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sabato 23 ottobre 2010

Pazi Mine - Pazi Mine (Super Fake Recordings/A Buzz Supreme, 2010)


Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Witness of Recurring Dream
2. Here
3. Standstill
4. The Waves You're Cradled
5. Dissect
6. Square The Circles
7. Rip Yourself Open, Sew Yourself Shut
8. The Thaw 

E' chiaro fin da quando il disco inizia che se fosse stato cantato in italiano sarebbe stato più interessante. La musica cantata in inglese ha stancato, tanto che se ne stanno accorgendo sempre più band, come gli Zen Circus e, da ultimi, anche i veneti Love in Elevator.
I Pazi Mine invece vengono dai luoghi del Po, quelli della pianura padana "terminale", dispersa nella provincia ferrarese, e trovano comunque spazio per insediare il loro alternative possentemente impregnato di grunge anni '90 che arriva come una sassata sopra una scena che è morta da tempo. Quello che non ci torna è semplicemente il significato, ma chiedersi queste cose è ormai sinonimo di "pretendere troppo" dalla musica italiana. Quindi, lasciando in disparte l'assenza di innovazione, ci possiamo concentrare sul godersi un disco che per il resto non ha nulla da invidiare a grandi mostri di qualche anno fa. 
Non tutto il disco è grunge, non fraintendete, anche se l'atmosfera è quella. Brani come "Standstill" e "Witness of Recurring Dream" ne riprendono solo lo spirito, utilizzando riff che in certi frangenti si accostano più ai Kyuss (in quelle poche schizofrenie melodiche che hanno avuto) che a Mudhoney e band analoghe, nonostante le similitudini si possano senz'altro contare numerose. Un elemento che ti dà la giusta dimensione di cosa accade all'interno di questo self/titled è l'ensemble ritmico. Basso e batteria sembrano costantemente impegnati a trovare il filo giusto da seguire, utilizzando pattern piuttosto granitici e "dritti", per schematizzare al massimo un settore che funge sempre più da cuore pulsante del disco man mano che si continua e si approfondisce l'ascolto. Questo, per chi mastica poco la mia lingua inutile, significa che spaccano di brutto. Proprio così, perchè in brani come "Dissect" la linea di basso svolge più che una semplice funzione di accompagnamento, sostituendo in molti frangenti anche la chitarra come strumento melodico portante. E, per altro, è proprio questo uno dei momenti più alti del disco (lo supererà solo "The Thaw"). L'uso della chitarra regala altre sorprese: in tutte le sue declinazioni dentro le otto tracce che compongono il lavoro regala una letale combinazione di relax ed aggressività che non cede mai alla tentazione dell'esagerazione sempre dietro l'angolo quando si tenta anche di fare i conti con ascolti che sicuramente comprendono tutte le band di Corgan (tranne gli Zwan). E in effetti "Here" e "Square The Circles" ricordano moltissimo i primi Smashing Pumpkins, lasciando però perdere l'aspetto vocale che merita un discorso a parte. Il contributo vocale di Sara Ardizzoni, già al lavoro con Pilar Ternera e altri progetti molto interessanti, in alcuni momenti perde terreno rispetto alla "concorrenza" messa in gioco dal modo in cui tutto il resto è costruito, con una grandissima dote di songwriting dimostrata da tutti i musicisti (ed impreziosita anche da Ferliga degli Aucan, Gionata Mirai del Teatro degli Orrori e Giulio Favero in veste di "collaboratori occasionali", come si usa nel gergo del lavoro giovanile a basso costo) anche quando la situazione si fa più rovente, per esempio nel già citato "The Thaw" che nonostante i suoi sei minuti risulta di facile digestione, proseguendo diritto senza mai incespicare né sostare a fare una pisciatina dietro un lampione. Avevamo lasciato il discorso alla voce, beh nonostante la superiorità di tutto il resto, le linee vocali funzionano e danno il giusto contributo ad un album che ha dalla sua anche una certa orecchiabilità delle metriche e delle melodie, proponendo brani che sappiano conquistare una fetta di pubblico vasta ma controllata, facendo leva anche su una scelta dei suoni congeniale. 
Allora rifacciamo un attimo di conti. Il disco è ben suonato, ben prodotto, ben composto e si piazza nel bel mezzo di un discorso iniziato da molti ma sempre lasciato a metà, e come ricordano anche Warpaint e Beach Fossils si può sempre iniziare. 
Buona prova. 

