Il trentacinquenne milanese Antonio Valentino, in arte Anthony, dopo anni dedicati al suo strumento (la chitarra), approcciato dapprima nel mondo delle cover band e poi con i Night Road trasportato anche nel mondo del songwriting, sfodera tutta la maturità così acquisita nello strumento e nella composizione in un progetto solista, dando alla luce questo "Walking on Tomorrow".
Nel suo percorso formativo, Anthony ha evidentemente incontrato Van Halen, Hendrix, l'hard rock anni 80 post-AC/DC, sicuramente anche l'heavy metal (più i Judas Priest che gli Iron Maiden, si direbbe) e naturalmente Slash, a dire del sottoscritto uno dei chitarristi più sopravvalutati della storia, ma non per questo ininfluente. Con ascolti di questo tipo, non stupisce che i momenti più leggeri siano quelli meno riusciti (ad esempio "American Dream", o la conclusiva "Scathing Time", che però si salva per le sue striature epiche davvero coinvolgenti e ben congegnate in quanto anche a scelte sonore) mentre dove si spinge sull'acceleratore, alzando toni e volume, ci si trovi improvvisamente nella comfort zone del lombardo. Si pensi per esempio a "Another Way", contenente quello che è probabilmente il riff più memorabile, a "Night After Night", che strizza l'occhio addirittura al grunge, risultando tanto aggressiva quanto piacevolmente orecchiabile, e a "Get Off", un brano dove l'arrangiamento sorprende in particolar modo per la gestione delle dinamiche, perdendone però in originalità.
Personalmente, trovo che il genere abbia ormai saturato il mercato da almeno un decennio, ma è evidente che a questo punto la partita si gioca sulla qualità dei suoni e della scrittura. Da questo punto di vista, i primi risultano un po' deboli, o meglio si sente la mancanza di una cabina di regia, laddove la costruzione dei pezzi risulta invece matura, efficace, come tipicamente ci si aspetta da chi si è formato artisticamente divorando certi dischi e interiorizzandone le armi vincenti. Anthony sa quindi indiscutibilmente il fatto suo, e per chi ama l'hard rock, l'heavy metal e il rock'n'roll risulterà certamente un autore godibile, sul pezzo, perfettamente incasellato dentro quegli stereotipi che tanto piacciono e hanno reso questi stili tra i più longevi e resistenti all'innovazione tecnologica che ha invece spazzato via, ad esempio, il rock, il pop, il grunge.
A tre anni dalla nascita, il duo emiliano Problemi di Gibbo sforna il primo full-length per l'etichetta IPDG, un viaggio nel cantautorato e nel folk italico dal sapore dolceamaro, perlopiù acustico, soffuso, per certi versi malinconico e romantico. La giovane età si sente nella qualità della scrittura e della composizione, ma nei vari brani sono disseminati i germi di una maturità non così distante, che trova la sua zona di comfort nei momenti più genuinamente radiofonici ("Solo Rosso", in realtà un tributo ai Calexico e "#Buonumore"), e laddove riescono a sprigionare un po' di energia ("Superman", ad esempio) in un album che tendenzialmente si attesta come una collezione di ballad alla Kings of Convenience. Per questo, basti ascoltare l'incipit di "Tutto il Mondo", forse uno dei passaggi meglio riusciti, perfetto come apertura perché riesce ad identificare anima e corpo di un progetto tutto basato sulla comunicatività con l'ascoltatore. Impossibile calarsi in un disco del genere senza abbandonarsi a quelle atmosfere che vengono evocate principalmente dalle scelte lessicali e dagli incastri tra voce e strumenti, da cogliere tramite ripetuti ascolti evitando di riprodurre il disco skippando le tracce come - purtroppo - si tende imprudentemente a fare nell'epoca di Spotify, Apple Music & co.
I reggiani non premono mai sull'acceleratore, rimanendo un po' a mezz'aria, sospesi, ma riescono a stupire per come questa carenza di dinamiche sia sempre controbilanciata da un continuo chiaroscuro, un alternarsi mai banale di tonalità cromatiche, varie seppur mai troppo accese. Il testo che arriva con maggiore impeto è "Come Tu Mi Vuoi", il frangente in cui si riesce a cogliere con maggiore chiarezza la potenza delle parole, semplici ma efficaci in ogni momento.
Il posto nella scena indipendente italiana è così tutto meritato, inserendosi perfettamente in un periodo storico dove l'indie à la Calcutta ha saturato il mercato e si avverte prepotentemente il bisogno di aria fresca. Se è pur vero che in queste sette tracce non troviamo niente di innovativo, i Problemi di Gibbo hanno comunque l'enorme pregio di non suonare derivativi e di lasciar intuire la parabola evolutiva che hanno intrapreso, con la sfrontatezza di un'età anagrafica che ne premette le grandi potenzialità. Esordio curioso e consigliatissimo.
Sono passati trentasei anni da "Tonight", con cui Roberto Zanetti alias Savage ha fatto scuola nel panorama pop-dance italico degli anni 80, affermandosi anche come produttore nel genere (Ice Mc, Double You, Claudio Mingardi, Kamillo e altri), discografico con l'etichetta Dance World Attack, nonché autore di progetti estremamente popolari come i Gazosa, qualche anno più tardi.
