mercoledì 4 marzo 2020

Hot Poop - Numero 6 - Iarin Munari

PREMESSA

La gestazione di questo articolo è stata lunga quasi quanto le registrazioni del disco stesso. Ci sono varie ragioni. Prima di tutto, come ha detto John Lennon: "la vita è quello che ti accade quando sei occupato a fare altri progetti" (e scaramanticamente, facciamo i dovuti scongiuri, dato che è una frase tratta dal suo ultimo lavoro "Double Fantasy", pubblicato meno di un mese prima della sua tragica dipartita). In secondo luogo, non solo conosco l'artista di persona ma uno dei musicisti che hanno prestato i propri servigi e il proprio talento a Iarin reca il mio stesso cognome e non è una coincidenza. Detto questo, dopo due anni dalla pubblicazione di questo album, i suoi meriti artistici non solo sono sopravvissuti all'impietoso giudizio del tempo ma sono emerse anche alcune qualità nascoste che si sono rivelate a successivi ascolti. Questi due motivi mi hanno spinto, in sostanza, a disinteressarmi a qualsiasi accusa di nepotismo mi possa essere rivolta perché questo è un lavoro che merita effettivamente di essere ascoltato e analizzato. Inoltre, per scelta dell'artista, il disco non è disponibile nelle piattaforme streaming e l'unico modo per poterlo ascoltare è acquistarlo. In sostanza, "I'm" merita tutta l'esposizione possibile. 

Nel corso dell'articolo verranno citate alcune dichiarazioni di Iarin Munari stesso tratte da un'intervista da me realizzata all'interno del programma "Danze D'Architettura" che ho condotto su Radio Voce nel Deserto dal 2017 al 2019.


SVOGLIMENTO

Classe 1975, Iarin Munari è un batterista, compositore, arrangiatore e produttore in attività dal 1996. Il suo curriculum vanta collaborazioni con artisti tra cui Roberto Vecchioni, Stadio, I Nomadi (per i quali ha composto il brano "Non so io ma tu" nell'album "Allo specchio") e Free Jam, band della quale è membro fondatore e con cui ha pubblicato l'apprezzato "What About The Funky?" nel 2012. Questo "I'm" uscito a maggio del 2018, però, è il primo disco che pubblica a nome solista. Il progetto grafico che accompagna l'album può far pensare, più che ad un batterista, ad un cantautore indie. Da un punto di vista musicale, siamo assolutamente distanti anni luce ma concettualmente forse non siamo così lontani: secondo le intenzioni di Iarin, questo lavoro dovrebbe rappresentare una ideale colonna sonora rappresentativa della sua vita. Il titolo stesso, non sarà sfuggito sicuramente ai lettori, è un gioco di parole tra la contrazione di "I am" (io sono) e le iniziali del nome del musicista. Le composizioni sono esclusivamente strumentali, a parte una piccola eccezione, e l'album è improntato su una matrice jazz fusion, brillantemente eseguita da un ensemble che, oltre a Munari stesso alla batteria, include Daniele Santimone alla chitarra, Alfonso Santimone alle tastiere, Nick Muneratti al basso e altri vari ospiti illustri tra cui Piero Bittolo Bon e Enrico di Stefano al sax, Fabrizio Luca alle percussioni e Antonello del Sordo alla tromba. "Si tratta di grandi amici con cui ho trascorso momenti musicali molto importanti e che condividono con me un grande rispetto verso l'arte" dice entusiasticamente Iarin.

Sebbene, come già detto, questo lavoro sia il primo disco ad uscire a nome di Iarin alcuni temi erano presenti anche in "What About The Funky?": il più esplicito è "Towards That Light", composta da Munari in ricordo della scomparsa del padre, originariamente un breve e sofferto intermezzo per archi di poco più di un minuto di durata, qua presentato come malinconica ma meditativa ballad jazz dalla durata di sette minuti e mezzo impreziosita da una pregevole introduzione di piano ad opera di Alfonso Santimone e da un ispirato assolo di sassofono di Enrico di Stefano. Curiosamente, esiste una terza versione di questo brano, non ancora incisa ufficialmente, con un testo cantato da Annalisa Vassalli, talentuosa vocalist che, purtroppo, è entrata a far parte di questo organico solo al termine della lavorazioni del disco e, in quanto tale, non compare su album. Nel caso Munari decida di incidere un secondo album, un'ulteriore rivisitazione di questo pezzo sarebbe puramente giustificata. Nell'album dei Free Jam, "Towards That Light" si collegava ad una canzone intitolata "That Light", il cui testo, scritto dal tastierista e cantante Davide Candini, trattava dell'ultima conversazione avvenuta tra Iarin e il padre. Anche il tema di quella composizione, stavolta in chiave strumentale, compare su questo "I'm" a nome "Settimo". "Si tratta di un brano che ho scritto tanti anni fa", spiega Munari " 'Settimo' è la versione originale, 'That Light' è l'ultima ma ci sono anche versioni intermedie". La versione su "I'm" è più scanzonata e tirata e contiene un arrangiamento per fiati, una irresistibile linea di basso slap di Nick Muneratti e interessanti assolo di chitarra, tastiere e batteria. "Nella forma originaria il brano suona più funky, più felice e più spensierato perché quello era il modo in cui era uscito a livello compositivo ma il tema del ritornello è comunque un po' introspettivo. Quando lo scrissi abitavo ancora con i miei genitori. Un giorno lo stavo provando con la chitarra e mio padre, passando per di lì lo sentì e commentò, in dialetto Ferrarese, 'sa tiè rumantic!'". 

Il disco contiene anche variazioni su uno stesso tema, poste sapientemente a inizio, metà e a fine scaletta ("Sunrise", "Twilight" e "Sunset"). La prima e l'ultima versione sono arrangiamenti malinconici per archi, mentre quella intermedia è eseguita dalla band in chiave molto più jazzata ed energica. Riguardo alla genesi del brano, Iarin rivela che la composizione sarebbe dovuta essere il tema principale della colonna sonora di un film in seguito mai prodotto: "tra l'altro, 'Sunrise' e 'Sunset' sono pensati proprio nella forma di intermezzo che sarebbe apparsa sulla pellicola". 

