sabato 8 novembre 2014

Pink Floyd - The Endless River (Parlophone / Columbia, 2014)

È incredibile quanto sia difficile cominciare una recensione per un nuovo album dei Pink Floyd; tanto più che, fino a poco tempo fa, complice anche la morte del tastierista Richard Wright nel 2008, l'ipotesi di avere un nuovo lavoro in studio del leggendario gruppo Inglese era completamente impensabile. Prima di parlare del disco in sé, forse è meglio fare qualche considerazione. È innegabile che la richiesta per un nuovo album dei Pink Floyd fosse stata altissima e continuamente crescente dal momento in cui finì il tour del 1995, da cui venne tratto il live album "Pulse", eppure, nonostante tutto, l'annuncio dell'uscita di questo album ha causato tanti plausi quante polemiche. Ovviamente, in primis, quelli che amano definirsi i fan di nicchia si sono subito affrettati ad affermare che, senza Roger Waters, i Pink Floyd non possono esistere. Partendo dal presupposto che giudicare male un disco prima di averlo effettivamente ascoltato non ha senso, è importante ricordarsi che, per quanto la cosa possa essere fastidiosa a dirsi, nessun fan potrà mai stabilire chi siano e chi non siano i Pink Floyd; Waters stesso, dopo essere stato assillato da fan che gli chiedevano se sarebbe stato nel nuovo album ha dovuto specificare, tramite una nota ufficiale su Facebook che "Nick (Mason) e David (Gilmour) costituiscono il gruppo dei Pink Floyd; io non ne faccio più parte. Ho lasciato il gruppo nel 1985, 29 anni fa. Non c'ero nemmeno negli altri due album in studio "A Momentary Lapse of Reason" e "The Division Bell" e non ci sono su "The Endless River" ".  Secondo altri, invece, questo disco sarebbe una speculazione fatta sull'anima di Richard Wright pubblicando un album costituito da scarti e, anche qua, la cosa non è del tutto esatta. "The Endless River" è stato iniziato in contemporanea a "The Division Bell", tanto più che, inizialmente, doveva essere parte dell'album stesso ed è stato gradualmente completato nel corso degli anni, tra un progetto e l'altro, per essere stato finito solo ora. Peraltro, notando la natura del disco, è anche facile capire perché Waters sarebbe stato fuori posto: è pur vero che le acque (se mi perdonate l'orribile gioco di parole) tra lui e i rimanenti membri dei Pink Floyd si sono calmate ma, vista l'impossibilità di aggiungere nuovo materiale al disco, il bassista e compositore sarebbe stato relegato ad un ruolo di secondo livello, così in basso che, appunto, sarebbe stato meglio non avesse partecipato in toto. Un'altra polemica, come al solito, viene data dai detrattori delle cosiddette "reunion"; a parte il fatto che questa non è una reunion al 100%, visto che si tratta, per l'appunto, di un completamento di un progetto dell'epoca, anche se fosse, è abbastanza sciocco pensare che la musica sia per forza scarsa o resa male in questi contesti: basti solo pensare alle spettacolari reunion dei Cream, dei Police, degli UK, dei Van Der Graaf Generator e degli Area, tanto per fare un bel po' di esempi concreti (anche se, per amor di cronaca, è bene specificare che, a parte gli ultimi due casi, non è scaturito nuovo materiale da queste nuove fasi dei gruppi).