Tornato in veste di artista con questo "Love and Rain", Savage non suona attempato ma anzi maturo, conscio dei mezzi espressivi e dei punti di forza del suo genere, ora che il revival ha superato la fase derivativa ma risulta più che altro un linguaggio a sé, forte di quel sentimento di nostalgia transgenerazionale che non mancherà mai di riproporsi, di volta in volta, con i suoni e le dinamiche dell'epoca di riferimento.
Laddove tra le righe si è detto dunque che non siamo di fronte a nulla di nuovo, possiamo senz'altro sviscerare l'album per quello che si propone di essere, ovvero musica da ballo fine a sé stessa, per questo sempre ben funzionante quando realizzata da un professionista, efficace dall'incipit di "Don't Say You Leave Me" (granata esplosiva dopo l'ouverture "Every Second of My Life", poi ripresa in un vero e proprio pezzo alla quindicesima traccia) alla chiusura sinfonica di "Only You". Il termine "sinfonia" si sposa bene con alcune scelte stilistiche di questa dance, scura ma contemporaneamente allegra e leggera, fatta anche di archi e melodie altisonanti, talvolta barocche ("Where is the Freedom"). Il contenuto lirico è invece forse superficiale, con incursioni conscious e altre dal messaggio più forte, ma principalmente spensierato nel narrare l'amore ("Remember Me", "Moon is Falling" le più riuscite), come si può pretendere solo da un tipo di musica da club, luogo d'elezione del disimpegno e della mente sgombra per i giovani da ormai quattro decenni. "Love and Rain" è dunque un lavoro scanzonato, nel quale non ricercare la ricchezza degli arrangiamenti ma l'esaltazione di un suono mai scomparso e che ha fatto scuola nel mondo, peraltro sempre pronto a ritornare alla ribalta con nuove ibridazioni (basti pensare al flirt con l'hip hop italiano).
Il cantautore bergamasco Christian Frosio, con questo suo nuovo lavoro intitolato "Mille Direzioni", tenta l'all-in nella scena curando un prodotto a tutto tondo, scrivendo testi e musica, producendolo ma anche dedicandosi al lato visivo tramite la realizzazione dei primi due videoclip (dei brani "La Nostra Casa" e "Apri la Finestra").
Il fulcro di quest'opera altamente personale è proprio Christian, e non stupisce dunque la scelta di mantenere strettamente saldo nelle proprie mani il controllo di ogni tassello del processo produttivo. Così, tra ballad, struggenti canzoni d'autore vecchia scuola e incursioni più rock, Frosio si racconta, sviscera le proprie emozioni e le riversa in un disco pregno di significato, un'autobiografia satura di riferimenti e che in qualche modo prova, non sempre riuscendoci, ad arrivare a tutti.
Il linguaggio fluisce ma a volte incespica, diventando farraginoso, ma sono interessanti soprattutto le meccaniche di costruzione verbale, le metriche, il dialogo tra voce e chitarra, che dipinge in questa maniera anche la sensibilità, i sentimenti, le linee di pensiero dell'essere umano che sta dietro le canzoni.
"Anime Leggere" è forse il momento più moderno, grazie ad un tappeto digitale di batteria, e coglie bene anche un'esigenza radiofonica sempre più presente nel genere. Il già citato "Apri la Finestra" tocca picchi inusitati di malinconia e sofferenza personale, ma l'individualità più onesta si sprigiona con la title-track "Mille Direzioni" e l'ottima chiusura di "Guarderò Lontano", sette minuti che scorrono lisci e che riescono ad imprimere perfettamente nell'ascoltatore lo stato d'animo del compositore.
A reggere il palco su cui poggia questo album sono in ogni caso le parole, più che la musica. E' per questo che certe scelte liriche, come già detto, potenzialmente inquinano il risultato finale, anche se l'impatto da questo punto di vista è sicuramente soggettivo. Ovviamente, un lavoro così intimo e personale, può toccare in maniera più efficace le persone con un vissuto simile, e a quel punto diventare anche un punto di riferimento. Non c'è dubbio che, data anche la giovane età, da un artista come Christian Frosio avremo modo di sentire materiale più maturo e contemporaneamente fresco negli anni a venire.
Il 2019 ha visto l'ensemble di musica folk/popolare pugliese Sossio Banda, capitanato da Francesco Sossio Sacchetti, festeggiare il suo decennale. In questo importante traguardo per un progetto così particolare, esce "Ceppecca't" (per chi non conosce il dialetto barese "c'è peccato" o "che peccato"), un lavoro non così sobrio, incentrato su di una narrazione alta, pesante, spalmata su sette brani che rappresentano nientepopodimeno che i sette vizi capitali. Scene di ordinaria quotidianità sono utilizzate come trampolino per tuffarsi in un mondo fatto di accidiosi, iracondi, avari, esseri umani deboli, trascinati da quella volubilità cui tutti noi cediamo nel trascorrere della nostra fragile esistenza, e se da un lato il messaggio fluisce leggero, arrivando all'ascoltatore nella maniera più diretta ed efficace possibile, il contenuto musicale sembra invece fuori fuoco, disallineato rispetto all'oggetto del discorso. In qualche modo, è proprio la coerenza a mancare, in questo pot-pourri di pop mediterraneo, a cavallo tra Puglia, Grecia e sentori mediorientali, musica balcanica, ma anche concertistica/bandistica, senza dimenticare gli inevitabili accostamenti con Mannarino o Avitabile nei frangenti più folkloristici.
