mercoledì 20 maggio 2015

Tempi Duri - Canzoni Segrete (Saifam, 2015)


La storia dei Tempi Duri parte all'inizio degli anni ottanta. Il fondatore Carlo Facchini conobbe Fabrizio de André e una catena di eventi presto portò alla nascita di questa band, in cui militava, oltre al chitarrista Loby Pimazzoni e al batterista Marco Bisotto, lo stesso figlio del Faber, Cristiano. Così nel 1982, per la Fado di Fabrizio de André e Dori Ghezzi, usciva il successo di critica e pubblico "Chiamali Tempi Duri". Il seguito di quel disco, con la formazione originaria - ad eccezione di Cristiano de André presente in un unico brano - esce a trentatré anni di distanza per il gruppo Saifam di Mauro Farina.


Le corde di Pimazzoni sono la prima cosa che rimane in testa di questo "Canzoni Segrete". Con Mark Knopfler come stella guida, splendide in quei fraseggi eleganti e mai troppo complessi, sono le chitarre le principali responsabili dell'attualizzazione di un sound comunque ancora legato a quegli esordi, ma che il pubblico a cui si rivolge non potrà che trovare azzeccato. L'interazione tra Loby e l'ospite ed amico Massimo Germini (celebre per i suoi lavori con La Carboneria, Vecchioni, Van De Sfroos, Milva e molti altri) non può che impreziosire quello che è l'assetto melodico del disco, con Claudio Fiorini e Gino Marcelli al piano a completare egregiamente il quadro. Cristiano De André interviene in "Con Le Nostre Mani", uno dei pochi brani non politicizzati, mentre è forte l'influenza del padre anche in quanto a impegno dei testi e utilizzo delle metafore in "Italia Parte 2" e "La Sfida", i due pezzi forse più riusciti e in cui il nome della band rappresenta anche il messaggio veicolato dalle parole.
La geografia e il viaggio sono altre tematiche ricorrenti: in "Hong Kong", alla ricerca della pace interiore, oppure in "Giulietta", dove il tragico personaggio shakespeariano ci ricorda anche il legame della band con la loro Verona. Echi di Ivano Fossati o perché no, di Lucio Dalla, risuonano dalle corde vocali dell'abile e poliedrico frontman Facchini, sempre perfetto nell'interpretare una malinconia di fondo che lascia comunque spazi per riflettere ai margini della commozione e della rabbia sociale. Spiace un po' sentire un batterista come Marco Bisotto relegato a mero accompagnamento, ma è questo che accade nel 99% dei dischi pop.

Sospeso tra musica popolare, storia della canzone d'autore e pop rock raffinato di ispirazione americana, questo album riesce a far riflettere su quella che è una delle più naturali urgenze di chi ascolta musica: la spontanea identificazione con le liriche, con il mondo che narrano e che raccontano, possibile perché in risalto rispetto all'immagine, distrazione rispetto al messaggio (se esiste) nel pop di oggi.
Non era essenziale, e ci perdonino i Tempi Duri per questo giudizio, ma quando una band si ripresenta sulle scene con un prodotto di qualità, per quanto anacronistico, la scena tutta dovrebbe solo gioirne, al netto delle incertezze di tutti quelli che vedono nelle reunion un mezzo di facile guadagno (che visti i tempi, duri appunto, non sarà certo così abbondante).
La speranza è dunque quella che Facchini e soci continuino a produrre dischi del genere, magari senza lasciar passare altri tre decenni.

giovedì 14 maggio 2015

Patrizia Laquidara - RovigoRacconta, Piazza Vittorio Emanuele, 10/5/2015

Patrizia Laquidara
Foto di Andrea Mazzetto
Apro questo articolo chiedendo scusa ai miei lettori perché, stavolta, sarà necessario che io parli in prima persona. Non amo molto farlo quando parlo di musica perché, oltre ad essere un po' sgradevole, si rischia spesso e volentieri di cadere nell'autoreferenzialità. In questo caso però è necessario farlo perché, anche se a denti stretti, sono costretto ad ammettere che prima di assistere al suo concerto in Piazza Vittorio Emanuele II a Rovigo (all'interno della rassegna RovigoRacconta), non conoscevo Patrizia Laquidara. Questa cosa la dico  con ancora più rammarico dopo aver scoperto una sua collaborazione con Ian Anderson dei Jethro Tull, uno dei gruppi a me più cari, come chi segue questo blog saprà bene, ormai. Per fortuna, non è mai troppo tardi per imparare.

Patrizia LaquidaraDaniele Santimone
Foto di KaOs-Art
Devo premettere che non ero presente a RovigoRacconta in veste di giornalista ma, più semplicemente, in quella di spettatore, per cui, benché io abbia assistito a molti altri eventi degni di nota (i JapaneseButGoodies con Enrico Brizzi nel reading del suo libro "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", gli Psycodrummers, una lettura di Charles Bukowski dell'attore Alessandro Haber con il duo elettronico Alfa Romero...) non c'era niente che mi vincolasse ad una particolare performance. Questo per dire che, il piano iniziale era, molto volgarmente, di guardare un po' del concerto e poi di trascorrere il resto della serata altrove. Ovviamente, non è stato così. Per prima cosa, noto sul palco la presenza di due eccellenze: il chitarrista Daniele Santimone, che avevo già avuto il piacere di conoscere grazie al suo bellissimo CD "A Little Bartok" inciso in collaborazione con Ares Tavolazzi e Riccardo Paio, e il bassista Stefano Dallaporta, musicista per Ricky Portera e Maurizio Solieri, tra gli altri. L'inizio del concerto è particolarmente interessante, con la ninna-nanna Cubana "Durme Negrita" a cui, nel finale, si è sovrapposta quella Veneta "Nana Bobò", omaggio alla madre e alla nonna di Patrizia in occasione della festa della mamma. Il resto della serata è stato un miscuglio di brani originali, tra cui "Rose", "Senza Pelle", il cui testo è stato scritto da Giulio Casale, anche lui presente a RovigoRacconta, e "Mielata", e reinterpretazioni personali di brani del repertorio popolare moderno, come "Smells Like Teen Spirit" dei Nirvana e "Can't Get You Out of My Head" di Kylie Minogue.


Patrizia Laquidara
Foto di Andrea Mazzetto
Patrizia non tiene un atteggiamento da diva sul palco, eppure riesce a catturare totalmente l'attenzione del pubblico, in maniera garbata anche se molto presente. Ciò che ha ipnotizzato gli spettatori, comunque, è stato il cantato: oltre ad avere una timbrica molto particolare, la Laquidara utilizza la sua voce come uno strumento musicale vero e proprio e non solo come un mezzo per musicare le parole, grazie anche alla sua notevole estensione vocale, che le permette di passare da alti a bassi estremi in maniera assolutamente naturale. I due musicisti che l'hanno accompagnata si sono dimostrati certamente all'altezza del loro compito ( ...come se avessimo avuto dubbi!). Daniele Santimone ha esibito un playing raffinato, gustoso e perfettamente funzionale alla musica, mentre Stefano Dallaporta ci ha riconfermato di essere un eccellente bassista, offrendo un sostegno solido, mai invasivo, ma presente e portante: impossibile dare questa qualità alla musica senza di lui. Insomma, un connubio invidiabile. Immediatamente dopo il concerto, della durata di circa un'ora e un quarto, corro subito al banchetto del merchandising. Dei tre album in vendita, scelgo di comprare "Funambola" uscito nel 2007, dalla cui scaletta mi sembra di scorgere la maggior parte dei brani che ho preferito durante la serata, e mi reco dietro al palco per congratularmi con i tre personaggi che ci hanno regalato (letteralmente: la serata era ad ingresso gratuito) dell'ottima musica. Oltre a fare i meritatissimi complimenti a Dallaporta e a Santimone, decido di avvicinare Patrizia Laquidara per farmi autografare il recente acquisto. Mentre firma la copertina, sono costretto a sputare il rospo: "Devo purtroppo ammettere che non ti conoscevo prima di stasera" spiego "ma credo di essermi innamorato di te. Vuoi sposarmi?". Lei mi guarda e ride. Accidenti, non mi ha preso sul serio!

Stefano Dallaporta, Patrizia Laquidara, Daniele Santimone
Foto di Andrea Mazzetto

mercoledì 1 aprile 2015

Il Rebus - A Cosa Stai Pensando? (Volume! Records, 2015)

A cosa stavano pensando Il Rebus quando come centinaia di altri artisti decidevano di addentrarsi nel mondo dei testi di denuncia? Si sa, in questo campo vige l'enorme rischio di banalizzare problemi morali, etici, storici e politici di grande portata nello schema strofa-ritornello o nel testo in rima, così come quello di non poter reggere il confronto con chi queste cose le ha fatte prima e meglio. Si tira in ballo Adriano Sofri, giornalista, scrittore e attivista triestino, le cui vicende politiche meritano senz'altro un approfondimento ancor prima di approssimarsi all'ascolto di questo disco, in cui ben due testi prendono a piene mani dalle sue parole ("Questo Non è un Uomo", "Nei Ghetti d'Italia...", quest'ultima riguardante gli scontri a sfondo razziale avvenuti a Rosarno a inizio 2010). Si parla di religione, di imprenditori che in piena crisi economica decidono di farla finita, del qualunquismo italiano che forse contraddistingue questa nazione più di tante altre sue caratteristiche, dei disordini di Roma di Ottobre 2011 ("Roma Brucia"). Soppesata attentamente la qualità testuale, il lirismo di queste musiche, la caparbietà di alcune scelte negli arrangiamenti, la bellezza di questo album risiede però forse meno nelle parole che nella musica.


"A Cosa Stai Pensando?", prodotto da Max Zanotti (membro attivo dei Rezophonic nonché leader dei defunti Deasonika e più che apprezzabile autore di materiale solistico), si fregia di sonorità a cavallo tra la canzone d'autore moderna e il pop-rock anni '90, deragliando spesso però verso linguaggi post-rock e new wave. L'olimpo del quartetto comasco è variegato, ma abbastanza eterogeneo da poter essere tracciato comodamente: Ritmo Tribale, Paolo Benvegnù, Timoria, l'esplosione di imitatori di CCCP e CSI, ma anche i Marlene Kuntz più intimistici di "Uno", la stranissima "Eneide di Krypton" dei Litfiba e alcuni ondivaghi ammiccamenti al recitato-parlato di Emidio Clementi e Max Collini. Spesso i testi trovano la loro migliore espressione se associati alla veemenza di alcune deflagrazioni, mai improvvise né inaspettate, ma incastonate nella struttura del pezzo comunque con grande originalità ("Avere Trent'Anni", riascoltata più volte, assume tonalità quasi epiche, per non dire solenni). La costruzione dei brani appare sempre, dal primo all'undicesimo e ultimo brano, intelligente, ponderata, equilibrata, dosando tutti gli ingredienti in un bilanciamento perfetto di alti e bassi, di magniloquenza e leggerezza, di pacatezza e frastuono.


