Le quattordici tracce finiscono un po' a fatica, se analizzate sul piano prettamente musicale e del facile ascolto, ma dall'altro lato ciò che salva questo disco è la sua collocazione nel panorama rap, il suo significato. Da lavoro evidentemente di protesta, di denuncia, di rottura, rifugge ogni estetica e ogni dettame della contemporaneità per essere di conseguenza un prodotto originale, diretto e genuino, relegando così in secondo piano la necessità di essere orecchiabile e facilmente fruibile. La personalità dell'artista erutta in maniera vulcanica in ogni brano, una peculiarità che gli dona senz'altro fotta, carattere e credibilità come poche volte si è sentito ultimamente. La scrittura, le barre, i riferimenti culturali sono tutti azzeccati, anche quando macabri e triviali, tutti funzionali al raggiungimento del risultato. Certo, siamo lontani dall'efficacia di testi di protesta ben più alti di vecchie glorie come gli Assalti Frontali, i Sangue Misto de "Lo Straniero" e i 99 Posse, o ancor di più del primo fenomenale Frankie Hi Nrg, ma la motivazione non manca e i risultati arriveranno. Un po' di gavetta e una maggiore attenzione a rimanere "in griglia" e questo ragazzo potrà combinarne delle belle. Senza dubbio.
lunedì 5 aprile 2021
Rejecto - Prima, Durante e...Dopo? (Autoproduzione, 2021)
lunedì 29 marzo 2021
Ysé - Pezzi (San Luca Sound, 2021)
Le sue esperienze di vita e le personali visioni del mondo entrano a piè pari in un sestetto di brani molto variegato, dove spicca anche una toccante rivisitazione di "Rapide" di Mahmood, ma ciò che risalta è principalmente la voce della cantautrice, pienamente a suo agio in sonorità che ricordano quello che andava nelle radio a inizio millennio, ma con un occhio a quel folk sporcato di indie che sta dominando le classifiche negli ultimi anni. Il brano più riuscito è "Due Stelle In Mezzo all'Universo", un viaggio nel concetto d'amore e la sua capacità di essere pervasivo, di permeare nelle vite delle persone, condizionandole e, in alcuni casi, riempiendole. "Re e Regine (des Erreurs)" si permette di fare un lavoro molto difficile, ovvero narrare la condizione dell'umanità in lotta con la pandemia, mettere in evidenza le responsabilità del singolo, ricordando all'uomo che possiede per natura il dono di plasmare la sua vita e quella del pianeta che lo ospita. Tutto ciò, tra l'altro, rimanendo radio-friendly e senza scivoloni populisti. Un po' di girl power in "Waiting for Me", il capitolo più grintoso in quanto ad interpretazione e forza del messaggio, giustamente scelto come singolo vista la sua leggerezza e la durata al passo coi tempi dello streaming.
I suoni sono curati, spinti al punto giusto, sempre tenendo presente la necessità di mantenere alta l'orecchiabilità di tutto il pacchetto. Il lessico è vario anche se scontato, ma in questo tipo di musica conta di più veicolare il messaggio in maniera chiara, senza eccedere con la ricercatezza delle parole. Del resto, pure la semplicità va spesso a braccetto con l'immediatezza.
Che aggiungere? La giovane autrice sassolese è agli inizi ma sembra navigare saggiamente nella sua arte, non uscendo dalla sua zona di comfort ed evitando così di fare la fine di Icaro. Dopo questo EP, si spera in un album che ne articoli meglio le doti canore e di scrittura.
martedì 2 marzo 2021
Bruno Caruso - Assolutamente (Bruno Caruso & 9 Produzioni, 2020)
"Assolutamente" di Bruno Caruso, nato in Germania da genitori italiani e poi cresciuto in Calabria, esce sul finire del duemilaventi, l'anno che ha stravolto le vite di tutto il mondo ma che non ha, per ovvi motivi, rinunciato alla musica, spostatasi sul web, nelle camere da letto, nelle sale prove dei pochi fortunati possessori di spazi idonei alla propagazione e al concepimento della propria arte. La composizione, in ogni caso, non si è mai arrestata e artisti di ogni genere hanno dato sfoggio della propria creatività, spesso raccontando la propria condizione, in un anno che verrà ricordato, artisticamente, per il ritorno ad una concezione molto autobiografica della musica, fatta di racconti intimi, personali, sentimentali, alle volte anche politicamente e socialmente impegnati.