"Chisse so lauree" è forse il pezzo più riuscito, con un sax capace di trasportare in un mondo etereo, quasi favoleggiante, insieme ad un arrangiamento davvero ricco, ai confini del prog. In effetti, toni fiabeschi e incantati sono usati a più riprese per delineare un universo narrativo suggestivo, seducente, denso di significati dietro e tra le parole. Magistrale l'interpretazione vocale di Loredana Savino in "Lui e Lei", stralcio dedicato alla lussuria, dove una storia d'amore viene raccontata con toni per niente allegri, arrivando in qualche modo anche a smuovere le sensibilità più spiccate. "Sàziati" vince invece per la disarmante semplicità del messaggio e come lo riesce a convogliare prepotentemente tramite le note e il dialogo tra gli strumentisti, senza trascurare le scelte liriche sempre fantasiose, perfette per sottolineare ogni passaggio in modo che il contenuto penetri nella psiche di chi è all'ascolto.
Terminato il terzo ripasso di questo lavoro, risulta ancora più in evidenza la scarsa coesione tra le parti, ma ciò che balza all'orecchio principalmente è in realtà la maestria nel songwriting, tale da costruire una struttura sempre solida a supporto del racconto più brutale ed onesto, quello di un'umanità permeabile e cedevole, sempre in lotta con sé stessa e i propri desideri più frivoli, ma in grado, anche tramite la musica, di ritrovare sempre il proprio baricentro. Una prepotente riconferma, di cui si sentiva il bisogno.
L'ultimo lavoro dei bresciani Newdress, "Lei Contro Lei" esce per la Discipline di Garbo e Luca Urbani, e già questo ne può delineare per osmosi il contesto sonoro. Il centro della narrazione è rappresentato dalla donna, musa ispiratrice delle parole e delle atmosfere, in questo disco appropriatamente dosate per dipingere un quadro dalle tinte dark, scure ma contemporaneamente piacevoli e orecchiabili, leggere. Tra Eurythmics e Baustelle, con una vena radiofonica che emerge solo nei momenti giusti, i brani scorrono lisci e mantengono alta la soglia dell'attenzione senza problemi fino alla fine. Buona anche la produzione, pulita e sempre in grado di valorizzare gli arrangiamenti.
L'ennesima conferma di un percorso artistico e coerente, che sa risultare ancora attuale nonostante suoni come un continuo tributo a sonorità passate.
Brani consigliati: "Joyce", "Lei Contro Lei", "Bolle di Sapone"
Luca Marino - Vivere Non è di Moda (autoproduzione, 2019)
E' una tavola cromatica molto vasta e dalle sfumature cangianti quella di Luca Marino, cantautore di Busto Arsizio, già sul palco di Sanremo nel 2010. Tra synth-pop, ballate, beatbox, cenni latinoamericani e caraibici, testi taglienti e sinceri di sicura rilevanza personale per l'autore e incursioni nel rock e nel punk, "Vivere Non è di Moda" fluisce senza particolari congestioni. Marino sa scrivere, sa divertire e divertirsi, e per questo può usare le parole per dire la sua (si, è un disco che potremmo banalmente definire "impegnato") e per raccontarsi. A un ascolto più attento, si iniziano a cogliere anche le speranze di cambiamento e di miglioramento per la nostra società, le urgenze più primitive dell'animo umano, le montagne russe dei sentimenti che segnano le vite di tutti noi, e anche dove alcune soluzioni melodiche possono spiazzare rimane sempre l'impressione di un lavoro ben fatto.
Se volete ascoltare musica fresca, significativa e con del contenuto durante questa quarantena, Luca fa al caso vostro.
Brani consigliati: "Non Va Più Via", "Una Buona Idea", "Tutta Quanta l'Anima"
Mattia - Labirinti Umani (autoproduzione, 2019)
Mattia, semplice nome con cui si identifica il cantautore modenese Mattia Previdi ha esordito pochi mesi fa con "Labirinti Umani", un lavoro denso di argomenti ben concentrati in nove tracce dove sicuramente l'elemento centrale, da cui non distogliere (quasi) mai l'attenzione per soffermarsi sulla musica, è rappresentato dalle persone, quindi dalle relazioni, dai sentimenti, le vittorie e le sconfitte. Con l'amore al centro e una produzione molto casalinga, l'intenzione di suonare pop può calzare male ad un cantautore senza il carisma acquisito di chi calca già i grossi palchi, ma è facendo attenzione alle parole e alla voce che ci si può godere questo viaggio.
Ciò che rimane dall'ascolto è la netta impressione che con i mezzi giusti Mattia possa avere in mano la ricetta vincente per finire sulle radio commerciali, e molto presto.