In piena tradizione italiana, i quattro subordinano spesso - ed è un peccato - le musiche alle liriche. Intendiamoci, i testi sono ottimi, mai triviali, ben scritti e concepiti, ma in alcuni brani l'impressione è quella di una forzatura rispetto ad un contesto che avrebbe reso meglio lasciando agli strumenti il ruolo di protagonisti. Tolto questo limite, che di fatto è solo un punto di vista del'autore che non intende criticare le scelte lessicali e retoriche né i contenuti, il disco fila liscio dall'inizio alla fine, trovando nel suo riferirsi alla stessa parte di storia della musica che chiunque sfrutta per fare soldi da vent'anni a questa parte proprio il suo punto di forza. Notevole è il tentativo di prendere ogni legame con altri artisti e rivoltarlo a proprio favore, marginalizzando le citazioni e i richiami così da renderli talmente poco tangibili da essere solo venature, sfumature, tonalità che dalle retrovie fanno brillare ulteriormente un album che negli anni a venire sarà sicuramente rivalutato e inserito nelle cronache dei migliori dischi del duemilaquindici.


mercoledì 25 marzo 2015

Toto - Toto XIV (Frontiers Music, 2015)

Da un punto di vista tecnico, un nuovo album in studio dei Toto è sempre un evento memorabile: la famosa band Americana si è sempre distinta per aver creato una serie di dischi che sono un po' il compendio di come si registra e si suona un perfetto album rock, aiutati anche dal fatto di avere sempre in formazione la crème de la crème dei musicisti. In questo caso, questa sensazione si mischia anche, inevitabilmente, ad un po' di tristezza, dovuta alla prematura scomparsa del loro storico bassista Mike Porcaro, malato da tempo di sclerosi laterale amiotrofica, pochi giorni prima della pubblicazione dell'album. Il precedente "Falling In Between", pubblicato nel 2006, sembrava un'uscita di scena perfetta, e, effettivamente, un messaggio del 2008 sul sito ufficiale di Steve Lukather aveva decretato la fine del gruppo. A quanto pare, ci sbagliavamo tutti. Curiosa la formazione; oltre all'immancabile chitarrista e cantante Steve Lukather, ormai il vero leader del progetto, il resto dei Toto è composto da ex membri che sono tornati all'ovile: David Paich e Steve Porcaro alle tastiere, Joseph Williams alla voce solista e David Hungate al basso. Il ruolo di batterista è affidato a Keith Carlock, eccellente turnista già al servizio di giganti come James Taylor, Steely Dan, John Mayer e Sting. Tra gli ospiti abbiamo alcune facce già note, tra cui Leland Sklar al basso, Lenny Castro alle percussioni e Michael McDonald ai cori. Praticamente, non è nemmeno quasi più lo stesso gruppo di "Falling in Between" e, a questo punto, viene spontaneo chiedersi se questo sia davvero un disco dei Toto o se forse sia più simile ad un progetto solista di Steve Lukather. Abbiamo già fatto un discorso simile parlando di "The Endless River" dei Pink Floyd e, principalmente, la stessa soluzione è applicabile anche qua: nessuno di noi ha il diritto di stabilire chi siano i Toto o no, se non i diretti interessati e, in fin dei conti, Lukather è stato l'unico a essere presente nel gruppo fin dall'inizio per cui nessuno ha più diritto di lui di essere il capitano. Ciò che differenzia la sua carriera solista da quella dei Toto è che, in questo secondo caso, il poliedrico chitarrista si è circondato da persone che hanno vissuto vari momenti importanti della storia della band che, sicuramente, meritano di avere voce in capitolo.

Fin dalla sua presentazione (la copertina con la famosa spada, ormai il loro marchio di fabbrica e il titolo che si rifà al celebre "Toto IV"), "Toto XIV" sembra percorrere la carriera del celebre gruppo Americano. Tuttavia, considerando anche una recente intervista a David Paich nella quale ammette che le lavorazioni del disco sono iniziate solo per adempiere ad obblighi contrattuali, più che un riepilogo pare essere una cosa inevitabile. Le atmosfere generali sono molto vicine a quelle di "Mindfields" e "Falling in Between", ma la voce di Joseph Williams è tipicamente caratteristica dei loro album anni '80, mentre i momenti dove Hungate e Porcaro sono in prima fila, ci riportano alle sonorità dei primi album. Tutto sommato, un mélange piuttosto interessante che, in alcuni casi, funziona piuttosto bene: la potente "Running Out of Time" è sicuramente un buon modo di iniziare un album, "Unknown Soldier (For Jeffrey)" è ben riuscita e ha un bel climax, "Fortune" è un brano rock dal giusto mordente e "Chinatown" è un pezzo raffinato, che ricorda un po' gli Steely Dan, altro gruppo leggendario Americano nel quale hanno militato alcuni membri dei Toto; tale influenza è evidente anche in "21st Century Blues", che ricorda vagamente la title-track di "Pretzel Logic". Altre volte, invece, il risultato è più carente, come nel caso di "The Little Things" (cantata da Steve Porcaro) e "All The Tears That Shine", due brani che si fanno notare per la loro mancanza di direzione, più che altro. Curiosamente, i tre singoli scelti per questo album, pur essendo dignitosi, non sono tra i pezzi migliori: "Orphan" è decisamente troppo stucchevole, "Holy War" si fa notare più che altro per il break strumentale centrale e la power ballad "Burn", anche se piuttosto orecchiabile, è un po' troppo ovvia e scontata.

Generalmente, si arriva a fine album senza aver molto da dire, forse perché è il disco in sé che ha poco da dire. Intendiamoci, si tratta sempre di un prodotto di classe e di una certa qualità, ma l'impressione globale è quella di un complesso che è diventato confinato nel suo stesso nome e, di conseguenza, lavora sempre con gli stessi limiti senza nessun desiderio di uscirne e di superarli. In questo ambito il gruppo, sicuramente, eccelle: d'altra parte, chi meglio dei Toto può fare i Toto? Eppure, tutto questo ragionamento viene rovesciato dalla traccia conclusiva, "Great Expectations", un brano complesso ma ben costruito, trionfale, decisamente energico e convinto, nel quale tutta la tensione e la compostezza che ha caratterizzato il resto dell'album viene rilasciata. Durante queste note finali, viene spontaneo chiedersi se forse abbiamo interpretato male il disco. Certo, potrebbe essere un "semplice" gran finale, ma anche una dimostrazione che i Toto, da un punto di vista compositivo, possono ancora dire qualcosa e che "Toto XIV", nonostante tutto, è solo un necessario album di transizione per farci abituare ad altre sorprese per il futuro. Magari è un pensiero troppo ottimista arrivati a questo punto, ma il titolo del brano sembrerebbe comunque puntare in quest'ultima direzione. Tornando al presente, questo disco potrebbe essere un buon investimento per chi si avvicina ai Toto per la prima volta, ma  a chi li conosce già superficialmente, consigliamo di ascoltarsi prima gli altri album in studio. A tutti gli altri, invece, qualsiasi tipo di consiglio è totalmente superfluo! 

David Paich, Joseph Williams, Steve Lukather, Steve Porcaro

venerdì 6 marzo 2015

Into Deep #12 - Might Just Take Your Career - (Non) Deep Purple


Deep Purple Mark I
Da sinistra: Rod Evans, Jon Lord, Ritchie Blackmore, Nick Simper e Ian Paice

Ci sono alcuni gruppi che non hanno bisogno di alcun tipo di presentazione. I Deep Purple sono sicuramente tra questi: considerati, a ragion venduta, tra le più grandi band di tutti i tempi, persino chi non ha la minima conoscenza musicale riconosce immediatamente il riff di "Smoke on The Water". Il rovescio della medaglia è che questo li ha resi parte di quella serie di artisti che si tende a dare per scontati, mettendoli sempre dogmaticamente al primo posto senza mai spiegare perché. In realtà, la loro storia è stata molto avventurosa, così come la loro crescita musicale. I loro primi tre album, "Shades of Deep Purple", "The Book of Taliesyn" e il terzo omonimo, infatti, mostrano un gruppo molto diverso da quello che siamo abituati a sentire, pur essendo comunque coerenti e sensati con il resto della discografia. Il merito di questo è dovuto anche alla voce del cantante Rod Evans, sicuramente molto diversa da quella di Ian Gillan o David Coverdale, ma certamente espressiva e adatta allo stile variegato, e forse anche un po' ingenuo, di quel loro periodo. Ma, durante il tour Americano del 1969, il chitarrista Ritchie Blackmore e il tastierista Jon Lord decisero che, per rimanere a galla, il gruppo avrebbe dovuto scegliere una strada più definita, concentrandosi su un sound più duro. Evans e il bassista Nick Simper vennero quindi dimessi e sostituiti dai ben più celebri Ian Gillan e Roger Glover, iniziando così la storia di quei Deep Purple che sono successivamente entrati nella leggenda.

Captain Beyond
Evans si trasferì negli Stati Uniti dove, due anni più tardi, registrò un singolo uscito per la Capital Records, "Hard to Be Without You"/"You Can't Love A Child Like A Woman", che, però, non ebbe molto successo di vendita. Il seguente anno, nel 1972, assieme ad ex membri della Johnny Winter band e degli Iron Butterfly, formò un gruppo hard rock compatibile anche con il progressive, i Captain Beyond, con i quali registrò due dischi: un primo omonimo e "Sufficiently Breathless". Benché i Captain Beyond venissero abbastanza apprezzati dalla critica e fossero diventati un gruppo "cult", con uno zoccolo duro di fan che li seguiva ovunque, gli album non vendettero mai abbastanza, quindi Evans, nel 1974, si ritirò dal mondo della musica, lavorando per qualche anno come direttore in un centro di terapie respiratorie. A questo punto, un suo ritorno alla musica sembrava abbastanza improbabile e, per quanto sia un peccato dirlo, sarebbe stato meglio così. Purtroppo il peggio doveva ancora venire.