Bruno parla di sé stesso, della sua voglia di riscatto, delle sue opinioni su questo mondo e su come trascorrere la propria esistenza all'interno di esso, con un cantautorato prettamente pop/rock, strutture che non rinunciano a far coesistere melodia, ritornelli e aperture di stampo più alto, con una certa importanza riservata, giustamente, anche agli arrangiamenti, oltre che alle parole, vero centro nevralgico di questo lavoro. "Con Un Brivido", "Bisognerà" e "Domani", sono belle esortazioni all'ottimismo e alla scoperta di sé all'insegna del carpe diem e del buonumore, forse i pezzi più sentiti, dove l'interpretazione dell'autore permea il brano superando anche la rotondità e la consistenza delle parole in termini di significato. "M'abituerò" è un pezzo da genitori per genitori, ma non per questo banale né già sentito, forse da curare maggiormente sulle parti strumentali per rendere di più in termini di emozioni, in ogni caso efficace dal punto di vista del contenuto e della resa. "Metamorfosi" spiazza e tocca le corde di chi si sente interprete di vite che potrebbero aver preso pieghe migliori, tra i rimpianti e le nostalgie, la voglia di riscrivere alcune pagine.
In generale, nulla sorprende per originalità e genuinità, ma l'evidente aderenza stilistica tra il proprio percorso, le proprie liriche e la propria vita rende il tutto un pacchetto omogeneo, riuscito da tutti i punti di vista. Non servono del resto lo shock value a tutti i costi, la ricerca di momenti esplosivi o facilmente trasformabili in meme, quando si ha qualcosa da raccontare che trasuda coraggiosamente, quasi come un flusso naturale e incontrollato, dal proprio io interiore
. Un ottimo album, personale e rifinito, elegante e completo.
domenica 21 febbraio 2021
Beppe Cunico - Passion, Love, Heart & Soul (Autoproduzione, 2020)
Beppe Cunico, per il suo esordio nel panorama discografico italiano, investe del tempo e rilascia il suo "Passion, Love, Heart & Soul" a tre anni dal concepimento del primo brano. La stesura di un lavoro così sfacciatamente convoluto, lungo, dispendioso in termini di energie sia per la composizione che per l'esecuzione, richiede per l'ascoltatore un notevole investimento di tempo e una soglia dell'attenzione altissima, che solo gli estimatori del prog duro e puro conservano ancora nell'epoca in cui spopolano principalmente pezzi al di sotto dei tre minuti. Sono invece tutti sopra i cinque minuti di durata gli undici episodi di un lavoro che assume immediatamente caratteristiche epiche nelle sonorità, rifacendosi ai suoi numi tutelari, dichiaratamente Steven Wilson (citato nel titolo della traccia numero quattro, "An Evening with Steven Wilson")), i Genesis, i Marillion ("The Beginning"), sicuramente anche i Pink Floyd e la seconda metà della loro carriera ("Silent Heroes", ambientato a Chernobyl). In realtà, ciò che sorprende maggiormente è l'impasto sonoro che si genera grazie alla contaminazione con il pop rock di formazioni come U2 e i The Cure ("Reinvent Yourself", il momento più leggero e orecchiabile del lotto), in particolar modo nelle orchestrazioni e nei frangenti più tranquilli e posati, come la ballad "My Life", doveroso capitolo romantico che risulta, in fondo, il più riuscito. Stupiscono i cambi d'atmosfera, la capacità di usare musica e parole come un caleidoscopio, mettendo in scena tonalità cupe ma anche solari, tragedie e guizzi di speranza e candore, oscurità, malinconia, ma anche gioia di vivere, di esserci, di avere la possibilità di dire la propria con questi mezzi.