Voto: 7+

domenica 7 marzo 2010

Indovena - Lascia Andare La Marea (Inconsapevole Records, 2010)

Tracklist

Non c'è una definizione che calzi particolarmente bene per una band come gli Indovena. Un disco come questo rivela sfaccettature sempre nuove ogni secondo che lo stai ascoltando, evolvendosi nei tuoi timpani come una fonte di suoni che si trasforma per stupire continuamente e non diventare mai specchio di sé stessa.
In un'intervista presso una radio indipendente di Bologna, il frontman del Teatro degli Orrori Pierpaolo Capovilla individuava nei CCCP, nei Marlene Kuntz e nei Verdena le influenze principali di tutte le band del nuovo secolo. Negli Indovena si scorgono in effetti tracce di tutte e tre queste emblematiche band, ma il piatto è molto più ricco. Il grunge, l'alternative e qualche traccia di metal si fondono perfettamente in una tavolozza di colori profondamente distinti. Il singolo Il Sogno di Yoko, con una base musicale (soprattutto i riff) di sicura devozione ai fratelli Ferrari (come l'opener Tutto a Centotrenta, con le sue invocazioni di stampo sociale il pezzo più graffiante del disco, sotto un punto di vista sia musicale che contenutistico), mentre si ricama su ritmi più american grunge in La Fine e il ritornello di Il Dono, che spezza completamente il dramma melodico della sua strofa (che mi ricorda la miriade di gruppi post-grunge vagamente riconducibile ai primi Stone Temple Pilots) in un ritornello tanto violento quanto di presa. Fedor divisa in due parti, stronca prima l'ascoltatore con la sua potenza vagamente “RATM meet Pearl Jam” (o simili) per poi cadere in un incipit di matrice sperimentale ricondotto, nella seconda sezione, alla potenza della prima parte, terminando in uno stop tanto improvviso quanto d'effetto. Pulce riporta alla mente alcuni settori della produzione di CCCP e Marlene Kuntz, già sopracitati (soprattutto i secondi), un brano comunque costruito con la struttura delle band grunge a cui ci siamo già riferiti. La melodia prevale infine nel pezzo finale, Diamond, forse una delle più belle del disco per l'atmosfera che creano i suoi arpeggi para-malinconici. Elencare ulteriori band d'influenza è superfluo, probabilmente si è già fatto anche troppo, e per fugare ogni dubbio si sappia che gli Indovena evidentemente non sono atti ad una scopiazzatura che sicuramente alcuni critici contesterebbero, ma anzi rielaborano con grande consapevolezza e un certo “savoir faire” un grande campionario di sonorità e stili diversi, con un sound personale e una produzione quasi da major. Che non è poco, comunque.
Rimane solo una cosa da specificare. Gli Indovena non stanno facendo nulla che nessuno abbia fatto prima, se non miscelare un numero indefinito di influenze in un prodotto finito diverso da chiunque, in Italia, osando laddove i
Litfiba hanno provato all'inizio degli anni novanta e producendo un disco (il loro secondo) fresco e di forte impatto. Purtroppo i riferimenti della band rimangono abbastanza evidenti annacquando la papabile originalità di un lavoro comunque di alto lavoro artistico, per il profilo assolutamente elevato che una combinazione di ottimo songwriting, maturità musicale e abilità strumentali sopra la media (con un pizzico di pretenzione) rivela pienamente.
Con tutti gli appelli d'esame passati non si può dire altro che: disco consigliato. Lasciate andare la marea, ma soprattutto procuratevi questo disco. 
Voto: 7+ 

lunedì 14 dicembre 2009

Re-Verbero - E' Finita l'Era delle Ragazzine (Autoprodotto, 2009)



