lunedì 23 febbraio 2015

Eddie Jobson - Four Decades (Ward Records, 2015)

Eddie Jobson, brillante violinista, tastierista e compositore, è uno degli eroi sconosciuti del rock classico. Nel 1973, a soli 18 anni, entra nei Curved Air registrando il loro quarto disco in studio: "Air Cut". L'anno successivo, lascia il gruppo per unirsi ai Roxy Music come membro complementare dopo la dipartita di Eno, e appare in alcuni dei loro album più popolari e conosciuti: "Stranded", "Country Life" e "Siren", più il live album "Viva!". Contemporaneamente, partecipa a delle session di artisti come John Entwistle, Roger Glover, Phil Manzanera, Bryan Ferry e, addirittura, i King Crimson, sovraincidendo alcune parti di violino nel loro album dal vivo "USA". Nel 1976 i Roxy Music si prendono un periodo sabbatico e nientemeno che Frank Zappa, a cui il gruppo aveva fatto da opener per un breve tour in Canada nel 1975, gli chiede di unirsi alla sua formazione. Com'è noto, Zappa non lavorava mai in maniera lineare e, quindi, sebbene Jobson sia rimasto con lui solo per un anno, compare in diverse pubblicazioni, la più celebre delle quali è sicuramente il bellissimo doppio album dal vivo "Zappa in New York". Nel 1977 forma il supergruppo UK assieme alla sezione ritmica dell'ultima formazione dei King Crimson: il bassista e cantante John Wetton, con il quale Eddie aveva fatto anche un tour con i Roxy Music, e il batterista Bill Bruford, ai quali viene aggiunto il leggendario Allan Holdsworth alla chitarra. Dopo il primo omonimo album, Bruford e Holdsworth lasciano, e gli UK diventano un trio, e l'Americano ed ex compagno di viaggi Zappiani Terry Bozzio prende il posto alla batteria. Questa formazione incide un secondo album in studio, "Danger Money" e uno dal vivo "Night After Night". Nel 1980 gli UK si sgretolano e Eddie Jobson entra a tempo determinato (un anno) nei Jethro Tull per le registrazioni dell'album "A" e il relativo tour. Nel 1983 Jobson forma gli Zinc con i quali pubblica "The Green Album" un buon LP che sembra voler riprendere da dove gli UK si erano fermati, ma le scarse vendite del disco impediscono al progetto di continuare. Nel 1985 esce il suo album solista "Theme of Secrets", lavoro ambient strumentale dominato dall'uso del synclavier. Da qua in poi, Jobson si ritira dal mondo discografico e comincia la sua carriera di compositore, vincendo, peraltro, svariati premi per la colonna sonora del celebre telefilm poliziesco "Nash Bridges". Nel 2009, Jobson ritorna in attività con ben due nuovi progetti: uno dedicato prevalentemente alla rivisitazione di brani del suo passato discografico, gli U-Z (Ultimate Zero), e gli UKZ, con i quali, invece, compone nuova musica e pubblica un EP intitolato "Radiation". Nel 2011, Jobson si riunisce ufficialmente con Wetton, che era già apparso con gli U-Z come ospite, e si riformano ufficialmente gli UK. Questa reunion è incentrata principalmente su Jobson e Wetton e quindi si circondano di vari session men che cambiano praticamente in ogni tour, ma bisogna segnalare il tour del 2013 con il ritorno della formazione in trio con Terry Bozzio. Insomma, una carriera invidiabile, con molti artisti di alto prestigio e, da notare, compressa in pochissimo tempo.

Come fa intendere il titolo stesso, questo "Four Decades" è un concerto celebrativo registrato dal vivo a Kawasaki in Giappone il 9 Novembre 2013, nel quale Eddie Jobson, accompagnato da Alex Machacek (chitarra), Ric Fierabracci (basso) e Marco Minneman (batteria), rivisita le tappe principali della sua carriera, ospitando anche alcuni membri originali dei vari gruppi in cui ha suonato: Sonja Kristina dei Curved Air, John Wetton e il cantante Aaron Lippert. La scaletta in sé è molto interessante, specialmente i brani tratti da "The Green Album" e "Theme of Secrets", precedentemente praticamente tutti inediti dal vivo, ma forse avrebbe potuto essere ancora meglio. Colpisce immediatamente all'occhio l'assenza del suo periodo con i Jethro Tull, cosa abbastanza strana se consideriamo che il suo apporto compositivo e di arrangiamento su "A" è palpabile e pienamente riconosciuto: brani come "Uniform", "Black Sunday" o "Protect and Survive" sarebbero stati perfetti in un evento come questo. Allo stesso modo, l'attenzione che viene data ai Curved Air è decisamente eccessiva: se l'energico strumentale "Armin" è un ottimo modo di iniziare il concerto e la lunga "Metamorphosis", il primo pezzo complesso scritto dal giovane Eddie, è una scelta quasi obbligata, "U.H.F.", buon brano ma non molto adatto ad essere eseguito dal vivo, ed "Elfin Boy", nella quale l'evento sembra trasformarsi in un concerto solista di Sonja Kristina, danno l'impressione di essere di troppo. L'inclusione di "It Happened Today" e "Young Mother" poi è ancora più incomprensibile, visto che le versioni originali sono antecedenti all'entrata di Eddie Jobson nei Curved Air. Come se non bastasse, la Kristina non ha certamente più la voce di un tempo e, sebbene il gruppo faccia un lavoro professionale, non sembra trovarsi completamente a suo agio in questo tipo di pezzi. Dal suo periodo con i Roxy Music e Frank Zappa viene scelto solo un brano a testa; i primi sono rappresentati da "Out of the Blue", cantata da Aaron Lippert, celebre tra i fan per il suo incendiario assolo di violino finale, mentre dall'epoca Zappiana, è stata scelta "Läther" (in realtà questo è il titolo alternativo del pezzo: per scoprire quale sia quello vero, guardate la terza traccia del primo CD di "Zappa in New York"), uno degli strumentali meno scanzonati e più delicati di Zappa, con lo splendido assolo di moog originale rappresentato degnamente. Dopo questa breve, ma intensa, parentesi, entriamo in pieno periodo UK, con il graditissimo arrivo di John Wetton che per i prossimi brani suonerà anche il basso. Vengono proposte l'intera suite di "In The Dead of Night", la dolce "Rendezvous 6.02" e la splendida "Carrying No Cross", sicuramente tre dei momenti più alti della carriera compositiva di Jobson. Le versioni dei pezzi sono decisamente eccellenti e, sebbene abbia acquistato una timbrica più bassa e leggermente diversa da un tempo, Wetton fa un uso perfetto della sua voce, risultando uno dei punti di forza di queste nuove esecuzioni. Curioso notare che la formazione sul palco in questo momento (Jobson, Wetton, Machacek, Minneman) è la stessa che compare nel DVD uscito a nome UK "Reunion - Live in Tokyo".

La seconda parte del concerto consiste in una serie di brani che mostrano la transizione fino agli UKZ. Le danze vengono aperte della strumentale "Alaska", tratta dal primo omonimo album degli UK, a cui seguono brani del "Green Album" alcuni dei quali, originariamente cantati da Jobson stesso. Eddie non è stonato ma ha una voce assolutamente inadatta ad un ruolo solista: probabilmente lui stesso è conscio della cosa, visto che, dopo gli Zinc, non ha mai più tentato di cimentarsi come cantante solista. Comunque, "Resident" e "Who My Friends...", quest'ultima qui interpretata da Aaron Lippert, sono tra i pezzi migliori di tale disco e queste versioni sono di ottima qualità, grazie anche all'impeccabile drumming di Minneman. Le strumentali "Prelude" e "Nostalgia" vengono attaccate a "Spheres of Influence" e a "Inner Secrets" che, nonostante la loro natura elettronica, funzionano benissimo dal vivo. Con un salto temporale di 24 anni, arriviamo finalmente a "Radiation", la title-track dell'omonimo EP degli UKZ, che chiude questa sequenza con una giusta dose di energia e di aggressività. Seguono altri due dei quattro brani del medesimo EP, con la poetica "Houston" a mettere risalto le qualità canore di Aaron Lippert, e lo strumentale Crimsoniano "Tu-95" che permette ai vari musicisti di mostrare la loro bravura tecnica. A quest'ultima, viene collegata la sezione strumentale di "Through the Glass" di "The Green Album", che chiude degnamente il main set, lasciando un ottima sensazione e dando un senso di continuità all'evento. Il concerto però non finisce qua: per la sezione dei bis ritornano Sonja Kristina per "Young Mother" e John Wetton per "Caesar's Palace Blues", che ci riporta in un clima energico ed entusiasta. Lo spettacolo si chiude definitivamente con "Forever Until Sunday", un brano di Bill Bruford originariamente composto per gli UK, ma in seguito pubblicato sul suo disco solista "One of a Kind", sicuramente un finale perfetto: grandioso e malinconico allo stesso tempo.

