sabato 6 febbraio 2010

Fontan - Wintherhwila (Autoprodotto, 2009)


Fontan è un progetto scandinavo che negli ultimi anni si sta facendo notare nella blogosfera alternativa e nelle sottoculture dell'elettronica scoperchiate dall'attenzione che il web riserva a qualsiasi cosa (si, ho letto l'articolo che parla della morte del pop su Rolling Stone, e allora?) per la sua freschezza, le canzoni di quasi-pop contaminato da atmosfere post-rock immerse nel krautrock, nel synth-pop, nell'elettronica più ricercata, da Bon Iver. Un lungo giro di parole per dire che questo strano “Winterhwila” è veramente un piatto ricco. Di quelli che si pagano cari ma volete avere almeno una volta. C'è dance quasi ballabile in Early Morning (presente in tre versioni nel promo del disco) e nella parte centrale di Neanderthaler, un innesto dei Devo più tamarri in un'occulta atmosfera depechemodiana (però accelerati, mentre si sentono chiaramente con beat più consoni in The Bridge). Si sperimenta con la costruzione dei pezzi nelle lunghe Nightrider e ...You Too: molto migliore la prima, con diversi giochi di synth e invasioni sonore a dividere le varie parti, mentre la seconda si perde un po' nella ripetitività di un groove piuttosto banale. Comunque apprezzabile.
Questo disco presenta moltissime sfaccettature dell'elettronica, partendo dagli anni '70 fino a penetrare con violenza nell'era del digitale, quella che fa molta paura ai puristi del passato. Certo, forse lo sono anche i Fontan, ma questo disco dimostra una consapevolezza compositiva tale che sicuramente i dubbi sulla loro bravura scompaiono già dopo le prime tre tracce. Date loro una chance, vi farete cinquanta minuti di godimento acustico. Che non guasta mai.

Ps. Prendete qualche pastiglia con effetto amnesiaco, altrimenti non dimenticherete più i riff di chitarra di Neon Snakes.

Voto: 8

venerdì 5 febbraio 2010

Weezer - Raditude (Geffen, 2009)



Gli Weezer, o meglio i “nerd per sempre”, hanno trovato la formula perfetta per stare nelle chart di tutto il mondo. Da sempre sparano singoli orecchiabilissimi nonostante l'incedere pesante di batteria e chitarre megadistorte, da sempre se ne escono con video simpatici a colpire l'attenzione anche dell'ascoltatore più “esteta” o più “divertibile”. Non sarebbe per niente un problema se i gioiellini dei primi dischi fossero ormai scomparsi, lasciando solo imitazioni di quei tempi e un senso di sbiaditezza che si porta via anche i pezzi più interessanti, colpevoli forse di essere troppo fiacchi, quasi mosci, incolori, sterili.
Ma questo disco ha anche i suoi punti di forza. Di per sé essere l'ennesimo disco degli Weezer significa già possedere una certa qualità. Il singolo (If You're Wondering If I Want You To) I Want You To è il pezzo più “eclatante” del disco, forse per la struttura ed il ritornello talmente radiofonici da piacere “per forza”. Potremo dire anche che non è facile costruire canzoni così commerciali, e soprattutto commerciali in questo modo. Turn Me Round, per esempio, è la versione super catchy delle vecchie hit di Pinkerton (mentre Let It All Hang Out è quasi sicuramente uno scarto del disco precedente uscito a fine duemilaotto). I'm Your Daddy, papabile secondo singolo, è un brano ballabile, power pop d'alto livello, potenzialmente un futuro classico anche ai live. Tra coretti, refrain indelebili e giretti di chitarra all'insegna del “non me lo posso scordare” (The Girl Got Hot ne è un esempio), gli Weezer sembrano davvero inarrestabili. Le sorprese cessano quando ascolti pezzi un po troppo “annacquati” come Can't Stop Partying, con il suo sobbalzare quasi hip-hop, un pezzo che poteva provenire da Sean Paul o da Pitbull, ma non certo da artisti come Rivers Cuomo e compagnia bella. Un altro pezzo abbastanza deludente è Love Is The Answer, che fallisce anche in quella formula di ripetizione memorabile dove tutte le altre tracce invece eccellono. Lasciandosi trasportare dal ritmo piuttosto sostenuto e quanto mai rock'n'roll di Tripping Down The Freeway (o della simil-Green Day/punkettini commerciali vari In The Mall), si è comunque costretti a dichiarare la sconfitta degli Weezer, che forse per scelta hanno smesso di cercare l'originalità in cambio di un modo di lavorare comunque vincente ma che decolora in maniera irreversibile i brani, con strutture più banali, troppo radio-friendly, a volte patetici. Ma del resto se cercate pop nerdacchione, con ritornelli-droga da cantare in qualsiasi situazione, testi da party a suon di birra analcolica e al limite spritz, per essere solo leggermente trasgressivi, prendetevi gli ultimi due dischi degli Weezer e non cercate più nessuno per qualche giorno. La terapia funzionerà.
Salviamo il salvabile. 

