mercoledì 20 aprile 2016

Dogma - Sospesi (Et-Team, 2016)

Nelle dieci tracce di questo "Sospesi", il quintetto chivassese dei Dogma - con l'apporto di un co-arrangiatore e produttore artistico d'eccezione (Ettore Diliberto) - le prova un po' tutte. Con un evidente smania di arrivare direttamente al grande pubblico, saggiano le intenzioni e le inclinazioni di una platea sempre più svogliata e poco curiosa imbastendo intrecci dalle maglie molto larghe, forse troppo, ma con una coerenza di fondo che è data dai suoni, dalla costruzione dei brani e soprattutto dalla voce del leader non-leader Beniamino Cristiano. Con ciò non si intende nulla di negativo, semmai si sottintende una parità di importanza di tutti i membri della band, la cui esperienza (data anche da un'età anagrafica superiore a quella di molti esordienti di questo decennio) è chiaramente udibile nel songwriting e nella sicurezza con cui viene approcciato il proprio strumento. 
Dicevamo che a mantenere in linea il disco è soprattutto la voce, e certo questo è fondamentale in un lavoro che vuole essere pop. Il timbro non è certo nuovo, inconsueto né impressionante, ma nel ripetersi degli ascolti sa entrare e colpire, risaltando nei momenti di maggiore enfasi (spesse volte i ritornelli) anche per una potenza non indifferente. Così tra la canzone d'autore del singolo "Inconsapevole", peraltro un'ovvia quanto azzeccata scelta, i bizzarri ma riusciti contrasti di intensità di "Sentimi" e i pezzi più acidi e ruvidi, dalle chitarre quasi stoner, quali "Qualcosa di Più" e "La Luna si è Persa", viene tratteggiato un universo molto variegato, che può essere venduto ed attribuito a diverse scuole di pensiero, dai rockettari agli adolescenti in fase ribelle, passando per gli aficionados del nostro cantautorato vecchia scuola. 
Non c'è molto da aggiungere, poiché citare i nomi che influenzano questa band potrebbe inquinare il giudizio di chi legge e sminuire la portata di certi brani. L'asso nella manica dei Dogma sta senz'altro nelle parole, nei momenti più melodici, mentre nell'aggressività ostentata di alcune aperture si sfiora il già sentito e l'imitazione. Soppesando i vari elementi a disposizione dopo numerosi rewind, "Sospesi" è senz'altro un disco finemente lavorato, forgiato per piacere alle masse, ma derivativo, ed è questo suo - unico vero - difetto che non lo rende indimenticabile.  

mercoledì 23 marzo 2016

Alfonso de Pietro - Di Notte In Giorno (Autoproduzione/Egea, 2016)

Innanzitutto un inquadramento del personaggio: Alfonso de Pietro si muove da tempo nell'impegno civile. Complice di questa pubblicazione discografica è infatti la celeberrima associazione antimafia LIBERA, che per il disco - interamente finanziato con un riuscito crowdfunding - ha messo a disposizione il proprio patrocinio, a sostegno di una figura, per l'appunto l'avellinese residente a Pisa De Pietro, che sia per motivi lavorativi (tutor nell'ambito della dispersione scolastica, tra gli altri incarichi) che umani è da sempre in prima linea nella difesa di valori etici in ambienti difficili. Musicalmente, tratteggia con arrangiamenti jazz di indubbio gusto e originalità un mondo lirico sicuramente protagonista, finendo nel contenitore della canzone d'autore italiana.
Le cronache musicali lo vedono più volte collaborare con Claudio Lolli, e il fil rouge tra i due è evidente in alcune tematiche affrontate. Sax, pianoforte, rhodes, contrabbasso, flicorno, batteria e tromba svolgono in realtà non svolgono solo la funzione di accompagnamento musicale ma contestualizzano i brani in un universo di musica alta, di ascolto, di ricerca, seppur con interessanti discese nel pop di matrice cantautorale. E' il caso di "Lunga la Notte" o di "La Canzone di Rita", dedicata alla collaboratrice di giustizia trapanese Rita Atria. Inevitabile toccare il tema della memoria, con un brano che si intitola proprio così, accompagnato da un videoclip ispirato sulla responsabilità di conoscere, capire e ricordare la storia recente. Molti momenti ricordano Ivano Fossati, anche nella scelta di alcuni passaggi testuali, mentre alcuni intrecci più complessi ricordano recenti lavori di Bollani. Ciò che si respira nel disco è in realtà un'aura di leggerezza, un mezzo che risulta fondamentale per veicolare messaggi di fatto molto pesanti, mentre un suo difetto potrebbe essere la necessità di ascoltare con un'attenzione che oggi si è persa. Sarebbe in parte un insulto approcciare questo disco in maniera distratta, ma nel duemilasedici l'orientamento medio è un altro. Per molti dei motivi sopracitati "Di Notte In Giorno" è agilmente classificabile anche un disco pop, risulta fresco e attuale, non andando a perdersi nelle sterminate praterie di dischi "impegnati" che lasciano spesso il tempo che trovano in un paese storicamente sofferente di una radicata sindrome da memoria corta. 

martedì 23 febbraio 2016

Elio e le Storie Tese - Figgatta de Blanc (Hukapan, 2016)

Memori di un discutibile e controverso secondo posto nel 1996, Elio e le Storie Tese fino a qualche anno fa, giuravano che non avrebbero mai più partecipato al Festival di Sanremo. Al momento di pubblicazione di questo "Figgatta de Blanc", il Simpatico Complessino è apparso come concorrente al suddetto Festival per ben tre volte. Come riescono, quindi, a mantenere credibilità, nonostante tutto? Semplice: tutte le volte l'hanno fatto a modo loro, senza mai scendere a compromessi e presentando canzoni che nessun altro avrebbe mai avuto il coraggio di portare lì. Così come "La Canzone Mononota" di tre anni fa, anche il pezzo presentato quest'anno, "Vincere l'Odio", è un divertissement in grande stile: si tratta, semplicemente, di una serie di ritornelli in stile diverso tra di loro, uniti senza un apparente filo logico, in modo da suonare come una sorta di medley. Anche se, generalmente, si tende a pensare al ritornello di una canzone come al suo climax, fare una composizione usando solo questo ingrediente offre sicuramente un risultato poco digeribile ad un primo ascolto e, soprattutto, qualcosa di difficilmente definibile come canzone; presentare, quindi, una cosa del genere al Festival della Canzone Italia è stato senza dubbio un atto molto coraggioso!

