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sabato 23 maggio 2020

Anthony - Walking on Tomorrow (Autoproduzione, 2020)

Il trentacinquenne milanese Antonio Valentino, in arte Anthony, dopo anni dedicati al suo strumento (la chitarra), approcciato dapprima nel mondo delle cover band e poi con i Night Road trasportato anche nel mondo del songwriting, sfodera tutta la maturità così acquisita nello strumento e nella composizione in un progetto solista, dando alla luce questo "Walking on Tomorrow".
Nel suo percorso formativo, Anthony ha evidentemente incontrato Van Halen, Hendrix, l'hard rock anni 80 post-AC/DC, sicuramente anche l'heavy metal (più i Judas Priest che gli Iron Maiden, si direbbe) e naturalmente Slash, a dire del sottoscritto uno dei chitarristi più sopravvalutati della storia, ma non per questo ininfluente. Con ascolti di questo tipo, non stupisce che i momenti più leggeri siano quelli meno riusciti (ad esempio "American Dream", o la conclusiva "Scathing Time", che però si salva per le sue striature epiche davvero coinvolgenti e ben congegnate in quanto anche a scelte sonore) mentre dove si spinge sull'acceleratore, alzando toni e volume, ci si trovi improvvisamente nella comfort zone del lombardo. Si pensi per esempio a "Another Way", contenente quello che è probabilmente il riff più memorabile, a "Night After Night", che strizza l'occhio addirittura al grunge, risultando tanto aggressiva quanto piacevolmente orecchiabile, e a "Get Off", un brano dove l'arrangiamento sorprende in particolar modo per la gestione delle dinamiche, perdendone però in originalità.

Personalmente, trovo che il genere abbia ormai saturato il mercato da almeno un decennio, ma è evidente che a questo punto la partita si gioca sulla qualità dei suoni e della scrittura. Da questo punto di vista, i primi risultano un po' deboli, o meglio si sente la mancanza di una cabina di regia, laddove la costruzione dei pezzi risulta invece matura, efficace, come tipicamente ci si aspetta da chi si è formato artisticamente divorando certi dischi e interiorizzandone le armi vincenti.
Anthony sa quindi indiscutibilmente il fatto suo, e per chi ama l'hard rock, l'heavy metal e il rock'n'roll risulterà certamente un autore godibile, sul pezzo, perfettamente incasellato dentro quegli stereotipi che tanto piacciono e hanno reso questi stili tra i più longevi e resistenti all'innovazione tecnologica che ha invece spazzato via, ad esempio, il rock, il pop, il grunge. 

mercoledì 25 marzo 2015

Toto - Toto XIV (Frontiers Music, 2015)

Da un punto di vista tecnico, un nuovo album in studio dei Toto è sempre un evento memorabile: la famosa band Americana si è sempre distinta per aver creato una serie di dischi che sono un po' il compendio di come si registra e si suona un perfetto album rock, aiutati anche dal fatto di avere sempre in formazione la crème de la crème dei musicisti. In questo caso, questa sensazione si mischia anche, inevitabilmente, ad un po' di tristezza, dovuta alla prematura scomparsa del loro storico bassista Mike Porcaro, malato da tempo di sclerosi laterale amiotrofica, pochi giorni prima della pubblicazione dell'album. Il precedente "Falling In Between", pubblicato nel 2006, sembrava un'uscita di scena perfetta, e, effettivamente, un messaggio del 2008 sul sito ufficiale di Steve Lukather aveva decretato la fine del gruppo. A quanto pare, ci sbagliavamo tutti. Curiosa la formazione; oltre all'immancabile chitarrista e cantante Steve Lukather, ormai il vero leader del progetto, il resto dei Toto è composto da ex membri che sono tornati all'ovile: David Paich e Steve Porcaro alle tastiere, Joseph Williams alla voce solista e David Hungate al basso. Il ruolo di batterista è affidato a Keith Carlock, eccellente turnista già al servizio di giganti come James Taylor, Steely Dan, John Mayer e Sting. Tra gli ospiti abbiamo alcune facce già note, tra cui Leland Sklar al basso, Lenny Castro alle percussioni e Michael McDonald ai cori. Praticamente, non è nemmeno quasi più lo stesso gruppo di "Falling in Between" e, a questo punto, viene spontaneo chiedersi se questo sia davvero un disco dei Toto o se forse sia più simile ad un progetto solista di Steve Lukather. Abbiamo già fatto un discorso simile parlando di "The Endless River" dei Pink Floyd e, principalmente, la stessa soluzione è applicabile anche qua: nessuno di noi ha il diritto di stabilire chi siano i Toto o no, se non i diretti interessati e, in fin dei conti, Lukather è stato l'unico a essere presente nel gruppo fin dall'inizio per cui nessuno ha più diritto di lui di essere il capitano. Ciò che differenzia la sua carriera solista da quella dei Toto è che, in questo secondo caso, il poliedrico chitarrista si è circondato da persone che hanno vissuto vari momenti importanti della storia della band che, sicuramente, meritano di avere voce in capitolo.

Fin dalla sua presentazione (la copertina con la famosa spada, ormai il loro marchio di fabbrica e il titolo che si rifà al celebre "Toto IV"), "Toto XIV" sembra percorrere la carriera del celebre gruppo Americano. Tuttavia, considerando anche una recente intervista a David Paich nella quale ammette che le lavorazioni del disco sono iniziate solo per adempiere ad obblighi contrattuali, più che un riepilogo pare essere una cosa inevitabile. Le atmosfere generali sono molto vicine a quelle di "Mindfields" e "Falling in Between", ma la voce di Joseph Williams è tipicamente caratteristica dei loro album anni '80, mentre i momenti dove Hungate e Porcaro sono in prima fila, ci riportano alle sonorità dei primi album. Tutto sommato, un mélange piuttosto interessante che, in alcuni casi, funziona piuttosto bene: la potente "Running Out of Time" è sicuramente un buon modo di iniziare un album, "Unknown Soldier (For Jeffrey)" è ben riuscita e ha un bel climax, "Fortune" è un brano rock dal giusto mordente e "Chinatown" è un pezzo raffinato, che ricorda un po' gli Steely Dan, altro gruppo leggendario Americano nel quale hanno militato alcuni membri dei Toto; tale influenza è evidente anche in "21st Century Blues", che ricorda vagamente la title-track di "Pretzel Logic". Altre volte, invece, il risultato è più carente, come nel caso di "The Little Things" (cantata da Steve Porcaro) e "All The Tears That Shine", due brani che si fanno notare per la loro mancanza di direzione, più che altro. Curiosamente, i tre singoli scelti per questo album, pur essendo dignitosi, non sono tra i pezzi migliori: "Orphan" è decisamente troppo stucchevole, "Holy War" si fa notare più che altro per il break strumentale centrale e la power ballad "Burn", anche se piuttosto orecchiabile, è un po' troppo ovvia e scontata.

Generalmente, si arriva a fine album senza aver molto da dire, forse perché è il disco in sé che ha poco da dire. Intendiamoci, si tratta sempre di un prodotto di classe e di una certa qualità, ma l'impressione globale è quella di un complesso che è diventato confinato nel suo stesso nome e, di conseguenza, lavora sempre con gli stessi limiti senza nessun desiderio di uscirne e di superarli. In questo ambito il gruppo, sicuramente, eccelle: d'altra parte, chi meglio dei Toto può fare i Toto? Eppure, tutto questo ragionamento viene rovesciato dalla traccia conclusiva, "Great Expectations", un brano complesso ma ben costruito, trionfale, decisamente energico e convinto, nel quale tutta la tensione e la compostezza che ha caratterizzato il resto dell'album viene rilasciata. Durante queste note finali, viene spontaneo chiedersi se forse abbiamo interpretato male il disco. Certo, potrebbe essere un "semplice" gran finale, ma anche una dimostrazione che i Toto, da un punto di vista compositivo, possono ancora dire qualcosa e che "Toto XIV", nonostante tutto, è solo un necessario album di transizione per farci abituare ad altre sorprese per il futuro. Magari è un pensiero troppo ottimista arrivati a questo punto, ma il titolo del brano sembrerebbe comunque puntare in quest'ultima direzione. Tornando al presente, questo disco potrebbe essere un buon investimento per chi si avvicina ai Toto per la prima volta, ma  a chi li conosce già superficialmente, consigliamo di ascoltarsi prima gli altri album in studio. A tutti gli altri, invece, qualsiasi tipo di consiglio è totalmente superfluo! 

