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giovedì 26 agosto 2010
Iron Maiden - The Final Frontier (EMI/UME, 2010)
Tracklist:
1. Satellite 15...The Final Frontier
2. El Dorado
3. Mother of Mercy
4. Coming Home
5. The Alchemist
6. Isle of Avalon
7. Starblind
8. The Talisman
9. The Man Who Would Be King
10. When The Wild Wind Blows
Quindicesima uscita in studio. Un numero notevole, e i risultati lasciano, in questo senso, più che soddisfatti. Sarà che, almeno il sottoscritto, aveva bassissime aspettative (colpa dei primi leak su YouTube), ma lo stupore nell'ascoltare The Final Frontier, in particolare alla terza riproduzione, è notevole. Forse per l'innegabile capacità di reinventarsi sempre, pur restando circoscritti in certi canoni e ben ancorati a certi elementi, non diventando mai né statici né insipidi.
Neppure la carica è venuta a mancare, nonostante l'età media della band. Gli alfieri dell'heavy metal britannico non smettono di proporre i loro soliti cliché in maniera funzionale e, a loro modo, geniale, non dimenticandosi colpi di scena, cambi di tempo e quelle armonizzazioni che da quando hanno tre chitarre non vengono mai lasciate da parte. E, soprattutto in questo lavoro, è un bene.
Nicko McBrain è sempre in forma, e dopo un inarrestabile miglioramento che l'ha visto crescere a dismisura (a livello tecnico più che di composizione), negli anni '90 e soprattutto negli anni zero, si è assestato su di una linea clamorosamente buona, in particolar modo se andiamo a raffrontare la sua data di nascita con le sue reali capacità. Il tocco è sempre lo stesso e continua (e continuerà per sempre) ad essere il vero marchio di fabbrica dietro le pelli degli Iron Maiden, con buona pace del povero Clive Burr, che rimane validissimo.
Parlando delle tracce sicuramente funzionano quelle più standard, che sono tornate a somigliare ai dischi di anni '90 e 2000, come "The Talisman", "The Man Who Would Be King" e "The Alchemist", simili in tutto e per tutto alla stragrande maggioranza dei brani di "Brave New World", di gran lunga il miglior album degli Iron Maiden degli ultimi vent'anni (ed infatti tutti i suoi brani offrono un ottimo modello, come dimostrano quelli dell'ultimo loro sforzo per EMI e UME). Per i tentativi di innovazione si rimane, in realtà, abbastanza delusi, poiché i brani risultano spesse volte fuoriluogo, come il pezzo d'apertura (e primo singolo), la title-track, che non trova mai un vero motivo di esistere in nessuna delle sue parti. Troppo sterile, per niente fresca, per niente Maiden.
Infine, leggendo i credits delle canzoni, si nota che Harris inizia a dare più spazio nella creazione dei brani anche agli altri e, soprattutto per quanto riguarda i brani composti da Smith, questo è un aspetto positivo.
Cosa non va, invece?
Sicuramente le linee vocali di Bruce Dickinson. Un continuo sforzo assolutamente esagerato di raggiungere le note che ha sempre saputo prendere con spiazzante precisione ma che ormai sono fuori dal suo campo d'azione. Forse rendersi conto che gli anni passano per tutti avrebbe aiutato le sorti di questo disco. Inoltre alcune melodie lasciano alquanto a desiderare, salvando sporadici momenti come la bellissima "When The Wild Wind Blows", imprescindibile anche per l'emotività che lascia trasparire.
Un altro aspetto abbastanza negativo di "The Final Frontier" è la piattezza degli assoli, onnipresenti ma troppo scialbi e contorti per risultare plausibili e piacevoli. Sono passati gli anni '80 (e anche Fear of The Dark) e la mano di questi ragazzoni hanno perso quel tocco che anche a livello compositivo e solistico li ha resi storici. E' evidente in brani come il primo estratto "El Dorado", piuttosto spento, anche se si può comprendere come agli hardcore fans sicuramente piacerà, nonostante l'eccessiva durata (pecca anche di altri brani).
Un'altra debolezza dell'album potrebbe essere individuata nei testi, fatti di liriche epico-mielose, cronache di guerra, infarcite del solito lessico che vede la parola death inserita alla bell'e meglio ogni due per tre. L'importante è che, da un punto di vista melodico, funzionino. E in questo senso si può dire che la coppia di writers Harris-Dickinson riesce ancora a lasciare il segno.