Voto: 6- 

giovedì 4 febbraio 2010

Herself - Homework (Jestrai Records, 2008)


Il progetto Herself, da anni sotto Jestrai Records, risponde al nome del cantautore Gioele Valenti. Arrivato al terzo disco tra propulsioni elettriche, sintomi di un interesse noise votato allo sperimentalismo e allo studio dei suoni (notevole visto che le registrazioni, dice Valenti, sono fatte “in casa”), e melodia dagli accenti folk, influenzato da quell'Inghilterra realistica nel suo essere triste e quantomai grigia. In effetti i toni del disco sono piuttosto cupi e tra riverberi e filtri sulla voce, si arriva a gustare anche qualche sprazzo di shoegaze. Anche se il guizzo cantautorale di Valenti resta preminente.
Difficile individuare una linea comune nel disco, non un'ossatura ben definita. A partire dalla opener track King Kong, che inizia con un arpeggio semplice e ripetitivo in modo da penetrare nella mente dell'ascoltatore per poi terminare in rumorismi di classe e synth quasi dark. Nails, simile agli ultimi lavori dei Kings of Convenience, con atmosfere quasi di sogno, ma sempre con qualche accenno alla malinconia dei paesi del nord (non solo la Gran Bretagna). Più accenti folk accendono il trittico Meet Miriam At The Park, Spider of the Dead e The One, peraltro messe in fila nella tracklist del disco forse a voler creare una specie di filo conduttore, per poi finire nel noise più sfacciato di King of Glory, nella cavalcata folk-epica To An Old Friend e nel finale in totale relax di Between Two Starz. Nota di merito particolare va a Hate 1, come un'iniezione di grunge da Seattle col suo distorto in chitarra e voce.
Il disco di per sé è molto vario, sebbene lo stile di Herself sia riconoscibile soprattutto per chi già conosceva i suoi lavori precedenti. I toni intimi ben si coniugano con un songwriting complesso che evidenzia le abilità compositive di un cantautore poliedrico come Valenti, anche se il lavoro suoi suoni poteva essere migliorato nelle canzoni più “elettriche”. Un disco veramente riuscito, appagante ed appagato, tetro ed ambizioso.

Voto: 7.5

mercoledì 3 febbraio 2010

Stereophonics - Keep Calm And Carry On (Universal, 2009)

