mercoledì 2 novembre 2011

Prog Exhibition 2011: Pochi ma buoni


Prog Exhibition 2011: Pochi ma buoni.

Nella cornice di un teatro semivuoto ciò che si è visto sul palco del Teatro Tendastrisce ha dello spettacolare. I nomi dei gruppi, che non sono altisonanti come nel 2010, hanno suscitato due reazioni: sconforto e curiosità. E così c'è chi ha preferito restare a casa e chi, interessato ha assistito ad un Prog di alto livello. La mancanza di pubblico ha reso il clima ancora più intimo, rendendo disponibile lo scambio di idee con gli artisti come un normale colloquio con un amico, così come dovrebbe sempre essere.

Il 21 ottobre, nel terribile freddo del teatro, abbiamo assistito ad uno spettacolo quasi interamente strumentale. Gli Stereokimono, gruppo che si trova sotto l'etichetta “Immaginifica” di Franz Di Cioccio, hanno aperto lo spettacolo con sonorità particolari e un'ottima batterista donna, Cristina Atzori. Parliamo di donne proprio perchè, come vedrete nell'articolo, sono state protagoniste in gran parte anche loro, provocando commenti positivi da parte del pubblico. Gli Oak, trascinati dalla simpatia di Maartin Allcock, ex chitarrista dei Jethro Tull, riprendono lo stile proprio dalla band di Ian Anderson come si evince dall'aspetto del cantante Jerry Cutillo e dal suo modo di presentarsi sul palco. Entrambi i gruppi di apertura decisamente positivi.

Tra i principali hanno aperto i Saint Just Again dell'incredibile Jenny Sorrenti, che continua a conservare una voce unica, tra il lirico e il melodico, nonostante siano passati tanti anni. Assieme alla sua band l'esibizione si è incentrata sul nuovo lavoro “Prog Explosion” che segna il ritorno dei Saint Just un po' come successe l'anno scorso con la Raccomandata Con Ricevuta Di Ritorno. Il momento tanto atteso però era la prima esibizione di Jenny e Alan, tutto in famiglia Sorrenti. Alan è stato un'icona del Prog Italiano negli anni '70, lasciando degli album importanti e influenti, in particolare “Aria”, che tra l'altro, annuncia lo stesso cantante napoletano, vorrebbe riproporre per intero nell'immediato futuro. Tuttavia, l'esibizione con la sorella di “Vorrei Incontrarti”, in generale non ha colpito, anzi, all'interno del gruppo ufficiale dedicato alla Prog Exhibition, ha provocato diverse critiche in particolare per la voce di Alan. Insomma non è più “Aria”.

Seguono ai Saint Just Again gli Ut, una delle infinite formazioni dei New Trolls, appena sfornata. Adesso diventa veramente difficile non confondersi tra le innumerevoli band che rappresentano la parte Prog o no. In ogni caso, il progetto nasce a tavola (racconta Iaia De Capitani), e dopo aver provato, il gruppo ha avuto quindici minuti di spazio, terminati dignitosamente richiamando Concerto Grosso con Adagio. Ottima prova.

Dopo la breve parentesi entra in scena Gianni Leone con Il Balletto Di Bronzo. Talento incredibile, Gianni all'eta di 17 anni ha composto una pietra miliare altamente complessa: Ys. Ovviamente l'esibizione si è incentrara soprattutto su quest'album che nell'Introduzione viene accompagnato dal primo grandissimo ospite della manifestazione: Richard Sinclair. L'ex Hatfield And The North e Caravan è come tutti gli artisti dovrebbero essere: simpatico, aperto al dialogo, umile. A tutto questo ovviamente si aggiunge la sua grandissima qualità e lo stile che lo ha contraddistinto in questi anni.

Mentre nel 2010 la prima serata veniva chiusa dalla PFM con Ian Anderson, quest'anno lo spazio maggiore è riservato agli Arti & Mestieri (con il ritorno di Gigi Venegoni) e Mel Collins che sostituisce Darryl Way, storico violinista dei Curved Air che non è potuto partire a causa di problemi di salute e a cui auguriamo una pronta guarigione. A guardare i nomi, come blasone, non ci sarebbe paragone, ma questo è esattamente il modo di pensare più sbagliato. Nonostante mancassero elementi come il sax e il violino, fondamentali per una band di questo tipo che tende verso il jazz, la doppia chitarra ha nascosto la loro assenza sostituendo questi due strumenti impeccabilmente. All'interno di questa band ritroviamo una presenza già presente con i The Trip l'anno precedente: Furio Chirico. Incredibile batterista dalla potenza inaudita e dalla tecnica sopraffine, che accompagnato da Beppe Crovella, Gigi Venegoni e Co., ha riproposto la maggior parte del lavoro “Articolazioni” del 1974. Apprezzatissimo anche Mel Collins, che sul palco si mostra molto timido, già in collaborazione precedentemente con gli Arti & Mestieri e attualmente impegnato con il mago del Prog Robert Fripp.


La seconda serata si apre con una delle realtà più importanti del Prog odierno, i perugini del Bacio Della Medusa. Dimostrano di non sentire la pressione delle grandi manifestazioni hanno mostrato una grinta incredibile e definirei spettacolare la corsa del cantante Simone Cecchini tra il pubblico. I perugini rimangono probabilmente la più grande sorpresa delle due serate.

Ma da non sottovalutare è la grandissima prova di Vic Vergeat, chitarrista dal talento inestimabile, molto vicino allo stile Hendrixiano. Molti hanno considerato la sua presenza “inadeguata” per uno stile che non si avvicina al Prog ma bensì al Blues/ Hard Blues. In ogni caso nessuno ha avuto da ridire sulla sua prova, oltre a quella dei suoi musicisti e di, nuovamente, Mel Collins, tornato anche il 22 come prestabilito dal programma.

Prima di parlare dei Garybaldi è opportuno rivolgere un pensiero affettuoso a Bambi Fossati, leader del gruppo, grandissimo musicista, che purtroppo è in pessime condizioni di salute.

Sui genovesi non c'è discussione. Anche se il volume della chitarra era smisurato, ripresentare brani della bellezza di Moretto Da Brescia: Goffredo e Giardino Del Re è un incredibile punto a loro favore; d'altronde rimane di straordinaria bellezza l'album su cui si è incentrata l'esibizione: Nuda. Con loro ha duettato Marco Zoccheddu della Nuova Idea, unico ospite italiano se non consideriamo Gigi Venegoni che di fatto è un membro storico degli Arti & Mestieri.

Verrebbe da usare l'aggettivo “perfetta” se ci riferiamo alla performance del Biglietto Per L'Inferno.Folk. E' proprio quel “.Folk” che inizialmente rendeva tutti scettici ma i riarrangiamenti in chiave Folk dell'omonimo album del 1974 hanno sorpreso tutti, anche se alla voce non vi è più Claudio Canali (è diventato frate) ma Mariolina Sala, e qui si risale al discorso riguardante l'effetto delle donne. Appunto, come detto, molti brani sono stati completamente reinventati mantenendo lo stesso testo, tranne Confessione che rappresenta il capolavoro del gruppo e che ha subito pochissimi cambiamenti soprattutto nell'assenza di tastiere sostituite da flauti, fisarmoniche e così via. Lì il pubblico ha iniziato a scaldarsi, ma è diventato incandescente quando Martin Barre, storico chitarrista dei Jethro Tull, ha intonato le prime note di Aqualung. Al termine della sua esibizione il pubblico si è alzato in piedi senza esitazione.

Successivamente ai problemi tecnici iniziali, i Goblin hanno potuto iniziare il loro concerto. Nonostante siano stati impeccabili rimane il bisogno e l'utilità, per un gruppo specializzato in colonne sonore, di avere un maxi schermo e di offrire quindi uno spettacolo visivo oltre che sonoro. Dopo il viaggio intrapreso passando per Roller e Suspiria, al momento dell'esecuzione di Profondo Rosso, l'entrate in scena del leggendario Steve Hackett ha scatenato un urlo generale. Pur dovendo ammettere che la rappresentazione da parte dei Goblin di Watcher Of The Skies non sia stata il massimo, le emozioni sono state incontrollabili così come sono state grandissime anche nella Jam finale.

La Jam sembra quasi nata come una ripicca nei confronti di chi ha chiesto l'anno prima la ripetizione della Prog Ex e poi non si è presentato quest'anno. E' stato quindi visto come un evento unico e irripetibile. E in effetti vedere insieme Di Cioccio, Collins, Sinclair, Barre, Hackett e inseriamo anche la simpatia di Allcock, è un qualcosa che mai più si rivedrà.


Dalla Prog Exhition Iaia De Capitani si è lasciata andare ad alcune anticipazioni. Sappiamo che ci sarà una Prog Exhibition 2012 e che probabilmente saranno presenti gli Area. Sappiamo anche che uscirà un nuovo cofanetto ma questa volta quasi solamente audio e con pochi spezzoni/interviste video. In conclusione il resoconto finale è positivissimo. Le manifestazioni servono proprio per dar spazio a chi è sottovalutato. In questo Iaia e Franz sono riusciti alla grande. La mentalità che deve cambiare è quella degli assenti, che concentrandosi sul blasone del nome, perdono la possibilità di assistere a degli spettacoli suggestivi e non comuni.Prog Exhibition 2011: Pochi ma buoni.

Nella cornice di un teatro semivuoto ciò che si è visto sul palco del Teatro Tendastrisce ha dello spettacolare. I nomi dei gruppi, che non sono altisonanti come nel 2010, hanno suscitato due reazioni: sconforto e curiosità. E così c'è chi ha preferito restare a casa e chi, interessato ha assistito ad un Prog di alto livello. La mancanza di pubblico ha reso il clima ancora più intimo, rendendo disponibile lo scambio di idee con gli artisti come un normale colloquio con un amico, così come dovrebbe sempre essere.

