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sabato 4 luglio 2015

Jovine - Parla Più Forte (Artist First, 2015)

Innanzitutto un po' di chiarezza: Jovine è una persona o una band? Jovine è il cognome di Valerio, fondatore di questo progetto, e Massimo, membro dei 99 Posse e fratello del primo. Dal 1998 a oggi sono usciti sette album e gli Jovine si sono affermati come una reggae band da sette elementi, che tornano anche nel nuovo sforzo Parla Più Forte, oltre a molti ospiti. Recente è la parentesi nei talent di Valerio, concorrente della squadra di J Ax a The Voice of Italy, ma forse è bene continuare parlando di un unico gruppo. In diciassette anni di carriera è sempre stato evidente, nei testi e nei circuiti in cui sono andati a presentare la loro musica (in primis il network dei centri sociali italiani, ma in particolare del Meridione), l'impegno sociale, la voglia di utilizzare le parole per mandare dei messaggi e per diffondere attorno al collettivo una coltre di coerenza musicale e politica. Gli Jovine fanno un reggae dai sapori mediterranei, onesto, fresco, influenzato nelle liriche dalla città di provenienza, Napoli, che come un faro illumina tutto il nostro Sud Italia, diventando simbolo delle sue bellezze e delle sue sfortune. In Parla Più Forte, l'hip-hop classico risalta forse di più in passato, così anche gli impianti dei brani si fanno più rock, ma ciò che spicca è l'intensità dei testi anche nei featuring con Clementino e Dope One, che al posto di fare - come spesso accade - semplici comparsate, fungono da collante per dare ai pezzi un'ulteriore identità. Dell'esperienza al talent Rai rimane il coraggio, visto ad esempio quando in TV Valerio ha interpretato "Like A Virgin" di Madonna in versione reggae, e nasce spontaneo un paragone con la spontaneità, la genuinità e l'originalità dimostrata nel disco, dove momenti più radiofonici si sposano con vere e proprie sfuriate, ma anche arrangiamenti più complessi finiscono ben spalmati su brani dall'appeal pop. Così si possono permettere veloci incursioni nella dubstep e nel funky, ma senza che nulla sembri fuori luogo, grazie alle capacità di scrittura dei singoli strumentisti. 

Questo disco non farà strappare i capelli né ai fan del reggae né a quelli del hip-hop italiano, ma sicuramente mette in chiaro due cose: che quando nasci in una terra come la Campania e provi a fare musica, spesso le tue radici lasciano una traccia indelebile in come suoni e in quello che dici, e che basta un po' di levare e se i pezzi sono costruiti bene il culo lo muovi. Dopotutto, in un'estate così calda può bastare questo. 

venerdì 1 ottobre 2010

Fabri Fibra - Quorum + Controcultura (Universal, 2010)


 Tracklist di QUORUM
1. Intro Quorum
2. Quorum
3. Questo Pezzo
4. Mille Domande
5. Non Ditelo
6. Commerciale
7. Un Calmante
8. Freestyle
9. Nel Mio Disco (ft. Dargen D'Amico)
10. Certe Cose Si Sanno
11. Outro PDF



Tracklist di CONTROCULTURA
1. 6791
2. Escort
3. #
4. Double Trouble
5. -+-
6. Spara Al Diavolo
7. Controcultura
8. Vip In Trip
9. Qualcuno Normale (ft. Marracash)
10. Insensible (ft. Dargen D'Amico)
11. Tranne Te
12. Non Potete Capire
13. 3 Parole
14. Rivelazione
15. Troppo Famoso (ft. Entics)
16. Le Donne
17. In Alto
18. La Fretta (ft. Dj Double S)


Recensione:
Fabrizio Tarducci è arrivato alla fama con delle opere rap che gli aficionados ricordano tuttora come autentici capolavori. Chi vi parla non è un "affezionato", ma sicuramente si vanta di aver ascoltato moltissimi dischi, tra cui appunto la discografia dell'artista senigalliese. E chiunque abbia ascoltato tutti gli album della sua carriera si sarà accorto della caduta di stile avvenuta da Tradimento in poi, votata ad una ricerca continua del singolo (e dei soldi) che Fabri Fibra stesso rivendica. Lasciando stare i seppur validi primi stint come Uomini di Mare, è evidente come Turbe Giovanili e Mr. Simpatia fossero dischi di hip hop completo, con un fulcro saldato in maniera molto convinta in un impianto di testi continuamente altalenante tra impegno, volgarità e disagio. Ed è proprio questo disagio forte e chiaro, questo turbamento di stampo generazionale, che ha causato il successo del rapper. Peccato per la conseguente distruzione artistica, questa invece imperniata nella rincorsa continua di un modo per rimanere sotto le luci della ribalta. Da Tradimento in poi, infatti, si è assistito a un progressivo aumento nella qualità delle basi (sempre in senso radiofonico) con inarrestabile degenerazione del comparto liriche. Rime meno funzionali, a volte ritornelli che esulano dal rap, testi più "compromessi" con quel mondo del successo che sembra sempre tanto criticare. Fino ad arrivare a Controcultura, il vero album, preceduto su web dalla pubblicazione gratuita intitolata Quorum.