Testi, arrangiamenti, pasta sonora, missaggio, interpretazioni strumentali e vocali: tutto quadra, tutto è al suo posto, senza mai uscire dagli schemi. Una perfezione che può risultare quasi un difetto, quasi il mascheramento di un'umanità che invece, ripetendo gli ascolti, pervade tutto l'album e di fatto serve a rappresentare un amore per la musica che solo un compositore come il vicentino Cunico poteva incanalare in una maniera così emozionante, senza mai annoiare nonostante la prolissità e la verbosità di alcuni costrutti. Un album necessario, per capire che la musica non è solo istantanee mordi e fuggi, ma anche elaborazioni complesse, da digerire con cognizione di causa.
domenica 14 febbraio 2021
Boavista - Lì Dove Ci Sono le Stelle (Nutone Lab, 2020)
I bolognesi Boavista debuttano sul mercato discografico con un piacevole pop/rock scanzonato e leggero, senza pretese. "Lì Dove Ci Sono Le Stelle" strizza l'occhio a quella contaminazione tra rock ed elettronica orecchiabile e radiofonica che ha fatto la fortuna di formazioni come i Subsonica, senza tralasciare l'hard rock e il grunge degli esordi di Afterhours, Scisma, Timoria e Ritmo Tribale e un po' di indie britannico, per i momenti più allegri e ballabili.
In otto brani, c'è modo di sentirli ruggire e pestare in brani più aggressivi ("Alibi"), dare più importanza alle parole pur mantenendo un tappeto strumentale notevole (cosa che, a dire il vero, non capita in tutti i pezzi), come nel splendido synth-pop di "Il Mondo Che Vorrei" e nella title-track, e spiazzare con la visione antitetica dell'uomo e della donna di "Penelope". Liricamente, c'è un bel vocabolario, qualche immagine forte e qualcuna più annacquata, ma in ogni caso risalta un'identità ben distinta e facilmente individuabile, che se non altro fa assaporare originalità e freschezza. Alcuni arrangiamenti fanno forse percepire troppo nitidamente quali sono i numi tutelari e le influenze di questi ragazzi ("Ruggine" e "Vedrai") ma guardando il lavoro nel complesso nessuna canzone suona male, sicuramente grazie anche alle giuste scelte sonore e ad un mastering che rende giustizia. Anche l'interpretazione vocale dona lustro alle parole in maniera ineccepibile, con un timbro che da solo riesce ad arrivare anche dove alcune scelte nel songwriting avrebbero rischiato di impoverire il risultato finale. In tutto questo, il tema del ricordo affrontato in "Come Supereroi" riesce ad emozionare, elevando questo capitolo alla posizione di brano più riuscito e toccante.
Ci vorrebbe più grinta, ma per questa hanno tempo. Del resto è solo il primo album. Avanti così.
domenica 7 febbraio 2021
Gregorio Mucci - Non È Un Problema EP (Agnus Records, 2020)
"Non È Un Problema" per il cantautore toscano Gregorio Mucci debuttare in maniera così ambiziosa sul mercato discografico, farlo con un EP coraggioso, breve ma intenso. L'immagine di un artista impavido sovviene alla mente dello scrivente più che altro per la forza che Mucci trasmette con le sue parole, un messaggio di resistenza, di speranza, di sopravvivenza, perfetto contrasto al grigiore del periodo storico che stiamo, e sta, vivendo.