In generale, si può parlare di un'ottima, ma non perfetta, retrospettiva che evidenzia e risalta la caratura artistica e strumentale di Eddie Jobson. Se dal punto di vista musicale, questa pubblicazione viene decisamente promossa, il resto del pacchetto un po' meno. La produzione del disco non è eccelsa: il mixaggio è piuttosto strano, eccessivamente incentrato sugli alti e con troppo finto riverbero, e, imperdonabilmente, soffre di un pessimo mastering che fa "gracchiare" l'insieme sonoro in alcune sezioni. Inoltre, l'unico modo per procurarsi questo piccolo gioiellino è acquistarlo dal sito della Ward Records  in una confezione deluxe che, oltre al doppio CD, comprende il Blu-Ray, una maglietta e una serie di altri bonus. Sebbene sia ordinabile da tutto il mondo, questo pacchetto viene stampato solo in Giappone e, questo significa che, oltre ai 16000 yen di costo originale (circa 120 euro), dobbiamo aggiungere anche le tasse di dogana e spedizione. Insomma, la presentazione eccessivamente mastodontica, i costi abbastanza alti e la difficoltà nel procurarsi questo cofanetto sicuramente scoraggeranno più di una persona. Volendo essere polemici, sembrerebbe quasi che Jobson voglia escludersi volontariamente in modo da tramandare la sua musica a pochi eletti e, se questo fosse il caso, sarebbe un vero peccato: un musicista con una carriera come la sua meriterebbe senz'altro di entrare negli annali. Ma forse, ragionando più con i piedi per terra, questo tipo di prodotto dedicato ad una determinata cerchia di appassionati potrebbe anche essere l'unico modo che ha oggi il polistrumentista Inglese di rimanere sul mercato. Comunque si veda la questione, non si può fare a meno di rammaricarsi, per motivi diversi. Per fortuna, anche in questi casi, la musica rimane comunque la protagonista e, con Eddie Jobson, la qualità è sempre alta.

Eddie Jobson

venerdì 6 febbraio 2015

King Crimson - Live at The Orpheum (DGM, 2015)

Cosa possiamo dire riguardo ad un personaggio come Robert Fripp? Prima di tutto, che è un grandissimo chitarrista e un altrettanto grande band leader/"talent scout" (molto tra virgolette), in grado di scegliere sempre dei compagni di avventura adatti: sia creativamente che dal punto di vista strumentale. Si tratta senza dubbio di un personaggio davvero molto enigmatico e interessante, quanto la musica che ha prodotto nel corso della sua carriera. Qualche anno fa, Fripp aveva annunciato una sorta di pensionamento, dichiarando di volersi dedicare quasi esclusivamente ai suoi particolarissimi progetti ambient, abbandonando in toto la musica rock. A fine 2013, invece, i King Crimson sono tornati all'attivo con una nuova formazione, peraltro, una delle più aggressive della storia della band. Colpisce l'assenza di Adrian Belew, co-chitarrista e cantante, che era stato con il gruppo a partire dal 1980 fino all'ultimo tour, nel 2008. In compenso, Tony Levin (basso e stick), altra faccia storica del gruppo, è ben solido al suo posto, così come i due batteristi Pat Mastelotto (dal 1994) e Gavin Harrison (presente anche nel tour precedente), mentre segnaliamo il graditissimo ritorno del fiatista Mel Collins, membro del gruppo dal 1970 al 1972 e collaboratore nel 1974. Le nuove conoscenze, invece, sono Jakko Jakszyk (chitarra e voce), uno dei più apprezzati session-man e tecnici del suono degli ultimi anni e un terzo (!) batterista: Bill Rieflin. Il fatto che questa formazione abbia tre batteristi non fa altro che continuare la tradizione del re Cremisi di accettare nuove sfide e di trovare modi sempre nuovi e inconsueti di vivere la musica: basti pensare al "double trio" che è stato attivo dal 1994 al 1997.

A fine 2014 questa line-up è finalmente andata in tour negli USA. Mentre il gruppo era in procinto di annunciare le prime date europee del 2015, che si svolgeranno tra Agosto e Settembre (per ora in Regno Unito, Francia e Paesi Bassi), per mantenere vivo l'interesse e offrire una specie di antipasto, è uscito questo live-album, registrato il 30 Settembre e l'1 Ottobre 2014 all'Orpheum Theatre di Boston. Solitamente, ogni line-up dei King Crimson ignora quasi completamente il passato, concentrandosi solo sul repertorio attuale. Qui, forse per il ritorno di Mel Collins, forse perché una versione ridotta di questa formazione ha all'attivo solo l'album "A Scarcity of Miracles", tra l'altro nemmeno accreditato ai King Crimson, vengono recuperati anche brani da "In The Wake of Poseidon", "Islands" e "Red". Questo, quindi, è il primo live-album ufficiale del gruppo che suonerebbe quasi "tipico", se non fosse che si parla pur sempre dei King Crimson e di un disco dove suonano contemporaneamente tre batteristi! Oltre alla scelta della scaletta, la cosa che salta di più all'occhio è l'eccessiva brevità dell'album: solo 40 minuti. Come dovremmo interpretare la cosa? Vedremo altro materiale dal vivo di questa formazione o è una scelta stilistica volontaria, per decidere quali sono le parti essenziali del set e più meritevoli di finire in un riassunto?

Per quanto riguarda la musica, solo due titoli ci sono estranei. "Walk On: Monk Morph Chamber Music" è esattamente ciò che dice di essere: il gruppo che sale sul palco e si accorda, con in sottofondo un collage pre-registrato che utilizza anche dei sample tratti dalla traccia finale senza nome di "Islands", mentre "Banshee Legs Bell Hassle" è un pregevole intermezzo atmosferico con le percussioni di Gavin Harrison. Le difficoltà maggiori stanno nella parte cantata del disco; Jakko Jakszyk è un musicista eccellente, adattissimo chitarristicamente a questa formazione, e, generalmente, non ha una voce disprezzabile; però non è in grado di rendere propriamente giustizia a "One More Red Nightmare", un brano nel quale l'assenza vocale di John Wetton si percepisce particolarmente e, sebbene faccia comunque un lavoro onesto, anche la sua interpretazione di "Starless" risulta decisamente sottotono rispetto all'originale. Il brano dove Jakszyk convince di più vocalmente è "The Letters" che, però, a parere di chi scrive, è l'unico che avrebbe anche potuto essere sacrificato per fare posto ad altri pezzi più interessanti in scaletta nel tour, come "Pictures of a City", "Larks' Toungues in Aspic, part 1" o "The Talking Drum". Comunque, al fan medio del re Cremisi potrebbe far piacere la presenza di un brano oscuro e dimenticato e, probabilmente, questa versione è superiore all'originale in studio. Strumentalmente, invece, il gruppo dà assolutamente il meglio di sé: questa versione di "The ConstruKction of Light" è di una bellezza indescrivibile, e la potenza di "The Sailor's Tale", brano ingiustamente dimenticato da troppo tempo, è qualcosa che bisogna sentire per credere. Anche le già citate "One More Red Nightmare" e "Starless" nelle loro sezioni strumentali sono molto convincenti, sebbene la seconda abbia qualche problema verso il finale, nel quale il tempo viene molto rallentato rispetto all'originale, probabilmente per accomodare l'uso di tre batterie; tuttavia, quello che perde nel finale, lo guadagna nella sezione centrale, dove l'uso delle percussioni aumenta notevolmente la drammaticità.

Nonostante questa recensione possa sembrare un po' dura e critica, dobbiamo sottolineare che i King Crimson hanno conservato tutta la magia che contraddistingueva i loro tour precedenti. Fripp rimane uno dei migliori chitarristi in circolazione, e non ha perso minimamente lustro, riuscendo a mantenere il suo stile inconfondibile ampliandolo sempre di più: probabilmente, è una persona assolutamente conscia dei problemi che possono dare l'età, e, invece di tentare l'impossibile, cerca di reinvantarsi in base alle sue capacità attuali, risultando sempre fresco e, soprattutto, un gigante. I suoi comprimari non sono da meno e Tony Levin e Mel Collins, in particolare, danno una performance incredibile. Il difetto maggiore di questo album, in effetti, è che contiene solo 40 minuti di musica: sarebbe stato molto meglio far sentire anche altro materiale da questa formazione e avremmo, sicuramente, potuto dire di più. Per come stanno le cose adesso, non possiamo che augurarci che questa line-up arrivi anche qui in Italia, in modo da poterci godere un loro concerto dal vivo, a primo impatto. E, se questo dovesse malauguratamente non verificarsi, speriamo perlomeno che sia prevista un'altra pubblicazione più esaustiva di questi concerti.

Dietro: Tony Levin, Mel Collins, Robert Fripp, Jakko Jakszyk
Davanti: Gavin Harrison, Bill Rieflin, Pat Mastelotto

martedì 27 gennaio 2015

Mukimukimanmansu - 2012 (Beatball Music Group, 2012)

Questo album è sicuramente la cosa più inusuale e strana di cui abbiamo parlato in questo blog, per cui ci scusiamo anticipatamente se questa recensione dovesse rivelarsi impacciata e goffa. Mukimukimanmansu è un duo sudcoreano, composto da Minwhee Lee (chitarra acustica, voce) e Muki Jeong (percussioni, voce). "2012", prodotto dal DJ Dalpalan, per ora, è l'unico lavoro in studio del gruppo ed è un ascolto, quantomeno, interessante. Tra la strumentazione incredibilmente scarna, argomentata soltanto da qualche fiato e sintetizzatore e la bizzarria delle composizioni, questo disco suona come nient'altro al mondo. 