Comunque, dopo tutta questa filippica, forse è meglio cominciare a parlare anche della musica contenuta su questo "The Endless River". Il disco è quasi integralmente strumentale, salvo qualche campione parlato e la conclusiva "Louder Than Words", ed è diviso in quattro parti, come se si trattasse di un doppio vinile, evidentemente, dentro le quali, i pezzi sfociano l'uno nell'altro senza soluzione di continuità, come se si trattasse di quattro suite. In realtà, l'album suona meno pesante di come potrebbe apparire dalla descrizione, anche se la descrizione dell'album come "ambient" data da Gilmour e Mason è senza dubbio esagerata, sebbene il disco sia innegabilmente molto suggestivo e atmosferico. In sé, da questo punto di vista, non c'è nulla di eclatante: queste cose, i Pink Floyd, le avevano già fatte negli anni '60 con brani come "Careful With That Axe, Eugene", "A Saucerful of Secrets" e "Quicksilver", tanto per citarne qualcuno. La novità sta nel fatto che, stavolta, si parla di un album intero approcciato in questo modo. La prima cosa che sicuramente salta all'orecchio è che alcune sezioni sono variazioni di classici del gruppo ma, più che un riutilizzo dovuto ad una mancanza di idee, sicuramente si tratta del filo concettuale dell'album: il fiume senza fine, con l'acqua che scorre e ritorna. D'altra parte, nemmeno il titolo in sé è nuovo, visto che proviene da una strofa di "High Hopes", brano conclusivo di "The Division Bell" e, sicuramente, è più adatto del titolo che questo progetto aveva nelle sue fasi iniziali: "The Big Spliff" (ammesso e non concesso che si trattasse dello stesso identico materiale; si vocifera che, tra cose più complete e meno complete, queste session abbiano prodotto all'incirca ben 20 ore (!) di musica).

Il disco si apre con "Things Left Unsaid", che inizia con dei lunghi drone di tastiere e dei sample vocali tratti da alcune interviste al gruppo effettuate nel 1987, che lasciano spazio alla chitarra di Gilmour, a cui poi segue "It's What We Do", un brano che riparte da dove "Shine on You Crazy Diamond" aveva lasciato, risultando un miscuglio tra la terza e la nona parte. La sezione viene chiusa da "Ebb and Flow", una sorta di reprise di "Things Left Unsaid" ma, laddove quel brano risultava inquieto e in tensione, qui la stessa musica viene vista sotto un occhio diverso, più rilassato e pacifico.

La seconda "facciata" del disco è più variegata e complessa. "Sum", anche grazie all'uso del sequencer, ci riporta direttamente ai tempi di "The Wall", sembrando quasi una reprise strumentale della terza parte di "Another Brick in The Wall"; segue "Skins", basata su degli interessanti e creativi pattern ritmici di Nick Mason, sui quali Gilmour improvvisa un interessante e sperimentale assolo di chitarra. "Unsung" non è altro che un breve minuto di transizione, dominato da un sequencer VCS3, a cui segue "Anisina", chiaramente basata sul classico "Us and Them": la parte di basso è praticamente la stessa, e compare il sassofono, suonato da Gilad Atzmon, anche se il pezzo prende innegabilmente vita propria con il malinconico assolo di chitarra finale. Questo pezzo è uno di quelli chiaramente composti dopo il 1994: Wright è assente, ma il piano, suonato da Gilmour, e la composizione chiaramente vogliono rendere un tributo al loro "compagno caduto" che, sebbene stesse un po' in disparte, era un membro essenziale al sound del gruppo e, come se non bastasse, il titolo è una parola Turca che ha il significato di "in memoria di...". Se l'album fosse stato concluso da questo brano, nessuno avrebbe avuto nulla da obbiettare sulla sua efficacia come finale.

