domenica 7 marzo 2010

Indovena - Lascia Andare La Marea (Inconsapevole Records, 2010)

Tracklist

Non c'è una definizione che calzi particolarmente bene per una band come gli Indovena. Un disco come questo rivela sfaccettature sempre nuove ogni secondo che lo stai ascoltando, evolvendosi nei tuoi timpani come una fonte di suoni che si trasforma per stupire continuamente e non diventare mai specchio di sé stessa.
In un'intervista presso una radio indipendente di Bologna, il frontman del Teatro degli Orrori Pierpaolo Capovilla individuava nei CCCP, nei Marlene Kuntz e nei Verdena le influenze principali di tutte le band del nuovo secolo. Negli Indovena si scorgono in effetti tracce di tutte e tre queste emblematiche band, ma il piatto è molto più ricco. Il grunge, l'alternative e qualche traccia di metal si fondono perfettamente in una tavolozza di colori profondamente distinti. Il singolo Il Sogno di Yoko, con una base musicale (soprattutto i riff) di sicura devozione ai fratelli Ferrari (come l'opener Tutto a Centotrenta, con le sue invocazioni di stampo sociale il pezzo più graffiante del disco, sotto un punto di vista sia musicale che contenutistico), mentre si ricama su ritmi più american grunge in La Fine e il ritornello di Il Dono, che spezza completamente il dramma melodico della sua strofa (che mi ricorda la miriade di gruppi post-grunge vagamente riconducibile ai primi Stone Temple Pilots) in un ritornello tanto violento quanto di presa. Fedor divisa in due parti, stronca prima l'ascoltatore con la sua potenza vagamente “RATM meet Pearl Jam” (o simili) per poi cadere in un incipit di matrice sperimentale ricondotto, nella seconda sezione, alla potenza della prima parte, terminando in uno stop tanto improvviso quanto d'effetto. Pulce riporta alla mente alcuni settori della produzione di CCCP e Marlene Kuntz, già sopracitati (soprattutto i secondi), un brano comunque costruito con la struttura delle band grunge a cui ci siamo già riferiti. La melodia prevale infine nel pezzo finale, Diamond, forse una delle più belle del disco per l'atmosfera che creano i suoi arpeggi para-malinconici. Elencare ulteriori band d'influenza è superfluo, probabilmente si è già fatto anche troppo, e per fugare ogni dubbio si sappia che gli Indovena evidentemente non sono atti ad una scopiazzatura che sicuramente alcuni critici contesterebbero, ma anzi rielaborano con grande consapevolezza e un certo “savoir faire” un grande campionario di sonorità e stili diversi, con un sound personale e una produzione quasi da major. Che non è poco, comunque.
Rimane solo una cosa da specificare. Gli Indovena non stanno facendo nulla che nessuno abbia fatto prima, se non miscelare un numero indefinito di influenze in un prodotto finito diverso da chiunque, in Italia, osando laddove i
Litfiba hanno provato all'inizio degli anni novanta e producendo un disco (il loro secondo) fresco e di forte impatto. Purtroppo i riferimenti della band rimangono abbastanza evidenti annacquando la papabile originalità di un lavoro comunque di alto lavoro artistico, per il profilo assolutamente elevato che una combinazione di ottimo songwriting, maturità musicale e abilità strumentali sopra la media (con un pizzico di pretenzione) rivela pienamente.
Con tutti gli appelli d'esame passati non si può dire altro che: disco consigliato. Lasciate andare la marea, ma soprattutto procuratevi questo disco. 
Voto: 7+ 

sabato 6 marzo 2010

La Fame di Camilla - Buio e Luce (Universal, 2010)


Il singolo Storia di Una Favola, l'esibizione sanremese, la ribalta, un po' di voglia di farsi sentire. Arriva come un fulmine a ciel sereno La Fame di Camilla con un lavoro che spiazza, di ispirazione un po' datata ma diretto ad un pubblico giovane, oscillante tra gli echi quasi psichedelici di chitarre effettate con eterei delay, fino a qualche ritmo più pop alla Velvet dei primi tempi, tanto per rendere chiare un po' di intenzioni.
Una band senza troppe pretese a livello di suono, il che è un bene. E' pop che potremo quasi definire d'autore, ma che si inchiostra su carta come un ben architettato organigramma di piccole perle da classifica, dove una voce facilmente definibile “la versione più radiofonica di Max Zanotti dei Deasonika” e un apporto strumentale a metà tra i Coldplay e gli U2, non tralasciando la tradizione indie/alternative italiana, si fondono in un prodotto finito notevole.
Buio e Luce, Nuvole di Miele e Non Amarmi Così sono effettivamente canzoni pop di elevata fattura, la seconda con un arrangiamento che mi ricorda alcuni singoli di Francesco Renga (non è sempre un difetto, tranquilli!) e l'ultima le canzoni più melodiche dei Verdena con un ritornello di Bianconi. Ma a cantare è sempre lui, Zanotti esportato a RDS. E anche questo non è un difetto.
Spazio per rimandi acustici alla vecchia tradizione cantautorale italica in canzoni come Il Mostro, per non snobbare la quantomai funzionale connessione tra musica leggera e panorama alternativo che coi La Fame di Camilla si solidifica ulteriormente, in un ponte che in Italia continua a generare sempre più band da ascoltare senza particolari difficoltà digestive a carico degli ascoltatori meno esperti. Però ti prego Pensieri e Forme è proprio un plagio dei poveri Deasonika. Stavolta si. Per il resto un buon disco. 