Deep Purple Mark IV
Contemporaneamente, i Deep Purple erano diventati, finalmente, un grande successo di pubblico e di critica, risultando una delle band Britanniche più popolari al mondo. Certo, avevano avuto anche loro la loro serie di tafferugli: nel 1974, i due "ultimi arrivati", Glover e Gillan lasciarono all'apice del successo, sostituiti, rispettivamente, da Glenn Huges e David Coverdale, ancora una volta, due musicisti con un approccio completamente diverso ai loro predecessori. Le cose sembravano comunque andare per il verso giusto ma, inaspettatamente, alla fine del 1975, anche il chitarrista Ritchie Blackmore decise di abbandonare, per dare vita ai suoi Rainbow. Venne sostituito da Tommy Bolin, un bravo chitarrista jazz fusion già al servizio di leggende come Billy Cobham e Alphonse Mouzon. Purtroppo, sarà stato per il suo stile completamente diverso da quello di Blackmore, sarà stato perché è comunque difficile rimpiazzare un personaggio del genere e, assolutamente, sarà anche stato per i crescenti problemi del chitarrista con alcool e droga che gli impedivano di dare performance all'altezza, questo segnò il capolinea del gruppo negli anni '70: al termine del tour del loro decimo album in studio, "Come Taste the Band", i Deep Purple decisero che era arrivato il momento di chiudere i battenti. Tommy Bolin tornò al suo genere originale, ma, disgraziatamente, morì di overdose il 4 Dicembre 1976, a soli 25 anni. Nonostante la parabola discendente del gruppo, negli anni successivi. la richiesta di reunion fu molto alta e costante, specialmente per quanto riguarda la Mark II. Sebbene una cosa del genere non sembrasse poter accadere tanto presto, anche perché i vecchi membri storici erano tutti impegnati in altri progetti, questo non impedì speculazioni e voci di corridoio che dicevano che ci sarebbero stati dei tour a breve. Nel 1980, quando finalmente venne annunciata una reunion con delle date in Nord America, i fan andarono in visibilio e sembrava finalmente che il sogno di ogni appassionato di hard rock si fosse realizzato. Ma era veramente così?

A questo punto, prima di proseguire, è necessario fare una divagazione e un piccolo passo indietro. Due musicisti, il chitarrista Tony Flynn e il tastierista Geoff Emery, da tempo militavano in una versione non ufficiale degli Steppenwolf, in cui comparivano solo due membri originali, nessuno dei quali era fondatore. Il cantante, leader e depositario del nome "Steppenwolf", John Kay, presto si stufò di questa farsa e li costrinse a smettere, appena in tempo per impedire a questa versione "farlocca" di fare uscire un album in studio, che avrebbe dovuto intitolarsi "Night of the Wolf". Quando Flynn ed Emery si resero conto che il gioco stava per finire, cominciarono a cercare altrove, mettendo gli occhi, appunto, sui Deep Purple. Il gruppo era sufficientemente famoso, la richiesta era alta e, come il cacio sui maccheroni, avevano degli ex membri di relativo basso profilo e musicalmente inattivi da tempo che avrebbero potuto prestarsi bene al gioco. Ovviamente, stiamo parlando di Nick Simper e di Rod Evans, che vennero presto contattati con l'allettante proposta di far rivivere il nome Deep Purple. Simper mangiò subito la foglia e se ne tenne fuori, ma Evans, attratto dalla possibilità di poter tornare sul palco, questa volta facendo più successo, accettò. Con l'aggiunta del batterista Dick Jurgens III, presente anche lui in una delle formazioni finte degli Steppenwolf, e del bassista Tom De Rivera, un non professionista, si completò la più grande mistificazione che ci sia stata nel mondo del rock.

Bogus Deep Purple
Da sinistra: Dick Jurgens III, Tony Flynn, Tom De Rivera, Geoff Emery e Rod Evans
Nel Marzo del 1980, Emery registrò legalmente il marchio "Deep Purple" secondo le leggi Americane, specificando che nessun altro prima di questa registrazione ne detenesse i diritti. Ovviamente, suddetto nome era già stato registrato nel 1968 e tutti i membri di questa, chiamiamola così per comodità, formazione lo sapevano, Rod Evans in primis. Non solo, ma nel 1971, era anche stata fondata una compagnia, la Deep Purple (Oversas) Ltd., che serviva, tra le altre cose, a tutelarsi contro questo genere di cose, anche se nessuno si sarebbe immaginato che qualcuno sarebbe stato così sfacciato da tentare sul serio di fare una cosa del genere. Tuttavia, c'erano troppi buchi e incongruenze nel sistema legale Americano, soprattutto quando si trattava della tutela legale dei musicisti, e prima che i veri depositari del nome Deep Purple riuscissero a farci qualcosa, questo nuovo gruppo riuscì a muoversi piuttosto velocemente. Inoltre, fatto non trascurabile, all'epoca internet non esisteva, e chi organizzò questo finto tour, fu molto bravo a giocare sul "fattore confusione". Ora della fine, le radio e i giornalisti sapevano soltanto che i Deep Purple si erano riformati, ma non si sapeva chi stesse all'interno del gruppo e, d'altra parte, la fame di hard rock era così tanta che nessuno se ne preoccupò sul serio.

Dopo aver fatto una serie di date di prova in dei piccoli e anonimi teatrini, il 17 Maggio 1980 il gruppo fece la sua prima data ufficiale all'Armadillo Civic Center, in Texas. I biglietti, come prevedibile, vendettero come il pane e i fan erano giubilanti, convinti di stare per assistere ad un evento unico e memorabile. La cosa si rivelò effettivamente così, ma non nel modo in cui si aspettavano. Come immaginabile, il concerto, da qualsiasi punto di vista artistico, fu un totale disastro. Il gruppo suonava come una cover band di scarso livello, la qualità del suono era decisamente bassa, e la scaletta era piuttosto strana: passi per "Hush", "Mandrake Root", "Kentucky Woman" e forse, l'inevitabile "Smoke on The Water", che comunque non faceva parte del periodo di Rod Evans, ma l'inclusione di materiale come "Space Truckin'", "Burn" e "Might Just Take Your Life" era assolutamente incomprensibile. A peggiorare le cose, i cinque si erano presentati con un look glam e sfoggiavano un comportamento degno dei peggiori stereotipi del rock, con tanto di distruzione finale degli strumenti. Il pubblico, ovviamente, non reagì per niente bene, complice anche il fatto che quasi nessuno aveva riconosciuto Rod Evans o, comunque, sapeva che aveva fatto parte dei Deep Purple originali. Il quintetto abbandonò il palco solo dopo 40 minuti, dopo essere stato bersaglio di bottiglie e oggetti vari, e l'inizio di una rivolta. Avrebbe dovuto essere un monito abbastanza chiaro, ma se qualcuno è già abbastanza senza scrupoli da far partire un'operazione del genere sicuramente cerca di portarla a termine, e il tour proseguì con gli stessi risultati di sera in sera. Ad un concerto al Capitol Theater di Quebec, in Canada, il chitarrista Tony Flynn, stufo dei continui lanci, proclamò al microfono che "chiunque sia qua per sentire i veri Deep Purple è il benvenuto, ma gli altri possono andare a fare in culo". Ovviamente, la cosa non fece altro che peggiorare la situazione; Robert Boualy, l'organizzatore di quel concerto, fu lapidario: "non meritano di essere pagati, è stato ripugnante". A questo punto, la voce che una banda di impostori stava andando in giro a nome Deep Purple si era sparsa a macchia d'olio e le vendite dei biglietti stavano cominciando a calare drasticamente. I membri originali si accorsero finalmente di cosa stava succedendo e cominciarono a rilasciare dichiarazioni ufficiali e a muoversi su terreni legali. "Penso che sia disgustoso che un gruppo debba scendere così in basso e prendere il nome di qualcun altro" affermò Ritchie Blackmore a Rolling Stone Magazine. Da canto suo, Rod Evans negava di stare facendo qualcosa di sbagliato; dopo aver, falsamente, affermato nel Giugno 1980 a Sounds Magazine di aver contattato Blackmore e Jon Lord per avere il permesso di usare il nome, in Ottobre, in un'altra intervista alla stessa rivista, cambiò versione: "Che Ritchie mi dia il suo supporto o no non è di grande conseguenza per me, così come non lo sarebbe per lui se io glielo dessi per i Rainbow. Voglio dire, mi dispiace che non gli piaccia il gruppo, ma ci stiamo provando". Un certo Ronald K., uno dei promoter di questa nuova formazione, prese le loro difese con un annuncio ai giornali di musica, senza risultare molto convincente: secondo lui, tra le altre cose, i Deep Purple originali volevano indietro il nome perché avevano visto che "il nuovo gruppo ha successo e vogliono averne i diritti"! Comunque, per via di come si muoveva il sistema legale Americano, la Deep Purple (Oversas) Ltd. per un po' di tempo non poté avviare procedimenti legali, anche se riuscì, se non altro, a fare pubblicare un avviso sul Los Angeles Times che specificava che Ritchie BlackmoreDavid CoverdaleIan GillanRoger GloverGlenn HughesJon Lord Ian Paice, contrariamente a quanto si vociferava, non erano parte di questa formazione. E chi diavolo c'era nei Deep Purple, allora?!

Rod Evans (1980)
Quando, finalmente, i veri Deep Purple fecero causa a quelli falsi, questi ultimi, per un certo periodo, si esibirono a nome The New Deep Purple, ma servì a poco.  Il 3 Ottobre 1980, dopo quasi un anno, i giudici decisero che il nuovo gruppo non aveva nessun diritto di girare a nome Deep Purple e li condannò al pagamento di una sanzione di 672.000 dollari. Evans, che non poteva sostenere una spesa del genere, perse le royalties degli album che aveva registrato con loro e questo segnò la fine di quest'avventura. "È stata una cosa molto stupida da fare. Rod è stato un idiota" tuonò Jon Lord il 7 Maggio 1981 in un'intervista alla Radio 1 Svedese, "si è fatto fregare da persone che volevano solo guadagnare sul nome, senza preoccuparsi della qualità. Se non li avessimo fermati, avrebbero potuto registrare a nome Deep Purple, sarebbe stata una truffa gigantesca". In effetti, i falsi Deep Purple avevano firmato un contratto con una casa discografica affiliata alla Warner Brothers e avevano pure già registrato una serie di canzoni ai Village Recording Studios di Los Angeles, che, secondo i piani originali, sarebbero dovute uscire nel Novembre del 1980. Chiaramente non se ne fece nulla, anche se nei mesi successivi Tony Flynn parlò di un suo disco solista nel quale ci sarebbe stata la partecipazione di Emery e Evans, sicuramente materiale tratto dai suddetti nastri. Anche questo progetto sparì nel vuoto.  Anni dopo, in un'intervista del 1998, un più pacato Jon Lord cercò di rivedere la cosa sotto un punto di vista diverso, più consono al suo modo di fare British: "Rod ha solo voluto provare a vedere cosa sarebbe successo. L'unica cosa di cui gli faccio una colpa è di essere stato sconsiderato. Avrebbe dovuto sapere che non sarebbe stato facile cavarsela con dei finti Deep Purple: dopotutto lo stava pur sempre facendo in pubblico!". Com'è noto, i Deep Purple si riunirono ufficialmente nel 1984 con la popolare Mark II, tornando in piena forma con l'album "Perfect Strangers" cancellando così ogni effetto di questa infausta disavventura e soddisfacendo i fan che tanto avevano desiderato un loro ritorno in scena.

