giovedì 18 marzo 2010

Zidima - Cobardes (autoproduzione/Mousemen, 2010)


Tonnellate di distorsione per il milanoise di questi Zidima. Sarà che i gruppi italiani degli anni zero sono cresciuti a pane e Marlene Kuntz (o CCCP/CSI, Afterhours, Litfiba, primi Verdena), e che anche gli Zidima non fanno eccezione. Sarà che tutti i gruppi citati sono stati talmente geniali da rendere interessanti persino i lavori d'imitazione più palese e che il sottoscritto gradisce e gradirà sempre chi si ispira a questi. 
C'è una verità non detta dietro a tutto ciò, che rischia di passare se non si specificano alcune cose. Gli Zidima, soprattutto la voce di Manuel Cristiano Rastaldi, suonano terribilmente identici ai primi dischi di Cristiano Godano e soci. Per questo c'è chi potrebbe gridare alla scarsità di originalità, al copia e incolla. Ma come si dice, chi se ne fotte. "Cobardes" è tutto sommato un ottimo disco. Come si era già sentito in Italia solo poche volte, magari con i ferraresi Devocka e qualcun altro, negli ultimi tempi.
Il disco esplode con una potenziale hit da "alternative radio station" con Flipp3r, primo brano subito pronto a divampare con la sua carica profondamente grunge (l'eredità del fenomeno post-Seattle invasion non risparmia nessuno), poi con la già citata Milanoise e Diaz, completando il primo trittico di brani con il martellare incessante di una batteria precisa e che mai esagera, rimanendo nei canoni del q.b. per non spaventare nessuno. La voce rimane troppo simile a Cristiano per parlare di novità o particolari caratteristiche canore, però i testi hanno il loro perché, utilizzando un lessico confacente al genere, e passando anche per l'impegno politico di Diaz che rievoca brutti ricordi della storia recente di questa triste Italia. "Solo un altro colpo". Le derive noise che la band ci tiene a precisare sono quantomai evidenti, nei brani già citati ma poi ulteriormente in A Testa In Giù e Ci Accontentiamo, pezzi dotati di una struttura per nulla banale, e un'atmosfera resa tiepida dalla presenza di fuzz ed overdrive che rievocano le vecchie sperimentazioni di My Bloody Valentine, Sonic Youth e i primi scienziati dello shoegaze e del post-rock. Ancora più MK in Catrame, dove le linee di basso, meritevoli di nota non solo in questo pezzo, scandiscono il ritmo della canzone che esplode a più riprese in momenti di grande potenza sottolineati dalle liriche: "adagio catrame sopra il tuo petto". I segmenti più melodici del disco si trovano in fondo, prima Elenoire, ricettacolo di tutto l'insieme di influenze post-grunge, che si sentono relativamente poco nel resto del disco, ma che qui sono quantomai evidenti. "Li puoi valutare gli squarci, tesoro?" Questa la frase-simbolo dell'ultimo brano, Contatti, canzone in continuo crescendo dal testo discretamente emo (in realtà oltremodo fico), che decreta il punto artistico più alto del disco. 
Ma chi l'ha detto che somigliare ai "grandi nomi" degli Italian nineties significa per forza copiare? Con tutto quello che hanno avuto da dire poi. Questo disco, proprio come la sorpresa del 2009, Perché Sorridere, dei Devocka, è una reale e pregevole dimostrazione di come in Italia fare alternative si possa ancora. Senza essere accusati di plagio, di anacronismo, di forzature. Alla fine dei conti il disco fila liscio, si assesta su quel tipo di canale che piacerà senz'altro ai fan dei gruppi citati sopra. Senza sé e senza ma. 

Exceptionnel. 
Voto: 8

mercoledì 17 marzo 2010

Piano For Airport - Another Sunday On Saturn (autoprodotto, 2010)

Tracklist


I Piano For Airport. Ma chi lo conosce, i Piano For Airport? Appunto. Per questo hanno il loro perché. Perché se fossero una band rinomata, con il loro bel stuolo di fanecchi pronti a tutto per sostenerli, probabilmente sarebbero meno rilassati e non produrrebbero lavori come questi. La verità, infatti, è che "Another Sunday On Saturn" è un gran disco, che segue un ottimo debutto, che passò sotto il nome "Much More EP" agli onori della critica delle webzine più underground della rete, dalle sonorità gelide e ricercate, simile ai connazionali Giardini di Mirò o Armstrong?. C'è la tentazione di rifuggire verso l'estero, nelle influenze messe in campo, ma la pronuncia tradisce, come al solito, ogni dubbio. 
Le prime note che seguono il tasto play sono quelle di We Are Coming Up With A Light Jump, Overturn the Lap e Monkey Theorem, un trittico di potenziali hit per playlist indie/alternative di stazioni radio su web, con la loro potenza quasi post-destrutturalizzante, scomponibili in sezioni più aggressive ed altre, più frequenti, fortemente melodiche e votate ad un senso di tiepido relax, al quale sono estremamente tendenti gli arpeggi e gli inserimenti di synth soprattutto del terzo pezzo. Si continua poi con y-eL e la sua struttura compatta ma disomonogenea, complice una ritmica non troppo incisiva ma che fa compiere così al pezzo un percorso unico, che parte e finisce deciso su una traiettoria mai deviata. Insomma, un gran brano. Le pieghe più elettroniche vengono esplorate con grande consapevolezza e un certo "savoir faire" sintetico in Tired Eyes e 20 years-old killer revolver, la seconda un inquietante viaggio di toni quasi dark/horror per l'improbabile soundtrack di un inseguimento tra carrelli della spesa. S.O.S. (Sink or Swim) è la decadente terminazione di una pista di decollo per aerei carichi di malinconia, colmi di spavento e una certa vena ironica, spezzati dagli strumenti della band per essere poi ricomposti in una bozza, riuscitissima, completamente diversa dal prodotto originale.
Questo disco non è facile da recensire. E' giusto ammetterlo. Sarà che si ascoltano dischi come questo giorno e notte, da quando la musica rock e la cultura del post-tutto sono diventate a loro volta pane per i denti di chiunque. Diciamo meglio, accessibili. I Piano for Airport hanno un grande pregio: quello di saper superare tutti gli ostacoli che comporre canzoni con questi ingredienti comporta. I meccanismi di difesa della band riescono a superare infatti i rischi concreti di assemblare brani troppo macchinosi e perciò noiosi, evitando ridondanze e ripetizioni, essendo sempre schietti, semplici ma non per questo banali e creando un lavoro pieno e a tutto tondo, sbozzato e smussato al punto giusto da non risultare mai la copia di sé stesso né di altri lavori già sentiti nel panorama italiano o internazionale. Squisita pietanza per palati raffinati, in Italia e fuori. Ascoltatelo.