Voto: 7- 

venerdì 5 marzo 2010

Tre Allegri Ragazzi Morti - Primitivi del Futuro (La Tempesta, 2010)


Il nuovo album dei Tre Allegri Ragazzi Morti è sostanzialmente una sorpresa. C'è poco da dire. Nonostante l'avessero detto con un'intervista su Rockit e qualche comparsata su giornali vari, il tutto spiazza. L'anima punk adolescenziale rimane, in pezzi come La Ballata Delle Ossa, ma l'anima del disco è completamente cambiata. Toffolo e co. stanno crescendo, e i testi lo confermano. L'impegno politico aumenta, anche se i testi rimangono prevalentemente “light”, dato che l'ispirazione folk sempre sgocciolata fuori dal loro codice genetico continua a mantenerli su stilemi che li renderanno sempre riconoscibili. La loro distintività si perde un attimo nelle novità del disco; una su tutte, il levare. Una soluzione ritmica che quasi mai hanno utilizzato in passato, anticipato da alcuni set acustici nel tour precedente, quando erano molto più avvezzi al quattro quarti diretto, che li porta a navigare verso nuove sponde più vicine al mondo reggae degli Africa Unite (con un pizzico di ska), una ventata di fresco che li farà certo veleggiare alti nei giudizi della critica e del pubblico meno “chiuso”. Certo, ci sarà chi si lamenterà, ma sentire una band così che dopo quasi vent'anni di carriera si rinnova completamente stupisce. E di brutto anche.
Così brani come La Faccia della Luna, Puoi Dirlo a Tutti e So Che Presto Finirà sembrano l'incontro perfetto tra i Sud Sound System che per una volta cantano in italiano, Bob Marley e i Negrita latineggianti d'ultima generazione. E la voce di Davide Toffolo sopra ad un contesto simile fa la sua porca figura. Ti toglie ogni dubbio Codalunga, verso la fine del disco, storia di un personaggio che appunto si chiama così, a cui “piace il sesso”, che “non sa quando è nato, si guarda allo specchio, non vive il social network”. Come dicevo prima, le storie da teenagers sono più collegate ad uno sguardo critico che si sente molto di più in Primitivi del Futuro, ispirata, come il titolo del disco, dal fumettista Robert Crumb che così intitoltò (in francese) una sua band.
I Tre Allegri Ragazzi Morti ormai sono invecchiati, e la maturità nel loro sound, che già si sentiva nel disco precedente (di molto inferiore a questo come qualità dei brani e del songwriting, forse anche dei testi), finalmente si fa sentire. C'è poco da dire, ben vengano altri dischi come questo, magari con l'ultimo ingrediente che ancora non hanno inserito: l'elettronica. Manca solo quella. In ogni caso non acceleriamo i tempi e godiamoci un grande disco da parte di una delle band cult del panorama alternative italiano.
Hai mai sentito parlare di uno zombie che canta?
Voto: 8

giovedì 4 marzo 2010

Archie Bronson Outfit - Coconut (Domino, 2010)


Tracklist
Ascoltando questo trio inglese si ha subito l'impressione che il “tessuto spazio-tempo”, come lo avrebbe chiamato il leggendario Doc di zemeckiana memoria, si sia piegato in due, collegando gli anni '80 e il 2000 in un istante. Il punto d'incontro, precisamente, sarebbe la stretta di mano tra Ian Curtis e lo stuolo di seguaci di prima data con il garage rock più recente (White Stripes?) imbellettato anche con un po' di elettronica.
Ce lo dice subito chiaro e tondo la traccia d'apertura, Magnetic Warrior e la sua diretta consecutiva in tracklist, quasi in unica striscia vincente, Shark's Tooth, ballabile frammezzo tra gli Wire, i Franz Ferdinand e gli Arctic Monkeys (si va beh, anche a tanti altri), con lo sguardo comunque (molto) più rivolto agli anni '80 che alle ultime band dell'ondata new wave. C'è poco da ridere, perché questi fanno sul serio. Chunk si danza con movimenti lenti e neanche troppo aggraziati, sarà il beat minimale o i dozzinali sintetizzatori che fanno comunque la loro porca figura, anche per la resa catchy del brano stesso, che ne guadagna anche sulla durata apparentemente esagerata. No, non lo è. E' forse un dato di fatto che la Domino è una casa discografica troppo monotematica, ma l'ultimo disco delle “scimmie artiche” risuona di nuovo quando ascolti Bite It & Believe It: per l'ultima volta, finalmente. In Hunt You Down stiamo ascoltando i Babyshambles più devoti a Curtis post-suicidio, ma non è questo l'apice del disco. Quando i Joy Division più frenetici hanno già lasciato spazio alle incursioni garage di Captain Beefheart, degli Who e degli Wire (garage come Meg e Jack lo hanno portato in essere), ci sentiamo effettivamente vicino ai due White. E' il caso del punkettone, anche un po' Ramones volendo, di Wild Strawberries, un hit da concerto, o del “brano-doppio” 6.1 You Have A Right To A Mountain Life/6.2 One Up On Yourself, con i suoi echi di pesante brit-pop svezzato a colpi di depressione cronica alla New Order, Clash decaduti o post-punk tipo Gang of Four o roba simile. Paragoni a parte, questa accozzaglia funziona davvero. Chi l'avrebbe mai detto? C'è chi, come me, si è dichiarato più volte stanco di sentire gente che idolatra Ian Curtis a tal punto da volerne imitare le gesta (solo musicalmente, per fortuna), un po' come facevano in molti con Cobain, ma anche stavolta c'è chi ha saputo dimostrare che ne vale davvero la pena, perché questo disco punterà di nuovo i riflettori contro Domino e le sue uscite sempre a passo coi tempi.
Lunga vita agli ABO e a band come queste. Che il garage sia con voi, aspettando che Jack White la faccia finita di fare milioni di progetti paralleli e si dedichi di più alle strisce. Con buona pace del povero Morgan