Nonostante la presenza principale di solo una chitarra acustica e di un janggu (un tipo di percussione Coreana), la musica riesce anche a risultare ostica e aggressiva, pur tenendo uno stile molto variegato. Ad un primo ascolto, questo disco potrebbe pure creare repulsione, a causa soprattutto della tendenza delle due Mukimukimanmansu di gridare all'impazzata durante le composizioni. Un non nativo, inoltre, sicuramente troverà un'ulteriore difficoltà dal fatto che i 12 brani sono cantati in Coreano (per fortuna, Minwhee e Muki hanno associato ad ogni titolo una traduzione in Inglese, quindi per questa recensione abbiamo un problema in meno). Comunque sia, è impossibile non notare anche ad un primo approccio che la musica contenuta è, se non altro, di grande originalità. Successivi ascolti rivelano un disco per niente casuale, ben studiato e ben composto, che alterna momenti di grande delicatezza ("Seokwang-Dong, 2008", "Your Present") ad altri più spiccatamente aggressivi ("Andromeda", "I'm a Taxi Driver in Paris", "Struggle and Diet"). Ma l'album non vola solo tra questi due opposti: "If I Confess, Be Totally Surprised" suona quasi come un rock tradizionale, se non fosse per il ritornello e per la struttura del pezzo, "Botanical Garden" alterna un coro molto sereno e pacato ad un talking e ad un accompagnamento ossessivi e paranoici, mentre la stessa "Mukimukimanmansu" è un pezzo molto orecchiabile, ma reso intenzionalmente ripetitivo, finendo per dare l'impressione opposta. Curiosamente, più ascolti si danno al disco, più i momenti inizialmente inaffrontabili ("Struggle and Diet" e "Andromeda" su tutte) finiscono per risaltare su tutto il resto, risultando memorabili e altamente in grado di dare assuefazione.

Piaccia o non piaccia, questo disco è una lampante dimostrazione che anche oggi è possibile creare nuove strade musicali. Il fatto che le Mukimukimanmansu abbiano usato una strumentazione che apparentemente limita le possibilità è soltanto un altro punto a loro favore. Per chi ama le metafore, si potrebbe fare l'esempio della quantità pressoché infinita di piatti che si possono creare usando solo tre ingredienti e variandone dosaggio, ordine e consistenza. Ovviamente, è utopistico pensare che la musica futura si muova tutta in questa direzione, né questo album è necessariamente una pietra miliare anche se, comunque, in questo caso, si può tranquillamente parlare di "innovazione" senza cadere nella retorica. Però, in un momento come questo in cui la musica sembra essersi arenata e le cose che destano maggiore interesse sembrano rifarsi al passato, è senza dubbio una boccata d'aria fresca e rimane comunque un disco di ottima caratura, in grado di far notare nuovi particolari ad ogni ascolto. È possibile, al giorno d'oggi, creare della musica veramente originale? Minwhee Lee e Muki Jong ci sono riuscite, utilizzando della tecnologia a portata di tutti, e questo dovrebbe essere, senza dubbio, uno sprono e un'ispirazione per chi è in attività adesso, indipendentemente dal tipo di musica che intende fare.


sabato 17 gennaio 2015

Hot Poop - Numero 5 - Pursuit Green

Per la terza volta di fila all'interno di un numero di Hot Poop rimaniamo in Veneto, con i Pursuit Green, la cui formazione è rappresentata da Thomas Visentin (voce, tastiere), Filippo Gasparini (chitarra), Diego Gasparini (basso) e Andrea Fusaro (batteria). "Razor Lights From The City", di cui ci accingiamo a parlare oggi, è il terzo lavoro del gruppo, dopo un EP ("Darling Demo", 2005) e un disco (omonimo, 2008). Considerando il fatto che il gruppo sia, effettivamente, attivo dal 2001, non dovrebbe stupire che questo disco suoni molto deciso, con un'idea stilistica lineare, chiara e ben definita. Inoltre, per chi avesse avuto modo di ascoltare anche le pubblicazioni precedenti, rappresenta anche un passo in una direzione diversa, con la totale assenza delle tastiere e maggiore peso dato al basso e alla chitarra. "Razor Lights From The City" suona comunque coerente con il resto della discografia e il nuovo approccio al progetto molto naturale, segno che i Pursuit Green sono tutt'ora un gruppo fresco e in grado di portare avanti la loro visione musicale in maniera unita e compatta.

I musicisti hanno tutti il loro ruolo ben definito: la chitarra di Filippo Gasparini è presente, originale, palpabile, ma mai d'intralcio, Diego Gasparini e Andrea Fusaro costituiscono una sezione ritmica molto ben calibrata, il primo offrendo delle linee di basso che sono un perfetto equilibrio tra funzione ritmica e melodica basate sui pattern ritmici del secondo, perfettamente funzionali alla musica, senza mai cadere nel cattivo gusto o nel banale. La personalissima voce di Thomas Visentin, infine, è la ciliegina sulla torta: l'interpretazione è calorosa e originale, in grado di passare dal malinconico all'aggressivo e, addirittura in un caso ("Codger's Hard Time") al forsennato, risultando così un frontman perfetto per questo tipo di progetto. Le influenze del gruppo, che vanno dalla New Wave al Garage Rock, sono tutte molto palpabili e il disco, pur essendo ben bilanciato e non stancante, si muove su un terreno ben preciso e delineato.

Chi dovesse sentire i Pursuit Green per la prima volta, si troverebbe davanti ad un disco molto professionale, studiato nei minimi dettagli, ma senza essere artificioso e, soprattutto, un progetto nel quale la melodia e l'arrangiamento vengono al primo posto. Il CD contiene 12 tracce, per un totale di circa 40 minuti di musica: questo significa che ci troviamo di fronte ad un album, e non ad un EP, e quindi il rischio di annoiare dev'essere tenuto rigorosamente a bada. Con una sequenza decisamente azzeccata e brani di buona fattura, si è riusciti ad evitare la cosa, e si arriva a fine disco decisamente soddisfatti, sicuramente con voglia di riascoltare l'album anche in futuro. Tra i brani che colpiscono al primo ascolto, troviamo le energiche "Lost Safari Inside Us", "Hot Black Leather", "Wasteland"; la delicata, ma non saccarina, "In Your Heart" e l'irresistibile "The Long Way To The Sea Rocks". Un ascolto successivo, invece, consente anche di apprezzare quei pezzi meno immediati che, per le loro particolarità, sono in grado di risaltare particolarmente man mano che passa il tempo; in questa categoria troviamo la già menzionata "Codger's Hard Time", "By The Devil", con un'ottima linea di basso, e la bizzarra "Dead Skin Under The Rug", un finale dell'album enigmatico e, allo stesso tempo, convincente.

Questo è un disco che non cerca di nascondere le sue influenze e, allo stesso tempo, non è altezzoso o intellettualoide, pur mantenendo comunque una sua personalità e una sua originalità. Il risultato è che si tratta di un lavoro in grado di soddisfare sia l'ascoltatore più sofisticato, sia quello che non vuole intrecci troppo ingarbugliati. Considerando anche il fatto che questo disco utilizza delle sonorità classiche (chitarra/basso/batteria/voce) unite ad una produzione tipicamente moderna, possiamo tranquillamente affermare che sia un album in grado di sostenere più ascolti, anche a lungo termine. A chi rimanesse favorevolmente impressionato da questo lavoro, consigliamo anche il precedente "Pursuit Green", che mostra la stessa scuola di pensiero sotto un'ottica diversa.



(L'album è ordinabile contattando il gruppo)

domenica 21 dicembre 2014

The Return of the Son of Frank Zappa II


  

Riprendiamo la tradizione, in occasione del giorno del compleanno di Frank Zappa, di recensire gli album postumi del Maestro. A causa della scarsità di materiale uscito nel 2012 e nel 2013, abbiamo deciso di saltare temporaneamente gli aggiornamenti nei due anni precedenti e di aspettare che si accumulassero più pubblicazioni. Come al solito, sono uscite delle chicche gustosissime, affiancate ad altre cose meno interessanti. Oltre a queste pubblicazioni, un altro evento importantissimo è stato, finalmente, la ristampa totale del catalogo di Zappa, avvenuta nel 2012. Molti di questi nuovi CD sono stati trasferiti di nuovo dai master tape dei dischi e, in molti casi, presentano il mixaggio originale dell'album, a volte radicalmente diverso da quello dei CD precedenti ("Hot Rats" e "Sleep Dirt" sono i due esempi più palesi). Per chi volesse approfondire, segnaliamo questo ottimo link: una piccola guida che spiega dettagliatamente quali nuovi CD possono essere utili anche a chi possiede le edizioni precedenti.