In verità, le tematiche sono banali, seppur trattate in un modo personale e con un lessico ricco, che permette all'autore di spaziare in diversi umori, non disdegnando nemmeno qualche capatina nel cinismo e nel sarcasmo. L'amore è quasi obbligatorio in un prodotto d'autore di questa risma ("E Aspetto Te", il brano più radio-friendly dell'EP), ma la sua versione più angelicata sorprende meno di quella più generalista, non necessariamente legata ai rapporti di coppia ma più alle relazioni come concetto cardine delle nostre vite, del pezzo che più colpisce emotivamente, forte di un'interpretazione molto accorata e quasi aggressiva negli intenti e nella realizzazione: "Non E' Un Problema", la title-track, mette in chiaro la cifra stilistica di questo artista, dotato di una penna mordace ma chiara, resa vocalmente senza inutili svolazzi e riuscendo a delineare con timbro, intonazione e variazioni armoniche il contesto emotivo/sentimentale da cui ha tratto spunto, con tutta probabilità (noi non lo sappiamo) la sua vita. Sì perché ciò che arriva forte e chiaro di questo esordio è proprio la personalità presente in maniera preponderante in ogni nota, quella sensazione di spontaneità ed autenticità cui il panorama musicale nostrano ci ha disabituato.
Con un'apertura ("Il Jaguaro") e una chiusura ("Bambola Gonfiabile") forse meno a fuoco del corpo centrale, nasce e muore un'inizio di carriera al fulmicotone, curato in tutti i suoi dettagli, che sfugge alla stravaganza per rimanere con i piedi a terra, nella quotidianità in cui tutti ci possiamo riconoscere. Si può tranquillamente prenotare l'ascolto dei futuri lavori con relativa curiosità, dove si spera il nostro abbia modo di esprimersi in un discorso più articolato, magari approdando al suo primo full-length e con un budget maggiore per dare più lustro anche ai suoni, forse il punto debole di questa produzione.
giovedì 4 febbraio 2021
Celeste Caramanna - Antropofagico III (Offline Artistic Productions, 2020)
Scendendo nel vivo delle tracce, "Fill It Up" osa e colpisce col funk, fa sculettare e quindi funziona. "Hilarious" scaccia la noia e le preoccupazioni dati dalla nostra situazione attuale con un buonumore contagioso, mentre con "Let Me Pray" Celeste si e ci trasporta in un universo parallelo, molto distante dalle altre sonorità del disco con tonalità più buie e travolgenti, per il frangente di intimità più profondo dell'intera tracklist. Meno efficaci gli altri brani, senza comunque togliere niente al risultato finale.
Fin dalle interviste e dalle presentazioni per la stampa, la Caramanna viene comunque ripetutamente dipinta come un'artista variegata, ed è tipico di chi si fregia di tale titolo voler strafare e fare la fine di Icaro. Non è assolutamente il caso di "Antropofagico III", che chiude (?) una terna divertente, quasi sempre spensierata, ma multiforme come l'anima della sua compositrice. I leitmotiv ci sono, e questo è senz'altro positivo, com'è ovviamente positivo riuscire ad individuare una personalità coerente nel deus ex machina di un progetto artistico. Rimane un po' da limare qualche volume, anche in termini di mastering, e di songwriting, perché qualche arrangiamento risulta troppo spoglio. In ogni caso, un lavoro di buon livello che grazie anche alla sua breve durata arriva forte e chiaro.
mercoledì 3 febbraio 2021
Daniele Fortunato - Quel Filo Sottile (Believe Digital, 2020)
Musica e amore. Amore e musica. Un fil rouge unisce questi due concetti da sempre, in tutte le forme artistiche in cui l'uomo ha saputo esprimersi nella storia. Due mondi che riescono ad abbracciarsi e ad assumere molteplici tonalità, filtrate attraverso le sensibilità e gli animi più differenti, incarnando percezioni soggettive con le sfumature che solo esistenze vissute da attori e non da spettatori possono saper dipingere con cognizione di causa. "Quel Filo Sottile, l'ultima produzione del cantautore romagnolo Daniele Fortunato, fuori da Settembre 2020, è un disco totalmente incentrato sui vari stadi del romanticismo, da quando sboccia timido con le prime tenere manifestazioni adolescenziali a quando, dopo aver attraversato le sofferenze e le delusioni più lancinanti, l'essere umano gli attribuisce significati più maturi, tinteggiando ricordi e cimeli con colori più tenui ma non per questo meno brillanti, regalandogli un'importanza che trova una collocazione ancor più individuale, un senso mai replicabile, unico per ognuno di noi.