David Paich, Joseph Williams, Steve Lukather, Steve Porcaro

venerdì 6 marzo 2015

Into Deep #12 - Might Just Take Your Career - (Non) Deep Purple


Deep Purple Mark I
Da sinistra: Rod Evans, Jon Lord, Ritchie Blackmore, Nick Simper e Ian Paice

Ci sono alcuni gruppi che non hanno bisogno di alcun tipo di presentazione. I Deep Purple sono sicuramente tra questi: considerati, a ragion venduta, tra le più grandi band di tutti i tempi, persino chi non ha la minima conoscenza musicale riconosce immediatamente il riff di "Smoke on The Water". Il rovescio della medaglia è che questo li ha resi parte di quella serie di artisti che si tende a dare per scontati, mettendoli sempre dogmaticamente al primo posto senza mai spiegare perché. In realtà, la loro storia è stata molto avventurosa, così come la loro crescita musicale. I loro primi tre album, "Shades of Deep Purple", "The Book of Taliesyn" e il terzo omonimo, infatti, mostrano un gruppo molto diverso da quello che siamo abituati a sentire, pur essendo comunque coerenti e sensati con il resto della discografia. Il merito di questo è dovuto anche alla voce del cantante Rod Evans, sicuramente molto diversa da quella di Ian Gillan o David Coverdale, ma certamente espressiva e adatta allo stile variegato, e forse anche un po' ingenuo, di quel loro periodo. Ma, durante il tour Americano del 1969, il chitarrista Ritchie Blackmore e il tastierista Jon Lord decisero che, per rimanere a galla, il gruppo avrebbe dovuto scegliere una strada più definita, concentrandosi su un sound più duro. Evans e il bassista Nick Simper vennero quindi dimessi e sostituiti dai ben più celebri Ian Gillan e Roger Glover, iniziando così la storia di quei Deep Purple che sono successivamente entrati nella leggenda.

Captain Beyond
Evans si trasferì negli Stati Uniti dove, due anni più tardi, registrò un singolo uscito per la Capital Records, "Hard to Be Without You"/"You Can't Love A Child Like A Woman", che, però, non ebbe molto successo di vendita. Il seguente anno, nel 1972, assieme ad ex membri della Johnny Winter band e degli Iron Butterfly, formò un gruppo hard rock compatibile anche con il progressive, i Captain Beyond, con i quali registrò due dischi: un primo omonimo e "Sufficiently Breathless". Benché i Captain Beyond venissero abbastanza apprezzati dalla critica e fossero diventati un gruppo "cult", con uno zoccolo duro di fan che li seguiva ovunque, gli album non vendettero mai abbastanza, quindi Evans, nel 1974, si ritirò dal mondo della musica, lavorando per qualche anno come direttore in un centro di terapie respiratorie. A questo punto, un suo ritorno alla musica sembrava abbastanza improbabile e, per quanto sia un peccato dirlo, sarebbe stato meglio così. Purtroppo il peggio doveva ancora venire.

Deep Purple Mark IV
Contemporaneamente, i Deep Purple erano diventati, finalmente, un grande successo di pubblico e di critica, risultando una delle band Britanniche più popolari al mondo. Certo, avevano avuto anche loro la loro serie di tafferugli: nel 1974, i due "ultimi arrivati", Glover e Gillan lasciarono all'apice del successo, sostituiti, rispettivamente, da Glenn Huges e David Coverdale, ancora una volta, due musicisti con un approccio completamente diverso ai loro predecessori. Le cose sembravano comunque andare per il verso giusto ma, inaspettatamente, alla fine del 1975, anche il chitarrista Ritchie Blackmore decise di abbandonare, per dare vita ai suoi Rainbow. Venne sostituito da Tommy Bolin, un bravo chitarrista jazz fusion già al servizio di leggende come Billy Cobham e Alphonse Mouzon. Purtroppo, sarà stato per il suo stile completamente diverso da quello di Blackmore, sarà stato perché è comunque difficile rimpiazzare un personaggio del genere e, assolutamente, sarà anche stato per i crescenti problemi del chitarrista con alcool e droga che gli impedivano di dare performance all'altezza, questo segnò il capolinea del gruppo negli anni '70: al termine del tour del loro decimo album in studio, "Come Taste the Band", i Deep Purple decisero che era arrivato il momento di chiudere i battenti. Tommy Bolin tornò al suo genere originale, ma, disgraziatamente, morì di overdose il 4 Dicembre 1976, a soli 25 anni. Nonostante la parabola discendente del gruppo, negli anni successivi. la richiesta di reunion fu molto alta e costante, specialmente per quanto riguarda la Mark II. Sebbene una cosa del genere non sembrasse poter accadere tanto presto, anche perché i vecchi membri storici erano tutti impegnati in altri progetti, questo non impedì speculazioni e voci di corridoio che dicevano che ci sarebbero stati dei tour a breve. Nel 1980, quando finalmente venne annunciata una reunion con delle date in Nord America, i fan andarono in visibilio e sembrava finalmente che il sogno di ogni appassionato di hard rock si fosse realizzato. Ma era veramente così?

A questo punto, prima di proseguire, è necessario fare una divagazione e un piccolo passo indietro. Due musicisti, il chitarrista Tony Flynn e il tastierista Geoff Emery, da tempo militavano in una versione non ufficiale degli Steppenwolf, in cui comparivano solo due membri originali, nessuno dei quali era fondatore. Il cantante, leader e depositario del nome "Steppenwolf", John Kay, presto si stufò di questa farsa e li costrinse a smettere, appena in tempo per impedire a questa versione "farlocca" di fare uscire un album in studio, che avrebbe dovuto intitolarsi "Night of the Wolf". Quando Flynn ed Emery si resero conto che il gioco stava per finire, cominciarono a cercare altrove, mettendo gli occhi, appunto, sui Deep Purple. Il gruppo era sufficientemente famoso, la richiesta era alta e, come il cacio sui maccheroni, avevano degli ex membri di relativo basso profilo e musicalmente inattivi da tempo che avrebbero potuto prestarsi bene al gioco. Ovviamente, stiamo parlando di Nick Simper e di Rod Evans, che vennero presto contattati con l'allettante proposta di far rivivere il nome Deep Purple. Simper mangiò subito la foglia e se ne tenne fuori, ma Evans, attratto dalla possibilità di poter tornare sul palco, questa volta facendo più successo, accettò. Con l'aggiunta del batterista Dick Jurgens III, presente anche lui in una delle formazioni finte degli Steppenwolf, e del bassista Tom De Rivera, un non professionista, si completò la più grande mistificazione che ci sia stata nel mondo del rock.

Bogus Deep Purple
Da sinistra: Dick Jurgens III, Tony Flynn, Tom De Rivera, Geoff Emery e Rod Evans
Nel Marzo del 1980, Emery registrò legalmente il marchio "Deep Purple" secondo le leggi Americane, specificando che nessun altro prima di questa registrazione ne detenesse i diritti. Ovviamente, suddetto nome era già stato registrato nel 1968 e tutti i membri di questa, chiamiamola così per comodità, formazione lo sapevano, Rod Evans in primis. Non solo, ma nel 1971, era anche stata fondata una compagnia, la Deep Purple (Oversas) Ltd., che serviva, tra le altre cose, a tutelarsi contro questo genere di cose, anche se nessuno si sarebbe immaginato che qualcuno sarebbe stato così sfacciato da tentare sul serio di fare una cosa del genere. Tuttavia, c'erano troppi buchi e incongruenze nel sistema legale Americano, soprattutto quando si trattava della tutela legale dei musicisti, e prima che i veri depositari del nome Deep Purple riuscissero a farci qualcosa, questo nuovo gruppo riuscì a muoversi piuttosto velocemente. Inoltre, fatto non trascurabile, all'epoca internet non esisteva, e chi organizzò questo finto tour, fu molto bravo a giocare sul "fattore confusione". Ora della fine, le radio e i giornalisti sapevano soltanto che i Deep Purple si erano riformati, ma non si sapeva chi stesse all'interno del gruppo e, d'altra parte, la fame di hard rock era così tanta che nessuno se ne preoccupò sul serio.