Contrariamente a quanto accadeva con "Eat the Phikis" e "L'Album Biango", la presenza del Festival di Sanremo su questo album non è così marcata. Il che non deve stupire: mentre, nei casi precedenti, i due dischi erano usciti mesi dopo le loro partecipazioni (consentendogli quindi di utilizzare anche dei frammenti registrati durante il Festival), "Figgatta de Blanc" è stato pubblicato nel bel mezzo della loro partecipazione, rendendolo un prodotto a sé stante. Di conseguenza, "Vincere l'Odio" e "Quinto Ripensamento", traduzione Italiana di "A Fifth of Beethoven", brano di Walter Murphy presente nella colonna sonora di "Saturday Night Fever", presentata durante la "serata cover" del Festival, hanno un senso nel contesto dell'album e non suonano come il suo epicentro. Un'altra canzone già conosciuta è "Il Primo Giorno di Scuola", un solido e divertente rock pubblicato come singolo a Settembre dell'anno scorso, qua impreziosito da un bellissimo arrangiamento di fiati ad opera del maestro Demo Morselli, assente nella versione originale.

E invece, per quanto riguarda i pezzi nuovi? Beh, musicalmente, l'album è uno dei più avventurosi della discografia di Elio e le Storie Tese: benché siano da sempre famosi anche per la loro diversità di generi, qui si respira un'aria di freschezza di ispirazione molto alta. Così, accanto al Funky di "Vacanza Alternativa" e al Soul di "She Wants", trovano spazio in maniera assolutamente naturale anche il Rock'n'Roll di "Rock della Tangenziale" (in duetto con J-Ax e completamente diverso dall'altra collaborazione quasi omonima appena uscita, "La Tangenziale") e i ritmi Africani di "Cameroon".  E, a proposito di ritmi: "Ritmo Sbilenco" è un altro pezzo eccellente, una esplicita dichiarazione d'amore al Progressive e alla cosidetta musica difficile (anche se è solo questione di abitudine...), strutturata in maniera multiparte, mentre l'Hard Rock di "Parla Come Mangi" critica il costante uso di neologismi Inglesi, seppur con una certa autoironia, come quando "roast-beef" viene de-tradotto come "manzo freddo cotto". Se, liricamente, "Inquisizione" risulta essere un po' la sorella minore di "Dannati Forever", musicalmente ci porta in sonorità molto Weather Report-iane; "Il Mistero dei Bulli", invece, è più pacata, con degli ottimi cori che ricordano il recentemente scomparso Maurice White. Un discorso a parte merita "Bomba Intelligente" (la cui commovente storia è stata recentemente riportata su Facebook dalla pagina "Francesco di Giacomo - La Parte Mancante"): un bellissimo brano scritto dall'indimenticabile e indimenticato Francesco di Giacomo, storico cantante del Banco del Mutuo Soccorso e dal compositore Paolo Sentinelli; si tratta di un provino di una canzone che lo storico cantante aveva inciso in versione non definitiva prima di morire, qua completato ed orchestrato in maniera professionale ed estremamente rispettosa, sul cui finale si aggiunge anche il violino di Mauro Pagani. Non mancano, però, i soliti pezzi bislacchi e meno riusciti, come "China Disco Bar" e "I Delfini Nuotano", un comunque interessante esperimento nel quale ogni membro del gruppo, eccetto Jantoman, ha una parte vocale, sul finale anche contemporaneamente.

Come al solito, il disco pullula di intermezzi, alcuni veramente esilaranti: si pensi, ad esempio, al finale de "Il Mistero dei Bulli" o all'irresistibile Radio Coatta Classica di Lillo & Greg, ovviamente volta ad introdurre "Il Quinto Ripensamento". Naturalmente, non potevano mancare la solita introduzione all'album (della quale non vi sveliamo il contenuto) e la ghost track: un divertente mash-up tra la base di "Quinto Ripensamento" e la traccia vocale di "Vincere l'Odio", (in)appropriatamente adattata alla situazione.

Elio e le Storie Tese, con i precedenti "Studentessi" e "L'Album Biango", ci avevano presentato sì degli ottimi lavori, ma ci avevano anche abituati ad una sorta di standard (alto) dal quale sembrava non avrebbero più deviato, complice anche il fatto che l'attesa tra un album in studio e l'altro è da un po' di tempo abbastanza lunga. "Figgatta de Blanc", invece, oltre a contenere dei pezzi che musicalmente possono essere tranquillamente annoverati tra i migliori che abbiano mai inciso ("Inquisizione", "Bomba Intelligente", "Cameroon", "Ritmo Sbilenco"), aggiunge anche qualcosa di veramente nuovo alla loro discografia. Oltre all'esperimento di "Vincere l'Odio", è necessario anche far notare come, sebbene Elio continui ad essere il cantante principale, le voci degli altri membri del gruppo abbiano un ruolo più frontale rispetto al solito: oltre alla già citata "I Delfini Nuotano", Faso, Cesareo e Rocco Tanica cantano anche una strofa a testa di "Parla Come Mangi" e, quest'ultimo, è il cantante solista di "She Wants". Anche Vittorio Cosma e Paola Folli, membri non ufficiali ma ormai parte integrante della famiglia EELST, hanno il loro giusto spazio: in effetti, la parte vocale della Folli è uno dei motivi per cui "Ritmo Sbilenco" risulta così riuscita. Spendere parole sulle performance è un procedimento quasi pleonastico, dato che è risaputo che il Simpatico Complessino sia composto da musicisti straordinari, ma segnaliamo l'assolo di basso di Faso su "Inquisizione", il duetto di Cesareo assieme al violino distorto di Mauro Pagani alla fine di "Bomba Intelligente" e la splendida parte di batteria di Christian Meyer in "Cameroon", che vede anche il flauto di Elio in gran lustro. Liricamente, i testi seguono lo stesso filone un po' surreale degli ultimi anni, basato soprattutto su giochi di parole e luoghi comuni della lingua Italiana volutamente ridicolizzati, ed è un modo di scrivere che sebbene sia una naturale evoluzione del loro stile, potrebbe risultare essere poco digeribile da coloro che apprezzavano soprattutto le tematiche demenziali, assurde e molto più spinte dei primi dischi. Ottima la produzione dell'album: l'impasto sonoro, sebbene molto complesso, è perfettamente nitido e ogni componente ha il suo giusto spazio. Oltre al solito Max Costa, si segnala anche il ritorno di Otar Bolivecic (pseudonimo di Claudio Dentes), storico produttore dei primi cinque album di Elio e le Storie Tese.