Dopo questa storia, la carriera musicale di Rod Evans era ormai inequivocabilmente giunta al termine e, poco dopo, sparì dalla circolazione senza farsi più vedere. Il suo esilio volontario dura fino ai giorni nostri: pochi sanno dove il cantante si trovi oggi e, chi lo sa, non apre bocca. Nei primi anni 2000, Larry "Rhino" Reinhardt, il chitarrista dei Captain Beyond, affermò che, in quel momento, era in contatto con lui e che gli aveva anche chiesto di fare una reunion con il gruppo, ma Evans aveva declinato l'offerta. Reinhardt è morto nel 2012, ma secondo alcune indiscrezioni, anche il batterista Ian Paice sarebbe a conoscenza di dove si trovi Rod in questo momento. Se da un lato quello che ha combinato il cantante è stato senza dubbio molto grave e, come si suol dire, "chi è causa del suo mal pianga sé stesso". dall'altro è indubbiamente triste che un musicista come lui abbia dovuto terminare la sua carriera in questo modo. Rod Evans non era un cantante che faceva virtuosismi, ma, oltre ad avere una bella timbrica, era molto espressivo e versatile, risultando tanto convincente nei brani più spinti ("The Bird Has Flown" dei Deep Purple e "Mesmerization Eclipse" dei Captain Beyond) quanto nelle ballate ("Lalena" e "Starglow Energy" sempre degli stessi due gruppi, rispettivamente). Inoltre, prima del 1980, ha senza dubbio avuto una carriera non solo rispettabile, ma anche di prestigio e, sebbene questa sia una macchia difficile da cancellare, lo si ricorda molto più volentieri per quelle tante belle cose che ha fatto in precedenza. Anche se sicuramente, dopo tutte queste batoste, Rod non si avvicinerà mai più ad un contratto discografico, sarebbe bello che decidesse almeno di uscire dall'anonimato, anche in maniera riservata, magari con una breve intervista via e-mail, tanto per farci sapere che è ancora tra noi, e, perché no, raccontandoci qualche aneddoto dei Captain Beyond e dei Deep Purple, quelli veri.  Mr. Rod Evans, se ci sei, e se, molto improbabilmente, sai leggere l'Italiano, batti un colpo. Tutto è perdonato!

Rod Evans (1971)

- Fonti e altre letture di interesse -


lunedì 23 febbraio 2015

Eddie Jobson - Four Decades (Ward Records, 2015)

Eddie Jobson, brillante violinista, tastierista e compositore, è uno degli eroi sconosciuti del rock classico. Nel 1973, a soli 18 anni, entra nei Curved Air registrando il loro quarto disco in studio: "Air Cut". L'anno successivo, lascia il gruppo per unirsi ai Roxy Music come membro complementare dopo la dipartita di Eno, e appare in alcuni dei loro album più popolari e conosciuti: "Stranded", "Country Life" "Siren", più il live album "Viva!". Contemporaneamente, partecipa a delle session di artisti come John Entwistle, Roger Glover, Phil Manzanera, Bryan Ferry e, addirittura, i King Crimson, sovraincidendo alcune parti di violino nel loro album dal vivo "USA". Nel 1976 i Roxy Music si prendono un periodo sabbatico e nientemeno che Frank Zappa, a cui il gruppo aveva fatto da opener per un breve tour in Canada nel 1975, gli chiede di unirsi alla sua formazione. Com'è noto, Zappa non lavorava mai in maniera lineare e, quindi, sebbene Jobson sia rimasto con lui solo per un anno, compare in diverse pubblicazioni, la più celebre delle quali è sicuramente il bellissimo doppio album dal vivo "Zappa in New York". Nel 1977 forma il supergruppo UK assieme alla sezione ritmica dell'ultima formazione dei King Crimson: il bassista e cantante John Wetton, con il quale Eddie aveva fatto anche un tour con i Roxy Music, e il batterista Bill Bruford, ai quali viene aggiunto il leggendario Allan Holdsworth alla chitarra. Dopo il primo omonimo album, Bruford e Holdsworth lasciano, e gli UK diventano un trio, e l'Americano ed ex compagno di viaggi Zappiani Terry Bozzio prende il posto alla batteria. Questa formazione incide un secondo album in studio, "Danger Money" e uno dal vivo "Night After Night". Nel 1980 gli UK si sgretolano e Eddie Jobson entra a tempo determinato (un anno) nei Jethro Tull per le registrazioni dell'album "A" e il relativo tour. Nel 1983 Jobson forma gli Zinc con i quali pubblica "The Green Album" un buon LP che sembra voler riprendere da dove gli UK si erano fermati, ma le scarse vendite del disco impediscono al progetto di continuare. Nel 1985 esce il suo album solista "Theme of Secrets", lavoro ambient strumentale dominato dall'uso del synclavier. Da qua in poi, Jobson si ritira dal mondo discografico e comincia la sua carriera di compositore, vincendo, peraltro, svariati premi per la colonna sonora del celebre telefilm poliziesco "Nash Bridges". Nel 2009, Jobson ritorna in attività con ben due nuovi progetti: uno dedicato prevalentemente alla rivisitazione di brani del suo passato discografico, gli U-Z (Ultimate Zero), e gli UKZ, con i quali, invece, compone nuova musica e pubblica un EP intitolato "Radiation". Nel 2011, Jobson si riunisce ufficialmente con Wetton, che era già apparso con gli U-Z come ospite, e si riformano ufficialmente gli UK. Questa reunion è incentrata principalmente su Jobson e Wetton e quindi si circondano di vari session men che cambiano praticamente in ogni tour, ma bisogna segnalare il tour del 2013 con il ritorno della formazione in trio con Terry Bozzio. Insomma, una carriera invidiabile, con molti artisti di alto prestigio e, da notare, compressa in pochissimo tempo.

Come fa intendere il titolo stesso, questo "Four Decades" è un concerto celebrativo registrato dal vivo a Kawasaki in Giappone il 9 Novembre 2013, nel quale Eddie Jobson, accompagnato da Alex Machacek (chitarra), Ric Fierabracci (basso) e Marco Minneman (batteria), rivisita le tappe principali della sua carriera, ospitando anche alcuni membri originali dei vari gruppi in cui ha suonato: Sonja Kristina dei Curved Air, John Wetton e il cantante Aaron Lippert. La scaletta in sé è molto interessante, specialmente i brani tratti da "The Green Album" e "Theme of Secrets", precedentemente praticamente tutti inediti dal vivo, ma forse avrebbe potuto essere ancora meglio. Colpisce immediatamente all'occhio l'assenza del suo periodo con i Jethro Tull, cosa abbastanza strana se consideriamo che il suo apporto compositivo e di arrangiamento su "A" è palpabile e pienamente riconosciuto: brani come "Uniform", "Black Sunday" o "Protect and Survive" sarebbero stati perfetti in un evento come questo. Allo stesso modo, l'attenzione che viene data ai Curved Air è decisamente eccessiva: se l'energico strumentale "Armin" è un ottimo modo di iniziare il concerto e la lunga "Metamorphosis", il primo pezzo complesso scritto dal giovane Eddie, è una scelta quasi obbligata, "U.H.F.", buon brano ma non molto adatto ad essere eseguito dal vivo, ed "Elfin Boy", nella quale l'evento sembra trasformarsi in un concerto solista di Sonja Kristina, danno l'impressione di essere di troppo. L'inclusione di "It Happened Today" e "Young Mother" poi è ancora più incomprensibile, visto che le versioni originali sono antecedenti all'entrata di Eddie Jobson nei Curved Air. Come se non bastasse, la Kristina non ha certamente più la voce di un tempo e, sebbene il gruppo faccia un lavoro professionale, non sembra trovarsi completamente a suo agio in questo tipo di pezzi. Dal suo periodo con i Roxy Music e Frank Zappa viene scelto solo un brano a testa; i primi sono rappresentati da "Out of the Blue", cantata da Aaron Lippert, celebre tra i fan per il suo incendiario assolo di violino finale, mentre dall'epoca Zappiana, è stata scelta "Läther" (in realtà questo è il titolo alternativo del pezzo: per scoprire quale sia quello vero, guardate la terza traccia del primo CD di "Zappa in New York"), uno degli strumentali meno scanzonati e più delicati di Zappa, con lo splendido assolo di moog originale rappresentato degnamente. Dopo questa breve, ma intensa, parentesi, entriamo in pieno periodo UK, con il graditissimo arrivo di John Wetton che per i prossimi brani suonerà anche il basso. Vengono proposte l'intera suite di "In The Dead of Night", la dolce "Rendezvous 6.02" e la splendida "Carrying No Cross", sicuramente tre dei momenti più alti della carriera compositiva di Jobson. Le versioni dei pezzi sono decisamente eccellenti e, sebbene abbia acquistato una timbrica più bassa e leggermente diversa da un tempo, Wetton fa un uso perfetto della sua voce, risultando uno dei punti di forza di queste nuove esecuzioni. Curioso notare che la formazione sul palco in questo momento (JobsonWettonMachacekMinneman) è la stessa che compare nel DVD uscito a nome UK "Reunion - Live in Tokyo".

