martedì 31 gennaio 2023

Cris Tyler - Numero 10 (Advice Music, 2023)



"Numero 10" è il nuovo lavoro discografico del rapper Cris Tyler, uscito a 10 anni di distanza dal suo precedente lavoro "Puro piacere personale". In questa nuova produzione, l'artista ripercorre alcune delle sue riflessioni maturate nel corso di questi ultimi anni e le interpreta in chiave rap.

Come tipico della tradizione rap, il tono dei testi è rabbioso, sarcastico e mordace, benché non manchino i momenti di sensibilità ("Indelebile"). Per quanto riguarda le tematiche generali, ci si focalizza su argomenti che vanno dalla disillusione come nell'opener "Comedy" nel quale vengono utilizzate citazioni di film per rimarcare che la vita non sia tutta rose e fiori, la speranza di successo (la title-track, nella quale, tra le varie cose, si omaggiano i giocatori del calcio che hanno indossato il numero 10 nella maglietta) e l'amore verso la musica ("Famelico"). Il risultato finale è piuttosto credibile grazie anche al sapiente uso del flow, il linguaggio utilizzato e le basi, molto variegate e adatte agli argomenti proposti. L'album vede, inoltre, la partecipazione del rapper Kay C., presente in due pezzi tra cui la già citata "Indelebile", la cui presenza lega piuttosto bene con quella dell'autore. Musicalmente, i pezzi che spiccano di più all'ascolto sono "In alto mare", supportata dalla voce femminile, e "Famelico", contenente un buon utilizzo dell'harmonizer. 

"Numero 10" è un album che funziona discretamente bene nel suo genere: rapportato ad alcune produzioni recenti è sicuramente un lavoro credibile, anche se un po' sabotato dalla copertina decisamente spartana. Detto questo, chi apprezza il rap Italiano moderno probabilmente troverà interessante anche questo disco.

giovedì 26 gennaio 2023

Giulio Spagnolo - Beato chi (iMD, 2022)



"Beato Chi" è il primo disco in studio del cantautore Giulio Spagnolo, un album liricamente basato su un filo conduttore specifico: il viaggio e tutto ciò che porta con sé, tra cui la scoperta di sé stessi e la ricerca di una risposta ai propri dilemmi esistenziali. All'interno di queste tematiche troviamo testi come "Shaila", una sorta di autointerrogativo su come mantenere viva la propria felicità nel corso del tempo, "Pour le rues", dedicata all'infanzia difficile e "Chi se ne frega", che ha il compito di incarnare lo spirito ribelle. Il tutto è aperto e chiuso da due pezzi ("Giro del mondo" e "Lupi di mare") volti a simboleggiare la partenza e la conclusione di un viaggio.

L'ascolto del disco è piacevole sotto diversi punti di vista. Innanzitutto, presenta un songwriting piuttosto ben riuscito, volto a rendere le canzoni orecchiabili e non poco coinvolgenti: il che si nota particolarmente in "Lupi di mare" e "Buongiorno Capitano", due canzoni che sembrano studiate specificamente per una possibile riproposizione dal vivo, ma anche nei due pezzi di apertura "Giro del mondo" e "Shaila", ben costruite e con il giusto mordente. Le canzoni sono, inoltre, vestite da dei buoni arrangiamenti che le rendono molto raffinate e ancora più gradevoli all'orecchio, con delle sonorità vintage ma allo stesso tempo ben incastonate in un contesto moderno.

Tuttavia, il disco non è esente da difetti. Benché si percepisca chiaramente del talento lirico ascoltando e leggendo i testi, la stesura risulta a tratti un po' troppo affettata e rigida. Inoltre, anche se la voce di Spagnolo ha senza dubbio il pregio di essere molto personale ed espressiva, si tratta allo stesso tempo di una timbrica atipica che può risultare non immediatamente apprezzabile ad un primo ascolto. 

"Beato chi", in definitiva, è un lavoro interessante prodotto da un artista che ha senza dubbio una visione molto accurata delle sue idee ma che, forse, non ha ancora trovato la giusta strada per poterle esprimere al meglio.

lunedì 23 gennaio 2023

Gabriele Masala - Avevamo ragione (MegachipMusica, 2022)


Gabriele Masala è un cantautore e scrittore sassarese il cui metodo di composizione ha la peculiarità di anteporre la stesura dei testi alla musica. Nel suo nuovo album, il nono nella sua discografia, si è avvalso della collaborazione di Enrico Ruggeri che, oltre a donargli otto testi inediti da musicare, partecipa anche in veste di ospite nella title-track e in "La borghesia", il brano che apre il disco.

La linea tematica del disco è incentrata su racconti che narrano storie di vita di personaggi diversi tra di loro, tra cui un politico corrotto ("La fine dell'impero"), il giovane che partecipa ai talent scout ("Anime in vendita"), gli innamorati ("Noi due" e "La canzone delle mani") e il ceto borghese Italiano ("La borghesia"). All'interno di queste narrative emerge in particolar modo la critica sociale, sia verso i potenti del mondo, sia verso i lati negativi della società, tra cui l'incomunicabilità spinta dai social.

