giovedì 12 luglio 2012

Into Deep #5 - Io sono il Boognish, Dio tuo


I Ween si formano più o meno nel 1984, quando Aaron Freeman e Mickey Melchiondo, all'epoca quattordicenni, si incontrano in quello che è l'equivalente per noi della terza media in una scuola di New Hope, in Pennsylvania. Scoprono subito di avere molte cose in comune: l'interesse verso le ragazze, il senso dell'umorismo cupo e assurdo e, soprattutto, il fatto di saccheggiare periodicamente la collezione di dischi dei propri genitori ogni volta alla ricerca di qualcosa di nuovo da scoprire e da aggiungere alla propria biblioteca musicale (le loro influenze sono molteplici, ma sicuramente i due artisti che più hanno influito nel plasmo delle personalità del gruppo sono stati i Beatles e Prince). Decidono quindi di formare un duo, i Ween, appunto e già che ci sono, cominciano ad inventare il proprio mondo personale: Freeman e Melchiondo diventano rispettivamente i fratelli Gene e Dean Ween, soprannominati Gener e Deaner, monaci del dio Boognish, una divinità non particolarmente buona, il cui scopo è principalmente quello di diffondere la filosofia di "marrone" nel mondo (qualcosa di repellente che, allo stesso tempo, per qualche motivo, riesce ad essere attraente). Gener e Deaner decidono inizialmente di fare tutto da soli: Gene è il cantante principale, suona la chitarra ritmica, le tastiere e di tanto in tanto il basso, mentre Dean è il chitarrista solista, suona il basso quando non è Gene a farlo e, essendo un ex batterista, si occupa della batteria, programmata o reale.


Tra il 1985 e il 1987 i fratelli Ween producono quattro cassette fatte in casa: "Mrs. Slack""The Crucial Squeegie Lip", "Axis: Bold as Boognish" e "Erica Peterson's Flaming Crib Death". Tuttavia, queste pubblicazioni (oggi disponibili gratuitamente in rete), non mostrano niente di particolarmente interessante: solo gli esperimenti di due adolescenti appassionati di musica (e di droghe leggere) che registrano dischi fatti in casa infarciti di humour adolescenziale e strampalate cover di classici del rock.

Le cose cominciano a cambiare nel Dicembre 1987, quando i Ween partecipano all'High School Talent Show di New Hope con una cover della Hendrixiana "Foxy Lady" vincendo. L'anno successivo producono  l'EP "The Live Brain Wedgie/WAD", la prima pubblicazione a non essere distribuita su cassetta, ma su vinile, indicando un serio cambiamento nella filosofia del gruppo, più decisi a fare sul serio. Il lato A del disco proviene da un esibizione dal vivo, mentre il lato B sono altri demo fatti in casa, un po' meno grezzi rispetto alle cassette prodotte negli anni precedenti, probabilmente a indicativi del fatto che Freeman e Melchiondo stessero cominciando a pensare seriamente a farsi una carriera musicale. Questo EP, come le cassette già citate, non è mai più stato ripubblicato, ma è disponibile gratuitamente in rete, rilasciato dai due fratelli Weener. Nel 1989, i Ween firmano un contratto con la Twin/Tone Records, cominciano a scrivere brani più articolati e a rimodellare alcuni vecchi per renderli meno grezzi e, l'anno successivo, finalmente esce il loro primo vero album: "GodWeenSatan: The Oneness", prodotto dall'amico Andrew Weiss, un polistrumentista Americano che aiuterà più volte il gruppo durante il corso della loro esistenza.


GODWEENSATAN: THE ONENESS 
(Twin/Tone Records, 1990)


Il primo album completo dei Ween è già un pugno nello stomaco. Si tratta di un viaggio di 26 brani, tra alcuni registrati professionalmente in studio e altri registrati artigianalmente su un registratore a cassette 4-tracce. Nonostante l'artwork e i titoli di alcuni dei brani ("You Fucked Up", "Common Bitch", "Fat Lenny", "Let Me Lick Your Pussy") è chiaro che i Ween prendono più seriamente il loro lavoro di quanto sembri. La cosa che senza dubbio colpisce l'orecchio è l'eclettismo e la varietà presenti nel disco: sebbene possa essere catalogato principalmente come un disco rock, troviamo anche brani gospel ("Up on the Hill"), brani fintamente spagnoleggianti ("El Camino"), hard rock allo stato puro ("Tick", "Wayne's Pet Youngin", "Common Bitch"), lunghe divagazioni psichedeliche ("Nicole"), strampalate canzoni d'amore ("Don't Laugh (I Love You)", che contiene il verso "a Ernest Hemingway sarebbe importato di me, ma Ernest Hemingway adesso è morto" e un finale assolutamente terrorizzante), una bizzarra parodia disco/funk di fine anni 70 ("I'm in The Mood to Move") e persino un vero e proprio omaggio a Prince ("Let Me Lick Your Pussy"). Un'altra cosa notevole, a ulteriore dimostrazione di quanto i Ween abbiano messo molta cura nel produrre questo album, è la presenza di melodie memorabili: i brani sono tutti costruiti in maniera perfettamente funzionale e accattivante e riescono a terminare un po' prima di diventare prolissi e un po' dopo aver superato la barriera del troppo breve (a parte,"Nicole", volutamente tenuta eccessivamente lunga con l'aggiunta di sovraincisioni che mettono a dura prova la pazienza dell'ascoltatore). In questo album è presente anche la componente triste dei Ween (a sottolineare che, nonostante lo humour assurdo, non sono una comedy band) assente nelle prime cassette e che piano piano comincerà a prevalere sempre di più nelle produzioni del gruppo. In questo caso si parla del brano "Birthday Boy", una minimalista (e autobiografica) ballata dedicata a una separazione di coppia avvenuta male, dove non si nota un minimo cenno di umorismo e dove la voce di Freeman suona genuinamente disperata e spaventata. In definitiva si tratta di un ottimo lavoro, soprattutto alla luce del fatto che i "fratelli" Weener erano appena ventenni durante le registrazioni dell'album. Il disco è stato ripubblicato nel 2001 in una divertente "25th anniversary edition" ampliato di 3 brani, per un totale di 29 tracce.

Nel 1990, cambiano alcune cose per il duo: cambia il contratto di casa discografica (Shimmy Disc) e i due si trasferiscono in un appartamento dove cominciano a lavorare al loro secondo album, sempre prodotto da Weiss e con un minimo di aiuto da parte dell'amico Chris Williams, saltuariamente bassista del gruppo, soprannominato Mean Ween. Il risultato uscirà nel Settembre del 1991 e si intitolerà "The Pod".


THE POD
(Shimmy Disc, 1991)



Registrato interamente su un registratore 4-tracce, "The Pod" prende il nome dall'appartamento in cui il duo ha vissuto tra il 1990 e l'Ottobre del 1991, prima di essere sfrattato. A causa della qualità lo-fi del disco, dell'utilizzo del duo di droghe lisergiche e di alcuni problemi avvenuti durante le registrazioni (sia Freeman che Melchiondo soffrirono separatamente di casi di mononucleosi), "The Pod" risulta l'album più cupo e difficile dell'intera discografia. Il problema principale non sta nella registrazione low fidelty che, anzi, contribuisce a dare toni oscuri tutto sommato apprezzabili, nel fatto che la voce sia spesso e volentieri manipolata con il pitch control in modo da renderla troppo alta o troppo bassa, o nella eccessiva durata del disco (76 minuti), che sembra voler volontariamente testare la pazienza dell'ascoltatore (soprattutto nella parte centrale dell'album, dove brani sempre più inquietanti e disturbati si susseguono di continuo senza avere la minima intenzione di terminare questo flusso), quanto nel fatto che, nonostante le premesse, i brani di "The Pod" convincano presi singolarmente e non a livello organico. In particolare, la sezione appena citata dell'album (che comincia con la seconda parte di "Demon Sweat", la traccia numero 9, e termina con "She Fucks Me", la numero 21), è genuinamente inquietante, ma dopo un po' rischia di annoiare, probabilmente dovuto al fatto che mano a meno che si prosegue, i brani tendono a diventare quasi tutti uguali. Ad ogni modo, l'album contiene comunque qualche gemma, prima su tutte l'hard rock di "Captain Fantasy", la cui interpretazione vocale riporta un po' alla mente quella di Geddy Lee dei Rush. Degne di nota sono anche "Dr. Rock", che dal vivo diventerà un cavallo di battaglia, la Beatlesiana "Pork Roll, Egg and Cheese", "Mononucleosis" che riesce musicalmente a descrivere perfettamente lo stato d'animo febbrile della malattia, la fintamente epica "Right to the Ways and the Rules of the World" e "Demon Sweat", un brano che inizia delicato e malinconico e impazzisce nella seconda parte strumentale, resa atonale dai cambiamenti di velocità dello scorrimento su nastro. In questo album comincia anche la saga del personaggio "The Stallion", che entrerà a fare parte della mitologia dei Ween. In questo album troviamo le prime due parti della saga (in totale saranno 5), e sono indubbiamente tra le cose migliori del disco. In definitiva parliamo di un buon album, interessante dal punto di vista dell'atmosfera, buono (a volte eccellente) dal punto di vista melodico, ma che finisce per essere vittima di sé stesso nell'organico. Qualche curiosità sull'album: oltre ad avere un brano intitolato, il pork roll egg and cheese, un panino con formaggio, pancetta e uova fritte su un kaiser bun, viene nominato ossessivamente durante quattro brani ("Frank", "Awesome Sound", "She Fucks Me" e ovviamente "Pork Roll, Egg and Cheese"), probabilmente una battuta rincorrente che a noi ascoltatori non è dato di capire, la copertina del disco è un fotomontaggio della testa di Mean Ween sulla faccia di Leonard Cohen dalla copertina di "The Best of Leonard Cohen" e sul retro del disco, c'è scritto che i fratelli Ween hanno registrato il disco mentre inalavano della colla (più avanti sia Freeman che Melchiondo hanno affermato che si trattava solo di una battuta).

Nel 1991, finalmente, i Ween riescono ad ottenere un contratto stabile con una casa discografica, l'Elektra e cominciano ad avere un po' di più di visibilità. Alcuni fan cominciano a preoccuparsi per questo, temendo che il gruppo possa cominciare a svendersi. Tali fan, però, tireranno ben presto un sospiro di sollievo...