La seconda parte del concerto consiste in una serie di brani che mostrano la transizione fino agli UKZ. Le danze vengono aperte della strumentale "Alaska", tratta dal primo omonimo album degli UK, a cui seguono brani del "Green Album" alcuni dei quali, originariamente cantati da Jobson stesso. Eddie non è stonato ma ha una voce assolutamente inadatta ad un ruolo solista: probabilmente lui stesso è conscio della cosa, visto che, dopo gli Zinc, non ha mai più tentato di cimentarsi come cantante solista. Comunque, "Resident" e "Who My Friends...", quest'ultima qui interpretata da Aaron Lippert, sono tra i pezzi migliori di tale disco e queste versioni sono di ottima qualità, grazie anche all'impeccabile drumming di Minneman. Le strumentali "Prelude" e "Nostalgia" vengono attaccate a "Spheres of Influence" e a "Inner Secrets" che, nonostante la loro natura elettronica, funzionano benissimo dal vivo. Con un salto temporale di 24 anni, arriviamo finalmente a "Radiation", la title-track dell'omonimo EP degli UKZ, che chiude questa sequenza con una giusta dose di energia e di aggressività. Seguono altri due dei quattro brani del medesimo EP, con la poetica "Houston" a mettere risalto le qualità canore di Aaron Lippert, e lo strumentale Crimsoniano "Tu-95" che permette ai vari musicisti di mostrare la loro bravura tecnica. A quest'ultima, viene collegata la sezione strumentale di "Through the Glass" di "The Green Album", che chiude degnamente il main set, lasciando un ottima sensazione e dando un senso di continuità all'evento. Il concerto però non finisce qua: per la sezione dei bis ritornano Sonja Kristina per "Young Mother" e John Wetton per "Caesar's Palace Blues", che ci riporta in un clima energico ed entusiasta. Lo spettacolo si chiude definitivamente con "Forever Until Sunday", un brano di Bill Bruford originariamente composto per gli UK, ma in seguito pubblicato sul suo disco solista "One of a Kind", sicuramente un finale perfetto: grandioso e malinconico allo stesso tempo.

In generale, si può parlare di un'ottima, ma non perfetta, retrospettiva che evidenzia e risalta la caratura artistica e strumentale di Eddie Jobson. Se dal punto di vista musicale, questa pubblicazione viene decisamente promossa, il resto del pacchetto un po' meno. La produzione del disco non è eccelsa: il mixaggio è piuttosto strano, eccessivamente incentrato sugli alti e con troppo finto riverbero, e, imperdonabilmente, soffre di un pessimo mastering che fa "gracchiare" l'insieme sonoro in alcune sezioni. Inoltre, l'unico modo per procurarsi questo piccolo gioiellino è acquistarlo dal sito della Ward Records  in una confezione deluxe che, oltre al doppio CD, comprende il Blu-Ray, una maglietta e una serie di altri bonus. Sebbene sia ordinabile da tutto il mondo, questo pacchetto viene stampato solo in Giappone e, questo significa che, oltre ai 16000 yen di costo originale (circa 120 euro), dobbiamo aggiungere anche le tasse di dogana e spedizione. Insomma, la presentazione eccessivamente mastodontica, i costi abbastanza alti e la difficoltà nel procurarsi questo cofanetto sicuramente scoraggeranno più di una persona. Volendo essere polemici, sembrerebbe quasi che Jobson voglia escludersi volontariamente in modo da tramandare la sua musica a pochi eletti e, se questo fosse il caso, sarebbe un vero peccato: un musicista con una carriera come la sua meriterebbe senz'altro di entrare negli annali. Ma forse, ragionando più con i piedi per terra, questo tipo di prodotto dedicato ad una determinata cerchia di appassionati potrebbe anche essere l'unico modo che ha oggi il polistrumentista Inglese di rimanere sul mercato. Comunque si veda la questione, non si può fare a meno di rammaricarsi, per motivi diversi. Per fortuna, anche in questi casi, la musica rimane comunque la protagonista e, con Eddie Jobson, la qualità è sempre alta.

Eddie Jobson

venerdì 6 febbraio 2015

King Crimson - Live at The Orpheum (DGM, 2015)

Cosa possiamo dire riguardo ad un personaggio come Robert Fripp? Prima di tutto, che è un grandissimo chitarrista e un altrettanto grande band leader/"talent scout" (molto tra virgolette), in grado di scegliere sempre dei compagni di avventura adatti: sia creativamente che dal punto di vista strumentale. Si tratta senza dubbio di un personaggio davvero molto enigmatico e interessante, quanto la musica che ha prodotto nel corso della sua carriera. Qualche anno fa, Fripp aveva annunciato una sorta di pensionamento, dichiarando di volersi dedicare quasi esclusivamente ai suoi particolarissimi progetti ambient, abbandonando in toto la musica rock. A fine 2013, invece, i King Crimson sono tornati all'attivo con una nuova formazione, peraltro, una delle più aggressive della storia della band. Colpisce l'assenza di Adrian Belew, co-chitarrista e cantante, che era stato con il gruppo a partire dal 1980 fino all'ultimo tour, nel 2008. In compenso, Tony Levin (basso e stick), altra faccia storica del gruppo, è ben solido al suo posto, così come i due batteristi Pat Mastelotto (dal 1994) e Gavin Harrison (presente anche nel tour precedente), mentre segnaliamo il graditissimo ritorno del fiatista Mel Collins, membro del gruppo dal 1970 al 1972 e collaboratore nel 1974. Le nuove conoscenze, invece, sono Jakko Jakszyk (chitarra e voce), uno dei più apprezzati session-man e tecnici del suono degli ultimi anni e un terzo (!) batterista: Bill Rieflin. Il fatto che questa formazione abbia tre batteristi non fa altro che continuare la tradizione del re Cremisi di accettare nuove sfide e di trovare modi sempre nuovi e inconsueti di vivere la musica: basti pensare al "double trio" che è stato attivo dal 1994 al 1997.

A fine 2014 questa line-up è finalmente andata in tour negli USA. Mentre il gruppo era in procinto di annunciare le prime date europee del 2015, che si svolgeranno tra Agosto e Settembre (per ora in Regno Unito, Francia e Paesi Bassi), per mantenere vivo l'interesse e offrire una specie di antipasto, è uscito questo live-album, registrato il 30 Settembre e l'1 Ottobre 2014 all'Orpheum Theatre di Boston. Solitamente, ogni line-up dei King Crimson ignora quasi completamente il passato, concentrandosi solo sul repertorio attuale. Qui, forse per il ritorno di Mel Collins, forse perché una versione ridotta di questa formazione ha all'attivo solo l'album "A Scarcity of Miracles", tra l'altro nemmeno accreditato ai King Crimson, vengono recuperati anche brani da "In The Wake of Poseidon", "Islands" e "Red". Questo, quindi, è il primo live-album ufficiale del gruppo che suonerebbe quasi "tipico", se non fosse che si parla pur sempre dei King Crimson e di un disco dove suonano contemporaneamente tre batteristi! Oltre alla scelta della scaletta, la cosa che salta di più all'occhio è l'eccessiva brevità dell'album: solo 40 minuti. Come dovremmo interpretare la cosa? Vedremo altro materiale dal vivo di questa formazione o è una scelta stilistica volontaria, per decidere quali sono le parti essenziali del set e più meritevoli di finire in un riassunto?

Per quanto riguarda la musica, solo due titoli ci sono estranei. "Walk On: Monk Morph Chamber Music" è esattamente ciò che dice di essere: il gruppo che sale sul palco e si accorda, con in sottofondo un collage pre-registrato che utilizza anche dei sample tratti dalla traccia finale senza nome di "Islands", mentre "Banshee Legs Bell Hassle" è un pregevole intermezzo atmosferico con le percussioni di Gavin Harrison. Le difficoltà maggiori stanno nella parte cantata del disco; Jakko Jakszyk è un musicista eccellente, adattissimo chitarristicamente a questa formazione, e, generalmente, non ha una voce disprezzabile; però non è in grado di rendere propriamente giustizia a "One More Red Nightmare", un brano nel quale l'assenza vocale di John Wetton si percepisce particolarmente e, sebbene faccia comunque un lavoro onesto, anche la sua interpretazione di "Starless" risulta decisamente sottotono rispetto all'originale. Il brano dove Jakszyk convince di più vocalmente è "The Letters" che, però, a parere di chi scrive, è l'unico che avrebbe anche potuto essere sacrificato per fare posto ad altri pezzi più interessanti in scaletta nel tour, come "Pictures of a City", "Larks' Toungues in Aspic, part 1" o "The Talking Drum". Comunque, al fan medio del re Cremisi potrebbe far piacere la presenza di un brano oscuro e dimenticato e, probabilmente, questa versione è superiore all'originale in studio. Strumentalmente, invece, il gruppo dà assolutamente il meglio di sé: questa versione di "The ConstruKction of Light" è di una bellezza indescrivibile, e la potenza di "The Sailor's Tale", brano ingiustamente dimenticato da troppo tempo, è qualcosa che bisogna sentire per credere. Anche le già citate "One More Red Nightmare" e "Starless" nelle loro sezioni strumentali sono molto convincenti, sebbene la seconda abbia qualche problema verso il finale, nel quale il tempo viene molto rallentato rispetto all'originale, probabilmente per accomodare l'uso di tre batterie; tuttavia, quello che perde nel finale, lo guadagna nella sezione centrale, dove l'uso delle percussioni aumenta notevolmente la drammaticità.

Nonostante questa recensione possa sembrare un po' dura e critica, dobbiamo sottolineare che i King Crimson hanno conservato tutta la magia che contraddistingueva i loro tour precedenti. Fripp rimane uno dei migliori chitarristi in circolazione, e non ha perso minimamente lustro, riuscendo a mantenere il suo stile inconfondibile ampliandolo sempre di più: probabilmente, è una persona assolutamente conscia dei problemi che possono dare l'età, e, invece di tentare l'impossibile, cerca di reinvantarsi in base alle sue capacità attuali, risultando sempre fresco e, soprattutto, un gigante. I suoi comprimari non sono da meno e Tony Levin e Mel Collins, in particolare, danno una performance incredibile. Il difetto maggiore di questo album, in effetti, è che contiene solo 40 minuti di musica: sarebbe stato molto meglio far sentire anche altro materiale da questa formazione e avremmo, sicuramente, potuto dire di più. Per come stanno le cose adesso, non possiamo che augurarci che questa line-up arrivi anche qui in Italia, in modo da poterci godere un loro concerto dal vivo, a primo impatto. E, se questo dovesse malauguratamente non verificarsi, speriamo perlomeno che sia prevista un'altra pubblicazione più esaustiva di questi concerti.

Dietro: Tony Levin, Mel Collins, Robert Fripp, Jakko Jakszyk
Davanti: Gavin Harrison, Bill Rieflin, Pat Mastelotto

martedì 27 gennaio 2015

Mukimukimanmansu - 2012 (Beatball Music Group, 2012)

Questo album è sicuramente la cosa più inusuale e strana di cui abbiamo parlato in questo blog, per cui ci scusiamo anticipatamente se questa recensione dovesse rivelarsi impacciata e goffa. Mukimukimanmansu è un duo sudcoreano, composto da Minwhee Lee (chitarra acustica, voce) e Muki Jeong (percussioni, voce). "2012", prodotto dal DJ Dalpalan, per ora, è l'unico lavoro in studio del gruppo ed è un ascolto, quantomeno, interessante. Tra la strumentazione incredibilmente scarna, argomentata soltanto da qualche fiato e sintetizzatore e la bizzarria delle composizioni, questo disco suona come nient'altro al mondo. 