Da un punto di vista musicale si tratta di otto canzoni pop di facile ascolto, con una buona varietà negli arrangiamenti che le rende discretamente godibili. I brani che saltano immediatamente di più all'orecchio sono "La borghesia", dal piglio accattivante e melodico, l'aggressiva "La fine dell'impero" e la conclusiva e delicata "Una parola". Il disco è prodotto in maniera piuttosto adeguata, con scelte di mixaggio e di arrangiamento che fanno particolarmente risaltare la voce di Masala, molto raffinata e gradevole. Allo stesso tempo, però, questa visione va anche un po' a scapito del resto dell'impasto sonoro e momenti come l'assolo di chitarra al termine di "Una parola" non hanno il giusto mordente che dovrebbero avere.

In definitiva si tratta di un lavoro piacevole, ben strutturato e realizzato nel quale sicuramente le sensibilità artistiche di Masala e Ruggeri hanno la possibilità di emergere e di creare un buon mélange.

giovedì 22 dicembre 2022

Carovana Tabù feat. Fabrizio Bosso - Miles To Go (Icona s.r.l, 2022)


Carovana Tabù è un ensemble formato da otto musicisti di grande talento che, in questo lavoro, sono affiancati dal trombettista Italiano Fabrizio Bosso per omaggiare l'arte del grande Miles Davis. Il disco si divide in due sezioni ben distinte: la prima, comprendente i primi sette brani del disco, è costituita da rivisitazioni di alcune delle sue composizioni mentre la seconda consiste in tre impressioni inedite basate sui quadri dell'omonimo artista.

Già da questa descrizione si può evincere che si tratti di un tributo spinto dalla passione e da un amore genuino verso il trombettista Americano, sicuramente una delle figure chiave e più poliedriche della storia della musica del XX secolo. Gli arrangiamenti, ad opera del pianista Stefano Proietti, sono efficaci a più livelli. Innanzitutto, rivedono le composizioni in chiave personale, prendendo lo spirito degli originali ma senza rifarsi necessariamente in particolare a nessuno dei "periodi" di Davis né, allo stesso tempo, cercando di modernizzarle eccessivamente pur contenendo delle contaminazioni moderne, cosa che, paradossalmente, porterebbe con sé il grande rischio di renderle molto più datate degli originali. Inoltre, viene assegnato ai vari componenti della band il giusto spazio per cui, oltre ad offrire numerose gustose prove solistiche, ogni membro dell'ensemble è anche di ottimo supporto agli altri, permettendo così alla musica di respirare e di regalare momenti di grande dinamicità. A parere di chi scrive, nel quadro sonoro risaltano in particolar modo le performance della sezione ritmica (Nicole Brandini al basso e Davide di Giuseppe alla batteria) che consentono alla musica di avere un portamento elegante, raffinato e solido. Molto interessante anche la seconda suite composta, come già detto, da inediti scritti cercando di mettere in musica le atmosfere di tre dipinti realizzati da Davis stesso. Il primo di questi, "New York By Night", nei suoi dieci minuti, è costituito da una introduzione di piano della durata di due minuti e mezzo, alla quale segue un intenso brano multiparte con dei riff azzeccati che, come stile compositivo, ricordano molto alcuni album della tradizione fusioni degli anni 70 e 80. "Dancer", come dice il titolo stesso è una composizione più ritmata con i fiati come protagonisti assoluti mentre "Roots" è un altro brano complesso, segnato da numerosi cambi di atmosfera.

"Miles To Go" è un successo sotto molti punti di vista. Come prima cosa, dimostra che la musica di Miles Davis, come quella degli altri grandi del '900 è davvero senza tempo: la si può eseguire in qualsiasi epoca, secondo i canoni moderni, e suonerà sempre avventurosa e stimolante. In secondo luogo, è sicuramente un piacere sentire un ensemble di musicisti così giovani eseguirla con questa passione e questa professionalità. Un plauso va anche alla produzione del disco: quando si tratta di mixare degli ensemble così corposi che, per giunta, suonano una musica parecchio ricca e armonicamente complessa, il rischio è quello di rendere il suono finale un pastone. Su questo album, invece, tutto suona splendidamente nitido e, allo stesso tempo, ben lontano dall'essere asettico. Un lavoro consigliato che merita sicuramente successo ed esposizione nei suoi ambienti.

mercoledì 14 dicembre 2022

Atipico - Eterno (Autoproduzione, 2022)



L'album di debutto del giovane cantautore abruzzese Andrea D'Orazio, in arte Atipico, è un disco composto da sette canzoni personali e intimiste. Il modello di scrittura esplicitato del cantautore è Max Pezzali, la cui band 883 viene citata anche nel brano di apertura "Passerà", e si sente: oltre ad una certa somiglianza nell'interpretazione (anche se non molto nella timbrica vocale), lo stile ricorda molto le canzoni di cantante simbolo degli anni '90, soprattutto perché sono brani con i quali i giovani tenderanno ad identificarsi. Una differenza è che Atipico tende a muoversi quasi unicamente in una direzione malinconica e a lasciare molto meno spazio alla leggerezza e all'ironia, a parte nella breve "Tu mi sai comprendere".