Due pezzi vedono Iarin nella veste di polistrumentista: la prima, "Chasing Butterflies", è una composizione basata sul tema di "Twilight", senza però riprenderlo pari pari, mentre "Afrita" è l'unico brano dell'album ad avere un testo: "sto cercando una vita migliore e vedo Afrita" in linguaggio Igbo, la lingua tradizionale nigeriana. "Sono delle frasi che, in prima persona, mi sono immaginato possano pensare quei ragazzi che scappano da zone di guerra e che, dopo ore di viaggio, si ritrovano davanti le terre Italiane: mi sono immaginato quali emozioni possano provare. La canzone vuole omaggiare un continente dal quale proveniamo tutti e che negli ultimi secoli ha subito molte violenze". Il brano vede la partecipazione del percussionista Bolognese Fabrizio Luca con cui Munari collabora da diversi anni e con il quale ha condiviso l'esperienza con la band ska The Strike. La versione su disco, sebbene sia molto affascinante e abbia sonorità molto particolari, però, forse risulta un po' penalizzata a noi che abbiamo seguito questo progetto anche nelle date dal vivo. Sul palco, infatti, "Afrita" presenta un arrangiamento forse un po' più tradizionale di quello presente su "I'm" ma dà spesso sfogo a improvvisazioni di vario tipo che a volte si estendono per una durata di oltre un quarto d'ora, che, per mia esperienza personale, spesso ispirano particolarmente i musicisti e li portano ad andare fuori controllo. Ricordo, in particolare, una versione eseguita proprio durante la presentazione live ufficiale dell'album al locale Il Clandestino a Ferrara, durante la quale era intervenuto anche ospite il percussionista Paolo Caruso con il quale la band aveva creato un'atmosfera tribale e cabalistica.

Il disco è completato dalla malinconica "Camilla", contenente uno splendido assolo di basso di Nick Muneratti, e dalla trascinante "Fifth Wave" che riesce, incredibilmente, a rendere orecchiabile un tema che sembra un misto tra Pat Metheny (armonicamente) e Frank Zappa (ritmicamente) e che, sul finale, contiene un brillante assolo di batteria che farà venire voglia alla metà dei batteristi ascoltatori di vendere il proprio kit o di usarlo come carburante per la stufa durante le notti gelide (l'altra metà, invece, opterà per un più dignitoso seppuku pubblico usando un ride come arma contundente). 

"I'm" è un lavoro di classe, realizzato molto bene sia da un punto di vista compositivo, sia come sequenza: l'album risulta, infatti, molto dinamico, merito anche dell'ottima produzione e del brillante lavoro di registrazione effettuato agli Over Studio di Cento. Soprattutto, nonostante le premesse apparentemente molto cerebrali, l'obiettivo dell'album è comunque quello di mettere la musica in primis e, quindi, il disco risulta estremamente godibile anche separato dal suo contesto. 

(l'album è acquistabile a questo indirizzo)




domenica 29 dicembre 2019

3DISCHI - Beppe Dettori, Margherita Zanin, S.O.S.

Beppe Dettori - @90 (Vinile Records, 2019)
L'ex frontman dei Tazenda, Beppe Dettori resuscita due decenni dopo questo lavoro rimasto interrotto, e lo rifà, nuovamente, con il braccio destro dell'epoca, Giorgio Secco. Dichiaratamente "attuale", lo è davvero nelle parole ("Rabbia e Dolore"), negli arrangiamenti (sempre curatissimi, vedasi "Sha La La"), un po' meno nei riferimenti blues ("Mentre Passa") e nella scelta di alcune cover, come "Monnalisa" dell'imprescindibile Ivan Graziani, già ripercorsa da diversi artisti negli ultimi anni. Il brano più maturo risulta "Fermi il Tempo", dove anche le parole e le atmosfere restituiscono appieno il senso di un disco che coniuga in maniera sempre sensata amarezza, rimpianti, orgoglio e spensieratezza. Il lavoro di ripulitura del mastering è senz'altro efficace, ma con le carte che sono state calate sul tavolo rimane da sperare che il buon Beppe ricominci a scrivere, nel 2020, con qualche idea più fresca.


Margherita Zanin - Distanza in Stanza (Volume!, Platform Music, 2019)
Torniamo ad occuparci volentieri della giovane cantautrice ligure, a due anni dal precedente "Zanin", con una maturità udibile nel disco e visibile già dall'artwork, con in più tante nuove storie da raccontare. Con la produzione artistica di Lele Battista, stavolta risulta molto più a fuoco nella sua musica d'autore, più femminile e spontanea, abile nell'aggirarsi tra gli stili, riuscendo a lambire la dance, con tinte scure quasi anni '80, il rap, e impreziosendo il tutto con una rilettura di Gino Paoli (naturalmente "Il Cielo in una Stanza"), assolutamente ben prodotta e sensata nell'intero pacchetto. "Psicofermo" è forse il pezzo che rimane più in testa, ma il momento più alto di questo "Distanza in Stanza" potrebbe essere tranquillamente "Non Mi Diverto se Penso Troppo", audace e biografico, un vero manifesto del suo modo di fare musica. Una crescita visibile e che aumenta la certezza che in futuro sentiremo parlare molte volte - e bene - della giovane savonese. 