Nonostante la presenza principale di solo una chitarra acustica e di un janggu (un tipo di percussione Coreana), la musica riesce anche a risultare ostica e aggressiva, pur tenendo uno stile molto variegato. Ad un primo ascolto, questo disco potrebbe pure creare repulsione, a causa soprattutto della tendenza delle due Mukimukimanmansu di gridare all'impazzata durante le composizioni. Un non nativo, inoltre, sicuramente troverà un'ulteriore difficoltà dal fatto che i 12 brani sono cantati in Coreano (per fortuna, Minwhee e Muki hanno associato ad ogni titolo una traduzione in Inglese, quindi per questa recensione abbiamo un problema in meno). Comunque sia, è impossibile non notare anche ad un primo approccio che la musica contenuta è, se non altro, di grande originalità. Successivi ascolti rivelano un disco per niente casuale, ben studiato e ben composto, che alterna momenti di grande delicatezza ("Seokwang-Dong, 2008", "Your Present") ad altri più spiccatamente aggressivi ("Andromeda", "I'm a Taxi Driver in Paris", "Struggle and Diet"). Ma l'album non vola solo tra questi due opposti: "If I Confess, Be Totally Surprised" suona quasi come un rock tradizionale, se non fosse per il ritornello e per la struttura del pezzo, "Botanical Garden" alterna un coro molto sereno e pacato ad un talking e ad un accompagnamento ossessivi e paranoici, mentre la stessa "Mukimukimanmansu" è un pezzo molto orecchiabile, ma reso intenzionalmente ripetitivo, finendo per dare l'impressione opposta. Curiosamente, più ascolti si danno al disco, più i momenti inizialmente inaffrontabili ("Struggle and Diet" e "Andromeda" su tutte) finiscono per risaltare su tutto il resto, risultando memorabili e altamente in grado di dare assuefazione.

Piaccia o non piaccia, questo disco è una lampante dimostrazione che anche oggi è possibile creare nuove strade musicali. Il fatto che le Mukimukimanmansu abbiano usato una strumentazione che apparentemente limita le possibilità è soltanto un altro punto a loro favore. Per chi ama le metafore, si potrebbe fare l'esempio della quantità pressoché infinita di piatti che si possono creare usando solo tre ingredienti e variandone dosaggio, ordine e consistenza. Ovviamente, è utopistico pensare che la musica futura si muova tutta in questa direzione, né questo album è necessariamente una pietra miliare anche se, comunque, in questo caso, si può tranquillamente parlare di "innovazione" senza cadere nella retorica. Però, in un momento come questo in cui la musica sembra essersi arenata e le cose che destano maggiore interesse sembrano rifarsi al passato, è senza dubbio una boccata d'aria fresca e rimane comunque un disco di ottima caratura, in grado di far notare nuovi particolari ad ogni ascolto. È possibile, al giorno d'oggi, creare della musica veramente originale? Minwhee Lee e Muki Jong ci sono riuscite, utilizzando della tecnologia a portata di tutti, e questo dovrebbe essere, senza dubbio, uno sprono e un'ispirazione per chi è in attività adesso, indipendentemente dal tipo di musica che intende fare.


sabato 17 gennaio 2015

Hot Poop - Numero 5 - Pursuit Green

Per la terza volta di fila all'interno di un numero di Hot Poop rimaniamo in Veneto, con i Pursuit Green, la cui formazione è rappresentata da Thomas Visentin (voce, tastiere), Filippo Gasparini (chitarra), Diego Gasparini (basso) e Andrea Fusaro (batteria). "Razor Lights From The City", di cui ci accingiamo a parlare oggi, è il terzo lavoro del gruppo, dopo un EP ("Darling Demo", 2005) e un disco (omonimo, 2008). Considerando il fatto che il gruppo sia, effettivamente, attivo dal 2001, non dovrebbe stupire che questo disco suoni molto deciso, con un'idea stilistica lineare, chiara e ben definita. Inoltre, per chi avesse avuto modo di ascoltare anche le pubblicazioni precedenti, rappresenta anche un passo in una direzione diversa, con la totale assenza delle tastiere e maggiore peso dato al basso e alla chitarra. "Razor Lights From The City" suona comunque coerente con il resto della discografia e il nuovo approccio al progetto molto naturale, segno che i Pursuit Green sono tutt'ora un gruppo fresco e in grado di portare avanti la loro visione musicale in maniera unita e compatta.

I musicisti hanno tutti il loro ruolo ben definito: la chitarra di Filippo Gasparini è presente, originale, palpabile, ma mai d'intralcio, Diego Gasparini e Andrea Fusaro costituiscono una sezione ritmica molto ben calibrata, il primo offrendo delle linee di basso che sono un perfetto equilibrio tra funzione ritmica e melodica basate sui pattern ritmici del secondo, perfettamente funzionali alla musica, senza mai cadere nel cattivo gusto o nel banale. La personalissima voce di Thomas Visentin, infine, è la ciliegina sulla torta: l'interpretazione è calorosa e originale, in grado di passare dal malinconico all'aggressivo e, addirittura in un caso ("Codger's Hard Time") al forsennato, risultando così un frontman perfetto per questo tipo di progetto. Le influenze del gruppo, che vanno dalla New Wave al Garage Rock, sono tutte molto palpabili e il disco, pur essendo ben bilanciato e non stancante, si muove su un terreno ben preciso e delineato.

Chi dovesse sentire i Pursuit Green per la prima volta, si troverebbe davanti ad un disco molto professionale, studiato nei minimi dettagli, ma senza essere artificioso e, soprattutto, un progetto nel quale la melodia e l'arrangiamento vengono al primo posto. Il CD contiene 12 tracce, per un totale di circa 40 minuti di musica: questo significa che ci troviamo di fronte ad un album, e non ad un EP, e quindi il rischio di annoiare dev'essere tenuto rigorosamente a bada. Con una sequenza decisamente azzeccata e brani di buona fattura, si è riusciti ad evitare la cosa, e si arriva a fine disco decisamente soddisfatti, sicuramente con voglia di riascoltare l'album anche in futuro. Tra i brani che colpiscono al primo ascolto, troviamo le energiche "Lost Safari Inside Us", "Hot Black Leather", "Wasteland"; la delicata, ma non saccarina, "In Your Heart" e l'irresistibile "The Long Way To The Sea Rocks". Un ascolto successivo, invece, consente anche di apprezzare quei pezzi meno immediati che, per le loro particolarità, sono in grado di risaltare particolarmente man mano che passa il tempo; in questa categoria troviamo la già menzionata "Codger's Hard Time", "By The Devil", con un'ottima linea di basso, e la bizzarra "Dead Skin Under The Rug", un finale dell'album enigmatico e, allo stesso tempo, convincente.

Questo è un disco che non cerca di nascondere le sue influenze e, allo stesso tempo, non è altezzoso o intellettualoide, pur mantenendo comunque una sua personalità e una sua originalità. Il risultato è che si tratta di un lavoro in grado di soddisfare sia l'ascoltatore più sofisticato, sia quello che non vuole intrecci troppo ingarbugliati. Considerando anche il fatto che questo disco utilizza delle sonorità classiche (chitarra/basso/batteria/voce) unite ad una produzione tipicamente moderna, possiamo tranquillamente affermare che sia un album in grado di sostenere più ascolti, anche a lungo termine. A chi rimanesse favorevolmente impressionato da questo lavoro, consigliamo anche il precedente "Pursuit Green", che mostra la stessa scuola di pensiero sotto un'ottica diversa.



(L'album è ordinabile contattando il gruppo)

domenica 21 dicembre 2014

The Return of the Son of Frank Zappa II


  

Riprendiamo la tradizione, in occasione del giorno del compleanno di Frank Zappa, di recensire gli album postumi del Maestro. A causa della scarsità di materiale uscito nel 2012 e nel 2013, abbiamo deciso di saltare temporaneamente gli aggiornamenti nei due anni precedenti e di aspettare che si accumulassero più pubblicazioni. Come al solito, sono uscite delle chicche gustosissime, affiancate ad altre cose meno interessanti. Oltre a queste pubblicazioni, un altro evento importantissimo è stato, finalmente, la ristampa totale del catalogo di Zappa, avvenuta nel 2012. Molti di questi nuovi CD sono stati trasferiti di nuovo dai master tape dei dischi e, in molti casi, presentano il mixaggio originale dell'album, a volte radicalmente diverso da quello dei CD precedenti ("Hot Rats" e "Sleep Dirt" sono i due esempi più palesi). Per chi volesse approfondire, segnaliamo questo ottimo link: una piccola guida che spiega dettagliatamente quali nuovi CD possono essere utili anche a chi possiede le edizioni precedenti.

Prima di proseguire, invitiamo i lettori, nel caso non l'abbiano già fatto, alla lettura dei due precedenti articoli che trattano delle uscite postume di Zappa a partire da "The Lost Episodes":


Understanding America (Zappa Records/UMe ZR3892)
Data di pubblicazione: 30 Ottobre 2012

Una compilation preparata dallo stesso Zappa, intorno al 1991. Tra i due CD, non c'è nessun inedito vero e proprio, solo una versione deluxe di "Porn Wars", il famoso collage per synclavier dedicato alle tematiche del PMRC e della censura musicale, uscito nel 1986. La nuova versione aggiunge ben 14 minuti in più ai 12 già esistenti (!), ma il nuovo materiale consiste in stralci di canzoni di Zappa, inserite a mo di commento, e qualche altra frase degenerata da parte dei membri del congresso, per un totale di ben 25:51". Sicuramente, avrete capito che non è qualcosa che ascolterete spesso. Il resto della compilation, inoltre, proviene dai vecchi master usati per i CD precedenti, e soffre di molti disturbi audio (Zappa, verso la fine della sua vita, aveva qualche problema d'udito). Come se non bastasse, molto spesso i brani sono mozzati e seguono tra di loro in maniera molto rudimentale. Purtroppo, per questi motivi, non funziona bene nemmeno come introduzione alla musica del Maestro, ed è consigliabile solo ai fan più estremi che non vogliono perdersi "Porn Wars Deluxe"

Voto: 4


Road Tapes, Venue #1 (Vaulternative Records VR 20122)
Data di pubblicazione: 7 Novembre 2012