Di recente, sul sito de Il Fatto Quotidiano, sono apparse alcune dichiarazioni di Elio secondo le quali, il gruppo si sarebbe sciolto dopo l'uscita di questo album, anche se tali voci sono state smentite quasi immediatamente. Ci si augura che si sia effettivamente trattato di un fraintendimento ma, se disgraziatamente non dovesse così, "Figgatta de Blanc" rappresenterebbe una chiusura col botto alla discografia di uno dei gruppi più validi che ci siano mai stati in Italia, spesso tristemente poco preso sul serio a causa della sua (sacrosanta) tendenza a ridersi addosso e a prendere allegramente quello che fa. Questo lo vedremo in futuro: oggi, invece, l'acquisto di questo album è quasi d'obbligo!


Elio e le Storie Tese

mercoledì 13 gennaio 2016

David Bowie - Blackstar (ISO Records, 2016)

A scanso di equivoci: una recensione di questo album era già in programma prima che succedesse l'inaspettato (ma in realtà, inevitabile). Chi scrive, un paio di idee su come dovesse essere questo disco se le era già fatte dopo la pubblicazione dei due atipici, e decisamente molto poco commerciali, singoli "Blackstar" e "Lazarus"; tuttavia, la notizia della morte di David Bowie, dopo solo due giorni dal suo 69esimo compleanno, ha bruscamente posto tutto il progetto sotto un'ottica profondamente diversa. Che il Duca Bianco non godesse di gran salute era risaputo, soprattutto dopo l'attacco cardiaco che lo colpì durante un concerto ad Amburgo, nel 2004. Da allora, Bowie si ritirò dalle scene pubbliche, con solo qualche rara comparsa dal vivo qua e là, qualche incisione in studio e, molto più notevolmente, ben due album: "The Next Day" e, appunto, questo "Blackstar"

Questo lavoro conclusivo di Bowie è, non sorprendentemente, un album cupo, intenso e sofferto. Non poteva essere altrimenti: la sua biografa ufficiale, ha spiegato che nel corso della lavorazione del disco, il Duca Bianco ha avuto un totale di sei attacchi cardiaci. Ma di ciò siamo venuti conoscenza solo ora perché, così come accaduto per il precedente "The Next Day", la lavorazione a questo album venne tenuta segreta fino all'annuncio ufficiale: in effetti, nemmeno tutti quelli che vi hanno lavorato erano a conoscenza del suo stato di salute. Le prime indiscrezioni, però, rivelavano che l'album avrebbe utilizzato una sezione di fiati e un cast di musicisti jazz, qualcosa che molti giornalisti si sono affrettati a tradurre come "l'album jazz di David Bowie". La verità è che, sebbene tali strumentazioni facciano la parte da leone nell'album, si tratta ancora una volta di un disco non facilmente classificabile e, in qualche modo, completamente diverso da tutto ciò che l'artista aveva prodotto fino ad oggi. Chi conosceva bene Bowie, al momento dell'acquisto del disco aveva già ascoltato quattro dei sette brani qua inclusi: "'Tis a Pity She's A Whore" e "Sue (Or in a Season of Crime)" erano già apparse, in versioni diverse, nel 2014 come singolo per promuovere la sua retrospettiva "Nothing has Changed", mentre la title-track e "Lazarus", come già menzionato, sono i due brani scelti come singoli, rilasciati rispettivamente nel Novembre e nel Dicembre del 2015.

Delle due la title-track è forse la meno soddisfacente, sebbene sia comunque un pezzo altamente avventuroso e sperimentale, composto da due sezioni ben distinte: la prima parte è una sorta di ouverture al disco, con un ritmo frenetico sopra il quale la voce elettronicamente modificata di Bowie canta una melodia abbastanza inusuale, mentre la seconda è più pacata e tradizionale. Nel finale, la ripresa del tema della prima parte viene sovrapposto all'arrangiamento della seconda. Sebbene non sia un pezzo di facile ascolto, è senza dubbio un brano notevole e audace. "Lazarus", invece, è più nello stile del Bowie classico e, forse per questo, è la più immediata delle due. Non strizza comunque l'occhio al commerciale, ma, musicalmente, è di sicuro qualcosa che i fan dell'artista apprezzeranno di certo; data l'imminente scomparsa del Duca, è difficile ignorarne il testo ("guardate quassù, sono in paradiso, ho cicatrici che non possono essere viste", "guardate quassù, sono in pericolo; non ho più niente da perdere"), nonché il drammatico video che lo raffigura morente su un letto, fasciato e con dei bottoni al posto degli occhi. Viene quindi da chiedersi se questa sua "classicità" sia intenzionale ma, in ogni caso, musicalmente rimane un pezzo davvero notevole nel quale nessuno dei suoi 6 minuti e 22 secondi è superfluo, con un bel climax e un assolo di sassofono ad opera di Donny McCaslin, ottimo sia nel contesto del brano sia preso a sé stante; se anche "Lazarus" non fosse il testamento artistico di Bowie, rimarrebbe comunque il brano migliore di "Blackstar" e, forse, uno dei migliori della sua intera discografia.