Voto: 7 

mercoledì 3 marzo 2010

Hot Chip - One Life Stand (EMI, 2010)


Sono già passati sei anni dall'ottimo "Coming On Strong", semplice ed intelligente perla d'elettronica sintetica e ad alcuni tratti minimale, forse per celebrare quei bei tempi passati (gli eighties), ispiratori di centinaia di isolati revival che non prendono mai forma in un corpo unico come potrebbero. E questa è una fortuna. Non è una fortuna invece che gli Hot Chip siano andati sempre peggiorando, la loro spinta innovativa scemando, la loro creatività svanendo. Il synth-pop di questo "One Life Stand" si sopporta a malapena quando devi fare l'esperto di video in heavy rotation su MTV Brand New, dove non possono mancare i singoli di un disco come questo, sarà che gia dalla opener track Thieves in The Night, passando per I Feel Better (fanculo febbre da vocoder!) e We Have Love, respiriamo un'aria troppo dance, soprattutto nella seconda traccia, come se stessimo parlando di qualceh prodotto M2O o da far remixare al Gabry Ponte (per fortuna non più tanto in voga, tra le altre cose) di turno. Speriamo che non lo noti David Guetta. Questi tre potenziali singoloni sfrecciano veloci nella loro atmosfera ballabile, risultando comunque i pezzi più "d'impatto" tra i (solo) dieci proposti. Sfuggono via praticamente indolore brani più tradizionali come Hand Me Down Your Love e la quasi spenta Alley Cats, per lasciare comunque spazio a episodi più depechemodiani che finiscono per essere anche i migliori, purtroppo. Take It In, ultima in tracklist, e Brothers, ne sono evidenti dimostrazioni. I sintetizzatori svolgono il loro lavoro più cristallino ed apprezzabile nella title-track, che paga più tributo alla rimarchevole prima produzione degli Hot Chip che agli ultimi lavori, con un mood vagamente Moby che quasi sorprende.
Ripetere incessantemente che la musica del nuovo millennio è priva di novità e non sta dando nessuna nuova impronta al corso dell'evoluzione del suono e della produzione discografica ha anche stancato, seppur sia ormai un assunto indiscutibile. Gli Hot Chip però non rappresentano appieno questa spirale involutiva, incarnando quel tipo di elettronica che sta andando di moda sotto una veste più personale, sempre riferendosi a volti più noti del settore, ma lasciando il segno in maniera individuale. C'è poco da gioire però quando in soli sei anni sono passati da elettronica post-kraftwerkiana di alto livello a pezzi da Kylie Minogue registrati durante una sbronza delle peggiori. Salvando il salvabile, una sufficienza striminzita, per i giri catchy assolutamente devastanti per la memoria (a volte un po' meno). Ma la fine è vicina.

Voto: 6

martedì 2 marzo 2010

Fish and Clips # 4: Parte 2

SPECIALE WEEZER


E questa è la seconda parte, con i video dell'ultimo decennio (2000-2010) degli Weezer. I video sono quasi tutti molto simpatici, e in fondo trovate un embed tanto per riempire un po' il post altrimenti troppo vuoto. Credete davvero che con un post al mese questa rubrica sia fatta da qualcuno che ha voglia di scriverla? Per vedere quello che ho voglia di scrivere guardatevi le recensioni. Ed evviva gli Weezer!

2001. Hash Pipe
2002. Dope Nose
2004. Slob

lunedì 1 marzo 2010

Edo/Juliette Lewis/Amari

EDO - NASO A TRAMEZZINO EP (7.5 su 10)

Edoardo Cremonese, in arte Edo, è un veneto espiantato in Lombardia che ha deciso di portare la sua musica cantautorale di stampo ironico nella capitale dell'indie italiano: Milano. Piccole perle di simpatiche avventure giovanili raccontate da un universitario dal grande estro creativo, in questo disco particolarmente evidente nella varietà delle canzoni (molto superiore rispetto alle sue vecchie creazioni): “Naso a Tramezzino”, il tributo al comico Albanese “Frullatore d'Acqua Dolce” e la funny story “Coinquilino Fernando” sono potenziali tormentoni per feste di Erasmus e compleanni tra amici, ma Edo punta più in alto. Raffinata pop music da un giovane che ha tanto da dire. E si sente. 