Gli altri sei pezzi contenuti sono delle ballate nelle quali si respira una forte aria nubilosa e, a tratti nostalgica, soprattutto nel caso di "Eterno" e di "Fotografie", anche se non mancano le canzoni d'amore come "A noi va bene così". Come già menzionato, ascoltando questo disco salta immediatamente alle orecchie il confronto tra il cantato di D'Orazio e quella di Pezzali. Il che non è necessariamente un male, soprattutto considerando la giovanissima età del cantautore, e il fatto che abbia cominciato a comporre canzoni proprie relativamente da poco tempo. Inoltre, anche se non è ancora riuscito a staccarsi del tutto dai suoi modelli di partenza, dispone di una voce con una timbrica abbastanza personale che, se dovesse continuare a creare musica, gli consentirà sicuramente in futuro di creare dei contenuti meno derivativi. Gli arrangiamenti e le sonorità del disco dimostrano anche un buon orecchio musicale che gli permette di vestire le canzoni con degli abbellimenti che ne fanno risaltare positivamente sia l'atmosfera e il testo, soprattutto nel crescendo della title-track.

Come disco di debutto "Eterno" è un buon lavoro, soprattutto per essere un'autoproduzione, che mostra un certo talento nel songwriting inteso non soltanto come scrittura di canzoni ma soprattutto come realizzazione di un prodotto. Detto questo, per prestare poter fede al suo nome d'arte, nelle sue prossime produzioni Atipico dovrà cercare di smaccarsi un po' di più dalle sue influenze.

martedì 6 dicembre 2022

Le rose e il deserto - Cocci sparsi (PFMusic, 2022)



"Cocci sparsi" è il nome del secondo album del progetto Le Rose e il Deserto, ad opera del cantautore Luca Cassano. A livello stilistico, questo lavoro è incentrato soprattutto sul testo: si tratta di dieci vignette ispirate da varie tematiche, viste tutte in chiave personale e a tratti un po’ autobiografica.

La vena poetica del cantautore risalta piuttosto bene nelle liriche dell'album: sono, in gran parte, riflessioni intimiste e personali, a volte ispirate da vicende legate alla propria vita ("Gino ed Alice", una dolce riflessione sull'esistenza del vero amore, data da due conoscenti o la title-track, nella quale le esperienze di vita vengono equiparate ad una collezione di conchiglie dell'autore) oppure a fattori esterni (la conclusiva "Australe", ispirata al declassamento del pianeta Plutone da pianeta del sistema solare a pianeta nano: un tema che chi fa parte della generazione di chi sta scrivendo questa recensione conosce bene), presentate con un linguaggio dotto ma scorrevole e non criptico. A questi testi viene associato un cantato molto delicato, a tratti quasi declamato, che rende il prodotto finale ancora più vicino all'ascoltatore. Come nello spirito del cantautorato classico, la musica tende ad avere più la funzione di un sottofondo raffinato ai testi che ad avere un ruolo di primo piamo. Cionondimeno, gli arrangiamenti ad opera di Martino Cuman rendono bene, risultando delicati e interessanti, soprattutto nel caso di "Aprile", con delle influenze un po' jazzate, "Per ricordarmi com'eri", forse il brano più orecchiabile del disco, e della minimalista "Magellano".

Lavoro di un'indubbia eleganza e comunque generalmente apprezzabile, "Cocci sparsi" ha purtroppo il difetto di apparire a tratti un po' troppo autoreferenziale e, forse proprio per le esplicite intenzioni dell'autore di rendere il testo protagonista assoluto, la diversità stilistica negli arrangiamenti non risolve del tutto il problema di una leggera monotonia di fondo che rischia di rendere l'ascolto generale del disco un po' faticoso.

giovedì 1 dicembre 2022

Lucio Matricardi - Non torno a casa da tre giorni (Udedi Musica & Cultura, 2022)


Lo scopo del titolo di questo secondo disco del cantautore Marchigiano Lucio Matricardi, nelle intenzioni dell'autore, è quello di rappresentare un piccolo viaggio con tutte le sensazioni, i personaggi e gli stati mentali che si incontrano strada facendo. Non è, tuttavia, definibile un concept album: nonostante si possano trovare punti in comune, ad esempio, tra il destino tragico dei protagonisti dei testi di "Hanno ammazzato Lino", dedicata a personaggi reietti della società, e "La manna dal cielo" che racconta la triste vicenda di Paola Clemente, bracciante morta per fatica sul lavoro, ma in definitiva si tratta più di una cornice per mettere insieme 11 canzoni che trattano di vicende dai sapori simili che di qualcosa di legato.

A livello di liriche, i testi sono in prosa interessante, poetica e abbastanza malinconica, con qualche punta di nostalgia e, addirittura, di erotismo in "Che stupida l'immensità" e "Quello che non sai". Musicalmente, il disco rende anche meglio: gli arrangiamenti sono tutti di caratura pregevole, con sonorità e soluzioni armoniche molto gradevoli che rendono l'ascolto del disco piuttosto scorrevole. Matricardi stesso è un valido interprete, dotato di una timbrica vocale naturalmente piacevole e di una buona capacità nel trovare delle melodie vocali interessanti che ben si sposano al mélange sonoro. In questo, tre canzoni risaltano particolarmente sulle altre: la frizzante e danzereccia "Mozambico" che apre l'album, la già citata "La manna dal cielo" che oltre ad avere probabilmente il miglior testo del disco, ha anche una struttura variegata alternando momenti più meditativi ad altri più ritmati e la raffinata e romantica "Leviatano". Tuttavia, l'album non raggiunge del tutto lo scopo di diversità che sembra porsi; benché le canzoni siano spesso diverse tra di loro, sono un po' tutte ritagliate dallo stesso tessuto e, nonostante comunque non ci siano pezzi di qualità minore rispetto ad altri, dopo un inizio abbastanza coinvolgente, il ritmo del disco risulta inevitabilmente molto più lento e difficoltoso verso la fine.