Quando si vuole ascoltare un disco degli Stereophonics o di una delle tante band analoghe bisogna sempre infilarsi i famosi “guanti di velluto” e approssimarsi con calma all'obiettivo: il tasto play che probabilmente significherà delusione. Cloni di cloni, accordi da spiaggia trasformati nella solita pretesa di essere eredi dei Beatles come già Oasis, Verve, Jet e mille altri avevano fatto con risultati comunque apprezzabili. Forse la band di Kelly Jones ha anche avuto il suo perché con i primi lavori, canzoni come l'indimenticabile “Dakota” e dischi con un loro perché (soprattutto “Performance and Cocktails”). Arrivati a questo settimo disco non hanno assolutamente più nulla da dire, ma non si preoccupano di questo e propongono quindi l'ennesimo disco di pop/rock, qualche volta melodico e sdolcinato, qualche altra più graffiante, che di per sé stupisce solo per i singoli. In effetti sono solo i papabili estratti a suscitare interesse, per poter dare un giudizio sulla loro attitudine commerciale e l'orecchiabilità degli stessi. Questi sono Innocent (già primo singolo), Could You Be The One, She's Alright (rockettone d'apertura che probabilmente è il miglior pezzo del disco) e Uppercut, anche questa sicuramente valida sotto il profilo radiofonico (sarà la somiglianza con molte delle hit degli Oasis?). Qualche inserto elettronico non guasta mai, e gli ultimi due album dei Phonics ce l'avevano già dimostrato: ci riprovano con un risultato abbastanza buono in Beerbottle, col suo beat da pubblicità d'automobile che percorre una galleria che mai decolla, lasciandoti sempre la sensazione che manchi la prosecuzione logica al pezzo stesso. Quando si alza il volume del distorto il risultato non è sempre dei migliori: Live'n'Love di per sé è fin troppo banale per guadagnarsi un posto sul podio delle migliori di questo Keep Calm and Carry On e forse cogliere l'invito del titolo stesso è il modo più consono di continuare con l'ascolto di un disco di per sé molto scarico. Si troverà un po' di refrigerio in 100 MPH e Wonder, la prima quasi uno scarto dei dischi solisti di Richard Ashcroft (non è necessariamente un difetto, specifichiamo...), la seconda distorta ballatina abbastanza insapore ma che troverà una buona collocazione all'interno della scaletta dei concerti.
Un album come questo lascia per forza l'amaro in bocca. Sarà che dopo tutti questi anni di carriera e i continui dischi rilasciati ci si aspetta qualcosa di più, sarà che chi li ha sempre ascoltati prima o poi rischia di stancarsi, ma la tecnica seppur buona dei ragazzi non si concilia più con la vena compositiva che li ha contraddistinti all'inizio, e anche i testi risultano pesantemente annacquati. Non più storie d'amore, o di vita, come prima, ma molto spesso frasi cliché, ritornelli di poco conto, banalità che neanche Liam Gallagher. C'è tempo per salvarsi, ma bisognerà prendere una strada completamente diversa. Questo disco può piacere ai fan più esagerati, ma sicuramente non ha da dire niente a chi gli Stereophonics non li ha mai approfonditi. Riprovateci.

Voto: 5.5 

martedì 2 febbraio 2010

Intervista ai THE FIRE

Intervista fatta da me, Emanuele Brizzante, per IMPATTO SONORO
Risponde: OLLY


Come sta andando la promozione del vostro disco in uscita?
Direi molto bene.. Le recensioni sono tutte positive e Valery Records sta facendo un ottimo lavoro per creare un pò di curiosità sul nostro nuovo lavoro.


Il titolo è abbastanza “particolare”. Dopo “Loverdrive”, arriva “Abracadabra”. Ci potete spiegare il perché del titolo, e se ha qualche legame con la musica che possiamo trovare del disco?
Il titolo suona come la celebrazione e la magia delle cose quotidiane, quindi semplici, necessarie, vitali, oppure di qualcosa di speciale come il sesso o come un nuovo amore o un nuovo disco. Come un figlio che una volta nato ti fa riflettere sulla magia che solo una nascita può dare. Insomma dopo quasi tre anni da Loverdrive riuscire a far uscire questo disco che è stato un parto con tutti i suoi aspetti travagliati. La cosa ci rende orgogliosi e con la voglia di urlarlo al mondo intero. ABBIAMO UN DISCO NUOVO!!!


I The Fire nascono dalla fusione di due precedenti esperienze musicali: gli Shandon e i Madbones, che per almeno 10 anni, hanno attraversato significativamente la scena underground italiana. Cosa avete preso da questi progetti e cosa, e in che modo, avete reinventato?
Direi che dal passato abbiamo preso poco a livello musicale, forse giusto un pò di approccio punk sulla scrittura dei pezzi ma niente di più. A livello professionale invece il passato è servito per l’esperienza e i vari contatti consolidati nel tempo che ti aiutano a ripartire non proprio da zero. Anche la curiosità del vecchio pubblico è servita a dare una prima spinta al nuovo progetto. Si era creata molta curiosità e aspettativa intorno al primo disco, ma ora abbiamo un pubblico più nostro e meno interessato alle vecchie sonorità. A livello prettamente sonoro invece il passaggio dal pop punk dei Madbones e lo ska core degli Shandon al Gentle Rock dei The Fire ( ci piace definirlo così) è stata un evoluzione durata più di un anno, una ricerca di nuova personalità, un sacco di canzoni buttate nel cestino dopo mesi di insicurezze e indecisioni stilistiche. Ora ci sentiamo molto più sicuri e molto più coscienti di chi siamo e cosa vogliamo essere.