Prima di proseguire, invitiamo i lettori, nel caso non l'abbiano già fatto, alla lettura dei due precedenti articoli che trattano delle uscite postume di Zappa a partire da "The Lost Episodes":


Understanding America (Zappa Records/UMe ZR3892)
Data di pubblicazione: 30 Ottobre 2012

Una compilation preparata dallo stesso Zappa, intorno al 1991. Tra i due CD, non c'è nessun inedito vero e proprio, solo una versione deluxe di "Porn Wars", il famoso collage per synclavier dedicato alle tematiche del PMRC e della censura musicale, uscito nel 1986. La nuova versione aggiunge ben 14 minuti in più ai 12 già esistenti (!), ma il nuovo materiale consiste in stralci di canzoni di Zappa, inserite a mo di commento, e qualche altra frase degenerata da parte dei membri del congresso, per un totale di ben 25:51". Sicuramente, avrete capito che non è qualcosa che ascolterete spesso. Il resto della compilation, inoltre, proviene dai vecchi master usati per i CD precedenti, e soffre di molti disturbi audio (Zappa, verso la fine della sua vita, aveva qualche problema d'udito). Come se non bastasse, molto spesso i brani sono mozzati e seguono tra di loro in maniera molto rudimentale. Purtroppo, per questi motivi, non funziona bene nemmeno come introduzione alla musica del Maestro, ed è consigliabile solo ai fan più estremi che non vogliono perdersi "Porn Wars Deluxe". 

Voto: 4


Road Tapes, Venue #1 (Vaulternative Records VR 20122)
Data di pubblicazione: 7 Novembre 2012

Zappa, nelle note di copertina della serie "You Can't Do That On Stage Anymore", aveva fatto notare spesso come le migliori performance fossero proprio quelle che venivano registrate sui cosiddetti "guerrilla tapes", ovvero le registrazioni non catturate su multi-traccia. Con questo primo volume di "Road Tapes", lo ZFT lancia una serie che finalmente dà spazio a quelle performance, strumentisticamente ineccepibili, ma registrate in maniere professionale. In un certo senso, potremmo paragonare i Road Tapes ai volumi dei "King Crimson Collectors Club": così come nei KCCC, anche nei Road Tapes, infatti, i nastri vengono pubblicati integrali, persino le canzoni che, sulla registrazione originale, risultano incomplete. Non si può, comunque, parlare di bootleg ufficiali perché si tratterà sempre, comunque, di nastri registrati dell'equipe di Zappa. Questo primo volume contiene il concerto alla Kerrisdale Arena di Vancouver del 25 Agosto 1968, nel tardo periodo Mothers of Invention. La formazione include Frank Zappa, unico chitarrista e cantante, Don Preston alle tastiere, Ian Underwood ai fiati e alle tastiere, Bunk Gardner ai fiati, Jim "Motorhead" Sherwood al sax baritono, al tamburello e all'armonica, Roy Estrada al basso e Jimmy Carl Black e Arthur Tripp alla batteria. La qualità audio è sorprendentemente molto nitida e di buona definizione, sebbene l'archivista dello ZFT Joe Travers abbia affermato nelle interviste che, per renderla pubblicabile, è stato necessario un minuzioso lavoro di ripulitura, e la performance è ottima. Oltre ad alcuni classici del gruppo ("Help I'm A Rock", "Hungry Freaks Daddy", "Trouble Every Day" e "King Kong", eseguita come bis da un sorpreso, ma compiaciuto Zappa, in seguito alle urla entusiaste del pubblico), spiccano bellissime versioni del medley "Orange County Lumber Truck" e di "Holiday In Berlin", qui intitolata "Shortly". Vengono inoltre inclusi anche due cavalli di battaglia del repertorio dei Mothers che erano precedentemente disponibili soltanto in registrazioni non ufficiali: "Oh, In The Sky", un bizzarro brano doo-wop cantato in maniera deliziosamente demenziale da Roy Estrada e "Octandre", un riarrangiamento dei Mothers di un'opera di Edgar Varese. Una pubblicazione eccellente che, a dispetto della descrizione della serie, può essere apprezzata da tutti. Anzi, questo doppio CD è più rappresentativo dell'attività dal vivo dei Mothers rispetto a "Ahead of Their Time", l'album pubblicato nel 1992 tratto dai due concerti alla Royal Festival Hall il 25 Ottobre 1968. Da avere!

Voto: 9


Finer Moments (Zappa Records/UMe ZR3894)
Data di pubblicazione: 12 Dicembre 2012

Si tratta di un disco di archivio preparato nel 1972 da Zappa, completo e pronto per essere pubblicato ma, per qualche motivo, lasciato su uno scaffale a prendere polvere. Il disco si alterna tra materiale del 1969 e del 1971 ed era stato concepito come doppio vinile. La prima facciata, alterna frammenti del leggendario concerto alla Royal Albert Hall del 6 Giugno 1969, tra cui l'ispirato assolo Zappiano "Sleazette" e la musique-concrete di "The Walking Zombie Music", ad altro materiale del 1971, nello specifico i coinvolgenti assolo di "The Old Curiosity Shoppe". La seconda facciata, contiene un piccolo divertissment in studio e un lungo brano ("Uncle Rhebus"), tratto da un esecuzione di "King Kong" a Boston, l'8 Agosto 1969, contenente 17 minuti di intensa e furiosa improvvisazione musicale. La terza facciata dell'album, è anche la più ostica. Si tratta, essenzialmente, di una lunga serie di 21 minuti di sperimentalismo, con frammenti registrati dal vivo ("There Is No Heaven From Where Slogans Go To Die"), uniti ad altri in studio ("Enigmas 1 Thru 5", "Pumped and Waxed"), conclusi dal demenziale "Squeeze It, Squeeze It, Squeeze It" che, senza rivelare cosa sia, dovrebbe, ormai, essere ben familiare ai fan di Zappa. La quarta, e ultima, facciata, infine, è interamente occupata da "The Subcutaneous Peril", 19 minuti di improvvisazioni tratte da versioni dal vivo di "King Kong" e di "Pound for a Brown", tratte dai concerti alla Carnegie Hall dell'11 Ottobre 1971. Parti di questo materiale sono uscite ufficialmente sparse su "The Lost Episodes", "Mystery Disk", "Carnegie Hall" e su vari volumi di "You Can't Do That On Stage Anymore". Tuttavia, come prodotto in sé è interessante, i vari assolo pubblicati sono tutti di alta caratura ed è un lavoro che lo scolaro Zappiano dovrebbe procurarsi, anche se, chi è alle prime armi, forse, dovrebbe aspettare un po'. Comunque, un'uscita affascinante.

Voto: 7


AAAFNRAA 21 December 2012 - Baby Snakes, The Compleat Soundtrack 2h 44m 20s (Zappa Records/Itunes)
Data di pubblicazione: 21 Dicembre 2012

Una delle più grandi delusioni in assoluto: una semplice estrazione in audio del DVD di "Baby Snakes". Nessuna differenza: stesso mixaggio, stessi titoli e stessa suddivisione in capitoli. D'accordo, il materiale presentato è musicalmente eccellente, ma perché mai qualcuno dovrebbe privarsi dello (splendido) DVD e acquistare solo l'audio su Itunes? La cosa, non è conveniente nemmeno a livello di prezzo. Questi Birthday Bundle (pacchetti I-tunes pubblicati il giorno del compleanno di Zappa) si rivelano, ancora una volta, le peggiori pubblicazioni postume. Se non altro, il Birthday Bundle del 2013 (non recensito in questo articolo in quanto tratta esclusivamente delle pubblicazioni audio) è stato un favoloso video di 10 minuti del tardo 1973 che mostra il gruppo in studio (la formazione di "Roxy & Elsewhere" più le Ikettes in studio) intento a registrare una versione di "Cheepnis" ma, veramente, si tratta dell'unico caso degno di nota. Il voto finale è una media tra quello musicale (8) e quello della pubblicazione in quanto tale (1). 

Voto: 4,5


Road Tapes, Venue #2 (Vaulternative Records VR 2013-1)
Data di pubblicazione: 31 Ottobre 2013

Anche il secondo volume dei Road Tapes si rivela essere di estremo interesse per ogni fan di Zappa. Questa volta, ci troviamo davanti ad una selezione tratta dai concerti del 23 e 24 Agosto 1973 a Helsinki, tre in tutto (due nel giorno 23). Nonostante le premesse della serie, la qualità audio è ottima: in stereo e, solo con una leggerissima distorsione nel canale vocale. Ancora più importante, questa particolare formazione della band di Zappa non aveva ancora avuto il suo spazio nelle pubblicazioni ufficiali d'archivio: oltre a Zappa, c'erano il celeberrimo violinista Jean-Luc Ponty, i coniugi Ruth e Ian Underwood, alle percussioni e ai sintetizzatori rispettivamente, George Duke alle tastiere e alla voce, Tom Fowler al basso, suo fratello Bruce al trombone e Ralph Humphrey alla batteria. Splendido il medley che apre il primo CD ("The Eric Dolphy memorial Barbecue", "Kung Fu", "Penguin in Bondage", "Dog Meat" e "RDNZL") e monumentali le versioni di "Dupree's Paradise", preceduta da una lunga introduzione inserita in una traccia a parte, "Don't You Ever Wash That Thing?", "Big Swifty" e "Farther O'Blivion". Da segnalare anche il "Finnish Hit Single" "Dun Dun Dun", un'improvvisazione basata su quella che Zappa descrive come "la parte di violoncello che c'è nella colonna sonora dei film dell'orrore quando arrivano i mostri". Se i volumi futuri di questa serie sono come quelli che sono usciti, è il caso di tenerli d'occhio: potrebbero essere, assieme ai Project/Object (ovvero, i making of degli album), le cose più interessanti in assoluto.