In tutto i pezzi nuovi sono ventinove, ma la qualità ne contraddistingue veramente pochi. Tra un'accozzaglia di politica, starsystem e continui accenni pregni di egocentrismo, i testi subiscono la pressione del suo successo, del quale si vanta in una maniera talmente presuntuosa da scottarsi. E' proprio questo uno dei motivi per cui le parole perdono il loro senso, dopo tre dischi di cui si parla della stessa cosa. E dopo che il miscuglio techno+hip hop+voglioesseresuonatoinradio è arrivato alla sua realizzazione massima, non potevamo che assistere esterrefatti a brani come "Le Donne", futuro singolo, supportato da un ritornello da pop fastidioso anni '90 che strizza l'occhio all'America senza passare dal via. Brano orrendo, così come "Tranne Te" e "Non Potete Capire", i più ballabili, che funzionano molto poco se si considera il loro puro intento pop. L'impazzare del rap statunitense evidentemente ha influenzato Fabri anche nei testi e questo è evidente in molti giri di parole che, stranamente, in Controcultura e Quorum abbondano. La voglia di ritornare all'inizio è completamente assente, scialbamente imitata in "Nel Mio Disco", dove il rapper dichiara di voler espletare tutte le sue funzioni corporee in faccia a Paola Barale e Manuela Arcuri, supportato da Dargen D'Amico, uno dei migliori in Italia nel suo settore ma che in questo brano non rende minimamente. Nei vari pezzi si nominano tantissimi personaggi famosi, tutti con palese mancanza di rispetto, vedasi Laura Chiatti, Marco Mengoni, le Bambole di Pezza, Marrazzo, Calissano, Brosio o Versace (e la lista non finisce qui). Se farsi querelare è il modo giusto di fare successo ed entrare nei giornali di gossip, evidentemente Fabri Fibra non è stupido come sembra.
Se invece "Vip In Trip", con un testo osceno e un impianto melodico sopra la sufficienza, è un singolo che funziona poco più che da apripista, si aspetta "La Fretta", insieme a Dj Double S, per ascoltare un brano veramente riuscito: qui si ascolta finalmente una canzone rap con tutti i crismi, con un lavoro di rime notevole e l'utilizzo massimo di quella voce che per i suoi propositi sarebbe ottima. Un altro bel pezzo si trova invece in Quorum ed è proprio la title-track con un gran refrain e un testo sopra la media. 
I restanti brani lasciano abbastanza delusi anche se l'idea di coniugare rap più puro, con le tipiche basi pro-USA che ricordano sempre i grandi del genere (es. "Spara Al Diavolo" e "Freestyle"), a questo techno-pop becero e quasi barbarico, nonostante le rifiniture cromate da venditore seriale, sembra funzionare. Per questo il disco è migliore di Bugiardo e Chi Vuol Essere Fabri Fibra?, ma non gioiamone troppo.

Diciamo la verità: il cliché del rapper folle che vuole uccidere qualcuno, del palazzo che crolla (quante volte lo vuole dire ancora?), della violenza gratuita e del "mi cercano tutti perché sono famoso" ha veramente stufato. Lo svuotamento di contenuti e la fitta assenza di rap che significhi qualcosa rende questo (doppio)disco non solo un episodio triste nella discografia del rapper marchigiano, ma anche un lavoro troppo poco rap per essere definito tale. Poco rap nell'anima, poco rap nei testi, poco rap nei fatti. La sua presunzione potrebbe anche portarlo a commentare una recensione come questa se la leggerà ma la verità è che a me i primi dischi piacevano e sentire della merda così è davvero spiazzante. La verità è che incentrare una carriera sulla tua faccia tosta deve corrispondere ad un contenuto o, perlomeno, ad un'immagine che tu possa sfruttare commercialmente. Fabri Fibra non interpreta questi due condivisibili aspetti del diventare famoso e se ha raggiunto lo stesso la celebrità è evidente che il sistema in Italia è bacato. Ma questo lo sapevamo già.
E ora con le sue parole: "Trovati un lavoro cazzo". 