Brani consigliati:"Distante", "Tieni il Resto se Vuoi", "Diana"
La gestazione di questo articolo è stata lunga quasi quanto le registrazioni del disco stesso. Ci sono varie ragioni. Prima di tutto, come ha detto John Lennon: "la vita è quello che ti accade quando sei occupato a fare altri progetti"(e scaramanticamente, facciamo i dovuti scongiuri, dato che è una frase tratta dal suo ultimo lavoro "Double Fantasy",pubblicato meno di un mese prima della sua tragica dipartita). In secondo luogo, non solo conosco l'artista di persona ma uno dei musicisti che hanno prestato i propri servigi e il proprio talento a Iarin reca il mio stesso cognome e non è una coincidenza. Detto questo, dopo due anni dalla pubblicazione di questo album, i suoi meriti artistici non solo sono sopravvissuti all'impietoso giudizio del tempo ma sono emerse anche alcune qualità nascoste che si sono rivelate a successivi ascolti. Questi due motivi mi hanno spinto, in sostanza, a disinteressarmi a qualsiasi accusa di nepotismo mi possa essere rivolta perché questo è un lavoro che merita effettivamente di essere ascoltato e analizzato. Inoltre, per scelta dell'artista, il disco non è disponibile nelle piattaforme streaming e l'unico modo per poterlo ascoltare è acquistarlo. In sostanza, "I'm" merita tutta l'esposizione possibile.
Nel corso dell'articolo verranno citate alcune dichiarazioni di Iarin Munari stesso tratte da un'intervista da me realizzata all'interno del programma "Danze D'Architettura"che ho condotto su Radio Voce nel Deserto dal 2017 al 2019.
SVOGLIMENTO
Classe 1975, Iarin Munari è un batterista, compositore, arrangiatore e produttore in attività dal 1996. Il suo curriculum vanta collaborazioni con artisti tra cui Roberto Vecchioni, Stadio, I Nomadi (per i quali ha composto il brano "Non so io ma tu" nell'album "Allo specchio") e Free Jam, band della quale è membro fondatore e con cui ha pubblicato l'apprezzato "What About The Funky?" nel 2012. Questo "I'm" uscito a maggio del 2018, però, è il primo disco che pubblica a nome solista. Il progetto grafico che accompagna l'album può far pensare, più che ad un batterista, ad un cantautore indie. Da un punto di vista musicale, siamo assolutamente distanti anni luce ma concettualmente forse non siamo così lontani: secondo le intenzioni di Iarin, questo lavoro dovrebbe rappresentare una ideale colonna sonora rappresentativa della sua vita. Il titolo stesso, non sarà sfuggito sicuramente ai lettori, è un gioco di parole tra la contrazione di "I am" (io sono) e le iniziali del nome del musicista. Le composizioni sono esclusivamente strumentali, a parte una piccola eccezione, e l'album è improntato su una matrice jazz fusion, brillantemente eseguita da un ensemble che, oltre a Munari stesso alla batteria, include Daniele Santimone alla chitarra, Alfonso Santimone alle tastiere, Nick Muneratti al basso e altri vari ospiti illustri tra cui Piero Bittolo Bon e Enrico di Stefano al sax, Fabrizio Luca alle percussioni e Antonello del Sordo alla tromba. "Si tratta di grandi amici con cui ho trascorso momenti musicali molto importanti e che condividono con me un grande rispetto verso l'arte" dice entusiasticamente Iarin.
Sebbene, come già detto, questo lavoro sia il primo disco ad uscire a nome di Iarin alcuni temi erano presenti anche in "What About The Funky?": il più esplicito è "Towards That Light", composta da Munari in ricordo della scomparsa del padre, originariamente un breve e sofferto intermezzo per archi di poco più di un minuto di durata, qua presentato come malinconica ma meditativa ballad jazz dalla durata di sette minuti e mezzo impreziosita da una pregevole introduzione di piano ad opera di Alfonso Santimone e da un ispirato assolo di sassofono di Enrico di Stefano. Curiosamente, esiste una terza versione di questo brano, non ancora incisa ufficialmente, con un testo cantato da Annalisa Vassalli, talentuosa vocalist che, purtroppo, è entrata a far parte di questo organico solo al termine della lavorazioni del disco e, in quanto tale, non compare su album. Nel caso Munari decida di incidere un secondo album, un'ulteriore rivisitazione di questo pezzo sarebbe puramente giustificata. Nell'album dei Free Jam, "Towards That Light" si collegava ad una canzone intitolata "That Light", il cui testo, scritto dal tastierista e cantante Davide Candini, trattava dell'ultima conversazione avvenuta tra Iarin e il padre. Anche il tema di quella composizione, stavolta in chiave strumentale, compare su questo "I'm" a nome "Settimo". "Si tratta di un brano che ho scritto tanti anni fa", spiega Munari " 'Settimo' è la versione originale, 'That Light' è l'ultima ma ci sono anche versioni intermedie". La versione su "I'm" è più scanzonata e tirata e contiene un arrangiamento per fiati, una irresistibile linea di basso slap di Nick Muneratti e interessanti assolo di chitarra, tastiere e batteria. "Nella forma originaria il brano suona più funky, più felice e più spensierato perché quello era il modo in cui era uscito a livello compositivo ma il tema del ritornello è comunque un po' introspettivo. Quando lo scrissi abitavo ancora con i miei genitori. Un giorno lo stavo provando con la chitarra e mio padre, passando per di lì lo sentì e commentò, in dialetto Ferrarese, 'sa tiè rumantic!'".