I Re-Verbero sono un giovane trio della provincia di Padova. Sono da qualche anno in giro per i locali della zona, a portare il loro simpatico rock influenzato dal grunge dei Verdena e dei loro pupilli, i Karnea, aiutati senz'altro dalla voce del frontman Andrea, praticamente sputata a quella di Alberto Ferrari.
Quello che si sente ascoltando questo disco/EP è un interessante “update” di quello che già avevano proposto i bergamaschi con il loro “demotape”, tutt'oggi un cult tra i fan, dove rivivevano in chiave italiano tutto il grunge dei Nirvana ed imitatori vari. Sentimentalismo Tormentato, in questo senso è più che eloquente. Riff graffianti con distorsione caldissima, batteria potente (nonostante le imprecisioni che più volte si sentono nei passaggi). Lo stesso discorso si può applicare tranquillamente a Love'n'Roll e Ho Commesso un Altro Errore, quest'ultima con alcuni cambi di tempo interessanti anche se per niente nuovi per chi è abituato al genere. Il Videodorme musicalmente presenta qualche evoluzione dal sound troppo verdeniano (mi si scusino le ripetizioni) degli altri pezzi, ma la voce ci riporta con i piedi a terra. Attenzione, non si tratta di pura e semplice imitazione, qualche tratto di originalità si può individuare tranquillamente, anche nei giri di basso, in ogni caso ridotto a contorno, nello stagliarsi della chitarra e della voce. Senza ombra di dubbio, il pezzo migliore del disco. Spazio anche per un po' di melodia nell'introduzione (prima traccia) e in Untitled, una ballata dal gusto più propriamente Nirvana, sempre con una voce che più Ferrari non si può. Ottimi gli arpeggi.
Non serve neanche chiedere ai membri della band cosa ascoltano, lo si sente benissimo. Ma tirare fuori qualcosa di proprio in questo EP si può: un modo di comporre le canzoni non troppo banale, purtroppo trattenute un po' indietro da alcune insicurezze a livello tecnico soprattutto del comparto ritmico della band, che lascia spazio a qualche possibilità di evoluzione in futuro, si spera verso lidi più personali.
Pollice alzato, ma senza troppo stupirsi se quando li ascolterete vi sembreranno una copia dei Verdena, alla fine penso fosse questo il modo in cui si volevano far vedere. E ce l'hanno fatta, senza troppe sbavature.

Voto: 6.5

martedì 8 dicembre 2009

Afterhours - Hai Paura del Buio? (Mescal, 1997)


Recensione scritta per Indie for Bunnies - link

Pochi dischi hanno condizionato la musica venuta dopo come questo “Hai Paura del Buio?” degli Afterhours. Secondo disco in lingua italiana per la band di Milano, ha rivoluzionato il linguaggio e la composizione delle musiche per quanto riguarda l'alternative rock italico, creando, loro malgrado, sciami interminabili di imitatori ed ispirando, più o meno dichiaratamente, praticamente qualunque band uscita successivamente. E' un album completo, a trecentosessanta gradi, dove un tris di power chords o quattro accordi da spiaggia messi di fila appaiono talmente emotivamente coinvolgenti da risultare complici di un capolavoro, per scarabocchiare sulla tela pensieri ed immagini che grazie alla poesia di Manuel Agnelli e ai graffi isterici di Xabier Iriondo diventano “storia”.
C'è tutto in questo disco. La potenza pura del post-Nirvana in Dea e Lasciami Leccare l'Adrenalina, gli inni grunge come Sui Giovani d'Oggi ci Scatarro Su e l'intramontabile Male di Miele (ti do le stesse possibilità di neve al centro dell'inferno, ti va), il noise minimalista di Senza Finestra e Simbiosi, emozionanti ancora oggi quando riproposte nei live, il pop rock delle ballad come Voglio una Pelle Splendida (la vita è un suicidio, l'amore è un rogo) e Pelle, tra le più belle del loro intero repertorio. Il ritmo sempre molto sostenuto del disco sembra fermarsi in episodi come la dolce Mi Trovo Nuovo o la classicheggiante Come Vorrei, ma riesplode sempre con Punto G, Veleno e Rapace, che presentano la tipica alternanza di melodia e riff taglienti, costruita però con una precisione e degli arrangiamenti veramente ineguagliati nel nostro paese.
La produzione del disco non è superba, e tutt'oggi nonostante internet ci abbia permesso di apprezzare anche molti dischi di fattura non proprio ottima abituandoci alle sonorità “da MySpace” sentiamo che in casa Agnelli non giravano ancora i soldi. Ma il suono è comunque d'impatto, graffiante, e complice del sensazionale risultato, potente ma a tratti intimistico, grazie ai testi sempre molto personali e variamente interpretabili del frontman. Strumentalmente non troviamo virtuosismi ne passaggi difficili, e mai ne troveremo nella carriera degli Afterhours, ma la sincerità con la quale due accordi di chitarra e un bel giro di violino sanno creare canzoni come queste stupisce ancora. E non rimanerne appassionati è davvero impossibile.
Se “non c'è niente che sia per sempre”, beh questo disco sicuramente lo sarà.