S.O.S. - Esse o Esse (Iad Records, 2019)
Dal '93, il bergamasco Marco Ferri e i suoi ci continuano tenacemente a ricordare il miglior decennio per il rock italiano, quello che ha visto la new wave evolversi nella nostra versione del grunge, e continuare fino ad oggi nella definizione di un sound distintivo. I suoi S.O.S. hanno sempre saputo dire la loro, e ancora  una volta, con questo "Esse o Esse", mantengono le radici salde nel rock, quello duro e puro, senza fronzoli, che suona su disco come dal vivo, distante dalle iperproduzioni e dalle contaminazioni forzate a cui un po' tutti si sono voluti costringere negli ultimi vent'anni. Il vero manifesto è sicuramente "Venere Acida", così come l'aggiornamento di un brano degli esordi ("Madre") serve a rimettere al centro dell'attenzione quelle sonorità e quel modo di raccontare la musica e la vita. E' strano dirlo, quando un prodotto sembra così fuori dal proprio tempo, ma in qualche modo questo lavoro suona attuale, nostalgico e genuino. 

martedì 20 agosto 2019

Dario Dee - Dario E' Uscito dalla Stanza (Autoproduzione, 2019)

A ben tre anni dal primo EP, ritorna con "Dario E' Uscito dalla Stanza" il cantautore pugliese Dario Dee, al suo esordio con un vero e proprio album. 
La soluzione di creare un pot-pourri di pop contemporaneo, in particolare quando fluttua nei paraggi del funk, del rap cantautorale ("Noi2vele"), della dance e del soul, non nasconde l'evidente intenzione di attirare l'attenzione con un prodotto fresco, orecchiabile, adatto alle radio e all'estate. Non che il contenuto sia in secondo piano, riuscendo a trattare temi sociali così come delineare storie di maggiore leggerezza con ironia e criterio. Azzeccatissimo il singolo "Il Mio Pesce Corallo Rosso", in linea con gli obiettivi di cui sopra, certamente tra gli episodi più riusciti di questo lavoro. In "In Auto con Raf", Dario si concede di omaggiare l'artista corregionale con un'interpretazione che riesce sia a ricordarne le caratteristiche canore che ad esaltarne la posterità artistica, senza risultare né una triviale imitazione né un elogio smodato e fine a sé stesso. Liricamente, può cogliere impreparati la scelta di raccontarsi in terza persona, come avviene ad esempio nella title-track, ma questo regala all'insieme dei brani una maggiore varietà nel registro e nei toni della narrazione.
Il frangente che personalmente ha catalizzato maggiormente il mio interesse è "LeONi", se vogliamo il più fresco e il più lisergico, insieme all'orgia di tastiere di "Interlude I".

Per tirare le somme, occorre fare un rapido riferimento alla qualità dell'esecuzione e dei suoni, vagamente imprecise e non sempre in grado di rendere giustizia alla pienezza di certi arrangiamenti più tosti e sinceramente accattivanti, in particolare se immaginati su un palco. L'impressione finale è che Dario sappia scrivere, cantare, porsi, ma non concretizzare del tutto, lasciando comunque una testimonianza notevole e premesse grandiose, se coltivate nel modo giusto, per il suo divenire artistico. 

domenica 30 giugno 2019

Paolo Gerson - Le Ultime dal Suolo in Alta Fedeltà (Maninalto! Records, 2019)

Dalla quasi ventennale esperienza dei milanesi Gerson, divenuti negli anni una delle teste di serie della scena punk rock italiana, il frontman Paolo Gerson propaga di nuovo un'opinione personale, un'esperienza propria, solista, a qualche anno da "Rimparare a Strisciare"
Questo lavoro, dal titolo "Le Ultime dal Suolo in Alta Fedeltà", recentemente uscito per Maninalto Records!, mette in chiaro da subito una cosa: l'attitudine punk significa prima di tutto libertà di espressione, pensare fuori dagli schemi e senza vincoli, facendo ad esempio un disco che non c'entri nulla con il sound e le atmosfere in cui speravano i fan più accaniti. Si, perché al posto dei power chords e dei classici ritmi da pogo, ci troviamo synth, archi, uscite melodiche di grande gusto pop, riverberi di Vasco Rossi ("Domicilio Confuso", "Tartarughe e Farfalle"), strutture e arrangiamenti in ogni caso più complessi rispetto alla band madre. La realizzazione è pure notevole, non trascurando nulla nel tentativo di raggiungere un risultato definito, levigato, che possa anche essere considerato per un palinsesto radiofonico ("Se Ci Passi Con La Testa"). L'uso delle parole è la vera punta di diamante, riuscendo a delineare anche un universo narrativo proprio, aiutato da un lessico ampio ed evocativo. Dovendo trovare un limite, mancano dei pezzi al recinto della zona di comfort, dalla quale Paolo è costretto qualche volta ad uscire, riuscendo comunque a mantenere sempre il controllo.

Il nuovo disco dell'artista milanese non lascia l'amaro in bocca, ma sicuramente spiazza. La sua forza è l'indipendenza del messaggio e del mezzo, aiutata dalla freschezza del sound e dal coinvolgimento di musicisti che sanno padroneggiare le proprie abilità, senza strafare. Un ascolto consigliato durante queste giornate torride, per alleggerire la mente.  

lunedì 24 giugno 2019

Esposito - Biciclette Rubate (Rusty Records, 2019)

Avevamo già parlato a Good Times Bad Times di Diego Esposito, ed è per questo che è possibile accostarsi a "Biciclette Rubate" con maggiore cognizione di causa, anche se quello che abbiamo di fronte è un artista che ha ritenuto di cambiare il suo nome d'arte per tenere, semplicemente, Esposito

Rispetto allo sforzo precedente, lo troviamo più a suo agio in strutture più complesse, in saliscendi espressivi ed emotivi che trovano la loro completezza dalla fusione di musiche e voce, senza risultare mai posticci. Rock, cantautorato, elettronica, tanta voglia di raccontarsi, e con questi elementi esplicitare la propria visione su temi come il destino, le conseguenze delle nostre scelte, lo smarrimento che colpisce chi non ha ancora deciso cosa fare della propria vita. 
"Bollani" e "La Casa di Margot" sono forse i due momenti più emozionanti e personali, dove le parole comunicano in maniera molto precisa emozioni e suggestioni che solitamente troviamo affrontate con snervante banalità. "Voglio Stare Con Te" è un potenziale singolo, che porta nel ballo un disco in realtà non così catchy. Realizzato davvero molto bene, fa venire voglia di muoversi e di staccare un attimo il cervello prima di affrontare le liriche più impegnative. 