Voto: 8

martedì 16 marzo 2010

Marlene Kuntz - Cercavamo Il Silenzio (Consorzio Produttori Indipendenti/Virgin, 2009)


Tracklist

Tutte le volte che si citano i Marlene Kuntz tutto il panorama alternative degli anni '90 ritorna alla mente. Afterhours, CCCP, Verdena, i primi Litfiba e Timoria, Ritmo Tribale, Scisma. I soliti nomi. Si leggono su YouTube e forum vari imbarazzanti diverbi su chi sia il più grande cantante rock italiano, prendendoli tra questi nomi, e la sfida tra Manuel Agnelli e Cristiano Godano sembra non avere fine. C'è da dire che non c'è storia, Agnelli vince 10 a 1, ma sinceramente sembra abbastanza palese che la tecnica di Renga non ce l'ha nessuno degli altri citati.

Lasciato perdere questo inutile incipit, il disco che si sta per recensire è un lavoro delicato, quindi bando alle ciance. Un live. L'ennesimo dei Marlene, ancora una volta (forse per ragioni di contratto) pronti a spezzare la loro carriera discografica con inserimenti abbastanza forzati di concerti, best of, EP vari. Il che sarebbe un problema, se non che la qualità delle release di Godano e soci è sempre elevatissima. Questo "Cercavamo Il Silenzio" propone essenzialmente un riadattamento teatrale dei set molto potenti della formazione piemontese, che si spengono qui in toni più soffusi, quasi "silenziosi", come suggerisce il titolo. Non mancano le distorsioni, seppur leggere, ma palpita nell'aria un'atmosfera elettrostatica più che elettrica, quasi calamitante, magnetica. In queste tracce, riprese al Teatro Sannazaro di Napoli, i Marlene appaiono spogliati di tutta la loro elettrizzante aggressività, che ha sempre caratterizzato i loro fulminati concerti. Tutta la malinconia e la dolcezza, fuse con la poesia erotica e sensuale di Cristiano, sempre pronto a rimodellare le onde sonore delle sue canzoni come plastilina modificabile in ogni possibile modo e maniera, in questo caso contaminandole con una sommessa vena noise inquinata di art rock evanescente, languido, tiepido, vengono alla luce in un fiato, come elemento di coesione determinante per comprendere il disco. "Uno: Live in Love" era il nome del tour. L'amore è il tema portante delle canzoni scelte per la setlist (su cui spiccano per resa La Lira di Narciso e Canzone Sensuale), e questo spettacolo sembra quasi coltivato in una provetta, esperimento di intime atmosfere e impalpabili arpeggi gonfi di delay e riverberi post-decadenti (La Mia Promessa), allucinante testimonianza della versatilità di una band tanto multiforme da fuggire ad ogni definizione e contestualizzazione. Musica come forma d'arte, nobilitando la sua funzione ludica quasi ad un fine catartico, devoto ad un'interpretazione emozionale dei moti dell'animo (la favola conclusiva Il Vortice, stucchevole quanto pregevole momento poetico del frontman sempre più propriamente definibile "artista" quando si cala in vesti di narratore più che di musicista). 
Alla fine dell'ascolto di questo disco, appesantito solo dai quindici (troppi) minuti di Sonica (e fanculo tutte le pippe da critici snob dell'ultim'ora riguardo possibili sovraincisioni eccetera), proposta in realtà in una veste assolutamente nuova ed originale, si percepisce come un senso di relax, un rilassamento che non deriva dalla stanchezza consecutiva ad ore di estenuanti fatiche, ma dopo una bizzarra cura a base di raffinatezze e ricercatezze acustiche provenienti soprattutto dalle chitarre di Tesio e Godano, aiutate da una sezione ritmica talmente appiattita da risultare sofferente (il grande Bergia ridotto a pochi colpi, sempre precisissimi ed azzeccatissimi, si intende), arriva un momento in cui ogni centro sensoriale si addormenta. E stop. Cercavamo il silenzio, ed eccolo. Cala il sonno insieme all'estasi per queste note, come una sensazione, più verosimile e credibile che mai, che band come queste non smetteranno mai di stupire. Grazie Marlene. 

Non è facile riuscire a descrivere il tipo di sensazioni che produce tutto questo groviglio in cui mi trovo ora.
Dovrei porre a premessa che il loro rivelarsi alla mia sensibilità non avvenne in un particolare istante, ma s’irradiò maestoso volta dopo volta, diventando unica ricorrente esperienza globale di anima e corpo.
E che nel corso degli anni ho imparato ad affrontare con ragionevole ottimismo il superamento di ogni nuova cateratta che opponevo allo scorrere della fiumana.
L’impeto degli eventi sempre più ha gonfiato i suoi muscoli lavorando sui millimetri della mia acquiescenza complice e raggiungendo anfratti inesplorati e nascosti, avviluppandomi nella sua tensione centripeta e sparpagliandomi con la sua occasionale necessità centrifuga
 