Voto: 4.5

giovedì 6 maggio 2010

Gorillaz - Plastic Beach (Parlophone, 2010)


Tracklist
Tante critiche per nulla. Riassunto perfetto di cosa ha portato questo disco. I Gorillaz, o meglio Damon Albarn, non hanno/non ha smarrito la retta via. Il primo disco era fantastico, il secondo un po' meno, ma Plastic Beach rappresenta l'anima dei “cartoni animati musicali” più famosi di sempre come nessun altra release, loro o d'altri, poteva fare nel 2010. Un album pregno di ospiti che ne innalzano la pregevole qualità a qualcosa di più, anche se sono proprio le nomee esagerate di certe collaborazioni a soffocare l'estro dell'ex-Blur. Snoop Dogg e Lou Reed su tutti.
Cos'ha di così azzeccato “Plastic Beach”? Incarna al cento percento l'anima pop che dovrebbe possedere un disco così. Una volta ascoltato lo si può prendere e rimettere su in qualsiasi stagione, occasione o avvenimento. A una festa, in una giornata malinconica, in un dj set, a casa in momenti di cazzeggio. C'è di tutto, dall'hip-hop (White Flag, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, descrive perfettamente il tipo di inserimento hip-hop che veleggia su questa “spiaggia di plastica” anche grazie ad ospiti, di nuovo, di grande livello) agli pseudo spot pubblicitari lasciati affumicare sopra synth abbastanza semplici da non togliersi più dal cervello. Lo dice Stylo, primo singolo che si concretizza maggiormente guardando il grande videoclip con Bruce Willis, ma anche Superfast Jellyfish e il suo ritornello talmente catchy da non crederci, un po' come quel riff di tastiera lo-fi di Rhinestone Eyes. Ballate più lente come Empire Ants e On melancholy Hill allentano la tensione dimostrando anche la raffinatezza da compositore di Damon, già intravista in certi Blur e nei The Good, The Bad & The Queen, riecheggiati in qualche rumore “di classe” come quelli che affogano l'estivissima To Binge.
Il significato del disco si trova nella sua grande varietà, nella passionale svolta retrò, quasi vintage, ridefinita in ogni suo secondo da un certo gusto minimale, dove pochi strumenti tentano di riempire il più possibile la traccia senza sommergersi o contrastarsi mai l'uno con l'altro. Niente esagerazioni, niente arrangiamenti pomposi. Solo un Damon Albarn in grande spolvero, solito geniaccio. L'unica pecca è la velocità, un po' troppo lenta forse per sopportare sedici tracce tutte modestamente prolungate, ma assaporarne la qualità è solo una delle tante cose che si può fare per evitare di rimanerne delusi. Lunga vita ai Gorillaz.
Voto: 7.5

giovedì 25 febbraio 2010

Michel - Bombe (Latlantide, 2009)

Tracklist

Michel non è uno dei soliti volti noti della scena rap e forse questo è un bene. Se negli ultimi anni l'hip hop italiano ha raggiunto le vette delle classifiche spinto dall'Universal e dalle altre major che hanno sostenuto e mandato in alto Fabri Fibra, Mondo Marcio, Nesli ed altri, è anche vero che l'underground italiano in questo genere non si è mai fermato ed ha continuato a pulsare ininterrotto, producendo piccole e grandi perle che i fanatici non si sono sicuramente lasciati scappare.
Bombe” di Michel potrebbe, potenzialmente, essere una di queste perle. Con il suo rap a volte legato a cliché della scena più radicale, i beat americani importati in Italia negli anni '90 da Bassi Maestro e pochi altri, a volte più moderno ed innovativo, mette su disco delle vere e proprie “mine” che qualsiasi beatmaker apprezzerà. Nelle derive di protesta sociale i picchi del disco: la fame chimica e la legalizzazione della marijuana di Ancora, la crisi non ancora termini post-Goldman Sachs in Dentro le Tasche, i rapporti con le altre persone in Tu Scappi e Non Ci Capiamo. I numerosi ospiti alzano il livello del disco ma non è certo Michel (per altro produttore dei celebri Metro Stars) il meno abile, che infila rime assolutamente azzeccate, da invidiare l'outsider del rap, Caparezza, restando comunque ancorato alla tradizione hip hop underground. Citiamo tra gli ospiti i più conosciuti: Jack The Smoker (con il quale sgancia l'esplosiva Se Ti Va), Maxi B (già collaboratore di Yoshi, Nesly Rice, Esa e Medda, anche lui presente) e il gruppo Massakrasta.
Le “bombe” di Michel sono 20 (compreso un remix) in questo disco, e almeno 15 dei pezzi risultano abbastanza orecchiabili da poter penetrare nella testa anche dei più distanti dal rap, ma è quasi certo che un esperto del genere rischia di affezionarsi ad un album come questo senza staccarsene più.
Da un non esperto, un gran consiglio per gli aficionados.