PURE GUAVA
(Elektra, 1992) 

Forse per testare la casa discografica, forse per fretta di pubblicare un nuovo album, i Ween usano ancora una volta il sistema artigianale 4-tracce per registrare questo disco, "Pure Guava". Sebbene sia un disco difficile da digerire a primo impatto, risulta comunque un album molto differente da "The Pod" per diversi motivi: nonostante siano entrambi due album allucinati, il primo è cupo e tormentato, ma "Pure Guava" è senza dubbio più allegro e solare (si mettano a confronto le prime due parti di "The Stallion" su "The Pod" con la terza su "Pure Guava"). Inoltre, i Ween cominciano di nuovo a sperimentare tra i vari generi e il che rende il disco meno monotono del precedente e quindi meno piacevole ad un primo impatto, ma senza dubbio più notevole a lungo termine. Questo disco contiene il singolo più conosciuto dei Ween, "Push Th' Little Daisies", una bizzarra parodia alle boy band dell'epoca, con la voce di Freeman velocizzata e sguaiata. Non è ben chiaro il perché della popolarità di tale singolo, forse per il passaggio del videoclip sulla trasmissione Beavis & Butthead (per usare le parole di Butthead: "these guys have no future"). Le stranezze non si fermano qua: brani come "Little Birdy", "Flies on My Dick", "Touch my Tooter", "I Play it Off Legit" e "Poopship Destroyer" non possono essere definiti in alcun modo. Si tratta di frammenti curiosi, con un senso, ma apparentemente random e confusi. Per non parlare di "Mouring Glory", l'interrogativo più grande che sia mai apparso in un album dei Ween: 5 minuti di base saturata a tal punto da essere completamente incomprensibile sulla quale viene narrato un racconto di un'invasione aliena di zucche (?), o di "Reggaejunkiejew" (il brano non è antisemita: è riferito ad una persona in particolare, e come se non bastasse Freeman è di origini ebraiche), un brano che dal vivo è un tirato funky sul quale Melchiondo si può sfogare, e che in studio sembra musica uscita da una segreteria telefonica (a proposito: verso il finale c'è un atonale assolo di... fax!). L'album non è del tutto ostico, comunque: "Don't Get Too Close To My Fantasy" (con uno splendido finale a capella) è uno dei brani più melodici dell'intera discografia, "Springtheme" è spensierata e allegra, "Hey Fat Boy (Asshole)" e "Big Jilm" sono piuttosto accativanti, nonostante la produzione volutamente repellente, e con "Sarah" (dedicata alla stessa ragazza a cui è stata dedicata "Birthday Boy") torna il lato malinconico dei Ween. In definitiva, "Pure Guava" è senza dubbio un disco molto difficile. Lo stesso Melchiondo, in un'intervista rilasciata al sito Nashville Scene, ebbe a dire: "È buffo: ogni tanto conosco qualche persona nuova, e quando scoprono che suono in un gruppo, vanno sempre a comprarsi "The Pod" o "Pure Guava" e ne sono completamente terrorizzati. Non riesco a immaginare che immagine si facciano di me nella loro mente. Qualcosa del tipo "Oddio, questo tizio va in giro per gli stati e fa questa roba? Chi cazzo ascolterebbe una cosa del genere?". Arrivano sempre e mi dicono "Ho ascoltato della tua musica". Io domando loro cos'hanno ascoltato e loro rispondono "Pure Guava". A quel punto gli dico di andare ad ascoltarsi qualcos'altro perché quella roba è troppo rumorosa. Non fraintendetemi: adoro quegli album, non li sto rinnegando. Sto solo cercando di entrare nell'ottica di un ascoltatore tradizionale!". Comunque sia, "Pure Guava" è un album che dopo ripetuti ascolti (perdonatemi l'orrendo gioco di parole) dà i suoi frutti. Entrare nell'ottica del disco è particolarmente difficile, ma una volta capito il meccanismo, ci si trova di fronte ad un lavoro eseguito perfettamente e con senso, e il fatto che quest'ultimo sia apparentemente assente, lo rende un album ancora più affascinante.

Probabilmente a causa del successo (casuale) ottenuto dal singolo "Push Th' Little Daisies", i Ween cominciano a rendersi conto sul serio del loro potenziale e decidono di raffinare un po' di più la loro musica, senza cercare di perdere il loro spirito. I divertissment stonati e strani spariscono quasi completamente, così come viene abbandonato il 4-tracce e ci si concentra molto di più sulla produzione della musica. Il risultato si intitolerà "Chocolate and Cheese", uscirà nel Settembre del 1994 e sarà prodotto ancora una volta da Andrew Weiss.


CHOCOLATE AND CHEESE
(Elektra, 1994)



Il cambio di direzione per il quarto album è notevole ed è impressionante la facilità con cui si è arrivati a questo. La cosa, però, è stata fatta non senza alcune perplessità: nella stessa intervista citata sopra, parlando di questo album, Melchiondo afferma che "quando è uscito ero veramente spaventato, perché era un album più prodotto rispetto a quelli su 4-tracce. All'epoca pensavo che fosse il peggior disco del mondo e che stessimo per perdere tutti i fan. Pensavo che tutti i fan avrebbero odiato questo disco perché era più raffinato rispetto agli altri". Per fortuna, i suoi timori si sono dimostrati insensati, perché "Chocolate and Cheese" è tutt'ora giudicato da molti fan e da molti critici come il miglior lavoro dei Ween, e praticamente ogni canzone dell'album è diventata un classico nelle scalette del gruppo. È, inoltre, senza dubbio il lavoro più eclettico dell'intera discografia: i 16 brani contenuti nell'album sono di 16 generi diversi. Inoltre, le melodie sono più ricercate, e l'album appare come un lavoro veramente maturo e eccellentemente costruito. Come già affermato prima, i classici in questo album sono molteplici: il blues di "Take Me Away", il funky di "Voodoo Lady", il soul di "Freedom of 76", la brillantemente terrorizzante "Spinal Meningitis (Got Me Down)", le allegre e spensierate "Roses are Free"  (resa celebre da una cover dei Phish) e "The HIV Song" e il racconto far west di "Buenas Tardes Amigo", e persino il brano che più si avvicina ai due lavori precedenti ("Candi") è comunque più melodico. Da un lato si sviluppa il lato oscuro dei Ween, con la già citata "Spinal Meningitis (Got Me Down)", un racconto in prima persona di un bambino che sta per morire di meningite, senza un filo di humour o di eccessiva compassione verso di lui (un po' come un fatto di cronaca obbiettiva) e con "Mister, Would You Please Help My Pony?", un racconto di un trauma infantile su una base incredibilmente allegra e cretina, dall'altro continuano gli episodi di tristezza con "A Tear for Eddie", strumentale dedicato a Eddie Hazel, chitarrista dei Funkadelic, e con la Lennoniana "Baby Bitch", sempre per la "Sarah" di "Birthday Boy", che, nonostante il titolo, ha uno dei testi più profondi e rabbiosi dell'intera discografia. Altri brani degni di nota sono l'accattivante "What Deaner Was Talking About" e l'intelligentemente costruita "I Can't Put My Finger on It", che alterna a una strofa incredibilmente aggressiva, un dolce e sognante ritornello strumentale, tirando nel calderone anche alcuni elementi di musica araba nel finale. "Chocolate & Cheese" è senza dubbio uno dei lavori migliori del gruppo e si è giustamente guadagnato un posto speciale nel cuore dei fan e del gruppo, e brani come "Take Me Away", "Voodoo Lady" e "Spinal Meningitis (Got Me Down)" diventeranno stabili nelle scalette di ogni tour.


Visto il riuscito tentativo di raffinare il sound, i Ween decidono di diventare un gruppo vero e proprio, aggiungendo all'organico l'ottimo batterista Claude Coleman Jr, Glenn McClelland (già con i Blood Sweat and Tears) alle tastiere e Dave Dreiwitz al basso (anche se per un certo periodo e saltuariamente sarà Weiss il bassista). Durante i due anni successivi si intensifica il lavoro live del gruppo, adesso una band vera e propria e non più due polistrumentisti accompagnati da un registratore, e le lavorazioni all'album successivo. Per il successivo album, le lavorazioni cominciano in una casa nella costa di Holgate, nel New Jersey. L'idea è di creare un album a tema acquatico (sia Gene che Dean Ween sono sempre stati affascinati dall'oceano). Purtroppo, una sera, mentre la casa era disabitata, un tubo dell'acqua esplode, danneggiando alcuni dei nastri e dell'equipaggiamento, e costringendo il gruppo a rilavorare su alcune parti. L'album viene messo temporaneamente in pausa e, quasi per scherzo, i Ween cominciano a comporre canzoni country. Tuttavia, le canzoni composte erano melodicamente buone, così decidono di scomodare alcuni dei grandi nomi del genere (tra cui Charlie McCoy, Buddy Spicher, Bobby Ogdin e The Jordanaires) per trasformarli in un album vero e proprio.



12 GOLDEN COUNTRY GREATS
(Elektra, 1996)

La prima cosa notabile di questo album è che, nonostante il titolo, i brani sono solo 10. "Si chiama così per via del numero dei musicisti che ci suona sopra, i session-man da Nashville" spiega Aaron Freeman in un'intervista dell'epoca "non per il numero delle tracce". Questo album è interessante per il fatto che è un disco puramente e genuinamente country (anche se, comunque, "Help Me Scrape The Mucus Off My Brain", "Piss Up a Rope" e "Fluffy" avrebbero potuto essere senza problemi su qualsiasi altro album dei Ween), perché vi sono molte leggende della musica country e perché è il primo album nel quale sono sorti problemi di diverso tipo. Ben Vaughn, il produttore del disco, in un'intervista per il sito Taste of Country, racconta del fatto che, nonostante fossero dei professionisti, alcuni musicisti si sono rifiutati di suonare alcune parti per la troppa vergogna per il contenuto dei testi (un brano saliente è il racconto gay di "Mister Richard Smoker"), per il fatto che i legali di Muhammad Ali hanno vietato l'inclusione di un sample in "Powder Blue" troncandolo bruscamente (anche se alcune copie sono sopravvissute senza il taglio) e per una causa legale da parte del gruppo Vangelis, perché il brano "Japanese Cowboy" assomigliava un po' troppo alla loro "Chariots of Fire". Tuttavia, le registrazioni risultano divertenti, l'album diventa un cult nella discografia dei Ween e contiene almeno una grande perla ("You Were The Fool"). Una curiosità: Freeman e Melchiondo si limitano a cantare, suonando la chitarra solo in "I Don't Wanna Leave You on the Farm" (assolo di Melchiondo) e "Fluffy" (assolo di Freeman). Questo album dimostra ancora una volta, comunque, che nonostante la giocosità nelle loro azioni (il divertimento di fare senza preavviso un album interamente country), i Ween prendono molto sul serio le loro azioni e si impegnano a fondo perché tale album risulti il migliore possibile. Lo stesso anno, lo portano in tour con alcuni dei musicisti presenti su album, a nome The Shit Creek Boys.

Al termine del breve, ma acclamato tour country (nel quale, comunque, vengono suonati anche i classici), i Ween riprendono a lavorare all'album acquatico di cui si accennava poco fa. Il disco, intitolato "The Mollusk", uscirà nel Giugno del 1997, prodotto ancora una volta da Andrew Weiss.