Dopo aver fatto una serie di date di prova in dei piccoli e anonimi teatrini, il 17 Maggio 1980 il gruppo fece la sua prima data ufficiale all'Armadillo Civic Center, in Texas. I biglietti, come prevedibile, vendettero come il pane e i fan erano giubilanti, convinti di stare per assistere ad un evento unico e memorabile. La cosa si rivelò effettivamente così, ma non nel modo in cui si aspettavano. Come immaginabile, il concerto, da qualsiasi punto di vista artistico, fu un totale disastro. Il gruppo suonava come una cover band di scarso livello, la qualità del suono era decisamente bassa, e la scaletta era piuttosto strana: passi per "Hush", "Mandrake Root", "Kentucky Woman" e forse, l'inevitabile "Smoke on The Water", che comunque non faceva parte del periodo di Rod Evans, ma l'inclusione di materiale come "Space Truckin'", "Burn" e "Might Just Take Your Life" era assolutamente incomprensibile. A peggiorare le cose, i cinque si erano presentati con un look glam e sfoggiavano un comportamento degno dei peggiori stereotipi del rock, con tanto di distruzione finale degli strumenti. Il pubblico, ovviamente, non reagì per niente bene, complice anche il fatto che quasi nessuno aveva riconosciuto Rod Evans o, comunque, sapeva che aveva fatto parte dei Deep Purple originali. Il quintetto abbandonò il palco solo dopo 40 minuti, dopo essere stato bersaglio di bottiglie e oggetti vari, e l'inizio di una rivolta. Avrebbe dovuto essere un monito abbastanza chiaro, ma se qualcuno è già abbastanza senza scrupoli da far partire un'operazione del genere sicuramente cerca di portarla a termine, e il tour proseguì con gli stessi risultati di sera in sera. Ad un concerto al Capitol Theater di Quebec, in Canada, il chitarrista Tony Flynn, stufo dei continui lanci, proclamò al microfono che "chiunque sia qua per sentire i veri Deep Purple è il benvenuto, ma gli altri possono andare a fare in culo". Ovviamente, la cosa non fece altro che peggiorare la situazione; Robert Boualy, l'organizzatore di quel concerto, fu lapidario: "non meritano di essere pagati, è stato ripugnante". A questo punto, la voce che una banda di impostori stava andando in giro a nome Deep Purple si era sparsa a macchia d'olio e le vendite dei biglietti stavano cominciando a calare drasticamente. I membri originali si accorsero finalmente di cosa stava succedendo e cominciarono a rilasciare dichiarazioni ufficiali e a muoversi su terreni legali. "Penso che sia disgustoso che un gruppo debba scendere così in basso e prendere il nome di qualcun altro" affermò Ritchie Blackmore a Rolling Stone Magazine. Da canto suo, Rod Evans negava di stare facendo qualcosa di sbagliato; dopo aver, falsamente, affermato nel Giugno 1980 a Sounds Magazine di aver contattato Blackmore e Jon Lord per avere il permesso di usare il nome, in Ottobre, in un'altra intervista alla stessa rivista, cambiò versione: "Che Ritchie mi dia il suo supporto o no non è di grande conseguenza per me, così come non lo sarebbe per lui se io glielo dessi per i Rainbow. Voglio dire, mi dispiace che non gli piaccia il gruppo, ma ci stiamo provando". Un certo Ronald K., uno dei promoter di questa nuova formazione, prese le loro difese con un annuncio ai giornali di musica, senza risultare molto convincente: secondo lui, tra le altre cose, i Deep Purple originali volevano indietro il nome perché avevano visto che "il nuovo gruppo ha successo e vogliono averne i diritti"! Comunque, per via di come si muoveva il sistema legale Americano, la Deep Purple (Oversas) Ltd. per un po' di tempo non poté avviare procedimenti legali, anche se riuscì, se non altro, a fare pubblicare un avviso sul Los Angeles Times che specificava che Ritchie BlackmoreDavid CoverdaleIan GillanRoger GloverGlenn HughesJon Lord Ian Paice, contrariamente a quanto si vociferava, non erano parte di questa formazione. E chi diavolo c'era nei Deep Purple, allora?!

Rod Evans (1980)
Quando, finalmente, i veri Deep Purple fecero causa a quelli falsi, questi ultimi, per un certo periodo, si esibirono a nome The New Deep Purple, ma servì a poco.  Il 3 Ottobre 1980, dopo quasi un anno, i giudici decisero che il nuovo gruppo non aveva nessun diritto di girare a nome Deep Purple e li condannò al pagamento di una sanzione di 672.000 dollari. Evans, che non poteva sostenere una spesa del genere, perse le royalties degli album che aveva registrato con loro e questo segnò la fine di quest'avventura. "È stata una cosa molto stupida da fare. Rod è stato un idiota" tuonò Jon Lord il 7 Maggio 1981 in un'intervista alla Radio 1 Svedese, "si è fatto fregare da persone che volevano solo guadagnare sul nome, senza preoccuparsi della qualità. Se non li avessimo fermati, avrebbero potuto registrare a nome Deep Purple, sarebbe stata una truffa gigantesca". In effetti, i falsi Deep Purple avevano firmato un contratto con una casa discografica affiliata alla Warner Brothers e avevano pure già registrato una serie di canzoni ai Village Recording Studios di Los Angeles, che, secondo i piani originali, sarebbero dovute uscire nel Novembre del 1980. Chiaramente non se ne fece nulla, anche se nei mesi successivi Tony Flynn parlò di un suo disco solista nel quale ci sarebbe stata la partecipazione di Emery e Evans, sicuramente materiale tratto dai suddetti nastri. Anche questo progetto sparì nel vuoto.  Anni dopo, in un'intervista del 1998, un più pacato Jon Lord cercò di rivedere la cosa sotto un punto di vista diverso, più consono al suo modo di fare British: "Rod ha solo voluto provare a vedere cosa sarebbe successo. L'unica cosa di cui gli faccio una colpa è di essere stato sconsiderato. Avrebbe dovuto sapere che non sarebbe stato facile cavarsela con dei finti Deep Purple: dopotutto lo stava pur sempre facendo in pubblico!". Com'è noto, i Deep Purple si riunirono ufficialmente nel 1984 con la popolare Mark II, tornando in piena forma con l'album "Perfect Strangers" cancellando così ogni effetto di questa infausta disavventura e soddisfacendo i fan che tanto avevano desiderato un loro ritorno in scena.

Dopo questa storia, la carriera musicale di Rod Evans era ormai inequivocabilmente giunta al termine e, poco dopo, sparì dalla circolazione senza farsi più vedere. Il suo esilio volontario dura fino ai giorni nostri: pochi sanno dove il cantante si trovi oggi e, chi lo sa, non apre bocca. Nei primi anni 2000, Larry "Rhino" Reinhardt, il chitarrista dei Captain Beyond, affermò che, in quel momento, era in contatto con lui e che gli aveva anche chiesto di fare una reunion con il gruppo, ma Evans aveva declinato l'offerta. Reinhardt è morto nel 2012, ma secondo alcune indiscrezioni, anche il batterista Ian Paice sarebbe a conoscenza di dove si trovi Rod in questo momento. Se da un lato quello che ha combinato il cantante è stato senza dubbio molto grave e, come si suol dire, "chi è causa del suo mal pianga sé stesso". dall'altro è indubbiamente triste che un musicista come lui abbia dovuto terminare la sua carriera in questo modo. Rod Evans non era un cantante che faceva virtuosismi, ma, oltre ad avere una bella timbrica, era molto espressivo e versatile, risultando tanto convincente nei brani più spinti ("The Bird Has Flown" dei Deep Purple e "Mesmerization Eclipse" dei Captain Beyond) quanto nelle ballate ("Lalena" e "Starglow Energy" sempre degli stessi due gruppi, rispettivamente). Inoltre, prima del 1980, ha senza dubbio avuto una carriera non solo rispettabile, ma anche di prestigio e, sebbene questa sia una macchia difficile da cancellare, lo si ricorda molto più volentieri per quelle tante belle cose che ha fatto in precedenza. Anche se sicuramente, dopo tutte queste batoste, Rod non si avvicinerà mai più ad un contratto discografico, sarebbe bello che decidesse almeno di uscire dall'anonimato, anche in maniera riservata, magari con una breve intervista via e-mail, tanto per farci sapere che è ancora tra noi, e, perché no, raccontandoci qualche aneddoto dei Captain Beyond e dei Deep Purple, quelli veri.  Mr. Rod Evans, se ci sei, e se, molto improbabilmente, sai leggere l'Italiano, batti un colpo. Tutto è perdonato!

