lunedì 1 giugno 2009

Isis - Wavering Radiant (Ipecac Recordings, 2009)


Gli Isis, quintetto di Boston da anni sulla bocca di tutti gli appassionati di post-generi e di sperimentazioni varie, arrivano al loro quinto lavoro con il fiato sul collo. Dopo aver diviso critica e fan con il precedente “In The Absence Of Truth”, escono nel 2009 con “Wavering Radiant”, lavoro eclettico e che si presenta come evoluzione naturale del filone iniziato “in assenza di verità”; trattasi cioè di un abbandono parziale di quelle influenze sludge, hardcore e post-metal dei primi lavori, soprattutto di “Oceanic” e “Celestial”, per approdare ad un post-rock più melodico e soffuso.

L'album si apre con “Hall Of The Dead”, il pezzo più interessante dell'album, grazie anche alle chitarre di Jones dei Tool (poi ospite anche alla tastiera in “Wavering Radiant”). Il pezzo è musicalmente molto orecchiabile ma ad interrompere questa sensazione arrivano le grida di Turner, che però nel ritornello si trasformano in quel cantato melodico già inaugurato nell'album precedente ma che personalmente trovo poco azzeccato rispetto al genere proposto. Nel complesso un buon brano. “Ghost Key” sembra un pezzo dei Giardini di Mirò, e non per questo lo si può osannare più di tanto. Con una durata che supera del doppio la soglia di attenzione che gli si può dare il pezzo è comunque godibile, apprezzabile soprattutto per lo schema asimmetrico e le potenti chitarre di Turner e Gallagher. “Hand Of The Host” non nasconde neppure troppo bene un'anima post-rock dietro delay ed accordi che sono stati ormai abusati da tutti i seguaci del genere dopo Slint e Mogwai. Interessanti invece le linee vocali che in certi frangenti presentano reminiscenze dei buoni vecchi Tool. Stesso discorso vale per “Stone To Wake A Serpent” e “20 Minutes-40 Years”, che risaltano principalmente per le chitarre graffianti ma che non sono per nulla nuove rispetto alle altre produzioni dei bostoniani. Quasi simmetricamente l'album finisce bene, proprio com'era iniziato, come a circoscrivere un lavoro onesto ma banale. Si conclude quindi con “Threshold of Transformation”, che presenta 9 minuti e 53 di post-metal à-la-Panopticon con tutti i fronzoli che i nuovi Isis hanno ormai forzatamente inserito un po' ovunque. Le sferzate di batteria nella prima parte della canzone e la parte rilassata attorno ai sei minuti danno nel complesso un'aria più credibile ad un brano comunque inserito nei “canoni” Isis.

La produzione del disco è stata criticata da alcuni fan per l'eccesso di attenzione ai suoni. Questo aspetto in realtà rende l'album meritevole di qualche ascolto ulteriore, poiché alcuni ascoltatori avrebbero trovato ostico il primo lavoro “Celestial” proprio per i suoni troppo “da garage”. Pollice alzato dunque per Joe Barresi. Per quanto riguarda l'esecuzione tecnica della band niente da dire, i ragazzi suonano bene e conoscono a dovere i loro strumenti, ma andrebbe considerato anche l'aspetto “fantasia” che evidentemente manca a molti dei gruppi che fanno questo genere. Il batterista ha già dimostrato da anni di possedere una tecnica molto fine e di aver creato uno stile riconoscibile, direi un marchio di fabbrica, ma è evidentemente chiuso in pochi fill e giri che ormai propina con una frequenza che è ora sinonimo di banalità. La voce di Turner infine, nel tentativo di rinnovarsi, risulta forzata nell'alternare melodia ed urla, ed è proprio la commistione di post-rock ed hardcore che non attacca e che sminuisce anche il dotato cantante/chitarrista.

Un disco ovviamente consigliato ai fan degli Isis, soprattutto quelli più morbidi e prodotti degli ultimi lavori, e anche ai fan della musica sperimentale che dagli Slint finisce ai Neurosis. Per il resto un altro post-disco di cui si poteva anche fare a meno.

Voto: 5,5

4 commenti:

Anonimo ha detto...

ma smettila! questo è un gran disco...

Brizz ha detto...

"Smettila"? Non è che lo recensisco 10 volte eh. I commenti anonimi sono sempre stupidi, chissà perché i commenti intelligenti arrivano sempre da persone che si firmano.

In ogni caso io questo disco lo ascolto volentieri (e giovedì vado pure a vederli) ma è banale rispetto a Oceanic e Panopticon (è banale come In The Absence of Truth) e in una recensione bisogna tenerne conto. Come se fossi l'unico che la pensa così poi, non sono così anticonformista se guardi altre recensioni online. Tutti i post-qualcosa SONO MORTI. Open your eyes.

JacoZappa ha detto...

*Din, Don*

Si ricorda ai gentili lettori l'articolo 19 della Costituzione: "Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere."

*Din Don*

Brizz ha detto...

Jacozappa sono spiacente di comunicarti che siamo in Italia e un signor pelato vuole abolire questa cosa quindi è logico che ci sia gente che ascolta il suo verbo sacrosanto.