THE MOLLUSK
(Elektra, 1997)

Si tratta senza dubbio dell'album più raffinato dei Ween tra quelli prodotti fino ad ora. La passione per l'oceano e l'influenza che la vicinanza a esso ha avuto su di loro è palpabile e notevole. Sia Melchiondo che Freeman hanno spesso definito questo disco come il loro preferito e l'unico di cui siano pienamente soddisfatti. È senza dubbio l'album più costruito della discografia, fino a questo punto, e nemmeno i soliti brani sporchi o bizzarri ("Waving my Dick in the Wind", l'opener vaudevilliano "I'm Dancing in the Show Tonight" o l'affascinante canto di mare volgare "The Blarney Stone") riescono a intaccare l'atmosfera lirica e malinconica che permea il disco, grazie alle romantiche "The Mollusk", "It's Gonna Be (Alright)", "She Wanted to Leave" e "Mutilated Lips", all'intensa e inquieta "Buckingham Green" (probabilmente il capolavoro del disco), al ritmo minaccioso e inquietante di "The Golden Eel", alla sofferta e sincera reinterpretazione del canto folk popolare "The Unquiet Grave" (qua intitolato "Cold Blows The Wind"), ma anche all'orecchiabile e divertente "Ocean Man". Le sperimentazioni vengono quasi del tutto abbandonate (solo la produzione di "Ocean Man", rallentata di due toni per rendere il suono più "grasso" e bizzarro, un po' di pitch control in alcune parti vocali di "I'm Dancing in the Show Tonight" e "Mutilated Lips" e la strumentale "Pink Eye (On My Leg)"), e ci si concentra molto di più sulla costruzione dei brani, sulla produzione (la migliore in un album dei Ween fin'ora) e sulle melodie. Il risultato è senza dubbio un successo, e "The Mollusk" è uno degli album migliori del gruppo. Insieme a "Chocolate and Cheese" questo album potrebbe consistere in un'ottima introduzione per scoprire la musica dei Ween (in comune con quell'album ha anche il fatto di contenere molti classici che verranno riproposti nelle scalette dal vivo). È davvero questo lo stesso gruppo che ha prodotto classici del low-fidelty come "The Pod" e "Pure Guava"?

In questo periodo, i Ween formano il loro label (Chocodog), con l'intenzione di pubblicare qualche release speciale a prezzo abbordabile. A questo proposito viene preparato "Paintin' the Town Brown", un doppio live album che contiene performance che vanno dal 1990 al 1998, contenendo anche un paio di inediti e un paio di brani con gli Shit Creek Boys. Tuttavia, la casa discografica Elektra, non dà i permessi per pubblicare tale operazione sotto un altro label, e la fa uscire lei stessa nel Giugno del 1998, a prezzo normale. La reazione del gruppo a questo fatto sarà molto sobria...


CRATERS OF THE SAC
(distribuzione gratuita, 1999)

"Sul vostro desktop, in questo momento, possedete il peggior disco dei Ween di tutti i tempi. Si chiama "Craters of The Sac" ed è stato registrato tra il 1996 e il 1999. Trasferitelo su cassetta e ficcatevelo direttamente su per il culo". Con queste parole i Ween offrono gratuitamente in rete un album di 9 inediti, per ripicca contro le azioni scorrette della casa discografica Elektra. Che sia effettivamente il peggior disco dei Ween è  discutibile: quello che è certo è che sicuramente molti di questi brani non sono finiti (e infatti, la cosa ci verrà confermata sei anni più tardi). Basti ascoltare i primi due brani di apertura ("All That's Gold Will Turn to Black" e "The Pawns of War"), melodicamente buoni, ma fin troppo brevi, poco più di un abbozzo. Per questo, come potete immaginare, l'album è molto low fidelty e suona quasi come un "Chocolate and Cheese" con le sonorità di "Pure Guava". Inoltre, probabilmente volutamente, è l'album con più profanità in assoluto: la copertina è un ingrandimento eccessivo di uno scroto (la sacca di cui si parla nel titolo), e guardando la scaletta troviamo titoli come "Put the Coke on My Dick" (notevole per essere cantata da Claude Coleman), "Big Fat Fuck" e "Suckin' Blood from the Devil's Dick". Tuttavia, l'album contiene comunque qualche perla: "Making Love in the Gravy" è un ottimo brano lounge blues e la quinta parte di "The Stallion" (ci siamo persi la quarta per strada...) è un rock solido e convincente. Inoltre, probabilmente, "Craters of the Sac" è stato il primo album di un gruppo famoso ad essere stato distribuito solo gratuitamente in rete ("Machina II" degli Smashing Pumpinks sarà rilasciato in questo modo solo l'anno successivo), e il che gli dà, se non altro, un po' di importanza storica.

Release gratuita a parte, la strada dei Ween si allontana sempre di più dal low-fidelty. Nell'album successivo, Coleman, Dreiwitz e McClelland vengono finalmente utilizzati in tutto il disco (prima, comunque, il più del lavoro in studio era eseguito dai due "fratelli"). La produzione dell'album (in preparazione da circa il 1998), è affidata a Christopher Shaw e al gruppo stesso. Il risultato uscirà nel Maggio del 2000, a nome "White Pepper", come omaggio ai Beatles ("White Album" e "Sgt. Pepper"), la cui influenza su questo album è sicuramente molto più alta del solito.


WHITE PEPPER
(Elektra, 2000)


Al momento della sua uscita, "White Pepper" fu causa di qualche sconcerto da parte dei fan. I testi erano più profondi, più complessi e meno volgari, la musica sempre più malinconica e il sound lontano mille miglia dal low-fidelty di "The Pod" e "Pure Guava". In effetti, in "Exactly Where I'm At", "Stay Forever","Flutes of the Chi", "Back to Basom", "She's Your Baby" e nella strumentale "Ice Castles" non c'è quasi nessun tipo di umorismo, solo un'atmosfera triste e sofferta, supportata da convincenti prove vocali e strumentali. Le melodie, comunque, sono solidissime, e questo è soltanto un'altra delle mille facce che il gruppo assume nei suoi album. Inoltre, sebbene si tratti di un album dall'atmosfera generalmente depressa, è pur sempre un disco dei Ween, e contiene alcuni tratti chiari della loro personalità Parliamoci chiaro: quale altro disco al mondo contiene un omaggio ai Motörhead ("Stroker Ace") e qualche traccia più tardi uno agli Steely Dan ("Pandy Fackler")? Vengono omaggiati, separatamente, anche John Lennon ("Falling Out", il cui testo riporta alla mente quelli Lennoniani più cinici e crudeli) e Paul McCartney ("Even if You Don't", con un videoclip diretto da Matt Stone e Trey Parker, i creatori di South Park). Completano l'album la dura "The Grobe" e la danzante "Bananas and Blow". Nonostante lo stupore dei fan all'uscita del disco, "White Pepper" è stato in seguito riconosciuto per l'ottimo album che è. In effetti, il fatto che sia un disco largamente melodico e triste, non può essere considerato un difetto a priori, soprattutto alla luce del fatto che le melodie sono eccellenti.

Nel 2001 cominciano le lavorazioni per il disco successivo, senza perdere troppo tempo, e comincia il distacco dalla casa discografica Elektra. Cominciano ad uscire le prime pubblicazioni per la già citata Chocodog, e si tratta dei due live "Live in Toronto Canada", registrato nel 1996 con gli Shit Creek Boys, e il triplo "Live at Stubb's", registrato nel 2000, e contentente anche alcuni inediti. Ma quando le cose sembrano andare per il meglio, ecco che arrivano alcune batoste. Il 7 Agosto del 2002, il batterista Claude Coleman rimane vittima di un incidente automobilistico quasi fatale che gli causa alcune settimane di coma, fratture all'addome, e ancora peggio, danni cerebrali. "Un camion ha sbattuto contro la mia macchina e mi ha catapultato attraverso la linea separatrice nella corsia successiva, dove sono stato schiacciato da due o tre macchine diverse" raccontò Coleman, due anni più tardi al giornalista David Weintraub del sito Jambase"la macchina era un disastro di metallo e hanno dovuto tagliare la parte superiore per tirarmi fuori. È stato un calvario piuttosto violento e disgustoso. Per fortuna, non ho assolutamente memoria di tutto questo, e l'ultima cosa che mi ricordo è di aver mangiato una fetta di pizza tre ore prima di questo. Penso che sia una prova che c'è una sorta di Dio". "Ogni giorno era una tappa. Ero così messo male che non ero nemmeno depresso. Avevo troppo dolore e trauma per capire in qualsiasi modo cosa mi stesse succedendo" prosegue Coleman in un'altra intervista per il sito Stopsmilingonline "dal danno che ho avuto al cervello, ho continuamente freddo e insensibilità nella parte sinistra del mio corpo. Questo ha effetto sulla mia circolazione: quando c'è freddo, la parte sinistra è più fredda di qualche grado, quindi diventa gelata all'interno e fa molto male. Quando c'è caldo sudo e ansimo". Coleman, comunque, per fortuna, riesce a rassicurare tutti: "quando finalmente sono entrato in stato cosciente, la mia personalità generale è tornata a galla. Normalmente sono un tipo a cui piace intrattenere, e mi ricordo di essere stato molto gioviale con le persone che venivano a visitarmi. La mia camera era ricoperta di carte e palloncini da parte della mia famiglia, dei miei amici e dei miei fan. Ricordo di aver cercato di convincere lo staff ospedaliero che ero il cugino di Jay-Z, ma non mi hanno creduto. Tutto il gruppo mi è stato così vicino in quel periodo, e i fan sono stati incredibili". Infatti, il 7 e l'8 Ottobre 2002, i Ween fanno un concerto di beneficenza per Coleman, con Josh Freese alla batteria, per aiutarlo a rimettersi in sesto. Coleman presenzia, ma chiaramente non può suonare, anche se a fine anno si riprenderà alla grande e tornerà al suo posto dietro le pelli. Logicamente, comunque, non può partecipare alle registrazioni, e i Ween utilizzeranno il già citato Freese e altri turnisti. Oltre a tutto questo, Freeman sta affrontando il divorzio dalla sua moglie Sarah, da cui ha avuto una figlia, e entra in uno stato di depressione che lo porta a scrivere canzoni molto ponderate, e che, purtroppo, avrà altre conseguenze negli anni successivi. Il risultato uscirà nell'Agosto 2003, si intitolerà "Quebec", prodotto dal ritrovato Andrew Weiss (che suonerà anche sull'album), e sarà l'album più maturo dei Ween, cosa abbastanza ironica, visto che nel 2001 avevano dichiarato di voler registrare il disco più "marrone" dell'intera discografia.


QUEBEC
(Sanctuary, 2003)



Come già annunciato, il piano originale era di registrare un album "marrone" (ovvero, spaccone e immaturo) e di intitolarlo "Caesar", ma le cose non sono andate effettivamente così. La cosa divertente è che, parte dei demo registrati durante queste session (29 brani in tutto, con ben 13 inediti), sono stati rilasciati in rete da Melchiondo nel 2011, e dimostrano che, effettivamente, sono stati registrati molti brani demenziali, ma semplicemente non sono stati selezionati per l'album (a parte "The Fucked Jam""So Many People in the Neighborhood", che effettivamente, con dei suoni meno ricercati, non avrebbero sfigurato su "The Pod"). Comunque sia, "Quebec" risulta un disco meno triste di "White Pepper": le canzoni di Freeman, a parte la disperata "I Don't Want It", nuotano di più in un'aria di spiritualità ("Among His Tribe", "Tried and True") o di rassegnazione ("Zoloft""If You Could Save Yourself (You'd Save Us All)", un brano che ha il pregio di riuscire ad essere maturo e serio pur contenendo l'immortale frase "I came in your mouth"). Tuttavia, nel brano "Chocolate Town", i Ween sembrano quasi fare il verso ai brani citati, alternando una melodia discretamente malinconica ad un testo chiaramente ironico, forse per non prendersi troppo sul serio. Questo brano, oltre alla già citata "So Many People in the Neighborhood", alla psichedelica "Happy Colored Marbles", all'orecchiabile e divertente "Ooh Vah Lah" (disponibile solo nell'edizione Giapponese e in quella i-tunes), all'opener "It's Gonna Be A Long Night" (secondo omaggio ai Motörhead, cantato da Melchiondo) e alla vaudevilliana "Hey There Fancypants" contribuiscono a alleggerire i toni del disco e a ricordarci che siamo pur sempre nel regno del Boognish. Sì, perché il resto del disco, sebbene non abbia altri brani che traggono la loro ispirazione dal divorzio di Freeman, comunque non sono per niente allegri e rassicuranti: "Alcan Road" e "Captain" sono, probabilmente, le cose più genuinamente inquietanti dell'intera discografia, "Transdermal Celebration" (con uno splendido videoclip) è un rock di cui i Foo Fighters sarebbero andati fieri, ed è un racconto di fantascienza per niente ironico in cui le persone vengono rapidamente trasformati in alberi, e, infine, la splendida "The Argus" è un sincero omaggio al rock epico pseudo medioevale dei primi anni 70. Questo album colpisce per la sua chiarezza e la sua versatilità: contiene l'eclettismo di "Chocolate and Cheese", l'anima di "The Mollusk" e la produzione di "White Pepper", riuscendo a superarli tutti e risultando, molto probabilmente, il disco migliore di tutta la discografia.