Il resto del disco si mantiene su livelli abbastanza alti. "Sue (Or in a Season of  Crime)" offre un ottimo miscuglio tra un ritmo di batteria acid jazz e il crooning di Bowie e contiene, forse, il riff di chitarra più notevole di tutto l'album, la frenetica "'Tis A Pity She Was A Whore" funziona molto bene come contrasto dopo i 10 mastodontici minuti di "Blackstar" e riesce bene ad allentare la tensione senza risultare triviale, "Girl Loves Me" , assieme a "Lazarus" è, a parere di chi scrive, il brano più notevole: si tratta, forse, della cosa più vicina che Bowie abbia fatto all'hip-hop, con una parte vocale che è al confine tra il rap e il cantato e che, liricamente, si alterna tra Inglese e Nadsat. La costruzione del brano è molto intelligente: sebbene non si tratti di un pezzo particolarmente complesso e utilizzi una struttura abbastanza tradizionale (strofa tesa, ritornello più rilassato e cantabile), non solo non scade nel banale, ma riesce pure a suonare in maniera aliena e inusuale, grazie anche all'arrangiamento e alla scelta dei suoni. I due brani finali del disco, seppur completamente diversi, sono collegati tra di loro tramite un cross-fade. "Dollar Days" è senza dubbio il brano più sofferto del disco, musicalmente e non. Ad una prima lettura, il testo sembrerebbe essere semplicemente una dichiarazione di indipendenza e di freschezza di un uomo conscio di non essere più tanto giovane ma, dopo la scomparsa dell'artista, assume senza dubbio toni più letterali; non si tratta solo del continuo uso della frase "I'm dying to" che, in questo caso, è un intraducibile gioco di parole tra "non vedere l'ora" e "stare morendo": frasi come "se non riuscirò mai a vedere le praterie Inglesi verso le quali sto correndo, non mi importa, non c'è niente da vedere" "sto cadendo, ma non credete nemmeno per un secondo che vi stia dimenticando" messe in bocca ad un uomo morente assumono senza dubbio significati più profondi e tragici, in particolare la prima, nella quale Bowie sembra aver accettato la sua imminente morte, anche se non dovesse esserci un aldilà pronto ad accoglierlo. La conclusiva "I Can't Give Everything Away" si mantiene sugli stessi toni sofferenti, nonostante musicalmente sia un po' più leggera del brano precedente, ed è un'ottima chiusura al disco. Il testo, ancora una volta, a posteriori è facilmente leggibile come la continua battaglia di Bowie contro la sua malattia ed è cantato in un crooning piuttosto riuscito.

"Blackstar" non è un disco di facile ascolto e non è necessariamente tra i migliori di Bowie. Detto questo, si tratta di un album diverso dagli altri 24 pubblicati dall'artista e, a causa del suo stato di salute, uno particolarmente ispirato. Musicalmente, l'album è curato, ben fatto ed elegante. La produzione è affidata allo storico Tony Visconti, collaboratore di vecchissima data di Bowie e al fianco di una innumerevole lista di altri mostri sacri, tra cui T. RexOsibisaGentle Giant e The Stranglers. I musicisti (che includono Ben Monder alla chitarra, Donny McCaslin ai fiati, Jason Lindner al piano, Tim Lefebvre al basso e Mark Guiliana alla batteria), come già detto, provengono quasi tutti da ambienti jazz, ma suonano andando oltre al loro stile e offrono tutti una ottima performance perfettamente funzionale all'album. Come testamento finale funziona decisamente bene e, sebbene si tratti di un lavoro sofferente e cupo, non è lamentoso  o smielato e, molto più importante, piaccia o non piaccia, evidenzia un'integrità artistica non indifferente e non comune a molti altri colleghi. Sicuramente, uno dei dischi più importanti di questo periodo storico e un acquisto obbligatorio per ogni fan di David Bowie.


David Bowie

martedì 29 dicembre 2015

Casablanca - Casablanca (Ostile/Pagani, 2015)


La nuova band lombarda dei Casablanca è tutt'altro che una sorpresa se si analizzano i componenti. Max Zanotti, Filippo Dellinferno, Giovanni Pinizzotto e Stefano Facchi sono nomi che nell'underground tutti conoscono, e anche se sarebbe facile imbottire di citazioni dei loro passati lavori questa recensione noi non lo faremo. 
Questo progetto compatta in maniera discretamente omogenea il rock anni settanta, ottanta e novanta, fonte di ispirazione di innumerevoli formazioni italiane anche recenti, ma risulta in realtà originale la maniera con cui si cerca di forzare verso il pop quella grinta punk primordiale e rozza, con la voce inconfondibile di Zanotti che riporta alla mente - ma neanche tanto - i primi splendidi lavori dei Deasonika. Schitarrate in bilico tra hard rock e grunge, ma anche alternative rock di più recente fattura, linee vocali svolazzanti ma senza barocchismi, ritmiche serrate e marziali, sprazzi di elettronica new wave con uno sguardo sfuggevole al ventunesimo secolo. Questo è "Casablanca" dal punto di vista musicale, ma la vera cifra stilistica sono invece i testi. Tradimenti, inganni, rapporti personali conflittuali, l'oscurità delle dipendenze, che possono essere anche verso sé stessi e ciò che si ama. E' tramite le parole e le metriche con cui i testi sono messi in musica che si riesce a comunicare esperienze di vita ma anche di non vita, in sospensione tra quello che si vorrebbe avere e quello che già si è perduto. "Non So Mai Dirti Che..." è il momento italiano per eccellenza, anni '90 senza strizzare l'occhio a nessuno dei soliti (Marlene Kuntz, Afterhours, che sono però ampiamente richiamati in "La Percezione di un Addio"), anche perché le sonorità dei Casablanca contemplano mirabilmente il rock americano. Il singolo "Gelido" ne è un chiaro esempio, con quei delay sbarazzini che paiono un'involuzione mainstream di alcuni riff dei Jesus Lizard, artefatto ma abbastanza sofisticato ed energico da diventare necessario preambolo di un album che medierà sempre, per tutte le undici tracce, tra veemenza e dolcezza. "Il Cielo delle Sei" per pochi secondi ricorda Francesco Renga (il ritornello ovviamente), ma tutto il resto è un'esplosione di colori caldi e rabbia repressa che funziona molto bene. 