Il 21 ottobre, nel terribile freddo del teatro, abbiamo assistito ad uno spettacolo quasi interamente strumentale. Gli Stereokimono, gruppo che si trova sotto l'etichetta “Immaginifica” di Franz Di Cioccio, hanno aperto lo spettacolo con sonorità particolari e un'ottima batterista donna, Cristina Atzori. Parliamo di donne proprio perchè, come vedrete nell'articolo, sono state protagoniste in gran parte anche loro, provocando commenti positivi da parte del pubblico. Gli Oak, trascinati dalla simpatia di Maartin Allcock, ex chitarrista dei Jethro Tull, riprendono lo stile proprio dalla band di Ian Anderson come si evince dall'aspetto del cantante Jerry Cutillo e dal suo modo di presentarsi sul palco. Entrambi i gruppi di apertura decisamente positivi.

Tra i principali hanno aperto i Saint Just Again dell'incredibile Jenny Sorrenti, che continua a conservare una voce unica, tra il lirico e il melodico, nonostante siano passati tanti anni. Assieme alla sua band l'esibizione si è incentrata sul nuovo lavoro “Prog Explosion” che segna il ritorno dei Saint Just un po' come successe l'anno scorso con la Raccomandata Con Ricevuta Di Ritorno. Il momento tanto atteso però era la prima esibizione di Jenny e Alan, tutto in famiglia Sorrenti. Alan è stato un'icona del Prog Italiano negli anni '70, lasciando degli album importanti e influenti, in particolare “Aria”, che tra l'altro, annuncia lo stesso cantante napoletano, vorrebbe riproporre per intero nell'immediato futuro. Tuttavia, l'esibizione con la sorella di “Vorrei Incontrarti”, in generale non ha colpito, anzi, all'interno del gruppo ufficiale dedicato alla Prog Exhibition, ha provocato diverse critiche in particolare per la voce di Alan. Insomma non è più “Aria”.

Seguono ai Saint Just Again gli Ut, una delle infinite formazioni dei New Trolls, appena sfornata. Adesso diventa veramente difficile non confondersi tra le innumerevoli band che rappresentano la parte Prog o no. In ogni caso, il progetto nasce a tavola (racconta Iaia De Capitani), e dopo aver provato, il gruppo ha avuto quindici minuti di spazio, terminati dignitosamente richiamando Concerto Grosso con Adagio. Ottima prova.

Dopo la breve parentesi entra in scena Gianni Leone con Il Balletto Di Bronzo. Talento incredibile, Gianni all'eta di 17 anni ha composto una pietra miliare altamente complessa: Ys. Ovviamente l'esibizione si è incentrara soprattutto su quest'album che nell'Introduzione viene accompagnato dal primo grandissimo ospite della manifestazione: Richard Sinclair. L'ex Hatfield And The North e Caravan è come tutti gli artisti dovrebbero essere: simpatico, aperto al dialogo, umile. A tutto questo ovviamente si aggiunge la sua grandissima qualità e lo stile che lo ha contraddistinto in questi anni.

Mentre nel 2010 la prima serata veniva chiusa dalla PFM con Ian Anderson, quest'anno lo spazio maggiore è riservato agli Arti & Mestieri (con il ritorno di Gigi Venegoni) e Mel Collins che sostituisce Darryl Way, storico violinista dei Curved Air che non è potuto partire a causa di problemi di salute e a cui auguriamo una pronta guarigione. A guardare i nomi, come blasone, non ci sarebbe paragone, ma questo è esattamente il modo di pensare più sbagliato. Nonostante mancassero elementi come il sax e il violino, fondamentali per una band di questo tipo che tende verso il jazz, la doppia chitarra ha nascosto la loro assenza sostituendo questi due strumenti impeccabilmente. All'interno di questa band ritroviamo un elemento già presente con i The Trip l'anno precedente: Furio Chirico. Incredibile batterista dalla potenza inaudita e dalla tecnica sopraffine, che accompagnato da Beppe Crovella, Gigi Venegoni e Co., ha riproposto la maggior parte del lavoro “Articolazioni” del 1974. Apprezzatissimo anche Mel Collins, che sul palco si mostra molto timido, già in collaborazione precedentemente con gli Arti & Mestieri e attualmente impegnato con il mago del Prog Robert Fripp.


La seconda serata si apre con una delle realtà più importanti del Prog odierno, i perugini del Bacio Della Medusa. Dimostrano di non sentire la pressione delle grandi manifestazioni, hanno mostrato una grinta incredibile e definirei spettacolare la corsa del cantante Simone Cecchini tra il pubblico. I perugini rimangono probabilmente la più grande sorpresa delle due serate.

Ma da non sottovalutare è la grandissima prova di Vic Vergeat, chitarrista dal talento inestimabile, molto vicino allo stile Hendrixiano. Molti hanno considerato la sua presenza “inadeguata” per uno stile che non si avvicina al Prog ma bensì al Blues/ Hard Blues. In ogni caso nessuno ha avuto da ridire sulla sua prova, oltre a quella dei suoi musicisti e di, nuovamente, Mel Collins, tornato anche il 22 come prestabilito dal programma.

Prima di parlare dei Garybaldi è opportuno rivolgere un pensiero affettuoso a Bambi Fossati, leader del gruppo, grandissimo musicista, che purtroppo è in pessime condizioni di salute.

Sui genovesi non c'è discussione. Anche se il volume della chitarra era smisurato, ripresentare brani della bellezza di Moretto Da Brescia: Goffredo e Giardino Del Re è un incredibile punto a loro favore; d'altronde rimane di straordinaria bellezza l'album su cui si è incentrata l'esibizione: Nuda. Con loro ha duettato Marco Zoccheddu della Nuova Idea, unico ospite italiano se non consideriamo Gigi Venegoni che di fatto è un membro storico degli Arti & Mestieri.

Verrebbe da usare l'aggettivo “perfetta” se ci riferiamo alla performance del Biglietto Per L'Inferno.Folk. E' proprio quel “.Folk” che inizialmente rendeva tutti scettici ma i riarrangiamenti in chiave Folk dell'omonimo album del 1974 hanno sorpreso tutti, anche se alla voce non vi è più Claudio Canali (è diventato frate) ma Mariolina Sala, e qui si risale al discorso riguardante l'effetto delle donne. Appunto, come detto, molti brani sono stati completamente reinventati mantenendo lo stesso testo, tranne Confessione che rappresenta il capolavoro del gruppo e che ha subito pochissimi cambiamenti soprattutto nell'assenza di tastiere sostituite da flauti, fisarmoniche e così via. Lì il pubblico ha iniziato a scaldarsi, ma è diventato incandescente quando Martin Barre, storico chitarrista dei Jethro Tull, ha intonato le prime note di Aqualung. Al termine della sua esibizione il pubblico si è alzato in piedi senza esitazione.

Successivamente ai problemi tecnici iniziali, i Goblin hanno potuto iniziare il loro concerto. Nonostante siano stati impeccabili rimane il bisogno e l'utilità, per un gruppo specializzato in colonne sonore, di avere un maxi schermo e di offrire quindi uno spettacolo visivo oltre che sonoro. Dopo il viaggio intrapreso passando per Roller e Suspiria, al momento dell'esecuzione di Profondo Rosso, l'entrate in scena del leggendario Steve Hackett ha scatenato un urlo generale. Pur dovendo ammettere che la rappresentazione da parte dei Goblin di Watcher Of The Skies non sia stata il massimo, le emozioni sono state incontrollabili così come sono state grandissime anche nella Jam finale.

La Jam sembra quasi nata come una ripicca nei confronti di chi ha chiesto l'anno prima la ripetizione della Prog Ex e poi non si è presentato quest'anno. E' stato quindi visto come un evento unico e irripetibile. E in effetti vedere insieme Di Cioccio, Collins, Sinclair, Barre, Hackett e inseriamo anche la simpatia di Allcock, è un qualcosa che mai più si rivedrà.


Dalla Prog Exhition Iaia De Capitani si è lasciata andare ad alcune anticipazioni. Sappiamo che ci sarà una Prog Exhibition 2012 e che probabilmente saranno presenti gli Area. Sappiamo anche che uscirà un nuovo cofanetto ma questa volta quasi solamente audio e con pochi spezzoni/interviste video. In conclusione il resoconto finale è positivissimo. Le manifestazioni servono proprio per dar spazio a chi è sottovalutato. In questo Iaia e Franz sono riusciti alla grande. La mentalità che deve cambiare è quella degli assenti, che concentrandosi sul blasone del nome, perdono la possibilità di assistere a degli spettacoli suggestivi e non comuni.

martedì 25 ottobre 2011

Coldplay - Mylo Xyloto (Parlophone, 2011)


Non si è voluto fare nessun antefatto per questa recensione, giacché l'esagerata campagna di marketing che Chris Martin in prima persona ha condotto prima dell'uscita di Mylo Xyloto ha già contestualizzato abbastanza i suoi obiettivi e il suo habitat naturale.
Trascinandoci a forza nel vivo dell'ascolto, ci troviamo di fronte ad un'amara considerazione, più che altro una constatazione: i Coldplay vanno analizzati con la conoscenza pregressa della loro carriera. Questo significa sapere che sono stati una band "alternative rock" per pochissimo tempo, forse per metà del running time dei primi due dischi, mentre dal capolavoro X&Y ad oggi sono stati sostanzialmente una macchietta pop sempre alla ricerca di successo e denaro. Detto questo, la parabola discendente della qualità dei dischi non impedisce a Mylo Xyloto di avere degli ottimi momenti e di risultare, tutto sommato, un interessante episodio nella loro storia. "Charlie Brown" e "Up With The Birds", i due brani migliori del disco, forti di una fluidità pop/rock che li connette immediatamente con i bei tempi di Parachutes, circoscrivono l'ambientazione di un album molto ben caratterizzato in ambito melodico, soprattutto in virtù di quella finalità ormai significativamente appiccicata al nome dei Coldplay: riempire gli stadi. Ecco allora i singoli "Paradise", "Every Teardrop Is A Waterfall" (con una melodia che, come sottolineano anche altri fonti in rete, sembra un plagio di "Ritmo de la Noche" di MYSTIC, pezzo osceno peraltro) e il probabile futuro estratto "Don't Let It Break Your Heart" che ci precisano la loro vocazione di band che può, e sa, perfettamente come far ballare, ondeggiare ed urlare degni del miglior Bono Vox. E di accostamenti agli U2, viste molte vicinanze nell'approccio chitarristico, dovremo farne molti altri (ma si evitano volentieri altri ingombranti paragoni).
Per allontanarsi dai Coldplay di Viva la Vida è necessario rivolgersi all'odioso featuring con Rihanna, già detestato da critici e fans (ed effettivamente "Princess of China", seppur ascoltabile, è una canzone molto debole se paragonata al resto del disco) e soprattutto a "Major Minus", con un piglio, soprattutto al basso, molto più indie rock. Qui ha ricordato molto i Kasabian, ma il pezzo è tutto sommato molto carino e non ristagna in nessun momento, soprattutto se lo vediamo come una parentesi di distacco dal resto. Abbiamo poi un momento vagamente soft punk, in particolar modo nel drumming, con la iniziale "Hurts Like Heaven", interessante probabilmente più nei live mentre in studio perde verve per una produzione un po' troppo rumorosa che toglie interesse alla voce.