JULIETTE LEWIS - TERRA INCOGNITA (6 su 10)
La solita Juliette Lewis con le solite canzoni. Sollevarsi dalla noia, compito duro, si può fare: ci sono in effetti brani come Hard Lovin' Woman, con le sue impronte fortemente blues e rock anni '60, e Fantasy Bar, col suo piglio potenzialmente da MTV ma che rischia di annoiare alla lunga. La produzione, affidata all'onnipresente (è un po' il Favero internazionale) Omar Rodriguez Lopez, è ottima, così come è ottimo l'apporto musicale, ma le solite tiritere alla voce e i consueti riff da Juliette Lewis stanno iniziando a stancare. Ultima volta che un disco così può raggiungere la sufficienza. 

AMARI - POWERI! (5.5 su 10)
Amari, Amari. E pensare che i dischi precedenti avevano ancora qualche perla. Sembra proprio che il "manager nella nebbia" degli Amari sia proprio andato a sbattere contro uno di quei "cartelli stradali" che loro stessi citano. In questo Poweri! le canzoni sufficienti si contano sulle dita di una mano, magari perché la blogosfera si è stancata di pubblicizzarli e di elevarli a redentori della musica elettronica italica. Salva Your Kisses, Dovresti Dormire e Ho Fatto Un Po' di Casino, che sembra quasi il tributo agli Zen Circus degli ultimi anni + loop dei Bloody Beetroots, poi ci siamo. Su questo disco c'è poco altro da dire, pop d'autore che d'autore non è più, musica per giovani fatta da non giovani. E si sente. Basta.

domenica 28 febbraio 2010

Mavis (presented by Ashley Beedle & Darren Morris) - Mavis (!K7, 2010)

Tracklist

MAVIS è un progetto nientepopodimenoche di Ashley Beedle e Darren Morris. Per chi anche googlando non ha scoperto chi sono, niente paura, non sono necessarie tante informazioni anagrafiche per l'ascolto di questo disco, però giusto per dovizia di dettagli Beedle è un DJ e produttore inglese, così come il suo partner in questo progetto. Cos'hanno deciso di fare? Ascoltando Mavis Staples hanno composto un album strumentale da far poi cantare, mentre gli anni passavano (l'idea è nata nell'ormai lontano duemilasette), a un nugolo di artisti del panorama underground, anche se a volte si parla di qualche nome più noto alla stampa patinata (vedi Kurt Wagner dei Lambchop o Sarah Cracknell, front degli inglesissimi Saint Etienne). Il risultato rappresenta tutta una serie di cliché dell'elettronica e del pop d'autore in una maniera tanto variopinta quanto originale, non solo grazie alla collaborazione di tutti questi nomi, ma anche per l'ispirazione di Staples, definito quasi un'icona dai due produttori britannici.
Calandosi nel disco è impossibile non notare pezzi come l'opener Gangs of Rome (cantata proprio da Wagner dei già citati Lambchop) o Nemesis Required (con Cerys Matthews direttamente dai Catatonia), esempi di una traduzione diretta di passato a futuro in musica digitale, quasi estemporanea rispetto al contesto nella quale è calata, quella dei blog, dei social network, dello scrobbling. Siamo in un mondo diverso ma questa musica si propone come filo comune tra la lotta per i diritti civili al songwriting più leale e coraggioso, ed è per questo che quasi ci si commuove per l'onesto intellettualismo compositivo di brani come Let Your Love Shine e Feeling Lucky, in chiusura.
Il sottoscritto si sente in dovere di dichiarare apertamente la sua poca cultura in questo genere, ma c'è una cosa che evidentemente ha bisogno di palesare: questo disco sa emozionare, e brilla come una stella-guida all'inizio di un duemiladieci che si preannuncia fantastico se guardiamo le uscite che lo stanno fregiando di un'imprescindibile qualità musicale. Saranno contenti i discografici? Con un progetto poco vendibile come questo senz'altro no, ma a chi cerca originalità, decontestualizzazione, composizione ad alti livelli e un'iconoclastia quasi “romantica”, lontana dall'estetismo di quelle band elettroniche sempre più intente a complicarsi la vita dietro a sintetizzatori e vaporosi suoni computerizzati, si consiglia vivamente di immergersi nel progetto di Beedle e Morris. Ne rimarrete estasiati. 
Voto: 8.5 

sabato 27 febbraio 2010

Zero2 - Vivere da Adesso (Afre Music, 2009)