Nonostante ciò, "Non torno a casa da tre giorni" rimane un lavoro abbastanza pregevole, composto bene e, soprattutto, realizzato in maniera credibile, cosa aiutata anche da una produzione azzeccata che rende il tutto molto delicato e di classe.

lunedì 28 novembre 2022

Bardomagno - Li Bardi Son Tornati In Locanda (Feudalesimo e libertà Records, 2022)

 



Chi frequenta Facebook sicuramente avrà visto almeno una volta qualche post di Feudalesimo e Libertà, pagina satirica che, con grande intelligenza e senso dell'umorismo, tratta temi sociali e di attualità immaginandoli in un contesto medievale. Da questa community nasce il progetto Bardomagno, qui giunto al secondo lavoro in studio, dopo un primo "Vol 1" uscito nel 2019. Lo scopo dichiarato di questo disco è quello di offrire un po' di "conforto e sollazzo" in questi tempi difficili dominate da pandemie e guerre e, per farlo, si sono circondati di altri illustri ospiti tra cui spiccano Don Alemanno, autore del webcomic Jenus, il comico Renato Minutolo, già autore di una divertente parodia di Alessandro Barbero, la cantante Nicoletta Rossellini e Mr. Baffo dei Nanowar of Steel.

Lo spirito del disco è perfettamente in linea con quello della community da cui deriva: offre, infatti, lezioni di storia, satira politica e critica sociale in chiave medievale mantenendo sempre una buona dose di umorismo. Da questo melange scaturiscono dei veri propri gioielli di comicità tra cui l'irresistibile "La prima cotta", il cui testo gioca sulle assonanze tra "cotta" inteso come innamoramento e la cotta di maglia che indossavano i crociati, "Cerveza y latifondo", nella quale il Reggaeton viene equiparato ad una epidemia che causa morte e distruzione e "Magister Barbero", un inno di affetto e di stima verso l'omonimo studioso di storia. Vi sono, però, ovviamente, anche brani dedicati allo studio della storia vero e proprio, ovviamente affrontati sempre in chiave ironica e cercando di trovare punti di contatto tra il passato e il presente, il più riuscito dei quali è "Game of signorie". Da un punto di vista musicale, il disco si muove utilizzando una filosofia simile: se, ad un primo ascolto, suona tutto più o meno simile ed omogeneo, successivamente le canzoni rivelano, invece, una diversità di generi piuttosto notevole, reinterpretata, però, sempre in chiave folk e medievale. A concludere il disco dopo i nove brani originali, nell'album sono anche presenti anche tre cover-parodie, la più notevole delle quali è "Federico II c'è", rifacimento dell'ormai famigerato inno berlusconiano "Meno male che Silvio c'è" (e nonostante tutto, risulta molto meno trash dell'originale!). 

"Li bardi sono tornati in locanda" è un lavoro brillante, eseguito e realizzato con grande cura. Se al primo ascolto sono la comicità e il ritmo spigliato a colpire, successivamente ci si rende conto di quanto sia, soprattutto, un lavoro raffinato, divertente ma non banale, goliardico ma non sciocco, parodistico ma non di cattivo gusto, a dimostrazione che, quando si ha talento, evitare di prendersi sul serio paga sempre molto bene.

giovedì 10 novembre 2022

Michele Fenati - Dall'altra parte del mare (I dischi di Beatrice, 2022)

 



Il nuovo album in studio del cantautore Romagnolo Michele Fenati raccoglie canzoni da lui scritte nel corso degli scorsi 25 anni, alcune più recenti, altre meno, tutte unite insieme da atmosfere intimiste e malinconiche. Si tratta perlopiù di brani scritti dal cantautore e arrangiati dal musicista Fabrizio Tarroni, anche se in alcuni casi i testi sono stati scritti da collaboratori esterni e uno ("Sensazioni piccolissime") è stato composto integralmente da Paolo Neri.

I testi sono volti perlopiù verso la malinconia, come nelle dediche alla patria nativa ("Il mio nome è Aurelio"), agli affetti familiari ("Dall'altra parte del mare") o ad una generale sensazione di nostalgia ("Lettera") anche se abbondano anche i riferimenti alle storie d'amore ("Sensazioni piccolissime", "Pezzo imbavagliato", "Mille volte buonanotte"). Lo stile utilizzato per le liriche è abbastanza poetico, con un lessico certamente non banale e in un certo senso di alta ispirazione. Allo stesso tempo, però, presenta un difetto che ha anche ogni altra componente del disco: risulta, infatti, un po' forzato e privo di spontaneità. La stessa cosa si potrebbe dire del cantato di Fenati: sicuramente intonato, con una voce non priva di potenza e di capacità interpretativa ma, allo stesso tempo, anche a volte un po' troppo artefatto. Inoltre, nelle intenzioni dell'autore, come esplicitato chiaramente nella "special track" di ringraziamenti che chiude il disco, l'album dovrebbe presentare anche una certa diversità, sia nelle tematiche, sia nella stesura musicale, complice anche il fatto che, come già detto, la scrittura della canzoni si è protratta per un lungo periodo di tempo. Di fatto, però, ciò non si rispecchia del tutto al momento dell'ascolto e benché le canzoni siano abbastanza distanti dall'essere tutte uguali, si può certamente affermare che i punti stilistici in comune tra di loro non siano pochi.