Il resto del disco non ha mordente e troviamo alcuni elementi-riempitivo, come "U.F.O." e "Up In Flames" che si ascoltano senza annoiarsi troppo ma si eviterebbero volentieri. La produzione di Brian Eno svolge il consueto ottimo lavoro, anche se risulta un po' fuori fuoco rispetto al disco precedente. Il sound è leggermente più confuso, a parte le chitarre, la voce quasi tendente a sparire in alcuni momenti, mentre piccole fiammate epiche sottostanno a ottimi inserimenti degli archi di Eno in persona. Poco in risalto invece il basso, che meriterebbe qualche attenzione di più.
Mylo Xyloto è solo e soltanto quello che i Coldplay possono essere nel 2011. Una band pop da stadio senza nessuna pretesa in più: forse sbaglia più chi li ritiene ancora all'altezza di album come Parachutes e A Rush of Blood To The Head, non accorgendosi che il mondo che gli appartiene è solo e soltanto quello di MTV. Se la vediamo in quest'altro modo, apprezzeremo tutti senz'altro questo album, mediocre ma con una grande anima radiofonica che risulterà per questo, ai più, "scontata".

Voto: 6,5

sabato 24 settembre 2011

Dream Theater - A Dramatic Turn Of Events (Roadrunner Records, 2011)


Pionieri del Progressive Metal, i Dream Theater sono una delle migliori espressioni del genere soprattutto negli anni '90. Amatissimi ed odiatissimi, il pubblico si divide in chi li apprezza in tutte le loro sfumature e in chi li considera ripetitivi ma in particolare “senza cuore”, puntando solamente a quella che è l'esaltazione della tecnica che spesso va a discapito della melodia. L'ipertecnicismo simile a quello degli Emerson, Lake And Palmer e in effetti le principali ispirazioni della band partono esattamente dagli albori del Progressive Rock anni '70: Genesis, i già citati ELP, Yes, Pink Floyd e King Crimson soprattutto. La componente Hard/Metal facendo sempre riferimento ai passati Black Sabbath, Deep Purple e Led Zeppelin, arriva grossomodo dagli anni '80 con lo sviluppo del Trash tipico Metallica e dell'Heavy Metal degli Iron Maiden. Tappa fondamentale di ispirazione della band sono i Rush a cui Portnoy è molto attaccato. Iniziando sotto il nome di Majesty (poi sostituito con l'attuale a causa di diritti), i Dream Theater hanno realizzato una demo con il cantante Chris Collins poi sostituito da Charlie Dominici. Con lui è arrivato il primo album sotto il nome storico della band: When Dream And Day Unite (1989). In realtà anche se il disco rimane di pregiata fattura, la band troverà il suo sound tipico solamente con l'arrivo di James LaBrie, ex Winter Rose, sfornando quello che da sempre è considerato il più grande capolavoro della band: Images And Words. Gli anni '90 continueranno ad essere gloriosi per la band. Ad Images And Words succede Awake che sfocia in sonorità più cupe e tenebrose. Da lì in poi i DT continueranno a mantenere il proprio stile ma passando verso una fase più Progressive Rock (Falling Into Infinity (1997)), fino all'avvento di Jordan Rudess che sostituisce Derek Sherinian già a sua volta rimpiazzo di Kevin Moore durante il tour di Awake. Proprio con Rudess arriva il capolavoro che si contende il trono di pietra miliare del gruppo con il già citato IAW: Metropolis Pt.2 "Scenes Form a Memory" (1999), un concept album apprezzatissimo e profondissimo, seguito poi dal meravigliosoSix Degrees Of Inner Turbulence (2002) (incredibile l'esecuzione dell'omonima suite con l'Octavarium Orchestra nel live Score). Era il 2002, ed è proprio da lì e dal successivo Train Of Thought (2003) che iniziano a girare critiche. Gli appassionati si dividono, chi li critica da Train Of Thought e reputa Octavarium (2005) un album non rilevabile tranne per la suite omonima e chi li etichetta come ripetitivi e avvicinati troppo al metal da Systematic Chaos (2007) in poi. In effetti, gli americani, cominceranno da SC ad intraprendere sonorità più “metallare” fino poi ad alimentare perplessità con l'ispirazione quasi Black Metal che caratterizza l'ultimo, pessimo album Black Clouds & Silverlinings (2009). Da notare che a partire da Train Of Thought, ogni album, nonostante possa essere poco apprezzato, ha sempre la sua canzone di riferimento, quella che in un certo senso aiuta a trovare positività nel disco. A partire da In The Name Of God, Octavarium, passando per In The Presence Of Enemies e The Count Of Tuscany. Quello che succede successivamente è ancora più discutibile degli avvenimenti passati. Il 9 settembre 2010, Mike Portnoy, membro fondatore con John Myunge John Petrucci, storico batterista apprezzatissimo a livello mondiale, abbandona la band. Alla fine della sua partecipazione con gli Avenged Sevenfold alcune fonti testimoniano il fatto che lo stesso Portnoy abbia richiesto di tornare nei DT ma a quanto pare è stato rifiutato. E' un momento di difficoltà su cui i Dream Theater si mostrano nello stesso tempo simpatici e ridicoli. Infatti verranno provati 7 batteristi di fama mondiale che daranno vita a un documentario stile sitcom dal titolo “The Spirit Carries On”, come l'omonima canzone simbolo della band. Nonostante la grandissima prova di Marco Minnemann, uno dei più grandi batteristi moderni con Gavin Harrison dei Porcupine Tree; LaBrie e compagni scelgono Mike Mangini (ex Annihilator e Steve Vai) che più si avvicina alle caratteristiche di Portnoy e dimostra di avere un'umiltà rara per persone che lavorano a questi alti e pregiati livelli. La nuova formazione dopo alcune date pre-nuovo album attraversando l'Europa darà vita ad A Dramatic Turn Of Events.

Questo excursus d'introduzione sulla storia riassunta della band e sui fatti che riguardano l'abbandono di Portnoy è fondamentale per riuscire a percepire cosa si cela dietro gli aspetti e i temi di questo nuovo lavoro in studio.