Voto: 8,5


A Token of His Extreme Soundtrack (Zappa Records ZR20015)
Data di pubblicazione: 25 Novembre 2013

"A Token of His Extreme" era il titolo un programma-concerto TV del 1974,  registrato dal vivo agli KCET Studios di Los Angeles il 27 Agosto 1974, ma mai andato in onda ufficialmente. Alcune parti di questo programma erano finite nel video "The Dub Room Special" ma, nel 2013, lo ZFT ha finalmente pubblicato l'intero programma in DVD, ricevendo un plauso unanime da parte dei fan. Forse però era meno necessario pubblicare anche la colonna sonora. Sia chiaro: le selezioni sono eccellenti e l'ascolto del disco non può che dare immenso piacere (specialmente "Pygmy Twylyte", "Room Service", "Oh No" e "Son of Orange County"), ma, molto di questo materiale è in comune con quanto uscito sul CD colonna sonora "The Dub Room Special" e non c'è nessuna differenza nella scaletta rispetto al DVD, anche se il mixaggio è diverso dalle altre pubblicazioni. Tutto sommato, il fan non troppo esigente si può accontentare del DVD. Il voto complessivo è una media tra il contenuto musicale (8,5) e la pubblicazione in sé (4).

Voto: 6


Joe's Camouflage (Vaulternative Records VR 20132)
Data di pubblicazione: 30 Gennaio 2014

Solitamente, la Joe's Corsaga contiene cose destinate solo ai fan più accaniti, ma questo nuovo volume è interessante per chiunque. Si tratta di una collezione tratta da varie prove in studio di una formazione di Zappa mai andata in tour e risalente a metà 1975, precisamente tra Agosto e Luglio: oltre a Zappa, Denny Walley alla chitarra, Napoleon Murphy Brock al sax e alla voce, Robert Camarena alla chitarra e alla voce, Roy Estrada al basso, Novi Novoog alla viola, André Lewis alle tastiere e Terry Bozzio alla batteria. Un CD della stessa serie, "Joe's Domage", conteneva anch'esso una prova in studio, ma in qualità audio bassa ed estremamente frammentaria, piena di pause. Chi è memore di quell'esperienza e non l'ha apprezzata può stare tranquillo: a parte un paio di selezioni proveniente da una cassetta in mono registrata da Denny Walley, la maggior parte dei brani sono stati registrati professionalmente su multi-traccia e non c'è praticamente nessuna interruzione al loro interno. Sicuramente, il succo di questo CD sono i due inediti, sconosciuti prima d'ora anche ai fan più accaniti: la strumentale "Phyniox", trionfale veicolo per assolo di Zappa, presentata in due take diversi e "Reeny Ra", un delizioso pezzo nonsense che ricorda un po' i primi Mothers of Invention. Da notare anche che, nella traccia denominata "Choose Your Foot", compare un frammento di "Swallow My Pride", brano eseguito nel tour successivo e tutt'ora non pubblicato ufficialmente. Il resto dell'album non è meno interessante: alcuni pezzi sono in arrangiamenti inediti ("T'Mershi Duween"),  altri in versioni embrionali, a volte notevolmente differenti da quelle pubblicate in seguito ("Honey Don't You Want a Man Like Me", "The Illinois Enema Bandit", "Sleep Dirt" e "Any Downers?"), il tutto intervallato da qualche frammento di audio veritée, in modo da dare un senso di "documentario" al tutto. La ciliegina sulla torta è la bellissima versione di "Black Napkins", con l'assolo di viola di Novi Novoog. Incredibile come,  a 21 anni dalla sua morte, ci siano ancora così tante cose di Zappa che dobbiamo ancora sentire!

Voto: 8



Roxy by Proxy (Zappa Records ZR20017)
Data di pubblicazione: 13 Marzo 2014

Praticamente ogni fan di Zappa sa bene l'epopea che c'è dietro ai famigerati filmati dei concerti registrati al Roxy Theatre di Los Angeles tra l'8 e il 12 Dicembre 1973. I concerti vennero filmati per poter essere pubblicati in video, ma il progetto non è mai stato completato, a causa di costi troppo elevati, anche se due minuti di "Dummy Up" sono finiti nella VHS "The True Story of 200 Motels". Dopo la morte del compositore, il film è stato più volte annunciato e sono state rese disponibili varie anteprime: un trailer di tre minuti, 30 gustosissimi minuti proiettati prima dei concerti della coverband ufficiale di Dweeil, Zappa Plays Zappa (adesso disponibili sul sito ufficiale a questo indirizzo), la pubblicazione del già citato video delle registrazioni di "Cheepnis" in studio e, infine, questo CD, un prequel al video e che contiene tracce mixate e preparate da Zappa nel 1987, forse per "You Can't Do That On Stage Anymore", ma in seguito non utilizzate. Ma, come se non bastasse, anche questo CD ha una piccola epopea:  inizialmente, questo album era stato annunciato a fine 2012 come un progetto di gigantesco crowd founding; i fan interessati avrebbero comprato i master e sarebbero stati i distributori, ma la cosa si rivelò un grandissimo flop e non se ne fece nulla. Il disco venne annunciato, quindi, come pubblicazione regolare, in uscita prevista il 21 Settembre 2013, ma difetti tecnici nella stampe dei dischi hanno spostato la pubblicazione al 13 Marzo dell'anno successivo. Una cosa divertente da notare è che la data di uscita è stata posticipata di settimana in settimana, tenendo i fan sul filo del rasoio! In ogni caso, una volta che ci siamo trovati il CD tra le mani, siamo stati tutti molto veloci a dimenticare i disagi passati. La formazione è fantastica: FZ, Napoleon Murphy Brock al sax, al flauto e alla voce, Ruth Underwood alle percussioni (le cui note nel libretto del CD risultano interessantissime), i fratelli Bruce e Tom Fowler al trombone e al basso, George Duke alle tastiere e alla voce e Paul Humphrey e Chester Thompson alla batteria. Ogni brano presente su CD è in versione monumentale, ma segnaliamo "Inca Roads" in arrangiamento inedito, con una divertente introduzione cocktail jazz, una versione, una versione di "Cheepnis" suonata solo con la batteria e le percussioni, prima di eseguire di nuovo il brano, stavolta normalmente, "Dupree's Paradise", con una serie di assolo mozzafiato, tra cui quello di Tom Fowler, che riprende un inciso di "Montana" e il conclusivo medley finale "King Kong/Chunga's Revenge/Mr. Green Genes". Sebbene l'attesa per questo materiale sia stata lunga, la pazienza è stata ricompensata e, questo CD, schizza subito in alto tra le pubblicazioni postume più belle. Stando a quanto dice Gail Zappa, niente di ciò che è pubblicato in questo disco è in comune con il film e, in effetti, questa versione di "Dupree's Paradise" non è la stessa che c'è nei 30 minuti resi disponibili fin'ora. Oltre ad avere il DVD, la vera colonna sonora, a quanto pare, sarà resa disponibile a parte in futuro. Staremo a vedere ma, nel frattempo, godiamoci questo bellissimo CD.

Voto: 9


Happy Mothers Day (Zappa Records download)
Data di pubblicazione: 10 Maggio 2014

Piccolo bonus in digitale rilasciato il giorno della mamma, acquistabile dal sito ufficiale. Due le selezioni: una versione di "Zoot Allures" preparata da Zappa stesso, tratta da varie esecuzioni dal vivo del 1982 (l'assolo è stato registrato a Londra il 18 Giugno dello stesso anno), ma con una nuova pista di batteria in studio di Chad Wackerman, e "Cosmik Debris" proviene dagli stessi concerti ad Helsinki del 1973 che hanno dato vita al secondo volume della serie "Road Tapes". Entrambi i brani sono di ottima qualità e contengono due assolo di Zappa particolarmente energici e aggressivi, il secondo con un buon uso di wah-wah. Contrariamente ai vari Birthday Bundle, questo EP è senza dubbio più apprezzabile, meno costoso e, nonostante questi due pezzi non siano assolutamente delle rarità nelle pubblicazioni Zappiane, non ridondante.

Voto: 7

The Frank Zappa AAAFNRAA Birthday Bundle 2014 (Zappa Records download)
Data di pubblicazione: 21 Dicembre 2014

Ovviamente, non poteva mancare il consueto Birthday Bundle. Nonostante la nostra esplicitamente dichiarata antipatia per questo genere di uscite, questa volta non possiamo proprio lamentarci. L'anno scorso, come già citato, la famiglia Zappa ci aveva presentato un bellissimo video con un making of di un take in studio di "Cheepnis". Quest'anno si continua sulla stessa scia. Solo un brano non è eseguito da Zappa. Per il resto, ci sono due file audio e uno video. Partiamo dai due audio: "Down in De Dew" è un outtake in studio del 1973, pubblicato per la prima volta su "Läther". Questa particolare versione è un mixaggio originale di Zappa del 1974 ed era già stata pubblicata quest'anno come retro del 45 giri "Don't Eat The Yellow Snow" uscito durante il Record Store Day del 2014. "Freak Choufflè" è un prezioso documento storico: una jam blues dal vivo registrata nel 1966, con una formazione inedita: FZ, Del Casher alla chitarra ritmica, durato nella line-up solo pochi mesi, Roy Estrada al basso, Don Preston alle tastiere e Jimmy Carl Black e Billy Mundi alla batteria. Per una volta, rompiamo una regola, e consideriamo anche il filmato: "RDNZL" registrata dal vivo a Palermo, il 14 Luglio 1982, durante il famoso concerto in cui scoppiò una terribile rivolta. Il brano è stato filmato prima dello scoppio dei disordini, ma non per questo è meno interessante. La versione è eccellente, il video, filmato dal tecnico Thomas Nordegg, è di qualità molto alta pur essendo single-shot, e l'inizio del pezzo è arrangiato diversamente rispetto a tutte le versioni pubblicate ufficialmente fino ad ora. Il gruppo cita pure la marcia trionfale dell'"Aida" di Giuseppe Verdi per omaggiare il bel paese. A giudicare da cosa ha scritto Gail Zappa nella mailing list del sito ufficiale, questo video è solo una piccola anteprima di qualcosa che vedremo in futuro, speriamo presto. Finalmente ce l'abbiamo fatta: dopo otto anni, abbiamo dato un (meritatissimo) voto alto ad un Birthday Bundle!