Voto: 9.5

lunedì 30 novembre 2009

Neodea - Teorema del Delirio (Black Fading Records/Alkemist Fanatix, 2009)



I Neodea sono un quartetto milanese che dichiaratamente, da qualche anno, ha deciso di imbracciare la via del neo-grunge (mi prendo la responsabilità di questa definizione, per non usare post- e menate varie). Il risultato non è dei migliori. Il pericolo di copiare lavori già fatti da grandi nomi come Alice in Chains, Soundgarden e Pearl Jam è sempre dietro l'angolo e si concretizza in modo particolare in certi brani di questo lavoro che ora analizzerò più nel dettaglio.
Già dall'inizio in Panic TV (ed è tutto identico in Deliri e Paradisi Artificiali) capiamo che sostanzialmente non tira aria nuova. Soliti riff grungettoni resi meno sterili da un cantato all'italiano abbastanza originale quando non fa l'occhiolino a Hetfield o a qualche Vedder (qualcuno dei suoi cloni, si intende). In 34 & 2, oltre a questo, spunta addirittura un riff in salsa west-coast che sembra rubato dai lavori recenti dei Dream Theater, anche se troppo semplice per definirlo tale. Violet, insieme a Mascara, regala un attimo di personalità al lavoro, con alcuni spunti più vicini a sonorità di band come gli A Perfect Circle, continuando comunque a seguire percorsi per niente innovativi e più devoti alla scopiazzatura che alla rielaborazione, che ci vorrebbe per riproporre, DI NUOVO, un genere come il grunge. Morto, e non per colpa di Cobain. Risultano comunque i pezzi più salvabili del disco. La ballata alla Stone Temple Pilots paramelodici non può mancare, ed ecco Madre, altro brano all'insegna della banalità più accentuata. Una recensione deve sforzarsi di trovare anche i lati positivi di un lavoro e allora diciamolo. Tecnicamente la band se la cava, anche se come già detto la fantasia scarseggia. I suoni sono azzeccati, adeguati al genere, e la voce soprattutto gratta al punto giusto. I testi inoltre, abbastanza “clichéttosi” (mi si permetta il neologismo) per questo stile, reggono il confronto con altre band emergenti italiane e risultano alla fine decenti.
Un album solo per aficionados del grunge all'americana, anche se cantandolo in italiano ci sono anche discrete possibilità che possa arrivare all'orecchio di qualche nuovo fan dell'ultim'ora. Non si parli di novità, perché qui siamo lontani anni luce dall'innovazione di certe band che il grunge l'hanno portato su altri lidi, come i Verdena. Per il resto, strimpellano bene. 

Voto: 4.5 

giovedì 15 ottobre 2009

Alice In Chains - Black gives way to blue ( Virgin/EMI, 2009)

Prima di scrivere questo pezzo ci ho pensato su un po: primo perchè volevo avere in mano il cd originale, secondo perchè è stata una dura lotta cominciare a scrivere.
Non ricordo quanti anni siano trascorsi dall'ultima uscita discografica di questa (grande) band, ma a occhio e croce penso siano almeno una quindicina: insomma dalla dipartita del buon Layne Staley in poi era arrivato qualche disco solista di Jerry Cantrell (chitarrista della formazione) ma nulla più.
Ancor prima di dirvi cosa penso di questo Black gives way to blue devo dire che sono uno che crede poco nelle reunion dei gruppi rock dopo la scomparsa di uno dei membri, figuriamoci poi se, come in questo caso, si tratta del frontman!
Gli Alice in Chains hanno fatto parte dell'olimpo del grunge quando questo esplose negli anni novanta a Seattle, e tra le varie compagini era quella (sempre a mio parere) sonoramente più vicina al metal, i cui suoni erano caratterizzati da cupezza, lentezza (leggasi marzialità) e straziante sofferenza, soprattutto per I temi trattati e per il modo di cantare del già compianto Layne, che faceva venire la pelle d'oca dando ad intendere che ciò che cantava era vita vera, la sua.