Fiacca anche la produzione, per la prima volta dopo tanto tempo un po' pompata, con un sound iperlavorato, smussato all'inverosimile. Lo si sente in alcuni tratti per quanto riguarda chitarre e batteria, con dei suoni quasi irreali, seguendo una strategia completamente diversa da quella della presa diretta, utilizzata nei dischi precedenti.
Facendo un overall, complessivamente l'album funziona. Va ascoltato qualche volta in più per rendersi conto che il sound del disco precedente, sebbene per certi aspetti avesse portato una ventata di fresco in casa Maiden, non era quello che li porterà avanti, e a confermalo ci pensa proprio The Final Frontier, soprattutto con la forma sempre perfetta della sezione ritmica che vede McBrain e Steve Harris sostenere ogni singolo episodio del disco con una precisione e un tocco da panico. Sinceramente, senza di loro, gli Iron Maiden si sarebbero già dovuti fermare da tempo.
Ottimi soprattutto i brani della seconda metà del disco, con un pressante afflusso di nuove idee che, fuse con i cliché della storia maideniana, formano pezzi memorabili, pronti a ridefinire gli assetti che conosciamo e a distorcere la storia dell'heavy metal come solo loro potevano ancora fare nel 2010. E l'introduzione, controversa, compromettente, a suo modo divergente da tutta la carriera del sestetto britannico, lo dimostra. Può non essere gradita, per i suoi pattern piuttosto banali e ripetuti ad oltranza, ma è evidente come nello "schema generale" del progetto Maiden ci sia la volontà di seguire una pista sempre più epica, ed in questo senso un intro simile non può che funzionare nel minor modo possibile.
Sforzo notevole, considerato tutto, apprezzabile non solo per i fan, ma non vi consiglierei mai di ascoltare questo come "album simbolo" della storica band. Per questo, ci sono gli anni '80 (o Brave New World).
Voto: 7.5
martedì 19 agosto 2008
AAVV - Maiden Heaven: A Tribute To Iron Maiden (Kerrang, 2008)
Ecco la tracklist:
1. Black Tide - Prowler
2. Metallica - Remember Tomorrow
3. Avenged Sevenfold - Flash Of The Blade
4. Glamour Of The Kill - 2 Minutes To Midnight
5. Coheed and Cambria - The Trooper
6. Devildriver - Wasted Years
7. Sign - Run To The Hills
8. Dream Theater - To Tame A Land
9. Madina Lake - Caught Somewhere In Time
10. Gallows - Wrathchild
11. Fightstar - Fear Of The Dark
12. Machine Head - Hallowed Be Thy Name
13. Trivium - Iron Maiden
14. Year Long Disaster - Running Free
15. Ghostlines - Brave New World
Seguirò più o meno l'ordine, dando più risalto a quelle che secondo me sono le cover più azzeccate della compilation. La tracklist si apre con una bellissima Prowler interpretata a dovere dai Black Tide, rivelazione proprio di questi ultimi tempi. Gabriel Garcia, classe 1993, ci dimostra gia adesso cosa potrà fare con la sua voce, ben impostata e mai fredda, nel corso degli anni, interpretando perfettamente i difficili versi di Paul DiAnno. Promossi anche i Metallica, band ormai sempre più controversa e criticata. La voce chiaramente modificata di Hetfield sostiene comunque un pezzo coverizzato a dovere, nonostante vedessi meglio altri pezzi per una cover dei 'Tallica. La ballata Remember Tomorrow è qui trasformata dai quattro nel loro tipico pezzo hard rock della nuova era (diciamo come Fuel e The Unforgiven II), ma con dei bei suoni (niente a che vedere con St. Anger). Unica nota di demerito la piattezza di Lars Ulrich, che non si avvicina neanche minimamente agli ottimi Clive Burr (esecutore originale) e Nicko McBrain. Carina, anche se non particolarmente, la cover di Flash Of The Blade eseguita dagli Avenged Sevenfold, prima band finora ad aver preferito mantenere il pezzo praticamente identico, se non nei suoni di chitarra. Una cover mediocre ma che non stona nel contesto della compilation. Discreta anche se con un arrangiamento piuttosto superficiale la cover dei Glamour Of The Kill, che si cimentano con 2 Minutes To Midnight, grande pezzo dal quarto album dei Maiden, Powerslave. Niente da aggiungere. Una cover passabile. Bel lavoro invece per i Coheed And Cambria, band che sia in passato che recentemente ha mostrato i denti, con album graffianti e freschi. La cover di The Trooper è eseguita in modo magistrale dal punto di