Tracklist
La prima cosa che si nota prendendo in mano la confezione di questo disco è l'occhio di bue metaforicamente puntato sulla musica leggera italiana. I titoli ricordano canzoni di Ligabue, Battisti, Laura Pausini et similia, e la copertina certo non lascia presagire grandi cose. Il contenuto del disco però non si misura dalla sua confezione e se la recensione di “Vivere da Adesso” deve, come ogni pezzo di critica, essere obiettiva, sicuramente deve ammettere che in questo disco non si trova neppure una nota o una parola che già non sia stata detta o suonata in tutte le salse nella musica pop e rock da classifica all'italiana. Tra Negramaro, Timoria (più che altro Renga), il già citato Ligabue e i Negrita più commerciali, gli episodi migliori sono i primi tre brani della tracklist (due dei quali, sicuramente per un motivo, sono anche i due singoli). Si tratta di Vivere da Adesso, la title track, Bella di Notte e Al Centro del Tuo Mondo, entrambe banali composizioni che però colpiscono al primo impatto, con la loro struttura semplice e melodie che sanno penetrare nella mente dell'ascoltatore. E se la verità è che quasi tutti i brani sono sopra la sufficienza, presi singolarmente, bisogna dire anche che il disco, nel complesso, non convince. Troppo monotematico, troppo sbiadito. Forse troppo “radiofonico perché si deve”. In ogni caso i testi sono buoni, per il loro scopo, e le melodie azzeccate (le chitarre fanno un ottimo lavoro tecnicamente), mentre non si può dire lo stesso del songwriting abbastanza “stilizzato” rispetto a quello che si pretende da un disco rock che sembrava poter rivoluzionare qualcosa. Il Volo, Emozioni e Senza Te rappresentano alla perfezione questo trend, mentre La Mia Luna è forse il pezzo che puzza meno di “già sentito”, senza misinterpretare questa definizione perché, come già detto, non si può parlare di novità.
Una recensione come questa, in certi contesti, sarebbe definita una stroncatura. In realtà tecnicamente la band ci sa fare e la produzione è adeguata al tenore della band. Quello che manca è un diversivo, qualcosa che devii dalla rotta del semplice prodotto che vuole vendere anche se non ha i contatti per farlo, per portarsi davvero agli occhi e alle orecchie del pubblico. E forzare questo tipo di percorso quando ci sono le potenzialità per fare ben altro spesso produce risultati difficili da valutare, carini ma nulla più, ascoltabili ma privi di originalità e di un corpo solido dal quale estrarre qualcosa per produrre un giudizio complesso e completo.
Lo si manda giù tranquillamente, ma con le capacità di questi ragazzi (e la bella voce di Rocco Bronte) ci si può dare tutta la libertà di desiderare (anzi, pretendere) molto di più. 

Voto: 5 

venerdì 26 febbraio 2010

Fish and Clips # 4: Parte 1

SPECIALE WEEZER

 

I Weezer, i più celebri nerdacchioni losangelini, hanno dedicato gran parte della loro carriera musicale, peraltro piuttosto colorita, a divertirsi con il loro look molto "vogliamo restare sempre giovani e antifiga". I dischi, per il sottoscritto, sono stati quasi tutti sopra la media, con un sacco di hit radiofoniche azzeccate, ritornelli che da anni non mi si tolgono dalla testa e concerti, a giudicare da YouTube, molto buoni. Una cosa che li ha contraddistinti da sempre, è la simpatia dei loro video. Sempre qualche idea per far ridere o semplicemente per distinguersi. Di seguito trovate tutta la videografia con link per YouTube. Questa prima parte di Fish and Clips è dedicata ai video usciti negli anni '90, la seconda...beh provate a indovinare?

1996. El Scorcho 


giovedì 25 febbraio 2010

Michel - Bombe (Latlantide, 2009)

Tracklist

Michel non è uno dei soliti volti noti della scena rap e forse questo è un bene. Se negli ultimi anni l'hip hop italiano ha raggiunto le vette delle classifiche spinto dall'Universal e dalle altre major che hanno sostenuto e mandato in alto Fabri Fibra, Mondo Marcio, Nesli ed altri, è anche vero che l'underground italiano in questo genere non si è mai fermato ed ha continuato a pulsare ininterrotto, producendo piccole e grandi perle che i fanatici non si sono sicuramente lasciati scappare.
Bombe” di Michel potrebbe, potenzialmente, essere una di queste perle. Con il suo rap a volte legato a cliché della scena più radicale, i beat americani importati in Italia negli anni '90 da Bassi Maestro e pochi altri, a volte più moderno ed innovativo, mette su disco delle vere e proprie “mine” che qualsiasi beatmaker apprezzerà. Nelle derive di protesta sociale i picchi del disco: la fame chimica e la legalizzazione della marijuana di Ancora, la crisi non ancora termini post-Goldman Sachs in Dentro le Tasche, i rapporti con le altre persone in Tu Scappi e Non Ci Capiamo. I numerosi ospiti alzano il livello del disco ma non è certo Michel (per altro produttore dei celebri Metro Stars) il meno abile, che infila rime assolutamente azzeccate, da invidiare l'outsider del rap, Caparezza, restando comunque ancorato alla tradizione hip hop underground. Citiamo tra gli ospiti i più conosciuti: Jack The Smoker (con il quale sgancia l'esplosiva Se Ti Va), Maxi B (già collaboratore di Yoshi, Nesly Rice, Esa e Medda, anche lui presente) e il gruppo Massakrasta.
Le “bombe” di Michel sono 20 (compreso un remix) in questo disco, e almeno 15 dei pezzi risultano abbastanza orecchiabili da poter penetrare nella testa anche dei più distanti dal rap, ma è quasi certo che un esperto del genere rischia di affezionarsi ad un album come questo senza staccarsene più.
Da un non esperto, un gran consiglio per gli aficionados.