Difficile dare un giudizio netto a questo album. Da un lato, non è certamente un lavoro disprezzabile: i due pezzi che aprono e chiudono il disco ("Il mio nome è Aurelio" e la title-track) riescono abbastanza bene nel loro intento di trasmettere sensazioni agrodolci e gli arrangiamenti sono piuttosto raffinati e credibili. Dall'altro, però, l'eccessiva seriosità di fondo che caratterizza tutte le canzoni, associata ad una presentazione che, benché teoricamente coinvolga vari stili musicali, finisca per omogenizzarli tutti, rende l'ascolto dell'album a tratti un po' pesante.

martedì 8 novembre 2022

Bob Balera - Pianeti (Dischi Soviet Studio, 2022)




Bob Balera è il nome di un duo composto dal cantante Romeo Campagnolo e il polistrumentista Matteo Marenduzzo. All'attivo dal 2014, "Pianeti" è il loro secondo album in studio, realizzato assieme al produttore Sandro Franchin. Non è esattamente un disco a tematica unica ma la sua lavorazione segue schemi prefissati: nostalgia per dei sapori musicali un po' vintage, testi che parlano di rapporti umani e volontà di far ballare l'ascoltatore.

Secondo le intenzioni degli autori, l'album dovrebbe essere un tributo alla scuola del cantautorato Italiano degli anni '70, in particolar modo al duo Mogol/Battisti. Di fatto, però, risulta più vicino a certe produzioni indie degli ultimi anni, soprattutto nella stesura dei testi più seri anche se, probabilmente, ciò è l'inevitabile risultato di voler tradurre quel particolare stile in canoni più attuali. Il che non è necessariamente un male, soprattutto se l'intenzione è, per l'appunto appunto, quella di voler colpire emotivamente l'ascoltatore: in effetti il sottofondo malinconico che si respira in canzoni come "L'astronave" e "Perdersi tra gli alberi" non lascia indifferenti e coinvolge abbastanza efficacemente. Non mancano, comunque, i momenti un po' più scanzonati, come "Ogni domenica" la cui leggerezza del testo risulta abbastanza divertente e aiuta a sgonfiare un pochino l'aria di seriosità artistica che permea un po' troppo il resto dell'album. Musicalmente, il disco regge piuttosto bene: le basi musicali ricatturano convincentemente le sonorità stile anni '70 e, allo stesso tempo, suonano come un prodotto dei giorni nostri. C'è inoltre anche una discreta varietà negli stili proposti, per cui si passa da ballate a ritmi più funk, pur mantenendo una certa matrice rock di sottofondo. Da un punto di vista strettamente sonoro, la voce di Campagnolo è senza dubbio il vero filo conduttore di tutte le canzoni. Si tratta sicuramente un cantante con delle qualità particolari e che, dalla sua parte, ha il pregio di avere una timbrica riconoscibile che dà un colore particolare alla musica e che rende le sue interpretazioni dei testi abbastanza personali.

Nonostante in determinati momenti, la stesura del disco risulti un po' troppo rigida e artefatta, "Pianeti" di base rimane un lavoro leggero e senza troppe pretese che si lascia ascoltare piuttosto bene e che di certo ha le carte in regola per far divertire l'ascoltatore.

venerdì 4 novembre 2022

Marilena Anzini - Gurfa (Autoproduzione, 2022)



Classe 1964 e all'attivo professionalmente da circa il 1998, Marilena Anzini ha basato buona parte della sua carriera sullo studio della voce, studiando con la cantante Rhiannon, andando in tour con ensemble internazionali di improvvisazioni vocale e lavorando come docente. "Gurfa", parola araba che identifica la quantità d'acqua che si può tenere in una mano, è il suo secondo lavoro discografico ed è una sorta di operazione concettuale nella quale si cerca di trovare parallelismi tra l'acqua, intesa come sorgente di vita, e la musica. Il contenuto lirico, a volte in Italiano, a volte in Inglese, è soprattutto improntato verso una matrice filosofica, come in "Belli numeri" e "Details", ma lascia anche spazio a sensazioni più umane come la malinconia di "Due febbraio" e la love story di "Ink and Tea"

Per quanto riguarda, invece, il contenuto musicale, si può fare tranquillamente riferimento alla copertina del disco: si tratta di una produzione molto delicata, nella quale la voce fa da padrona, talvolta a cappella, talvolta con strumentazione che coinvolge basso, batteria ma anche violoncello e didgeridoo utilizzati in maniera discreta in modo da rimanere comunque sempre in sottofondo. Delle otto canzoni contenute nell'album, quelle che rendono meglio sono sicuramente le quattro cantate in Italiano: non tanto per un discorso compositivo, quanto perché la voce di Anzini sembra adattarsi meglio alla  lingua Italiana e a cantare con maggior convinzione interpretativa. Molto spesso, i brani digrediscono verso momenti corali e questi risultano i momenti più apprezzabili del disco, soprattutto in "Nuvole e rose" e "Filligree", le cui sezioni centrali sembrano composizioni a sé stanti, di gran lunga superiori alle canzoni di cui fanno parte. Un discorso a parte lo merita la conclusiva "Marea", intesa come opus magnum del disco: una composizione multiparte, integralmente eseguita a cappella che culmina in una prestazione vocale del tenore Oskar Boldre.