Con un ritrovato e di nuovo in forma Claude Coleman alla batteria, i Ween riprendono la loro attività dal vivo, e escono due nuovi live album, forse i più notevoli. Nel Novembre del 2003, edito dalla Chocodog, esce "All Requests Live": un live in studio la cui scaletta è stata interamente selezionata dai fan. Curiosa la selezione dei brani: uno a testa da "The Mollusk" e "White Pepper", due da "Pure Guava" e "Quebec", ben sei brani da "The Pod" (praticamente tutti superiori alla loro versione in studio, in particolar modo "Demon Sweat"), più alcune rarità e inediti. L'album è interessante anche perché contiene tutte e 5 le parti di "The Stallion" eseguite di fila (compresa la parte 4, precedentemente inedita) e "Where'd The Cheese Go?", un simpatico e rifiutato jingle pubblicitario per la catena Pizza Hut. Nel Maggio del 2004 esce, invece, "Live in Chicago", registrato durante il tour di Quebec e completo di DVD, essenziale per tutti i fan dei Ween, in quanto contiene una scaletta fenomenale e una performance molto più che eccellente (soprattutto i brani da "The Pod" e "Pure Guava" ci guadagnano in questa veste). Purtroppo, il destino è sempre in agguato, e nell'Ottobre 2004, con queste parole, il manager Greg Frey, annuncia sul sito ufficiale del gruppo la cancellazione del tour Americano dei Ween di fine anno: "C'è un problema all'interno del gruppo che richiede intervento immediato per la salute, il portafoglio e la sicurezza personale di uno dei suoi membri. Per questo componente del gruppo, anni di tour hanno preso il sopravvento. Questo è ovviamente molto triste, ma se non facciamo qualcosa adesso, le coseguenze potrebbero risultare ancora più gravi della cancellazione di queste date. Sappiamo che sarà duro per tutti accettarlo, ed è stata una decisione molto difficle per il gruppo, ma è necessario e importante. Per favore, scusateci, ma sappiate che questo non è stato fatto senza pensarci sopra: è una necessità ASSOLUTA". Tale membro del gruppo risulterà essere Aaron Freeman, che, probabilmente alla luce del recente divorzio, comincia ad abusare di sostanze lisergiche, ma soprattutto di alcool ed è costretto ad andare in terapia. Sebbene l'anno successivo i Ween si ripresentino sul palco senza troppi problemi, Freeman non riuscirà mai a staccarsi completamente dal suo vizio, e negli anni successivi, nonostante il suo comportamento e le sue performance sul palco siano impeccabili, il suo aspetto fisico lascia presagire che qualcosa non va: la sua corporatura comincia a fluttuare terribilmente (passa da grasso a scheletrico e da scheletrico a grasso nel giro di pochissimo tempo) e presto i suoi capelli diventano totalmente bianchi (nel momento in cui sto scrivendo questo articolo, nel 2012, Aaron Freeman ha solo 42 anni). Comunque sia, nel Luglio del 2005, esce "Shinola, Vol. 1", il decimo album in studio dei Ween, consistente in brani scartati o mai completati registrati nel corso della loro carriera e rifiniti solo quell'anno, ancora una volta sotto la produzione di Andrew Weiss.


SHINOLA, VOL. 1
(Chocodog, 2005)


La potenza dei Ween sta anche nel fatto di riuscire a produrre un album incredibilmente eccellente anche solo prendendo gli scarti o dei brani non rifiniti e completandoli e rifinendoli in epoca successiva. "Le canzoni su quel disco sono quelle che ci siamo pentiti di non avere pubblicato prima, non abbiamo dovuto cercarle in mezzo ai nastri per trovarle. Ci sono un sacco di cose che abbiamo lasciato fuori dai nostri album che sono meglio di quelle che abbiamo pubblicato" spiega Mickey Melchiondo in un'intervista per il sito Avclub. In effetti, è buffo che brani come la Floydiana "Did You See Me?", la funkeggiante "Monique The Freak" e l'ottimo rocker "Gabrielle", presto diventate patrimonio dei fan, non siano mai state incluse in un album in studio regolare. Probabilmente questo spiega anche il titolo, che deriva dal modo di dire Americano "You don't know shit from shinola", che in Italia si potrebbe adattare in "non sei capace di distinguere la merda dal risotto". Vengono recuperati e rifiniti anche tre brani da "Craters of The Sac": due vengono accorciati (la appena menzionata "Monique The Freak", un brano già eccellente nella sua prima versione, ma ulteriormente migliorato, e la stramba "Big Fat Fuck" che, accorciata di 4 minuti, acquista sicuramente fascino maggiore) e uno viene allungato ("How High Do You Fly?", bizzarra ballata dove Melchiondo offre un saggio della sua bravura, resa meno lamentosa in questa nuova veste). Altri brani di ottima fattura sono "Someday", una ballata sentimentale che potrebbe apparire quasi seria, se non fosse per i cori sguaiati e per l'epico verso "Sunday, Monday, Tuesday is pizza day", le rilassate "Transitions" e "I Fell in Love Today", la gay disco di "Boys Club" e l'ipnotica, velata critica religiosa di "Israel" (Freeman è di origini ebraiche), mentre brani come "Tastes Good on the Bun" e "Big Fat Fuck" ci riportano ai tempi di "The Pod". È necessario sottolineare ancora una volta, come questo album dei Ween, nonostante sia costituito da "scarti" (se vogliamo chiamarli così), non suona assolutamente inferiore agli altri nella discografia, e, come già detto da Melchiondo, alcuni dei brani inseriti in questo album sono superiori a quelli già pubblicati. Al giorno d'oggi, non è ancora uscito un volume 2. Nella stessa intervista già citata, Melchiondo afferma: "ho avuto emozioni contrastanti nel fare questo album. Non mi piace l'idea di fare qalcosa che suoni retroattivo o retrospettivo finché sto facendo comunque nuovi album. L'abbiamo chiamato Volume 1, ma non so se ho voglia di rifare la stessa cosa tanto presto", mentre nel 2012, intervistato dal sito Denver Westword, Freeman afferma che gli piacerebbe fare un secondo volume.

Nei due anni successivi, l'intensissima e acclamatissima attività dal vivo continua, e nell'Ottobre del 2007, esce "La Cucaracha", sempre sotto la produzione di Andrew Weiss. L'atmosfera, durante le registrazioni dell'album, a detta di Freeman e Melchiondo, è esattamente l'opposto di quella avvenuta per "Quebec" e l'album è generalmente a tema festivo. Purtroppo, come si sa, spesso i capolavori nascono dai momenti difficili di un artista e non da quelli facili...


LA CUCARACHA
(Rounder Records, 2007)


Per prima cosa, nonostante possa avervi fatto pensare questo con il mio commento precedente, questo disco non è brutto, ma è sicuramente un passo indietro rispetto agli album precedenti. Eppure, i motivi di orgoglio verso i Ween ci sono ancora: ottima produzione, varietà nell'album, eccellenti prove strumentali, persino un brano con special guest il famoso sassofonista David Sanborn. E non si può certo dire che manchino brani notevoli, primo tra tutti la lunga cavalcata di "Woman and Man", uno dei migliori pezzi del gruppo, grazie all'assolo in climax di Mickey Melchiondo e al riff epocale, ma anche "Your Party", nel quale il sassofono di Sanborn e la voce effettata di Freeman creano un'atmosfera sensuale e rilassata, le ottime "Blue Baloon", "Object" e "With my Own Bare Hands", brano violento liricamente, scritto da Melchiondo per la moglie. Eppure, nonostante tutto, manca qualcosa da questo album, che scorre tranquillo e piacevole, ma che non dà le dosi di adrenalina di quest'ultima fase dei Ween. Probabilmente, ascoltando il disco a digiuno dal resto della discografia appare come un album eccellente e variegato (cosa che effettivamente è), ma da un gruppo così intelligente ci si aspetta di più.

Da questo momento in poi, purtroppo, dopo un acclamato tour, non ci sono più buone notizie per quanto riguarda l'attività dei Ween.


Freeman, che sembrava essere tornato alla normalità, ricomincia ad avere comportamenti strani fino a quando, il 24 Gennaio del 2011, all'Elizabeth Theater di Vancouver, si presenta sul palco completamente ubriaco e incapace di suonare o di cantare, in una delle performance più tristi del gruppo (sul finale, i suoi compagni di gruppo, abbandoneranno il palco e lo lasceranno da solo a umiliarsi con una chitarra scordata). "Aaron è il mio migliore amico e mio fratello. È anche un alcolizzato, e questo fa soffrire molta gente. Non so cos'altro dire, se non che io ho avuto una serata peggiore della vostra" affermò Melchiondo, in risposta ad una e-mail di chi gli chiedeva cosa fosse successo quella sera sul palco. La sera successiva, a Seattle, il gruppo sembra tornato in grande forma e il resto del tour scorre tranquillo senza troppi problemi, fino alla data finale al Fillmore Auditorium a Denver, il 31 Dicembre 2011. Per i primi mesi del 2012, tutto sembra tornato alla tranquillità: Freeman è finalmente diventato sobrio e fa pure uscire il suo primo album solista (a nome Aaron Freeman e non Gene Ween), intitolato "Marvelous Clouds", tributo alla musica del cantautore Rod McKuen.


Mickey Melchiondo, invece, nel 2009 ottiene la licenza di capitano e finalmente realizza il suo sogno di navigare in oceano. Inizia infatti il suo secondo lavoro, offrendo giri in barca e, soprattutto, lunghe sedute di pesca nel New Jersey, puramente professionali (nel suo sito internet non cita nemmeno una volta i Ween o il fatto di essere Dean Ween), e la cosa lo assorbe a tal punto da tenerlo un po' più distaccato dalla musica (ma non impedendogli di andare in tour e di continuare a suonare).