Quali sono le differenze tra la scena che vivevate anni fa con Shandon e Madbones e quella che vivete oggi con i Fire?
La scena musicale del 2010 è cambiata molto dai fine anni ’90. Il fermento non è una cosa che tocca più le nuove generazioni e l’amore per i concerti e le band è sempre meno nell’aria. Qualcosa ha fatto scendere l’interesse, la tecnonologia, i nuovi sistemi per ascoltare musica, il poco uscire di casa, il poco passaparola etc.. le nuove band fenomeno che vendono dischi a vagonate ormai sono meteore quasi sempre made in USA che spariscono appena arriva un nuovo trend e nuove pettinature per ragazzini. Parlo di cose semestrali e non più di movimenti musicali come il Punk il Dark il Metal o il Grunge per esempio. Gli appassionati di MUSICA sono sempre meno e la cosa mi rattrista molto. Insomma la situazione è cambiata e non in maniera positiva per l’arte ma più per il marketing.


Tutte le vostre uscite discografiche sono in lingua inglese. Sentite il bisogno di puntare all’estero o è semplice mancanza di interesse nei testi in italiano? Avete mai pensato di fare qualcosa nella nostra lingua?
Prima cosa è la mancanza di interesse nell’Italiano che purtroppo preclude un certo tipo di melodie serrate e quindi troppo spesso costrette dalle troppe vocali che assillano il nostro vocabolario. Abbiamo parole troppo lunghe che costringono la ricerca di una melodia in direzioni troppo melodiche e poco interessanti. Seconda cosa, l’italiano è apprezzatissimo all’estero ma più per fenomeni di costume come Eros, Pausini, Bocelli etc.. Insomma all’estero piace il made in Italy ma nel rock risulta un po’ sfigato e non solo ai nostri occhi.
Cantare in Inglese aiuta a trovare connessioni estere senza creare barriere legate alla provenienza della band, ma solo dalla sonorità che può risultare Europea agli occhi degli Americani o comunitaria per gli Europei. Abbiamo fatto un pezzo in Italiano, si chiama Electro Cabaret ma non abbiamo avuto riscontri positivi, anzi, e la vogla di riprovarci è sempre meno nell’aria.


Anche voi come tutte le band ormai ha un MySpace, Facebook ecc. Vi sentite in qualche modo “obbligati” ad usarlo per adeguarvi ai tempi che corrono o è una scelta che avete fatto per “utilizzare a vostro vantaggio” questi strumenti ormai così diffusi?
I social network aiutano la vita ma vieni automaticamente inserito in un mare troppo vasto per poter servire a qualcosa. Chiaro che poter essere visibile al mondo con un click è un vantaggio ma anche troppo dispersivo. Ormai Myspace è un po’ snobbato dagli amanti di Facebook e in futuro succederà che una nuova moda cambierà il trend e la possibilità di farsi conoscere. In un certo senso non far parte di questo circolo vizioso di false amicizie, sembra quasi di fare gli snob e quindi obbligatorio in un certo senso, ma personalmente credo che questa cosa sega le gambe all’interesse vero per qualcosa in particolare. L’unica cosa davvero bella e interessante è che puoi incontrare virtualmente chi davvero è appassionato del gruppo che magari posta video o foto del concerto della sera prima manifestando il proprio interesse.


Pensate che internet, anche al di fuori dei social network, possa dare più di così alla musica? E’ dannosa o sta effettivamente aiutando? Quale effetto ha avuto sulla vostra carriera?
Personalmente vendiamo l’80 per cento dei nostri CD ai concerti, questo credo sia sintomo del fatto che la gente non ama più cercarsi il CD nei negozi e Internet personalmente non ha fatto molto per noi. Credo che manchi un pò di sano contatto con la realtà. Su internet tutto risulta bello e appetibile, ma proprio per questo la gente si stufa alla svelta. Vuoi creare una band? Trova un bravo fotografo, dei vestiti decenti, dei visi carini, un bravo grafico per rendere tutto apparentemente professionale e credibile e il gioco è fatto.. Ah dimenticavo.. se hai tempo impara a suonare e magari scrivi qualche pezzo!!! Troppa poca richiesta e passionalità per una proposta a livello industriale di false band da rotocalco.