Voto: 7.5
Recensione scritta per Indie for Bunnies - link

mercoledì 24 febbraio 2010

Il Disordine delle Cose - Il Disordine Delle Cose (Garage Ermetico Records, 2009)

Tracklist

A Novara c'è disordine. E se questo disordine ci fosse anche in altre città italiane, forse sarebbe meglio.
Scusate l'incipit già un po' lecchino ma è ascoltando questi dischi che ci si rende conto, quest'anno in maniera non più tanto “sorprendente” (vista la mole di bei dischi usciti), che la scena italiana pulsa di nomi validi che non decolleranno, forse, mai. Ma ci vogliono le palle per andare avanti comunque. Questo “disordine delle cose”, aiutato ad espandersi in tutta la sua entropia da artisti del calibro di Paolo Benvegnù, alcuni membri dei Perturbazione (Diana, Cerasuolo, Giancursi e C. Lo Mele), Syria, Naif, Marcello Testa dei La Crus e tanti altri (ad evidenziare l'aspetto ambizioso del progetto) in verita suona tutt'altro che caotico. Un disco composto, di classe, elegante e con una vena di raffinatezza che risale direttamente a certe tradizioni cantautorali di notevole splendore qui nel Bel Paese. L'Altra Metà di Me Stesso ha anche la discrezione di suonare orecchiabile, col suo testo a metà tra la lirica di Benvegnù e quella del buon vecchio Battisti (“tu che sei invincibile non sei mai come vorrei”), un po' come L'Idiota e L'Astronauta, vignette quasi monografiche di personaggi a noi molto noti (l'idiota, come si nota dal booklet, sembra riferita al nostro attuale premier, anche se il testo non fa mai esplicito riferimento se non citando un “presidente”). Toni soffusi rubati all'indie pop più pacchiano, magari dalla Scandinavia o dall'Inghilterra, si impennano in Piume di Cristallo e La Mia Fetta, dove la malinconia di questo “disordine” si esprime in tutta la sua potenza dirompente (e sempre senza distorsioni), grazie ad un'intelligentissima fusione con alcuni stilemi del jazz . Ma ci sono anche i toni rock di Muscoli di Carta, Don Giovanni e Il Pittore del Mondo, a volte vicini ai Marlene Kuntz più recenti ma mai distaccandosi dal pop e dalla melodia (nessuna traccia del noise che va tanto di moda inserire ovunque ultimamente).
Produzione ottima, esecuzione più che buona (ravvivata dall'inserimento di alcuni archi, suonati da ospiti come Max Gilli ed Elena Diana), con particolare merito da dare alla voce che sottolinea brillantemente i suoi passaggi da protagonista. Uno sguardo ai testi è di dovere, per il fattore “estetico” del disco che non è da sottovalutare.
Tutta la voglia di disordine scompare all'improvviso, e nella compostezza di questo disco trovate il cuore soft-romantico di una scena italiana sempre più vivace e devota al passato cantautorale che l'ha resa grande. E il folk con lui. Gran disco.
Voto: 7.5

martedì 23 febbraio 2010

Il Teatro degli Orrori Live @ CSO Rivolta, 20 Febbraio 2010


Setlist 
Foto di alta qualità della serata (by Eleonora Cagnani)

Sabato 20 Febbraio 2010 al CSO Rivolta di Marghera. A Venezia si respira un'aria rock, nei maglioni a righe e nell'aria che sa di alcol, oltre a quella delle ciminiere, e quando il rock lo portano Capovilla e soci si parla sempre di grandi concerti e gente che poga e suda in maniera, volendo, esagerata. 
Subito dopo la fine del breve set dei veneziani Love in Elevator arrivano sul palco gli attesissimi Pierpaolo Capovilla, Gionata Mirai e soci. La formazione è nuova: Manzan di Baustelle/Bologna Violenta a chitarra, synth e violino, un nuovo bassista, solito batterista supercialtrone (in senso positivo) a distruggere il suo set al limite del minimale. La potenza del Teatro degli Orrori la conoscono tutti quelli che hanno perso l'udito (e la schiena) ai loro concerti. Distorto che ti spacca la faccia, cambi di tempo che ti lasciano di sasso, grida impazzite del Pierpaolo-profeta che col suo modo di fare da "sempre ubriaco" ti stupisce, anche quando si getta sul pubblico e cade per terra (in testa a Jacopo di GTBT che l'ha dovuto anche aiutare a rialzarsi), si mette in bocca qualsiasi cosa gli passi il pubblico (spinelli o sigarette, bottiglie di vino, qualsiasi cosa...) e ti balbetta di televisione, di fare l'amore e di partigiani. L'importante è ascoltarlo. Per lui un concerto rock è "fare cultura", e se questi sono i modi dovrebbero essere tutti molto contenti di starci.
Gli errori molto frequenti di batteria e chitarra sono comunque ridotti nel loro "impatto negativo" da un sound che nel suo overall è talmente pieno e maestoso da coprire sé stesso: in effetti anche l'acustica del Rivolta non aiuta molto ma in un concerto così "fisico" ascoltare non è una priorità.
La setlist passa praticamente per tutto l'ultimo disco, "A Sangue Freddo", con l'eccezione di due brani, e spiccano per resa Majakowskij, A Sangue Freddo e Due (in apertura). Un po' troppo farfugliata con la voce Alt!, proposta solo di recente ai concerti, e molto deludente la nuova versione di Direzioni Diverse, più atmosferica nella versione direttamente presa dal remix dei corregionali Bloody Beetroots. Ma non lamentiamoci troppo, perché un concerto così ha ben pochi difetti, e lo capiamo ulteriormente se dopo 1 ora e 30 di ritmi serrati e distorsioni al limite del "grezzo", ci sparano un bis con cinque pezzi dal primo ruvido disco: Vita Mia, E Lei Venne!, Dio Mio, Compagna Teresa (una delle migliori in assoluto) e la novità (in questo tour) L'Impero Delle Tenebre.