Il disco contiene anche variazioni su uno stesso tema, poste sapientemente a inizio, metà e a fine scaletta ("Sunrise", "Twilight" e "Sunset"). La prima e l'ultima versione sono arrangiamenti malinconici per archi, mentre quella intermedia è eseguita dalla band in chiave molto più jazzata ed energica. Riguardo alla genesi del brano, Iarin rivela che la composizione sarebbe dovuta essere il tema principale della colonna sonora di un film in seguito mai prodotto: "tra l'altro, 'Sunrise' e 'Sunset' sono pensati proprio nella forma di intermezzo che sarebbe apparsa sulla pellicola".
Due pezzi vedono Iarin nella veste di polistrumentista: la prima, "Chasing Butterflies", è una composizione basata sul tema di "Twilight", senza però riprenderlo pari pari, mentre "Afrita" è l'unico brano dell'album ad avere un testo: "sto cercando una vita migliore e vedo Afrita" in linguaggio Igbo, la lingua tradizionale nigeriana. "Sono delle frasi che, in prima persona, mi sono immaginato possano pensare quei ragazzi che scappano da zone di guerra e che, dopo ore di viaggio, si ritrovano davanti le terre Italiane: mi sono immaginato quali emozioni possano provare. La canzone vuole omaggiare un continente dal quale proveniamo tutti e che negli ultimi secoli ha subito molte violenze". Il brano vede la partecipazione del percussionista Bolognese Fabrizio Luca con cui Munari collabora da diversi anni e con il quale ha condiviso l'esperienza con la band ska The Strike. La versione su disco, sebbene sia molto affascinante e abbia sonorità molto particolari, però, forse risulta un po' penalizzata a noi che abbiamo seguito questo progetto anche nelle date dal vivo. Sul palco, infatti, "Afrita" presenta un arrangiamento forse un po' più tradizionale di quello presente su "I'm" ma dà spesso sfogo a improvvisazioni di vario tipo che a volte si estendono per una durata di oltre un quarto d'ora, che, per mia esperienza personale, spesso ispirano particolarmente i musicisti e li portano ad andare fuori controllo. Ricordo, in particolare, una versione eseguita proprio durante la presentazione live ufficiale dell'album al locale Il Clandestino a Ferrara, durante la quale era intervenuto anche ospite il percussionista Paolo Caruso con il quale la band aveva creato un'atmosfera tribale e cabalistica.
Il disco è completato dalla malinconica "Camilla", contenente uno splendido assolo di basso di Nick Muneratti, e dalla trascinante "Fifth Wave" che riesce, incredibilmente, a rendere orecchiabile un tema che sembra un misto tra Pat Metheny (armonicamente) e Frank Zappa (ritmicamente) e che, sul finale, contiene un brillante assolo di batteria che farà venire voglia alla metà dei batteristi ascoltatori di vendere il proprio kit o di usarlo come carburante per la stufa durante le notti gelide (l'altra metà, invece, opterà per un più dignitoso seppuku pubblico usando un ride come arma contundente).
"I'm" è un lavoro di classe, realizzato molto bene sia da un punto di vista compositivo, sia come sequenza: l'album risulta, infatti, molto dinamico, merito anche dell'ottima produzione e del brillante lavoro di registrazione effettuato agli Over Studio di Cento. Soprattutto, nonostante le premesse apparentemente molto cerebrali, l'obiettivo dell'album è comunque quello di mettere la musica in primis e, quindi, il disco risulta estremamente godibile anche separato dal suo contesto.
L'ex frontman dei Tazenda, Beppe Dettori resuscita due decenni dopo questo lavoro rimasto interrotto, e lo rifà, nuovamente, con il braccio destro dell'epoca, Giorgio Secco. Dichiaratamente "attuale", lo è davvero nelle parole ("Rabbia e Dolore"), negli arrangiamenti (sempre curatissimi, vedasi "Sha La La"), un po' meno nei riferimenti blues ("Mentre Passa") e nella scelta di alcune cover, come "Monnalisa" dell'imprescindibile Ivan Graziani, già ripercorsa da diversi artisti negli ultimi anni. Il brano più maturo risulta "Fermi il Tempo", dove anche le parole e le atmosfere restituiscono appieno il senso di un disco che coniuga in maniera sempre sensata amarezza, rimpianti, orgoglio e spensieratezza. Il lavoro di ripulitura del mastering è senz'altro efficace, ma con le carte che sono state calate sul tavolo rimane da sperare che il buon Beppe ricominci a scrivere, nel 2020, con qualche idea più fresca.
Margherita Zanin - Distanza in Stanza (Volume!, Platform Music, 2019)
Torniamo ad occuparci volentieri della giovane cantautrice ligure, a due anni dal precedente "Zanin", con una maturità udibile nel disco e visibile già dall'artwork, con in più tante nuove storie da raccontare. Con la produzione artistica di Lele Battista, stavolta risulta molto più a fuoco nella sua musica d'autore, più femminile e spontanea, abile nell'aggirarsi tra gli stili, riuscendo a lambire la dance, con tinte scure quasi anni '80, il rap, e impreziosendo il tutto con una rilettura di Gino Paoli (naturalmente "Il Cielo in una Stanza"), assolutamente ben prodotta e sensata nell'intero pacchetto. "Psicofermo" è forse il pezzo che rimane più in testa, ma il momento più alto di questo "Distanza in Stanza" potrebbe essere tranquillamente "Non Mi Diverto se Penso Troppo", audace e biografico, un vero manifesto del suo modo di fare musica. Una crescita visibile e che aumenta la certezza che in futuro sentiremo parlare molte volte - e bene - della giovane savonese.