Rod Evans (1971)

- Fonti e altre letture di interesse -


sabato 13 novembre 2010

Underground Railroad - Moving the Mountain (Alka/Shinseiki, 2010)


Tracklist:
1. Black Rain
2. Same Old Place
3. Riverside
4. Hard to Let Go
5. Chain Gang
6. Enlightenment
7. Drown
8. Part Time President
9. Rainstorm
10. A New Machine
11. Satisfied
12. Dirty Woman

Southern, molto southern. Sprechiamo parole a raffica per definire un disco del genere? No, non ne vale la pena. Attenzione, non stiamo dicendo che sia brutto, perché ci sono dei bei pezzi, però miei cari ragazzi è possibile avere del materiale originale nel duemiladieci?
Dispiace sempre iniziare con così poca effervescenza una recensione, però, come dicevano una volta, pane al pane, vino al vino. Gli Underground Railroad, emiliani, hanno già fatto della bella musica in passato e non hanno smesso con questa nuova bomba "sudista", anche se non politicamente (o senza dirlo). ZZ Top, Lynyrd Skynyrd, echi ledzeppeliniani, come altre persone già hanno notato. Influenze che rasentano comunque sempre l'hard rock, anche i più strazianti Guns'n'Roses, i lavori solisti di Slash, i Velvet Underground e perché no, gli Audioslave e i Deep Purple. Ci sarebbero cascate di band da citare, le band da cui sono influenzati, le band a cui assomigliano, ma ci limiteremo ad abbozzare una descrizione di quello che potete trovare Moving the Mountain.
Il genere l'avete capito, è quello. Niente di più, niente di meno. I brani, in realtà costruiti con una certa cura, sono tutti molto standard nell'assetto e nel songwriting, così come nella scelta dei suoni. Colpisce, negativamente, quello che si è appena detto, e positivamente invece la tendenza sempre piuttosto palese ad irrigidirsi dentro a schemi e preconcetti che prendono a piene mani dal panorama hard rock più classico, senza però "sporcarsi le mani" con il plagio. Questo significa, per forza di cose, che quel tipo di linguaggio viene catturato e in un blend molto più moderno ricompattato e reso al pubblico sotto una luce abbastanza personale, se vogliamo dare un merito alla band. Ogni canzone, di per sé, fornisce elementi importanti per capire scelte nel sound, scelte stilistiche, motivi e finalità della band. La voglia di fare del sano rock'n'roll che funzioni ancora. 
Ed effettivamente ci riescono, senza pretendere troppo né da loro stessi (tecnicamente e per quanto riguarda i suoni selezionati per finire nella release definitiva che abbiamo tra le mani) né dagli ascoltatori. Sperando che esistano, perchè questo genere, feste di birra a parte, sta morendo e bisogna addentrarsi in qualche desertico stato degli USA meridionali per trovare chi lo apprezza ancora. In Alabama, forse, è dove gli Underground Railroad volevano nascere, ma l'Emilia non li porterà molto lontano, dove la birra si beve per dimenticare la nebbia e le delusioni politiche. 

Punti a favore quindi la rielaborazione personale di quei cliché che hanno rotto le palle al mondo intero, il suono pulito e curato, gli assoli, levigati e non troppo sboroni.

A sfavore gioca la scelta del genere, da non imputare troppo alla band se comunque questi sono i loro gusti (ed è giusto che suonino quel che gli va di suonare), alcuni momenti troppo pesanti da digerire soprattutto negli ultimi due brani del disco ("Satisfied" e "Dirty Woman"), la strada già sbarrata che il mercato gli impone.
Ma senza questi punti contrari dove sarebbe lo sprone? Un disco che i fan del southern rock (e dell'hard rock) più tradizionali ameranno tantissimo, mentre gli altri rimarranno con la bava alla bocca sperando che ai concerti venga qualche donna a mostrare le tette stile backstage dei Motley Crue. Ma siamo in Italia, sveglia!

Voto: 6-

venerdì 5 novembre 2010

Jeff Simmons - Lucille Has Messed My Mind Up (Straight Records, 1970)


Dopo aver visto qualche giorno fa i Grandmothers, oggi parliamo di Jeff Simmons, un altro membro dei Mothers of Invention, ma non di quelli originali. Bassista, chitarrista e, come scopriremo in questo album, cantante eccellente, Simmons rimase nel gruppo di Zappa nel 1970 e nel 1974 e fu uno dei pochi a scrivere dei brani che poi verranno completati da Zappa stesso. Frank, oltre a produrre l'album, suona la chitarra su "Raye" e la title-track, e scrive quest'ultima e "Wonderful Wino" a quattro mani con Simmons, con lo pseudonimo di La Marr Bruister.
La musica contenuta in questo LP (ristampato recentemente anche su CD) è un trascinante hard rock, molto incentrato sulle chitarre e sulla voce. Non a caso, il disco venne registrato nello stesso studio di registrazione dove venne registrato il primo album dei Led Zeppelin.
Spiccano particolarmente il blues di "Appian Way", il rock acido di "Zondo Zondo" e "Wonderful Wino" e la psichedelica "Madame du Barry", forse il brano migliore del disco; drammatica ma non smielata. Citazione a parte merita l'ottima "I'm in the Music Business", un rock blues il cui testo (un musicista fallito che per sopravvivere entra nell'industria del porno) ricorda molto l'umorismo del suo datore di lavoro e produttore.
Famosamente, "Wonderful Wino" e la title-track verranno riprese anche da Zappa (su "Zoot Allures" e "Joe's Garage" rispettivamente), ma Simmons, a parte una fugace apparizione nella band di Zappa quattro anni dopo (stavolta però in veste di chitarrista), si ritirò dal settore musicale. In un intervista radiofonica del 1978, Zappa affermò addirittura che probabilmente in quel periodo Jeff abitava a casa dei suoi genitori.
Il nostro però, per fortuna, è ancora vivo e recentemente ha fatto pubblicare questo album su CD, assieme al precedente "Naked Angels".

Voto: 7.5

domenica 5 settembre 2010

Soyuz - Everybody Loves You (Black Nutria Records, 2010)


Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Around Me, Maybe
2. Strong
3. Drop Me
4. First To Last
5. In The North
6. Tofu
7. Relief
8. Smart Kid
9. I Said No
10. Avoid Contact

Recensione:
Una serie di spedizioni nello spazio organizzate dall'URSS. Questo era il programma Soyuz (o Sojuz). Che il nome derivi da questo? Nome russo, e titolo del disco in inglese, per una band italiana. Le premesse per qualcosa di inatteso ci sono tutte, ma addentriamoci giustappunto all'interno del lavoro.
Il packaging del disco è piuttosto standard (e per fortuna non è un digipak), ma la copertina che ti scruta dritto negli occhi svolge già quell'effetto magnetico che poi la musica confermerà. Perché quello che Lo Giudice, Sprocati e Poli propongono è un rock alternativo, semplice, diretto, genuino, abbastanza fresco da superare le barriere dell'originalità che, in un genere come questo, ti sconfigge sempre. Ed infilando riff semplici ma non per questo banali, linee vocali leggere e radiofoniche, supportando il tutto con un comparto ritmico presente solo quando serve, dando le spalle all'impronta rock'n'roll, il prodotto finale sarà, definitivamente, buono. 
Scartabellando tra la copertina e il booklet si nota la prevalenza della componente "visiva". Gli occhi in copertina, la telecamera all'interno del libretto, questa mano che sposta le tendine per scrutarti da dietro, di nascosto. Forse i Soyuz si sentono controllati, e chi meglio di un programma spaziale potrebbe avere gli occhi puntati addosso e puntarli, contemporaneamente, su tutti gli altri. Ascoltando "First To Last" si rimane immediatamente calamitati dal riff iniziale, inverosimile plagio di un singolo recente di Bon Jovi, che si trasforma poi in una canzone coinvolgente, pressante, potente, di sicuro impatto nei live. Ed è proprio la chitarra ad essere spesso scaturigine dei momenti più memorabili del disco, come nel graffiante contributo che dà in "Strong" e "Tofu" (lasciando perdere l'incredibile citazione, per chiamarla con dignità, che si fa di "Everlong" dei Foo Fighters). E "In The North", con quell'inizio che ricorda molto i nostrani The Fire (e in effetti, tra le band somiglianti, sono quella più papabile), o qualche formazione spesso erroneamente definita emo come gli Sparta o gli At The Drive In del periodo poco-prima-di-sciogliersi. La voce si fregia di un timbro abbastanza riconoscibile, anche questo elemento che svolge da diversivo e contemporaneamente da decorazione, distraendo dalla forte presenza di elementi troppo scopiazzati che comunque non minano la qualità dell'album. 
Superata anche la barriera tecnica, che lascia in ogni caso soddisfatti, ci si scontra con una produzione piuttosto indifferente, potremo dire sterile. Il sound non è caratteristico, e proprio per questo, nel marasma interminabile di gruppi che fanno lo stesso genere, i Soyuz non riescono a trovare con questo full-length una dimensione personale che li renda immediatamente riconoscibili. Lasciando stare il discorso, e sforzandosi di non vederlo come un difetto, di per sé la produzione rende giustizia ad un lavoro sicuramente apprezzabile, musicale, orecchiabile, easy-listening al punto giusto da non mandare al macero tutta la fatica che sicuramente è costato. 
Nulla di nuovo, ma buon lavoro. 