Un concerto così, dedicato praticamente più ai fan che a "gente di passaggio", lascia comunque il segno. Che sia l'atteggiamento sopra le righe di Pierpaolo, la batteria sclerata di Franz o il pogo schiacciaossa qualcosa rimarrà in mente, e a me è rimasta la bellissima Per Nessuno, inedito escluso dall'ultimo disco e reperibile nel singolo di A Sangue Freddo. Tiro punk schizofrenico, testo molto malinconico (come sempre, come l'altra sorpresa in scaletta Maria Maddalena), un bel modo di stupire. In ogni caso il Teatro degli Orrori più che un concerto propongono un'esperienza. Un'esperienza che consiglio.

* foto di Monelle Chiti
* video di Falafilm

lunedì 22 febbraio 2010

Sanremo 2010 (al primo ascolto o quasi)

Impossibile in queste settimane non aver sentito parlare del Festival di Sanremo, che come ogni anno attira l’attenzione di tutti (radio, televisione, giornali e giornaletti) per qualche caso particolare, per i metodi di votazione, per i vestiti delle vallette o per gli ospiti.
Forse sarebbe troppo banale parlare di musica nel corso di un evento che dovrebbe essere la vetrina della musica italiana?! Povera musica italiana...
Quest’anno siamo partiti col botto già quando Morgan se n’è uscito dichiarando in una intervista di fare uso di crack guadagnandosi (si, guadagnandosi) l’esclusione dalla manifestazione nonché pubblicità gratuita e grande attesa sul suo brano di cui tutti parlano e che nessuno ha ancora avuto il piacere di sentire.

* * *

(GIOVEDI)
È trascorsa la seconda (terza stasera) serata mentre scrivo ma i veri vincitori i network li hanno già decretati cominciando a trasmettere i brani più forti, ed io che ho la radio accesa tutto il giorno posso già fare qualche considerazione.

Finora ho sentito alla radio Malika (Ricomincio da qui), Irene Grandi (La cometa di Halley) e Marco Mengoni (sarei curioso di ascoltare Mengoni…cantato da Mangoni degli EELST), cioè quelli che effettivamente hanno presentato canzoni pop degne di questo nome.
Direi comunque che è esagerato parlare, come qualcuno ha fatto, di grandi stars o di capolavori dato che ad esempio il pezzo di Irene Grandi, scritto con il leader dei Baustelle, è quasi la copia di uno dei singoli della band toscana ("Charlie fa Surf"), mentre quello del vincitore di X-Factor sembra orecchiabile e adatto a mettere in evidenza le doti vocali del ragazzo (bisogna dirlo: la voce ce l’ha, anche se a me non fa impazzire il suo timbro). Certo che prima di dire che Marco Mengoni sul palco sembra una vera rock star, come qualcuno ha detto, ci penserei molto bene!
Diciamo due parole anche su Malika Ayane e sul suo brano, che è davvero riuscito e a parer mio ce lo ascolteremo per un po’ di tempo. Senz’altro è un bel periodo per questa artista che dal Sanremo dello scorso anno è cresciuta di fama e personalità… Spero soltanto che il nuovo disco non sia come il precedente, dove si salvano due brani ("Feeling better" ed il sanremese "Come foglie") mentre il resto era davvero soporifero!

Oltre a questi tre brani personalmente ho apprezzato quello di Enrico Ruggeri (forse sentire un brano che parte col basso a Sanremo mi ha fuorviato dato che lo suono pure io), dal quale però mi aspettavo un testo sugli alieni (hehe) dato il suo ultimo libro, e quello di Nina Zilli (L’uomo che amava le donne). Certo il brano di questa nuova proposta ne richiama alla mente mille altri a causa del suo stile sixties ormai ripreso da molti artisti a livello internazionale, ma la voce c’è ed è davvero interessante. Dimenticavo Simone Cristicchi, che anche questa volta è riuscito a stupire con il suo stile personale e con un testo pungente (la radio sta trasmettendo proprio adesso Meno male).

Rimanendo in ambito giovani proposte meritano di essere menzionati i Broken Heart College, che con la loro Mesi mi hanno fatto correre al bagno (ma che vogliono essere, una boy-band? Mah)… Altra corsa alla vista di Povia (già a sentirlo nominare mi viene l’orticaria…) che, alla faccia della musica leggera, ha presentato un pezzo contro l’eutanasia dal pretenzioso titolo La verità. La sua verità se la può anche tenere per lui e per il suo piccione!