S.O.S. - Esse o Esse (Iad Records, 2019)
Dal '93, il bergamasco Marco Ferri e i suoi ci continuano tenacemente a ricordare il miglior decennio per il rock italiano, quello che ha visto la new wave evolversi nella nostra versione del grunge, e continuare fino ad oggi nella definizione di un sound distintivo. I suoi S.O.S. hanno sempre saputo dire la loro, e ancora una volta, con questo "Esse o Esse", mantengono le radici salde nel rock, quello duro e puro, senza fronzoli, che suona su disco come dal vivo, distante dalle iperproduzioni e dalle contaminazioni forzate a cui un po' tutti si sono voluti costringere negli ultimi vent'anni. Il vero manifesto è sicuramente "Venere Acida", così come l'aggiornamento di un brano degli esordi ("Madre") serve a rimettere al centro dell'attenzione quelle sonorità e quel modo di raccontare la musica e la vita. E' strano dirlo, quando un prodotto sembra così fuori dal proprio tempo, ma in qualche modo questo lavoro suona attuale, nostalgico e genuino.
A ben tre anni dal primo EP, ritorna con "Dario E' Uscito dalla Stanza" il cantautore pugliese Dario Dee, al suo esordio con un vero e proprio album.
La soluzione di creare un pot-pourri di pop contemporaneo, in particolare quando fluttua nei paraggi del funk, del rap cantautorale ("Noi2vele"), della dance e del soul, non nasconde l'evidente intenzione di attirare l'attenzione con un prodotto fresco, orecchiabile, adatto alle radio e all'estate. Non che il contenuto sia in secondo piano, riuscendo a trattare temi sociali così come delineare storie di maggiore leggerezza con ironia e criterio. Azzeccatissimo il singolo "Il Mio Pesce Corallo Rosso", in linea con gli obiettivi di cui sopra, certamente tra gli episodi più riusciti di questo lavoro. In "In Auto con Raf", Dario si concede di omaggiare l'artista corregionale con un'interpretazione che riesce sia a ricordarne le caratteristiche canore che ad esaltarne la posterità artistica, senza risultare né una triviale imitazione né un elogio smodato e fine a sé stesso. Liricamente, può cogliere impreparati la scelta di raccontarsi in terza persona, come avviene ad esempio nella title-track, ma questo regala all'insieme dei brani una maggiore varietà nel registro e nei toni della narrazione.
Il frangente che personalmente ha catalizzato maggiormente il mio interesse è "LeONi", se vogliamo il più fresco e il più lisergico, insieme all'orgia di tastiere di "Interlude I".
Per tirare le somme, occorre fare un rapido riferimento alla qualità dell'esecuzione e dei suoni, vagamente imprecise e non sempre in grado di rendere giustizia alla pienezza di certi arrangiamenti più tosti e sinceramente accattivanti, in particolare se immaginati su un palco. L'impressione finale è che Dario sappia scrivere, cantare, porsi, ma non concretizzare del tutto, lasciando comunque una testimonianza notevole e premesse grandiose, se coltivate nel modo giusto, per il suo divenire artistico.
Dalla quasi ventennale esperienza dei milanesi Gerson, divenuti negli anni una delle teste di serie della scena punk rock italiana, il frontman Paolo Gerson propaga di nuovo un'opinione personale, un'esperienza propria, solista, a qualche anno da "Rimparare a Strisciare".
Questo lavoro, dal titolo "Le Ultime dal Suolo in Alta Fedeltà", recentemente uscito per Maninalto Records!, mette in chiaro da subito una cosa: l'attitudine punk significa prima di tutto libertà di espressione, pensare fuori dagli schemi e senza vincoli, facendo ad esempio un disco che non c'entri nulla con il sound e le atmosfere in cui speravano i fan più accaniti. Si, perché al posto dei power chords e dei classici ritmi da pogo, ci troviamo synth, archi, uscite melodiche di grande gusto pop, riverberi di Vasco Rossi ("Domicilio Confuso", "Tartarughe e Farfalle"), strutture e arrangiamenti in ogni caso più complessi rispetto alla band madre. La realizzazione è pure notevole, non trascurando nulla nel tentativo di raggiungere un risultato definito, levigato, che possa anche essere considerato per un palinsesto radiofonico ("Se Ci Passi Con La Testa"). L'uso delle parole è la vera punta di diamante, riuscendo a delineare anche un universo narrativo proprio, aiutato da un lessico ampio ed evocativo. Dovendo trovare un limite, mancano dei pezzi al recinto della zona di comfort, dalla quale Paolo è costretto qualche volta ad uscire, riuscendo comunque a mantenere sempre il controllo.
Il nuovo disco dell'artista milanese non lascia l'amaro in bocca, ma sicuramente spiazza. La sua forza è l'indipendenza del messaggio e del mezzo, aiutata dalla freschezza del sound e dal coinvolgimento di musicisti che sanno padroneggiare le proprie abilità, senza strafare. Un ascolto consigliato durante queste giornate torride, per alleggerire la mente.