La terza sezione del disco, probabilmente, è la migliore di tutte e quattro; forse perché è l'unica che suona come se fosse una vera e propria suite, piuttosto che una serie di brani strumentali che si susseguono pur non essendo correlati tra di loro. "The Lost Art of Conversation"  è un bel modo di aprire questa parte dell'album, con dei meravigliosi interventi melodici di Gilmour e Wright su un tappeto di sintetizzatore; "On Noodle Street" è notevole soprattutto per il pulitissimo e precisissimo basso di Guy Pratt che sembra essere il vero protagonista del pezzo, cosa scandita anche dagli interventi solisti di Gilmour, tenuti volutamente bassi nel mix, mentre "Night Light" dà un senso di continuità all'album, essendo una sorta di reprise di "Things Left Unsaid". "Allons-y" è un brano spezzato in due parti che tronca bruscamente l'atmosfera che si era creata fino ad ora, con un bel rock pompato ed energico, che chiaramente si rifà a "Run Like Hell". Il titolo di "Autumn '68" non è solo evocativo, ma è anche reale: si tratta di un frammento di un'improvvisazione di Richard Wright registrato alla Royal Albert Hall durante un soundcheck prima di un concerto, durante il quale, il tastierista aveva improvvisato sul famoso organo a canne della sala, a cui sono state aggiunte sovraincisioni in modo da poterlo rendere omogeneo al resto del disco; questo è un altro brano aggiunto chiaramente nelle fasi finali del disco: le sovraincisioni non fanno altro che risaltare il playing su organo e le parti di tastiere che si sentono in più non sono state suonate da Wright, ma da Damon Iddins. La seconda parte di "Allons-y" riemerge bruscamente ancora una volta, causando un nuovo sussulto nell'atmosfera, per poi lasciare spazio alla maestosa, ma poco fantasiosamente intitolata, "Talkin' Hawkin'" uno strumentale intenso e meditativo allo stesso tempo, sul quale sentiamo ancora una volta gli stessi sample vocali della voce elettronica del fisico Stephen Hawking che avevamo già sentito in "Keep Talking" su "The Division Bell".

La quarta e ultima parte del disco è aperta da "Calling" e, come le altre parti introduttive è essenzialmente un tappeto di tastiere con altre sovraincisioni, anche se, questa volta il risultato è molto più meccanico e distorto; l'atmosfera tesa continua con "Eyes to Pearls", basata su un giro di chitarra ossessivo, supportato da altrettanto ossessive percussioni di Mason. La successiva "Surfacing", invece, per contrasto, risulta molto pacifica, con una chitarra acustica prominente e dei bei cori. Le campane che abbiamo sentito all'inizio di "High Hopes", forse un po' prevedibilmente, risuonano anche in lontananza nella transizione tra questo pezzo e "Louder Than Words", l'unico cantato del disco. La calda voce di Gilmour sembra riportarci alla realtà e a condurci gentilmente fuori dallo stato etereo in cui eravamo immersi fino a poco prima. Sebbene il pezzo non sia assolutamente un finale di discografia migliore di quanto lo fosse stato "High Hopes", soprattutto per colpa di un ritornello non proprio eccezionale e per un assolo di chitarra molto generico, il brano risulta comunque emotivamente molto forte, anche grazie al testo di Polly Samson, compagna di Gimour e autrice di altri testi su "The Division Bell". Dopo un falso finale ed una coda nella quale una chitarra imita il suono di un sequencer, siamo arrivati veramente alla fine: della discografia e dei Pink Floyd

Complessivamente, "The Endless River" è un buon prodotto, nel quale non si avverte nemmeno la carenza di ispirazione che si sentiva durante alcune parti degli altri album del gruppo di questa formazione. La costruzione delle quattro suite è molto intelligente e le variazioni sui classici del gruppo sono fatti con gusto, quindi, se non altro, chi temeva che questo album fosse una raschiatura del barile, può tirare un sospiro di sollievo. La produzione (affidata a Gilmour e ad altri illustri nomi come Phil Manzanera dei Roxy Music, Martin Glover dei Killing Joke e Andy Jackson) è ottima: nitida, cristallina ma allo stesso tempo molto calorosa perfettamente funzionale alla musica. Ovviamente non è un disco perfetto: completare un album dopo così tanto tempo è sempre un rischio, soprattutto se, tra l'inizio e la fine, uno dei membri chiave del gruppo viene a mancare. Anche per questo motivo, in alcune sezioni, specialmente la prima, il disco suona come se fosse incompiuto o se mancasse qualcosa. Impossibile, comunque, non porsi la domanda che ci si chiede solitamente davanti a progetti del genere: era davvero necessario questo album? Possiamo fare tutte le congetture del mondo, ma la risposta ce la possono dare solo Gilmour e Mason: se nel momento in cui avevano deciso di riprendere in mano "The Big Spliff"  lo hanno fatto pensando a questo lavoro come la chiusura di un cerchio a cui mancava qualcosa, la risposta allora è "sì". Dal canto nostro, tutto ciò che possiamo dirvi è che questo disco è un buon "post-scriptum" alla discografia dei Pink Floyd, ed è un modo dignitoso e intelligente per consapevolmente porre fine a quello che è stato uno dei gruppi più importanti della storia del rock.