Nonostante si tratti di un lavoro che certamente ad un primo ascolto non manca di lasciare impressionati, se non altro perché suona abbastanza originale ed è prodotto e arrangiato in maniera molto gradevole, "Gurfa" ha però il difetto di mancare un po' troppo di immediatezza. Il che, a seconda della sensibilità dell'ascoltatore, può portarlo a voler approfondire di più ma anche a ritenere che un solo ascolto sia sufficiente. Resta comunque un lavoro piuttosto ambizioso e abbastanza riuscito nella realizzazione: la stesura è studiata piuttosto bene, Marilena Anzini dà l'idea di essere un'artista che non ha solo delle idee precise del tipo di contenuto che vuole creare ma anche di come cercare di realizzarlo al meglio. 

mercoledì 2 novembre 2022

The Rocker - Keep Rock'n Roll Alive (Autoproduzione, 2022)


La prima cosa che colpisce l'occhio approcciandosi a questo disco, il terzo di questo progetto capitanato dal cantante Edo Arlenghi, è quanto sia diretto nelle intenzioni. Il nome della band, il titolo dell'album e persino i titoli nella tracklist ("Keep Rock'n Roll Alive", "Let the Music Take Control", "They Can't Kill Your Idols") non lasciano spazio a nessuna interpretazione alternativa: si tratta di un lavoro consacrato alla musica rock, intesa non solo come genere musicale ma anche come filosofia di vita. Musicalmente, le dieci canzoni incluse, nove originali più una cover di "Police on My Back" degli Equals ripresa anche dai Clash nel loro "Sandinista!", sono infatti chiari omaggi al rock più classico, energico ed aggressivo e anche liricamente il disco si muove nella stessa direzione: gli argomenti trattati nei testi si suddividono tra dichiarazioni d'amore al mondo del rock, soprattutto i due pezzi di apertura: la title-track e "Let the Music Take Control", e altri argomenti classici di questo tipo di musica, tra cui il racconto di delinquenza di "One Minute" e la critica sociale di "Under the Low Lights".

Da un punto di vista esecutivo, queste idee vengono realizzate abbastanza coerentemente. La musica proposta è martellante, sostenuta da orecchiabili riff di chitarra che di tanto in tanto sfociano in gradevoli prestazioni solistiche e solidi 4/4 di batteria, sempre con in primo piano la voce graffiante di Arlenghi che dimostra delle valide capacità interpretative in questo contesto. Se il lato positivo di questa ricetta è quello di offrire una prodotto trascinante eseguito in maniera abbastanza convincente, il rovescio della medaglia è senza dubbio quello di rendere l'operazione di scegliere i momenti salienti del disco piuttosto difficile. Con ciò non si intende necessariamente dire che le canzoni in sé siano tutte uguali ma c'è uno schema di base compositivo che fa in modo che nessuna di loro risalti o, nel caso questo stile piaccia particolarmente, che siano tutte a risaltare anche se, a onor del vero, la tracklist aiuta inserendo a metà album due brani più delicati ("Restless Soul" e "Under the Low Lights") che consentono di prendere respiro e che danno un senso di dinamicità maggiore all'ascolto.

Se visto come esercizio di stile, "Keep Rock'n Roll Alive" è un album apprezzabile: si percepisce senza dubbio una certa genuinità nelle intenzioni e, soprattutto, un amore sincero verso la musica rock e, date le premesse, ciò è già considerabile un successo di per sé. Allo stesso tempo, però, suona anche un po' troppo come un compendio di ciò che dovrebbe offrire il rock e, in quanto tale, purtroppo manca di una delle caratteristiche fondamentali del genere: l'essere avventuroso. 

sabato 17 settembre 2022

Jethro Tull - The Zealot Gene (InsideOut, 2022)

 


È uscito il ventiduesimo album dei Jethro Tull! Oppure è uscito il settimo album solista di Ian Anderson? Il nome sul disco dice una cosa, il resto, immagine di copertina compresa, un'altra. In effetti, il nome dei Jethro Tull è sempre stato fonte di vari cambiamenti di line-up ma con alcune garanzie apparentemente inossidabili: prima su tutte è che, ovviamente, al timone, alla voce solista, al flauto, alle chitarre acustiche e a qualsiasi altro strumento gli venisse in mente di suonare ci sarebbe sempre stato Ian Anderson, il folletto menestrello della storia del rock, oggi un po' più posato ma sempre comunque una figura di grandissima personalità. La seconda è che Martin Barre, chitarrista entrato nella band nel 1969 nel secondo LP "Stand Up" sarebbe stato al suo fianco dando un colore unico e distintivo alla alla musica. Va comunque specificato che la filosofia dei Jethro Tull non è mai stata riducibile solamente a questi due personaggi e che chiunque entrasse nella line-up finiva per diventarne un tassello importante ma di fatto prima dell'uscita di questo "The Zealot Gene", il nome dei Jethro Tull era stato messo in pensione esattamente nell'istante in cui Anderson aveva deciso di interrompere il suo sodalizio di 42 anni con Barre. 

