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lunedì 30 agosto 2010

Melissa Auf der Maur e Tape the Radio Live @ Estragon 27 Agosto 2010

Foto del concerto

Setlist:
01. This Would Be Paradise (Intro)
02. The Hunt
03. Lightning Is My Girl
04. Real A Lie
05. Isis Speaks
06. Lead Horse
07. Taste You
08. Out of Our Minds
09. I Need, I Want, I Will
10. Overpower Thee
11. 1,000 Years
12. Followed the Waves
13. Bang Bang (My Baby Shot Me Down) - Cher/Sonny Bono cover
14. Black Sabbath Medley (Steele tribute)


Melissa Auf Der Maur, una delle bassiste più celebri al mondo, si è soffermata in questo piovoso agosto anche per qualche data italiana. Ama il nostro paese, forse davvero viste le innumerevoli volte in cui lo ripete, tentando anche qualche biascicata ruffianata in italiano che il pubblico, visto il personaggio, apprezza moltissimo. 
La serata all'Estragon, inizialmente semivuoto ma poi abbastanza gremito (alcuni diranno di no, ma vista la concomitanza con numerosi eventi grossi come la vicinissima Festa Democratica ci si aspettava ancora meno gente), è andata per il meglio, ad iniziare dall'apertura, affidata ad una band a noi sconosciuta, gli inglesi TapeTheRadio. Il trio britannico ha sparato in alto con trenta minuti di puro rock anglosassone miscelato con indie e new wave, assomigliando ora ai Cure ora ai Joy Division, senza tralasciare mai una certa personalità rock. Si ascolti il singolo "Stay Inside" per capire. Ottima band. 
Prima di vedere sul palco l'ex Hole e Smashing Pumpkins viene però proiettato un filmino di 30 minuti, ideato dalla bassista canadese, presente in esso anche come "attrice". Regia discreta, coinvolgentissima colonna sonora, trama parzialmente incomprensibile, stupisce la quantità di vernice utilizzata per mostrare che gli alberi abbattuti dai tagliaboschi canadesi perdevano sangue. Interessante in ogni caso come preambolo di un live che si dimostrerà breve ma intensissimo. I suoi 75 minuti lasciano tutti senza parole, con molti dei pezzi più noti (i singoli "Followed the Waves" e "Out of Our Minds") eseguiti alla perfezione nella seconda parte del set, e alcuni accenni ad entrambi i dischi, tutti conditi con una certa presenza scenica che da anni le si attribuisce come uno dei maggiori meriti. Il coinvolgimento è anche lasciato ai suoi discorsetti tra un pezzo e l'altro, pronti a strappare sempre qualche effimero sorriso e applausi facili. Musicalmente gli errori si contano sulla punta delle dita, sul palco ci sono dei professionisti e la backing band infatti si dimostra al pari delle aspettative, con un sound molto alternative ma contemporaneamente grezzo e pesante al punto giusto, che ricorda in alcuni punti le band post-metal o sperimentali, per scendere in altri momenti al rock commerciale che comunque non costituirà mai il punto di riferimento principale della musica di Melissa.
Interessante la perfetta interpretazione di "Bang Bang", di Sonny Bono, poi cantata da Cher negli anni '60, cantata in maniera magistrale e seguita da un tributo ai Black Sabbath che ha contribuito a concludere la serata al meglio.
La Auf der Maur verrà ancora in Italia e vi consigliamo di andarla a vedere se vi interessa un concerto potente, carico, coinvolgente, con molta energia positiva, a suo modo simpatico, e anche, diciamolo, se volete vedere una delle donne più affascinanti degli ultimi 20 anni di storia del rock. Gran serata. 


Questo video è tratto dal concerto tenutosi il giorno prima al Magnolia di Milano.

mercoledì 19 maggio 2010

Melissa Auf Der Maur - Out of Our Minds (Roadrunner Records, 2010)