Voto: 8

sabato 13 marzo 2010

My Glorious - Home is Where The Heart Breaks (2010

Tracklist

Diciamo che la scena indie austriaca non è per nulla famosa qui da noi. Aggiungiamoci che l'Italia è come sempre troppo chiusa mentalmente per accettare realtà musicali estranee e, più in generale, il rock, sempre troppo snobbato da MTV nonostante i timidi tentativi di avvicinamento di certi programmi infilati a forza nel palinsesto. La chiave di tutto questo è un condizionale. E se invece tutte queste band del panorama indie avessero il totale controllo delle emittenti radio e TV? Sarebbe la stessa cosa? Probabilmente tante morirebbero dopo poco tempo, tante dovrebbero commercializzarsi così tanto da diventare ridicole e ci sarebbe un pullulare di merchandising ancora più invasivo e ridicolo che comprometterebbe la serietà del movimento. La cosa è parzialmente già successa.
Ora immaginando i My Glorious in una video rotation risulta abbastanza difficile comprendere chi se li filerebbe. Nonostante ciò, questo "Home Is Where The Heart Breaks" è un ottimo disco, di pregevole fattura e assolutamente imprevedibile nei suoi sviluppi, una serie di vie e viuzze interne che si diramano come capillari all'interno di un complesso sistema circolatorio (ma suvvia, perché dev'essere per forza quello umano?) percorrendo i percorsi più disparati. In un certo momento gli U2 e i Coldplay sembrano le principali influenze (Blue Horizon e Horse, la seconda con connotazioni più indie classiche, da Wire, Pavement et similia), in altri dei beat di elettronica (o pseudoelettronica) ci riportano ai Nine Inch Nails (tenuto conto che la voce in alcune delle sue sfumature ricorda proprio il Trent Reznor dei tempi migliori), soprattutto in brani come Break My Heart, con la sua base new wave al fulmicotone che tenta di sfuggire dalle leggi della gravità con continue impennate di chitarra in power chord prelevate dai più sfrontati Joy Division (oggi in questo aspetto reincarnati nei The Hives), e You Should Be Dancing, con il suo pulsare techno nell'incipit di traccia prima dell'irruzione del basso simil-sintetizzato a preambolo di un'incursione molto franzferdinandiana, anche se la voce ricorda altri mondi (un po' Liam Gallagher, un po' gli Sparta, gli Snow Patrol o Richard Ashcroft. Gran miscuglio) volendo neanche troppo distanti da quanto si sta ascoltando. Gli austriaci poi infilano le stesse violente combinazioni di distorto e ballabilità del brano, in salsa indie pop/new wave condita con pochi sintetizzatori a vivacizzarnne il contenuto, in Blind Believer, che si inerpica in cambi di tempo il cui picco massimo è raggiunto senz'altro dalla sezione dimezzata al centro, o Atmosphere e il suo piglio da NIN inaciditi dalle chitarre di Keith Richards. Ma ora si pretende troppo. Tutti i brani sono a loro modo piccole perle indie, a volte più folk o alternative, ma sempre terra terra, come le lente ed atmosferiche It's Love When (qua si che ci si vede bene Chris Martin) e Horse, non tralasciando la tesa strumentale finale Timetraveller con i suoi inquietanti rumori da "dietro la porta di uno sgabuzzino mentre l'epidemia di zombie di là sta dilagando inarrestabile". Insomma, datela a Romero e saprà cosa farne.
Aspettarsi dischi del genere dalla scena d'oltralpe non è cosa facile. Si pensa sempre alle loro affezioni metal o hard rock, poco a quanto possano tirare fuori piccoli gioiellini di pop rock contaminato da vibrazioni elettroniche che passano tutta la storia del genere, da Jimi Hendrix e i Rolling Stones fino ai più moderni Wilco, Oasis, Interpol ecc. Nomi a parte, un disco colmo di citazioni (non quelle dirette inserite volontariamente, chiamiamole meglio "influenze", anche se il termine può tradire), un lemmario di diverse nuances che interpretato con la giusta chiave di lettura rivela il reale valore dei My Glorious, un valore che va ben altro l'assimilazione forzosa di materiale ascoltato alla bell'e meglio, come uno scorrimento veloce della recensione può lasciar presupporre, ma un accostamento ponderato e ben calibrato di tutti gli ascolti fatti negli anni dai vari membri della band, pesati al punto giusto da produrre un disco assolutamente originale, per nulla anacronistico, che suona attuale senza apparire banale, aiutato anche dalla tecnica piuttosto sopra le righe degli strumentisti ed una produzione non eccezionale ma di qualità, affidata al buon nome di Raphael Spannocchi, già noto nell'ambiente. Insomma, un disco da prendere con le pinze e da sviscerare lentamente. Se avete fretta, ascoltate altro. 

Voto: 7.5

venerdì 12 marzo 2010

Spoon - Transference (Merge, 2010)

Gli Spoon sono una band indie rock texana, o così dicono, attiva ormai da quasi vent'anni, con un curriculum di tutto rispetto. Avendo già proposto i suoi dischi migliori, investe il pubblico con una proposta non molto originale rispetto alla produzione passata, rimanendo comunque su livelli decisamente buoni. Un disco come "Transference" trova il suo perché nel momento in cui, dopo qualche ascolto (ne bastano pochi per cogliere l'aspetto superficiale, qualcuno di più per scoprire avvallamenti ed escoriazioni più profonde), ti premia con la sua grande combinazione di stilemi indie più o meno utilizzati dal panorama mainstream e qualche apprezzabile apporto personale della band medesima, combinazione di cui si fregia con un appeal catchy ma da non sottovalutare.
L'intensità del lavoro allontana i primi dubbi sull'invecchiamento della band con il trittico che lo inaugura, Before Destruction e la sua incisività quasi folk-cantautorale da parassitismo post-dylaniano (niente di negativo in realtà), che un po' ricorda gli Wilco, per penetrare poi nell'indie preso dal testamento dei Pixies (e magari un po' dei Butthole Surfers) di Is Love Forever? e la conseguenza di un'iniezione di spensieratezza neanche tanto a passo coi tempi ai Dandy Warhols e ai Verve (oddio che nomi!) che prende qui il nome di The Mystery Zone. Indie è una brutta definizione. Per questo chi ascolta questo album non si renderà conto di tutte le sfumature ma tenderà a snobbarlo. L'importante è sapere che brani come Written In Reverse, rallentamento di un brano degli Strokes (ritorniamo qui anche con Out Go The Lights e la bella Trouble Comes Running) con tutte le sue involuzioni à-la-Lou Reed rivisitato in salsa My Morning Jacket senza troppi fronzoli, e il veloce I Saw The Light che prima delle variazioni sul tema centrale puzza di Liam Gallagher americanizzato, non vengono certo da menti fredde ed assoggettate alla logica delle major come si crede quando si nomina, ormai, la parola "indie". Che palle, la parola indie. Questo è quasi meglio definibile art-rock, ed è per questo che la grazia di Goodnight Laura, quasi everettiana (meglio detto Mr Eels), o il garage punk di Got Nuffin che puzza pesantemente di Devo contaminati di dark tanto da diventare i Joy Division. Marea di nomi importanti per dire che questo non è un disco privo di influenze e sorprende la coesione dei vari elementi fino a mischiare il tutto con un'originalità preventivamente gonfiata dalle premesse gettate dai dischi precedenti. E il dubbio se ne va definitivamente con l'ultimo brano, Nobody Gets Me But You, che inganna con una falsa partenza quasi fosse un outtake di Thriller di Michael Jackson, per diventare poi pop d'autore alla buona ripreso dagli archivi dei Kraftwerk meno minimali (comunque tanto, tanto minimali) per concludersi in un incedere di rumori "industriali" da catena di montaggio proprio come questo riferimento critico suggerirebbe. Siamo lì. 
Britt Daniel è tutto sommato un buon frontman, tecnicamente al passo con gli altri e una spanna sopra molti dei gruppi che si vantano delle stesse etichette di questa band. I testi non sono particolarmente interessanti, ma conta poco in un disco dall'aria pop ma dall'impeto pesantemente punk rock, veloce e graffiante, disteso ed autocelebrativo, quanto basta per non risultare né palloso né esibizionista. Vi basta? Vaffanculo devo smetterla di leggere le recensioni di Rolling Stone.  