Negli anni successivi, Anderson ha formato una propria band e pubblicato due dischi solisti: "Thick as a Brick 2: Whatever Happened to Gerald Bostock?" (2012) e "Homo Erraticus" (2014). Non era la prima volta che il musicista Scozzese si dedicava a produzioni proprie ma le differenze tra un lavoro che usciva a nome Jethro Tull e uno che veniva, invece, pubblicato a proprio nome erano sempre molto marcate: si comparino, ad esempio, i quasi coevi "J-Tull Dot Com" (1999) e "The Secret Language of Birds" (2000). Questi due album di mezzo, invece, sembravano essere un proseguimento delle sonorità classiche dei Jethro Tull, presentando un songwriting sicuramente dignitoso ma arrangiato e suonato senza quel calore e quella convinzione che avevano anche solo le ultime formazioni, lasciando molto spesso l'impressione di trovarsi davanti a lavori eseguiti delineando con il righello fino a che punto si potessero spingere i musicisti. 

"The Zealot Gene" continua un po' su questa falsariga, non sorprendentemente dato che il nucleo principale dei musicisti è lo stesso: Ian Anderson, Florian Ophale (chitarra), John O'Hara (tastiere), David Goodier (basso) e Scott Hammond (batteria). A loro stavolta si aggiunge Joe Parrish, giovanissimo chitarrista subentrato ad Ophale nel 2020, il cui contributo in questo album però si limita ad una sola canzone. Stavolta, però, c'è una differenza sostanziale che rende tutto certamente molto meno freddo: le basic track sono state registrate, per la prima volta, in presa diretta, inclusi i vari assolo, e la differenza si sente, soprattutto nelle sezioni centrali di brani come "Mrs Tibbets", "Mine is The Mountain" e "The Betrayal of Joshua Knyde" che ne escono certamente molto più potenti e trascinanti comparate ai momenti simili apparsi nei due album precedenti. Inoltre, dato che allo scoppio della pandemia di Covid-19 le registrazioni non erano ancora state ultimate, cinque dei dodici pezzi proposti in scaletta sono stati incisi "in remoto" con arrangiamenti più rarefatti ed intimisti, cosa che, peraltro, contribuisce a dare una varietà maggiore alla musica qua proposta. Questo tipo di esercizio è sempre stato un campo in cui Anderson eccelle per cui non sorprende che, in particolare, tre di questi pezzi ("Sad City Sisters", "Three Loves, Three", "In Brief Visitation") risultino tra i più riusciti, stilisticamente e come caratura non troppo distanti dai migliori momenti "The Secret Language of Birds" e "Rupi's Dance" (2003).

Altre canzoni degne di nota sono l'opener "Mrs Tibbets", solido brano rock ben costruito con un'ottima prestazione chitarristica di Florian Ophale, l'intrigante "The Betrayal of Joshua Knyde",  l'accattivante title-track e la possente "Barren Beth, Wild Desert John". Viceversa, meno convincenti sono quei pezzi nei quali c'è un'esplicito tentativo di recupero di alcune atmosfere passate, come in "Mine is the Mountain", dichiarato sequel del classico "My God" che, per ovvi motivi, non ha lo stesso pathos e la stessa profondità dell'originale. Inoltre, benché sia in sé una canzone discretamente valida, "The Fisherman of Ephesus" non è adatta come chiusura e termina l'album lasciandolo un po' impacciatamente in sospeso.

Dal punto di vista concettuale, "The Zealot Gene" si propone utilizzando una cornice abbastanza intrigante. Anderson ha infatti composto le 12 canzoni stilando una lista di altrettanti emozioni, positive o negative (amore, tenerezza, rabbia, egoismo…) e introducendole nel libretto associando a loro una citazione Biblica. Non si può, quindi, parlare di concept album dato che le tematiche delle canzoni sono comunque slegate tra di loro ma le rende sicuramente molto di più di una mera collezione di brani. I testi in sé, al solito, sono costruiti in maniera molto intelligente: tra questi vale la pena sicuramente citare quello di "Mrs. Tibbets", basato sui vari giochi di parole legati a Enola Gay, che era sia l'aereo che sganciò le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, sia il nome della madre del pilota che lo guidava, Paul Tibbets. Molto interessante anche il testo di "Mine is the Mountain", probabilmente più della musica stessa, nel quale Dio viene visto non come il Padre Onnipotente che deve risolvere tutto, quanto un eremita che dopo aver creato la sua opera vuole semplicemente rimanere in pace senza dover rispondere a domande o richieste di aiuto.

Da un punto di vista strettamente strumentale, le performance sono tecnicamente buone e decisamente un passo avanti rispetto a quelle effettuate dalla stessa line-up nei loro due dischi precedenti, soprattutto grazie alla presenza dell'interplay. Allo stesso tempo, le critiche fatte fino ad ora restano valide: si tratta comunque di una band che suona in maniera competente ma eccessivamente morigerata e senza una grandissima personalità. Viceversa, la voce di Anderson, purtroppo da tempo deteriorata a causa di seri problemi alle corde vocali, che dal vivo è da anni il cosiddetto elefante nella stanza, in un contesto da studio non suona poi così male, risultando anche non poco gradevole nei brani più intimisti ("Where Did Saturday Go?" "Three Loves Three"), complice anche la possibilità di non dover cantare a piena emissione.

Ali di là delle varie polemiche sul nome che fintanto che questa formazione esisterà continueranno ad esistere, "The Zealot Gene" è sicuramente un lavoro soddisfacente che non insulta il nome Jethro Tull e che, se da un lato non aggiunge nulla di nuovo o di non già detto negli ultimi anni, dall'altro non è povero di buone trovate melodiche ed è la dimostrazione che Anderson è ancora in grado di comporre materiale di fattura pregevole e, soprattutto, sempre inequivocabilmente nel suo stile. 