Grazie all'apporto di musicisti validi, decisamente sul pezzo in tutte le sette tracce, e la sapiente regia di Daniele Marzi, il nostro Fortunato mischia country (in "Aurora"), pop elegante ("Le Prime Pagine") a tratti sporcato da venature jazz di rara ricercatezza ("L'Intelligenza delle Sfumature"), e tutta la tradizione folk e cantautorale italiana, mantenendo sempre il giusto bilanciamento tra la doverosa centralità delle parole e la presenza di momenti strumentali e più studiati, sia per dimostrare capacità tecniche che potrebbe non essere necessario esibire in un disco del genere, ma anche per donare varietà e policromia al tutto. Il brano con più mordente, stilisticamente, liricamente ma anche in termini di arrangiamento, contenuto e messaggio è "Barafonda", richiamo ad un avvenimento realmente accaduto di una balena spiaggiatasi sul litorale riminese nel 1943, qui descritta dagli occhi di due innamorati che si interrogano sulle conseguenze dei comportamenti umani sulla natura con uno sguardo quasi noir.
Daniele Fortunato non espone niente di nuovo in questa interminabile galleria di dischi d'amore che in tutto il globo permea tanto i vertici delle classifiche quanto le produzioni emergenti, ma si fregia di capacità espressive e di scrittura notevoli, che possono inscriverlo senz'altro sopra quell'oceano sterminato di artisti mediocri, gonfi di stereotipi sporchi di finzione. Il timbro vocale funziona quasi sempre, ed è da segnalare senz'altro anche l'interpretazione, emotivamente trasparente, credibile. Un viaggio in un cuore che ha molto da raccontare, e ne sente l'esigenza. Chissà se il filo sottile che lega le esistenze di tutti noi porterà tanti ascoltatori ad affezionarsi alle sue parole. Qui, per oggi, ha funzionato.
sabato 21 novembre 2020
Geddo - Fratelli (Music FC, 2020)
L'album è inaugurato, infatti, da un pezzo di buon auspicio, basato sull'amicizia e la coralità. "Su La Testa" potrebbe infatti essere elevato a manifesto di questo lavoro, non solo perché uno dei momenti meglio arrangiati, ma soprattutto perché trasuda convivialità e voglia di raccontarsi con onestà e sincerità, solo un attimo prima di iniziare la discesa verso tematiche vissute con maggiore trasporto e in grado di toccare, per forza di cose, più in profondità. La passione e i fraintendimenti amorosi compaiono infatti prepotenti, anche questi sempre con le giuste parole e la perfetta adeguatezza delle musiche, in "Come Un Pazzo", "Differenze", "A Colpi di Karate", "La Tua Finestra", con un linguaggio talvolta crudo e altre volte più universale e leggero, schietto ma alla portata di tutti. Sonorità più blues in "Parlandone dal Vivo" mettono al centro anche un ottimo Paolo Bonfanti alla chitarra, mentre è la tromba di Raffaele Kholer ad impreziosire e dare maggiore lustro alle liriche di "Anna Vorrei", dov'è ancora una volta protagonista la coesistenza necessaria (per molti) con un'anima gemella. L'opera è comunque principalmente romantico-sentimentale, concludendosi proprio con il più bello dei pezzi d'amore, "Amore tra Parentesi", forse quello dove le parole sono più forti e quasi poetiche. Da segnalare anche il featuring con Roberta Carrieri in uno dei frangenti di maggiore tensione, "Condominio Terzo Piano Scala B", dove non è solo il rapporto di coppia ma anche la vita familiare ad essere sviscerata e musicata dall'autore. In generale, non è il lessico, ricco quanto basta ma senza mai arrivare ai grandi picchi di tanti suoi conterranei, ma l'interpretazione a suscitare quell'emotività che porta l'ascoltatore nel mondo di Geddo, espediente necessario in un disco che basa tutto sul racconto di scene di vita, riflessioni e confessioni in cui chiunque può ritrovarsi anche senza averlo mai conosciuto personalmente.