Voto: 7.5

giovedì 11 marzo 2010

Afterhours Live @ Teatro delle Celebrazioni, Bologna, 10 Marzo 2010


C'erano tanti motivi per essere al Teatro delle Celebrazioni di Bologna il dieci marzo. La netta sensazione che per una volta avrebbero lasciato fuori dalla scaletta i soliti tormentoni in favore di  rarities più care ai fan, la fondata previsione che la teatralità degli Afterhours si sarebbe riversata come un fiume in piena nell'atmosfera intima di un teatro sui sempre fedeli fan che anche stavolta hanno partecipato con il calore che poche fan base italiane sanno dare. C'erano anche grandi ospiti, l'ex Xabier Iriondo e lo Gnu Quartet, tanto cari ad Agnelli da averli portati addirittura nella "superband" che ha presentato al Primo Maggio di Roma del 2009. 


Calandosi nel vivo della performance, occorre subito scorrere velocemente la scaletta. Le tre sezioni del live (separate dalle consuete due pause a cui i fan sono ormai abituati) sono concluse rispettivamente da Ritorno A Casa, tra le sorprese della scaletta, Orchi e Streghe Sono Soli (la sola, con E' Solo Febbre e Tarantella All'Inazione a provenire dall'ultimo criticato disco "I Milanesi Ammazzano Il Sabato") e Il Mio Ruolo, conclusa con un'uscita dal palco membro per membro che ha creato anche un po' di "scena", come alcuni si lamentano di non trovare negli Afterhours più recenti. Dai primi tre dischi escono brani rari come Posso Avere Il Tuo Deserto, Ho Tutto In Testa Ma Non Riesco a Dirlo e Musicista Contabile, i secondi due eseguiti particolarmente bene rispetto agli standard troppo "melodici" dei loro ultimi tempi, la prima ottima ma comunque scarica. Il resto non fa certo rimpiangere il passato, se canzoni come Punto G sono eseguite con la stessa furia dei bei tempi andati, e non ci si risparmia neanche le strappalacrime Oceano di Gomma (con Agnelli al suo amato pianoforte), Male In Polvere e Come Vorrei, impreziosita dallo Gnu Quartet, protagonista di un solo insieme a Manuel in La Vedova Bianca e Pelle, proposta in una versione a dir poco sublime, superiore a quella elettrica degli ultimi tour. Iriondo ha partecipato con strumenti particolari, come il theremin, a "rumorismi" di fondo per le letture di Ennio Flaiano, quattro in tutto, lette da Agnelli con un trasporto che alcuni in platea hanno definito "sensuale", e a riempire Simbiosi e Senza Finestra, canzoni che effettivamente senza di lui non avevamo più sentito eseguite come su disco. 
Dal punto di vista tecnico la band trova così la sua dimensione perfetta. La condizione calante di Manuel Agnelli, non dovendo urlare né sforzarsi particolarmente, scompare così in una performance eccelsa, tranne un paio di sviste sui testi che sono quasi un marchio di fabbrica. Giorgio Prette che sembra obbedire ad un ordine tipo "picchia meno forte che puoi" si trova abbastanza fuoriluogo ma riesce sempre a cavarsela con i suoi ritmi tanto semplici quanto distintivi, cementati dall'apporto ritmico di Ciccarelli e Rodrigo d'Erasmo, impegnato tanto al violino quanto alla chitarra, lasciando come membro "meno utile" della band il povero Roberto Dell'Era che ci si chiede solamente quanto sia utile al basso. Un personaggio in ogni caso inseparabile dai "nuovi" Afterhours. La partecipazione degli ospiti che ha contribuito a "riscaldare" l'atmosfera ha reso questo live ancora più indimenticabile, sotto certi punti di vista tra i migliori che potevano proporre a questo punto della loro carriera; e chi si lamenta dell'assenza in scaletta di "Quello Che Non C'è" o "Non E' Per Sempre" semplicemente dovrebbe approfondire di più i loro dischi, per scoprire che un live senza queste canzoni, se ci sono i pezzi sopra citati non perde neanche un centesimo del suo valore. Eccezionali.