E Arisa? Arisa, come l’anno scorso, ci ha spiazzati con un look vagamente anni trenta (tornati di moda) e con le sue coriste/i. Il testo del suo brano non è un granché, ma in compenso la melodia spezza la monotonia di un festival musicalmente intrappolato tra i soliti paletti. Io non ricordo di aver mai ascoltato bluegrass a Sanremo…

* * *

(VENERDI)
Sempre a proposito di stravaganze vorrei parlare di Pupo, che ha voluto far cantare(?) Emanuele Filiberto (ripescato) che se fosse per me dovrebbe essere ancora in esilio...
Un capoverso lo merita anche Valerio Scanu (ripescato pure lui dopo il duetto con la Amoroso), altro prodotto da talent-show il cui brano sembra uscito da una edizione sanremese di quindici anni fa: fortuna che ha solo diciannove anni, pensate se ne avesse avuti dieci di più.

Non pervenuti Sonohra (è giusto il posto della acca nel nome?!) e “Freddy Krueger” Moro, presentatisi con brani quasi uguali a quelli delle loro precedenti partecipazioni al festival.
E sempre a proposito del giovine duo veronese non si può non citare il “G3 de noantri” che hanno portato sul palco ieri sera con Dodi Battaglia (si, quello dei Pooh): lascio decidere a voi se è stato un picco musicale di questa edizione.

Molto apprezzabile, nella serata di ieri, la carrellata di artisti fuori gara che hanno omaggiato la manifestazione (della serie “è la sessantesima edizione e bisogna festeggiare”) cantando brani storici: Francesco Renga su tutti ha dimostrato ancora una volta le sue grandi doti, mentre al contrario Cocciante ha dimenticato, o forse ne ha volutamente cambiato le parole, il testo di "Volare"! Penso che anche i sassi lo conoscano a menadito...
Meritati applausi anche per Carmen Consoli, vestita anni trenta come Arisa ma di gran lunga più bella, ed Elisa, che ha eseguito un medley di tracce estratte dal nuovo lavoro; quando canta in inglese secondo me ha davvero una marcia in più e dal vivo tiene testa alle varie Pausini e Giorgia (spesso considerate di un altro livello).

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(DOMENICA)
Bene, siamo riusciti ad arrivare alla fine della kermesse (come dicono quelli bravi) anche quest’anno, con ascolti televisivi maggiori degli ultimi anni, con qualche pezzo davvero buono, con dei vincitori più o meno meritevoli e con le solite polemiche di chiusura.
Posso comunque dirmi d'accordo con i maestri d'orchestra del festival che hanno accolto il piazzamento del trio (Pupoprincipetenore) gettando sul palco gli spartiti: ci può anche stare che ragazzi che arrivano dai talent, avendo molta visibilità in tv, ricevano tantissimi voti dal pubblico arrivando in ottime posizioni con canzoni orecchiabili o comunque “sanremesamente” classiche, ma non è possibile che un brano come quello del trio di cui sopra arrivi secondo (melodia stra-sentita e testo francamente ruffiano, soprattutto se recitato da un principe che non meno di un paio di anni fa voleva un risarcimento in denaro per l'esilio della sua famiglia).
Ecco, sono cascato pure io nella polemica.
Non c'è soluzione, la polemica è nel DNA della manifestazione.
Io propongo di sostituirlo con l'Eurofestival come succede negli altri paesi europei...

domenica 21 febbraio 2010

Star Fucking Hipsters - Vol II: Never Rest In Peace (Alternative Tentacles Records, 2009)

Tracklist
Avete presente la scena punk americana? E' iniziato tutto coi Ramones, ma è troppo banale ripeterlo, lo so che lo sapete. Ma non è un caso che anche questi Star Fucking Hipsters vengano da New York. Ci sono poche parole da dire su un disco del genere, contiene tutti i cliché del punk statunitense, i power chord, i ritornelli spensierati ma contemporaneamente distruttivi (non solo a parole), aggiungendoci solo un piccolo cambiamento: la voglia di squarciare i timpani al povero ascoltatore con grida che a dirla tutta depotenziano solo il prodotto finale. Ma se alcuni dei componenti della band hanno le stesse ruvidissime gole degli ormai sciolti da tempo Leftover Crack e Choking Victim c'è poco da stupirsi.
Di per sé la furia punk rock di questi ragazzi quasi stupisce, come se non ci fossero già troppe band ad aver fatto la stessa identica cosa negli ultimi trent'anni. Saranno le brutte esperienze che gli sono capitate (la morte dell'ex frontman prima di completare il disco, ecc.), ma la furia che li fa gridare contro la tortura o altre forme d'ingiustizia (vedi la title track
Never Rest In Peace e Church and Rape) quasi li fa sembrare fin troppo cattivi. E ripeto, sarà l'urlato ma l'effetto sui miei timpani è piuttosto devastante. L'album, forse per l'impatto immediato, è più che ascoltabile, discreto nel complesso, anche se appunto manca di originalità (3000 Miles Away sembra abbondantemente copiata da Ramones e i primi Green Day), lasciando spazio però allo ska-punk allegro di The Civilization Show, gli scleri death metal di Allergic II Peoples e quasi heavy di SFH Theme, per innalzare un po' i toni e dare un po' di varietà al tutto.
I ragazzi non saranno grandi musicisti ma se vi piace il punk più grezzo (non solo l'hardcore punk), quello che si unge costantemente di metal creando le ultime sequele di strillatori che impazzano nei palchi dell'underground americano e scandinavo, gli Star Fucking Hipsters fanno assolutamente per voi. Altrimenti lasciate il CD sullo scaffale e andate a cercare qualcos'altro. Sgraziati. 
Voto: 6-