Senza svolazzi, inutili virtuosismi barocchi e con il giusto equilibrio tra strumenti e voce, "Fratelli" è finora l'uscita discografica più rilevante tra quelle che abbiamo potuto ascoltare del nostro Geddo, ed è un piacere scoprire che nel duemilaventi della trap e del ritorno dell'italo disco fusa con l'hip hop ci sia ancora chi porta in alto la bandiera di una tradizione cantautorale che ci riconoscono in tutto il mondo.
lunedì 10 agosto 2020
Beppe Dettori e Raoul Moretti - (In)Canto Rituale (Unidas, 2020)

Progetto caratteristico quello di Beppe Dettori, di cui abbiamo già parlato su queste pagine, e Raoul Moretti, arpista italo-svizzero, in omaggio all'artista folk sarda Maria Carta, concepito insieme alla Fondazione Maria Carta di Siligo, paese natale dell'interprete. Il frontman dei Tazenda ha la possibilità, in questo contesto sonoro pesantemente influenzato dal folklore mediterraneo, di fare sfoggio di tutto lo studio applicato nei decenni alla sua voce ed evocare anche così, oltre che con le parole, immagini oniriche e molto colorate, dotate anche di un'aura quasi sacrale, sempre eleganti e ben dosate per una massima resa. L'arpa impreziosisce il tutto, in particolare con il calore e la ritmica dei pizzicati.
I brani sono otto, sette già interpretati dalla Carta, l'ultimo un inedito ("Ombre") che, anche se suona strano dirlo per il suo ruolo naturale di pesce fuor d'acqua, potrebbe essere il più riuscito del lotto (o sicuramente il più radiofonico). "A Bezzos de Iddha Mia" potrebbe essere il manifesto del disco, un contrasto continuo tra un'anima tradizionale e dagli orizzonti ristretti, e una più moderna e affacciata in un mondo ormai cosmopolita. Non mancano contaminazioni elettroniche (loop gestiti da Moretti, perlopiù), incisi più rockeggianti pur senza averne mai la grinta (in ogni caso non neceessaria), il tutto servendo sempre il fine di dare il massimo risalto all'intento popolare e contemporaneamente celebrativo di questo lavoro.
La candidatura al Premio Tenco era più che meritata e, anche se la vittoria non è arrivata, questo "(In)Canto Rituale" rimarrà comunque impresso come un segno indelebile nel nostro panorama musicale, come un tributo di pregevole fattura ad un nome importante, ma forse poco conosciuto, che potrà anche così essere riscoperto, realizzato da musicisti di livello che sanno come imbastire un prodotto di alto livello.
lunedì 3 agosto 2020
10 HP - Mantide (iMD-10 HP, 2020)

C'è molta musica italiana nel nuovo lavoro dei siciliani 10 HP, un condensato della nostra migliore tradizione che riverbera nei dieci brani, permeando tutto, titoli e artwork compresi. Litfiba, Baustelle, Zen Circus, Rino Gaetano, forse il primo Vasco, gli Area e tanti altri tra i numi tutelari, ma non sarà certo snocciolando nomi che si presumono punti di riferimento che avremo svelato cosa aspettarci dall'ascolto di "Mantide".
Il rock radiofonico di "Se Bastasse un Segno" è il capitolo più orecchiabile e scorrevole, malgrado un testo tra i più profondi ed esistenziali, caratteristica lirica che in ogni caso ricorrerà lungo tutta l'opera, dando caratura maggiore alle parole rispetto alla musica (e non è un difetto...). "C'è Un Mondo" suona molto bene, per produzione ed interpretazione da parte di tutti i musicisti, risultando molto convincente, anche se qui il messaggio sociale contro televisione e social risulta, più che altro per sovrabbondanza di pezzi analoghi già sul mercato discografico, un po' derivativo o quantomeno già sentito. Interessanti soprattutto gli inserti country. Si sfiorano influenze prog in "Forse" ma ancora di più in "Il Sogno di Ulisse", epica non sono nella tematica ma anche nella costruzione pregevole, studiata, molto ben giocata a livello di dinamiche, e con un testo mozzafiato. Ulisse è una figura che può ben rappresentare a livello tematico questo album, forse più della mantide, perché il tema del viaggio, inteso non solo come spostamento fisico, ne pervade ogni antro, trascinando con parole sempre corrette e impreziosite da un lessico ampio anche gli strumentisti nella definizione di un mondo coerente pure nelle immagini evocate nell'ascoltatore.