Chi scrive recensioni vorrebbe sempre sentire qualcosa di originale, e chi compone musica pensa a sua volta di essere unico e inimitabile. E se invece per ottenere un bel disco bastasse non pensare a queste cazzate? Un ottimo lavoro, fresco, ma soprattutto spontaneo. 

martedì 15 dicembre 2015

NUDi - LAmiaFAVOLA+BELLA (Nudidautore, 2015)


Francesco Saverio Nudi, in arte NUDi, è un cantautore cosentino, già parzialmente noto nel circuito indipendente italiano e accostato spesso a nomi di rilievo del panorama mainstream, avendo avuto l'opportunità di aprire concerti di molti artisti importanti e di godere di una buona esposizione radiofonica.

Questo lavoro, "LAmiaFAVOLA+BELLA", pubblicato per la label di sua proprietà Nudidautore, appare un disco in equilibrio precario tra un cantautorato italiano di vecchio stampo, roba trita e ritrita rinvenibile in almeno tre decenni sanremesi, e un pop/rock che si tuffa invece in guizzi swing di gran classe, complici alcune sezioni di fiati molto presenti che arricchiscono gli arrangiamenti, esponendo anche le sonorità più retrò (principalmente anni '80) ad una modernizzazione a suo modo caratteristica. Molto fini le liriche, a volte aspre e mordaci nella loro originale bizzarria ("La Ninna Nanna dell'Uomo Nero", o la più standard ma d'impatto "La Storia di Precario Impertinente", l'immancabile momento di impegno sociale), in altre occasioni struggenti lamenti con un sottotesto amoroso onnipresente che ricorda fin troppe opere altrui ("Tu 6 Me", "Miraggio di Te"). Con l'apertura affidata a "Frequenza di una Stella", sporcata di un'interessante venatura new wave, il disco raggiunge un livello sicuramente sopra la media, con l'aiuto di una scrittura, sia testuale che musicale, matura e frutto di penne e strumenti ben oliati. La scelta di un titolo banale, e di questa inusuale (ma mica tanto) alternanza di maiuscoli e minuscoli nei nomi delle tracce e del disco, potrebbe sviare l'attenzione di chi non ha intenzione di ascoltare un brano per la sua musica (e purtroppo sono tanti), ma sicuramente merita più di qualche considerazione. Trovata un po' eccentrica "Se Fossi Dio", rivisitazione del più celebre sonetto dello stilnovista Cecco Angiolieri con screziature vocali à la Enrico Ruggeri. "Musica Dentro" è la ballata più evidentemente "italiana" di tradizione, ma non risulta tra i brani più sensazionali.
Nulla di sorprendente, ma quando si è sé stessi si trova sempre il modo di comunicare originalità e personalità, visto quanto singolare è diventato - di questi tempi - non imitare nessuno.

lunedì 28 settembre 2015

Alessia Luche - Talent Show (Bazee Records, 2015)

Con la produzione di Eugenio Ciuccetti, accompagnato come da copione da Raffaele Rinciari, la giovane cantautrice lombarda Alessia Luche si ritrova catapultata nel mondo del pop d'autore in maniera fulminea. "Talent Show" è difatti un disco molto fresco, in perfetto equilibrio tra i linguaggi che il pubblico italiano "di massa" è abituato ad assorbire quotidianamente dalle radio e quelle velature swing, jazz, funky, ma anche world music che la Bazee Records ha trasformato in un marchio di fabbrica. La voce è la vera protagonista, sovrastando gli arrangiamenti curatissimi con quelle linee melodiche di rapido impatto che tanto piaceranno ai meno colti. I più avvezzi al songwriting di estrazione alta percepiranno invece come preponderanti gli svolazzi degli strumentisti, tutti nomi ipernoti e di grande professionalità, in grado di dare ai brani una costruzione mai banale ma al medesimo tempo renderli scanzonati, allegri, per un gradimento ad ampio raggio.
"Trasformazioni di Me" è un pezzo perfetto come singolo, catchy, leggero, leggiadro, ma contemporaneamente incalzante e scatenato. "Io Vivo Nella Musica" è in tutto e per tutto una canzone di derivazione black, con i fiati a farla da padroni. Il picco più alto è però la meravigliosa cover di "At Last", prendendo come punto di partenza la versione del 1961 di Etta James, dove la brianzola duetta con la cantante ungherese Erika Kertesz, in uno splendido intrecciarsi di questi due timbri quasi contrastanti. Un elogio va fatto anche alla durata, non eccessiva, che permette di arrivare in fondo ai nove pezzi senza avvertire quel senso di pesantezza che sarebbe sembrato scontato con un minutaggio maggiore. 
E' un esordio stiloso, certo non adatto solo ad ascoltatori ad Alessia coevi, ma con riferimenti anche alla musica popolare italica che poco si è evoluta dagli anni settanta in avanti, diventando riconoscibile nel mondo proprio per dischi come questo. Che essere stata silurata da Amici di Maria de Filippi le abbia giovato? Questo ce lo dirà il futuro. Intanto "Talent Show" è un lavoro onesto, non troppo patinato, di classe, aperto a dinamiche più moderne che già si intravedono e che potrebbero ringiovanirne il sound con ottimi risultati. 

venerdì 25 settembre 2015

Il Boom - Così Come Ci Viene (Bazee Records, 2015)