Ecco la setlist:
LETTURA da IL MERAVIGLIOSO TUBETTO
LETTURA ENNIO FLAIANO 1 (con base CI SONO MOLTI MODI)
TARANTELLA ALL'INAZIONE
MUSICISTA CONTABILE
POSSO AVERE IL TUO DESERTO
SIMBIOSI
SENZA FINESTRA
ICEBOX
HO TUTTO IN TESTA MA NON RIESCO A DIRLO
1996
LETTURA ENNIO FLAIANO 2
BALLATA PER LA MIA PICCOLA IENA
OCEANO DI GOMMA
IL PAESE E' REALE
VARANASI BABY
RITORNO A CASA
---bis---
LETTURA ENNIO FLAIANO 3
LA VEDOVA BIANCA
ORCHI E STREGHE SONO SOLI
---bis2---
COVER 
COME VORREI
MALE IN POLVERE
LA GENTE STA MALE
IL MIO RUOLO

mercoledì 10 marzo 2010

Good Times is When Bands Play

Nuova rubrica per Good Times Bad Times, senza nome come chi vuol fare il figo perché può metterne uno diverso ogni volta, ma anche per rappresentare la diversità degli argomenti trattati all'interno. In realtà l'unica pretesa è quella di consigliare quali concerti andare a vedere, con una localizzazione geografica abbastanza ristretta, a dire il vero. Il fatto che chi scrive sia di Rovigo in effetti è abbastanza determinante perché la verità è che questi sono concerti che vorrei vedere io e che per questo consiglio a voi, quindi se siete di Roma, di Aosta o di Sassari, mi dispiace per voi. Qualche volta tenterò di sfuggire dal focusing territoriale in modo da non darvi troppo fastidio, ma non vi prometto niente. Smetterò di guardare Top Gear per essere meno stronzo di Clarkson, se possibile (nonostante sia un figo eh). 


10.03.2010 AFTERHOURS (Tour Teatrale): Teatro delle Celebrazioni, Bologna
12.03.2010 AFTERHOURS (Tour Teatrale): Teatro Colosseo, Torino
12.03.2010 MINISTRI: White Trash, Berlino
12.03.2010 LES CLAYPOOL: Estragon, Bologna
12.03.2010 THE CALORIFER IS VERY HOT & DAMIEN - Covo, Bologna
13.03.2010 MINISTRI: Kulturbrauerei, Berlino
13.03.2010 IL TEATRO DEGLI ORRORI: Estragon, Bologna
16.03.2010 AFTERHOURS (Tour Teatrale): Teatro Smeraldo, Milano
16.03.2010 YOSHMALO: Fahrenheit 451, Padova
18.03.2010 IL PAN DEL DIAVOLO: Porcupine Pub, Ariano Nel Polesine (RO)
19.03.2010 AFTERHOURS (Tour Teatrale): Teatro Valli, Reggio Emilia
19.03.2010 DIAFRAMMA: Renfe, Ferrara
19.03.2010 RETROLOVER: Fahrenheit 451, Padova
20.03.2010 AFTERHOURS (Tour Teatrale): Teatro Comunale, Firenze
20.03.2010 LIMES: Tetris, Trieste
20.03.2010 MY AWESOME MIXTAPE: Covo, Bologna
20.03.2010 ZEN CIRCUS: Shindy Club, Bassano del Grappa (VI)
21.03.2010 PAN DEL DIAVOLO: Locomotiv, Bologna
23.03.2010 AFTERHOURS (Tour Teatrale): Auditorium Conciliazione, Roma
25.03.2010 AFTERHOURS (Tour Teatrale): Carisport, Cesena
26.03.2010 AFTERHOURS (Tour Teatrale): Gran Teatro, Padova
26.03.2010 IL TEATRO DEGLI ORRORI: Onirica, Parma
26.03.2010 NOTWIST: Estragon, Bologna
26.03.2010 LE VIBRAZIONI: New Age, Roncade (TV)
27.03.2010 CALIBRO 35: Estragon, Bologna
27.03.2010 IL TEATRO DEGLI ORRORI: Deposito Giordani, Pordenone
27.03.2010 MASSIMO VOLUME & GIARDINI DI MIRO' + DJ SET DI MANUEL AGNELLI - Covo, Bologna
27.03.2010 PENELOPE SULLA LUNA - Patchanka, Pontelagoscuro (FE)
27.03.2010 PORT-ROYAL - Zuni, Ferrara
29.03.2010 LISA GERMANO & PHIL SELWAY - Sala Estense, Ferrara
30.03.2010 LISA GERMANO & PHIL SELWAY - Covo, Bologna

lunedì 8 marzo 2010

The Ties and the Lies - Behind the Barricade (Autoproduzione, 2008)

Tracklist


Indipendentemente dal fatto che ormai ci siano tanti pregiudizi su questa scena, ci si sente sempre più snob a criticare le copie dell'eredità raccolta da Ian Curtis. Purtroppo siamo di fronte all'ennesimo caso, neanche tanto nascosto, di palese volontà di riprodurre i fasti di una delle uniche band che del post-Joy Division ha saputo fare originale marchio di fabbrica, cioè gli Interpol.
Da Bologna i The Ties and the Lies escono con un repertorio che suona quasi un breve palinsesto televisivo di cover, August is For City Lovers in particolare, per una kermesse di tradizionalisti della new wave, così come ormai l'industria la vuole. Lenta come gli Interpol, poco più pensato dei White Lies, comunque abbastanza scarna. Nell'originalità quantomeno. Musicalmente i quattro ci sanno fare, mettendo a segno un full di ottime sonorità (notevole il suono per essere un EP di una band della scena indipendente) e proverbiali "citazioni", volute o meno, delle band più esperte del settore. Si stacca un po' dallo stanco incedere del quattro quarti lento e straziato dei primi due brani (la già citata e Fall, come un pezzo dei Verve con Paul Banks con pronuncia italiana alla chitarra e alla voce) con Untitled, un brano più dirottato verso le realtà meno ridondanti dell'alternative sempre esperto nel rinnovarsi nonostante gli attacchi dell'industria "uniformatrice". La voce non tradisce, ed ammetto che sulle prime pensavo fosse un riarrangiamento dell'omonimo estratto da "Turn on the Bright Lights", nel convogliare gli arpeggi di devozione quasi post-rock in un abisso di graffiante violenza che raggiunge il suo acme con l'esplosione a metà brano, prima di ritornare all'inizio come una spirale cupa e malinconica, che rende il pezzo il più dinamico e "vario" di questo lavoro (e sul finale si scappa di nuovo in una velocizzazione quasi Casablancas/Albert Hammond Jr. Di rito.). L'album si conclude con un nuovo rimando (o chiamiamolo, dimostrazione di come staccarsi dalle sonorità dei gruppi che ti piacciono di più dopo un po' diventi impossibile se non ti chiami Damon Albarn o Thom Yorke) ai soliti, The Bombs Over Town, su tonalità di triste vocazione curtisiana come ne abbiamo sentite a migliaia. Anche dai Cure.
Tradisce un po' l'idea di "copia" che trasuda da questo disco. Ormai si palesa nella mentalità critica una certa volontà di stroncare chiunque abbia preso questo genere troppo sul serio. Fare new wave alla fine è come fare punk. Sono generi morti e chiusi in sé stessi, con pochi cliché a disposizione, pochi colori sulla tavolozza che ti danno la possibilità di portare a termine poche combinazioni sulla tela. Il progetto definitivo è così sempre inquadrato in un certo numero di formule e connessioni che si possono ampiamente prevedere. Per i The Ties and the Lies il passo falso non è quindi volersi avvalere di questi stessi ingredienti, ma quello di arrivare al centro del tifone di critica per il genere, quella tendenza a non voler più lasciare che queste band facciano il loro corso. Ma qui la pensiamo diversamente: ben vengano band come queste, alfieri di un genere defunto ma armato di una vitalità immensa nel suo portare tristi messaggi dall'impeto rock e, in qualche modo, dark. Non come gli emo, ma come lo intendevano Smith, Curtis e i primi Depeche Mode. L'animo è quello, la musica è un'altra cosa. Un attimo di personalità in più e possono fare il colpaccio. Per ora, discreti.