Poi, il 29 Maggio 2012, in un'intervista alla rivista Rolling Stone, arriva la notizia shock da parte di Aaron Freeman: "metto in pensione Gene Ween, è ora di andare avanti. Sì, questo significa la fine dei Ween, per me è una porta chiusa. Nella vita, nell'universo ci sono porte che devi aprire e porte che devi chiudere". La notizia, già raggelante di suo, viene aumentata ancora di più dal fatto che Mickey Melchiondo, nella pagina Facebook dei Ween avrebbe commentato dicendo: "questa è una notizia nuova per me, è tutto ciò che ho da dire per ora". Nei mesi successivi, Freeman, tramite il suo sito Facebook, ha cercato di smorzare un po' i toni, dicendo che i suoi rapporti con il resto del gruppo non sono cambiati, e che lo scioglimento dei Ween non è da pensare come qualcosa di negativo. Tuttavia, un tweet, ora rimosso, del batterista Claude Coleman, esprimeva abbastanza sconcerto per la decisione repentina di Freeman di ritirarsi dai Ween a mezzo stampa. Le acque sono ancora piuttosto agitate, ma è chiaro che Freeman si trova in un periodo confuso e difficile della sua vita, ed è particolarmente complicato capire se i Ween si sono davvero sciolti o se è soltanto un'altra fase della carriera. Quello che è certo, è che sicuramente, visti gli eccessi degli ultimi anni, è molto meglio che il gruppo finisca, piuttosto che continui ad andare in tour e si debba fermare definitivamente a causa di un overdose da parte di Freeman.


Per chiudere questa lunga panoramica sul mondo del boognish, devo esprimere un certo rammarico sul fatto che un gruppo come questo non sia conosciuto di più, soprattutto in Italia. Ma, per usare le parole del critico George Starostin (un sostenitore del gruppo): "A volte mi chiedo sempre lo stesso sciocco pensiero: "perché questi tizi non sono popolari come i Beatles?'. Poi ovviamente, mi do sempre la solita sciocca risposta: 'perché i Beatles, quando si sono presentati al mondo l'hanno fatto dicendo 'Well she was just seventeen - you know what I mean', ma quando l'hanno fatto i Ween, tutto quello che questi stupidoni sono riusciti a dire è stato 'You fucked up! You bitch - you really fucked up!'. Di quali altri motivi avete bisogno?"



martedì 10 luglio 2012

Subsonica - Lido di Staranzano, Gorizia 9/7/2012

Sono le 22 precise e nella cornice del Lido di Staranzano salgono sul palco i Subsonica.
Prima di tutto qualche cenno sulla location: non la conoscevo (mea culpa, non sono una gran patita della tintarella) e sono rimasta positivamente sorpresa. A sinistra un bel po’ di verde e a destra il mare e le luci in lontananza. Ad un certo punto anche le zanzare si sono fatte prendere dalla musica, lasciando in pace la povera gente.
I Subsonica non hanno bisogno di gran presentazioni, festeggiano quest’anno 15 anni di carriera. Il pubblico li ama e si lascia coinvolgere e trascinare nel lungo repertorio che passa da Istantanee del 1997 a Benzina Ogoshi del 2011. Quest’ultimo pezzo critica coloro che hanno definito la band dei venduti al commerciale, facendo notare di non essere “riusciti a bissare Microchip emozionale”.
Si è giunti quasi alla fine e la scelta di Tutti i miei sbagli, Nuova ossessione e Disco labirinto una dietro l’altra fa ancora una volta saltare il pubblico che unito in un unico coro canta insieme a Samuel.
Altri pezzi della serata: Ratto, Liberi tutti, Preso Blu, Cose che non ho, Depre, Corpo a corpo, Veleno, Piombo, La glaciazione, Il centro della fiamma, Up Patriots to arms (Franco Battiato cover), Il diluvio, Perfezione, I Chase the Devil (di Max Romeo).

Un piccolo plauso va all’organizzazione del concerto. Noi del Friuli Venezia Giulia sappiamo quanto sia importante avere in zona un gruppo come i Subsonica, soprattutto se si tratta della provincia di Gorizia o di Trieste. Non è stato tanto riuscire a portare la band (che sempre grazie a Onde Mediterranee ci era già venuta nel 2002) quanto averlo fatto nel migliore dei modi, con un’ottima gestione dello spazio, presenza di parcheggi gratuiti e un listino prezzi accessibile. Sembrano cose scontate ma girando per concerti ci si rende conto che nel 2012 in molti casi l’unica cosa che conta è il profitto.
Complimenti a Onde Mediterranee e SummerLab! Magari nei prossimi anni si riuscirà ad espandere il Festival a tutta l’estate, sarebbe un grande passo avanti per il FVG che grazie alla musica diventa un unico territorio, non più diviso tra friulani, bisiacchi, giuliani e triestini (tanto per citare Max Casacci).



(Recensione a cura di Alessia Radovic)

venerdì 6 luglio 2012

[NEWS] Onde Mediterranee 2012


Sabato 7 luglio grande festa per OndeLab a Marina Julia (Monfalcone) con la Fanfara Tirana e i Nobraino, per poi tirare l’alba al suono di dj set per la Notte in bianco (tutto a ingresso libero). Attesa crescente per i Sud Sound System (domenica 8 luglio) e per i Subsonica (lunedì 9 luglio).
Al via dal 10 luglio la rassegna di approfondimento culturale di “Lettere Mediterranee”.

Comunicato Stampa
Con preghiera di diffusione

OndeLab si prepara a fare festa, sabato 7 luglio: il festival attende, infatti la divertentissima programmazione per la “Notte in bianco”, che vedrà approdare dal centro di Monfalcone al palco di Marina Julia (ingresso libero) la Fanfara Tirana, una delle brass band più acclamate in Europa, che – come amano dire, con la tipica ironia a denti stretti, nella loro terra – “fa ballare anche i morti!”. Dalle 23.30 circa salirà infatti sul maestoso palco installato sulla Spiaggia di Marina Julia (serata a cura di Onde Mediterranee). Temi tradizionali delle feste nuziali si sovrappongono alle ammalianti atmosfere balcaniche e orientali, con i quali ha partecipato a un strabiliante di concerti, anche e soprattutto in territorio italiano.
A seguire, verso l’una della notte, daranno il cambio alla fanfara i Nobraino: band conosciuta per i live adrenalinici e fuori dagli schemi, la band somma a una sana dose di fisicità che il palcoscenico fa fatica a contenere un’uguale quantità di rock d’autore. Deformazioni sarcastiche inscatolate in una sghemba lirica contemporanea sono il loro marchio di fabbrica. In “pista” dal 2010 con l'albumNo USA! No UK! Nobraino, il loro successo culmina con le apparizioni a Parla con me di Serena Dandini, su Rai Tre. Hanno preso parte al Premio Tenco 2011 e al Concerto del Primo Maggio di Roma 2012. 
Scesi dal palco i Nobraino, la musica continua fino all’alba, con dj set e sound system scelti per “tirare tardi” in allegria e serenità.

Cresce l’attesa per i successivi concerti clou del festival. Domenica 8 luglio (sempre a cura di Onde Mediterranee) la serata è dedicata al dub e raggaemuffin con lo storico gruppo dei SUD SOUND SYSTEM in esclusiva regionale (loro supporter sono gli udinesi Warrior Charge, pionieri del Soundsystem in Friuli) che festeggiano i vent’anni della loro carriera: “Best of Sound System”, è il titolo del tour e del nuovo cd, uscito in giugno.
Il gruppo salentino ripercorre il suo lungo percorso creativo, che ha consegnato all’Italia alcune delle più importanti canzoni world, reggae, roots e dance hall a partire dagli anni Novanta. “Questi 20 anni hanno confermato che è la gente il nostro ossigeno, la nostra energia, il nostro cuore pulsante” - citano le parole con cui la band presenta se stessa.
I Sud Sound System hanno ricevuto premi, riconoscimenti, acclamazioni, si sono battuti “per la giustizia, per la loro terra, contro le fabbriche che uccidono, contro la mafia, contro il potere di chi vuole solo il proprio benessere a scapito degli altri. Ma hanno anche parlato di rispetto, di amore, di gioie, hanno creduto nella speranza, in un futuro migliore e grazie anche a loro abbiamo passato tutti dei momenti indimenticabili attraverso le loro musiche, le loro parole” – così si raccontano loro stessi.
Reduci da importanti esperienze internazionali, i Sud Sound System ripercorrono in questo tour i passi più significativi degli ultimi dieci anni di carriera. Estratti dagli album LontanoAcqua Pe Sta TerraDammene Ancora e Ultimamente a cui si aggiungono gli ultimi singoli di successo:Orizzonti, in collaborazione con il dj Riva Starr, e Beddhra Carusa, in collaborazione con Ludovico Einaudi. Il pubblico ha anche l’occasione di ascoltare live due inediti: Vola Via e Mai come ora, oltre al remix de “Le Radici Ca Tieni” rivisitato e reinterpretato insieme al gruppo giamaicano T.O.K.

Una chiusura in grande stile è quella di lunedì 9 luglio (ultimo giorno della rassegna, anch’esso curato da Onde Mediterranee), che vede i SUBSONICA a Marina Julia nell’unica tappa in regione. Dopo il trionfale Istantanee Tour che ha celebrato, davanti molte migliaia di persone, il suo quindicesimo compleanno, i Subsonica continuano i suoi festeggiamenti con la nuova tournée estiva che tocca nuovamente Monfalcone (Onde Mediterranee li aveva avuti ospiti nel 2002 in un affollatissimo Stadio Comunale).
Critiche entusiastiche e l’accoglienza strepitosa del pubblico hanno salutato le tappe italiane del tour: in quindici anni di carriera 6 gli album pubblicati, centinaia di migliaia di dischi venduti, concerti live sempre gremiti, e riconoscimenti di calibro: i Music Awards europeo ed italiano, il Premio Italiano della Musica e il Grinzane Cavour. Palazzetti e sale sold out e pubblico entusiasta per una band che, dai Novanta, ha ridisegnato le frontiere della musica italiana, tra rock ed elettronica, dal funk al posse, al cyber punk, tra “poesia e denuncia, sussurro e narrazione senza la paura di osare.
La prima parte del concerto guarda agli esordi, e i musicisti si presentano vestiti come allora, a metà anni Novanta; poi la band si ripresenta come è oggi, con il suo grande livello di maturità musicale e ripercorre i suoi più recenti RattoAurora sognaDepreLiberi tuttiIl diluvio,L’errore … e ancora DiscolabirintoNuova ossessioneTutti i miei sbagli, fino alla recente cover di Battiato Up patriot to arms… Per un pubblico che si tuffa nella partecipazione totale: balla, canta, applaude, rapito dal grande fascino di Samuel, quanto mai magnetico e in forma, e dalla grande energia di tutti i compagni di palcoscenico..
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Clara Giangaspero / Onde Mediterranee
mob. +39 338 4543975  / +39 349 2716041 
press@ondemediterranee.it


Enrico Colussi / SummerLab Festival
mob.  +39 340 3897159 / summerlabfestival@gmail.com

www.ondelab.com

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ONDELAB  (Onde Mediterranee meets SummerLab Festival)
5_9 luglio 2012

Lido di StaranzanoGiovedì 5 luglio (a cura di SummerLab Festival)
a partire dalle h. 21.30
Argonautiche / Spettacolo Teatrale a cura di Laboracquae
Origine / Inaugurazione dell’evento di Land Art a cura di Stefano Azzano e Giulio Fornarelli

Spiaggia di Marina Julia (6, 7, 8 e 9 luglio)
Venerdì 6 luglio (a cura di SummerLab Festival)
h. 21.30 – 22.30 Il moro e il quasi biondo
h. 23.00 – 24.30 Mouse on Mars
A seguire, nell’area bazar: h. 00.30 – 02.00 DJ set

Sabato 7 luglio: “Notte in bianco” (a cura di Onde Mediterranee)
h. 23.30 – 01.00 Fanfara Tirana
h. 01.30 – 03.00 Nobraino
A seguire, nell’area bazar: h. 02.00 – 05.00 DJ set

Domenica 8 luglio
(a cura di Onde Mediterranee)
h. 21.30 – 23.30 Sud Sound Systemsupporter: Warrior Charge Soundsystem
A seguire, nell’area bazar: h. 00.30 – 02.00 DJ set

Lunedì 9 luglio
(a cura di Onde Mediterranee)
h. 21.30 – 23.30 Subsonica 

lunedì 11 giugno 2012

Rezophonic - Live in Comacchio, Voodoo Club, 26/5/2012

Qualcuno non conosce anche i Rezophonic?