Non rimane l'amaro in bocca dopo questa scorpacciata di rock. Un disco che non aggiunge niente alla nostra scena nazionale, ma non ne sente (probabilmente) nemmeno il bisogno, prefigurandosi come un esercizio compositivo di ottima fattura e un'infilata di pezzi contemporaneamente leggeri e ricchi di spunti.
domenica 24 maggio 2020
Pia Tuccitto - Romantica Io (Autoproduzione, 2020)
La cantautrice emiliana Pia Tuccitto è un nome già noto nella scena italiana, in particolare per aver scritto diversi brani per Vasco Rossi, Irene Grandi e Patty Pravo, tra gli altri. Dal suo primo disco "Un Segreto Che...", prodotto proprio da Vasco e dal trombettista Frank Nemola, sono passati quindici anni, tonnellate di palchi importanti che l'hanno consacrata al grande pubblico anche per la riconoscibilità estetica, ottenendo una maturità artistica senz'altro evidente in tutti gli undici brani di questo nuovo sforzo, intitolato opportunamente "Romantica Io". sabato 23 maggio 2020
Anthony - Walking on Tomorrow (Autoproduzione, 2020)
Il trentacinquenne milanese Antonio Valentino, in arte Anthony, dopo anni dedicati al suo strumento (la chitarra), approcciato dapprima nel mondo delle cover band e poi con i Night Road trasportato anche nel mondo del songwriting, sfodera tutta la maturità così acquisita nello strumento e nella composizione in un progetto solista, dando alla luce questo "Walking on Tomorrow".Nel suo percorso formativo, Anthony ha evidentemente incontrato Van Halen, Hendrix, l'hard rock anni 80 post-AC/DC, sicuramente anche l'heavy metal (più i Judas Priest che gli Iron Maiden, si direbbe) e naturalmente Slash, a dire del sottoscritto uno dei chitarristi più sopravvalutati della storia, ma non per questo ininfluente. Con ascolti di questo tipo, non stupisce che i momenti più leggeri siano quelli meno riusciti (ad esempio "American Dream", o la conclusiva "Scathing Time", che però si salva per le sue striature epiche davvero coinvolgenti e ben congegnate in quanto anche a scelte sonore) mentre dove si spinge sull'acceleratore, alzando toni e volume, ci si trovi improvvisamente nella comfort zone del lombardo. Si pensi per esempio a "Another Way", contenente quello che è probabilmente il riff più memorabile, a "Night After Night", che strizza l'occhio addirittura al grunge, risultando tanto aggressiva quanto piacevolmente orecchiabile, e a "Get Off", un brano dove l'arrangiamento sorprende in particolar modo per la gestione delle dinamiche, perdendone però in originalità.
Personalmente, trovo che il genere abbia ormai saturato il mercato da almeno un decennio, ma è evidente che a questo punto la partita si gioca sulla qualità dei suoni e della scrittura. Da questo punto di vista, i primi risultano un po' deboli, o meglio si sente la mancanza di una cabina di regia, laddove la costruzione dei pezzi risulta invece matura, efficace, come tipicamente ci si aspetta da chi si è formato artisticamente divorando certi dischi e interiorizzandone le armi vincenti.