Per chi non conosce Eugenio Ciuccetti occorre fare un breve sunto della sua carriera. Ostetrico e sociologo per formazione universitaria, collabora da sempre con la scena più tipicamente italica come autore e produttore discografico, ma ha all'attivo anche alcune esperienze di grande spicco negli Stati Uniti con il network CNN. Dopo il personale tentativo sanremese, datato 1997, alla kermesse più famosa del Belpaese hanno partecipato diversi artisti sotto la sua ala, e non è casuale la recente inaugurazione dell'etichetta Bazee Records, che pubblica anche questo lavoro. 
Il Boom è un progetto in cui Ciuccetti si avvale di artisti eccezionali, provenienti dal jazz, abituati con lo swing e la musica popolare nostrana. Con testi pericolosamente sospesi tra ironia, autobiografia e tentativi pseudopoetici, Rinciari riesce principalmente a dare lustro alla sua vocalità più che alle parole, che comunque risultano sopra la media dei dischi sentiti in questo periodo. La nostalgia di "Come Un Cartone Animato" arriva come un fendente e "Il Karma del Perdente" riesce a mettere il sorriso anche se congelato in un universo noir. E' interessante quanto pop risulti il disco pur conservando l'irregolarità e il nervosismo dei ritmi jazzati, e questo è senz'altro merito di un lavoro di composizione certosino e matematico. Molti ci hanno sentito Paolo Conte, ma appaiono più evidenti riferimenti a Sergio Endrigo, Rino Gaetano e perché no, Lucio Dalla e Renato Zero. Questo lavoro ha però la pecca di non lasciare il segno, scivolando via leggero e indolore, forse perché tutto ciò che lo compone è stato inciso, approfondito e sviscerato in lungo e in largo da decine di altri artisti italiani negli ultimi quarant'anni. Resta il fatto che il songwriting sia eccellente, senza sbavature, così come i suoni e le linee vocali, dando al pacchetto nel suo complesso un'aria molto classy. Non lo ricorderemo come un grande episodio di questo duemilaquindici, ma neanche come un fallimento completo. 

mercoledì 23 settembre 2015

Michelangelo Giordano - Le Strade Popolari (Autoproduzione, 2015)

Reduce da una contestata esclusione da Sanremo 2015, Michelangelo Giordano si presenta con questo esordio discografico possente negli intenti, un'irruzione che suona come un fulmine a ciel sereno sulla scena folk italiana. Armato delle tradizioni della sua terra, seppur trasferitosi a Milano, porta gli strumenti, le sonorità e le tipicità artistico-musicali della Calabria e del Mediterraneo al pubblico in maniera certamente non innovativa ma di sicuro impatto. Con "Le Strade Popolari" si può ballare, sculettare, divertirsi, ma anche abbandonarsi all'ascolto di un disco leggero, che non esagera - come si tende troppo spesso a fare nella scena italiana recente - con la politica, ma segue una via più da cantastorie istrionico, sincero e diretto. La levità nei toni è un escamotage acuto che consente di puntare il dito contro la mafia e l'omertà ("Non Cangiunu Li Cosi"), o di scendere, senza lamentosi e falsi piagnistei à la Barbara d'Urso, nel difficile terreno della cronaca tramite la storia di Natascha Kampusch. Degli undici brani rimangono però impressi nella memoria quelli più ironici, pungenti e mordaci, come "Il Paesino di Periferia", esempio lampante di composizione legata ai propri ricordi e alla propria patria, alla quale dedica con esplicita dolcezza un canto d'amore in "Sutta a Luna" e "Dolce e Amara", tra i momenti più trasognanti ed appassionanti. I pezzi puramente autobiografici risultano invece più oscuri, forse perché poco ancora conosciamo di Michelangelo, ma è palese come la grinta presente in questo album potrà portarlo a maggior notorietà con le prossime pubblicazioni. 

giovedì 13 agosto 2015

Margherita Pirri - Looking for Truth (Atwisted Nerve, 2015)

Il nuovo lavoro di Margherita Pirri si presenta denso di spunti musicali, geografici, culturali. Linguisticamente, stupisce ed incuriosisce la stesura di testi in francese, inglese e italiano, oltre alla partecipazione di due ospiti che aggiungono altre due nazionalità al melting pot, ovvero la spagnola Shani Ormiston e il tedesco Fabrian Goroncy. Tra pop e folk, canzone d'autore all'italiana, world music e indie, il brano che colpisce di più è "Un Giorno di Maggio", brano teso e monumentale, ma anche le uscite catchy di stampo britannico di "Sinner". I luminari della vocalità di Margherita non sono di facile individuazione, ed è un bene, perché se in alcuni passaggi può ricordare Enya, Loreena McKennitt o Sarah Brightman, nel corso delle quindici tracce viene delineato un percorso personale ed originale, dove il timbro caldo e la versatilità della cantante sono i veri protagonisti. Le emozioni che trasudano da questo "Looking for Truth" sono invece cupe, misteriose, malinconiche, e nella brillantezza dei cantati si perde forse un po' questo senso di agonia, come a voler porre le due caratteristiche in una dicotomica contrapposizione. Se fosse voluto, sarebbe un'intuizione geniale, per com'è riuscita. 
Un paio di pecche: una produzione poco colorita, che lascia un vago retrogusto di insipidezza, ma soprattutto le strutture raramente estrose dei pezzi, che sovente richiamano prodotti già sentiti. Perché non citare ad esempio Tori Amos, anche se in alcuni dei lavori meno noti (tipo "From the Choirgirl Hotel" del 1998).

In sintesi, Margherita ha fatto un ottimo lavoro, con i suoi musicisti e con le sue parole, ma solo proseguendo nel lavoro di composizione e di scrittura potrà trovare la quadra per esprimere al meglio le grandi capacità che indubbiamente possiede. 

mercoledì 12 agosto 2015

Andrea di Giustino - Il Senso dell'Uguale (Hydra Records, 2015)

Andrea di Giustino, sulmonese, sfoggia già dalla biografia nel suo sito internet un curriculum di tutto rispetto. Speaker di pubblicità, autore di testi e musiche, arrangiatore, insegnante di canto, pianista, già al lavoro con l'inviato di Striscia La Notizia Max Laudadio e il violinista e chitarrista Giulio Fonti per la colonna sonora del film "Dalla Vita in Poi", una vita nel mondo della musica, tutto ciò rappresenta un ricco bagaglio che pesa come un macigno nell'analisi di un disco che ha come supervisore artistico nientemeno che Mauro Mengali (lo stesso di Caterina Caselli, Marco Masini, Stefano Bollani, Paolo Benvegnù, tra gli altri).