Ci sono nuove formazioni all’interno del nostro panorama musicale su cui puntereste?
Fratelli Calafuria, Ministri, Spasmodicamente, Leechees, The Unders, Blu Nitro, Requiem for Paola P., sono delle band relativamente nuove nel panorama nazionale, stimiamo il loro lavoro e la loro sete di musica. Ci piace vedere che ci siano ancora band che rischiano, si fanno chilometri su chilometri per suonare, essere ascoltati e tenere vivo un sottobosco che ha tanto da dare e troppa poca gente interessata in confronto alla loro passione.. Nomi meno nuovi, ma necessari per questo concetto sono Extrema, Pino Scotto, Hormonauts, Lacuna Coil e mille altri ovviamente.. In Italia la passione esiste solo che se ne accorgono sempre di più all’estero e sempre meno nel nostro paese. Per essere speciali o comunicativi non bisogna per forza essere stranieri e essere Italiani non vuol dire per forza essere di serie B. Se ci fosse più interesse e quindi più possibilità saremmo a pari livello con gli Inglesi o gli Americani. ma questa è una cosa che nel nostro paese non succederà mai. Sarò disfattista ma non vedo sbocchi in questo paese dove la cultura si è fermata con la letteratura e la pittura di un milione di anni fa e che rende il nostro paese affascinante agli occhi del mondo. Ora siamo diventati il paese dei film di natale, di Maria Defilippi, dei Reality show e di tutte quelle cose che rendono il cervello una cosa superflua nel nostro corpo.


Un saluto
Un saluto dai The Fire e un sincero ALZATE IL CULO GENTE E ANDATE A VEDERE I CONCERTI!!!! magari dimenticando le tribute o coverband… altro tasto dolente della musica in Italia che forse non è il caso di affrontare in poche righe.

lunedì 1 febbraio 2010

Eels - End Times (Vagrant, 2010)

E Mr E infila di nuovo la palla nel sette.
Le metafore calcistiche, se decidesse il sottoscritto, andrebbero abolite dalla musica e dalla lingua italiana, ma che fare quando questo sport e tutta la sua carica quasi destrutturalizzante sono talmente parte della nostra cultura da meritarsi più attenzione di qualsiasi altra cosa? Allora continuiamo così. Il falso conformismo tanto per rendere più originale una recensione ci sta no?

La carriera di Mark Oliver Everett è priva di autoreti, né falli ne sgambetti al suo personaggio, sempre a rincorrere il fantasma dell'originalità e del “sapersi rinnovare” che tanto sfugge alla maggior parte degli artisti che si vogliono fregiare di una lunga permanenza nello star system. Certo, siamo a livelli leggermente più bassi, ma Everett nel rock conta davvero.
Ce lo dimostra anche con questo disco, il più cantautorale mai sfornato, che inizia subito con la sofferente e struggente melodia di The Beginning, prima di sferrare l'asso felice Gone Man, una ballatina dai toni pop e fortemente votata alle atmosfere danzerecce del rock'n'roll vecchio stampo, antefatto di un disco interamente consacrato alla tristezza e alla malinconia. I toni più gioiosi, quelli di un Everett quasi gaudente con la sua chitarra acustica, arrivano nella bobdylaniana Mansions of Los Feliz e nella più indie-moderna Unhinged, che di certo non portano il buonumore. Dalla traccia di collegamento High and Lonesome, fatta di rumori di temporale e passi, allo strazio piano-voce di chiari richiami beatlesiani I Need a Mother, passando per la roboante On My Feet e i suoi toni sommessi vagamente pinkfloydiani, sempre per citare grossi nomi, si passano in rassegna tutte le fasi di una tristezza che per l'appunto si rifà alla morte dell'artista stesso. Il concetto alla base del disco è infatti questo, e titoli come Paradise Blues (il rockettone in stile Bruce Springsteen del disco, immancabile) e quello stesso del disco (con anche una title-track da sveno assoluto) non si impegnano più di tanto a nasconderlo. I testi quasi da vecchierello assopito in attesa di un sonno che forse sarà l'ultimo si ripercuotono sull'umore dell'ascoltatore come un uragano di lacrime, i concetti sono quelli della morte, dell'assenza di movimento e di vita (siamo sempre lì...), dell'andarsene via, della fine di tutto. Un disco da NON ascoltare se vi ha appena lasciati la ragazza, se vi è morto il gatto, se avete scoperto di avere una malattia incurabile. Cinismo? No, un semplice consiglio.