L'album rappresenta un grande passo avanti rispetto agli ultimi, le sonorità tornano simili a quelle già espresse negli anni '90, ma nonostante tutto non c'è nulla di nuovo nello stile della band che da anni rimane radicato sullo stesso livello. Ma andiamo ad analizzarlo passo per passo. Canzone di apertura è On The Backs Of Angels, pubblicata sul canale della casa discografica (Roadrunner Records) in modo da essere già presentata nelle date del tour di Luglio. Per questa canzone è stato registrato anche un video, simile alla struttura di A Rite Of Passage, e con un LaBrie spiccante per un paio di occhiali abbastanza inguardabili. Comunque sia, il brano ha come tutte le canzoni della band un inizio coinvolgente dove man mano entrano i membri uno per volta. Per primo Petrucci che esegue un intro simile a quello di Endless Sacrifice o In The Name Of God però in questo caso abbiamo un evoluzione diversa, infatti, si addentrano all'interno del brano insieme Rudess e Mangini fino all'esplosione iniziale. Il riff è tipico, nulla da segnalare, ma quello che notiamo fin da subito è lo stato vocale di LaBrie. In quest'ultimo lavoro della band si percepisce più di ogni altro quanto sia calato il cantante canadese e quanto l'età influisca anche sulla prestazione vocale. Non c'è un acuto e come analizzeremo, le parti cantate sono spesso fin troppo statiche e melodiche per una band di questo livello. La canzone è estremamente orecchiabile ed ha il sound tipico di un singolo ma la parte strumentale nel centro della canzone è virtuosa tanto quanto le altre. Come vedremo Rudess e Petrucci spesso si scambieranno soli in diversi tipi di sfumature, mentre John, come anche in questa canzone, manterrà lo stesso stile che lo ha caratterizzato fino ad adesso, Jordan spazierà su tutti gli strumenti che gli competono, grazie soprattutto alla sua immensa qualità; quindi il pianoforte rappresenta la breve fase di stand-by del brano che a sua volta introduce il solo di Petrucci. Successivamente avremo la ripresa del ritornello con la chiusura che riprende il motivo del riff iniziale. Il secondo brano, Build Me Up, Brake Me Down, è di sicuro, obiettivamente, il più banale dell'intero album. La canzone sembra avere lo stesso ruolo che A Rite Of Passage ha in Black Clouds & Silverlinings, ovvero una traccia inizialmente accettabile ma a lungo andare, davvero stancante. In questa canzone si evidenzia quella che è una struttura spesso ripetuta e riutilizzata dai DT. Si articola in queste fasi: Introduzione, strofa, ritornello, strofa (spesso con una base diversa da quella della precedente), ritornello, strumentale e conclusione. Anche se in questo caso lo strumentale ha poca importanza, la struttura si ripresenta anche in Lost Not Forgotten, terzo brano. E' il primo dei quattro che superano i 10 minuti, quindi uno dei più articolati. Anche qui l'introduzione in piano permette l'esplosione iniziale e i toni, come si evince dalla sonorità più macabra della chitarra, si fanno più pesanti. La voce di LaBrie è leggermente più cattiva dei brani precedenti ma sempre statica e incapace di trasmettere emozioni. Una delle fasi principali del brano è il ritornello, se così lo vogliamo chiamare, che si struttura in quattro frangenti inframezzati da piccole sezioni strumentali. Dopo questo, come di norma, c'è l'evoluzione virtuosa della canzone. Inizia Petrucci, con uno dei classici soli in cui il ritmo cambia continuamente, procede Jordan Rudess, che in questo caso usa la sua tipica sonorità, senza richiami al passato. Come già specificato in precedenza, ancora una volta viene riproposto il ritornello seguito dalla conclusione che qui non è altro che la riproposizione dell'introduzione. Non può mancare così come in ogni album dei Dream Theater, la cosiddetta “ballata”, qui addirittura ne abbiamo tre. La prima è This Is The Life e già il titolo fa pensare alla reazione della band nei confronti dell'abbandono di Portnoy. A differenza di esperimenti mal riusciti come Wither, questa è una delle canzoni più emozionanti dell'album. Da notare la presenza del “Morphwiz”, un applicazione creata direttamente da Rudess per Iphone e Ipad che in effetti è un vero e proprio strumento musicale. E' una delle innovazioni più importanti che permette di creare sonorità mai sentite non solo nei DT ma anche al di fuori del genere. Emozionante anche il solo di Petrucci, simile allo stile di Peruvian Skies, poco Metal ma molto melodico, infatti notiamo come John si impegni a rendere gli assoli più significativi emozionalmente e meno fini a se stessi tecnicamente. Come avete notato i protagonisti sono sempre loro due. La traccia successiva, dal titolo Bridges In The Sky, che in realtà inizialmente doveva chiamarsi The Shaman's Trance, ha un inizio che molti probabilmente hanno inteso come un eruttazione accentuata, chiamata da alcuni scherzosamente in “tempi dispari”, è praticamente impossibile non riuscire a mantenere un aspetto serio inizialmente. Prima del riff iniziale, che ricorda i toni oscuri e cupi di Awake, c'è un ulteriore introduzione con un coro religioso che altro non fa che incutere ancora più terrore. L'inizio è di quelli travolgenti, la sonorità è cattiva, come quella già ascoltata in brani come Honor Thy Father. Nulla da segnalare nella strofa cantata, discreto il ritornello anche se stona leggermente con il suono più tenebroso del resto del brano. Ottima la sezione strumentale, mentre John dà ancora ampio spazio all'esaltazione della sua tecnica personale, Jordan subentra con le sonorità di un organo hammond alla Jon Lord, con richiami ai Deep Purple e a tutti i più grandi Hammondisti. Segue il cambio dall'Hammond al Continuum Fingerboard, il “tappeto magico” già protagonista per esempio nel finale di The Dark Eternal Night. In conclusione senza ripeterlo, torna il ritornello, e ritorna l'eruttazione iniziale. A Bridges In The Sky segue Outcry, un brano altamente pieno di sorprese e incredibilmente tecnico. Come in tutte le altre tracce, Mike Mangini si comporta degnamente, interpretando a pieno le parti scritte da Petrucci. Questo in effetti è il problema; anche se il chitarrista rimane un grande compositore, Mangini sicuramente avrebbe aumentato il livello dell'album se avesse avuto carta bianca. Si tratta di un batterista ultra veloce (detiene due record mondiali) e perfetto per un gruppo come i Dream Theater, riguardo allo stile che hanno adottato fino ad adesso. La canzone si concentra in particolare nella parte centrale dove avvengono cambi di ritmo in continuazione e spesso poco omogenei tra di loro, un po' a ricreare i passi che caratterizzano un Metropolis Pt.1 o un Take The Time. Alcuni di questi passaggi sono altamente stimolanti, basti pensare ai numerosi unisoni che rappresentano una delle caratteristiche fondamentali della band e allo scambio di battute dove Myung accompagna da solo Mangini. Inizialmente la canzone potrà parere confusionaria ma in seguito incomincerà a piacere di più. Esattamente da questo punto inizia il capitolo perfetto dell'album. Far From Heaven è una splendida canzone romantica, in cui anche LaBrie si comporta bene. Il tutto è affidato al pianoforte piangente di Rudess e ai violini di sottofondo, è un atmosfera commovente. La canzone è la più corta dell'album ma è proprio da questa in particolare che si scopre l'animo sensibile della band. In definitiva non è assolutamente da sottovalutare ma da apprezzare a pieno, in particolare perchè introduce il brano più significativo di tutto il lavoro dal gruppo americano. Breaking All Illusions è la ciliegina sulla torta che rievoca i bei momenti passati. Un bellissimo pezzo che richiama inizialmente per struttura e per tono, Learning To Live. Dopo l'accelerazione che avviene successivamente, avviene un intenso scambio. Nel primo Rudess rievoca i suoni del flauto traverso, strumento storico del Progressive Rock e portato in alto grazie anche a Ian Anderson dei Jethro Tull, nel secondo passa al pianoforte, nel terzo all'Organo; tutti divisi da un esplosione che dopo il terzo spunto, quello dell'organo, si placherà lasciando le redini del brano a Petrucci. Il solo che scaturisce da tutto questo è tipico del chitarrista; parte dal soft per aumentare sempre di più. Un po' come in The Spirit Carries On, dove si riprendevano sonorità Pink Floydiane, anche se qui è completamente diverso. Tornerà alla ribalta il tastierista della band che utilizza un suono simile a quello che si poneva prima della chiusura di Beyond This Life, dopo i precendenti assoli. Il finale della canzone è in stile epico, ma è perfetto per il ruolo che assume, ovvero è una degna conclusione sì, ma che non ancora trova il lieto fine che arriva con Beaneath The Surface. In questo finale c'è tanta allegria, la “drammatica serie di eventi”, finisce con l'inizio di una nuova vita e questo rispecchia il carattere di Mangini e compagni.

Come detto tutto questo rappresenta un netto miglioramento rispetto agli ultimi lavori in studio. E allora la domanda che alcuni si chiedono è: “Ma era davvero Portnoy il problema?” “Era lui che spingeva la band verso sonorità eccessivamente Metal?”. Questo non lo sappiamo, ma siamo a conoscenza del fatto che lo stesso Portnoy ha commentato l'album definendolo troppo simile ad Images And Words, non sappiamo se per invidia o se per giudizio, anche perchè qualche mese prima aveva preannunciato di non voler fare nessun commento sul nuovo lavoro. In ogni caso Mangini rappresenta ciò che fa al caso della band, è simile a Portnoy ma si comporta diversamente. Appunto perchè è simile, i Dream Theater hanno voluto non rischiare e decidere di mettere sotto contratto un batterista che non stravolgesse lo stile del gruppo. In effetti Marco Minnemann probabilmente avrebbe portato qualcosa in più, non dal punto di vista tecnico (qualcuno potrebbe anche pensare questo), ma soprattutto per la novità. Tuttavia Mike Mangini si è dimostrato una persona incredibile, chiedendo scusa al pubblico di Roma per aver mancato l'attacco di Fatal Tragedy il 4 luglio e mostrando tantissimo affetto nei confronti dei fan, quindi in quanto a lato umano è una garanzia, anche per il lato professionale ovviamente. L'unica pecca, che rimane una questione di abitudine, è la nuova sonorità che lui offre. La sua Pearl ha un suono differente e forse peggiore rispetto alla Tama di Portnoy.

Il voto finale di quest'album scaturisce da diversi fattori e da diverse motivazioni che adesso vado a spiegarvi.

Le domande che potrebbero essere poste sono due:

Perchè non un voto superiore?

Perchè l'album anche se molto apprezzabile non presenta nulla di nuovo e la grandezza di una band sta anche nella novità. E' normale comunque sia, dopo 25 anni di carriera, avere un calo di creatività ma nonostante tutto, le melodie e la tecnica non mancano.

Perchè non un voto inferiore?

Perchè i Dream Theater hanno attraversato un momento difficile. Dopo l'uscita di Portnoy, è venuto a mancare di fatto il membro che più è amato dal pubblico. Nonostante tutto, la band si è messa subito al lavoro cercando un nuovo batterista e presentando in poco tempo un album che rappresenta comunque una svolta positiva.

Il voto più importante però rimane quello che voi sentite dentro e le emozioni rimangono una questione di puro apprezzamento personale.

Voto:7


mercoledì 24 agosto 2011

Caparezza - Il Sogno Eretico (Universal, 2011)