Voto: 7.5
Recensione scritta per Indie for Bunnies - link

lunedì 23 novembre 2009

Isis Live @ Bologna, 19 Novembre 2009




Il concerto degli Isis a Bologna non poteva che essere spettacolare. Pur senza scenografie, discorsi per animi deboli e plettri gettati al pubblico. Con due supporter da spaccare le orecchie (i Transitional, distruttivi come una macchina schiacciasassi col loro drone che mette a dura prova l'audio mediocre del locale, e i Dalek, duo rap con i controcoglioni, con basi potenti ed originali ed un MC inarrestabile), arrivano dopo un po' di attesa per fracassare i timpani dei pochi fan giunti all'Estragon di Bologna per oltre un'ora di live. 
La scaletta non è delle migliori, ma considerando che si tratta del tour dell'ultimo, discusso, disco "Wavering Radiant, la presenza di tanti pezzi tratti da quest'ultimo non stupisce. La sorpresa è piuttosto che brani che nel disco non rendevano particolarmente come Ghost Key, Threshold of Transformation e 20 Minutes-40 Years suonano molto meglio live, complici un'esecuzione tecnica ed una scelta dei suoni che definire perfette è a dir poco riduttivo. Il materiale dagli album più vecchi suona ovviamente impeccabile, come su disco (anche se si sente la mancanza di capolavori come "The Beginning and the End" e "So Did We").
Come già citato il lavoro sul suono è assurdo, le chitarre graffiano al punto giusto, trascinate da un basso e da una batteria tecnicamente eccellenti, e dai sintetizzatori/tastiera di un Bryant Meyer quanto mai in forma. Il suono di batteria e quello del distorto di Aaron Turner spazzano via tutto quello che trovano sul loro percorso, e l'headbanging del pubblico non può che essere inarrestabile.

Gruppi come questi non sono mai abbastanza apprezzati dagli ascoltatori italiani che tendono a rimanere legati al mondo della radio e dei brani in madrelingua, ma (e parla un non-amante di questi generi "sperimentali" come il post-rock e il post-metal) è impossibile, durante e dopo un set di questo livello, non rimanere colpiti ed interessati dalla bravura e dalla classe che una band come questa può portare sul palco. E dire che avevo già visto God is An Astronaut e Mogwai.
Eccelsi.  



* La foto è di Andrea Barcella
* Il video è di sisipho85

lunedì 16 novembre 2009

Flight of the Conchords - Told You I Was Freaky (Sub Pop Records, 2009)



Nuovo episodio per il duo televisivo-musicale neozelandese. Autodefinitisi “comedy duo” o band “alternative hip hop”, tra le altre cose, sfornano un disco simpatico, una specie di collezione di brani inediti ed altri apparsi nella loro serie televisiva nel corso della programmazione sul canale americano HBO. Non era difficile trasportare il carisma dei due in musica, e questo disco ne è un esempio, benché dal punto vista del contenuto sia difficile esplorarne modi e significati.
Le basi da hip-hop di bassa lega sono senz'altro qualcosa che non giova al duo, che ci aveva deliziato in passato con ballate dal sapore più folk ed indie sicuramente più adatte al loro tiro. E' così che pezzi come Hurt Feelings, in apertura, e We're Both In Love, perdono quasi ogni interesse, essendo anche privi di quella caratteristica tipica dei brani rap “all'americana”, cioè avere bassi potenti e melodie catchy, che qui mancano quasi del tutto. Demon Woman si fregia di un approccio quasi power-pop anche se rimane sempre in quel riquadro di pseudo-ascoltabilità che denota una certa pecca di creatività di chi ha composto questi brani (sicuri che siano proprio i due?). A volte spingono a un po' di movimento, come in Sugalumps, in cui mescolano Justin Timberlake con l'r&b dei Black Eyed Peas. Non sarà una nota di merito, ma in un disco del genere il pezzo ha anche il suo perché. Sembra stia per comparire la voce di Dave Gahan in Fashion is Danger, ma poi l'affiatato duo ci delude di nuovo e torna all'hip-hop quasi inascoltabile di metà delle produzioni di Timbaland (e di nuovo in Too Many Dicks), con delle linee di voce prevalentemente “parlate”.
"I Told You I Was Freaky” è senza dubbio un album con nessuna attrattiva musicale, se non qualche ritornello radio-friendly che fa l'occhiolino a quelle hit da MTV di cui, conoscendo i due, pretende d'essere una parodia (ma non solo di quelle, basta sentire come mettono in caricatura Bob Marley e stralci più “omologati” della scena reggae in You Don't Have To Be A Prostitute). E' proprio l'intento canzonatorio dei testi (a tratti sinceramente molto simpatici) e delle musiche che fa un po' da contraltare all'assenza di originalità e di senso ad un CD che è più il nuovo episodio di una serie di mosse di marketing relative ad uno dei marchi di fabbrica delle grandi TV americane. Sono i Flight of the Conchords, con tutto quello che comporta.
Il che può anche piacere. 
Voto: 5 