In generale, questo lavoro suona un po' vecchio rispetto a molte delle uscite recenti dentro questo filone. Ciononostante, si trova confezionato e presentato molto bene, senza troppi fronzoli e con una maggiore sicurezza rispetto al suo precedessore. Una curva ascendente che ci auguriamo Esposito possa continuare a seguire. 

venerdì 31 maggio 2019

Andrea Donzella - Maschere (Autoproduzione, 2019)

"Maschere" è il nuovo lavoro del cantautore di origini siciliane Andrea Donzella, un salto nel passato che subito stride con le sonorità a cui siamo abituati oggi, ma che trova invece sempre più senso man mano che gli ascolti procedono e si ripetono. Riverberano ovunque i sentimenti, i suoni, le metriche, i tempi narrativi di quella British Invasion che circa cinquant'anni fa sferzava gli animi e gli intelletti dei nati a cavallo tra le due Grandi Guerre, quel misto di beat, rock e tanto pop, che oggi chiamiamo britpop (e ai più timidi all'epoca sembrava musica satanista). In Italia i Beatles fecero comparire i Renegades, i Rokes, Rocky Roberts & gli Airdales, i Primitives, in qualche modo anche i Pooh, importavano un sound ancora fresco e coglievano le urgenze espressive di una parte della gioventù di allora. In qualche modo gli anni '70 e '80, cui pure si rifà Andrea, sono nati anche da questo e premendo play una seconda e una terza si scopre che forse l'anima è più lì, all'origine di Luca Carboni, di Antonello Venditti, ogni tanto di Baglioni. Oggi ha ancora senso? Meno, ma le operazioni nostalgiche hanno ancora successo, ben coadiuvate da un'industria discografica che ha sempre sostenuto l'evoluzione di questo filone. E' questo il motivo per cui avvicinarsi a questo lavoro non è difficile, né fuori tempo massimo, ma piuttosto qualcosa di già sentito, del quale valutare solo le virtù artistiche. In questo, poche parole basteranno: è un disco ben realizzato, ben registrato, ben interpretato. Non ci sono crismi o sovrastrutture iperboliche, ed è pleonastico dire che la voce svolge un ruolo centrale. 

Veniamo al contenuto: le maschere sono quelle che tutti indossiamo ogni giorno, costretti a vivere una vita dove essere noi stessi è scomodo, e i ruoli imposti sono una perenne gabbia. Non tutti conducono la propria esistenza interrogandosi su questa materia, ma sicuramente lo sta facendo il nostro Donzella, mettendo in musica una difficoltà evidente che è facile comprendere. Il rapporto tra genitori e figli è approfondito in "Mille Cose da Salvare", l'amore spezzato in "Quante Volte Avrei Voluto, di nuovo le personalità celate o fraintese riemergono infine nel pezzo "Ogni Volta Io", dove traspare in tutta la sua luminosità la voglia di essere sé stessi, senza filtri, nel brano più riuscito e personale.

Dove l'originalità non arriva, ci pensano le parole a riequilibrare il tutto. "Maschere" è un bel lavoro, e per questo motivo speriamo di avervi convinto ad ascoltarlo presto.  

domenica 14 aprile 2019

Miza Mayi - Stages of a Growing Flower (Altermusic, 2019)

Sound dal respiro internazionale, contaminazioni intelligenti e genuine, un'interpretazione splendida e fresca: è quello che troviamo nel primo lavoro di Miza Mayi, cantante italo-africana sicuramente ancora da dirozzare ma già indirizzata verso una direzione ben precisa. "Stages of a Growing Flower" è molto ben confezionato, e i suoi ingredienti più "ovvi", mi si passi il termine, passano dalla voce di Miza, sempre gradevole, raffinata, impeccabile, abilissima a calare sul piatto tutti gli assi a disposizione: soul, blues, jazz, gospel, una verve pop di notevole caratura, infine la capacità di riversare tutto questo in territori anche distanti, come l'elettronica o la canzone d'autore. 

L'episodio più spendibile sul mercato radiofonico è certamente "In My Dreams", seguito da "Walk Away", chiaramente per ascoltatori di altre regioni del mondo, sebbene pure in Italia, indubbiamente, un'intensità espressiva di questo calibro può andare a segno con facilità. "Burn Down My Soul" sfodera anche l'arma dell'erotismo, come altri momenti dell'album, e ipnotizza con le sue tonalità scure, quasi noir tanto quanto il testo ancora più eloquente di "Kundalini Love", un altro dei passaggi più riusciti dell'intero disco. Un po' fuori fuoco le scelte timbriche e tonali di "The Third Way", anche se probabilmente volontarie e sensate dal punto di vista della costruzione, mentre andrebbe riposta maggiore cura nel tentare di scatenare il ballo forzatamente, come con "Flowers" e "Tom Tom Town", un po' artificiose ma in ogni caso sufficienti.

In conclusione, questa uscita risulta fresca, in linea con i gusti di una generazione che nel soul e nei decenni passati prova un perno per scegliere cosa ascoltare ancora oggi. Per evitare di diventare l'ennesima voce da applausi e lacrime nelle audizioni di un talent, sarà sufficiente seguire la stella giusta tra le tante che brillano nel suo cielo. Se poi sarà quella di "Burn Down My Soul" tanto meglio. 

giovedì 11 aprile 2019

Andrea Giraudo - Stare Bene (Rossodisera, 2019)

"Stare Bene" è il titolo di questo disco del cantautore e musicista cuneese Andrea Giraudo, e forse anche il suo intento principale. Sospeso tra frivolezze citazioniste, una richiesta viscerale di contaminazioni che si appropria dei pezzi più di quanto lo facciano le parole, e un uso della voce che ondeggia sapientemente tra l'impostato e il giocoso, il tono di queste canzoni è spesso alto, aulico, come a nobilitare intenti velatamente pop. 