Ma torniamo al duemilanove: appena messa questa ultima fatica dei reduci degli Alice in Chains (coadiuvati da una nuova voce, al secolo Mr. William DuVall) nel lettore la prima cosa che salta all'orecchio sono I suoni. Non c'è che dire, rispetto ai vecchi dischi il suono d'insieme è bello tosto, preciso, gonfio e ricco di basse, solo che è meno caratteristico, meno A.I.C. e più neometallaro per certi aspetti. Intendiamoci, si riconosce la mano, ma forse chi ha ben in mente I dischi vecchi non può evitare di fare un confronto col passato.

L'apertura è affidata a All secrets known, traccia lenta e con poche aperture melodiche; la doppia voce è forse fin troppo utilizzata ed il tutto risulta un tantino pesante. Il secondo brano del disco è forse il meglio riuscito (Check my brain), probabilmente per il suo refrain “facile” o forse per la durata da brano “normale”. Oltretutto è il pezzo dove meno si sentono echi di vecchie hits.
Il brano Last of my kind si apre con una lunga intro musicale dapprima a base di echi e voci e poi con un riff elettrico, ma anche qui, in cinque minuti e passa non sono riuscito a sentire la nuova voce ed in certi punti ci si sente catapultati nel metallo più pesante grazie ai riff in tonalità gravi.
Traccia quattro (Your decision) acustica che ricorda un po “Nutshell” nell'intro, brano più che famoso tra I fans della prima ora, per cui la pelle d'oca a me viene, ma solo per il ricordo dell'MTV Unplugged fatto anni or sono! Qui però c'è da dire che finalmente viene svelata la voce del nuovo frontman che non è affatto male, fatto salvo il “piccolo” problema di doversi confrontare con un fantasma davvero scomodo.
Riffone vecchio stile A.I.C. in A look in view che in ben sette minuti sette pare incollare insieme due vecchi brani della band, riuscendo addirittura ad annoiare.
Ancora una traccia che si apre con l'acustica in mano a Jerry Cantrell (When the sun rose again) accompagnata dalla tabla: qui a parer mio si sentono meno gli antichi echi e il tutto risulta piacevole, compreso un breve ma evocativo solo di elettrica dopo poco più di metà brano.
Brano numero sette è Acid bubble, che riprende il filo dell'album con chitarre gravi e lente dove viene (ancora una volta) adagiata una linea vocale a due, anche se in questo caso il ritornello apre bene, soprattutto vocalmente, senza ricordare troppo il passato.
Si procede con un tempo più “allegro” su Lesson learned e la voce solista riesce ad emergere per l'intera strofa (!) senza alcun intervento di Cantrell, che però non resiste ed entra nel refrain. Dopo il solo di chitarra il brano ha una nuova apertura molto gradevole che lo porta al finale.
Si ritorna lenti (ma meno pesanti) su Take her out, che ha un ritornello davvero niente male...
Anche Private hell, come altri pezzi precedenti evoca I vecchi fantasmi, con la sua lenta dolcezza: pure qui manca l'ingrediente che fa si che questo disco non sia un gran disco: l'interpretazione semplicemente disarmante del buon Layne! Jerry Cantrell ce la mette tutta anche qui con un solo straziante, ma non basta; comunque questo è un brano secondo me abbastanza riuscito, malgrado l'uso della doppia voce dal principio alla fine.
La title track (una ballad) chiude l'intero lavoro; il signor DuVall fa sentire che c'è e in certi momenti riesce ad emozionare davvero, complici forse le note di pianoforte che lo accompagnano. Solo tre minuti questa Black gives way to blue, ma tre minuti di quelli da ricordare.