Poche battute sul duemiladodici per favore, anche i musicisti ne avranno le scatole piene, come tutti noi. End Times è un gran disco, leggemente inferiore a Hombre Lobo e ad altre perle del buon Mr E, ma di certo lascerà il segno in questo già fortunato duemiladieci, intimistico quanto non mai laddove la musica triste segna il passo della crisi, della cassa integrazione, dei licenziamenti di massa. Musica per Termini Imerese. Speriamo non sia terreno fertile per una nuova ondata di falsi emo disgraziati alla ricerca di ragazzine e denaro facile, l'importante è avere nel cassetto qualche disco di Mark Everett da inserire nello stereo quando avete voglia di bella musica.
Fischio finale.

Voto: 8- 

venerdì 29 gennaio 2010

No Seduction - S.P.U.P.P.A. (autoprodotto, 2009)

I No Seduction, trio della provincia di Venezia (Chioggia per la precisione), rilascia un EP dal titolo ironico, “S.P.U.P.P.A”, sparando in faccia al potenziale ascoltatore appena cinque tracce (più cinque remix) di dance-punk come qualche band inglese già ha fatto, ma con un approccio minimale e volutamente “simpatico” che stupisce. A chi ha ascoltato i Klaxons o i nostri connazionali Trabant, un po' di electro rock come si deve, sempre dal Triveneto.
C.I.A., primo pezzo, è una ballata dal piglio molto commerciale, che difficilmente ci si toglierà dalla testa. Interessante anche nei due remix, anche se la migliore resta l'originale suonata direttamente dai tre. Si continua con Spend Money, Stay Cool che inizia con un ritmo semplice molto synth-pop, per poi prorompere in quell'electro rock caro ai già citati triestini, suonando in qualche frangente vicini anche ai Bloc Party. Paragoni a parte, un pezzo con un tiro pazzesco. Lo stesso potremo dire di Fried Fish, con una linea vocale che si insinua nella memoria in maniera indelebile. Tanto di cappello per We Won't Ever Find A Job e 1 2 3 4 5 6 7 8, dove la definizione di dance-punk all'inglese non si potrebbe dire più appropriata. Due brani ballabilissimi, complici comparto ritmico e linea vocale eccezionali e un apporto assolutamente azzeccato di sintetizzatori e distorsione. I remix sono un po' troppo dance, e rischiano di far travisare il senso di un EP come questo, però si riconosce una certa qualità nella rielaborazione dei brani. Solo per fanatici.

I No Seduction probabilmente non puntano neanche troppo in alto, ed ecco perché si meritano molta attenzione. Sanno le loro potenzialità e le mettono in gioco, utilizzano gli strumenti della rete per diffondersi, e con la loro simpatia e i loro beat da panico stanno facendo ballare tutti quelli che incontrano. Meglio di così? 

Voto: 7.5 

giovedì 28 gennaio 2010

Kobayashi - In Absentia (Corasong, 2009)



KOBAYASHI IN ABSENTIA non si esprime comprimendosi sui vostri altoparlanti, ma è un invito a tornare ad un ascolto più reale e dinamico della musica e dei suoni. Se non avete problemi a riguardo alzate il volume del vostro impianto stereofonico.