Jethro Tull (2022)
David Goodier, Joe Parrish, Ian Anderson, Scott Hammond, John O'Hara

martedì 5 luglio 2022

Folkatomik - Polaris (Italysona, 2022)



"Polaris" è l'album di debutto del progetto Folkatomik, ensemble costituito da quattro elementi (Valeria Quarti e Franco Montanaro voce e percussioni, Li Bassi chitarre ed elettroniche e Oreste Forestieri strumenti a fiati), che si pone come scopo quello di sposare la musica folk del sud Italiana con sonorità più elettroniche. Il disco si compone di un inedito e sette rivisitazioni di canti popolari Pugliesi, Calabresi, Campani e Siciliani.

L'inedito è proprio il brano che dà il titolo al disco, posto in apertura, invocazione, per l'appunto, alla Stella Polare da parte di un naufrago che desidera ritrovare la via di casa. Si tratta comunque di una composizione che attinge a piene mani dalle tradizioni omaggiate nel resto del disco (struttura presa in prestito dalla pizzica, testo in dialetto Calabrese) e, in quanto tale, ne risulta perfettamente integrato. Per quanto riguarda i rimanenti brani, la sfida è appunto quella di cercare di unire la tradizione con il presente, senza far cadere nessuno dei due nell'anacronismo. Ecco, quindi, la presenza di esperimenti come "Tamurriata", canto Campano che, dopo un inizio piuttosto fedele a come verrebbe proposto in un contesto più tradizionale si trasforma in un ballabile trance e delle pizziche Pugliesi "Quant'ave" e di San Vito e Torchiarolo le cui atmosfere già danzerecce in sé risultano perfettamente compatibili con i ritmi elettronici proposti, dimostrando che il mélange idealizzato dal quartetto non è poi così improbabile. Altri momenti, invece, come la tarantella Calabrese "Tirulalleru", probabilmente il pezzo che finisce per colpire di più al primo ascolto, mantengono l'ago della bilancia più spostato verso la tradizione e risultano di più come esecuzioni modernizzate che rivisitazioni vere e proprie, pur presentando un arrangiamento coerente col resto del disco.

L'album non è certamente campato in aria: la scelta della strumentazione classica e le sonorità elettroniche appropriate ad essa sono senza dubbio frutto di una ricerca attenta e di una particolare fiducia nella proposta. Inoltre, le parti vocali risultano molto passionali e convinte, dando al tutto un chiaro senso di autenticità. Detto questo, è sicuramente anche un lavoro non facile da piazzare che richiede un tipo di pubblico particolare che sia in egual misura ben disposto verso la musica popolare tradizionale e quella elettronica e ballabile.

lunedì 16 maggio 2022

Eugenio Balzani - ItaliòPolis (RNC Music, 2022)

 


"ItaliòPolis" è il titolo del quarto album in studio del cantautore cesenate Eugenio Balzani, qui aiutato da un quartetto di musicisti identificato come Recover Band e formato da Christian Ravaglioli al piano elettrico Wurlitzer e ai sintetizzatori, il fiatista Paolo Fantini e la sezione ritmica composta da Alfredo Gentili Gianluca Donati, rispettivamente basso e batteria. Il titolo del disco identifica l'Italia come une grande città i cui abitanti vengono resi in chiave critica e sardonica, evidenziando tutte le nevrosi e i comportamenti irrazionali dovuti alla pandemia, ma non solo.

Con queste premesse e con le deliziose sonorità jazzate, il disco sembra promettere bene ed, effettivamente, si apre in grande stile con "Samurai", pezzo dedicato alla frenesia moderna nel quale ogni tassello appare al suo posto: un pregevole giro di fiati che supporta l'intera canzone, un testo garbatamente ironico, una cantato che appare volontariamente annoiato e distaccato molto adatto alle tematiche. Non sempre, però, l'album è all'altezza di questa canzone. Ad esempio, "Il luna park dei pazzi", canzone di protesta contro l'alimentarsi degli stereotipi nella società attraverso i social, pur presentando degli intenti lodevoli e un buon arrangiamento, rischia di cadere un po' troppo nel paternalismo per via del testo un po' troppo diretto. Detto questo, non tutto l'album è legato alla critica sociale: "Clara l.r.p.d." e "L'amore sovversivo" sono due canzoni dedicate alla madre e alla sorella del cantautore. Entrambe sono intrise di profonda malinconia e cupezza ma sono espresse con molto garbo e gusto, senza sfociare nella pantomima, sebbene in particolare il testo della seconda, che racconta in maniera piuttosto esplicita la morte della sorella, sia parecchio intenso. Interessante anche la chiusura del disco, "Happy Birthday, Jesus", il cui cantato in inglese le dà un tono vintage apprezzabile. Le cose migliori del disco, comunque, restano le basi strumentali delle canzoni. La band di supporto a cui si è affidato Balzani si dimostra preparata e professionale e rende la musica molto interessante, in particolar modo nella già citata "Samurai" ma anche in "L'undicesimo canto", nella quale ha anche l'occasione di mettersi in mostra durante l'introduzione, e "Le strade del jazz"

Pur non essendo del tutto consistente, "ItaliòPolis" risulta un disco generalmente piacevole grazie alla buona produzione e alla presentazione accattivante che dimostrano, comunque, una certa esperienza e consapevolezza da parte dell'autore.