Zappa, nelle note di copertina della serie "You Can't Do That On Stage Anymore", aveva fatto notare spesso come le migliori performance fossero proprio quelle che venivano registrate sui cosiddetti "guerrilla tapes", ovvero le registrazioni non catturate su multi-traccia. Con questo primo volume di "Road Tapes", lo ZFT lancia una serie che finalmente dà spazio a quelle performance, strumentisticamente ineccepibili, ma registrate in maniere professionale. In un certo senso, potremmo paragonare i Road Tapes ai volumi dei "King Crimson Collectors Club": così come nei KCCC, anche nei Road Tapes, infatti, i nastri vengono pubblicati integrali, persino le canzoni che, sulla registrazione originale, risultano incomplete. Non si può, comunque, parlare di bootleg ufficiali perché si tratterà sempre, comunque, di nastri registrati dell'equipe di Zappa. Questo primo volume contiene il concerto alla Kerrisdale Arena di Vancouver del 25 Agosto 1968, nel tardo periodo Mothers of Invention. La formazione include Frank Zappa, unico chitarrista e cantante, Don Preston alle tastiere, Ian Underwood ai fiati e alle tastiere, Bunk Gardner ai fiati, Jim "Motorhead" Sherwood al sax baritono, al tamburello e all'armonica, Roy Estrada al basso e Jimmy Carl Black e Arthur Tripp alla batteria. La qualità audio è sorprendentemente molto nitida e di buona definizione, sebbene l'archivista dello ZFT Joe Travers abbia affermato nelle interviste che, per renderla pubblicabile, è stato necessario un minuzioso lavoro di ripulitura, e la performance è ottima. Oltre ad alcuni classici del gruppo ("Help I'm A Rock", "Hungry Freaks Daddy", "Trouble Every Day" e "King Kong", eseguita come bis da un sorpreso, ma compiaciuto Zappa, in seguito alle urla entusiaste del pubblico), spiccano bellissime versioni del medley "Orange County Lumber Truck" e di "Holiday In Berlin", qui intitolata "Shortly". Vengono inoltre inclusi anche due cavalli di battaglia del repertorio dei Mothers che erano precedentemente disponibili soltanto in registrazioni non ufficiali: "Oh, In The Sky", un bizzarro brano doo-wop cantato in maniera deliziosamente demenziale da Roy Estrada e "Octandre", un riarrangiamento dei Mothers di un'opera di Edgar Varese. Una pubblicazione eccellente che, a dispetto della descrizione della serie, può essere apprezzata da tutti. Anzi, questo doppio CD è più rappresentativo dell'attività dal vivo dei Mothers rispetto a "Ahead of Their Time", l'album pubblicato nel 1992 tratto dai due concerti alla Royal Festival Hall il 25 Ottobre 1968. Da avere!

Voto: 9


Finer Moments (Zappa Records/UMe ZR3894)
Data di pubblicazione: 12 Dicembre 2012

Si tratta di un disco di archivio preparato nel 1972 da Zappa, completo e pronto per essere pubblicato ma, per qualche motivo, lasciato su uno scaffale a prendere polvere. Il disco si alterna tra materiale del 1969 e del 1971 ed era stato concepito come doppio vinile. La prima facciata, alterna frammenti del leggendario concerto alla Royal Albert Hall del 6 Giugno 1969, tra cui l'ispirato assolo Zappiano "Sleazette" e la musique-concrete di "The Walking Zombie Music", ad altro materiale del 1971, nello specifico i coinvolgenti assolo di "The Old Curiosity Shoppe". La seconda facciata, contiene un piccolo divertissment in studio e un lungo brano ("Uncle Rhebus"), tratto da un esecuzione di "King Kong" a Boston, l'8 Agosto 1969, contenente 17 minuti di intensa e furiosa improvvisazione musicale. La terza facciata dell'album, è anche la più ostica. Si tratta, essenzialmente, di una lunga serie di 21 minuti di sperimentalismo, con frammenti registrati dal vivo ("There Is No Heaven From Where Slogans Go To Die"), uniti ad altri in studio ("Enigmas 1 Thru 5", "Pumped and Waxed"), conclusi dal demenziale "Squeeze It, Squeeze It, Squeeze It" che, senza rivelare cosa sia, dovrebbe, ormai, essere ben familiare ai fan di Zappa. La quarta, e ultima, facciata, infine, è interamente occupata da "The Subcutaneous Peril", 19 minuti di improvvisazioni tratte da versioni dal vivo di "King Kong" e di "Pound for a Brown", tratte dai concerti alla Carnegie Hall dell'11 Ottobre 1971. Parti di questo materiale sono uscite ufficialmente sparse su "The Lost Episodes""Mystery Disk", "Carnegie Hall" e su vari volumi di "You Can't Do That On Stage Anymore". Tuttavia, come prodotto in sé è interessante, i vari assolo pubblicati sono tutti di alta caratura ed è un lavoro che lo scolaro Zappiano dovrebbe procurarsi, anche se, chi è alle prime armi, forse, dovrebbe aspettare un po'. Comunque, un'uscita affascinante.

Voto: 7


AAAFNRAA 21 December 2012 - Baby Snakes, The Compleat Soundtrack 2h 44m 20s (Zappa Records/Itunes)
Data di pubblicazione: 21 Dicembre 2012

Una delle più grandi delusioni in assoluto: una semplice estrazione in audio del DVD di "Baby Snakes". Nessuna differenza: stesso mixaggio, stessi titoli e stessa suddivisione in capitoli. D'accordo, il materiale presentato è musicalmente eccellente, ma perché mai qualcuno dovrebbe privarsi dello (splendido) DVD e acquistare solo l'audio su Itunes? La cosa, non è conveniente nemmeno a livello di prezzo. Questi Birthday Bundle (pacchetti I-tunes pubblicati il giorno del compleanno di Zappa) si rivelano, ancora una volta, le peggiori pubblicazioni postume. Se non altro, il Birthday Bundle del 2013 (non recensito in questo articolo in quanto tratta esclusivamente delle pubblicazioni audio) è stato un favoloso video di 10 minuti del tardo 1973 che mostra il gruppo in studio (la formazione di "Roxy & Elsewhere" più le Ikettes in studio) intento a registrare una versione di "Cheepnis" ma, veramente, si tratta dell'unico caso degno di nota. Il voto finale è una media tra quello musicale (8) e quello della pubblicazione in quanto tale (1). 

Voto: 4,5


Road Tapes, Venue #2 (Vaulternative Records VR 2013-1)
Data di pubblicazione: 31 Ottobre 2013

Anche il secondo volume dei Road Tapes si rivela essere di estremo interesse per ogni fan di Zappa. Questa volta, ci troviamo davanti ad una selezione tratta dai concerti del 23 e 24 Agosto 1973 a Helsinki, tre in tutto (due nel giorno 23). Nonostante le premesse della serie, la qualità audio è ottima: in stereo e, solo con una leggerissima distorsione nel canale vocale. Ancora più importante, questa particolare formazione della band di Zappa non aveva ancora avuto il suo spazio nelle pubblicazioni ufficiali d'archivio: oltre a Zappa, c'erano il celeberrimo violinista Jean-Luc Ponty, i coniugi Ruth e Ian Underwood, alle percussioni e ai sintetizzatori rispettivamente, George Duke alle tastiere e alla voce, Tom Fowler al basso, suo fratello Bruce al trombone e Ralph Humphrey alla batteria. Splendido il medley che apre il primo CD ("The Eric Dolphy memorial Barbecue", "Kung Fu", "Penguin in Bondage", "Dog Meat" e "RDNZL") e monumentali le versioni di "Dupree's Paradise", preceduta da una lunga introduzione inserita in una traccia a parte, "Don't You Ever Wash That Thing?""Big Swifty" e "Farther O'Blivion". Da segnalare anche il "Finnish Hit Single" "Dun Dun Dun", un'improvvisazione basata su quella che Zappa descrive come "la parte di violoncello che c'è nella colonna sonora dei film dell'orrore quando arrivano i mostri". Se i volumi futuri di questa serie sono come quelli che sono usciti, è il caso di tenerli d'occhio: potrebbero essere, assieme ai Project/Object (ovvero, i making of degli album), le cose più interessanti in assoluto.

Voto: 8,5


A Token of His Extreme Soundtrack (Zappa Records ZR20015)
Data di pubblicazione: 25 Novembre 2013

"A Token of His Extreme" era il titolo un programma-concerto TV del 1974,  registrato dal vivo agli KCET Studios di Los Angeles il 27 Agosto 1974, ma mai andato in onda ufficialmente. Alcune parti di questo programma erano finite nel video "The Dub Room Special" ma, nel 2013, lo ZFT ha finalmente pubblicato l'intero programma in DVD, ricevendo un plauso unanime da parte dei fan. Forse però era meno necessario pubblicare anche la colonna sonora. Sia chiaro: le selezioni sono eccellenti e l'ascolto del disco non può che dare immenso piacere (specialmente "Pygmy Twylyte", "Room Service", "Oh No" e "Son of Orange County"), ma, molto di questo materiale è in comune con quanto uscito sul CD colonna sonora "The Dub Room Special" e non c'è nessuna differenza nella scaletta rispetto al DVD, anche se il mixaggio è diverso dalle altre pubblicazioni. Tutto sommato, il fan non troppo esigente si può accontentare del DVD. Il voto complessivo è una media tra il contenuto musicale (8,5) e la pubblicazione in sé (4).

Voto: 6


Joe's Camouflage (Vaulternative Records VR 20132)
Data di pubblicazione: 30 Gennaio 2014

Solitamente, la Joe's Corsaga contiene cose destinate solo ai fan più accaniti, ma questo nuovo volume è interessante per chiunque. Si tratta di una collezione tratta da varie prove in studio di una formazione di Zappa mai andata in tour e risalente a metà 1975, precisamente tra Agosto e Luglio: oltre a Zappa, Denny Walley alla chitarra, Napoleon Murphy Brock al sax e alla voce, Robert Camarena alla chitarra e alla voce, Roy Estrada al basso, Novi Novoog alla viola, André Lewis alle tastiere e Terry Bozzio alla batteria. Un CD della stessa serie, "Joe's Domage", conteneva anch'esso una prova in studio, ma in qualità audio bassa ed estremamente frammentaria, piena di pause. Chi è memore di quell'esperienza e non l'ha apprezzata può stare tranquillo: a parte un paio di selezioni proveniente da una cassetta in mono registrata da Denny Walley, la maggior parte dei brani sono stati registrati professionalmente su multi-traccia e non c'è praticamente nessuna interruzione al loro interno. Sicuramente, il succo di questo CD sono i due inediti, sconosciuti prima d'ora anche ai fan più accaniti: la strumentale "Phyniox", trionfale veicolo per assolo di Zappa, presentata in due take diversi e "Reeny Ra", un delizioso pezzo nonsense che ricorda un po' i primi Mothers of Invention. Da notare anche che, nella traccia denominata "Choose Your Foot", compare un frammento di "Swallow My Pride", brano eseguito nel tour successivo e tutt'ora non pubblicato ufficialmente. Il resto dell'album non è meno interessante: alcuni pezzi sono in arrangiamenti inediti ("T'Mershi Duween"),  altri in versioni embrionali, a volte notevolmente differenti da quelle pubblicate in seguito ("Honey Don't You Want a Man Like Me", "The Illinois Enema Bandit", "Sleep Dirt" e "Any Downers?"), il tutto intervallato da qualche frammento di audio veritée, in modo da dare un senso di "documentario" al tutto. La ciliegina sulla torta è la bellissima versione di "Black Napkins", con l'assolo di viola di Novi Novoog. Incredibile come,  a 21 anni dalla sua morte, ci siano ancora così tante cose di Zappa che dobbiamo ancora sentire!