Quasi naturale era aprire la recensione con questa descrizione che la band stessa da del progetto all'interno della confezione. In effetti i Kobayashi (all'anagrafe Flavio Andreani, Nicola Bogazzi e Andrea Marcori) non fanno musica come il novantanovepercento di voi intenderà, ma ha deciso di giocare con i suoni come fossero plastilina, distorcendoli, modificandoli, piegandoli al loro volere e soprattutto facendo uso di sintetizzatori, vocoder, theremin, marimba e glockenspiel, unendo quindi qualche strumento più “vintage” (ma comunque poco comune) alla nuova guardia della tecno-musica, qui usata in maniera definibile quasi impropria.
Il primo pezzo, “Air Motel” esplode dopo quattro minuti di noise puro in qualche distorsione, il primo cenno di presenza di alcune timide chitarre mentre fischi quasi di vento in galleria si percorrono in forte effetto stereo. Apprezzabile “ad alto volume”, come suggeriscono. Non c'è traccia in questo primo brano dai sapori lontanamente post-rock da camera del sound molto “abrasivo”, come lo definisce l'etichetta stessa, che li contraddistingue, anche se si percepisce un tentativo di crescendo che non è mai finalizzato, ma resta sempre lì sul filo di esplodere, quasi a voler creare tensione (o confusione) nell'ascoltare più disattento, quello che cerca le soluzioni più prevedibili. Ma a sette minuti un nuovo cambio, nuovo tempo, nuovi riff. Si crea quell'effetto di spiazzamento che perdurerà anche negli altri tre pezzi. In particolare, “Vendramin?”, un viaggio electropop quasi, anche se la batteria non è sintetizzata come una definizione così farebbe presumere, senza punti di riferimento, in continua evoluzione. Le sue linee di basso e di synth precise e mai banali, che si sovrappongono man mano che il pezzo continua creano quasi un senso di straniamento, la rendono un vero capolavoro. Ma non osate spegnerlo prima della fine, o vi perderete le poesie di Laura Pugno, ospite d'onore in questo “In Absentia”.
Ma diciamolo, il brano più interessante di questo disco non esiste. Nel senso che non va cercato. E' un lavoro da digerire interamente, come un'unica opera d'arte (non per niente suonato come “evento collaterale” alla Biennale di Venezia nel Giugno del 2009). Scoprirete in “Détournement”, col suo inizio molto catchy, che continua poi con un giro basso più o meno tirato per tutto il pezzo, salvo alcuni guizzi di “sperimentalismo” che ne annebbia l'orecchiabilità, che non sapete mai cosa aspettarvi da questi Kobayashi. Per ogni cambio di tempo un sintetizzatore in più arriva per stupirvi, il suono annacquato da tastiere flebili che si aggiungono quando pensavate che sarebbe arrivato uno stacco vi può lasciare senza parole. In sé il brano è molto solido, fatto di un corpo unico, ma le innumerevoli variazioni sul tema lo rendono veramente magnifico e teso.
Il disco si conclude con una canzone dall'inizio vagamente post-rock, nel vero senso del termine, crescendo, con numerosi cali di aggressività centrali, fino all'esplosione finale, quasi come una tempesta che sorprende la gente che prima si stava godendo il sole più caldo e luminoso mai visto. Le chitarre si intrecciano in maniera perfetta, quasi sinuosa, nelle distorsioni che puntualmente richiamano Mogwai e gruppi analoghi, senza però riferimenti precisi e senza mai dare l'idea di scopiazzare. Insomma i Kobayashi sono semplicemente i Kobayashi.

Una recensione così lunga vuole intendere solo che su un disco come questo da dire ce n'è tanto, e conto di aver fatto un ottimo lavoro perlomeno nel riassumere tutto quello che ci sarebbe da dire (poi sul contenuto parola libera al lettore). Quasi come un trattato storico o una lunga dissertazione filosofica si potrebbe parlare per ore di un'opera come questa, ma una recensione deve essere sintetica e così si è tentato di fare. I tre toscani meritano una grande lode per aver prodotto uno dei dischi più innovativi ed artisticamente validi dell'anno, con l'unica nota di demerito, questa non da imputare ad un loro errore, che il disco non sarà apprezzato da tutti, soprattutto ai fan del rock più melodico e da classifica. Ma sono sicuro che non era questo il loro target. Fantastico. 

Voto: 9 

mercoledì 27 gennaio 2010

Fish and Clips #3

Salve a tutti.
Nel numero di oggi di Fish and Clips, rubrica arrivata già al suo terzo numero, postiamo cinque video casuali che l'autore (non mi va di nominarmi sempre...) ritiene "interessanti". Non sono video sconosciuti per cui non tacciatemi di banalità. Spero vi piacciano. Ecco un po' di nomi e link. L'embed è solo di un video per non intasare troppo il layout. Siamo per il risparmio.

Beastie Boys - Sabotage
Blur - MOR
The Verve - Bitter Sweet Symphony
Verdena - Isacco Nucleare (fan video) 

Radiohead - Paranoid Android



I registi dei video riportati meritano una menzione a loro volta. "Sabotage" dei Beastie Boys è stato diretto dal regista americano Spike Jonze, che tra gli altri videoclip degni di nota ha diretto anche Weapon of Choice di Fatboy Slim e Feel the Pain dei Dinosaur Jr. MOR dei Blur invece è stato girato da John Hardwick, che ha lavorato anche con Bluetones, Keane, Travis, Arctic Monkeys e per la versione due del video di The Saint degli Orbital (guardatelo).

martedì 26 gennaio 2010

Palkosceniko Al Neon - Disordine Nuovo (BJS Autoproduzioni/Box Populi, 2010)