In qualche modo, il connubio tra intenzione radiofonica e ricerca di una cornice più prestigiosa, è forse l'operazione più riuscita di Giraudo dentro al contesto di questo lavoro. "La Guarnigione" è il momento più ruvido, dove fa capolino il rock'n'roll, ma nel complesso emerge la necessità di una maggiore intensità e presenza sonora che la può far comparire sgonfia (e poi qualcuno ci sente Ray Manzarek?). Gli apporti strumentali, tutti ottimi, spiccano quando finiscono nel piatto ingredienti fuori dall'ordinario come le fisarmoniche, gli organi Hammond, oppure le capatine nel jazz di "L'Isola in Due", dove il vero protagonista è il pianoforte. Anche il blues di "Potere Volere", un elemento se vogliamo più banale rispetto ad altre scelte, risulta in realtà un esperimento riuscito, con quelle coriste che un po' vorremmo cancellare dalla faccia della terra e un po', all'ennesimo ascolto, ci risultano fondamentali per la buona riuscita del pezzo. Andrea si sposta molto velocemente tra interpretazioni teatrali, talvolta vetuste nell'impronta, come in "Poker", e una versione più moderna, forse à la Vinicio Capossela (ma non è detto), di quel cantautorato istrionico, scherzoso, a volte buffonesco, che ebbe origine con i poeti comico-realistici del Duecento, come Folgóre di San Gimignano e Cenne de la Chitarra, meno noti di Cecco Angiolieri ma già ricordati, nel mondo della canzone d'autore più diffusa e popolare, da Guccini. 

In linea di massima, non c'è molto da aggiungere. La verve e il pathos di Giraudo sono componenti insostituibili di tutti quei pezzi che necessitano di doti vocali, liriche e interpretative un po' più spiccate, dove si rischia di sfiorare la pretenziosità. La buona notizia è che quasi sempre, Andrea, è riuscito ad aggirare l'ostacolo. Ci troviamo davanti all'eccellenza nei suoni, nella scrittura, nell'esecuzione, meno nell'arrangiamento, ma non si può chiedere troppo ad un lavoro di questo tipo, già di per sé completo nell'evidente soddisfazione del suo creatore: l'arma più potente a disposizione di un musicista. 

domenica 7 aprile 2019

Babil On Suite - Paz (Puntoeacapo Srl, 2019)

Torna il collettivo Babil on Suite e si riaccende subito l'interesse per questo pop multiforme, caleidoscopico, votato a una ricerca di contaminazioni che non risulterà mai artificiosa, grazie all'originalità, ai suoni, in generale ad una produzione di tutto punto. Dance, rap, folk, musica africana ma anche sudamericana, mood che fluttuano continuamente tra la festa e la riflessione, le parole come perno. E' incredibile quanto il mescolamento di tantissimi elementi funzioni se fatto da musicisti consapevoli delle proprie capacità, in grado di evitare quel fastidioso caos che molti progetti world music hanno messo in campo, anche nel tripudio della stampa di settore.

I racconti sono centrali, come quello del ragazzo di "You Can Be Free" o la coraggiosa rilettura, ai confini tra filosofia e storia, di un canto di Joseph Tamaru che fonde politica e analisi sull'ordine delle cose. I momenti più funk, più sostenuti, fanno davvero scatenare e danno leggerezza al lato "impegnato" del disco, come "Agora", "Call Another Boy" o quella "2 Loose 2 Loose" che cela a fatica un lato romantico che potremmo vedere approfondito in future uscite della band. Esperimento di rilievo è anche il mashup "Sing It Back", che prende i Moloko e lo sposta nell'universo multietnico dei siciliani.

Merita senz'altro un ascolto approfondito questo "Paz", e per coglierne tutte le sfumature occorre dedicarci il tempo, l'attenzione che spesso oggi abbiamo smarrito durante la fruizione della musica. Complimenti ai Babil on Suite. 

giovedì 3 gennaio 2019

Bryan Ferry and His Orchestra - Bitter-Sweet (BMG, 2018)

Il 29 marzo di quest'anno, al Barclays Center di Brooklyn, i Roxy Music saranno  finalmente tra i gruppi che verranno inseriti alla Rock and Roll Hall of Fame, fondazione Americana che dal 1983 aggiunge annualmente come membri i gruppi che più hanno fatto la storia del rock. Se l'esistenza di tale istituzione in Europa viene vista con indifferenza, in America è oggetto di dibattito tra i vari appassionati di musica che, puntualmente, si lamentano dell'esclusione dei propri beniamini, come se un riconoscimento pubblico fosse necessario a legittimare i gusti musicali. Certamente tali cerimonie hanno generato momenti molto interessanti, come il delirio di onnipotenza di Mike Love dei Beach Boys durante il discorso di introduzione nel 1988, il non discorso di Alex Lifeson dei Rush nel 2015 e la premiazione agli Yes nel 2017, durante la quale sono uscite tutte le tensioni tra i vari membri del gruppo (oltre ad aver offerto probabilmente l'ultima occasione di vedere Jon Anderson, Rick Wakeman e Steve Howe sullo stesso palco). Con i Roxy Music, probabilmente, non succederà nulla di eclatante: in fin dei conti, si tratta di raffinati signori di una certa età che hanno fatto dell'eleganza, musicale e non, il proprio stile di vita. Certo, nella storia della band ci sono state diverse scaramucce, soprattutto tra il carismatico frontman Bryan Ferry e il fiatista Andy Mackay (e, famosamente, l'abbandono di Brian Eno dopo i primi due dischi) ma i particolari più salienti sono sempre stati tenuti lontani dall'occhio pubblico e, anche quando nel 2011 il gruppo, dopo dieci anni di reunion, ha deciso di interrompere definitivamente la propria attività, è stato fatto tutto alla loro maniera: senza proclami, dichiarazioni pubbliche o altro. Più che altro, la premiazione potrebbe offrire l'occasione di sentirli suonare per un'ultima volta, magari con Eddie Jobson, eccellente violinista e tastierista che ha suonato con loro dal 1973 al 1976. Quale miglior momento, comunque, per Bryan Ferry per fare uscire un nuovo lavoro a suo nome?