Voto: 6.5

mercoledì 28 luglio 2010

Captain Beyond - Captain Beyond (Capricorn, 1972)


I Captain Beyond non sono molto famosi, ma in genere sono parecchio rispettati da coloro che li conoscono. Si tratta di un progetto che vedeva coinvolto il primo cantante dei Deep Purple Rod Evans, Larry "Rhino" Reinhardt e Lee Dorman degli Iron Butterfly e Bobby Caldwell, futuro batterista degli Armageddon. La musica presente su questo album, seppur non estremamente originale, è molto difficile da etichettare. C'è chi li ha definiti progressive rock, e, in effetti qualche costruzione prog c'è, ma per di più si tratta di hard rock un po' più complesso del solito.
Il fatto che la musica non sia estremamente originale non significa che sia banale o che sia brutta: al contrario questo album offre molteplici punti di interesse. Innanzitutto è bene notare che sebbene il disco contenga 13 tracce, in realtà i brani sono probabilmente solo 5. I Captain Beyond hanno infatti la tendenza (almeno per questo primo album) di iniziare con un tema, lasciarlo incompiuto, inserire un nuovo tema per poi riprendere quello originale.
Il primo "corpus" dell'album consiste nei primi tre brani. L'inizio è un rock tirato e trascinante con validi intermezzi chitarristici del bravo Reinhardt ("Dancing Madly Backwards (On A Sea of Air)"), per poi proseguire in una versione riarrangiata in stile quasi "southern rock" di uno dei temi "di sottofondo" del brano precedente ("Armworth") e concludersi con un finale inizialmente pacato, ma che in seguito diventa la reprise del tema iniziale ("Myopic Void"). Seguono due brani a se stanti: "Mesmeration Eclipse" e "Ranging River of Fear". Molto buono il primo, costruito su un riff grintoso e un ritmo di batteria potente, mentre un po' meno convincente il secondo, che sembra più che altro un collage di idee non portate a termine.
Il secondo corpus dell'album inizia con un intermezzo soffuso di chitarra acustica e voci ("Thousand Days of Yesterday (Intro)"), per poi esplodere in un tiratissimo hard rock ("Frozen Over") che di colpo sfocia nella "Thousand Days of Yesterday (Time Since Come and Gone)" vera e propria, che conclude anche il secondo corpus (e tecnicamente il quarto brano dell'album). Il brano, che in realtà poco nulla ha a che vedere con l'intro, confermando quindi la mia opinione che in realtà sul disco ci siano solo 5 brani, è probabilmente il momento più alto del disco. Si tratta di un rock melodico, ma allegro e spensierato dove chitarre acustiche trovano perfetta armonia con quelle elettriche.
Chiude l'album quindi il terzo corpus, quello più bilanciato tra l'immancabile hard rock e i passaggi meditativi. L'inizio ("I Can't Feel Nothin' (Part I)") è appunto un rock tirato che ricorda molto "Frozen Over", mentre completamente opposte sono le due parti di "As The Moon Speaks (To The Waves of the Sea)", quasi psichedelica e Pink Floydiana (le due parti sono intermezzate da un breve frammento intitolato "Astral Lady"). Chiude infine l'album la seconda parte di "I Can't Feel Nothin'". Un buon disco, decisamente, molto gradevole all'ascolto, che ci mostra un Rod Evans scatenato (dite quello che volete, ma la mia Mark preferita dei Deep Purple è sempre stata la prima).
Dopo questo disco i Captain Beyond espandono la loro formazione a sei e registrano "Sufficiently Breathless", disco buono, ma inferiore a questo e completamente diverso, poi Rod Evans lascia. Nel 1977 uscirà un terzo, discreto, "Dawn Explosion".

Voto: 7.5

mercoledì 14 luglio 2010

The Sea - Get It Back (Black Nutria/Audioglobe, 2010)


Tracklist:
1. Don't You Want Me

2. Love Love Love
3. Say It Again
4. By Myself
5. Sun Noir
6. What You Gonna Say Now
7. Miss You
8. Everybody Knows
9. I Spend My Days
10. Can You Feel
11. Need You

Un gruppo. La prima impressione è che si tratti dell'ennesimo gruppo inglese anche se non dei soliti indie-modaioli finti alternativi e fuori dalle righe per gioco (e per denaro). Trattasi invece dell'ennesimo tozzo di pane sbocconcellato dal panorama hard rock, nonostante si sporchi, in questo caso, di toni diversi, variegati, con tanta, tanta, carne sotto al sole. E infatti è un bel disco.
Chitarre nervose e di stampo marcatamente hard rock vecchio stile, come ultimamente sentiamo da gente come Airbourne, Jet, e pochi altri (in alcuni tratti anche i Kings of Leon? Mah...), però con quell'ironia pop molto eighties, inaugurano il disco con la bella "Don't You Want Me". Il vocalist ricorda effettivamente Nic Cester in più di un frangente, come nella rocambolesca e fugace (tra le migliori, comunque) "Love Love Love". Di per sé quello che ci si trova tra le mani non è un disco interessante per il suo profilo di innovazione o delle possibili sorprese che possa generare, ma tutt'altro. Stupisce il modo in cui elementi banali e già supersfruttati (diciamo meglio, abusati) da chiunque sappiano comunque ricreare un ambito personale, in cui la band possa spaziare padroneggiando benissimo questi mezzi. Ripetendo, niente di nuovo, ma il power duo ci sa fare, e proprio come i White Stripes (che quasi "citano" con la scelta di questo tipo di sound), utilizzando distorsioni molto acide, grezze, e si lasciano intorbidire qua e là da momenti psichedelici (come in "By Myself", non certo tra gli episodi più azzeccati purtroppo, e la dice lunga la sua melodia vagamente pinkfloydiana che in certi momenti puzza di plagio, soprattutto nelle linee vocali). Il blues come lo avevano portato nell'hard rock anche i Led Zeppelin si sente con malcelata prepotenza in "Sun Noir", questa per davvero molto Jack White soprattutto alla voce (come in "Everybody Knows" si rifarà più tardi, all'ottavo gradino degli undici che compongono quest'opera). E ancora toni blueseggianti per "Can You Feel", quasi una cover dei White Stripes, a scandire quelle influenze garage che tanto continuano a tributare il povero Captain Beefheart. Non mancano neppure i momenti più tipici del panorama alternative pop e rock inglese, che ricordano magari i lavori solisti del buon Pete Doherty o tante altre vecchie glorie che non stiamo qui a citare. Solita pappardella, ma che i The Sea sanno utilizzare e reinterpretare. Eccome se lo sanno fare (pure nella bella bonus track).
L'album è sicuramente completo, con i suoi momenti di distensione e molti, mai troppi, attimi di vorticoso innalzamento dei toni, con tante distorsioni (senza cadere negli eccessi) e un uso ben ponderato della batteria, che rinuncia agevolmente a ghirigori e tecnicismi di sorta in cambio di una ritmica rigida, solida, "cubica". Un album semplice, d'impatto, totalmente British. Anche queste cose, se le guardate con l'occhio giusto, sanno ancora spaccare. E' il caso dei The Sea.


Voto: 7.5

lunedì 5 luglio 2010

Deluded by Lesbians - The Revolution of Species (New Model Label/Audioglobe, 2010)

La recensione è stata scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. The Origin of Delusion
2. She Do Wanna
3. Ringo Starr
4. Don't Laugh For Me Argentina
5. Nobody Knows
6. Pompei
7. C'mon Get In
8. Crystal Balls
9. Bird Watching
10. Love is Blind
11. Revolution/Primary Needs
12. We Don't Care
13. United States of Delusion

Recensione:
Da qualche anno sulla scena indipendente italiana si è affacciata una formazione alquanto particolare, perlomeno eccentrica, eclettica e sopra le righe, che con due EP e svariate esibizioni dal vivo che li ha portati anche a vincere un contest allo Sziget Festival, hanno già fatto parlare molto di sé. Arriva però solo ora il primo full-length, prodotto da Luca della celebre band italiana Serpenti, che dà quel giusto tocco di garage rock al sound dei Deluded by Lesbians, il cui scopo con questo disco, citandoli, è "sembrare intelligenti pur non essendolo veramente".
Effettivamente il contenuto del disco non è banale come alcuni si potrebbero aspettare dall'ennesima rock band alternativa italiana, pur senza nessuna innovazione che possa considerarsi storicamente tale. E' un dato di fatto che l'Italia pulluli di realtà molto importanti ed interessanti, ma anche di gruppi che pensano che fare musica sia uno scherzo. E i risultati si vedono. i Deluded by Lesbians vogliono fare (o fingere di fare) musica seria scherzando, un gioco che li ha portati a creare un disco veramente valido, a metà tra hard rock, pop smodato e vagamente radiofonico, qualche joke nei testi e nei titoli, stoner di stampo vintage e infine un po' di punk rock, che non guasta mai. L'arrangiamento dei brani è notevole, come dimostrano ad esempio "Ringo Starr" e "Nobody Knows", quest'ultima vagamente californiana nel portamento della chitarra e nelle ritmiche, forse tra i pezzi più spensierati di questo album. La "rivoluzione" della specie è abbastanza complessa da inquadrare sotto un'unica etichetta, ed ecco infatti che basta ascoltare "Pompei" e, in sequenza, "C'mon Get In" per rendersi conto che gli elementi che influenzano la band sono tanti, creando una tavola variopinta e fatta dei più squisiti e luminosi toni, impennate di chitarra che ricordano, senza esagerare, i primi Weezer e i Queens of the Stone  Age (o i fratelli maggiori Melvins, come alcuni momenti di "Bird Watching" attestano), e un apporto alla batteria e al basso che conferisce un assetto granitico al tutto nonostante una costruzione leggera, priva di pomposi esibizionismi e tecnicismi di sorta, per dare quell'aria semplice e a suo modo piena, potente e graffiante, allo stesso tempo.
Il disco è notevole e fa sentire tutta la voglia di suonare, di divertirsi e di far divertire, di questi ragazzi. Si focalizza sui brani, tutti composti molto bene e tutti decisamente catchy, con la benedizione di un cantato che converte in sproloqui originali anche le più stereotipate ciarlerìe hard rock, forse per evidenziare come anche utilizzando le solite caratteristiche abusate da chiunque si può costruire qualcosa di nuovo e non assomigliare agli AC/DC (e soprattutto senza una grande tecnica). Il secondo disco sarà la conferma, quasi certamente, di una band partita col piede giusto. Consigliato.