Vi spiego chi sono in poche parole, usando uno dei loro slogan: “Diamo da bere a chi ha veramente sete”. E lo fanno sul serio. Dall’inizio del progetto hanno costruito un sacco di pozzi in Africa, portando l’acqua a chi ogni giorno doveva farsi km per potersi dissetare. Detta così sembra una banalità perché per noi lo è. Apri il rubetto e l’acqua c’è. E’ lì. A volte ti vengono a sistemare le tubature e chiudono l’acqua, te ne dimentichi, fai per aprire e te ne rendi conto: non puoi bere, non puoi lavarti, non puoi cucinare. Non puoi fare praticamente nulla senza acqua, uno dei beni più preziosi. Ora capite perché il lavoro dei Rezo è così importante? A capo del progetto c’è Mario Riso, batterista dei Movida e ideatore di Rock TV. Un uomo di talento che ha anche un cuore grande come una casa, se avete avuto modo di conoscerlo o anche solo di sentirlo raccontare del progetto lo avrete capito di sicuro. Nel corso degli anni diversi artisti sono entrati a far parte dei Rezophonic: Cristina Scabbia, Eva Poles, Le Vibrazioni, Caparezza, The Bastard Sons of Dioniso, Max Zanotti, Giuliano Sangiorgi e molti altri (Qui un’intervista per chi volesse saperne ancora di più).

Il Voodoo Arci di San Giuseppe di Comacchio è stata la location di un concerto spettacolare: divertente, coinvolgente, toccante, di qualità. Come tutte le performance dei Rezophonic. Forse sembro un po’ troppo leccaculo a scriverla così ma è la verità. Ho avuto il piacere di sentirli diverse volte, di chiacchierare con alcuni artisti e la passione che mettono è sempre la stessa. Durante la serata, presentata da Elena Di Cioccio e Alteria, si sono alternati diversi artisti e non sono mancati i pezzi di successo come "L’uomo di plastica", "Can you hear me?", "Ci vuole un fiore", "Spasimo", "Nell’acqua", "Acido/Acida" (Prozac+), "L’acrobata" (Movida) e l’evergreen "Bliztkrieg Bop". Un grande concerto, divertente e coinvolgente. Uno di quei concerti in cui ti guardi intorno e tutti cantano, saltano e ballano.

In apertura al gruppo i Rock From The Girl. Ho concordato e apprezzato la scelta. Una cover band di quelle che fanno un po’ di tutto, dai Led Zeppelin ai Muse, passando per gli AC/DC. Mi sono piaciuti. Il giusto modo per scaldarsi in vista del concertone, è chiaro che se canti "Whole Lotta Love" la gente si accende. La cantante ha una bella voce e una buona presenza scenica che aiuta a coinvolgere il pubblico e anche gli altri tre elementi non sfigurano.

Se non l’avete ancora fatto vi consiglio di acquistare il loro cd, di andare ad uno dei loro concerti, di comprare una maglietta per contribuire alla causa. Se in tempi di crisi il portafoglio piange potete comunque fare qualcosa nel vostro piccolo, come ha suggerito Mario Riso: chiudere l’acqua quando vi state insaponando o lavando i denti, controllare che non ci siano perdite dalle tubature e tutte queste piccole cose che oltre a farvi risparmiare denaro vi renderanno persone migliori.

 (Recensione a cura di Alessia Radovic)

mercoledì 23 maggio 2012

Duranoia - Sinceri Equivocati (After Life, 2011)

Seguendo un impulso estetico tipicamente “verdeniano”, come piace a metà delle nuove band alternative rock italiane, i Duranoia arrivano a questo full-length con tanta voglia di spaccare, una frenesia chitarristica evidente in ogni secondo dell’album, con grandi sforzi negli arrangiamenti che però si riducono piuttosto spesso all’imitazione. Nelle retrovie di Sinceri Equivocati rinveniamo in verità la genuina personalità della band, che non si sovraespone mai, rimanendo dietro i riff tipicamente italiani di band come i già citati bergamaschi, i Tre Allegri Ragazzi Morti e i Marlene Kuntz più sferraglianti. Se dovessimo fare un paragone con una band che non ha ricevuto il successo dovuto, nomineremo volentieri I Melt. Le aperture melodiche danno più respiro al disco, in particolare la bella “K-Pax”, canzone segnaletica di una certa capacità compositiva che presagisce ad una maturità quasi raggiunta (che troveremo sicuramente nel prossimo disco). L’impeto punk di “Reset” e “Cane” raggiunge con questi due episodi il suo apice espressivo, mentre “Metempsicosi” sembra un po’ troppo tutte le canzoni del demotape dei Verdena (o dei Karnea). Dal punto di vista della produzione un sound molto garage regala lustro ai brani più intensi e cattivi, nonostante a soffrirne sia soprattutto la sezione ritmica. Strumentalmente la band fa da contraltare a tutte le debolezze dell’impianto esteriore con una certa precisione, mai esagerata e quindi perfetta per dare l’idea di una formazione affiatata e che vuole esprimere qualcosa senza risultare fredda. Di quella rabbia generazionale degli anni novanta che ormai è fagocitata dal marketing non è rimasto niente, e di solito chi tenta di riportarla in auge rimane in sala prove a vita: i Duranoia presentano però quella marcia in più che, studiata ed approfondita nella giusta direzione, li porterà probabilmente sui grandi palchi. Buona prova, in attesa di qualcosa di meglio. Voto 7+

venerdì 16 marzo 2012

Phil Collins - Face Value (Virgin, 1981)


Dopo aver parlato di Peter Gabriel, mi pare quanto meno giusto dedicare una recensione a quello che (a torto, a mio avviso) è considerato l'altro grande protagonista dei Genesis: Philip David Charles, in arte Phil, Collins.

Da sempre c'è una diatriba accesissima tra i fan dei Genesis: meglio i Genesis con Peter Gabriel alla voce o con Phil Collins? (Per amor di cronaca, va anche ricordato che c'è stato anche un terzo frontman nel 1997, il bravo Ray Wilson). In realtà non c'è una vera risposta (come su tutte le cose che coinvolgono la sensibilità musicale individuale). Personalmente, mi definisco un Gabriellano moderato: ritengo il periodo con Peter Gabriel come frontman di gran lunga superiore all'altro, anche se questo non mi impedisce di apprezzare molti dei dischi del successivo, in particolare "A Trick of The Tail", "Wind and Wuthering" e "Duke".

In questo caso, però, si sta parlando della carriera di Phil Collins, non quella dei Genesis. L'album di cui parliamo oggi, "Face Value", è un caso molto interessante. Si tratta dell'esordio solista del polistrumentista Inglese. Va ricordato, quindi, che in questo periodo il nome di Phil Collins non portava alla memoria immagini di canzoni pop o musica sdolcinata: in questo periodo Collins era considerato un musicista di altissimo livello che aveva suonato in album di gente del calibro di Brand X, Brian Eno, Robert Fripp, Peter Gabriel e Steve Hackett. Per cui, questo album, va ancora considerato, tutto sommato, come il disco solista di un batterista, ed è per questo che risulta così interessante anche se da un lato è pur vero che i Genesis stavano progressivamente (concedetemi il gioco di parole) abbandonando il genere progressive.

Non facciamo l'errore, infatti, di dimenticarci che Phil Collins è principalmente un batterista: e che batterista! Il suono di batteria, molto potente, e il drumming, impetuoso, impeccabile e incisivo è una delle attrattive maggiori di questo disco. Si ascolti, ad esempio, il formidabile attacco nella celeberrima "In The Air Tonight", uno dei brani pop meglio costruiti di sempre. Tale entrata, geniale, è sottolineata anche dal fatto che la batteria non entra fino a quasi il termine del brano, con un suono che colpisce in faccia l'ascoltatore. Tale suono, in realtà, non è totalmente farina del suo sacco: Collins, infatti, partecipò alle session del terzo, splendido album, non intitolato di Peter Gabriel. Durante le registrazioni, Gabriel impose ai batteristi di non usare nessun tipo di piatto. La batteria di Collins è udibile nei brani "Intruder" e "No Self Control", e il drumming in questi due brani sarà proprio quello che ispirerà il suono e l'entrata di "In The Air Tonight". Altri brani dove la batteria è particolarmente incisive sono lo spensierato strumentale "Hand in Hand" e l'apocalittica reinterpretazione di quel capolavoro Beatlesiano che è "Tomorrow Never Knows", posta in chiusura del disco. Vale la pena spendere un paio di parole anche su questa cover. Collins, infatti, è sempre stato un grande fan di Ringo Starr, a tal punto da affermare, in un'intervista rilasciata per il libro di George Martin "The Making of Sergent Pepper" nel 1992: "Starr è molto sottovalutato. I suoi fill di batteria nel brano "A Day in the Life" (NDA: brano conclusivo di "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band") sono davvero molto complessi. Oggi, se vai da un batterista professionista e gli dici 'voglio qualcosa come questo' non saprebbe replicarlo". "Tomorrow Never Knows" è, appunto, uno dei brani originali dei Beatles dove la batteria di Starr gioca un ruolo fondamentale, e una cover in un disco di batterista suona abbastanza naturale. La versione di Collins è affrontata ad un tempo più lento e risulta più elettronica. Ciononostante, il brano non differisce più di tanto dall'originale, forse perché già il capolavoro Revolveriano è stato un po' una primissima sperimentazione elettronica. Collins cerca anche di rendere inquietante questa versione inserendo alcuni cori, violini e fiati, rovesciati, rallentati e/o velocizzati, e un accenno finale a mezza voce del classico "Somewhere Over The Rainbow" a fine brano (parlando di questi abbellimenti, sul documentario uscito per la serie "Classic Albums", Collins scherza sul fatto che "nessuna droga è stata assunta durante la creazione del disco").

Altri brani degni di nota sono lo strumentale "Droned", la ballata minimale "The Roof is Leaking" (con la straordinaria partecipazione di Eric Clapton!) e la rockeggiante "Thunder and Lightning", mentre tra le pecche dell'album troviamo una discutibile reinterpretazione del brano dei Genesis "Behind the Lines" e l'incerta "I'm Not Moving".