Ferry è sempre stato un artista molto intelligente, conscio dei propri limiti e perfettamente in grado di capire come lavorare al meglio all'interno degli stessi. Non ha un'estensione vocale particolarmente elevata, ha sempre cantato praticamente senza emissione e le sue doti di tastierista sono abbastanza basilari. Eppure, ha sempre potuto contare su un timbro vocale naturalmente bello, una capacità interpretativa studiata e molto teatrale e, soprattutto, un gusto nel creare melodie semplici ma mai banali e sempre molto raffinate. Proprio a causa della sua intelligenza artistica, non stupisce che il terreno sicuro nel quale si è rifugiato da un po' di tempo sia calcolato al millimetro per far risaltare le sue qualità. Esemplificativo di ciò è il suo precedente lavoro in studio, "Avonmore", un album artisticamente valido ma di fatto una copia carbone dei suoi lavori classici: non a caso, infatti, molti di quei brani erano stati composti proprio a cavallo degli anni '80 e '90, per il mai completato "Horoscope".

Paradossalmente le opere che più escono dalla comfort zone del crooner Inglese sono quelle composte interamente da rivisitazioni: "Bitter-Sweet" è, infatti, il seguito di "The Jazz Age", album del 2012 nel quale l'artista riprendeva alcuni classici dei Roxy Music e della sua carriera solista e li riproponeva in versioni jazz strumentali anni '20. Il disco era stato realizzato al 100% nello stile dell'epoca, registrando gli strumenti in presa diretta e in mono piazzando un solo microfono in mezzo alla stanza, in modo da ricreare perfettamente il suono vintage. Questo nuovo lavoro è molto meno estremo del precedente: lo stile è comunque basato sul jazz tradizionale e il retro swing ma qui si respira un sapore più orchestrale e cinematico e l'album è stato inciso seguendo tecniche contemporanee. Inoltre, stavolta, sette dei tredici brani proposti sono cantati. Entrambi i dischi si avvalgono della presenza del pianista e arrangiatore Colin Good, ormai storico collaboratore di Ferry da anni.

Alcune delle canzoni presenti su questo album fanno parte della colonna sonora della serie TV "Babylon Berlin"; chi sta recensendo non l'ha vista, per cui i giudizi espressi si baseranno squisitamente sugli arrangiamenti in sé, decontestualizzati dall'ambito in cui erano stati pensati. Vedendo il disco in quest'ottica, sicuramente i brani che colpiscono di più sono quelli più cupi e malinconici, tra i quali spiccano "New Town", la title-track, "Zamba", "Chance Meeting" e, soprattutto, "Boys and Girls", il cui testo si sposa perfettamente con questo arrangiamento ("chi sta piangendo per strada?/la morte è un'amica che devo ancora conoscere"). Viceversa, i pezzi rivisti in chiave squisitamente jazz sono quelli che fanno la figura peggiore, risultando stereotipati ("Sign of the Times") o direttamente ridicoli ("Dance Away"). Forse il brano che riassume di più la caratura del disco è "Sea Breezes": emozionante nell'introduzione e nella coda, inconcludente e forzato nella sezione centrale. Il cantato di Bryan Ferry è, come sempre, perfettamente adatto al tipo di musica che propone e la produzione è ottima e nitida, in modo da far risaltare nuovi particolari ad ogni ascolto. Il packaging dell'album è, inoltre, molto attraente, con delle splendide illustrazioni in stile vintage, un breve e interessante saggio del musicologo Simon Morrison e una bellissima confezione in stile cartonato che dà ancora di più l'idea che ci si trovi di fronte ad un articolo di lusso. Curiosamente, in copertina, Ferry ha ancora una volta proposto una sua foto non recente ma, a differenza di quella apparsa su "Avonmore", stavolta possiamo perlomeno associare questa voce stagionata e consumata più facilmente a quel viso. 

Come avrete capito, si tratta di un disco non essenziale, ma anche certamente non privo di qualità. Potremmo, metaforicamente, associarlo al dolce o al bicchierino a fine pasto: soddisfacente e gradevole in quantità giusta, stomachevole esagerando. Forse, l'uso migliore che se ne può fare è quello di lasciarlo come sottofondo ad una cena raffinata, magari in dolce compagnia. Un consiglio ulteriore ai fan più accaniti: la prima volta ascoltatelo senza guardare la tracklist sul retro del disco, in modo da poter apprezzare maggiormente l'effetto sorpresa.

Bryan Ferry (Paramount Theatre, 3 Agosto 2017)
Foto di Julio Enriquez

venerdì 28 dicembre 2018

Stona - Storia di un Equilibrista (Volume!, 2018)

Guido Guglielminetti, in arte Stona, dà alle stampe questo "Storia di un Equilibrista" con un titolo in qualche modo indicativo del suo contenuto. Risulta proprio un equilibrista, un funambolo, l'artista che toccando varie sfaccettature della canzone d'autore riesce a mantenere un delicato bilanciamento tra qualità, originalità e sostanza. Se da un lato la genuinità può passare in secondo piano nei momenti in cui rimandi lirici e interpretativi ricordano questo o quel nome del nostro panorama musicale (Fossati, De Gregori, Tenco, Dalla), risuona invece di una fresca spontaneità il modo di parlare, con velata ma ficcante ironia, di tematiche come la nostra scena popolare ("Mannequin") e la sua personale visione della musica (la title-track). Di questi argomenti Guglielminetti può parlare con con sapienza ed esperienza, in quanto già impegnato con il precedentemente citato De Gregori come bassista e produttore, pienamente coinvolto in molti suoi lavori. Le scelte musicali non stupiscono così spesso, forse per essere un po' troppo altalenanti, ma i momenti che risultano di maggiore impatto sono quelli (rari) in cui si preme sull'acceleratore come "Streaming" (vagamente Subsonica, ma con un cuore depechemodiano) o in cui si strizza l'occhio prevalentemente al mercato radiofonico, come in "Nell'Armadio" e il suo meraviglioso ponte semantico tra un armadio disordinato e le nostre vite scompigliate e disperse in mille rivoli e interessi che non ci permettono di focalizzarci su un singolo obiettivo. E' evidente anche come la selezione di musicisti di grande valore (uno su tutti Elio Rivagli alle pelli) impreziosisca il risultato finale, che si poteva in realtà "spingere" un po' di più per dargli maggiore modernità ma anche colore e "forza d'urto", in virtù delle tantissime influenze che si è scelto di coinvolgere, dal jazz al funk passando per l'elettronica e ovviamente il pop autoriale italiano. 

