

Dalla sempre fertile Emilia, culla del rock italiano impegnato e soprattutto del rock nazionalpopolare, Manuel Rinaldi impara e mette in pratica una lezione fondamentale: essere diretti (che non significa essere sfacciati), ripaga. Forse, di questi tempi, non in termini economici, ma in quanto a coerenza, potenza del messaggio e riverberazione nei media, l'obiettivo sembra centrato. 
Elemento fondamentale - ovviamente - di questo "Faccio Quello Che Mi Pare", sono i testi. L'impegno più profondo nelle parole rimanda agli Offlaga Disco Pax e a Giorgio Canali, alcune scelte vocali al primo Ligabue, ma l'amore più volte dichiarato nelle interviste per il grunge fanno viaggiare verso i primi anni novanta nostrani per un tuffo nella vera scena post-Seattle italiana: gli Afterhours in lingua inglese, i Marlene Kuntz (pure in qualche passaggio di chitarra), i primi Timoria di "Colori che Esplodono" o addirittura Estra e Ritmo Tribale. Dicevamo però, Ligabue, ed è proprio qui che si va a sbattere contro la scelta di aderire ad un sound radiofonico che a Manuel sembra stare stretto. In aggiunta, fa specie come risulti in ogni brano evidente quanto oltre possa spingersi con un timbro vocale così riconoscibile (in particolar modo in "La Tua Faccia Come Quella di Courtney" e "Lo Stato dei Soldi"). E' così che i testi rivoluzionari, energici ed energetici, con un contenuto tra l'erudito e l'impetuoso, trovano una sorta di frangiflutti che li tiene separati dalla convezione del messaggio in quel fluido così difficile da navigare a vista che è il rock melodico italiano.
Nonostante tutto questo, la compattezza del prodotto, l'ottima esecuzione strumentale e una produzione nitida ma d'impatto, innalzano la sua qualità media e lo rendono un lavoro godibile per quanto la durevolezza nel tempo sia ampiamente messa in discussione dal suo essere già profondamente superato. 

lunedì 24 gennaio 2011

Officine Lumière - Cali di Serotonina (Play!, 2010)


1. Casa Lumière


2. Geometria Analitica
3. Caterpillar
4. Audrey H.
5. Panta Kala
6. Autunno
7. Pioggia
8. Facoltà di Irrilevanza Comparata
9. Nervi
10. Pace Armata
11. Baudelaire

RECENSIONE:
Le Officine Lumière sono una formazione torinese (da Villar Perosa, a dir la verità) che da qualche anno calca le scene del rock italiano con la loro miscela originale di testi sperimentali e diversioni elettroniche (in realtà, quest’ultima, novità di Cali di Serotonina, secondo disco della loro collezione). Se dovessimo raffrontarli a qualcuno, ma proprio se ci dovessero obbligare a farlo, per la musica ricorderebbero i Bluvertigo, per le liriche Subsonica, per la metrica delle linee vocali leggeri accenni a Pau dei Negrita (anche a livello timbrico in realtà). A concentrarsi sul contenuto musicale dell’album, si scopre che c’è molto nel disco: si incontrano i diversi orizzonti del vintage e del moderno, come nella ballad “Autunno” che rimanda ampiamente ad atmosfere puramente seventies, alternando levare di ispirazione jazz ad un ritornello orecchiabile che strizza l’occhio più al pop moderno che a quello ormai storico delle ballatone di qualche decennio fa. Non è l’unico esempio di evidente collisione tra generi, e lo dimostrerà anche il brano più “radiofonico” del lotto, cioè “Caterpillar”, una canzone che sembra arrangiata da Morgan ma che in realtà nasconde un’anima molto meno complessa, che punta tutto sull’impatto della semplicità. E’ poi ascoltando “Nervi” e “Panta Kala” che si sentono le calde mescolanze di ingredienti che la band riesce a mettere in campo: lo fa con un certo
savoir faire, quasi a volerlo palesare senza sottolinearlo troppo, quasi a voler raggiungere un’omogeneità che fa senz’altro bene al prodotto.
Il disco di per sé non aggiunge niente di nuovo in una scena italiana che alterna momenti di ristagno a momenti di copiosa rinascita, però come in una situazione di quiete dopo la tempesta è un prodotto rilassato che testimonia un ottimo songwriting, aiutato da un’autoproduzione che fa il suo lavoro senza gli eccessi tipici delle major né i grotteschi immobilismi del sound garage. E “il vuoto pneumatico della politica”, mentre “il mondo straborda di finto piacere”, è quanto ci resterà in testa di un insieme di liriche che è contemporaneamente ben scritto ma anche esageratamente random, nel senso che suscita piccoli dubbi circa la natura del significato dei testi per l’assurdo accostamento di concetti diversi ma che possono, sforzandosi, trovare un unico contenitore di significato dopo un’opportuna ricerca di comunanza semantica. Ma, ciò che importa in un genere come questo, è che il messaggio arrivi all’ascoltatore. E gli Officine Lumière sanno suonare, eccome se sanno suonare (e comporre, che non è poco), e nel 2009 hanno sfornato un disco di sicuro impatto, valevole anche per gli anni successivi. Come un buono per uscire di prigione a Monopoli.