Avevamo già parlato a Good Times Bad Times di Diego Esposito, ed è per questo che è possibile accostarsi a "Biciclette Rubate" con maggiore cognizione di causa, anche se quello che abbiamo di fronte è un artista che ha ritenuto di cambiare il suo nome d'arte per tenere, semplicemente, Esposito.
Rispetto allo sforzo precedente, lo troviamo più a suo agio in strutture più complesse, in saliscendi espressivi ed emotivi che trovano la loro completezza dalla fusione di musiche e voce, senza risultare mai posticci. Rock, cantautorato, elettronica, tanta voglia di raccontarsi, e con questi elementi esplicitare la propria visione su temi come il destino, le conseguenze delle nostre scelte, lo smarrimento che colpisce chi non ha ancora deciso cosa fare della propria vita.
"Bollani" e "La Casa di Margot" sono forse i due momenti più emozionanti e personali, dove le parole comunicano in maniera molto precisa emozioni e suggestioni che solitamente troviamo affrontate con snervante banalità. "Voglio Stare Con Te" è un potenziale singolo, che porta nel ballo un disco in realtà non così catchy. Realizzato davvero molto bene, fa venire voglia di muoversi e di staccare un attimo il cervello prima di affrontare le liriche più impegnative.
In generale, questo lavoro suona un po' vecchio rispetto a molte delle uscite recenti dentro questo filone. Ciononostante, si trova confezionato e presentato molto bene, senza troppi fronzoli e con una maggiore sicurezza rispetto al suo precedessore. Una curva ascendente che ci auguriamo Esposito possa continuare a seguire.
"Maschere" è il nuovo lavoro del cantautore di origini siciliane Andrea Donzella, un salto nel passato che subito stride con le sonorità a cui siamo abituati oggi, ma che trova invece sempre più senso man mano che gli ascolti procedono e si ripetono. Riverberano ovunque i sentimenti, i suoni, le metriche, i tempi narrativi di quella British Invasion che circa cinquant'anni fa sferzava gli animi e gli intelletti dei nati a cavallo tra le due Grandi Guerre, quel misto di beat, rock e tanto pop, che oggi chiamiamo britpop (e ai più timidi all'epoca sembrava musica satanista). In Italia i Beatles fecero comparire i Renegades, i Rokes, Rocky Roberts & gli Airdales, i Primitives, in qualche modo anche i Pooh, importavano un sound ancora fresco e coglievano le urgenze espressive di una parte della gioventù di allora. In qualche modo gli anni '70 e '80, cui pure si rifà Andrea, sono nati anche da questo e premendo play una seconda e una terza si scopre che forse l'anima è più lì, all'origine di Luca Carboni, di Antonello Venditti, ogni tanto di Baglioni. Oggi ha ancora senso? Meno, ma le operazioni nostalgiche hanno ancora successo, ben coadiuvate da un'industria discografica che ha sempre sostenuto l'evoluzione di questo filone. E' questo il motivo per cui avvicinarsi a questo lavoro non è difficile, né fuori tempo massimo, ma piuttosto qualcosa di già sentito, del quale valutare solo le virtù artistiche. In questo, poche parole basteranno: è un disco ben realizzato, ben registrato, ben interpretato. Non ci sono crismi o sovrastrutture iperboliche, ed è pleonastico dire che la voce svolge un ruolo centrale.
Veniamo al contenuto: le maschere sono quelle che tutti indossiamo ogni giorno, costretti a vivere una vita dove essere noi stessi è scomodo, e i ruoli imposti sono una perenne gabbia. Non tutti conducono la propria esistenza interrogandosi su questa materia, ma sicuramente lo sta facendo il nostro Donzella, mettendo in musica una difficoltà evidente che è facile comprendere. Il rapporto tra genitori e figli è approfondito in "Mille Cose da Salvare", l'amore spezzato in "Quante Volte Avrei Voluto, di nuovo le personalità celate o fraintese riemergono infine nel pezzo "Ogni Volta Io", dove traspare in tutta la sua luminosità la voglia di essere sé stessi, senza filtri, nel brano più riuscito e personale.
Dove l'originalità non arriva, ci pensano le parole a riequilibrare il tutto. "Maschere" è un bel lavoro, e per questo motivo speriamo di avervi convinto ad ascoltarlo presto.
Sound dal respiro internazionale, contaminazioni intelligenti e genuine, un'interpretazione splendida e fresca: è quello che troviamo nel primo lavoro di Miza Mayi, cantante italo-africana sicuramente ancora da dirozzare ma già indirizzata verso una direzione ben precisa. "Stages of a Growing Flower" è molto ben confezionato, e i suoi ingredienti più "ovvi", mi si passi il termine, passano dalla voce di Miza, sempre gradevole, raffinata, impeccabile, abilissima a calare sul piatto tutti gli assi a disposizione: soul, blues, jazz, gospel, una verve pop di notevole caratura, infine la capacità di riversare tutto questo in territori anche distanti, come l'elettronica o la canzone d'autore.