Si potrebbe certo dire che l'eccesso di personalizzazione dei testi, quasi tutti filtrati da un intimismo vagamente ermetico, faccia apparire tutto rivolto a dare sempre il proprio punto di vista piuttosto che narrare qualcosa che possa appartenere alle masse. Di conseguenza, l'oscurità delle parole risulta forse opprimente ai primi ascolti, richiedendo un'indagine più approfondita per poterne attraversare il carapace. Se questo per qualcuno sarà un deterrente, potremmo invece sostenere che l'eleganza e la soggettività di cui tutto il lavoro è pervaso è proprio la cifra stilistica che andava ricercata e valorizzata, forse ancor più di quanto già non lo sia, perché centrale nella lettura del mondo artistico di Guido. 

The Lizards' Invasion - INdependence Time (Iohoo Records, 2018)

Ci sono voluti sette anni perché i vicentini The Lizards' Invasion giungessero alla pubblicazione del primo full-length, supportato anche da una campagna ben riuscita su Musicraiser, e così Restaino (voce), Mattiello (batteria), Adda e Mazzù (chitarre), Onestini (basso) e Guglielmi (tastiera) possono presentarsi con tutta la loro consapevolezza e maturità artistica già raggiunta negli anni della gavetta, tra contest e primi palchi, con questo "INdependence Time". Anche il titolo può sembrare una dichiarazione d'intenti, e si sposa bene sia come autoproclamazione di un'autonomia raggiunta a fatica, facendosi le ossa per anni, che come rampa di lancio per la narrazione di questo concept album utopico riguardante un mondo parallelo dove gli esseri viventi non sono in grado di provare sensazioni negative, sgradevoli, spiacevoli, ma sono caratterizzati da un animo buono, gentile e sempre rivolto al bene. 
Il linguaggio matrice è quello del prog, probabile contesto formativo di più di qualche membro della band, mentre tutta una serie di altri riferimenti ed influenze trovano spazio rendendo il tutto estremamente, forse troppo, vario. Sentiamo Banco del Mutuo Soccorso e PFM in più momenti, in particolare nelle melodie di "INdestructible", anche se l'eccesso di epica la fa sembrare più la colonna sonora di un b-movie wannabe kolossal di Michael Bay coi robottoni che si sparano e contemporaneamente un gladiatore che festeggia lo squartamento di un leone nel tripudio della folla. La voce qui ricorda più i momenti epici degli Iron Maiden con Bruce Dickinson (qualcuno ha detto "Alexander the Great"?). "INvasion" alterna arpeggi quasi Coldplay a un cantato sempre maideniano,  altre volte più vicino al Bono Vox degli esordi o a Steven Tyler. "INsider" in qualche modo erige un ponte tra "Mama Said" dei Metallica, i Dreamtheater più melodici dei primi dischi e l'indie inglese moderno. Non uno dei migliori momenti, anche se uno dei più originali. 

Quello che risalta di questo lavoro è la sua coerenza al netto di riferimenti molto vari e ampi, ottenuta principalmente per scelte sonore e una voce sempre sul pezzo. Laddove può risultare pesante, viene alleggerito appunto da un'interpretazione accorata e che evidentemente "crede" molto nelle parole, per questo motivo riuscendo a veicolare molto bene il messaggio. Negli Stati Uniti forse sarebbe passato inosservato, ma qui da noi c'è margine per lasciare il segno, anche se personalmente avrei privilegiato la lingua italiana.
Un bel lavoro, da smussare solo in alcuni punti di eccesso di magniloquenza quasi barocca, ma che si fregia di un'identità forte e un sound fresco. 

mercoledì 26 dicembre 2018

Zuin - Per Tutti Questi Anni (Volume!, 2018)

Ed ecco il debutto per il cantautore desiano Massimo Zuin, che insieme a Matteo Consonni (Batteria) e Claudio Cupelli (chitarra) forma il progetto denominato Zuin, che io personalmente avevo conosciuto sul palco del Primo Maggio di Roma. Giunto ai primi trent'anni, Massimo vuole dire la sua su quanto ha vissuto, visto e conosciuto, filtrato da un linguaggio semplice che vuole dichiaratamente raggiungere un pubblico più ampio possibile, senza un ermetismo che a ben sentire le sue parole forse non sarebbe nemmeno pane per i suoi denti. Quando parla di relazioni interpersonali, come in "Caro Amico (Ti Sfido)", "Monza-Saronno" e "Sottopelle", la visione è sempre cinica e pessimistica, ma è ben chiaro che tutto questo deriva genuinamente da un vissuto, e non da un'invenzione lirica, con sensazioni nostalgiche e malinconiche però in un certo senso reazionarie nei confronti di quella mestizia suscitata dai ricordi. L'uomo sa costruire tanto quanto sa distruggere, e lo sentiamo in "Il Profumo di un Albero", sottilmente venata da un buonismo ambientalista che comunque si può tollerare grazie ad una scelta accurata dei termini, e in "Credimi", dove si affronta il tema del divorzio. 
Musicalmente funziona molto bene la fusione di musica folk, rock, pop, cantautorato, confezionando il tutto in maniera elegante quanto basta a non eccedere in eterogeneità e contemporaneamente a rimanere sempre in territori "radiofonici". 