Torna con il quinto full-lenght Michele Salvemini, uno dei veri geni della musica italiana che rischiano, tutt’oggi, di non essere capiti e di essere considerati dalla mediocre critica i “soliti alternativi finto-comunisti”. La verità è che, come dimostra di nuovo in questo Il Sogno Eretico, Caparezza è l’unico rapper italiano che, dopo aver raggiunto il successo, continua a comunicare qualcosa, permettendosi magari di proseguire con quella corrosiva miscela di rap, rock ed elettronica, aperta a contaminazioni di ogni tipo, che lo contraddistingue da due dischi a questa parte, puntando comunque soprattutto sulla genialità delle sue liriche.
Stavolta nella confezione troviamo sedici tracce, di cui le prime due, in pura tradizione “caparezziana”, sono semplici incipit, che servono in questo caso a comprendere una delle nozioni che sta alla base di questo disco: non solo l’eresia del titolo, ma la schizofrenia del Caparezza-artista, concetto che porterà fino alla fine dell’album in una sorta di crescendo che si conclude con la folle “Ti Sorrido Mentre Affogo”.
Analizziamo questo disco dal punto di vista letterario: l’abilità di scrittura di Michele è sempre stata ottima, dimostrando e confermando progressivamente sempre più la sua capacità di rimare e incastrare giri di parole incredibilmente sottili sia sul piano del significante che del significato, non disdegnando espedienti retorici o fonici che senz’altro un esperto di linguistica noterebbe più di un ascoltatore medio. Le tematiche sono sempre le stesse del disco precedente, Le Dimensioni del Mio Caos, mischiando politica italiana, cultura generale “pop” e vita personale dell’artista, sviluppando così delle vere e proprie cavalcate rap che quasi nessuno si può permettere di fare come fa lui, e questo lo dobbiamo, per forza, ammettere.
Il primo singolo è la splendida “Goodbye Malinconia”, ballata anni ’80 dedicata all’Italia, con riferimenti alla “fuga dei cervelli” e alla rovina, effettivamente già avvenuta, del nostro paese, aiutato, nel ritornello, da Hadley degli Spandau Ballet, ospite perfetto per un brano del genere. Altro momento perfetto dal punto di vista commerciale è “Legalize the Premier”, reggae ballad che farà senz’altro scintille nelle date del buon Capa, mirata ad un target di pubblico che è lo stesso di molte band punk e reggae italiane (Alborosie, che infatti sono ospiti, Skardy, Sud Sound System, Punkreas, ecc.), con un ritornello che è un vero e proprio inno e un testo incredibilmente facile da memorizzare e cantare. L’approccio easy-listening porta Caparezza ad osare un po’ troppo con le basi ballabili, quei synth quasi techno che sentiamo in “La Fine di Gaia”, ottimo brano sulla bufala del 2012 che riprende per struttura “Abiura Di Me” e forma un’eccellente combinazione rock insieme a “Messa In Moto”, quest’ultima, però, leggermente meno efficace.
Un altro brano dal ritornello molto radiofonico è “Chi Se Ne Frega della Musica”, probabile futuro singolo, che parla dei problemi di una discografia che bada più all’immagine che al contenuto. Tema particolarmente caro a Caparezza, che citerà talent e reality show (es. “House Credibility”) anche altre volte all’interno di altri episodi. Il brano-manifesto del disco è “Il Tuo Sogno Eretico”, al primo ascolto uno dei pezzi più fragili insieme alla graffiante filippica “La Marchetta di Popolino”, ma con un impianto veramente molto “epico” che solleva un testo a suo modo troppo autoreferenziale per gli standard di Caparezza.
Il miglior brano a livello letterario è l’incredibile requisitoria contro la politica italiana, “Non Siete Stato Voi”, veramente una delle più belle mai scritte da Caparezza. Sconvolge, infine, la genialità nell’inventare una canzone come “Kevin Spacey”, vero e proprio inno al cinema (ma al contrario, spoilerando i finali di tutti i film più celebri) che difficilmente si dimenticherà: ascoltare per credere.
Per la forte qualità evocativa, questo disco, si potrebbe definire una filippica satirico-surreale. Ghigliottine, Andrea Doria, Sindona, citiamo e accostiamo di tutto e di più purché la finalità sia quella di desarrollar, come direbbero nella penisola iberica, concetti che arrivino a tutti con qualche riserva, perché dobbiamo pur ammettere che l’intelligenza con cui alcuni paragoni, metafore e similitudini sono costruiti ne riduce sensibilmente il target.
Facendo un bilancio, musicalmente questo disco perde terreno rispetto all’approccio rock che sembrava voler prevalere in Le Dimensioni del Mio Caos, costringendosi ad inserimenti elettronici che, a volte, sembrano un po’ forzati., seppur contribuiscano a rendere il disco sostanzialmente il più completo della sua carriera. In realtà la qualità delle basi è ancora in via di miglioramento, con alcuni espedienti che soprattutto dal vivo funzioneranno benissimo, sia per la resa tecnica che per il coinvolgimento emotivo e fisico del pubblico. I testi sono, come già dicevamo, perfetti dal punto di vista della costruzione e le tematiche di Caparezza continuano ad essere sviluppate con sagace coerenza e capacità di analisi. Il tema dell’eresia, che si concretizza citando anche personaggi come Giordano Bruno e Galileo (“Il Dito Medio di Galileo”), è forse piuttosto debole rispetto all’impianto molto godibile del disco, che mette in fila una serie di aspre critiche ma sempre con quel paragone a figure dell’immaginario culturale nazionalpopolare che le rende più “divertenti” che “piccanti”.
In ogni caso, questo disco è veramente l’essenza di quello che Michele Salvemini, come artista, può proporre nel duemilaundici, una straziante e malinconica visione del nostro paese dagli occhi di uno dei più brillanti musicisti che quest’ultimo ci può offrire.
Voto: 8

giovedì 28 luglio 2011

Radici Nel Cemento - Fiesta! Live (RNC Produzioni, 2011)



Era il novantatré quando con il nome Roots in Concrete questi ragazzi di Roma iniziarono a riempire i club del loro reggae melodico ma concreto, presto celebre anche per la delicatezza dei contenuti. Il nome in italiano ne ha suggellato la fama. A otto anni arriva il primo disco live, un piccolo regalino per i fan che serve anche a dimostrare ai meno affezionati la carica e la verve che la formazione laziale sa comprimere all’interno di un set dal vivo, emotivamente e strumentalmente, non trascurando mai l’azione efficace di un reggae ormai protagonista di molte delle migliori iniziative musicali del nostro paese. Insomma, un genere che, se fatto con le palle, piace anche a chi non è abituato ad ascoltarlo. E qui, c’è anche del rap, ad orientare in maniera ancora più divertente e, se vogliamo, generica, il manifesto d’azione della band. Radici nel Cemento è un progetto che rientra proprio in questa nicchia di fortunati outsider e questo disco ne é la conferma, trasportando su supporto fisico quella passione nel suonare che è la prima causa del coinvolgimento non solo mentale che ascoltandoli dal vivo si può subire. Consigliato.

Voto: 7

martedì 12 luglio 2011

Jakszyk, Fripp and Collins - A Scarcity of Miracles (A King Crimson ProjeKct ) (Panegyric, 2011)


Dal mio dizionario:
Miràcolo prov. miracles; fr.miracle; sp.milagro: port. milagre= lat.miràcolum cosa
meravigliosa da MIRARI meravigliarsi (v. Mirare e cfr. Miraglio.
Fatto contrario alle leggi della natura e prodotto per potenza soprannaturale;
fig. Cosa grande e meravigliosa o non sperata. (Differisce da Prodigio, che non oltrepassa i limiti della natura, della quale è al disopra il Miracolo) .....

tipo che Bruford torni a fare dischi e pure con i King Crimson o che per lo meno si unisca a Adrian Belew e Tony Levin al posto di Pat Mastelotto per i Three of A Perfect Pair, che esca un (vero) album dei KC con una formazione completamente rinnovata (che magari comprenda anche Danny Carey), che la Zappa Family Trust affidi i suoi affari e gli sterminati archivi dello Utility Muffin Research Kitchen a gente esperta e competente per la pubblicazione ragionata, che Ian Anderson mandi definitivamente in pensione il “marchio” Jethro Tull e faccia solo concerti acustici di piccolo cabotaggio, che l’Italia abbia una amministrazione pubblica onesta ed efficiente ... no qui neanche un intervento divino basterebbe ... qualunque siano (sacri o profani) i miracoli cui si riferisce il titolo dell’album di certo ce n’è sicuramente scarsità.

Tra le possibili metodologie di approccio a questo lavoro discografico ne scelgo due che ritengo le più adatte ad una migliore comprensione del discorso in generale e che potrà, volendo, soddisfare entrambe le parrocchie di pensiero in cui vorrete riconoscervi.

A SCARCITY OF MIRACLES il nuovo album dei KING CRIMSON

Sicuramente di scarsità non ce n’è nel catalogo della DGM. Il Venal Leader dal 1995 come per la moltiplicazione dei pani e dei pesci, produce live, raccolte di scarti, prog(KC)etti, tazzine, magliettine, sottobicchierini e qualunque cosa vi viene in mente avente come obiettivo “cose” collaterali ma sempre in qualche modo pertinenti, alla musica di sua Maestà Cremisi. Di album KC100% c’è davvero (forse per fortuna) scarsità. Ma noi, assettati e viziati, ci siamo condizionati ormai a considerare tutto ciò anche se pur lontanamente, qualcosa che è King Crimson, sia pure un’ombra o una luce sbiadita di colore Cremisi. Quindi è con serenità che dissipiamo ogni fuorviante dubbio e consideriamo questo A Scarcity of Miracles il nuovo album dei King Crimson.

Confezionato dalla grafica, intrisa di simbolismo cristiano ad opera del solito P.J. Crook, il lavoro, anticipato un mese prima dell’uscita da un (questo si) miracoloso videoclip, (il miracolo non è che l’abbiano fatto ma che sia bello ... no dico .. avete presente i video di "Heartbeat" o di "Sleepless"?) cancella quasi del tutto 38 anni di evoluzione Cremisi, lasciando solo i Soundscape a fare da motrice iniziale e quindi poi base alle nuove composizioni intrise di atmosfere pre Larks’ Tongues in Aspic. E’ come (cosa teorizzato da molti) se il periodo Wetton, Bruford, Cross fosse altra cosa e solo per motivi di mercato etichettata come KC e come (successo per davvero) se i Discipline all’inizio degli anni ‘80 fossero rimasti tali e non avessero usato l’etichetta KC per ragioni di mercato.
D’altronde in un mondo musicale dove tutti o quasi ormai rifanno i King Crimson post Island, l’unico modo che aveva Fripp per essere originale è di rifarsi al se stesso pre Larks’ Tongues in Aspic (però manca Peter Sinfield e si sente).
Andatosene via Mastelotto, restano comunque della formazione degli ultimi anni, oltre a Fripp, ovviamente, Tony Levin e Gavin Harrison (prestatogli da Wilson, ormai di casa).
A dare continuità al “precedente” Islands del 1971, torna in gran forma Mel Collins. I suoi meravigliosi fiati, passati nel frattempo attraverso metà dei dischi del pianeta hanno perso quella leziosità che avevano in gioventù, rimanendo “semplicemente” belli. I suoi sono momenti di aerea creatività, ottenendo di destarci dal torpore che la musica, quieta e riflessiva, in alcuni momenti rischia di farci calare.
Molto ipnotiche e seducenti le ritmiche ed i groove creati da due maestri del settore come sono Levin e Harrison. Su tutto, sotto tutto, immerso in tutto ci sono i soundscape frippiani e le cristalline pizzicate del nuovo arrivato Jakko M. Jakszyk (si pronuncia Jakscek) nome d’arte dell’inglesissimo Michael Lee Curran (in un mondo normale se ti chiami Jakszyk, prenderesti il nom de plume, Micky Curran). Infatti è questo il nuovo elemento che fa determinare la scelta a suoni cremisi del passato. Era dal 1981 che i King Crimson non potevano più definirsi una band britannica. Adesso con il solo Levin (di Boston) a fare da “straniero”, possiamo considerare Sua Maestà come “ritornata in patria”.
Il risultato più palese lo si riscontra nel cantato. La lunga era Belew ci aveva ormai abituati al tipico modo di cantare del midwest americano. Con Jakko abbiamo finalmente la figura chiave per riambientarci nei territori di un’ISOLA chiamata Albione. Sia chiaro, vogliamo bene ad ADE ed alla sua musica ma era da tempo che desideravamo andasse per la sua strada ottenendo il duplice scopo di coronare una interessante carriera solista (quella di lui) e di liberare il Venal Leader e di conseguenza permettere a Sua Maestà Cremisi di andare avanti e crescere e abbattere nuove frontiere. Ogni album dei King Crimson fino a ieri è stato l’evoluzione di quello precedente. A Scarcity Of Miracles se può essere definito "evoluzione” lo è solo di Islands però. Ci auguriamo che il prossimo gradino sia oltre.