Voto: 6


Recensione scritta per Indie for Bunnies - link

domenica 7 marzo 2010

Indovena - Lascia Andare La Marea (Inconsapevole Records, 2010)

Tracklist

Non c'è una definizione che calzi particolarmente bene per una band come gli Indovena. Un disco come questo rivela sfaccettature sempre nuove ogni secondo che lo stai ascoltando, evolvendosi nei tuoi timpani come una fonte di suoni che si trasforma per stupire continuamente e non diventare mai specchio di sé stessa.
In un'intervista presso una radio indipendente di Bologna, il frontman del Teatro degli Orrori Pierpaolo Capovilla individuava nei CCCP, nei Marlene Kuntz e nei Verdena le influenze principali di tutte le band del nuovo secolo. Negli Indovena si scorgono in effetti tracce di tutte e tre queste emblematiche band, ma il piatto è molto più ricco. Il grunge, l'alternative e qualche traccia di metal si fondono perfettamente in una tavolozza di colori profondamente distinti. Il singolo Il Sogno di Yoko, con una base musicale (soprattutto i riff) di sicura devozione ai fratelli Ferrari (come l'opener Tutto a Centotrenta, con le sue invocazioni di stampo sociale il pezzo più graffiante del disco, sotto un punto di vista sia musicale che contenutistico), mentre si ricama su ritmi più american grunge in La Fine e il ritornello di Il Dono, che spezza completamente il dramma melodico della sua strofa (che mi ricorda la miriade di gruppi post-grunge vagamente riconducibile ai primi Stone Temple Pilots) in un ritornello tanto violento quanto di presa. Fedor divisa in due parti, stronca prima l'ascoltatore con la sua potenza vagamente “RATM meet Pearl Jam” (o simili) per poi cadere in un incipit di matrice sperimentale ricondotto, nella seconda sezione, alla potenza della prima parte, terminando in uno stop tanto improvviso quanto d'effetto. Pulce riporta alla mente alcuni settori della produzione di CCCP e Marlene Kuntz, già sopracitati (soprattutto i secondi), un brano comunque costruito con la struttura delle band grunge a cui ci siamo già riferiti. La melodia prevale infine nel pezzo finale, Diamond, forse una delle più belle del disco per l'atmosfera che creano i suoi arpeggi para-malinconici. Elencare ulteriori band d'influenza è superfluo, probabilmente si è già fatto anche troppo, e per fugare ogni dubbio si sappia che gli Indovena evidentemente non sono atti ad una scopiazzatura che sicuramente alcuni critici contesterebbero, ma anzi rielaborano con grande consapevolezza e un certo “savoir faire” un grande campionario di sonorità e stili diversi, con un sound personale e una produzione quasi da major. Che non è poco, comunque.
Rimane solo una cosa da specificare. Gli Indovena non stanno facendo nulla che nessuno abbia fatto prima, se non miscelare un numero indefinito di influenze in un prodotto finito diverso da chiunque, in Italia, osando laddove i
Litfiba hanno provato all'inizio degli anni novanta e producendo un disco (il loro secondo) fresco e di forte impatto. Purtroppo i riferimenti della band rimangono abbastanza evidenti annacquando la papabile originalità di un lavoro comunque di alto lavoro artistico, per il profilo assolutamente elevato che una combinazione di ottimo songwriting, maturità musicale e abilità strumentali sopra la media (con un pizzico di pretenzione) rivela pienamente.
Con tutti gli appelli d'esame passati non si può dire altro che: disco consigliato. Lasciate andare la marea, ma soprattutto procuratevi questo disco. 
Voto: 7+ 

sabato 6 marzo 2010

La Fame di Camilla - Buio e Luce (Universal, 2010)


Il singolo Storia di Una Favola, l'esibizione sanremese, la ribalta, un po' di voglia di farsi sentire. Arriva come un fulmine a ciel sereno La Fame di Camilla con un lavoro che spiazza, di ispirazione un po' datata ma diretto ad un pubblico giovane, oscillante tra gli echi quasi psichedelici di chitarre effettate con eterei delay, fino a qualche ritmo più pop alla Velvet dei primi tempi, tanto per rendere chiare un po' di intenzioni.
Una band senza troppe pretese a livello di suono, il che è un bene. E' pop che potremo quasi definire d'autore, ma che si inchiostra su carta come un ben architettato organigramma di piccole perle da classifica, dove una voce facilmente definibile “la versione più radiofonica di Max Zanotti dei Deasonika” e un apporto strumentale a metà tra i Coldplay e gli U2, non tralasciando la tradizione indie/alternative italiana, si fondono in un prodotto finito notevole.
Buio e Luce, Nuvole di Miele e Non Amarmi Così sono effettivamente canzoni pop di elevata fattura, la seconda con un arrangiamento che mi ricorda alcuni singoli di Francesco Renga (non è sempre un difetto, tranquilli!) e l'ultima le canzoni più melodiche dei Verdena con un ritornello di Bianconi. Ma a cantare è sempre lui, Zanotti esportato a RDS. E anche questo non è un difetto.
Spazio per rimandi acustici alla vecchia tradizione cantautorale italica in canzoni come Il Mostro, per non snobbare la quantomai funzionale connessione tra musica leggera e panorama alternativo che coi La Fame di Camilla si solidifica ulteriormente, in un ponte che in Italia continua a generare sempre più band da ascoltare senza particolari difficoltà digestive a carico degli ascoltatori meno esperti. Però ti prego Pensieri e Forme è proprio un plagio dei poveri Deasonika. Stavolta si. Per il resto un buon disco. 