Tracklist


Melissa Auf Der Maur ha avuto una carriera in costante fermento, sempre sulla cresta dell'onda. Tra Hole, Smashing Pumpkins e un progetto cover dei Black Sabbath denominato Hand of Doom ha dato il massimo, distinguendosi sempre non solo per la sua "appariscenza" che l'ha fatta salire nell'olimpo delle donne più ammirate del rock, ma anche per una certa personalità da bassista. Poi ha provato un percorso da solista, che l'ha portata a produrre nei primi anni zero un grandissimo disco che ha superato ogni aspettativa. Dopo sei anni dà alle stampe il suo secondo sforzo, circondato dalle attenzioni provocate anche dagli accesi dibattiti con Courtney Love e, appunto, il disco appena uscito della "finta reunion" delle Hole.
Questo Out of Our Minds è di per sé un ottimo disco, seppur leggermente inferiore al suo precedessore, che vira verso nuove strade mantenendo quella venatura energica che contraddistingueva i primi suoi pezzi da compositrice solitaria, con apocalittici inserti new wave, qualche pizzico di elettronica (l'album è stato composto prima con l'ausilio di una drum machine e sintetizzatori, a quanto pare), più melodia ma senza cancellare la profondità e la violenza delle distorsioni, in più di qualche episodio a dire il vero piuttosto pesanti. La pecca è forse la voce di Melissa, che non brilla né per tecnica né per timbrica, pur assestandosi bene con melodie piuttosto catchy e uno stile che genera una specie di assuefazione, più che altro per la sua sensualità. Manca però di originalità e una volta ascoltati un paio di pezzi si può già presagire come si evolveranno tutte le successive linee vocali. Questa piccola falla è comunque insabbiata da una trama compositiva di grande qualità, che non diventa mai banale, e si arena su lidi sempre nuovi. C'è la melodia quasi new wave/ambient di Lead Horse, strumentale di poco meno di quattro minuti assolutamente diverso da qualsiasi cosa avessimo sentito dalla canadese, la straziante ballad alternative già presa come primo singolo Out of our Minds, la soffusa e quasi brit-pop nei suoi saltelli al piano Father's Grave, e poi i momenti più taglienti, quelli che scuriscono i toni piuttosto "grunge" di Isis Speaks, o le falciate di Mother's Red Box che ricordano, chitarristicamente, i Queens of The Stone Age più commerciali. Molti gli episodi dall'incedere quasi progressivo, ambientale, lontano da quel post-grunge predominante dell'esordio (ancora presente comunque in Meet Me On The Dark Side e The One).
In sostanza Melissa ha prodotto un lavoro diverso, alienando del tutto la parola "ripetizione" che proprio non si adatta ad un disco fresco, nuovo e, a suo modo, innovativo come questo. Le abilità tecniche non proprio eccelse si annullano immediatamente di fronte ad un sound pieno, pregno, privo di sbavature, supportato oltretutto da un songwriting incredibilmente studiato e che sfonda le barriere dell'alternative da classifica per rivolgersi ad un pubblico molto più settoriale. Da notare che questo progetto si propone come concept album supportato anche da una mostra d'arte, un cortometraggio e un fumetto, tutti forgiati dalla cantautrice nordamericana. 
Un disco da avere ed assaporare lentamente, per non perdere nessuna delle sue tenui nuances. Candidato a disco dell'anno

Voto: 8

domenica 22 novembre 2009

Melissa Auf Der Maur - Auf Der Maur (Capital Records 2004)


Se dico "Celebrity Skin" o "Rotten Apples" forse ne ricordate gli autori (Hole e Smashing Pumpkins) ma non il personaggio che li lega. La signorina Melissa Auf Der Maur ha infatti contribuito col suo Fender ai dischi appena citati ed è suo il disco di cui parliamo in questa recensione. Il lavoro che porta come titolo il cognome della bassista canadese (nata in Kenya da padre svizzero e madre canadese) è uscito nel 2004 e vi hanno partecipato musicisti molto conosciuti dell'ambito alternative rock statunitense quali Mark Lanegan (Screaming Trees), James Iha e Paz Lechantin (Smashing Pumpkins, A Perfect Circle), Brant Bjork (Kyuss), Eric Erlandson (Hole), Twiggy Ramirez (Marylin Manson) Josh Homme e Nick Olivieri (QOTSA).
Personalmente sono uno che di solito non ama le voci femminili nel rock (con le dovute eccezioni) ma questo lavoro mi piace parecchio, anche vocalmente.