Voto: 5

A SCARCITY OF MIRACLES il nuovo album di Jakko M. Jakszyk
In collaborazione con Robert Fripp e Mel Collins.

Polistrumentista, autore, cantante, produttore, turnista da studio, genero di Michael Giles e attore (l’ho visto anche lavorare al distributore di benzina qui vicino a casa mia ma solo occasionalmente), dopo collaborazioni (tra i tanti) con i Level 42 e David Jackson, diventa dal 2002 componente di spicco della 21st Century Schizoid Band, la cover band ufficiale di ex componenti dei King Crimson che dopo alcuni belli (e costosi) CD si sfalda per la morte nel 2007 del batterista Ian Wallace.
Non c’è da stupirsi quindi se tempo dopo lo troviamo chiuso in una stanza con Robert Fripp, entrambi chitarra alla mano. Ne nascono alcune session improvvisative a base soundsacape e cesellate dalla chitarra di Jakko. Un paio di queste le troviamo anche nella versione più lussuosa del CD uscito.

Come terzo di una coppia perfetta si unisce l’altro ex Cremisi e quindi ex 21st Century Schizoid Band, Mel Collins a dare quel valore aggiunto e quella “passionalità” che altrimenti mancherebbero alle gelide e cerebrali frippescapes. Da questo incontro a tre nascono delle registrazioni di sapore mediterraneo e intimo ai quali si aggiungono la mirabile batteria di Gavin Harrison (Porcupine Tree) e gli stick di Tony Levin (....mettete voi un nome a caso ...) i quali registrano però privatamente, ognuno a casa sua sulle basi dei primi tre.
La voce di Jakko, seppur in alcuni momenti un poco pedante, interpreta perfettamente l’intensità di queste ballate allargate come nella title track, ma in brani come "The Price We Pay" o "Secrets" la differenza tra una canzone, bella o brutta che sia ma pur sempre solo canzone, ed un brano musicale intenso ed universale viene data dal supporto fornito dalle meravigliose ed eclettiche svolazzate del sax soprano di Collins e dai ceselli raffinati e preziosi di Fripp. Levin e Harrison fanno un lavoro egregio e preciso ma non privo di creatività pur essendo solo degli esecutori esterni e non partecipando al processo creativo.
"This House" purtroppo non riesce a baneficiare della stessa sapienza alchemica dei pezzi precedenti, risultando solo una lunga e un poco soporifera ballata. Per fortuna la successiva "The Other Man" è di tutt’altra fattura. Dopo una prima metà inquietantemente notturna, ben contrappuntata dalla voce di Jakko questa volta dura e severa, il brano sfocia in un momento di grande intensità e carico di energia pieno di echi Cremisi che si conclude solo con il finale lasciato agli effetti frippeschi.
Chiude "The Light of Day", il brano più lungo dell’album. La soporificità è sempre li ad un passo dall’afferrarci e provenendo dal resto dell’album il rischio è più intenso.
Permettendosi una pausa di circa 5 minuti dopo il precedente ottimo brano, "The Light of Day" ne giova, diventando ipnotico e suggestivo, con le chitarre frippiane, sotterraneamente arrabbiate. Questa volta si.
“A Scarcity Of Miracles se può essere definito “evoluzione” lo è solo di Islands però. Ci auguriamo che il prossimo gradino sia oltre”.

Voto: 6

(Recensione di Donald McHeyre)

venerdì 8 luglio 2011

Soluzione - L'Esperienza Segna (New Model Label, 2011)


"Dammi i soldi e ti porto la soluzione". No, non c'entra niente. Questa soluzione è molto migliore di quella proposta da Fabri Fibra: L'Esperienza Segna è un disco genuino, un continuo depistaggio verso lidi misteriosi, celati da una parvenza di semplicità che serve solo ad aumentare l'effetto appiccicoso di alcuni brani. In senso buono, si intende.
L'esperienza a cui si va incontro ascoltando questo disco è quasi catartica, tesa quasi a liberare dalla crisi di originalità che pervade un po' ogni categoria musicale italiana: le bonus track con gli ospiti puntano ad un pubblico più generico, come ultimamente sembra diventato tipico fare, irretendo i più distanti con i grossi nomi (Fiumani e Mao, in questo caso). E' un pop rock d'autore, con un languido sguardo al passato, soprattutto ai settanta e gli ottanta, con riferimenti testuali che ricordano Le Luci, Dente e Bugo, forse anche qualche cantautore più lontano nel tempo, e un contesto musicale pienamente new wave, con venature dark che certamente contribuiscono a colorarlo di toni cupi e intimistici, sporchi di malinconia soft rock che ricorda proprio gli anni di cui si parlava. Le atmosfere romantico-decadenti di "Luce" fanno il resto. Determinante anche la strumentale "Intermezzo Uno", che quasi svolge da lente d'ingrandimento nei riguardi del genere che la band propone, rozzo ma levigato contemporaneamente, sporco ma limpido. Il disco è veramente molto bello, conscio delle sue potenzialità e per questo pronto a penetrare la scena in maniera decisiva. Il progetto Soluzione è destinato ad arrivare in alto, la strada l'ha già trovata e si ricerca ora una conferma definitiva. Gran lavoro, veramente.

Voto: 8.5

martedì 5 luglio 2011

Yes - Fly From Here (Frontiers Records, 2011)



E’ USCITA LA NUOVA COPERTINA DI ROGER DEAN

Si lo so, il titolo è un poco provocatorio ma di tutti i numerosi componenti, passati e rimasti (perché personalmente lo considero un componente effettivo degli YES), Roger Dean è l’unico che non mi ha mai deluso. E poi quando c’è lui c’è anche Steve Howe e viceversa. Sia la copertina che il solito meraviglioso confezionamento, a cui ci ha abituato la band da (quasi) sempre, non sono però l’unica cosa gradita di questo nuovo album degli YES che arriva dopo 10 anni dal ben apprezzato "Magnification". La storia e le problematiche (nel caso degli YES quasi sinonimi) tra i due album sono cronaca accessibile a tutti e non starò qui a ripeterle.

Il risultato, parafrasando Il Gattopardo, è “bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale”.

Via Jon Anderson, il quale si è permesso di ammalarsi durante un importante tour (quale affronto). Il bradipo, noto anche come Chris Squire, non si è lasciato sfuggire neanche per un istante l’occasione per defenestrarlo completamente e sostituirlo con nuove(?) leve.
Riccardone Wakeman, poi non è mai stato un esempio di salute e quindi fuori anche lui ma d’altronde è dal 1971 che appare (quando appare) nei dischi degli YES per cortesia della A&M records, quindi al fatto che possa mancare ci siamo abituati.

Secondo l’assioma che quella di Anderson sia l’unica (a volte irritante) voce possibile per gli YES (chi ha detto Trevorn Horn?) chi era l’unico al mondo che poteva sostituirlo se non qualcuno che proviene dal fandom, che conosce a mena dito ogni istante della loro discografia e che l’ha pure cantata a mo’ di imitatore fino a ieri ? Ma Benoit David, ovviamente.

E incredibilmente nei minori (per fortuna) momenti in cui fa l’imitatore, sembra proprio di ascoltare l’ex calciatore di Accrington nel Lancshire ma ancora più incredibile, nei maggiori (per fortuna) momenti in cui decide di fare il cantante, David si dimostra perfettamente calato nel sound YES ... o dei Buggles ? ... no degli YES.

Sono passati appena pochi istanti dall’addio di Anderson e Wakeman ma tanto le lacrime si sono già asciugate, ed ecco apparire Trevorn Horn e Goeff Downes. Il primo nel ruolo che sa fare ottimamente, ossia il produttore, l’altro nell’unico ruolo che sa fare, il tastierista (oltre ad affossare e rendere di nicchia, un gruppo miliardario come gli ASIA). E i due ne approfittano subito per proporre a Squire, Howe e Alan White (a questo punto il trio che crea stabilità e continuità al progetto YES) uno scarto da studio risalente ai tempi di DRAMA.

WE CAN FLY (from Here)

(Voci dicono che ne esiste una versione dell’epoca, fine 70/inizio anni 80, con Bill Bruford , se è vero, il demo DEVE essere MIO).
I tre si guardano tra loro perplessi per un attimo e poi si rivolgono ai due Buggles: “Ma non l’avevamo scartato da DRAMA ? E poi non l’avevate riciclato per le bonus track del CD di voi due, Adventures in Modern Recording ?

“E’ vero”, rispondono i due Buggles “ma ci è venuta la genialata di ampliarla in un’intera suite e la faremo con l’ottica dei grandi anni 70 ma con le tecniche di incisione, missaggio e registrazione più moderne e all’avanguardia e sarà la più lunga delle “poche” suite che gli YES hanno fatto fino ad oggi” (circa una dozzina).