Alla fine l'impressione generale su questo lavoro non è entusiastica: avevo altre aspettative nei loro confronti, mi aspettavo un cambiamento avendo loro una nuova voce solista ed essendo passati un bel po di anni dall'ultima fatica.
Non mi sento nemmeno in grado di dire se il nuovo singer sia bravo oppure no dati i suoi brevi interventi sui brani, durante i quali si cerca di ricostruire la doppia voce che caratterizzava i vecchi pezzi esagerando nell'utilizzarla anche laddove non servirebbe.
Insomma attendevo un disco nuovo in cui anche il nuovo elemento esprimesse la sua personalità, creando una nuova amalgama: speravo in un risultato à là Alterbridge, in cui innestando un (peraltro bravissimo) cantante nella originaria formazione Creed ne è uscito qualcosa di diverso. Rispetto ai lavori precedenti ho anche sentito un Mike Inez ed un Sean Kinney normali, e non grandiosi come li ricordavo: un vero peccato.
Fossi stato in Jerry Cantrell e avessi proprio dovuto rimettere insieme i ragazzi avrei avuto almeno il buon gusto di cambiare ragione sociale alla ditta: Layne, ci manchi!

Voto: 5.5

mercoledì 14 ottobre 2009

Soundgarden - Superunknown (A&M, 1994)


Prima di tutto infilo il jack nella presa per le cuffie, poi prendo dalla pila dei cd questo disco, estraggo il libretto e premo play...Credo di averlo preso in un cassettone al centro commerciale dopo anni dalla sua uscita: l'originale ci voleva!