1 commento:

Kyle harness ha detto...

Dunque, ho ascoltato The endless river. Scomodare parole come "capolavoro" o "imperdibile" è indubbiamente un'eresia. Se questo è un capolavoro, allora A momentary lapse of Reason che è'?

Io definirei questo disco una "buona compilation" di avanzi, con la presenza di Rick Wright. Lo avrei chiamato "left undone" evitando di dare l'impressione che sia un "testamento" o un'"ultima parola" su una gloriosa carriera.
Concordo con quanto è stato detto da alcuni, è una sintesi di stilemi del gruppo, anche un "gioco" al rimando, alla citazione. Però anche presentando così la cosa, non ci si discosta molto dal commento più acido "raschiare il fondo del barile"….
Detto ciò, rigetto anche la banale etichetta di "ambient": è un "catalogo" di suoni, prettamente di marca Pink Floyd, che chi ama quel mood sonoro può mettere sul lettore di tanto in tanto, per sentirsi "a casa". Ne conosco, di ascoltatori così, appassionati dell'idea, del sound dei Floyd.
Un po' come comprare un barattolo di quella conserva di pomodori DOC che ci è piaciuta tanto quando abbiamo mangiato al ristorante dell'Eremo di Camaldoli.
Teniamola lì, quando ci va ci facciamo un piatto di fettuccine con quel sapore, ricordando la bella gita.

Nel dire questo evidenzio il grosso limite della cosa. Ma ripeto, il vizio è un vizio di "forma": se questi brani avessero costituito una colonna sonora di un film odierno, tipo "More" o "Zabriskie Point" sarebbero stati perfetti.
E sono certo che molti di coloro che definiscono "noioso" (anche giustamente) questo CD, magari trovano "mitici" brani insignificanti come Up The Kyber o A Spanish Piece da "More"…. inganno prospettico evidente.
Personalmente trovo abbastanza ridicolo incensare la fase 2 dei Floyd (quella da Ummagumma a More, 1969, un momento di buio totale in cui i quattro non avevano la più pallida idea di come andare avanti) e magari sputare sui due dischi Post-Waters, (o addirittura su The Dark Side of The Moon) ma il mondo è bello perché è vario.

Tornando a questo The Endless River, immagino sarà accettato molto meglio dai giovani "che non c'erano ai Tempi Gloriosi", proprio perché presentato (ingannevolmente) come una "nuova uscita".
Se fossi stato al posto di Mr Gilmour (NB che adoro) avrei operato una scelta diversa: avrei sviluppato le idee contenute in alcuni (non tutti) dei brani in questione, facendo di alcuni delle vere e proprie canzoni, aggiungendo testi e cambiandone la struttura. Wright sarebbe comparso comunque (come co-compositore) e nulla vietava, con le tecniche digitali di inserire all'interno di queste "nuove" canzoni anche le parti da lui suonate.
A quel punto anche il titolo "The Endless River" avrebbe avuto un senso compiuto, e sarebbe stato anche giustificato l'entusiasmo di quei giovani che vedono "uscire" un disco targato Pink Floyd nel 2014, fuori tempo massimo.