Voto: 7+

martedì 13 aprile 2010

Wild Turkey - Battle Hymn (Chrysalis, 1971)


"Glenn Cornick! Chi era costui?" ruminava tra sè don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti. "Glenn Cornick! Questo nome mi par bene d'averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?". Se Don Abbondio avesse un minimo di cultura musicale saprebbe che Glenn Cornick altri non è che il primo mitico bassista dei Jethro Tull di Ian Anderson, colui che ci ha regalato (oddio, insomma, dopotutto l'album lo paghiamo!) il bellissimo assolo di basso sulla celeberrima composizione di Bach riarrangiata in chiave jazz "Bourée".
Cornick lasciò i Jethro Tull nel 1970, mentre questi componevano il loro album più famoso "Aqualung" (sul quale avrebbe suonato Jeffrey Hammond-Hammond, compare e compagno di scuola di Anderson) e subito si diede da fare per formare un nuovo gruppo. Dopo alcuni cambi di formazione (da notare che la prima mark aveva alla batteria John "Pugwash" Weathers, che nel 1972 diventerà il batterista dei Gentle Giant), i Wild Turkey esordiscono con il loro primo lavoro, questo "Battle Hymn" di cui parliamo ora.
Dal suo playing molto jazzato (ma a volte con venature rock), quello che ci si aspetterebbe è un disco jazz rock. Invece i Wild Turkey pestano di brutto, fanno un rock duro, incentrato sulla chitarra e sulla voce.
E forse è proprio questa la causa della mia delusione. Chiariamoci, la musica non è di cattiva fattura, i musicisti sono bravi e tutto, ma non riesco ad apprezzare come vorrei questo album, forse per il fatto che la musica, ben costruita e tutto, manca di originalità o forse anche a causa della voce del cantante Gary Pickford-Hopkins, che in certi punti (vedi il finale di "Butterfly") mi ricorda vagamente Paperino, anche se non è stonato per niente.
Ma l'album ovviamente non è niente male. Alcuni pezzi, come le mordaci "Twelve Streets of Cobbled Black" e "One Sole Survivor" o la trascinante "Sentinel" sono sicuramente superiori alla media, e la prova chitarristica di Tweke Lewis (futuro membro dei Man) è senza dubbio molto buona.
Oltre ad altri episodi rock meno riusciti (l'opener "Butterfly", non male ma un po' disorganizzata, "Battle Hymn" e "Easter Psalm", che suonano un pochino incerte), l'album offre anche alcuni buoni brani melodici, come la ballata rock di "To The Stars", le semiacustiche e un po' folkeggianti "Sanctuary", "Dulwich Fox" e "Gentle Rain".
Dopo di questo "Battle Hymn", che fato attende i Wild Turkey? Dopo aver registrato un secondo album ("Turkey", dal quale uscirà un 45 giri "Good Old Days / Life Is a Symphony", notevole la B-side, non presente su LP, e ripubblicata in CD nel 2002. Forse una risposta alla "Life is a Long Song" dei Jethro Tull dello stesso anno?) ed essere apparsi in un sampler della Chrysalis intitolato "Don't Dare To Forget", i Wild Turkey si sciolgono nel 1974 e Cornick va a suonare prima con i Karthago e poi con i Paris. I Wild Turkey si riformano brevemente nel 1996 con un album ("Stealer Of Years") e dieci anni dopo con un altro ("You & Me in the Jungle"), intervallati da live album tratti da registrazioni degli anni 70 ("Final Performance" e "Live In Edinburgh") e un disco con rarità ("Rarest Turkey"). Al momento, a quanto pare, Cornick sta preparando un nuovo album.
Per tornare al disco, si tratta di un lavoro carino, nonostante qualche punto fiacco qua e là. Se siete curiosi procuratevelo, e se vi piace l'hard rock... beh, perché non dargli una chance?


Voto: 7

giovedì 25 marzo 2010

Asia - Asia (Geffen Records, 1982)


Qualcuno ha fantasiosamente definito gli Asia "l'ospizio dei musicisti progressive", e magari, senza essere così cattivi, non si può nemmeno dare torto al 100% a quest'affermazione.
Infatti, i musicisti di questo disco sono John Wetton alla voce e al basso (King Crimson, UK, Family), Steve Howe alla chitarra (Yes), Geoff Downes alle tastiere (Yes, The Buggles) e Carl Palmer alla batteria (Emerson, Lake and Palmer, Atomic Rooster), che però suonano musica per lo più tendente al pop, magari non emozionante, ma efficace e ben congegnata, con solo "Wildest Dreams" e "Time Again" che accennano leggermente al prog, la prima di queste addirittura contenente un assolo di batteria.
Poco da dire sulla tecnica dei musicisti (eccelsi), sulla voce di Wetton (splendida) o sulla produzione (suoni cristallini e puliti), ma purtroppo si fa lo stesso discorso anche sulla musica: nessun brano, infatti, lascia particolarmente il segno anche se d'altra parte nessun brano (a parte l'orrida "Only Time Will Tell", uno scempio che sarebbe potuto uscire dai peggiori Europe) è particolarmente offensivo.
Certo, la famosissima hit "Heat of the Moment" è irresistibile, la ballata "Without You" è emozionale e offre una splendida prova vocale di Wetton e "Sole Survivor" è accattivante e energica, ma nessuno di questi brani è esattamente un capolavoro.
Il brano migliore del disco è probabilmente "Cutting it Fine", riuscita nell'arrangiamento, nella scelta delle melodie e nella costruzione in se del brano (anche se il finale, di per se bello, è rovinato da un infelice suono di tastiere).
Come potete immaginare non è assolutamente un disco essenziale, ma è pur sempre un elegante pop suonato brillantemente e l'ascolto di questo album non provocherà certo disturbi gravi alle vostre orecchie. E poi la copertina è fighissima!

Voto: 7

mercoledì 24 marzo 2010

Toto - Turn Back (Columbia, 1981)


I Toto sono tra i maestri della musica soft elegante e raffinata. Questo "Turn Back" di cui parliamo oggi è il loro terzo album e benché godibile, non è il loro album migliore. Ho scelto proprio questo album, però, perché ingiustamente dimenticato e molto oscuro rispetto al loro catalogo. Sebbene qualche brano ("English Eyes") sia entrato nel repertorio del gruppo come cavallo di battaglia, non c'è pressoché nessuna hit e il brano più famoso è la ruffiana "A Milion Miles Away", anche se certo non raggiunge le vette di alcune loro future e passate hit come "Africa", "99", "Hold the Line" e "Rosanna".
La formazione è quella iniziale, con la mitica sezione ritmica Jeff Porcaro (batteria) - David Hungate (basso), una vera e propria macchina da guerra che rende il sound compatto e potente, e la magica voce di Bobby Kimball, ragazzotto che anche oggi a 63 anni è capace di fare cose straordinarie.
Come ho detto prima, "Turn Back" non è esente da punti deboli: poco riuscito infatti è il rock di "Live for Today" e eccessivamente melense risultano "I Think I Could Stand You Forever" e "If It's the Last Night".
Il resto dell'album però, è assolutamente pregevole: il suono tagliente e deciso di brani come "Gift with a Golden Gun" e "Goodbye Eleonore" è una delle vette dell'album, e la title-track è una piccola gemma dimenticata, con atmosfere dark e cupe riuscitissime.
Ottima anche la già citata "English Eyes", con un potentissimo Steve Lukather nel suo massimo splendore.
Parole di lode anche ai tastieristi David Paich e Steve Porcaro, che riescono a dare un buon contributo al sound del gruppo senza cadere nel kitsch e nella banalità.
Non è il migliore disco dei Toto, ma c'è abbastanza per potersi divertire, ed è una ulteriore dimostrazione della dimostrazione della bravura dei Toto sia dal punto di vista compositivo, sia da quello strumentistico.
A volte, eccessivamente sottovalutati, i Toto sono un gruppo da riscoprire e da studiare, soprattutto dai giovani musicisti.