Voto: 7- 

venerdì 5 marzo 2010

Tre Allegri Ragazzi Morti - Primitivi del Futuro (La Tempesta, 2010)


Il nuovo album dei Tre Allegri Ragazzi Morti è sostanzialmente una sorpresa. C'è poco da dire. Nonostante l'avessero detto con un'intervista su Rockit e qualche comparsata su giornali vari, il tutto spiazza. L'anima punk adolescenziale rimane, in pezzi come La Ballata Delle Ossa, ma l'anima del disco è completamente cambiata. Toffolo e co. stanno crescendo, e i testi lo confermano. L'impegno politico aumenta, anche se i testi rimangono prevalentemente “light”, dato che l'ispirazione folk sempre sgocciolata fuori dal loro codice genetico continua a mantenerli su stilemi che li renderanno sempre riconoscibili. La loro distintività si perde un attimo nelle novità del disco; una su tutte, il levare. Una soluzione ritmica che quasi mai hanno utilizzato in passato, anticipato da alcuni set acustici nel tour precedente, quando erano molto più avvezzi al quattro quarti diretto, che li porta a navigare verso nuove sponde più vicine al mondo reggae degli Africa Unite (con un pizzico di ska), una ventata di fresco che li farà certo veleggiare alti nei giudizi della critica e del pubblico meno “chiuso”. Certo, ci sarà chi si lamenterà, ma sentire una band così che dopo quasi vent'anni di carriera si rinnova completamente stupisce. E di brutto anche.
Così brani come La Faccia della Luna, Puoi Dirlo a Tutti e So Che Presto Finirà sembrano l'incontro perfetto tra i Sud Sound System che per una volta cantano in italiano, Bob Marley e i Negrita latineggianti d'ultima generazione. E la voce di Davide Toffolo sopra ad un contesto simile fa la sua porca figura. Ti toglie ogni dubbio Codalunga, verso la fine del disco, storia di un personaggio che appunto si chiama così, a cui “piace il sesso”, che “non sa quando è nato, si guarda allo specchio, non vive il social network”. Come dicevo prima, le storie da teenagers sono più collegate ad uno sguardo critico che si sente molto di più in Primitivi del Futuro, ispirata, come il titolo del disco, dal fumettista Robert Crumb che così intitoltò (in francese) una sua band.
I Tre Allegri Ragazzi Morti ormai sono invecchiati, e la maturità nel loro sound, che già si sentiva nel disco precedente (di molto inferiore a questo come qualità dei brani e del songwriting, forse anche dei testi), finalmente si fa sentire. C'è poco da dire, ben vengano altri dischi come questo, magari con l'ultimo ingrediente che ancora non hanno inserito: l'elettronica. Manca solo quella. In ogni caso non acceleriamo i tempi e godiamoci un grande disco da parte di una delle band cult del panorama alternative italiano.
Hai mai sentito parlare di uno zombie che canta?
Voto: 8

giovedì 4 marzo 2010

Archie Bronson Outfit - Coconut (Domino, 2010)


Tracklist
Ascoltando questo trio inglese si ha subito l'impressione che il “tessuto spazio-tempo”, come lo avrebbe chiamato il leggendario Doc di zemeckiana memoria, si sia piegato in due, collegando gli anni '80 e il 2000 in un istante. Il punto d'incontro, precisamente, sarebbe la stretta di mano tra Ian Curtis e lo stuolo di seguaci di prima data con il garage rock più recente (White Stripes?) imbellettato anche con un po' di elettronica.
Ce lo dice subito chiaro e tondo la traccia d'apertura, Magnetic Warrior e la sua diretta consecutiva in tracklist, quasi in unica striscia vincente, Shark's Tooth, ballabile frammezzo tra gli Wire, i Franz Ferdinand e gli Arctic Monkeys (si va beh, anche a tanti altri), con lo sguardo comunque (molto) più rivolto agli anni '80 che alle ultime band dell'ondata new wave. C'è poco da ridere, perché questi fanno sul serio. Chunk si danza con movimenti lenti e neanche troppo aggraziati, sarà il beat minimale o i dozzinali sintetizzatori che fanno comunque la loro porca figura, anche per la resa catchy del brano stesso, che ne guadagna anche sulla durata apparentemente esagerata. No, non lo è. E' forse un dato di fatto che la Domino è una casa discografica troppo monotematica, ma l'ultimo disco delle “scimmie artiche” risuona di nuovo quando ascolti Bite It & Believe It: per l'ultima volta, finalmente. In Hunt You Down stiamo ascoltando i Babyshambles più devoti a Curtis post-suicidio, ma non è questo l'apice del disco. Quando i Joy Division più frenetici hanno già lasciato spazio alle incursioni garage di Captain Beefheart, degli Who e degli Wire (garage come Meg e Jack lo hanno portato in essere), ci sentiamo effettivamente vicino ai due White. E' il caso del punkettone, anche un po' Ramones volendo, di Wild Strawberries, un hit da concerto, o del “brano-doppio” 6.1 You Have A Right To A Mountain Life/6.2 One Up On Yourself, con i suoi echi di pesante brit-pop svezzato a colpi di depressione cronica alla New Order, Clash decaduti o post-punk tipo Gang of Four o roba simile. Paragoni a parte, questa accozzaglia funziona davvero. Chi l'avrebbe mai detto? C'è chi, come me, si è dichiarato più volte stanco di sentire gente che idolatra Ian Curtis a tal punto da volerne imitare le gesta (solo musicalmente, per fortuna), un po' come facevano in molti con Cobain, ma anche stavolta c'è chi ha saputo dimostrare che ne vale davvero la pena, perché questo disco punterà di nuovo i riflettori contro Domino e le sue uscite sempre a passo coi tempi.
Lunga vita agli ABO e a band come queste. Che il garage sia con voi, aspettando che Jack White la faccia finita di fare milioni di progetti paralleli e si dedichi di più alle strisce. Con buona pace del povero Morgan