Nel giudicare con razionalità un album di canzone d'autore come "Il Senso dell'Uguale" occorre un approccio totalmente scevro di pregiudizi, perché i linguaggi sono quelli del pop italiano come chi ascolta musica più ricercata ha imparato a bistrattare impietosamente, perché troppo uguale a sé stesso, incapace di rinnovarsi. Non che il disco di cui stiamo parlando sia del tutto originale, ma complessivamente è esente da alcuni degli schematismi triviali della musica italica, a partire dalle melodie quasi infantili del neomelodico da classifica, dagli assoli di chitarra tra secondo e terzo refrain che pretendono di fare rock con ghirigori obsoleti, dal quattro quarti forzato. Se non nella musica, vitale ed energica, per quanto patinata, l'energia del disco si sprigiona dai testi, incentrati sul tema dell'uguaglianza (e del suo opposto, la diversità), scritti in un italiano mai troppo sofisticato ma pure senza cliché. Per la grazia di alcune frasi, la mente corre al miglior Samuele Bersani ("Controindicazioni"), o a Max Gazzé ("L'Alchimista di Parole"), dall'altro lato "Morire Vivo" ricorda i tanti tentativi falliti di molti artisti di nicchia di fare il tormentone estivo che però non sfonda. Evitabile. Nell'osare con l'elettronica, ma anche con il rock più classico e modesto, il disco è di per sé molto equilibrato, bilanciando bene tutti gli ingredienti senza mai ostentare nulla. E' nella sua misura che si trova il punto di forza di Andrea di Giustino, che nel parlare di amore, di nostalgia, di rimpianti, come chiunque ha provato a fare, ha tuttavia un quid personale, caratteristico.

Nel complesso, convince il messaggio ma meno la musica, che come spesso accade sta dietro la voce ed in questo caso è sicuramente un vantaggio per la riuscita dell'album. Un artista con un curriculum del genere può certamente mirare a traguardi più ambiziosi e riascoltando più volte il lavoro appare evidente come la strada tracciata possa condurre ad esiti felici in un futuro relativamente prossimo.  

lunedì 10 agosto 2015

Misfatto - Rosencrutz is Dead (Orzorock Music, 2015)


I piacentini Misfatto, dal 1990, sono impegnati nella creazione di un'opera unitaria, formata al momento di tre capitoli, fusi tra loro da un'inestricabile coerenza tematica, musicale ed atmosferica. "Rosencrutz is Dead" è il terzo capitolo, e segue a "Heleonor Rosencrutz", personaggio di cui si continua - come appare ovvio - a parlare, anche qui. 
I sette brani, di nuovo, si attaccano a quei linguaggi che dall'inizio i sei hanno messo sul piatto, tra psichedelia acida e pop rock, anche se stavolta serpeggiano in maniera più presente (e più matura), disseminati qua e là, momenti ambient di sicuro effetto sul piano dell'evocazione di immagini. Lo scopo evidente appare quello di dare alla produzione discografica finora pubblicata il senso di un viaggio continuativo, probabilmente ora terminato con la morte della protagonista, utilizzando i propri idoli - dichiaratamente Doors e Beatles - come luminari e come punti di partenza. Sono nomi immediatamente distinguibili, ascoltando i brani, ed è inevitabile notare qualche richiamo che ricade fortunatamente più nella citazione involontaria che nel plagio. 
La title-track e "Kamaleon" risultano, al terzo ascolto, i pezzi che più esaltano le qualità della band, i veri punti di forza del disco, forse anche per l'energia sprigionata dai momenti di apertura che ci ricordano le origini rock dell'album di esordio, finora il più aggressivo del sestetto. Il leader Gabriele Finotti, da filosofo della band, è quello che si nota di più, e non è strano notare che dal libro di cui è autore ("La Chiesa Senza Tetto"), tutto il percorso sia stato compatto e uniforme, fedele ad una linea seguita senza contraddizioni, con la coesione necessaria a lasciare ai posteri l'opera omnia sua e dei suoi Misfatto come una costruzione artistica monolitica e complessa. Un merito che travalica la musica e che rimarrà riconoscibile negli anni. 

sabato 4 luglio 2015

Jovine - Parla Più Forte (Artist First, 2015)

Innanzitutto un po' di chiarezza: Jovine è una persona o una band? Jovine è il cognome di Valerio, fondatore di questo progetto, e Massimo, membro dei 99 Posse e fratello del primo. Dal 1998 a oggi sono usciti sette album e gli Jovine si sono affermati come una reggae band da sette elementi, che tornano anche nel nuovo sforzo Parla Più Forte, oltre a molti ospiti. Recente è la parentesi nei talent di Valerio, concorrente della squadra di J Ax a The Voice of Italy, ma forse è bene continuare parlando di un unico gruppo. In diciassette anni di carriera è sempre stato evidente, nei testi e nei circuiti in cui sono andati a presentare la loro musica (in primis il network dei centri sociali italiani, ma in particolare del Meridione), l'impegno sociale, la voglia di utilizzare le parole per mandare dei messaggi e per diffondere attorno al collettivo una coltre di coerenza musicale e politica. Gli Jovine fanno un reggae dai sapori mediterranei, onesto, fresco, influenzato nelle liriche dalla città di provenienza, Napoli, che come un faro illumina tutto il nostro Sud Italia, diventando simbolo delle sue bellezze e delle sue sfortune. In Parla Più Forte, l'hip-hop classico risalta forse di più in passato, così anche gli impianti dei brani si fanno più rock, ma ciò che spicca è l'intensità dei testi anche nei featuring con Clementino e Dope One, che al posto di fare - come spesso accade - semplici comparsate, fungono da collante per dare ai pezzi un'ulteriore identità. Dell'esperienza al talent Rai rimane il coraggio, visto ad esempio quando in TV Valerio ha interpretato "Like A Virgin" di Madonna in versione reggae, e nasce spontaneo un paragone con la spontaneità, la genuinità e l'originalità dimostrata nel disco, dove momenti più radiofonici si sposano con vere e proprie sfuriate, ma anche arrangiamenti più complessi finiscono ben spalmati su brani dall'appeal pop. Così si possono permettere veloci incursioni nella dubstep e nel funky, ma senza che nulla sembri fuori luogo, grazie alle capacità di scrittura dei singoli strumentisti. 