Grande idea ... : Dice Howe.

... così manterremo i vecchi fan e ne prenderemo di nuovi tra i loro nipoti: Dice White.

Hic: Dice Squire.


E proprio con questa suite inizia il nuovo album degli YES da cui prende il titolo, disponibile in CD normale al prezzo standard di mercato ma per pochi €uro in più con DVD comprendente documentario e video del singolo We Can Fly, che è anche il secondo movimento della suite e per molti €uro in più, un box nero, contenente quanto sopra, più vinile, più maglietta .. uaoh.

La prima metà del CD ed il primo lato del vinile contengono la suite in 5 parti e qui come in tutto l’album si può apprezzare il grande lavoro di produzione sui suoni che sono l’altro marchio di fabbrica del gruppo fin dai tempi dell’altro ex semi ufficiale YES, Eddie Offord. Straordinarie dinamiche degne di un vinile e miracolosamente salvate nella stampa in CD, suoni vivi e colorati che donano alla musica una vita tridimensionale e un impatto elevato anche nei momenti meno ispirati.

La voce (vera) di David amplia di molto lo spettro interpretativo ma nei coretti con Squire il fantasma di Anderson è palese quanto nostalgico. In effetti l’apparato melodico di tutta la composizione ci riporta al decennio d’oro del cosiddetto progressive. Nulla di nuovo quindi ma è pur vero che è dai tempi dell’album verde che le suite degli YES sono sempre la solita, magnifica, Close to The Edge.

Se c’è una critica da fare alla suite è la poca presenza di Howe ma trattandosi di una creatura di Downes e di Horn ... la chitarra è presente in modo massiccio nel secondo movimento (quello del singolo) per ovvi motivi di rappresentanza. Un poco all’inizio del terzo movimento: “Sad Night at the Airfield" e, avendola scritta lui, nella 4° parte: “Bumpy Ride”, forse il momento più interessante e “YES” della suite.

Il lato B(?) si apre con “The Man You Always Wanted Me to Be” che , udite, udite, vede per la prima volta in un disco degli YES, Chris Squire come lead vocal (si vede che manca Anderson eh eh eh). Il brano scritto dal bradipo in persona con l’aiuto del suo ex compagno dei Syn, Gerard Jhonson è orecchiabile, ruffianetto al punto giusto e potenziale altro singolo.

Più interessante la successiva, “Life on a Film Set” anch’essa scarto dei Buggles ma qui arrangiata ottimamente. Soprattutto Howe si ricorda chi è con la sua chitarra classica in un brano apparentemente AOR ma chi riserva piacevoli sorprese. Il finale è un poco inconcludente ma azzardo a dire che qui Anderson non avrebbe fatto meglio di David.

Ed ecco finalmente i due pezzi scritti dal solo Howe. Li aspettavo dall’inizio dell’album e il primo, “Hour of Need”, nonostante (o forse a causa) dell’inizio promettente diventa dopo 15 secondi esatti un rilassato brano da spiaggia degno dei momenti più beceri dello Jon Anderson solista ma d’altronde, storicamente i due facevano comunella contro l’altro polo compositivo del gruppo, quello di Squire.

"Solitaire" è il vero momento “solitario” di Howe, come lo fu per il brano "Masquerade" in “Union”. I momenti acustici, “intimi” di Howe sono di quanto più lontano ci possa essere dal mondo YES, dal progressive, dalla cultura Britannica.

Momenti di pace e riflessione.

Chiude l’album "Into the Storm", altro potenziale singolo pop. Scritto da tutti i componenti del gruppo compreso White ma con Oliver Wakeman ( .. oh dad ..) al posto di Downes. Oliver aveva partecipato al tour del 2008 e aveva cominciato a collaborare in studio per Fly From Here fino all’arrivo di Dwones. Nell’album non si specifica dove finisca il lavoro di uno e cominci quello dell’altro e qui è l’unico posto dove appare nei credits. Comunque, forse, parteciperà al tour promozionale.

In ultimo, alla faccia nostra e per la gioia dei collezionisti, in Giappone (i soliti privilegiati) il disco è uscito con un pezzo in più che non è altri che “Hour of Need” lunga il doppio. Chissà se così il pezzo ne giova o ne raddoppia solo l’agonia.

In conclusione un album lontano dalle vette di Keys To Ascension, se vogliamo rimanere in ambiti relativamente più recenti ma lo stesso apprezzabile e piacevole .. e poi c’è Roger Dean.

Per il voto ascoltatelo e datevelo voi.

(Recensione di Donald McHeyre)

venerdì 1 luglio 2011

Genesis-Selling England By The Pound (Charisma, 1973)


Genesis, chi li ama alla follia per Gabriel, chi li odia per Collins, mai viceversa in realtà. Erano lontani i tempi in cui ottenevano i primi consensi in Italia girando per luoghi come il Piper prima di diventare autentiche leggende della musica Prog e non solo. Possiamo definire i loro album come un progressivo mutamento in positivo fino ai tempi di And There There Were Three (1978), insomma alla fin fine i primi due album di Collins da vocalist sono stati comunque eccellenti, soprattutto lo splendido A Trick Of The Tail (1976). In realtà però chi è appassionato di Prog li ricorda per il virtuosismo alle tastiere di uno di quelli che insidiava il trono a gente come Rick Wakeman o Keith Emerson ovvero Tony Banks, per il basso e la chitarra a 12 corde di Mike Rutherford, il faccino adorabile di Phil Collins, che si dilettava nel fare da seconda voce ed eccellente batterista, la vena creativa del grandissimo Steve Hackett, spesso sbeffeggiato dalla band ma con una vasta e grandiosa carriera solista; ma soprattutto Peter Gabriel, la presenza scenica, il "The Flower" in "Supper's Ready", "Rael" in "The Colony Of Slippermen", proprio lui che indossava spesso vestiti della moglie. I Genesis ci hanno lasciato delle perle leggendarie come Trespass (1970), Nursery Cryme (1971), Foxtrot (1972) e The Lamb Lies Down On Broadway (1974) che alcuni preferiscono anche al capolavoro d'arte Selling England By The Pound.

Non è facile parlare di quest'album perchè si avrebbe la paura di non rendere l'idea della grandiosità che si cela all'interno. D'altronde l'apertura è già da brividi. Dancing With The Moonlit Knight introduce l'album con la voce a cappella di Gabriel e man mano che si procede c'è una progressiva accelerazione che porta ai soli del duo Hackett-Banks. Così come lo è l'intero album anche questa canzone è complessa, nella fase centrale tra un solo e l'altro viene utilizzato un coro a 8 voci, Tony Banks si diletta nell'uso del Mellotron M400 appena acquistato e Steve Hackett spesso viene menzionato per aver usato la tecnica del tapping e dello sweep-picking. Il testo è ironicamente riferito ad alcuni prodotti inglesi. Segue alla grande apertura un grande singolo, uno di quelli che spezza il ritmo tra canzoni più articolate per affrontare temi leggeri. I Know What I Like (In Your Wardrobe) è una ballata, se vogliamo anche con qualche leggero risvolto psichedelico, il testo si riferisce a un ragazzo nullafacente in cerca di lavoro. E' uno di quei brani ripoposti molto spesso dalla band soprattutto nel periodo Pop con Phil Collins frontman. Arriviamo al terzo brano, una canzone indescrivibile, Firth Of Fifth. Alcuni la considerano come la più bella dei Genesis, di sicuro si contende il trono con Supper's Ready, anche se molti preferiscono in quest'album The Battle Of Epping Forest. Quando avremmo finito di sentire l'intera canzone strutturalmente e musicalmente ci sembrerà incredibilmente perfetta, senza sbavature. L'intro in pianoforte è uno dei più famosi della storia, alla voce di Gabriel invece seguono tre soli, il primo dello stesso Gabriel al flauto dai toni più pacati, l'accelerazione arriva invece con il solo di Banks che riprende i motivi dell'introduzione, segue poi con ritmo più tenue il solo di Hackett, quasi a sfondo epico. In realtà Tony Banks ha addirittura definito il testo di questa canzone come uno dei più scarsi alla quale lui abbia mai partecipato e nel tour "Seconds Out" spesso, odiando il pianoforte elettrico per effettuare l'introduzione di questo brano la tralasciava passando così direttamente alla parte cantata. La traccia quattro è rappresentata da More Fool Me, una canzone completamente acustica, l'unica cantata da Collins assieme a For Absent Friend di Nursery Cryme durante il periodo Gabriel, una di quelle che lascia presagire il suo avvento alla voce. The Battle Of Epping Forest è il brano più lungo dell'album e uno dei più complessi. Protagonista assoluto è Gabriel e i suoi continui mutamenti di voce per interpretare ruoli e personaggi diversi cosi come farà in The Lamb Lies Down On Broadway. Tuttavia, proprio per la sua complessità, la band ha cominciato a pensare che sarebbe stato impossibile riproporre questa canzone sempre senza errori, quindi è stata tolta per sempre dai tour e mai più rappresentata a differenza di I Know What I Like, Firth Of Fifth o The Cinema Show, altri pilastri di questo album. Finalmente arriva anche il tocco di Hackett, come se non l'avesse già messo, con After The Ordeal, che è un brano interamente strumentale e che creò inizialmente molti problemi; infatti sia Tony Banks che Peter Gabriel furono contrari al suo inserimento nella tracklist dell'album, fu proprio una di quella serie di discussioni che portò all'abbandono di Hackett dopo Wind And Wuthering (1977) riuscendo finalmente ad esprimersi per come lui voleva. Come se non bastasse segue un altro capolavoro, The Cinema Show. Una dimostrazione di forza del gruppo dominata all'inizio dagli arpeggi di chitarra a dodici corde con inserti di flauto e nella seconda parte da un impressionante assolo di Tony Banks dalla durata di 5 minuti in 7/8. Se voi provaste a vedere un esibizione di tale solo anche solamente in video potreste rimanere davvero a bocca aperta. Il testo invece è un misto tra Romeo e Giulietta e la figura mitologica di Tiresia. Il brano in realtà termina conAisle Of Plenty, coda dello stesso The Cinema Show e dell'intero album come sempre caratterizzato da giochi di parole che in questo caso vanno contro il consumismo delle grandi imprese.