Voto: 7 

mercoledì 3 marzo 2010

Hot Chip - One Life Stand (EMI, 2010)


Sono già passati sei anni dall'ottimo "Coming On Strong", semplice ed intelligente perla d'elettronica sintetica e ad alcuni tratti minimale, forse per celebrare quei bei tempi passati (gli eighties), ispiratori di centinaia di isolati revival che non prendono mai forma in un corpo unico come potrebbero. E questa è una fortuna. Non è una fortuna invece che gli Hot Chip siano andati sempre peggiorando, la loro spinta innovativa scemando, la loro creatività svanendo. Il synth-pop di questo "One Life Stand" si sopporta a malapena quando devi fare l'esperto di video in heavy rotation su MTV Brand New, dove non possono mancare i singoli di un disco come questo, sarà che gia dalla opener track Thieves in The Night, passando per I Feel Better (fanculo febbre da vocoder!) e We Have Love, respiriamo un'aria troppo dance, soprattutto nella seconda traccia, come se stessimo parlando di qualceh prodotto M2O o da far remixare al Gabry Ponte (per fortuna non più tanto in voga, tra le altre cose) di turno. Speriamo che non lo noti David Guetta. Questi tre potenziali singoloni sfrecciano veloci nella loro atmosfera ballabile, risultando comunque i pezzi più "d'impatto" tra i (solo) dieci proposti. Sfuggono via praticamente indolore brani più tradizionali come Hand Me Down Your Love e la quasi spenta Alley Cats, per lasciare comunque spazio a episodi più depechemodiani che finiscono per essere anche i migliori, purtroppo. Take It In, ultima in tracklist, e Brothers, ne sono evidenti dimostrazioni. I sintetizzatori svolgono il loro lavoro più cristallino ed apprezzabile nella title-track, che paga più tributo alla rimarchevole prima produzione degli Hot Chip che agli ultimi lavori, con un mood vagamente Moby che quasi sorprende.
Ripetere incessantemente che la musica del nuovo millennio è priva di novità e non sta dando nessuna nuova impronta al corso dell'evoluzione del suono e della produzione discografica ha anche stancato, seppur sia ormai un assunto indiscutibile. Gli Hot Chip però non rappresentano appieno questa spirale involutiva, incarnando quel tipo di elettronica che sta andando di moda sotto una veste più personale, sempre riferendosi a volti più noti del settore, ma lasciando il segno in maniera individuale. C'è poco da gioire però quando in soli sei anni sono passati da elettronica post-kraftwerkiana di alto livello a pezzi da Kylie Minogue registrati durante una sbronza delle peggiori. Salvando il salvabile, una sufficienza striminzita, per i giri catchy assolutamente devastanti per la memoria (a volte un po' meno). Ma la fine è vicina.

Voto: 6

martedì 2 marzo 2010

Fish and Clips # 4: Parte 2

SPECIALE WEEZER


E questa è la seconda parte, con i video dell'ultimo decennio (2000-2010) degli Weezer. I video sono quasi tutti molto simpatici, e in fondo trovate un embed tanto per riempire un po' il post altrimenti troppo vuoto. Credete davvero che con un post al mese questa rubrica sia fatta da qualcuno che ha voglia di scriverla? Per vedere quello che ho voglia di scrivere guardatevi le recensioni. Ed evviva gli Weezer!

2001. Hash Pipe
2002. Dope Nose
2004. Slob

lunedì 1 marzo 2010

Edo/Juliette Lewis/Amari

EDO - NASO A TRAMEZZINO EP (7.5 su 10)

Edoardo Cremonese, in arte Edo, è un veneto espiantato in Lombardia che ha deciso di portare la sua musica cantautorale di stampo ironico nella capitale dell'indie italiano: Milano. Piccole perle di simpatiche avventure giovanili raccontate da un universitario dal grande estro creativo, in questo disco particolarmente evidente nella varietà delle canzoni (molto superiore rispetto alle sue vecchie creazioni): “Naso a Tramezzino”, il tributo al comico Albanese “Frullatore d'Acqua Dolce” e la funny story “Coinquilino Fernando” sono potenziali tormentoni per feste di Erasmus e compleanni tra amici, ma Edo punta più in alto. Raffinata pop music da un giovane che ha tanto da dire. E si sente. 

JULIETTE LEWIS - TERRA INCOGNITA (6 su 10)
La solita Juliette Lewis con le solite canzoni. Sollevarsi dalla noia, compito duro, si può fare: ci sono in effetti brani come Hard Lovin' Woman, con le sue impronte fortemente blues e rock anni '60, e Fantasy Bar, col suo piglio potenzialmente da MTV ma che rischia di annoiare alla lunga. La produzione, affidata all'onnipresente (è un po' il Favero internazionale) Omar Rodriguez Lopez, è ottima, così come è ottimo l'apporto musicale, ma le solite tiritere alla voce e i consueti riff da Juliette Lewis stanno iniziando a stancare. Ultima volta che un disco così può raggiungere la sufficienza. 

AMARI - POWERI! (5.5 su 10)
Amari, Amari. E pensare che i dischi precedenti avevano ancora qualche perla. Sembra proprio che il "manager nella nebbia" degli Amari sia proprio andato a sbattere contro uno di quei "cartelli stradali" che loro stessi citano. In questo Poweri! le canzoni sufficienti si contano sulle dita di una mano, magari perché la blogosfera si è stancata di pubblicizzarli e di elevarli a redentori della musica elettronica italica. Salva Your Kisses, Dovresti Dormire e Ho Fatto Un Po' di Casino, che sembra quasi il tributo agli Zen Circus degli ultimi anni + loop dei Bloody Beetroots, poi ci siamo. Su questo disco c'è poco altro da dire, pop d'autore che d'autore non è più, musica per giovani fatta da non giovani. E si sente. Basta.