Voto: 8

Come al solito, il materiale uscito è molteplice e interessante, anche se, purtroppo anche questo come al solito, di varia qualità. Gestire l'eredità musicale di un artista come Frank Zappa non è certamente un compito semplice e, sicuramente, va dato un plauso allo ZFT per il nobile tentativo che sta facendo: sebbene continuino a persistere con alcuni errori, la qualità delle pubblicazioni si è sempre dimostrata generalmente solida e, addirittura, in crescita, grazie ad iniziative sempre nuove e interessanti (l'ultima, appunto, i Road Tapes). Nonostante Zappa sia morto da ormai 21 anni, non sono ancora arrivati a raschiare il fondo del barile e, in certi casi, ci hanno offerto alcune delle incisioni più belle del Maestro, sia dal vivo che in studio. Per quanto riguarda ciò che potrebbe uscire in futuro, stando ad una recente intervista a Gail Zappa, la prossima uscita, cronologicamente la #100, dovrebbe essere finalmente "Dance Me This", un disco inedito per synclavier di Zappa preparato nel 1992 che dovrebbe essere quanto di più vicino alla world music il compositore abbia mai fatto. Tuttavia, nel momento in cui scriviamo, non ne è ancora stata annunciata una data ufficiale di pubblicazione. Un'altra cosa che sembra che uscirà sicuramente è il Project/Object  di "Apostrophe (')", esplicitamente annunciato sul retro del 45 giri di "Don't Eat The Yellow Snow" uscito durante il Record Store Day di quest'anno. Tanto per salivare un po' di più, ecco una breve lista incompleta di cose annunciate in varie interviste, in varie epoche: i Project/Object di "Hot Rats" e "Uncle Meat", un secondo volume di "The Lost Episodes", un secondo CD dedicato al Petit Wazoo tour (il primo è stato "Imaginary Diseases" del 2006), un concerto del Bongo Fury tour con Captain Beefheart, un progetto companion di "The Lumpy Money Project/Object", il concerto al Ritz di New York del 17 Novembre 1981, considerato dai fan come uno dei migliori in assoluto e "The Mothers Live at the Whiskey", un album dal vivo preparato da Zappa nel 1968, rimasto inedito. Dovremmo aspettarci queste cose? Sicuramente sì, ma non in questa priorità e, probabilmente, non tutte nella maniera in cui le hanno annunciate. Ma d'altra parte, una delle cose più belle delle uscite postume di Zappa è che, così come quando era in vita, è assolutamente impossibile predire cosa uscirà e in che modo. Per questo motivo, auspichiamo che l'eccitazione che c'è ogni volta che una nuova release viene annunciata sia destinata a permanere per ancora un bel po' di tempo!



Potete comprare gli album al BARFKO-SWILL SHOP!

NOTA - Questo articolo è il terzo della serie dedicata alle uscite postume di Frank Zappa:


  1. Frank Zappa II
  2. Frank Zappa II 2.0
  3. The Return of the Son of Frank Zappa II
  4. Frank Zappa's continuing voyage into the twilight realm of his own secret thoughts

giovedì 4 dicembre 2014

Hot Poop - Numero 4 - We Are Not Afraid

Una sera d’estate, un paio di amici e qualche birra. Così ho conosciuto i We Are Not Afraid (o Wana, per chi non ha tempo da perdere). Suonavano all'esterno di una birreria e, dato che più di qualche mio conoscente già spendeva belle parole su di loro, colsi l'occasione per fermarmi ad ascoltarli.
Ad essere sincero non ne uscii pienamente appagato. Ok, l’ambiente non era il massimo, i synth e la batteria poggiavano sulla strada di fronte al locale in maniera piuttosto rustica, limitando fortemente lo spettacolo, ma quello che non mi convinceva davvero era la cosa più importante: il loro suono, all'epoca influenzato pesantemente dalla brostep. Da amante della musica elettronica, non mi sono mai posto limiti sui vari sottogeneri che questa musica giorno dopo giorno partorisce, e di fatto sono passato anche per quella dubstep di cui Skrillex è la figura di riferimento. Quando però finii a quel loro live, nell'estate del 2013, la brostep era già bella che morta. Beat, melodia orecchiabile e drop non facevano più per me e quella sera fu tutt'altro che memorabile, complici anche i litri di birra. 

E’ passato più di un anno da quell'incontro e di strada i Wana ne hanno fatta tanta. Il progetto nasce in realtà nel 2011 dalla mente di Elia Bazzan (tutt'ora membro) ed Enrico Zanirato. Il percorso intrapreso dai due aveva un taglio tra il post rock e l’elettronica. Poi, a fine 2012, è subentrato nella band Emanuele Brizzante, attuale batterista, e i suoni hanno cominciato a spingersi sempre più verso l’elettronica e sempre meno verso il post rock. L’avventura dei tre durerà però pochissimo poiché Zanirato abbandonerà il gruppo dopo pochi mesi, lasciando proseguire Elia ed Emanuele il percorso iniziato.
Si diceva, di cambiamenti i due ne hanno fatti in questi due anni di collaborazione, andando a toccare vari generi, sempre sperimentando e alla ricerca dell’innovazione, passando dalla dubstep, dal synthpop, dal glitch.

La vera novità proposta dai due è però "Holes", il loro nuovo album. In questo prodotto quello che salta subito all'orecchio è che sono i bassi a farla da padrone; bassi non più d’ispirazione dubstep, ma che si confondono all'interno di pezzi techno, trap, rave e noise, riuscendo inevitabilmente a mettere d'accordo diversi tipi di pubblico. L’idea, filo conduttore di tutto il disco, è quella di far sentire l’ascoltatore come se si trovasse ad un party di Grooverider sotto MDMA nei primi anni '90. Per otto tracce, infatti, si viene catapultati con la mente all'interno di un oscuro club, assaliti da una gran voglia di spaccare la testa contro un muro. Si percepisce, fin da subito, che l'intero album è studiato proprio per essere suonato live, reale punto di forza dei We Are Not Afraid che, in poco tempo, grazie alle loro performance dal vivo, sono riusciti a farsi un nome soprattutto nell'Est Europa, dove il suono proposto dal gruppo è di casa. Le influenze sono palpabili, proprio come i synth che aprono la strada ai bassi massicci che si impongono prepotenti per tutta la durata dell’album. Ci si avvicina ai prodotti della Hyperdub Records con "Buttons", a quelli mathrock dei 65daysofstatic con "Leitmotiv", passando per la trap proposta in "Sharks", e ondeggiando sulle note di "Chrome" grazie all’angelica voce di Olivia Denis (talentuosa cantante francese), il tutto capeggiato da dell’ottima techno d’ispirazione "Gesaffelsteiniana". I suoni cupi e violenti finiscono però con un’ultima, morbidissima, traccia suonata a pianoforte: "Faded". Con questo pezzo si raggiunge l'epilogo, e si raggiunge con l’ambiguità di una carezza dopo uno stupro. Dopo più di 25 minuti di bassi giganti e sintetizzatori taglienti, i Wana salutano l'ascoltatore con un gesto di affetto, quasi a scusarsi per i litri di sudore che ha dovuto lasciare sulla maglietta o ai denti che ha perso nella violenza di un pogo al centro della pista.  

"Holes" è un disco consapevole. Consapevole del livello che la musica elettronica ha in Italia, confrontata con paesi come Francia, Inghilterra, Germania o Est Europa, dove le sonorità espresse dai We Are Not Afraid sono il pane quotidiano per qualsiasi clubber. E' un disco coraggioso, un disco frutto di anni di esperienza e studi, nonostante la giovane età dei protagonisti, che hanno mischiato il loro passato, chi più orientato verso il punk, chi più verso la musica classica, in quella che è la magia dell'elettronica, capace di unire restando sempre al passo con i tempi.

E forse uno di quei tanti "holes" in cui spesso sprofonda la musica nostrana, con questo disco, è stato riempito.