Questo disco non farà strappare i capelli né ai fan del reggae né a quelli del hip-hop italiano, ma sicuramente mette in chiaro due cose: che quando nasci in una terra come la Campania e provi a fare musica, spesso le tue radici lasciano una traccia indelebile in come suoni e in quello che dici, e che basta un po' di levare e se i pezzi sono costruiti bene il culo lo muovi. Dopotutto, in un'estate così calda può bastare questo. 

lunedì 1 giugno 2015

Noàis - Lanterne (Autoproduzione, 2015)

Sette canzoni brillanti e luminose. Sette lanterne, appunto. Questa autoproduzione degli astigiani Noàis si presenta così, ricca di suggestioni e di immagini, di colori e di profumi provenienti da culture diverse, veicolati musicalmente da un mélange di blues, folk e rock in grado di tracciare una linea che unisce Stati Uniti, Irlanda, Sicilia e Piemonte. I personaggi, dal leggendario Colapesce, presente nelle tradizioni provenzali, napoletane e siciliane (quest'ultima è quella a cui si ispira il pezzo d'apertura, "Hanno Ucciso Colapesce"), alla prostituta assassinata da Jack Lo Squartatore, "Mary Jane", provengono da fonti letterarie e memorie storiche di diversi periodi e regioni, a confermare l'obiettivo e la vocazione multiculturali di Jacopo Perosino e soci, abili nel fondere stili e forme artistiche diverse con originalità e un'evidente intesa tra i vari strumentisti. Quando "Colpa di Maria" ci porta anche in Salento con qualche accenno di taranta, abbiamo la dimostrazione definitiva che l'impresa del settetto di riportare il mosaico dei loro ascolti in una produzione personale e nuova è pane per i loro denti. Nulla è mai lasciato al caso, e il songwriting risulta asciutto, semplice ma non banale, equilibrato nel dare importanza ad ogni tassello. La tendenza del disco è comunque quella di creare sospensioni e armonie gioiose, cariche di tonalità accese e forti, abbandonandosi alla malinconia vera e propria solo in "Sudato e Fragile".

In generale, Lanterne oscilla tra il positivo e il negativo, tra la vita e la morte, l'amore e l'odio, suscitando emozioni opposte che vengono evocate anche tramite i testi. Viene in mente la teoria dello yin e lo yang, anche se nei tanti riferimenti geografici ne manca proprio uno all'Oriente. La prova del nove con i ripetuti ascolti appare facilmente superata, plasmando nella mente l'immagine di un disco fresco, originale, in grado di resistere nel tempo e di risultare piacevole sia a chi è abituato a sonorità complesse ed ostiche, sia agli aficionados delle radio commerciali.

mercoledì 20 maggio 2015

Tempi Duri - Canzoni Segrete (Saifam, 2015)


La storia dei Tempi Duri parte all'inizio degli anni ottanta. Il fondatore Carlo Facchini conobbe Fabrizio de André e una catena di eventi presto portò alla nascita di questa band, in cui militava, oltre al chitarrista Loby Pimazzoni e al batterista Marco Bisotto, lo stesso figlio del Faber, Cristiano. Così nel 1982, per la Fado di Fabrizio de André e Dori Ghezzi, usciva il successo di critica e pubblico "Chiamali Tempi Duri". Il seguito di quel disco, con la formazione originaria - ad eccezione di Cristiano de André presente in un unico brano - esce a trentatré anni di distanza per il gruppo Saifam di Mauro Farina.


Le corde di Pimazzoni sono la prima cosa che rimane in testa di questo "Canzoni Segrete". Con Mark Knopfler come stella guida, splendide in quei fraseggi eleganti e mai troppo complessi, sono le chitarre le principali responsabili dell'attualizzazione di un sound comunque ancora legato a quegli esordi, ma che il pubblico a cui si rivolge non potrà che trovare azzeccato. L'interazione tra Loby e l'ospite ed amico Massimo Germini (celebre per i suoi lavori con La Carboneria, Vecchioni, Van De Sfroos, Milva e molti altri) non può che impreziosire quello che è l'assetto melodico del disco, con Claudio Fiorini e Gino Marcelli al piano a completare egregiamente il quadro. Cristiano De André interviene in "Con Le Nostre Mani", uno dei pochi brani non politicizzati, mentre è forte l'influenza del padre anche in quanto a impegno dei testi e utilizzo delle metafore in "Italia Parte 2" e "La Sfida", i due pezzi forse più riusciti e in cui il nome della band rappresenta anche il messaggio veicolato dalle parole.
La geografia e il viaggio sono altre tematiche ricorrenti: in "Hong Kong", alla ricerca della pace interiore, oppure in "Giulietta", dove il tragico personaggio shakespeariano ci ricorda anche il legame della band con la loro Verona. Echi di Ivano Fossati o perché no, di Lucio Dalla, risuonano dalle corde vocali dell'abile e poliedrico frontman Facchini, sempre perfetto nell'interpretare una malinconia di fondo che lascia comunque spazi per riflettere ai margini della commozione e della rabbia sociale. Spiace un po' sentire un batterista come Marco Bisotto relegato a mero accompagnamento, ma è questo che accade nel 99% dei dischi pop.

Sospeso tra musica popolare, storia della canzone d'autore e pop rock raffinato di ispirazione americana, questo album riesce a far riflettere su quella che è una delle più naturali urgenze di chi ascolta musica: la spontanea identificazione con le liriche, con il mondo che narrano e che raccontano, possibile perché in risalto rispetto all'immagine, distrazione rispetto al messaggio (se esiste) nel pop di oggi.
Non era essenziale, e ci perdonino i Tempi Duri per questo giudizio, ma quando una band si ripresenta sulle scene con un prodotto di qualità, per quanto anacronistico, la scena tutta dovrebbe solo gioirne, al netto delle incertezze di tutti quelli che vedono nelle reunion un mezzo di facile guadagno (che visti i tempi, duri appunto, non sarà certo così abbondante).
La speranza è dunque quella che Facchini e soci continuino a produrre dischi del genere, magari senza lasciar passare altri tre decenni.