Si tratta quindi di un disco molto professionale e ben costruito. Non un capolavoro, e non un album al livello di nessuno di quelli di Peter Gabriel, a cui, volente o nolente Collins sarà sempre paragonato (è importante specificare che in realtà, non vi è nessuna rivalità tra Collins e Gabriel, che, invece, sono sempre stati in rapporti di amicizia: come già citato, Collins ha partecipato alle session per il terzo album di Peter Gabriel, e Gabriel ha partecipato come corista alle session per l'album di Collins "No Jacket Required" del 1985). Per la riuscita di questo album Collins ha ingaggiato alcuni nomi da far girare la testa: oltre al già citato Clapton, troviamo anche Shankar, Alphonso Johnson, Daryl Stuermer e i Phenix Horns (la sezione fiati dei leggendari Earth, Wind & Fire).

Infine, concludiamo con una piccola riflessione: a volte Phil Collins è considerato dai fan del progressive, come un traditore (nella migliore delle ipotesi) o come un incapace (nella peggiore delle ipotesi, e francamente, per fare tale paragone bisogna veramente non capire un'acca di musica), e, in genere, il nome di canzoni come "Sussudio", "One More Night" e "Groovy Kind of Love" porta reazioni di disgusto. I gusti personali non si discutono, ma è necessario ammettere che nel suo genere (il pop commerciale), Collins si è dimostrato un professionista in grado di creare canzoni perfette dal punto di vista tecnico (ATTENZIONE: in questa frase NON va letto che, comunque, tali brani siano dei capolavori), oltre ad essere un grande batterista e un cantante tecnicamente impeccabile. Semplicemente, non si tratta di brani progressive, ed è anche abbastanza incomprensibile voler per forza legare Collins al suo passato progressive e fusion. Ma questo è un altro discorso più complesso che affronteremo un'altra volta...

Voto: 7+

venerdì 9 marzo 2012

Into Deep #4 - Peter Gabriel - N/A





Peter Gabriel è un artista straordinario, uno dei pochi in grado di accontentarci tutti. Voce splendida, originale, con grande orecchio e grande anima e soprattutto poliedrico e in grado di rinnovarsi col tempo. Con i Genesis, o da solista, Gabriel ha sempre lavorato in maniera professionale, con gusto e al massimo delle sue capacità, raggiungendo sempre picchi elevatissimi, con rarissime eccezioni.

Ovviamente, Peter Gabriel è un essere umano, e anche lui, come tutti noi, ha le sue pecche. La sua principale, a mio avviso, è quella di dimenticarsi del suo catalogo e di lasciare fuori stampa un sacco di cose interessanti. In questo articolo ci siamo immaginati una ipotetica selezione di 24 brani intitolata "N/A" (in perfetto stile Gabriel) che racchiuda alcune tra le varie rarità che l'artista Inglese ha pubblicato nel corso della sua carriera. Questa lista non è completa: ho evitato volutamente alcune cose, come le versioni strumentali dei brani o le radio edit. Anche così, comunque, si raggiungono le due ore di musica e verrebbe fuori un'interessante doppio CD. Come normativa di questo blog, non vi offriremo nessuno di questi brani in download, anche se molti di essi sono fuori stampa: questo articolo è a puro scopo didattico. Tuttavia, nel caso foste proprio curiosi, molti di questi brani sono facilmente reperibili su youtube. Chi cerca trova...


STRAWBERRY FIELDS FOREVER
(Da "All This and World War II", Novembre 1976)

Il progetto "All This And World War II" consisteva nella colonna sonora di un documentario che contrapponeva la musica dei Beatles agli avvenimenti della seconda guerra mondiale. Le canzoni dei Beatles sono interpretate da vari artisti importati tra cui Bryan Ferry, Keith Moon, Jeff Lynne, Elton John, Riccardo Cocciante (!!) e persino John Lennon in incognito. L'arrangiamento del brano è un po' troppo pomposo, ma in un certo senso ricorda un po' le cover che Peter avrebbe realizzato 34 anni dopo sull'album "Scratch my Back". Interessante notare, più che altro, che questa probabilmente è la prima pubblicazione solista di Gabriel fuori dai Genesis. Nel 2006, dopo 30 anni dall'uscita del vinile originale, l'intera compilation è stata stampata per la prima volta su CD.


SLOWBURN
(B-side di "Modern Love", Luglio 1977)

Ovviamente "Slowburn" è un brano reperibile sul primo dei quattro omonimi album di Peter Gabriel, ma la versione su singolo ha una particolarità: dura infatti quasi un minuto in più. In effetti, ascoltando la versione su disco, si nota come il brano inizi quasi sospeso, come se mancasse qualcosa. In effetti manca qualcosa, precisamente una intro strumentale. Tuttavia, ritengo che il brano in questione sia il meno interessante del primo disco e che questa intro non gli aggiunga né gli tolga niente in particolare. Curiosamente, questa versione è apparsa su alcune edizioni in vinile del primo disco, precisamente quelle pubblicate per la Direct Disk Labs. Tuttavia, non è disponibile su CD.


PERSPECTIVE
(B-side di "D.I.Y.", Maggio 1978)

Come "Slowburn", anche "Perspective" è un brano facilmente reperibile su qualsiasi CD del secondo album, però il discorso è lo stesso che per il brano precedente, solo che qua l'aggiunta è sostanziale (la versione su disco dura 3:23", quella su singolo 5:06"). L'estensione della versione su singolo consiste nell'allungamento dell'assolo di sassofono finale (a opera di Tim Cappello). Questa versione del brano non è disponibile su CD.


D.I.Y.
(Singolo pubblicato nel Settembre 1978)

La versione su album di "D.I.Y." (Do it yourself) era stata già pubblicata su singolo in precedenza (vedi il brano precedente), ma il risultato fu un flop. Deciso a far diventare il brano una hit, Peter ne fece uscire una seconda versione, più lunga e più energica, con l'aggiunta di interessanti parti di sassofono. Purtroppo i risultati di vendita non cambiarono e il brano cadde nel dimenticatoio. Questa versione del brano, di gran lunga superiore a quella su album, purtroppo non è disponibile su CD.


ME AND MY TEDDY BEAR
(B-side di "D.I.Y.", Settembre 1978)

Una delle cose più inquietanti e disturbate mai prodotte nella discografia di Peter Gabriel. L'artista riprende una ninna nanna classica e cambia il testo in modo che rifletta la situazione di un malato mentale (e possibilmente anche di tumore... "they take all the pain away from me", "we've got no hair, but we don't care") accompagnato solo dal piano. A peggiorare le cose, il brano è introdotto e concluso da degli inquietanti suoni di passi. Non è disponibile su CD, ma Gabriel era solito aprire i concerti del suo secondo tour proprio con questo brano.


SOLSBURY HILL [live at the Bottom Line, NYC, Oct 4, 1978]
(Flexi-disc pubblicato nel Novembre 1978)

Simpatico omaggio regalato ad alcuni concerti del tour, oggi diventato una chicca per collezionisti. Questa versione del brano non è disponibile su CD.


THE START/I DON'T REMEMBER
(B-side di "Games Without Frontiers", Febbraio 1980)

Ovviamente Peter proprio non ce la fa a pubblicare la stessa versione dei brani! "I Don't Remember", inclusa nel terzo album, in realtà era già stata proposta dal vivo durante il tour del secondo. A giudicare dalle sonorità, probabilmente questa versione del brano risale alle session del secondo album. Non è migliore di quella pubblicata (risulta infatti un po' troppo soft), ma è comunque un'alternativa molto carina. La intro "The Start" è la stessa versione presente su album. Questa versione del brano non è disponibile su CD.


JETZT KOMMT DIE FLUT
(B-side di "Spiel ohne Grenzen", Febbraio 1980)

Il terzo e il quarto album di Peter Gabriel sono stati editi in Germania, ricantati in Tedesco con i titoli, rispettivamente di "Ein deutsches Album" e "Deutsches Album". Il suo singolo "Games Without Frontiers", in Germania, ovviamente è uscito in versione Tedesca. Il lato B del singolo è una versione in Tedesco di "Here Comes the Flood" (un classico del primo album). L'arrangiamento è quello che Peter è solito proporre dal vivo, ovvero piano e voce. Non sono particolarmente un fan delle versione Germaniche dei brani di Gabriel, ma l'interpretazione è molto convincente. Non è disponibile su CD.


BIKO
SHOSHOLOZA

(singolo pubblicato nell'Agosto 1980)

"Biko", una delle canzoni immortali di Peter Gabriel, dedicata all'attivista Sudafricano Stephen Biko, imprigionato e tragicamente ucciso nel 1977, segna probabilmente l'inizio dell'avvicinamento totale di Peter Gabriel verso la world music. Il lato B del singolo, "Shosholoza", è un canto Africano a cui Peter ha aggiunto qualche sovraincisione elettronica (e qualche vocalizzo). Il risultato è molto interessante, e ci mostra un Gabriel ancora un po' acerbo che comincia a muovere i primi passi verso la maturazione totale del genere. Tuttavia, verso il finale, il canto e la musica perdono un po' di sincrono, e il che potrebbe spiegare come mai questa B-side non sia stata inclusa su disco. Interessante notare che anche la versione su singolo di "Biko" differisce leggermente da quella su album (il canto Africano che apre e chiude il brano è diverso, così come il mixaggio). Né questa versione di "Biko" né "Shosholoza" sono disponibili su CD.


SOFT DOG
(B-side di "Shock the Monkey", Settembre 1982)

Continua lo sperimentalismo di Gabriel verso la World Music. Il riff del brano ricorda vagamente "I Go Swimming", ma in realtà il modo in cui il tema viene affrontato è completamente diverso. Apprezzabile e molto sperimentale. Interessante notare come sul retro del 45 giri non appaia il titolo "Soft Dog", ma semplicemente l'immagine di un cane di gomma. Il titolo del brano però è chiaramente "Soft Dog": sono infatti le uniche parole di senso compiuto cantate in tutto il brano (e inoltre il label lo riporta). Non è disponibile su CD.


ACROSS THE RIVER
(B-side di "I Have the Touch", Dicembre 1982)

Una delle migliori B-side tra tutte quelle proposte. Questo brano, molto atmosferico e eccellentemente costruito in maniera precisa, è una piccola perla. Anche perché non è un brano solo di Peter Gabriel, ma è una collaborazione con Shankar, Stewart Copeland e il fido David Rhodes, chitarrista storico del cantante. Il brano gioca molto sulle dinamiche, e il drumming potente e incisivo di Copeland non fa che risaltare la cosa. Una versione live del brano sarà inclusa nel disco "Secret World Live". Questa versione in studio è stata pubblicata anche nella compilation di 2 LP "Music and Rhythm". Solo una parte della compilation è stata ristampata su un CD intitolato "The Best Of Music And Rhythm", e per fortuna tra queste selezioni compare anche "Across the River".


KISS OF LIFE (live)
(B-side di "Solsbury Hill (live)", Giugno 1983)

Oltre a fare uscire uno splendido doppio LP live ("Peter Gabriel Plays Live"), Gabriel aggiunge anche un piccolo bonus sul retro del singolo con la versione dal vivo di "Solsbury Hill". "Kiss of Life", purtroppo, è sempre stato l'unico brano dal quarto album (anche questo intitolato, come i tre precedenti, anche se a volte è stato pubblicato col nome di "Security") a sembrarmi decisamente sottotono, per cui questa versione dal vivo non fa molto per me. Obbiettivamente, però, è una buona performance, energica e professionale. Questa versione del brano non è disponibile su CD.