Anthony sa quindi indiscutibilmente il fatto suo, e per chi ama l'hard rock, l'heavy metal e il rock'n'roll risulterà certamente un autore godibile, sul pezzo, perfettamente incasellato dentro quegli stereotipi che tanto piacciono e hanno reso questi stili tra i più longevi e resistenti all'innovazione tecnologica che ha invece spazzato via, ad esempio, il rock, il pop, il grunge.
giovedì 14 maggio 2020
Problemi di Gibbo - Sai Dirmi Perché? (Ipdg, 2020)
A tre anni dalla nascita, il duo emiliano Problemi di Gibbo sforna il primo full-length per l'etichetta IPDG, un viaggio nel cantautorato e nel folk italico dal sapore dolceamaro, perlopiù acustico, soffuso, per certi versi malinconico e romantico. La giovane età si sente nella qualità della scrittura e della composizione, ma nei vari brani sono disseminati i germi di una maturità non così distante, che trova la sua zona di comfort nei momenti più genuinamente radiofonici ("Solo Rosso", in realtà un tributo ai Calexico e "#Buonumore"), e laddove riescono a sprigionare un po' di energia ("Superman", ad esempio) in un album che tendenzialmente si attesta come una collezione di ballad alla Kings of Convenience. Per questo, basti ascoltare l'incipit di "Tutto il Mondo", forse uno dei passaggi meglio riusciti, perfetto come apertura perché riesce ad identificare anima e corpo di un progetto tutto basato sulla comunicatività con l'ascoltatore. Impossibile calarsi in un disco del genere senza abbandonarsi a quelle atmosfere che vengono evocate principalmente dalle scelte lessicali e dagli incastri tra voce e strumenti, da cogliere tramite ripetuti ascolti evitando di riprodurre il disco skippando le tracce come - purtroppo - si tende imprudentemente a fare nell'epoca di Spotify, Apple Music & co. venerdì 1 maggio 2020
Savage - Love and Rain (DWA Records, 2020)
Sono passati trentasei anni da "Tonight", con cui Roberto Zanetti alias Savage ha fatto scuola nel panorama pop-dance italico degli anni 80, affermandosi anche come produttore nel genere (Ice Mc, Double You, Claudio Mingardi, Kamillo e altri), discografico con l'etichetta Dance World Attack, nonché autore di progetti estremamente popolari come i Gazosa, qualche anno più tardi.Tornato in veste di artista con questo "Love and Rain", Savage non suona attempato ma anzi maturo, conscio dei mezzi espressivi e dei punti di forza del suo genere, ora che il revival ha superato la fase derivativa ma risulta più che altro un linguaggio a sé, forte di quel sentimento di nostalgia transgenerazionale che non mancherà mai di riproporsi, di volta in volta, con i suoni e le dinamiche dell'epoca di riferimento.
Laddove tra le righe si è detto dunque che non siamo di fronte a nulla di nuovo, possiamo senz'altro sviscerare l'album per quello che si propone di essere, ovvero musica da ballo fine a sé stessa, per questo sempre ben funzionante quando realizzata da un professionista, efficace dall'incipit di "Don't Say You Leave Me" (granata esplosiva dopo l'ouverture "Every Second of My Life", poi ripresa in un vero e proprio pezzo alla quindicesima traccia) alla chiusura sinfonica di "Only You". Il termine "sinfonia" si sposa bene con alcune scelte stilistiche di questa dance, scura ma contemporaneamente allegra e leggera, fatta anche di archi e melodie altisonanti, talvolta barocche ("Where is the Freedom"). Il contenuto lirico è invece forse superficiale, con incursioni conscious e altre dal messaggio più forte, ma principalmente spensierato nel narrare l'amore ("Remember Me", "Moon is Falling" le più riuscite), come si può pretendere solo da un tipo di musica da club, luogo d'elezione del disimpegno e della mente sgombra per i giovani da ormai quattro decenni.
"Love and Rain" è dunque un lavoro scanzonato, nel quale non ricercare la ricchezza degli arrangiamenti ma l'esaltazione di un suono mai scomparso e che ha fatto scuola nel mondo, peraltro sempre pronto a ritornare alla ribalta con nuove ibridazioni (basti pensare al flirt con l'hip hop italiano).