Voto: 8



Roxy by Proxy (Zappa Records ZR20017)
Data di pubblicazione: 13 Marzo 2014

Praticamente ogni fan di Zappa sa bene l'epopea che c'è dietro ai famigerati filmati dei concerti registrati al Roxy Theatre di Los Angeles tra l'8 e il 12 Dicembre 1973. I concerti vennero filmati per poter essere pubblicati in video, ma il progetto non è mai stato completato, a causa di costi troppo elevati, anche se due minuti di "Dummy Up" sono finiti nella VHS "The True Story of 200 Motels". Dopo la morte del compositore, il film è stato più volte annunciato e sono state rese disponibili varie anteprime: un trailer di tre minuti, 30 gustosissimi minuti proiettati prima dei concerti della coverband ufficiale di Dweeil, Zappa Plays Zappa (adesso disponibili sul sito ufficiale a questo indirizzo), la pubblicazione del già citato video delle registrazioni di "Cheepnis" in studio e, infine, questo CD, un prequel al video e che contiene tracce mixate e preparate da Zappa nel 1987, forse per "You Can't Do That On Stage Anymore", ma in seguito non utilizzate. Ma, come se non bastasse, anche questo CD ha una piccola epopea:  inizialmente, questo album era stato annunciato a fine 2012 come un progetto di gigantesco crowd founding; i fan interessati avrebbero comprato i master e sarebbero stati i distributori, ma la cosa si rivelò un grandissimo flop e non se ne fece nulla. Il disco venne annunciato, quindi, come pubblicazione regolare, in uscita prevista il 21 Settembre 2013, ma difetti tecnici nella stampe dei dischi hanno spostato la pubblicazione al 13 Marzo dell'anno successivo. Una cosa divertente da notare è che la data di uscita è stata posticipata di settimana in settimana, tenendo i fan sul filo del rasoio! In ogni caso, una volta che ci siamo trovati il CD tra le mani, siamo stati tutti molto veloci a dimenticare i disagi passati. La formazione è fantastica: FZ, Napoleon Murphy Brock al sax, al flauto e alla voce, Ruth Underwood alle percussioni (le cui note nel libretto del CD risultano interessantissime), i fratelli Bruce e Tom Fowler al trombone e al basso, George Duke alle tastiere e alla voce e Paul Humphrey e Chester Thompson alla batteria. Ogni brano presente su CD è in versione monumentale, ma segnaliamo "Inca Roads" in arrangiamento inedito, con una divertente introduzione cocktail jazz, una versione, una versione di "Cheepnis" suonata solo con la batteria e le percussioni, prima di eseguire di nuovo il brano, stavolta normalmente, "Dupree's Paradise", con una serie di assolo mozzafiato, tra cui quello di Tom Fowler, che riprende un inciso di "Montana" e il conclusivo medley finale "King Kong/Chunga's Revenge/Mr. Green Genes". Sebbene l'attesa per questo materiale sia stata lunga, la pazienza è stata ricompensata e, questo CD, schizza subito in alto tra le pubblicazioni postume più belle. Stando a quanto dice Gail Zappa, niente di ciò che è pubblicato in questo disco è in comune con il film e, in effetti, questa versione di "Dupree's Paradise" non è la stessa che c'è nei 30 minuti resi disponibili fin'ora. Oltre ad avere il DVD, la vera colonna sonora, a quanto pare, sarà resa disponibile a parte in futuro. Staremo a vedere ma, nel frattempo, godiamoci questo bellissimo CD.

Voto: 9


Happy Mothers Day (Zappa Records download)
Data di pubblicazione: 10 Maggio 2014

Piccolo bonus in digitale rilasciato il giorno della mamma, acquistabile dal sito ufficiale. Due le selezioni: una versione di "Zoot Allures" preparata da Zappa stesso, tratta da varie esecuzioni dal vivo del 1982 (l'assolo è stato registrato a Londra il 18 Giugno dello stesso anno), ma con una nuova pista di batteria in studio di Chad Wackerman, e "Cosmik Debris" proviene dagli stessi concerti ad Helsinki del 1973 che hanno dato vita al secondo volume della serie "Road Tapes". Entrambi i brani sono di ottima qualità e contengono due assolo di Zappa particolarmente energici e aggressivi, il secondo con un buon uso di wah-wah. Contrariamente ai vari Birthday Bundle, questo EP è senza dubbio più apprezzabile, meno costoso e, nonostante questi due pezzi non siano assolutamente delle rarità nelle pubblicazioni Zappiane, non ridondante.

Voto: 7

The Frank Zappa AAAFNRAA Birthday Bundle 2014 (Zappa Records download)
Data di pubblicazione: 21 Dicembre 2014

Ovviamente, non poteva mancare il consueto Birthday Bundle. Nonostante la nostra esplicitamente dichiarata antipatia per questo genere di uscite, questa volta non possiamo proprio lamentarci. L'anno scorso, come già citato, la famiglia Zappa ci aveva presentato un bellissimo video con un making of di un take in studio di "Cheepnis". Quest'anno si continua sulla stessa scia. Solo un brano non è eseguito da Zappa. Per il resto, ci sono due file audio e uno video. Partiamo dai due audio: "Down in De Dew" è un outtake in studio del 1973, pubblicato per la prima volta su "Läther". Questa particolare versione è un mixaggio originale di Zappa del 1974 ed era già stata pubblicata quest'anno come retro del 45 giri "Don't Eat The Yellow Snow" uscito durante il Record Store Day del 2014. "Freak Choufflè" è un prezioso documento storico: una jam blues dal vivo registrata nel 1966, con una formazione inedita: FZ, Del Casher alla chitarra ritmica, durato nella line-up solo pochi mesi, Roy Estrada al basso, Don Preston alle tastiere e Jimmy Carl Black e Billy Mundi alla batteria. Per una volta, rompiamo una regola, e consideriamo anche il filmato: "RDNZL" registrata dal vivo a Palermo, il 14 Luglio 1982, durante il famoso concerto in cui scoppiò una terribile rivolta. Il brano è stato filmato prima dello scoppio dei disordini, ma non per questo è meno interessante. La versione è eccellente, il video, filmato dal tecnico Thomas Nordegg, è di qualità molto alta pur essendo single-shot, e l'inizio del pezzo è arrangiato diversamente rispetto a tutte le versioni pubblicate ufficialmente fino ad ora. Il gruppo cita pure la marcia trionfale dell'"Aida" di Giuseppe Verdi per omaggiare il bel paese. A giudicare da cosa ha scritto Gail Zappa nella mailing list del sito ufficiale, questo video è solo una piccola anteprima di qualcosa che vedremo in futuro, speriamo presto. Finalmente ce l'abbiamo fatta: dopo otto anni, abbiamo dato un (meritatissimo) voto alto ad un Birthday Bundle!

Voto: 8

Come al solito, il materiale uscito è molteplice e interessante, anche se, purtroppo anche questo come al solito, di varia qualità. Gestire l'eredità musicale di un artista come Frank Zappa non è certamente un compito semplice e, sicuramente, va dato un plauso allo ZFT per il nobile tentativo che sta facendo: sebbene continuino a persistere con alcuni errori, la qualità delle pubblicazioni si è sempre dimostrata generalmente solida e, addirittura, in crescita, grazie ad iniziative sempre nuove e interessanti (l'ultima, appunto, i Road Tapes). Nonostante Zappa sia morto da ormai 21 anni, non sono ancora arrivati a raschiare il fondo del barile e, in certi casi, ci hanno offerto alcune delle incisioni più belle del Maestro, sia dal vivo che in studio. Per quanto riguarda ciò che potrebbe uscire in futuro, stando ad una recente intervista a Gail Zappa, la prossima uscita, cronologicamente la #100, dovrebbe essere finalmente "Dance Me This", un disco inedito per synclavier di Zappa preparato nel 1992 che dovrebbe essere quanto di più vicino alla world music il compositore abbia mai fatto. Tuttavia, nel momento in cui scriviamo, non ne è ancora stata annunciata una data ufficiale di pubblicazione. Un'altra cosa che sembra che uscirà sicuramente è il Project/Object  di "Apostrophe (')", esplicitamente annunciato sul retro del 45 giri di "Don't Eat The Yellow Snow" uscito durante il Record Store Day di quest'anno. Tanto per salivare un po' di più, ecco una breve lista incompleta di cose annunciate in varie interviste, in varie epoche: i Project/Object di "Hot Rats" e "Uncle Meat", un secondo volume di "The Lost Episodes", un secondo CD dedicato al Petit Wazoo tour (il primo è stato "Imaginary Diseases" del 2006), un concerto del Bongo Fury tour con Captain Beefheart, un progetto companion di "The Lumpy Money Project/Object", il concerto al Ritz di New York del 17 Novembre 1981, considerato dai fan come uno dei migliori in assoluto e "The Mothers Live at the Whiskey", un album dal vivo preparato da Zappa nel 1968, rimasto inedito. Dovremmo aspettarci queste cose? Sicuramente sì, ma non in questa priorità e, probabilmente, non tutte nella maniera in cui le hanno annunciate. Ma d'altra parte, una delle cose più belle delle uscite postume di Zappa è che, così come quando era in vita, è assolutamente impossibile predire cosa uscirà e in che modo. Per questo motivo, auspichiamo che l'eccitazione che c'è ogni volta che una nuova release viene annunciata sia destinata a permanere per ancora un bel po' di tempo!



Potete comprare gli album al BARFKO-SWILL SHOP!

NOTA - Questo articolo è il terzo della serie dedicata alle uscite postume di Frank Zappa:


  1. Frank Zappa II
  2. Frank Zappa II 2.0
  3. The Return of the Son of Frank Zappa II
  4. Frank Zappa's continuing voyage into the twilight realm of his own secret thoughts