Album acquistabile su:


domenica 23 novembre 2014

Bryan Ferry - Avonmore (BMG Rights Management, 2014)

Ci sono alcuni gruppi o artisti che sono dei veri e propri fiumi in piena: appena hanno qualcosa di pronto lo pubblicano immediatamente, finché il ferro è caldo. Altri, invece, curano con particolare meticolosità tutti i loro lavori, rallentando il ritmo di pubblicazione, ma tenendo sempre il loro standard di lavoro non meno di un certo livello. Bryan Ferry, conosciuto sia per la sua carriera solista, sia per essere stato il frontman dei leggendari Roxy Music, fa parte della seconda categoria. Quando Ferry inizia una serie di session in studio, generalmente non lo fa per usarne tutto il materiale per un progetto specifico, così come, nel caso in cui lo facesse, non è detto che le cose non possano subire bruschi cambiamenti. Se da una parte, questo potrebbe rendere gli album meno spontanei, dall'altra tendono a risultare molto più ben costruiti e studiati. Il suo quindicesimo album, "Avonmore", edito questo 17 Novembre, non è un'eccezione: sebbene non ci sia stata nessuna parola ufficiale al riguardo, a giudicare dalla lista di musicisti, almeno parte del materiale è stato quantomeno iniziato durante le session del disco di inediti precedente, "Olympia", uscito nel 2010. E, a proposito del cast di questo album, ancora una volta abbiamo la crema della crema: oltre ad alcuni dei più grandi session-man in circolazione (tra i tanti: Marcus Miller, Chris Spedding, Guy Pratt, Andy Newmark, Fonzi Thornton), ci sono altri ospiti illustri (Johnny Marr degli Smiths, Mark Knopfler, Flea, Hanne Hukkelberg), recenti acquisti che vengono confermati (i giovani Oliver Thompson e Tara Ferry, figlio di Bryan) e nuovi gregari che finalmente hanno l'occasione di apparire in studio (la batterista Cherisse Osei, in tour con Bryan dal 2012). Insomma, gli unici che mancano all'appello sono i suoi compagni di avventura dei Roxy Music, che, invece, comparivano abbondantemente su "Olympia".

Arrivato a questo punto della carriera, Ferry non sta più cercando un nuovo sound, quindi, chi si aspetta un radicale cambiamento rispetto ad "Olympia", è destinato a rimanere deluso. Comunque sia, questo non significa che l'artista Inglese non sia in grado di offrire qualcosa di nuovo anche all'interno del suo genere o che non possa alzarne ulteriormente il grado di qualità. Mentre il precedente risultava, forse, un po' troppo come una collezione di buone canzoni montate senza una cornice ben precisa, "Avonmore" sembra avere una direzione più chiara e ragionata, con ogni brano che suona bene sia singolarmente, sia nel suo contesto. L'unico momento in cui il disco sembra perdere un po' di peso, come sequenza, è proprio alla fine, durante gli ultimi due brani, guarda caso, due cover: "Send in the Clowns" , composta da Stephen Sondheim per il musical "A Little Night Music" e resa celebre da Frank Sinatra e Judy Collins, e "Johnny and Mary" di Robert Palmer. Non è che la qualità di questi due arrangiamenti sia scarsa o altro, ma "Send in the Clowns" avrebbe beneficiato di un'altra posizione nell'album, e "Johnny and Mary" più che il brano finale suona un po' come una bonus track e, in effetti, è la stessa versione, solo leggermente modificata, che era apparsa sul disco "It's Album Time" del DJ Norvegese Todd Terje che si era avvalso della collaborazione di Ferry. Piazzata come finale, risulta come un leggero anticlimax slegato dal resto del disco, cosa sottolineata anche dalla produzione, completamente diversa. I brani originali sono molto meglio: il singolo "Loop De Li" e "One Night Stand" ci riportano direttamente ai tempi d'oro di "Bête Noire", qualitativamente e stilisticamente, con dei refrain che avrebbero potuto uscire solo dalla mente di Ferry. "Driving Me Wild" e "Midnight Train" sono due pezzi più in linea con il Bryan che abbiamo visto su "Olympia": moderni nell'arrangiamento, tipicamente un prodotto dei giorni nostri, eppure non abbastanza calati da correre il rischio di risultare datati tra qualche anno, mentre "A Special Kind of Guy" e "Lost" ci mostrano il crooner a cui molti fan erano abituati, ancora in perfetta forma. Menzione a parte meritano "Soldier of Fortune", composta insieme a Johnny Marr, un brano squisito, dove la melodia vocale si sposa ad un arrangiamento molto azzeccato, e la title-track, scritta a quattro mani col chitarrista Oliver Thompson, uno dei migliori brani usciti in un disco di Bryan Ferry degli ultimi tempi: energica, coinvolgente e allo stesso tempo non stucchevole o scontata.

Gridare al miracolo, ovviamente, sarebbe fuori luogo: "Avonmore" non è il migliore album di Bryan Ferry, e, se dovessero uscirne altri in futuro (impossibile non notare l'assonanza nel titolo tra questo album e "Avalon", l'ultimo dei Roxy Music), non possiamo sperare che, uno di questi, sarà il capolavoro dell'artista Inglese. Tuttavia, lo standard qualitativo è sempre molto alto, e, chi scrive, lo preferisce sicuramente a "Olympia", e non di poco. Bisogna anche aggiungere che Ferry, nonostante ormai abbia ben definito il suo terreno stilistico, è uno dei pochi artisti in grado di mettersi in discussione e di re-inventarsi: la sua voce non è più quella un po' belante dei primi Roxy Music, né il suadente crooner di "Boys and Girls". Eppure, questo nuovo materiale è stato studiato a pennello per la sua timbrica attuale, e il suo cantato suona adatto e fresco come nei dischi già citati. Quindi, sebbene "Avonmore" giochi su piste già battute, lo fa in maniera coerente e non scontata, e si tratta di un prodotto decisamente notevole, difficilmente in grado di scontentare anche i fan di vecchia data. Se dovesse, effettivamente trattarsi dell'album conclusivo della carriera di Ferry (e speriamo di no, visto che sembra avere ancora qualcosa da dire), sarebbe una maniera molto elegante e meritevole di chiudere il sipario. Comunque, a dirla tutta, Bryan Ferry non è un artista poi così prevedibile nemmeno al giorno d'oggi: basti pensare che il disco precedente, intitolato "The Jazz Age", consisteva in una rivisitazione di classici suoi e dei Roxy Music in versioni jazz anni '20, per cui, il pensiero che in futuro possa colpirci con qualcosa di completamente inaspettato non è da cancellare del tutto.





sabato 8 novembre 2014

Pink Floyd - The Endless River (Parlophone / Columbia, 2014)

È incredibile quanto sia difficile cominciare una recensione per un nuovo album dei Pink Floyd; tanto più che, fino a poco tempo fa, complice anche la morte del tastierista Richard Wright nel 2008, l'ipotesi di avere un nuovo lavoro in studio del leggendario gruppo Inglese era completamente impensabile. Prima di parlare del disco in sé, forse è meglio fare qualche considerazione. È innegabile che la richiesta per un nuovo album dei Pink Floyd fosse stata altissima e continuamente crescente dal momento in cui finì il tour del 1995, da cui venne tratto il live album "Pulse", eppure, nonostante tutto, l'annuncio dell'uscita di questo album ha causato tanti plausi quante polemiche. Ovviamente, in primis, quelli che amano definirsi i fan di nicchia si sono subito affrettati ad affermare che, senza Roger Waters, i Pink Floyd non possono esistere. Partendo dal presupposto che giudicare male un disco prima di averlo effettivamente ascoltato non ha senso, è importante ricordarsi che, per quanto la cosa possa essere fastidiosa a dirsi, nessun fan potrà mai stabilire chi siano e chi non siano i Pink Floyd; Waters stesso, dopo essere stato assillato da fan che gli chiedevano se sarebbe stato nel nuovo album ha dovuto specificare, tramite una nota ufficiale su Facebook che "Nick (Mason) e David (Gilmour) costituiscono il gruppo dei Pink Floyd; io non ne faccio più parte. Ho lasciato il gruppo nel 1985, 29 anni fa. Non c'ero nemmeno negli altri due album in studio "A Momentary Lapse of Reason" e "The Division Bell" e non ci sono su "The Endless River" ".  Secondo altri, invece, questo disco sarebbe una speculazione fatta sull'anima di Richard Wright pubblicando un album costituito da scarti e, anche qua, la cosa non è del tutto esatta. "The Endless River" è stato iniziato in contemporanea a "The Division Bell", tanto più che, inizialmente, doveva essere parte dell'album stesso ed è stato gradualmente completato nel corso degli anni, tra un progetto e l'altro, per essere stato finito solo ora. Peraltro, notando la natura del disco, è anche facile capire perché Waters sarebbe stato fuori posto: è pur vero che le acque (se mi perdonate l'orribile gioco di parole) tra lui e i rimanenti membri dei Pink Floyd si sono calmate ma, vista l'impossibilità di aggiungere nuovo materiale al disco, il bassista e compositore sarebbe stato relegato ad un ruolo di secondo livello, così in basso che, appunto, sarebbe stato meglio non avesse partecipato in toto. Un'altra polemica, come al solito, viene data dai detrattori delle cosiddette "reunion"; a parte il fatto che questa non è una reunion al 100%, visto che si tratta, per l'appunto, di un completamento di un progetto dell'epoca, anche se fosse, è abbastanza sciocco pensare che la musica sia per forza scarsa o resa male in questi contesti: basti solo pensare alle spettacolari reunion dei Cream, dei Police, degli UK, dei Van Der Graaf Generator e degli Area, tanto per fare un bel po' di esempi concreti (anche se, per amor di cronaca, è bene specificare che, a parte gli ultimi due casi, non è scaturito nuovo materiale da queste nuove fasi dei gruppi).