vista della tecnica (anche se Nicko McBrain rimane una spanna sopra tutti i batteristi che hanno suonato in questo disco, sarà forse l'effetto di sentire le sue canzoni suonate da altri, ma il groove dei pezzi di Nicko in molte di queste cover, compresa quella dei C.A.C., è fortemente assente), e la voce di Claudio Sanchez si adatta perfettamente allo stile della canzone. Non proprio azzeccate le due cover successive, Wasted Years fatta dai Devildriver e Run To The Hills rivista dai Sign. Entrambe le canzoni sono state riarrangiate alla bell'e meglio, con un riguardo particolare ai riff di chitarra, che sono stati resi sì piu taglienti, ma che risultano ciononostante meno incisivi. Inoltre, se Zolberg dei Sign riesce ad imitare piuttosto bene il timbro di Bruce, Dez Fafara si chiude invece in uno screaming fuori contesto, che finisce subito per annoiare. Seguono To Tame A Land e Caught Somewhere In Time, eseguite rispettivamente dai DreamTheater e dai Madina Lake. Ovviamente le canzoni sono state eseguite in modo perfetto, rispettando ogni parte, anche se il suono un po' troppo metallico che ormai contraddistingue gli ultimi album dei Dreamtheater qui un po' sembra stonare. Caught Somewhere In Time è forse la canzone che più si allontana dalla versione originale, risultando originale soprattutto negli arrangiamenti e nella voce di Nathan. L'hardcore punk dei Gallows trasforma invece una Wrathchild che ormai siamo abituati a sentire da anni nei concerti dei Maiden. Niente da dire se non che il tiro più punk che i cinque musicisti inglesi hanno conferito alla canzone risulta perlomeno innovativo, e piacevole all'ascolto (nonostante l'assenza del famoso urlo nella parte centrale). Dall'hardcore punk dei Gallows al post-hardcore dei Fightstar, che registrano una Fear Of The Dark molto fresca e pungente. La voce profonda di Charles Robert Simpson rende la canzone più appetibile. Dal punto di vista della tecnica niente da dire, se non che la canzone è stata eseguita molto bene, con qualche riff più "pestato" che, visto chi ha suonato il pezzo in questa compilation, ci stava. I grandi Machine Head eseguono magistralmente Hallowed Be Thy Name, forse il pezzo che potevano suonare meglio tra tutti quelli scelti per questa compilation. La voce e i musicisti si calano perfettamente nell'atmosfera Maiden, anche se chiaramente hanno preferito mantenere le loro sonorità. Unica nota dolente il suono della chitarra, in alcuni punti missata in modo imperfetto. Belle anche le parti urlate, che non rovinano assolutamente la canzone. Ottima Iron Maiden, eseguita dai Trivium, incredibilmente carichi (avevamo gia sentito un'ottima cover di Master Of Puppets nel cd di tributo ai Metallica), riarrangiata completamente in un pezzo speed/thrash dove la voce grattata ci sta tutta. Un'ottima rivisitazione. Running Free, rivisitata dagli Year Long Disaster, band resa celebre grazie a un tour mondiale con band di spicco come Motorhead, Foo Fighters e Velvet Revolver, è il pezzo eseguito in modo più simile, soprattutto per i suoni, anche se chiaramente non ci si deve aspettare nulla, vista la sostanziale differenza di genere. L'album si conclude con Brave New World, unico brano recente della compilation, suonata dai Ghostlines, band inglese che spazia tra l'alternative e l'elettronica. Il brano alla fine è più che discreto, anche se profondamente diverso dall'originale, con un loop a fare da batteria e il tema sostituito da un piano.
Cosi si conclude una compilation molto buona, nella quale non si può tenere di certo conto dell'originalità, ma della quale possiamo solo parlare bene vista la competenza dei gruppi interpellati. Tutti i pezzi sono eseguiti bene, e nessuno sembra sforzarsi per eseguire la cover corrispondente (eccezione fatta per i DevilDriver, come detto sopra). Per questo motivo consiglio l'ascolto a tutti i fan dei Maiden, anche se so che i più affezionati non apprezzeranno i riarrangiamenti troppo radicali come quello dei Ghostlines e quello dei Trivium, ma che invece appaiono come particolari note di merito in una compilation che altrimenti sarebbe stata pura ostentazione di tecnica. Per il resto...up the irons!
Voto: 7.5
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