WALK THROUGH THE FIRE
(singolo pubblicato nel Maggio 1984)

"Walk Through the Fire" è un ottimo brano che Gabriel ha contribuito per la colonna sonora del film "Against All Odds" (in Italia "Due vite in gioco") del 1984. Si tratta di un brano frizzante, leggero ma non scontato che non avrebbe sfigurato sul disco "So" di due anni dopo. Magistrale la performance di Tony Levin allo stick (come se avessimo avuto dubbi). Un montaggio leggermente diverso della stessa versione è stato pubblicato sul CD della colonna sonora di "Against All Odds", nel quale compaiono anche gli amici e ex colleghi Mike Rutherford e Phil Collins.


OUT OUT
(singolo pubblicato nel Dicembre 1984)

Il 1984 è l'anno delle colonne sonore per Peter Gabriel. Questo brano è finito nella colonna sonora del film "Gremlins". Purtroppo non siamo assolutamente ai livelli della precedente "Walk Through The Fire", e si tratta di un brano non particolarmente bello che oltretutto ha la sfortuna di durare 7 minuti. Molto irritante la voce distorta di Gabriel. Questo brano è stato ripubblicato nella versione CD della colonna sonora del film "Gremlins".


DON'T BREAK THIS RHYTHM
(B-side di "Sledgehammer", Aprile 1986)

Il titolo potrebbe far presagire cose brutte: infatti di solito nominativi del genere vengono appioppati a remix o cose di questo tipo. Non lasciatevi trarre in inganno: "Don't Break This Rhythm" è un brano delizioso, interpretato magistralmente e con un (appunto) intenso e ballabile ritmo tribale. E' uno di quei brani che Gabriel deve tirare fuori dal dimenticatoio. Il brano è disponibile in CD, ma solo nella versione CD del singolo "Sledgehammer", purtroppo fuori stampa.


CURTAINS
(B-side di "Big Time", Marzo 1987)

Ed è quando scopri brani di questo tipo che ti rendi conto che un po' di ricerca porta i suoi frutti. "Curtains", ingiustamente relegata a lato B di "Big Time", è una vera gemma. Malinconica, con un'interpretazione struggente e costruita in maniera estremamente intelligente. Infatti il brano, già abbastanza breve di suo, inizia con una sezione strumentale che ne ricopre i 2/3. Il resto della composizione è affidato ad un'unica strofa, che termina direttamente il pezzo, lasciando un senso di smarrimento e di malinconia. Una gemma che avrebbe dovuto comparire su disco. Questo brano in realtà è stato un po' rivalutato da Gabriel stesso (continuate a leggere l'articolo per saperlo), ma purtroppo questa versione è stata ignorata. La sua unica stampa su CD si trova infatti solo sulla versione Compact Disc del singolo "Big Time", purtroppo oggi difficilmente reperibile.


GA-GA (I Go Swimming Instrumental)
(B-side di "Red Rain", Giugno 1987)

Il titolo è abbastanza esplicativo. Curiosamente, la versione in studio di "I Go Swimming" (brano che, per chi non lo sapesse, è stato pubblicato per la prima volta sul disco dal vivo "Peter Gabriel Plays Live") risale alle session del terzo album, il che è facilmente notabile ascoltando la batteria (una particolarità del terzo album di Peter Gabriel è che il set di batteria non includeva alcun tipo di piatto). Questo significa che questa versione è rimasta in archivio per 7 anni prima di essere pubblicata. Curiosamente, su alcuni bootleg è reperibile una versione di questa registrazione del brano con una traccia vocale. "Ga-Ga" quindi è stata pubblicata volutamente come strumentale. Non è disponibile su CD.


BIKO
(singolo pubblicato nel Dicembre 1987)

Eccellente versione live di questo classico registrata dal vivo a Cleveland il 27 Luglio 1987. Poiché il singolo ha avuto una stampa in Compact Disc, questa versione è disponibile su CD. Tuttavia, come tutti i singoli dell'epoca, è di difficile reperibilità.


NO MORE APARTHEID
(B-side di "Biko", Dicembre 1987)

Una buona improvvisazione che offre qualche buon vocalizzo di Gabriel, inciso in multitraccia. Benché sia completamente diversa, questo brano ricorda un po' "Across the River". Il perché è presto detto: si tratta di una seconda collaborazione con il violinista Shankar, pubblicata due anni prima nel disco "Artists United Against Apartheid – Sun City". L'unico posto dove reperire su CD questo brano, però, è la ristampa del singolo "Biko" del 1987.


SHAKING THE TREE
(B-side di "Solsbury Hill", Febbraio 1990)

Si tratta di un brano scritto a quattro mani con il percussionista Senegalese Youssou N'Dour. E' un delizioso e coinvolgente brano con un ritornello memorabile e una sezione ritmica pulsante. Questo brano è quello tra i più reperibili di queste selezioni: si può infatti trovare nel disco "The Lion" di N'Dour e sul Greatest Hits "Shaking the Tree: Sixteen Golden Greats" di Gabriel.


QUIET STEAM
(pubblicata sul CD singolo "Digging in the Dirt", Settembre 1992)

Il titolo dice tutto: è una versone alternativa della hit "Steam" dall'album "Us". Il brano, in questa versione, risulta sì molto più calmo, ma si permane di un'atmosfera irrequieta e inquietante, in netto contrasto con la danzante versione originale.


BASHI-BAZOUK
(pubblicata sul CD singolo "Digging in the Dirt", Settembre 1992)

Inquietante strumentale: sembra la colonna sonora di un incubo sull'autostrada. Interessante l'uso della batteria elettronica. Molto carino, ma non essenziale. Questo brano, oltre ad essere stato pubblicato su alcune edizioni del CD singolo "Digging in the Dirt" è reperibile anche come ultima traccia dell'edizione Giapponese dell'album "Us".


CURTAINS
(pubblicata sulla colonna sonora "Myst IV: Revelation, Settembre 2004)

Come già accennato prima, Peter in tempi recenti ha ripreso la splendida "Curtains". Questa nuova versione (che utilizza alcuni frammenti dell'originale) è stata realizzata per la colonna sonora del videogioco "Myst IV: Revelation". Per l'occasione il brano è stato notevolmente esteso. Purtroppo tale aggiunta fa perdere un po' di fascino alla stupenda sfuggente versione originale. Questa versione estesa non è male, ma l'originale era già perfetto così com'era, e non c'era bisogno di aggiungere niente. A quanto pare "Curtains" è tra i brani che potrebbero apparire sul disco "I/O", in preparazione dal 1995, ma ancora non realizzato. Una piccola curiosità: Peter ha anche doppiato uno spirito guida nel videogioco originale.


Ancora una volta è necessario specificare che questa selezione NON rappresenta tutto ciò di raro che Peter Gabriel non ha ristampato nel corso della sua carriera. E' molto difficile tenere conto di tutto ciò che varia da pubblicazione o pubblicazione quando si parla di lui, ma ritengo che questa selezione si possa considerare un buon riassunto. Speriamo che Gabriel si decida a ristampare presto almeno alcune di queste gemme.


domenica 4 marzo 2012

Calibro 35 - Live in Comacchio, Voodoo Club, 18/2/2012




I Calibro 35 sono Enrico Gabrielli (incredibile polistrumentista che si alterna tra fiati e tastiere), Massimo Martellotta (chitarrista con un sound molto tagliente e oserei dire quasi sperimentale) e la solidissima sezione ritmica composta da Luca Cavina al basso Fabio Rondanini alla batteria. Il gruppo, sicuramente uno dei più validi che si possano trovare al giorno d'oggi, nasce nel 2007 con la premessa di voler reinterpretare le colonne sonore degli storici film polizieschi degli anni 70 (musica composta da gente del calibro degli Osanna, Goblin e New Trolls), ma nel tempo si è evoluto con nuove composizioni nello stile dell'epoca, pur non mancando di originalità.


Non a caso, l'album che stanno portando in tour adesso (intitolato umoristicamente "Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale"), uscito a inizio del mese scorso, è composto interamente da brani inediti. Se gli album in studio (comunque di altissimo livello) suonano però un po' calcolati, il vero punto di forza di questo gruppo sono le incredibili esibizioni dal vivo. La capacità tecnica dei musicisti è infatti sicuramente sopra la media e anche l'energia e la passione che il gruppo ci mette per eseguire il materiale.


La serata tenutasi al circolo arci Voodoo a Comacchio (provincia di Ferrara) Sabato 18 Febbraio non ha deluso le aspettative. Hanno aperto le danze i Nolatzco, gruppo rock Ferrarese, la cui maggiore particolarità consisteva nella presenza sul palco di due bassi. Il gruppo ha suonato per circa mezz'ora nella quale hanno proposto un interessante repertorio di inediti portato avanti abbastanza energicamente. I Nolatzco, il 24 Febbraio (ovvero pochi giorni dopo questo concerto), hanno pubblicato il loro album d'esordio dal titolo "Assalto alla luna".


I Calibro 35 hanno cominciato il loro set verso mezzanotte, in un orario molto azzeccato per il tipo di musica che eseguono. La prima parte del set è stata eseguita quasi tutta d'un fiato, senza introduzioni tra una canzone e l'altra, e tra i brani eseguiti ricordiamo "Ogni riferimento a fatti accaduti è puramente casuale", "Eurocrime!", "Uh Ah Brr" e soprattutto "Summertime Killer". La musica, pur essendo abbastanza complessa, suonava abbastanza ballabile (e infatti molti membri del pubblico erano incapaci di rimanere fermi) e allo stesso tempo profonda e magnetica. Dopo circa metà set, Enrico Gabrielli finalmente si rivolge al pubblico proponendo un interessante quiz: ovvero, suonare il tema di un film e chiedere al pubblico se questo tema era familiare. Purtroppo per Gabrielli ai più tale fraseggio non diceva niente, e si trattava del tema di "La casa dalle finestre che ridono" del regista Giuseppe Avati. Il perché di questo test è molto semplice: tale film, considerato uno dei migliori horror Italiani di tutti i tempi, è stato girato nel Ferrarese, vicino a Comacchio. Nonostante questo, il concerto è proseguito a livelli memorabili alternando tra brani ballabili come "Bouchet Funk" (con un divertente accenno di "Bourée", celebre composizione di Bach arrangiata in maniera strepitosa dai Jethro Tull), "Notte in Bovisa" e "Preludio" e altri meno ballabili, come "Massacro all'alba", un piccolo gioiellino tratto dal loro ultimo album che, a mio parere, è destinato a diventare un classico di questo gruppo. Il set è durato circa un'ora e venti minuti, bis inclusi.

Si è trattato di una serata musicalmente magnifica, in un locale con un'acustica discretamente buona e una disposizione tale da permettere una certa intimità tra il gruppo e il pubblico. Nessuna recensione che si rispetti però non può concludersi con qualche nota di demerito. In questo caso si tratta solo della partecipazione del pubblico, incapace di trattenere le chiacchiere durante i momenti più soffusi e a volte disturbando non poco la performance (anche se questo, comunque, è un comportamento tipico Italiano, non solo legato a questa serata). Se devo proprio lamentarmi anche dei Calibro 35, mi rammarico del fatto che non abbiano eseguito "L'uomo dagli occhi di ghiaccio". Per tutto il resto, una serata impeccabile.