Voto: 7

giovedì 30 dicembre 2010

Piermatteo Carattoni - Pagine Strappate (PMS Studio, 2010)



Tracklist:
1. Romanza
2. H6+
3. Babbo Natale Esiste
4. Samba Dei Ricorsi D'amore
5. Pagine Strappate
6. Cattiva-mente
7. Cantaurora
8. Da Soli
9. L'Asfalto
10. E Poi Mi Rivivrei

Piermatteo Carattoni, autore dell'intera opera Pagine Strappate (perché di opera si tratta), è un artista poco noto nella scena italiana, e ci tengo a specificare che tutto ciò è profondamente triste, perché il suo disco è molto valido. Cantautore con un curriculum di tutto rispetto, propone un disco che imbarca tonnellate di storia del pop/rock italiano tradizionale rivangandolo e trasformandolo a modo suo in maniera più che discreta, perlomeno se lo inquadriamo in un contesto di ricerca di un'originalità espressiva che sia di rilievo per una critica o una recensione.
Il disco è presentato alla stampa come un concept album, e questo lo si capisce solo dopo aver analizzato con attenzione la profondità dei testi, squarciando il sigillo superficiale che li ammanta e andando a vedere parola per parola fin dove arriva il loro valore letterario e poetico. Così facendo si riesce a capire pienamente di cosa parla: di una storia d'amore che inizia, scorre (con tutto ciò che comporta) e finisce, sgretolandosi piano ma con un impeto che solo con le parole delle sue canzoni si poteva spiegare in maniera così efficace. Esaminando il disco al contrario ci si accorge che l'intensità aumenta con un ottimo crescendo, interrotto solo dalla furia dai toni gravi di "Cattiva-Mente", mentre tutto il resto vive una sorta di accelerazione concettuale che si conclude con la frenata finale di "E Poi Mi Rivivrei", brano intensissimo che considera quell'esatto momento della nostra vita in cui ci guardiamo indietro per fare un bilancio di cosa abbiamo fatto e cosa ci rimane ancora da fare, con tutti i pregi e i difetti del nostro operato. In questo caso, ci sono da vedere i momenti più sereni, da ricordare con nostalgia, narrati in "H6+", quelli eterei e concepibili solo in un mondo di sogno come "Babbo Natale Esiste", e poi gli episodi tetri che iniziano a lanciare gli oscuri presagi dell'interruzione della propria felicità, come la title-track o prima ancora "Samba dei Ricorsi d'Amore". Dalla quinta traccia in poi ci si occupa di una sorta di esame di coscienza, di autoesplorazione, che porta dove prima già dicevamo. E' abbastanza interessante notare anche la scelta dei titoli, che giocano con la forma delle parole e l'unione dei concetti (cattiva e mente, il fatto di "riviversi", canta+aurora). 

Musicalmente, l'ispirazione di Carattoni è abbandonata ad un buon pop/rock di stampo italiano che però affonda le radici nella cantautorale, con un'intimità e una versatilità che paradossalmente traccia una linea diretta che va da Luigi Tenco a Lucio Battisti. L'atmosfera generale è tutta gonfiata di toni soft, e per questo non risulta pesante, ma regala al disco un'immediatezza che gli garantirà di certo una facile digestione da parte di tutti gli organismi, quelli abituati a cibarsi di musica semplice e d'impatto e quelli più introspettivi, complicati, intricati ed esigenti. Magari il modo migliore di avvicinare le due personalità di ascoltare è proprio ascoltare Pagine Strappate? Noi, effettivamente, pensiamo di si. Perché se non si inventa niente non vuol dire che la musica non sia bella, finché ci tocca corde che tanti altri, quelli del pop e delle chart, non ci sfiorano neppure e lo fa unendo letteratura ad arte musicale con grande passionalità e personalità. Ascoltatelo. 

Voto: 7.5