Comunque, dopo tutta questa filippica, forse è meglio cominciare a parlare anche della musica contenuta su questo "The Endless River". Il disco è quasi integralmente strumentale, salvo qualche campione parlato e la conclusiva "Louder Than Words", ed è diviso in quattro parti, come se si trattasse di un doppio vinile, evidentemente, dentro le quali, i pezzi sfociano l'uno nell'altro senza soluzione di continuità, come se si trattasse di quattro suite. In realtà, l'album suona meno pesante di come potrebbe apparire dalla descrizione, anche se la descrizione dell'album come "ambient" data da Gilmour e Mason è senza dubbio esagerata, sebbene il disco sia innegabilmente molto suggestivo e atmosferico. In sé, da questo punto di vista, non c'è nulla di eclatante: queste cose, i Pink Floyd, le avevano già fatte negli anni '60 con brani come "Careful With That Axe, Eugene", "A Saucerful of Secrets" e "Quicksilver", tanto per citarne qualcuno. La novità sta nel fatto che, stavolta, si parla di un album intero approcciato in questo modo. La prima cosa che sicuramente salta all'orecchio è che alcune sezioni sono variazioni di classici del gruppo ma, più che un riutilizzo dovuto ad una mancanza di idee, sicuramente si tratta del filo concettuale dell'album: il fiume senza fine, con l'acqua che scorre e ritorna. D'altra parte, nemmeno il titolo in sé è nuovo, visto che proviene da una strofa di "High Hopes", brano conclusivo di "The Division Bell" e, sicuramente, è più adatto del titolo che questo progetto aveva nelle sue fasi iniziali: "The Big Spliff" (ammesso e non concesso che si trattasse dello stesso identico materiale; si vocifera che, tra cose più complete e meno complete, queste session abbiano prodotto all'incirca ben 20 ore (!) di musica).

Il disco si apre con "Things Left Unsaid", che inizia con dei lunghi drone di tastiere e dei sample vocali tratti da alcune interviste al gruppo effettuate nel 1987, che lasciano spazio alla chitarra di Gilmour, a cui poi segue "It's What We Do", un brano che riparte da dove "Shine on You Crazy Diamond" aveva lasciato, risultando un miscuglio tra la terza e la nona parte. La sezione viene chiusa da "Ebb and Flow", una sorta di reprise di "Things Left Unsaid" ma, laddove quel brano risultava inquieto e in tensione, qui la stessa musica viene vista sotto un occhio diverso, più rilassato e pacifico.

La seconda "facciata" del disco è più variegata e complessa. "Sum", anche grazie all'uso del sequencer, ci riporta direttamente ai tempi di "The Wall", sembrando quasi una reprise strumentale della terza parte di "Another Brick in The Wall"; segue "Skins", basata su degli interessanti e creativi pattern ritmici di Nick Mason, sui quali Gilmour improvvisa un interessante e sperimentale assolo di chitarra. "Unsung" non è altro che un breve minuto di transizione, dominato da un sequencer VCS3, a cui segue "Anisina", chiaramente basata sul classico "Us and Them": la parte di basso è praticamente la stessa, e compare il sassofono, suonato da Gilad Atzmon, anche se il pezzo prende innegabilmente vita propria con il malinconico assolo di chitarra finale. Questo pezzo è uno di quelli chiaramente composti dopo il 1994: Wright è assente, ma il piano, suonato da Gilmour, e la composizione chiaramente vogliono rendere un tributo al loro "compagno caduto" che, sebbene stesse un po' in disparte, era un membro essenziale al sound del gruppo e, come se non bastasse, il titolo è una parola Turca che ha il significato di "in memoria di...". Se l'album fosse stato concluso da questo brano, nessuno avrebbe avuto nulla da obbiettare sulla sua efficacia come finale.

La terza sezione del disco, probabilmente, è la migliore di tutte e quattro; forse perché è l'unica che suona come se fosse una vera e propria suite, piuttosto che una serie di brani strumentali che si susseguono pur non essendo correlati tra di loro. "The Lost Art of Conversation"  è un bel modo di aprire questa parte dell'album, con dei meravigliosi interventi melodici di Gilmour e Wright su un tappeto di sintetizzatore; "On Noodle Street" è notevole soprattutto per il pulitissimo e precisissimo basso di Guy Pratt che sembra essere il vero protagonista del pezzo, cosa scandita anche dagli interventi solisti di Gilmour, tenuti volutamente bassi nel mix, mentre "Night Light" dà un senso di continuità all'album, essendo una sorta di reprise di "Things Left Unsaid". "Allons-y" è un brano spezzato in due parti che tronca bruscamente l'atmosfera che si era creata fino ad ora, con un bel rock pompato ed energico, che chiaramente si rifà a "Run Like Hell". Il titolo di "Autumn '68" non è solo evocativo, ma è anche reale: si tratta di un frammento di un'improvvisazione di Richard Wright registrato alla Royal Albert Hall durante un soundcheck prima di un concerto, durante il quale, il tastierista aveva improvvisato sul famoso organo a canne della sala, a cui sono state aggiunte sovraincisioni in modo da poterlo rendere omogeneo al resto del disco; questo è un altro brano aggiunto chiaramente nelle fasi finali del disco: le sovraincisioni non fanno altro che risaltare il playing su organo e le parti di tastiere che si sentono in più non sono state suonate da Wright, ma da Damon Iddins. La seconda parte di "Allons-y" riemerge bruscamente ancora una volta, causando un nuovo sussulto nell'atmosfera, per poi lasciare spazio alla maestosa, ma poco fantasiosamente intitolata, "Talkin' Hawkin'" uno strumentale intenso e meditativo allo stesso tempo, sul quale sentiamo ancora una volta gli stessi sample vocali della voce elettronica del fisico Stephen Hawking che avevamo già sentito in "Keep Talking" su "The Division Bell".

La quarta e ultima parte del disco è aperta da "Calling" e, come le altre parti introduttive è essenzialmente un tappeto di tastiere con altre sovraincisioni, anche se, questa volta il risultato è molto più meccanico e distorto; l'atmosfera tesa continua con "Eyes to Pearls", basata su un giro di chitarra ossessivo, supportato da altrettanto ossessive percussioni di Mason. La successiva "Surfacing", invece, per contrasto, risulta molto pacifica, con una chitarra acustica prominente e dei bei cori. Le campane che abbiamo sentito all'inizio di "High Hopes", forse un po' prevedibilmente, risuonano anche in lontananza nella transizione tra questo pezzo e "Louder Than Words", l'unico cantato del disco. La calda voce di Gilmour sembra riportarci alla realtà e a condurci gentilmente fuori dallo stato etereo in cui eravamo immersi fino a poco prima. Sebbene il pezzo non sia assolutamente un finale di discografia migliore di quanto lo fosse stato "High Hopes", soprattutto per colpa di un ritornello non proprio eccezionale e per un assolo di chitarra molto generico, il brano risulta comunque emotivamente molto forte, anche grazie al testo di Polly Samson, compagna di Gimour e autrice di altri testi su "The Division Bell". Dopo un falso finale ed una coda nella quale una chitarra imita il suono di un sequencer, siamo arrivati veramente alla fine: della discografia e dei Pink Floyd

Complessivamente, "The Endless River" è un buon prodotto, nel quale non si avverte nemmeno la carenza di ispirazione che si sentiva durante alcune parti degli altri album del gruppo di questa formazione. La costruzione delle quattro suite è molto intelligente e le variazioni sui classici del gruppo sono fatti con gusto, quindi, se non altro, chi temeva che questo album fosse una raschiatura del barile, può tirare un sospiro di sollievo. La produzione (affidata a Gilmour e ad altri illustri nomi come Phil Manzanera dei Roxy Music, Martin Glover dei Killing Joke e Andy Jackson) è ottima: nitida, cristallina ma allo stesso tempo molto calorosa perfettamente funzionale alla musica. Ovviamente non è un disco perfetto: completare un album dopo così tanto tempo è sempre un rischio, soprattutto se, tra l'inizio e la fine, uno dei membri chiave del gruppo viene a mancare. Anche per questo motivo, in alcune sezioni, specialmente la prima, il disco suona come se fosse incompiuto o se mancasse qualcosa. Impossibile, comunque, non porsi la domanda che ci si chiede solitamente davanti a progetti del genere: era davvero necessario questo album? Possiamo fare tutte le congetture del mondo, ma la risposta ce la possono dare solo Gilmour e Mason: se nel momento in cui avevano deciso di riprendere in mano "The Big Spliff"  lo hanno fatto pensando a questo lavoro come la chiusura di un cerchio a cui mancava qualcosa, la risposta allora è "sì". Dal canto nostro, tutto ciò che possiamo dirvi è che questo disco è un buon "post-scriptum" alla discografia dei Pink Floyd, ed è un modo dignitoso e intelligente per consapevolmente porre fine a quello che è stato uno dei gruppi più importanti della storia del rock.