Dodici sono i brani che compongono questo disco, perciò è meglio darsi da fare.
Si comincia con Lightning is my Girl che apre letteralmente con effetti speciali ad anticipare una costruzione veramente potente: batteria avanti, chitarre distorte a manetta e una voce ammaliante. Il ritornello, grazie a cori veramente indovinati, pare cantato da sirene maliarde.
Probabilmente l'inizio di Followed the Waves è ispirato per davvero alle sirene delle leggende marinare date le sovrapposizioni di voci femminili; i suoni continuano ad essere veramente grossi e in verità echi degli Smashing Pumpkins nelle atmosfere si sentono.
I toni delle chitarre infatti sono scuri: si apre qua e la qualche squarcio di luce ed il ritornello (“my heart lies to you”) ha una melodia accattivante. Nel tappeto sonoro fatto principalmente di chitarre fanno capolino anche alcuni interventi di synth.
Real a Lie apre subito con un drumming movimentato ed un sapiente intreccio chitarristico mentre il bridge è affidato ad una voce con un leggero eco. Il refrain, manco a dirlo, va anche stavolta a segno!
Brano numero 4 è Head Unbound che inizia con una batteria semplice e feedbacks di chitarra: un'atmosfera calma che sembra attendere solo la giusta scintilla per esplodere. Il ritornello apre ma sempre mantenendo la calma che caratterizza il brano. Essendoci James Iha alla sei corde trovarci sentori di Smashing Pumpkins non è difficile.
Il pezzo che arriva ora è il terzo singolo estratto dall'album (a parer mio il più riuscito) e si intitola Taste You, di cui esiste anche una versione in francese (che cercherò) e dove a duettare con la bella Melissa c'è un Mark Lanegan a dir poco sexy (!), che si ritrova ad interpretare col suo vocione la parte dell'amante in una storia tormentata. La song si apre con un riff di chitarra sul quale la cantante/bassista/chitarrista/tastierista canadese mette una linea vocale semplice e accattivante. Il brano poi è un vero e proprio crescendo fino a raggiungere il ritornello (“I will taste you-uh-uh-uh”). Nel finale entra, come detto poco fa, Mark Lanegan che più che cantare parla dandosi botta e risposta con l'autrice del brano.
I'll be Anything you Want a differenza dei precedenti brani risente più del passato Hole della Auf Der Maur: è infatti caratterizzato da un beat più sostenuto e da chitarre più aperte e chiare. Le voci che si sentono sospirare in alcuni punti sotto la linea principale per certi versi ricordano le atmosfere che si creano nei pezzi degli A Perfect Circle.
Beast of Honor è un pezzo allegro e un po burlesque che per i suoni ricorda i Queens Of The Stone Age ed azzecca un altro ritornello (“I'll be anything you want, you'll love me more than you love yourself, on my knees on my knees beging you darling please”) e cita nientemeno che Ozzy (“finished with your woman 'cause she's not me” che riprende “finished with my woman 'cause she couldn't help me with my mind” cantata su Paranoid, il più famoso brano dei Black Sabbath).
My Foggy Notion parte di brutto con un riff “quadrato” fatto da chitarre potenti in primo piano che addirittura coprono la batteria, tenuta stavolta più indietro. Gli archi del brano sono accreditati a Paz Lenchantin, Ana-Vale Lenchantin e Fernando Vela e si sposano perfettamente con gli strumenti elettrici malgrado questi ultimi siano sparati a mille.
Più arioso e luminoso è lo scenario che si ascolta in Would if I Could, pezzo pop che non avrebbe sfigurato come singolo e forse avrebbe potuto dare alla signorina Auf Der Maur più passaggi radiofonici, magari anche qui da noi (peraltro all'epoca dell'uscita di questo disco Melissa suonò al concertone del primo maggio a Roma...ricordo chiaramente la minigonna che indossava). A percorrere Overpower Thee è il pianoforte suonato da Chris Goss, produttore dell'intero lavoro insieme all'autrice dei brani. I toni del pezzo (scritto da Goss e Josh Homme) sono cupi e malinconici, la voce straziata e quasi teatrale: due minuti e mezzo trascorsi con l'immaginazione in un fumoso club anni quaranta con la femme fatale di turno che canta sdraiata su un pianoforte a coda...
Si va invece letteralmente al galoppo su Skin Receiver, dove batteria e chitarra fanno il verso ad un cavallo: i suoni creati per questa canzone con la chitarra sono veramente da fuori di testa! Ah, le urla che si sentono sono accreditate a Josh Homme.
Quest'ultimo firma insieme a Melissa il pezzo che chiude il disco (I need I want I will) e che comincia con i suoni dell'India. La melodia è affidata quasi esclusivamente a vocalizzi, mentre la voce principale parla. Altra cosa curiosa è che per questo brano sono presenti nel booklet i credits per chi ha battuto le mani ed i piedi, ovvero tutti i musicisti che hanno partecipato alle sessions e tale Barry “Tinker” Thomas. Morale della favola: se lei ha bisogno di fare musica e vuole farlo...lo fa.
Lasciate scorrere quest'ultimo brano e troverete una bonus track: ascoltate e poi ditemi.

Disco davvero potente questo, complici i numerosi ospiti (e che ospiti!) gli arrangiamenti ben riusciti ed i suoni studiati ad-hoc per il progetto. Certo gli echi del passato musicale della signorina si sentono, ma non sono così evidenti ed in più c'è da aggiungere che le canzoni sono state scritte molto bene, in modo maturo (questo è il primo lavoro solista).
Ma dai, non sapevo fosse stata modella per una campagna di Calvin Klein...

Voto: 7