L'episodio più spendibile sul mercato radiofonico è certamente "In My Dreams", seguito da "Walk Away", chiaramente per ascoltatori di altre regioni del mondo, sebbene pure in Italia, indubbiamente, un'intensità espressiva di questo calibro può andare a segno con facilità. "Burn Down My Soul" sfodera anche l'arma dell'erotismo, come altri momenti dell'album, e ipnotizza con le sue tonalità scure, quasi noir tanto quanto il testo ancora più eloquente di "Kundalini Love", un altro dei passaggi più riusciti dell'intero disco. Un po' fuori fuoco le scelte timbriche e tonali di "The Third Way", anche se probabilmente volontarie e sensate dal punto di vista della costruzione, mentre andrebbe riposta maggiore cura nel tentare di scatenare il ballo forzatamente, come con "Flowers" e "Tom Tom Town", un po' artificiose ma in ogni caso sufficienti.
In conclusione, questa uscita risulta fresca, in linea con i gusti di una generazione che nel soul e nei decenni passati prova un perno per scegliere cosa ascoltare ancora oggi. Per evitare di diventare l'ennesima voce da applausi e lacrime nelle audizioni di un talent, sarà sufficiente seguire la stella giusta tra le tante che brillano nel suo cielo. Se poi sarà quella di "Burn Down My Soul" tanto meglio.
"Stare Bene" è il titolo di questo disco del cantautore e musicista cuneese Andrea Giraudo, e forse anche il suo intento principale. Sospeso tra frivolezze citazioniste, una richiesta viscerale di contaminazioni che si appropria dei pezzi più di quanto lo facciano le parole, e un uso della voce che ondeggia sapientemente tra l'impostato e il giocoso, il tono di queste canzoni è spesso alto, aulico, come a nobilitare intenti velatamente pop.
In qualche modo, il connubio tra intenzione radiofonica e ricerca di una cornice più prestigiosa, è forse l'operazione più riuscita di Giraudo dentro al contesto di questo lavoro. "La Guarnigione" è il momento più ruvido, dove fa capolino il rock'n'roll, ma nel complesso emerge la necessità di una maggiore intensità e presenza sonora che la può far comparire sgonfia (e poi qualcuno ci sente Ray Manzarek?). Gli apporti strumentali, tutti ottimi, spiccano quando finiscono nel piatto ingredienti fuori dall'ordinario come le fisarmoniche, gli organi Hammond, oppure le capatine nel jazz di "L'Isola in Due", dove il vero protagonista è il pianoforte. Anche il blues di "Potere Volere", un elemento se vogliamo più banale rispetto ad altre scelte, risulta in realtà un esperimento riuscito, con quelle coriste che un po' vorremmo cancellare dalla faccia della terra e un po', all'ennesimo ascolto, ci risultano fondamentali per la buona riuscita del pezzo. Andrea si sposta molto velocemente tra interpretazioni teatrali, talvolta vetuste nell'impronta, come in "Poker", e una versione più moderna, forse à la Vinicio Capossela (ma non è detto), di quel cantautorato istrionico, scherzoso, a volte buffonesco, che ebbe origine con i poeti comico-realistici del Duecento, come Folgóre di San Gimignano e Cenne de la Chitarra, meno noti di Cecco Angiolieri ma già ricordati, nel mondo della canzone d'autore più diffusa e popolare, da Guccini.
In linea di massima, non c'è molto da aggiungere. La verve e il pathos di Giraudo sono componenti insostituibili di tutti quei pezzi che necessitano di doti vocali, liriche e interpretative un po' più spiccate, dove si rischia di sfiorare la pretenziosità. La buona notizia è che quasi sempre, Andrea, è riuscito ad aggirare l'ostacolo. Ci troviamo davanti all'eccellenza nei suoni, nella scrittura, nell'esecuzione, meno nell'arrangiamento, ma non si può chiedere troppo ad un lavoro di questo tipo, già di per sé completo nell'evidente soddisfazione del suo creatore: l'arma più potente a disposizione di un musicista.
Torna il collettivo Babil on Suite e si riaccende subito l'interesse per questo pop multiforme, caleidoscopico, votato a una ricerca di contaminazioni che non risulterà mai artificiosa, grazie all'originalità, ai suoni, in generale ad una produzione di tutto punto. Dance, rap, folk, musica africana ma anche sudamericana, mood che fluttuano continuamente tra la festa e la riflessione, le parole come perno. E' incredibile quanto il mescolamento di tantissimi elementi funzioni se fatto da musicisti consapevoli delle proprie capacità, in grado di evitare quel fastidioso caos che molti progetti world music hanno messo in campo, anche nel tripudio della stampa di settore.
I racconti sono centrali, come quello del ragazzo di "You Can Be Free" o la coraggiosa rilettura, ai confini tra filosofia e storia, di un canto di Joseph Tamaru che fonde politica e analisi sull'ordine delle cose. I momenti più funk, più sostenuti, fanno davvero scatenare e danno leggerezza al lato "impegnato" del disco, come "Agora", "Call Another Boy" o quella "2 Loose 2 Loose" che cela a fatica un lato romantico che potremmo vedere approfondito in future uscite della band. Esperimento di rilievo è anche il mashup "Sing It Back", che prende i Moloko e lo sposta nell'universo multietnico dei siciliani.
Merita senz'altro un ascolto approfondito questo "Paz", e per coglierne tutte le sfumature occorre dedicarci il tempo, l'attenzione che spesso oggi abbiamo smarrito durante la fruizione della musica. Complimenti ai Babil on Suite.