Tra rimandi cinematografici e di cultura popolare, un'ottima conoscenza della lingua italiana tale da alleggerire il tutto evitando ampollosità e monotonia e l'essersi avvalso di musicisti eccellenti, "Per Tutti Questi Anni" vince una competizione molto difficile in un anno in cui tantissimi lavori cantautorali non hanno saputo andare a fondo e regalare tanta spontaneità, personalità e profondità in un'ottica easy-listening, mai pesante né opprimente. Complimenti a Massimo. 

lunedì 24 dicembre 2018

Municipale Balcanica - Night Ride (Red Tomato Records, 2018)

La musica, per così dire, "balcanica" ha preso negli anni diverse strade, contaminandosi più o meno in ordine cronologico con i folklori locali di ex Jugoslavia, Grecia e paesi ispanici, lo ska, il punk, il rockabilly, in ultima battuta anche con la dancehall e la disco, più qualche sporadica trashata da tormentone che pensa anche all'house e all'elettronica commerciale. 
La Municipale Balcanica è uno degli ensemble più rappresentativi del genere nel nostro Paese già da quindici anni, e pur avendo scelto un campo chiuso, uguale a sé stesso da sempre, pienamente riconoscibile anche quando tenta in tutti i modi di evolvere, sono sempre stati in grado di dare l'idea di mettersi in discussione, cambiando riferimenti musicali - che sicuramente non sono solo musica balcanica, come invece per molti altri - e sonorità. Con questo Night Ride provano infatti a ribaltare di nuovo il tavolo e a mettersi dalla parte di chi vuole, anche per età anagrafica, comparire tra i capostipiti e tra i nomi fondamentali di questo filone, gettonato - va detto - principalmente come motore di spettacoli dal vivo molto divertenti e coinvolgenti, in qualche modo come il folk irlandese. Ecco che compaiono prepotenti tutte le esperienze formative obbligate per noi italiani, dove la canzone d'autore è elemento ricorrente così come i singoloni da storia del pop che in un karaoke chiunque di noi, anche il più accanito dei metallari, saprebbe cantare anche senza testo (tipo "Si Può Dare di Più", "Mare Mare" o "Il Battito Animale" per intenderci), che sentiamo, rimanendo a parlare della band di "Foua" e "Road to Damascus", in particolar modo in "Ogni Stella", mentre i riferimenti cantautorali itpop più moderni, quasi da Calcutta, li sentiamo più in "Deserto non Deserto". Dove molti pezzi sono per necessità uguali a sé stessi in un loop eterno come da elemento cardine di questo linguaggio, stupiscono invece gli inserimenti da colonna sonora, come quelli che sentiamo nella morriconiana "Polvo y Suenos", con qualche inserto vagamente western, o negli echi di Tarantino, che comunque sono sempre filtrati dall'evidente background rock dei musicisti, e che fanno capolino in maniera impertinente in "Kiss Slow, Kill Fast". 

Non posso celare ulteriormente il mio disamore per certi generi più "da sagra", come anche la musica celtica, lo ska e in qualche modo il reggae. Tuttavia, la recensione serve a dire se questo disco, nel suo ambito, trova un senso e una collocazione. Sicuramente "Night Ride" spicca per la versatilità dei suoi autori e interpreti, anche in termini di scelte sonore, per l'esplorazione di codici non antitetici ma tangenti alla stella guida del balkan, che infatti si sposano bene tra di loro, finendo per farmi tollerare nello stesso disco influssi arabi, spagnoli, klezmer, dal Sud Italia e da tantissimi altri posti, con una coerenza davvero degna di nota. 
Indubbiamente, per fruire al meglio questo disco occorre sentirlo in un centro sociale, in un festival, in una festa della birra, dove vi auguriamo di passare una bella serata di danze (e alcol) con la Municipale Balcanica.

sabato 22 dicembre 2018

Marco Negri - Il Mondo Secondo Marco (Marco Negri, 2018)

Marco Negri è un cantautore mantovano, pronto a esordire sulla scena con questo suo "Il Mondo Secondo Marco" che già dal titolo appare come un'indicazione di quanto la musica per lui sia racconto, opinione, urgenza comunicativa. Nello scorrimento del disco, all'ascolto, notiamo un primo grande punto interrogativo, riferito all'eterogeneità del tutto: in pochissimi minuti sentiamo influenze britanniche (Oasis, Blur, Manic Street Preachers, Joy Division, ma anche Rolling Stones), americane, sia nel punk che nel pop, (Ramones, Blink 182, forse pure i Pearl Jam), passando per le testimonianze che il movimento grunge post-Seattle ha lasciato in Italia (Afterhours, Marlene Kuntz, Ritmo Tribale, Estra) e l'elettronica primordiale di Kraftwerk, the Human League e i numi tutelari da cui questi primi esempi ormai preistorici di synth-pop hanno ricevuto tanta linfa vitale, come ad esempio i Roxy Music. Se poi ci soffermiamo ad analizzare anche la tradizione cantautorale italiana, i cenni reggae, il blues, possiamo tranquillamente dire che c'è di tutto, come a voler fare con la propria musica anche una rassegna complessiva dei propri ascolti. 
In merito, dicevo "punto interrogativo" perché per dare corpo e coesione ad un lavoro così composito bisogna investire tutto sui testi. Parlare di sé stessi è da sempre un'arma a doppio taglio, perché si può essere spontanei e genuini, veri, ma anche non essere compresi. In questo caso, l'uso di un linguaggio semplice e puntuale - nel senso che non si presta a interpretazioni del singolo, risultando chiaro a tutti fin dal primo approccio con i pezzi - regala alle canzoni, tendenzialmente, una maggiore digeribilità, mentre dall'altro non va oltre l'autobiografia rivissuta tramite diversi momenti, dalle difficoltà economiche, gli amori, gli errori del passato su cui riflettere, il sempreverde tema del rapporto padre-figlio. Per creare empatia con una narrazione di questo tipo, occorre quantomeno aver vissuto sensazioni e situazioni simili, e questo sicuramente sarà per molti un elemento di identificazione nel progetto di Negri. 
Gli arrangiamenti molto, troppo, vari sono comunque abbastanza ben fatti, e i suoni opportunamente missati e masterizzati, dando alle parole una cornice di classe e di pregio. Si poteva forse spingere un po' di più, ma schiacciare i suoni in questo modo è essenziale quando si ha la necessità di lasciare spazio alle parole, scelta che condivido. 

L'impressione generale è che Il Mondo Secondo Marco sia grigio interiormente e troppo variopinto esternamente, in questo senso perdendo in coerenza. Il disco scorre comunque in maniera fluida e non risulta pesante. Per questo motivo può in qualche modo cogliere nel segno per chi intende divertirsi con la scoperta di un nuovo lavoro musicale, meno in chi è alla ricerca di qualcosa di innovativo,