Ma passiamo alle impressioni che questo lavoro lascia nelle orecchie e nel cuore.
Tutto comincia con una esplosione in cuffia: Let me drown parte a bomba con chitarre in faccia e voce meravigliosa di Chris Cornell, che ad un certo momento lancia il solo con uno dei suoi urli da pelle d'oca. Ora qualcuno mi potrebbe chiedere perchè ho messo su Superunknown quando questa band è in pensione da circa una decina di anni ma data la recente uscita di Scream volevo che chi legge questo blog andasse a cercarsi un disco in cui il vecchio Chris canta come si deve e, soprattutto, senza vocoder!
E intanto parte My wave, col suo riff di chitarra ipnotico e gonfio e quando giunge il ritornello tutto il suono si apre e ne esce qualcosa di stupendo: insomma, questa è una band che molti considerano estremista nella scena grunge, ovvero un gruppo che strizzava l'occhio al metallo per certi versi. Non diresti mai che quattro ragazzacci del genere potessero essere così melodici. (ndr My wave è la suoneria del mio cellulare).
La traccia successiva si apre calma (Fell on black days) e anche qui appena inizia la parte vocale mi tornano alla mente un sacco di ricordi: se quelli erano i suoi giorni neri beh, li vogliamo indietro in molti... Solo da manuale con wah a manetta (siamo nei nineties) e si chiude con un poker di ritornelli, con la voce che ad ogni frase si alza e si sporca, fino a tornare di colpo dolce. Il postino suona (Mailman) con un riffone veramente pesante, coadiuvato da feedbacks che lasciano spazio alla voce: il brano è quasi marziale, in più sembra strano ma in mezzo ai sente addirittura un mellotron. La voce roca e con un poco di effetto evoca sofferenza e rabbia...
A questo punto fa capolino la titletrack, dove i musicisti creano “solo” un tappeto per la voce (batteria in quattro quarti senza fronzoli, riff di chitarra che “spunta” qua e la, basso che pompa in modo discreto). Il brano per certi versi è molto zeppeliano, basti ascoltare il bridge con campanellini freak e pattern sui tom; anche se poi arriva preciso un solo di chitarra con il pedale del wah pestato a dovere.
A sentire la partenze di Head down qualcuno potrebbe pensare di aver cambiato disco, invece poi batteria e chitarra elettrica ti fanno capire che sei ancora coi Soundgarden: questo brano è una sorta di ballata elettrica, il cui testo però non parla d'amore, ma bensì di dissidi interiori come nella migliore tradizione. Poche parole, forse a prima lettura semplici, forse pessimistiche, ma che alla fine sanno far intravedere la luce in fondo al tunnel: “head high like a song you like”. A metà disco (ben 16 i pezzi, e il disco scorre che è una meraviglia ancora oggi) uno dei brani più conosciuti della band: Black hole sun: un vero masterpiece che ad ogni ascolto mi fa tremare le gambe e commuovere come fosse il '94! Ok, probabilmente sono troppo di parte per recensire un disco che è nella mia top ten personale, ma così è se vi pare... La traccia 7 (che in molti dischi ho notato essere la migliore, chissà se è una coincidenza) di cui si scriveva va ascoltata per forza: se amate il rock non potete tirarvi indietro...anzi spero non sia servito dirvelo!
Si prosegue col secondo brano più famoso del lavoro, ovvero Spoonman, dove il signor “Artis the Spoonman” mette a disposizione i suoi cucchiai e li suona su tutto il pezzo in perfetta simbiosi con il drumming potente di Matt Cameron. Anche il riffone di chitarra è di quelli che non ti lasciano più. Se leggete sul libretto (per questo i dischi che mi piacciono li prendo originali!) scoprirete che, oltre alle curiosità sonore del pezzo, il suo titolo l'ha scelto Jeff Ament, bassista dei Pearl Jam. Godetevi il solo di Mr. Spoonman, e per un attimo vi sembrerà di vederlo seduto su una veranda del sud a suonare i suoi cucchiai.
Il brano successivo è Limo wreck, che comincia con una intro strumentale per poi diventare una sorta di blues scuro ed elettrico: confrontate il cantato del ritornello di questa canzone con un qualsiasi brano di Scream e poi ditemi!
Il pezzo che segue è The day I tried to live dove a fare il lavoro sporco stavolta è un basso gonfio e presente come oggi è raro sentire. La strofa è cadenzata, ma il tutto prende veramente forma nel ritornello dove a comandare è la chitarra.
Con la traccia titolata Kickstand si schiaccia l'acceleratore sfiorando territori punk, anche se il testo non è il migliore del mondo: da quasi l'impressione di essere una canzone riempitivo, e dato il numero delle canzoni del disco non se ne sentiva il bisogno.
A questo punto si riparte con un beat più lento, ma più caro alla band, con Fresh tendrils: qui si sentono riff stoppati chitarristici che in seguito sarebbero diventati pane quotidiano per molti new-metallers. Un brano, questo, che se messo a confronto con i precedenti non riesce a brillare, ma che da ancora una volta modo alla voce di uscire ed impressionare...o per meglio dire emozionare.
Il quattro di luglio dei Soundgarden (4th of July) si apre invece più scuro che mai, con il distorsore a manetta e con una linea vocale malata e malinconica che recita: “I heard in the wind and I saw it in the sky and I thought it was the end and I thought it was the 4th of July”. Hey se notate c'è una croce a fianco del titolo...Un grande pezzo che a parer mio ricorda i loro compagni di avventura Alice in Chains...
E dopo i fuochi d'artificio vi sembrerà ancora di aver messo un altro disco, trovandovi davanti un sitar e una voce indù. Non avete sbagliato (di nuovo) perchè il brano in questione è sempre targato Soundgarden e si intitola Half e qui non sentirete altra voce se non quella descritta poco sopra a ricordarci i seventies.
Con il penultimo brano si torna a tematiche “care” al genere, a cominciare dal titolo che è tutto un programma Like suicide: il brano è scarno e lascia spazio ad un testo introspettivo e toccante, interpretato a meraviglia. Per definire questa canzone mi viene in mente la parola “sospeso”...
Sorpresa finale è She likes surprises che si apre in un modo burlesco con intromissioni di puro suono grunge, che costituiscono il ritornello del pezzo. Qui si rimane sorpresi due volte: quando la canzone comincia e quando il ritornello ti riporta alla Seattle di metà anni novanta. Ora ho le orecchie sudate (che brutta immagine) e tolgo le cuffie...