sabato 28 marzo 2009

Chris Cornell - Scream (Interscope, 2009)

Questo disco di Chris Cornell è già stato stroncato abbastanza dalla stampa e dai critici, e non mi andava per questo di ripetere recensioni che possibilmente chi sta leggendo ha già visto altrove; purtroppo però il significato di questo lavoro solista dell'ex frontman di Soundgarden ed Audioslave lo si può spiegare solo come mera operazione commerciale atta probabilmente anche alla perdita di dignità, per cui oggettivamente i buonismi sono evitabili. Andiamo al dunque.
Il passato nel mainstream rock è ormai andato. Cornell ha imbracciato vie pop già con gli altri lavori solisti ma stavolta ha scelto una nuova via: quella dell'hip-hop e dell'R&B, ottimo modo per gonfiarsi le tasche (scelta alla quale probabilmente si riferisce anche la copertina in cui il cantante stesso è intento a sfasciare una chitarra elettrica). Comprensibile quindi la presenza di Timbaland come produttore, probabilmente uno dei più esperti in questo campo per quanto riguarda il genere che Chris ha preferito imbracciare per questo "Scream". Musicalmente quindi ci troviamo di fronte ad un album poco suonato, riempito di basi che spaziano da Busta Rhymes (evidentissimo in "Scream", che esula dalla forma singolo commerciale da rapper americano solo per la durata di 6 minuti) a quelle della Bjork degli ultimi lavori (in "Sweet Revenge" e "Time"), passando per sintetizzatori provenienti dalla musica popolare americana di Mariah Carey e per sezioni quasi corali molto care all'R&B. Inaspettata la presenza di alcune sezioni chitarristiche in pezzi come "Long Gone" e "Take Me Alive", unico stralcio di rock che possa spiegare l'affermazione di Cornell che ha esplicitamente ammesso di essere stato influenzato da Pink Floyd e Queen per questo disco. I pezzi più belli sono quelli come "Never Far Away" e "Climbing Up The Walls", dove si riprende quella forma quasi cantautorale che il buon Chris aveva esplorato nel lavoro precedente, “Carry On”, anche se con un approccio molto più "elettronico" dovuto ai pesanti imbastimenti di suoni ed effetti che probabilmente ha suggerito il buon Timbaland. Da lasciar perdere invece i pezzi dance-pop come quello d'apertura, “Parts Of Me”, canzone scontatissima e che evidenzia bene come due figure ambiziose come Cornell e Timbaland insieme possano produrre pezzi dal nullo valore artistico.
La produzione, come già detto, è buona e le sonorità di certo adatte al percorso che Cornell ha voluto seguire. Molto deludente è però la performance vocale di Chris, ritenuto da sempre una delle migliori voci del rock mainstream, ormai pesantemente rovinata e ridimensionata, ma che in questo CD ha perso anche quella voglia di osare che prima lo contraddistingueva. Solo nella hidden track, “Two Drink Minimum” troviamo quel Cornell leggermente potente che avevamo conosciuto soprattutto nei primi due dischi degli Audioslave, in cui sforzava per arrivare a certe note ma che dimostrava comunque le sue grandi doti canore. Questo album in ogni caso è un disastro che definirei un'accozzaglia di dance, R&B e pop/rock che non trova né capo né coda e che unisce chitarre e pianoforti a basi rap e coretti à là Lumidee/Ludacris senza riuscire a sfornare veri e propri pezzi da ricordare. Otteniamo quindi un prodotto per niente duraturo e che probabilmente non centra neanche l'obiettivo di guadagnare nuovi fan in un genere che ha da sempre i suoi capofila, nei quali Cornell certo non può aspirare di entrare.
Sconsigliato l'acquisto, da ascoltare solo per capire come anche un grande artista come Chris, pur di non vedere il portafoglio sgonfiarsi, sia disposto a vendersi e produrre dischi indegni d'essere chiamati tali.
Voto: 4


Recensione scritta per www.impattosonoro.it