Voto: 7/8

sabato 20 febbraio 2010

Metallica - Français Pour Une Nuit (2009, Universal)

Tracklist

Se mettiamo in fila tutte le registrazioni live fatte dai Metallica, togliendo i DVD ufficiali che sono stati tutti di pregevole qualità (fino al piccolo capolavoro S&M), troviamo una gran quantità di bootleg facilmente definibili ciarpame (quasi tutti quelli del catalogo Live Metallica) in cui troviamo molto spesso errori talmente gravi di voce e batteria che possono far solo sorridere. Del resto la tecnica di Lars Ulrich non è mai stata eccelsa, anche se il suo stile negli anni '80 significava qualcosa, e la voce di Hetfield da quando si è disintossicato ha perso molto. 

In questo DVD, miracoli della post-produzione a parte, i Metallica sono davvero in forma. Ci sono decine di live su YouTube presi da festival vari (Rock Am Ring e quant'altro), ma nessuno cattura l'energia dei Metallica come questo. La tecnica di basso e chitarre è evidente, e non è un caso, nonostante gli errori lampanti di Kirk Hammett che l'hanno ormai reso abbastanza ridicolo (da quanti anni non azzecca l'assolo di One?), in questa ripresa ridotti all'osso. E' difficile pensare che ci siano tante sovraincisioni in un live così, perché gli errori, anche gravi, sono comunque presenti. Suonano piuttosto "out of the world" però alcuni inserimenti di doppio pedale di Lars Ulrich, che non sa assolutamente suonare ascoltando qualsiasi altro live, quindi qualche dubbio ci viene. Ma questo DVD, uscito solo per il mercato francese, rappresenta quello che i Metallica sono ancora. Una band con milioni di fans che spenderebbero qualsiasi cifra per vederli, pronti a pogare e a cantare ogni singola nota dei loro pezzi, anche i meno conosciuti. In questo set, per la precisione, ci sono almeno un paio di pezzi che la band ha suonato solo di rado: si parla delle potenti Harvester of Sorrow e Dyers' Eve che fanno ovviamente rimpiangere le performance del periodo thrash (e il grande capolavoro Live Shit Binge & Purge), ma le vere sorprese arrivano dalla potenza assolutamente invidiabile di Motorbreath, Seek and Destroy (in uno scatenato finale) e Blackened, evidenti manifestazioni della grinta che questa band dopo tutto quello che ha passato riesce ancora a dare. 
Gli altri brani in scaletta sono i soliti, i singoli del passato (Sad But True, Enter Sandman, Master of Puppets e Fade To Black quelle eseguite meglio) e le novità di Death Magnetic (una delle migliori su disco, All Nightmare Long, perde però molto in questa edizione, anche per alcune stonature di James che diremo gravi nel ritornello), ma il coinvolgimento del pubblico, in un'arena peraltro molto suggestiva (siamo a Nimes), non scende mai un secondo e la band fa del suo meglio per mantenere alto il livello dell'intrattenimento. Tecnicamente siamo lontani dall'eccellenza (mai raggiunta comunque) di altre band metal, ma rispetto agli standard degli anni zero siamo andati oltre, e la proposta di questo DVD rende evidente che questi Metallica da dire hanno ancora molto, nonostante i fill patetici e gli errori madornali di Lars, le entrate un po' "trash" (non thrash) di Kirk e le stonature soprattutto su Nothing Else Matters di James. Trujillo si conferma invece un bassista geniale,una vera macchina da guerra, nonostante le sue pose da macaco, finalmente con un volume accettabile in un DVD. 

Insomma un pacchetto da non perdere se siete fan di vecchia o nuova data, forse con troppi pezzi del nuovo disco (ma non possiamo pretendere altrimenti visto che si tratta ancora del "World Magnetic" Tour). Una band sempre sulla cresta dell'onda e che probabilmente ci resterà ancora per 10 anni, proprio come i loro compari Iron Maiden. 



Voto: 7

domenica 10 gennaio 2010

Them Crooked Vultures - Them Crooked Vultures (Interscope, 2009)


Un disco pieno di hype per i nomi che lo hanno composto. Un disco pieno di attrattiva, sempre per lo stesso motivo. E dopo l'ascolto, un disco figo.
I Them Crooked Vultures sono l'ennesima superband che non ha motivo di esistere ma che si fa subito perdonare appena ti spedisce in faccia tutta la potenza che sa tirar fuori (nonostante l'età media non li classifichi proprio come gli adolescenti picchiatori di turno), che di per sé è solo un nuovo disco dei Queens Of The Stone Age, soprattutto se alla batteria c'è Dave Grohl come sul vecchio Songs For the Deaf (peraltro il migliore di QOTSA proprio per l'apporto dell'ex Nirvana alle pelli). Ma le influenze che John Paul Jones al basso, e le esperienze musicali più diverse dei componenti di questa band lo rendono molto più variegato. Come in Elephants con un inizio quasi-tributo a Jack White che poi esplode in un mega tirato stoner rock dalle influenze punk, o nell'opener track No One Loves Me, Neither Do I, un classico pezzo da Josh Homme con un tiro da paura (come Mind Eraser, No Chaser, Gunman e Reptiles, e tutti gli altri pezzi del resto). Ci si stupisce di come picchia ancora Grohl, col gusto che solo lui possiede alla batteria nonostante una tecnica non proprio superba, confermandolo come uno dei musicisti più appropriati a rivestire il ruolo di rockstar nel 2010. E resta evidente che la band ha una vena compositiva notevole, anche nei brani più lunghi (come Warsaw Or The First Breath You Take After You Give Up e Spinning in Daffodils), nei rari assoli di tastiera, nei riff mai banali. Scumbag Blues è un pezzo vagamente ledzeppeliniano ma suonato con il solito piglio ultrapestato di Dave. Insomma l'album è quasi un Odissea di hard rock influenzato da stoner, heavy, punk, e chi più ne ha più ne metta, senza mai dimenticare quella vena da blues distorto del 2000 che tutte le Desert Sessions di Josh hanno sempre partorito. Un puzzle di esperienze ma soprattutto di esperienza, che conta magari alcuni difetti solo se pensiamo che non ci stanno proponendo niente da nuovo (o la lunghezza esagerata di certi brani?). Ma cosa aspettarsi da una band nata quasi da una jam session?
Disco tutto sommato, seppur senza sorprendere, imperdibile. 


Voto: 8 

sabato 19 dicembre 2009

The Fire - Abracadabra (Valery Records, 2009)


La band capitanata dall'ex Shandon Olly arriva con questo Abracadabra ad un traguardo importantissimo, quello del secondo disco, che a seconda della situazione è la rovina, la conferma, lo spartiacque con l'inizio di un nuovo genere. In questo caso si tratta della prosecuzione logica del primo “Loverdrive”, con i soliti giretti da hard rock da classifica che in America spopolano nelle classifiche di Kerrang e MTV2. Ma il soffio “alternative” che il passato dei The Fire conferisce a questi brani in realtà li risolleva dalla banalità di una definizione. Per questo c'è bisogno di ascoltare il disco per bene prima di giudicare.
In effetti soffermandosi ai primi due pezzi, cioè la title-track e Wasted, ci sembrerà di ascoltare “la solita cosa”, anche se sono comunque due canzoni molto orecchiabili e composte con riff di sicura presa. In particolare però la seconda che ho citato sembra un plagio di “She Hates Me” dei Puddle of Mudd, ma come dicono in molti “le note sono sette” quindi non è il caso di accusarli come si è fatto con i Coldplay o Jovanotti (i due casi più eclatanti degli ultimi anni). Le più belle nel grande marasma di canzoni che si assomigliano risultano Bohemian Burlesque (ottimi ritornello e linee vocali) e Yvonne, molto vicine a quel tipo di sound americano che già si citava sopra. Augurare per loro una carriera nel paese dello zio Sam spesso risulterebbe un comportamento contrario al nostro patriottismo, ma non per il sottoscritto. In Italia non hanno abbastanza pubblico. Nota di merito in questo senso meritano anche Lady Motorcycle e Walk, con dei riff che si marchiano a fuoco nel settore della memoria del nostro cervello quasi a volerci “violentare”.
Sorprese sono una cover di
New York New York, di Frank Sinatra ovviamente, rifatta in uno stile più confacente alla band, e la ballad con pianoforte (una novità), Seet Enemy, veramente molto malinconica e che risulta particolarmente triste grazie ad una magnifica interpretazione del cantante Olly. Abbastanza inutili invece Emily e Small Town Boy dal precedente disco, anche se comunque si tratta di due tra i più bei pezzi scritti dai The Fire. Premio banalità a Chevalier, che non convince appieno.
Per dare un giudizio su questo disco non serve ascoltarlo tante volte. Si tratta infatti di uno di quei lavori che piace ai fan della band e risulta ascoltabile quasi a tutti coloro che abbiano almeno un po' di familiarità col genere, risultando però indigesto a chi cerca un po' di complessità nella musica. Non è il nostro caso. I The Fire sono un'ottima realtà del nostro paese che ormai punta all'estero, giustamente, per portare qualche bel riff in lingua inglese fuori dallo Stivale. Rimanendo sempre Made in Italy, un po' come i Lacuna Coil. Bel disco da chi non pretende molto per chi non pretende niente. 