Il lavoro fatto sui suoni di questo disco dal signor Brendan O'Brien (si ok, è come sparare sulla croce rossa: dove passa lui non cresce più l'erba!) è strepitoso: c'è energia, c'è “pompa” senza l'utilizzo di suoni artificiali/artificiosi (lo dico pensando ai suoni di bateria super-dopati dei dischi rock odierni) e le chitarre paiono uscire da un ampli piazzato proprio dietro la mia scrivania. Per dirla in modo semplice si sente che ci sono quattro persone che stanno suonando insieme; cosa che in certi lavori si sente a fatica.
Senza incensare le capacità vocali del leader della band (a quei tempi) c'è da aggiungere che l'interpretazione dei testi, soprattutto laddove c'è ciccia (spessore) è perfetta. Vero che sarebbe difficile il contrario, dato che chi canta ne è anche l'autore, ma non sempre è scontato che sia così.
Mi sembra di avervi detto tutto sulla musica che c'è dentro Superunknown e penso non serva dare un giudizio: primo perchè ho già confessato di esserne un estimatore e non sarei obbiettivo, secondo perchè credo che il giudizio sulla musica (e sull'arte in genere) non possa essere che soggettivo.
E per finire, di seguito una breve nota cui ho pensato sfogliando il libretto (che ha i testi non in ordine...che sia solo la mia copia?)...
Infatti per spiegare e spiegarsi molte cose sul grunge è sufficiente leggere il nome della società che al tempo (o forse ancora oggi) deteneva il copyright dei brani di Superunknown, ovvero “You make me sick I make music”: praticamente il riassunto di una scena musicale... “Thank you, good night people”.


Voto: 8

sabato 19 settembre 2009

Pearl Jam - Backspacer (Universal, 2009)


Questo “Backspacer” sembra l'album di quei Pearl Jam che non vogliono invecchiare, come anche nel precedente lavoro avevano fatto notare. Si pesta ancora tanto, fermandosi ogni tanto per quegli inserti melodici che in certe band significano “vendersi” ma che sono invece molto spesso sintomo della maturità che quasi tutti, prima o poi, raggiungono (e infatti il pezzo più lento Just Breathe, non solo è un ottimo brano da viaggio in autostrada, ma presenta anche degli inserti d'archi che sono più o meno una novità per Vedder e soci).

L'album si apre con un pezzo veloce, simile a molti altri successi del passato tra cui il singolo “Do The Evolution”. Si tratta di Gonna See My Friend, strofa e ritornello alternati in una composizione semplice quanto ben funzionante. Azzeccata. Si capisce subito che i riff di questo disco funzionano, anche se sono comunque la rielaborazione più o meno originale di quanto già è stato prodotto nella loro più che decennale carriera. Lo scopriamo in The Fixer, brano che scivola via veloce per la struttura prevalentemente “da chart”. E' questo il tiro del disco. E uno dei singoli estratti Supersonic ne è la conferma, forse l'episodio meglio riuscito di questo Backspacer, con riff taglienti al punto giusto per scatenare anche un po' di pogo ai concerti. In Amongst The Waves si passa a quel post-grunge di band come Nickelback, Creed e primi Alter Bridge, per quanto riguarda la musica, ma il brano è comunque riportato allo stile PJ dalla voce di Vedder e dall'assolone centrale, che quasi strizza l'occhio a Slash. Vale lo stesso per la successiva Unthought Known.

Sonorità più “british” rispetto al grungettone a cui hanno abituati aprono Got Some, che diventa poi comunque il classico pezzo alla Pearl Jam, e anche in Johnny Guitar, in verità uno dei pezzi migliori del disco, per l'impatto che la sua scontatezza ha anche al primo ascolto. Nell'ottica di un disco che “deve vendere” funziona senz'altro. Un po' di melodia anche per un titolo rubato ai Coldplay, Speed of Sound, in realtà una canzone completamente diversa, anche se i toni un po' “malinconici” ricordano un po' alcuni pezzi del gruppo inglese.

La band è ancora in forma, sforna riff che si memorizzano facilmente e lancia ancora qualche occhiata al passato da band grunge uscita dal fortunato panorama di Seattle, seppur l'attenzione a delle soluzioni più “universali” nel sound e nella composizione dei brani siano evidenti. La voce di Vedder è sempre all'altezza e, insieme al chitarrista solista Michael David McCready, rimane il migliore in formazione (anche come originalità). La produzione, nei suoni, è in linea con tutti i loro lavori, soprattutto gli ultimi due o tre album, e non presente particolari novità.

Per concludere, Backspacer è un album che soffre forse della mancanza di quella freschezza che contraddistingueva in particolare alcuni CD precedentemente sfornati dalla band (non solo lo storico “Ten”), ma che dimostra come ci sia chi, superata la quarantina, continua ad avere comunque qualcosa da dare al panorama rock. Mainstream si intende. Perché il grunge, si sa, ormai è morto. E non per colpa di Kurt Cobain.

Voto: 7-