E' ovvio che le sensazioni sono soggettive ma credo che oggettivamente su questo album non ci sia nulla su cui discutere. I vecchi camaleonti del Prog ricordano le loro date in Italia come se fossero leggenda e in effetti non può che non essere così. I Genesis come tutti saprete da lì in poi avranno un grande impatto commerciale nel Pop, ma senza ombra di dubbio una regressione incredbile da parte dei membri della band. Tra tutti Banks che perde veramente in negativo rispetto al passato. Anche se ad alcuni i Genesis piacciono anche da Pop è vergognoso ritrovarsi una discografia che affianca brani come The Musical Box a brani come I Can't Dance. Purtroppo la maggior parte delle band hanno una fase negativa anche se questa è durata davvero troppo. Nonostante tutto Peter Gabriel e Steve Hackett, nella loro carriera solista hanno continuato a stupire, mantenendo sempre un loro stile inconfondibile. Non ci resta che sognare tra le nostre cuffie e goderci fino a quando potremmo la perfezione di quest'album e dei primi anni di Genesis.

Voto: 10

sabato 11 giugno 2011

Porcupine Tree-Fear Of A Blank Planet (Roadrunner Records, 2007)


Porcupine Tree, una di quelle band che meriterebbero molto di più. Icone del Prog moderno, probabilmente anzi sicuramente la miglior espressione Prog Rock (e non solo) degli ultimi anni, anzi decenni. I Porcupine Tree sono innanzitutto Steven Wilson, creatore della band, frontman, paroliere, chitarrista e cantante, insomma serve altro? Fu proprio lui a partire da solo con il progetto, suonando tutti gli strumenti e cantando. Il primo periodo mostra l'influenza delle atmosfere Pink Floydiane ma la band ha sempre sviluppato e ridefinito un proprio stile inconfondibile e contaminato da vari generi. Completano la band lo straordinario Gavin Harrison, uno dei più grandi batteristi al mondo, estremamente duttile, con mano sia Jazz che Hard quando serve. Lo stesso Harrison venne chiamato a sostituire il primo batterista Chris Maitland dal tastierista Richard Barbieri. Al fianco dei componenti già citati abbiamo Colin Edwin al basso, facilmente riconoscibile da un cappellino che copre la sua "testa pelata" e John Wesley come turnista.
Fear Of A Blank Planet è un album eccezionale che sperimenta vari modi di interpretare la musica. Non mancano atmosfere psichedeliche, o addirittura "Death" come specificato da Wilson in un intervista. Il tutto si mescola nella struttura Progressive.

Apre l'album il brano omonimo che inizia con il suono di un uomo che scrive al computer. Il riff è incredibilmente orecchiabile e muta poi in chiave Psichedelica e Heavy con un accelerazione nel finale. Chiave dei Porcupine Tree sono i meravigliosi testi del poeta Steven Wilson, tanto che proprio da questo album sono state prese alcune scritture inseriti in libri di letteratura inglese. My Ashes è decisamente una canzone docile agli stili di Lazarus, dell'album precedente, Deadwing (2005). Tutte le canzoni sono praticamente unite, quindi difficilmente ci si accorge del cambio, esattamente come un "concept". My Ashes precede il grande capolavoro dell'album, pietra miliare almeno di questo decennio, Anesthetize. E' una canzone piena di sorprese, con un testo straordinario, che condanna MTV e coloro che la considerano come unica filosofia. Ovviamente le atmosfere iniziali sono quasi strutturate come da sottofondo, ai primi versi di Wilson succede il solo effettuato da un grande special guest, Alex Lifeson dei Rush, e in effetti facilmente si riesce a percepire la sua tipica sonorità. Da qui ci sarà la svolta in chiave Metal molto decisa, proprio sui versi dedicati a MTV. Probabilmente la parte più emozionante del brano è proprio la sezione strumentale, straordinario Gavin Harrison, in questo frangente dimostra tutta la sua bravura e classe. La fine è più tenue, ugualmente emozionante, giochi di voci ne fanno da padrone.
Sentimental segue Anesthetize, la canzone si sviluppa più o meno sugli stessi toni di My Ashes.
In Way Out Of Here l'ospite d'onore è niente di meno che Robert Fripp, uno dei più grandi artisti degli ultimi 40 anni, da sempre in collaborazione con altri geni della musica, come appunto Steven Wilson. Qui la struttura è più simile al brano di apertura, anche qui abbiamo un risvolto finale in chiave Heavy. Sleep Together chiude l'album, qui notiamo anche un'altra caratteristica dei Porcospini come l'elettronica, spesso fa da atmosfera o accompagna la voce del cantante, il brano si articola come una degna canzone di chiusura accompagnato da atmosfera orchestrale.

Possiamo definirlo come uno dei migliori di album in una discografia che non ne ha un peggiore, o almeno è quasi impossibile da definire. Il genio dei Porcupine Tree e di Steven Wilson è in continua evoluzione. Infatti lo stesso Wilson è impegnato in altri progetti come No-Man e Blackfield ma non solo, Gavin Harrison ha recentemente partecipato al nuovo progetto targato King Crimson e oramai fa parte della formazione ufficiale. In un'intervista Wilson esprime un concetto davvero profondo "Io scrivo i testi ma non dico alla gente come li interpreto perchè mi piace pensare che la gente possa interpretarli a loro modo". La genialità non è solo bravura tecnica ma molto altro e i Porcupine Tree lo dimostrano a pieno. Mai ripetitivi e sempre innovatori in un genere musicale che in effetti di sorprese ne lascia sempre tantissime. E allora possiamo dire con sicurezza che l'"l'albero dei Porcospini" è destinato a crescere ancora tantissimo.
Voto: 8,5

domenica 22 maggio 2011

Max Pezzali live @ Gran Teatro Geox, Padova 21.05.2011

Recensione a cura di ALESSIA RADOVIC, pubblicata anche su THE WEBZINE


Ore 21.15 circa. Mi guardo intorno e al Gran Teatro Geox vedo persone di ogni tipo: adolescenti, genitori con figli, coppie giunte al loro secondo tempo (cit.), ventenni, trentenni, quarantenni e anche qualche fan "del metallo".
Quando le luci si spengono e lui entra il boato è fortissimo, pari a quello che si potrebbe sentire trovandosi davanti ad una rockstar. Volete sapere chi è lui? Ve lo dico subito: Max Pezzali. Alcuni di voi storceranno il muso, altri sorrideranno sornioni. Coloro che sorridono sanno che, volente o nolente, Max Pezzali,  in particolare nella figura di leader degli 883, fa parte della storia della musica italiana.
Tornando al concerto, si poteva pensare ad un inizio col botto e invece s'inizia col brano che dà il titolo all'ultima opera (che ci sembra più piacevole della precedente) di Max, "Terraferma". Segue "Credi" e zio Max consiglia ai giovani di non credere a chi dice loro di non saper "correre, vivere, scegliere, combattere" perchè a lui, da ragazzo, dicevano lo stesso.
A seguire il pezzo sanremese "Il mio secondo tempo"; ma com'è potuto arrivare così in basso nella classifica? Ulteriore prova che tutto quello che non viene apprezzato dalla giuria sanremese verrà poi apprezzato dal pubblico. Altri due pezzi dell'ultimo album, il primo "Ogni estate c'è", un pezzo ritmato alla "Bella vera" che ti proietta subito in spiaggia, mentre il secondo "Tu come il sole (risorgi ogni giorno)" è una ballad da "tempo delle mele" che però non ci dispiace. Si prosegue sulla stessa lunghezza d'onda con "il mondo insieme a te", "Sei fantastica" e "Lo strano percorso".
E finalmente si giunge al momento che tutti stavamo aspettando, quando partono le prime note di "Rotta per casa di Dio": il palazzetto si anima inaspettatamente, la gente si guarda incredula e inizia a saltare e cantare insieme al loro idolo, probabilmente ricordando le esperienze di una vita fa.
A questo punto s'invertono i ruoli, Max ci chiede di cantare al suo posto le canzoni che sono entrate nella nostra vita, le chitarre intonano "Io ci sarò" e il pubblico in visibilio la interpreta all'unisono, stessa cosa per "Se tornerai", "Come deve andare" e "Me la caverò".
Si riparte con "Quello che capita" per arrivare poi al momento clou della serata.
Come dice Max quella di Padova è l'ultima data e può succedere di tutto e sulle prime note dell'Uomo Ragno, il tastierista Megahertz (vero nome Daniele Dupuis, qualcuno se lo ricorda in apertura dei Bluvertigo all'Idroscalo?) viene issato a delle funi e vestito da supereroe volteggia nel "cielo".
Si torna alla realtà e proiettando sul megaschermo immagini della vittoria ai mondiali 2006 tutti insieme si canta "La dura legge del goal" (era proprio necessario concludere con il solito "Popopopo"? i White Stripes sono quasi 5 anni che hanno il singhiozzo).
Su "Come mai" decido di darmi un'altra occhiata in giro e ogni bocca si sta muovendo, chiunque lì dentro conosceva le parole di questo pezzo da novanta. Ci si diverte ancora e si torna a ballare con "Tieni il tempo", "Nord Sud Ovest Est" e "La regola dell'amico".
Altro medley acustico affidato al pubblico, stavolta seguito da tastiera "Nient'altro che noi", "Ti sento vivere", "Eccoti" e "Una canzone d'amore", gli innamorati si baciano e Max sorride felice.
Siamo quasi giunti alla fine con "Nessun rimpianto" dove un deciso Pezzali dice che quella porta lui non la aprirà e infine "Gli anni", a mio parere uno dei migliori brani di sempre.
E' tempo di bis con "La regina del Celebrità", il probabile nuovo singolo "Quello che comunemente noi chiamiamo amore" e "Sei un mito" come degno finale.
E' tempo di tornare al 2011.  Ciao ciao anni '90.

Piccola curiosità: per leggere i testi Max usava un'iPad, lo stesso modello che sto usando io per scrivere questa recensione: che coincidenza!