Voto: 7 

domenica 29 novembre 2009

Van Cleef Continental - Red Sisters (Casa Molloy/Audioglobe, 2009)


Il nuovo progetto di Andrea Van Cleef punta al stoner e al rock pesante, trasferendo il tiro rock'n'roll dei Bogartz (ex gruppo di Andrea) ad un sound più possente ed intenso, con più di qualche elemento di contatto con i Queens of the Stone Age e altre band che hanno collaborato con Homme (i recenti Them Crooked Vultures, qualcosa dei Kyuss e dei Mondo Generator).
Simili nei riff e nelle strutture proprio ai QOTSA sono brani come “Then She Said” e “Fire In My Bones”, pese al punto giusto per immaginarsi gran coinvolgimento ai concerti. Un riarrangiamento piuttosto Husker Du di “Moonlight Shadow” del sempreverde Mike Oldfield fa da spartiacque tra la parte aggressiva del disco (su cui spicca “Junior Bonner”, quasi british nei riff, anche se riproposti con sonorità grunge quasi vicine alle vecchie glorie di Cornell coi Soundgarden), e quella più melodica di “In a Red Room” (con atmosfere soffuse grazie ad alcune parti di piano dagli accenti blues) e “Skulls”, con sonorità di chitarra quasi noise. Un intermezzo pseudoelettronico di novanta secondi taglia quasi in due il disco, e si tratta di “Anna Lee”, porzione new wave/dark di un disco, se non lo avete capito, piuttosto vario.
Il sound di questi Van Cleef Continental perlustra gli ambiti più diversi del rock più figo, dallo stoner, al rock'n'roll, all'indie, al grunge fino a quello influenzato dai beat del britpop. C'è bisogno di una marcia in più per parlare di capolavoro, certo, ma questo disco insegna che con una chitarra distorta al punto giusto e la voce che gratta quando serve la tecnica può anche andare a farsi fottere. In sé, un disco suonato decentemente e composto poco meglio, ma con un tiro pazzesco. Dateci un ascolto. Merita.

Voto: 7+

giovedì 29 ottobre 2009

Spread - Anche I Cinghiali Hanno La Testa (Autoproduzione, 2009)




Gli Spread vengono da Bergamo, città fiorente per quanto riguarda la musica alternative (non solo per i bergamaschi più famosi, cioè i Verdena). No, questo non è un indizio per capire cosa fanno. I ragazzi escono con un disco dal nome ironico, con brani dai titoli ironici, e spiattellano un rock classico che sa di stoner e di Soundgarden, e poi ancora di stoner e di Soundgarden. Per capire la ripetizione, continuate a leggere.
Ho appena nominato lo storico quartetto di Seattle e devo quindi parlare di Cova L'Arabia, dove il cantato è veramente identico a quello di Chris Cornell (tanto di cappello a Roby, singer della band), così come il riff di fondo della strofa, che tanto ricorda alcuni brani del fortunato Badmotorfinger. Nel suo essere una riedizione moderna di qualcosa di già sentito, è comunque un brano orecchiabile, tra le altre cose quello che si digerisce con più facilità tra i dieci brani che compongono questo CD. Candida e Flambé, che sono obbligato a citare insieme, perché entrambe fanno il verso ai Marlene Kuntz soprattutto per le linee vocali (e la prima anche per le strutture degli arpeggi). E' superiore per qualità la seconda, un rilassato concentrato di tanti stereotipi da ballad, con qualche “risatina” centrale aggiunta insieme a qualche gridolino, di cui chiedere il significato è forse superfluo. Nel rock ci sta tutto.
L'anima stoner che li ricollega più all'eredità dei Kyuss che ai Kyuss stessi (quindi ai Queens of the Stone Age) ci spara in faccia Faccia di Bronzo; giro di batteria quasi identico a “No One Knows” (nei crediti non figura Dave Grohl), riffone da Josh Homme. Si insomma, non parliamo di plagio, ma la mano santa dei QOTSA non manca. Le coincidenze esistono ancora. E poi i Queens of the Stone Age pensano bene di cenare assieme ai Soundgarden, di nuovo, ed ecco Together Come, in verità un potente brano che definirei più “da concerto” che altro. E poi Tum L'Aspirapolvere, sempre sullo stesso tiro, e la gutturale Spremute di Cazzo, della quale merita il testo, di memorabile e sacrilega ironia.
Per essere un insieme di elementi presi pari pari da altri dischi l'album è comunque piuttosto ascoltabile, lo si digerisce con facilità e lascia intuire all'ascoltatore che i lombardi possono avere qualche buona cartuccia per il futuro (soprattutto a livello tecnico, ottima la voce e discrete le chitarre). Ci si aspetta solo che non esca un'altra mazzata di non-originalità come questa, per non metterci una croce sopra definitivamente. Per il resto, potreste darci tutti un'ascoltata, a certi può piacere.

Voto: 5.5 

domenica 18 ottobre 2009

Jihad Jerry & the Evildoers - Mine is Not a Holy War (Cordless Recordings, 2006)


Guardate la copertina di questo album. Dovrebbe già bastare da sola a spiegare i toni polemici e fermamente anti-Bush di questo album. Jihad Jerry altri non è che Gerald V. Casale, geniale bassista e co-leader dei mitici Devo, che interpreta la parte di un terrorista che come arma usa la musica, prima di realizzare che "the enemy is not the Muslim, the Christian, or the Jew, but stupidity itself".
Ma questo "Mine is Not a Holy War" non è un album a la Devo, per niente. Musicalmente, non è molto lontano dal rock fresco e moderno di gruppi come Queens of the Stone Age (su questo fattore, probabilmente, la batteria di Josh Freese, turnista già al servizio degli A Perfect Circle e appunto dei Devo contribuisce molto, probabilmente), ma con l'aggiunta di cori femminili e di un atmosfera rock blues non distante da quella anni 70.
I Devo non vengono certo abbandonati del tutto, anzi, il nostro ci regala ben tre revisitazioni di brani poco conosciuti: "I've Been Refused", che mantiene la sua componente elettronica ma con una componente chitarristica e blueseggiante assente dall'originale, la B-Side del 1982 "Find Out" riarrangiata in stile decisamente hard rispetto all'originale molto più synth rock e la mitica "I Need a Chick", ancora più violenta e caustica di prima.

Tre brani erano già stati editi su singolo come anteprima, prima dell'uscita del disco, e sono la polemica e trascinante "Army Girls Gone Wild", vero cavallo di battaglia di Jihad Jerry, accompagnata anche da un controverso (e probabilmente censurato) videoclip, il rock blues di "Beehive", un inedito vecchissimo dei Devo (incira 1974) riproposto e riarrangiato e "The Owl", forse la meno riuscita delle tre.

"What's in a Name", che racconta la storia di Jihad Jerry, si muove tra suadenti voci femminili, assoli di armonica e elettrizzante wah wah, mentre "The Time is Now" apre l'album in maniera assolutamente energica e trascinante. "If The Shoe Fits", brano già presente nell'orrido progetto della Disney Devo 2.0 (brani dei Devo con i testi cambiati cantati da bambini) col titolo di "The Winner", viene trasformata da un incoraggiamento nel credere a se stessi a un feroce inno anti Bush. "All She Wrote", brano dalle timbriche decisamente nervose, la cupa "Danger" e la cover di "He's Always There" degli Yardbirds completano il disco.

Un prodotto completamente diverso da ciò che ci si aspetterebbe da un matto come Casale, ma non disprezzabile per questo. Non è ai livelli dei primi album dei Devo, ma è sicuramente meglio di qualsiasi cosa questi avessero pubblicato da "Shout" (1984) in poi.
Non un capolavoro, ma se avete voglia di sentire un rock fresco e energico, questo album fa per voi.

Sfortunatamente, Casale ha detto in un intervista che poiché il pubblico invece di capire il senso ironico di Jihad Jerry , si è spaventato e/o offeso, il progetto probabilmente è destinato a chiudersi con quest'album.

Voto: 7.5