Qualcuno ha detto che in Italia non esiste ricambio generazionale. Quest'idea effettivamente è uno stereotipo che viene aiutato a riprodursi anche dalla politica, che più che mai rappresenta il prevalere dei “soliti noti” e la sottomissione dei giovani. Ma nella musica la situazione com'è? In Italia l'attivismo musicale è passato tra i testi di cantautori (De André, Guccini, Gaber, ecc.), le scene punk “ribelli”(Banda Bassotti, Los Fastidios, i più orecchiabili Punkreas), penetrando qualche volta nel metal e nella commerciale. I Palkoscenico al Neon, di Roma, suonano come il giusto punto d'incontro tra tutto questo. La cultura politica e la grinta punk dei Punkreas (in frasi come “il terrore fascista non smette”) con basi musicali punk metal e sonorità tra il crossover e il thrash, pochi assoli, tanta potenza, testi impegnati e assolutamente di parte, senza paura di dire la propria. In sostanza, “Disordine Nuovo” è un disco in cui convergono perfettamente il piano ideologico e quello artistico della band.
Ogni brano rappresenta una sferzata d'aggressività, sia per il cantato e le parole (per lo stile paragonabili in qualche frangente ai sempre nostrani Linea 77) che per le grosse quantità di distorto che riempie ogni pezzo, con qualche passaggio che ricorda addirittura vecchie glorie metal come i Pantera (l'inizio di Lungo la Strada, alcuni riff in A Un Passo Da Me). Incubi rappresenta uno dei pezzi più potenti dell'opera, con una parte finale veramente d'impatto, di quelle che ti lasciano con un pungente senso d'interesse diretto alle esecuzioni live dei ragazzi, che chi scrive non ha avuto la fortuna di sentire. Tutti i testi sono storie a sé, dirette a temi sociali come la prigione, i più deboli, le persone in difficoltà. Lo stesso gruppo ammette che l'idea di fondo del disco è che questo mondo è dominato dalla massoneria, dalla religione e dal potere (idee di per sé facilmente collegabili l'una all'altra). Più che un'idea, un dato di fatto.
Valore musicale, ma anche “culturale”, quindi, in questa musica. Agli ascoltatori “dell'altra parte” che non gradiscono sentire i testi che non li riguardano più da vicino l'unico invito è quello di aprire gli occhi, e dare una chance ad una band che comunque ha voglia di spaccare e comunicare qualcosa. E forse le persone che hanno veramente bisogno di sentire le parole dei Palkosceniko al Neon sono proprio quelle che a primo impatto storcerebbero il naso. Un ottimo disco, di sicuro impatto, che si apprezzerà sicuramente nei concerti della band. 

Voto: 7.5 

lunedì 25 gennaio 2010

Francesco Guccini Live @ Padova 22 Gennaio 2009



Davanti a un mostro sacro come Francesco Guccini le generazioni scompaiono, con loro le differenze d'età e la storia che hai alle spalle diventa semplicemente una graziosa cornice alla grande poesia contenuta nei suoi testi. Settant'anni sul groppone e la voglia di divertirsi e di divertire come quella di un ragazzino, forse un attitudine un po' più “giovanile” per stare al passo con chi lo segue, qualche anzianotto e qualche famiglia con bambini nel pubblico a suggellare quell'aura di “assenza di tempo” che solo il cantautore modenese può dare.
Musicisti come Ellade Bandini alla batteria, Juan Carlos Biondini (il celebre Flaco) alla chitarra e Vince Tempera alle tastiere, ti garantiscono arrangiamenti ed esecuzione magistrali, così come il clima assolutamente caloroso e quasi “casalingo” che i “gucciniani” del pubblico sanno creare non può che migliorare l'atmosfera di un concerto già di per sé molto intenso. Nella scaletta non mancano le hit senza tempo La Locomotiva, in chiusura, Canzone per un Amica e Dio E' Morto, tra le poche canzoni in cui il buon vecchio Francesco si diletta ancora alla chitarra acustica. Le migliori per intensità live sicuramente la recente Don Chisciotte, Non Ci Saremo e gli inediti Il Testamento del Pagliaccio e Su In Collina, dedicata ad alcuni personaggi realmente esistiti della Resistenza bolognese. Un'esecuzione vocale notevole nonostante l'età, con poche imprecisioni nonostante l'approccio quasi d'improvvisazione che il cantautore tenta nel cantare i suoi brani, che rischia di tanto in tanto di mandare fuori tempo i musicisti. Ma con i nomi di cui sopra è impossibile, e il risultato è a dir poco eccezionale.
Spazio anche a qualche chiacchierata solitaria, sulla storia dei brani, sulla nostra situazione politica, freddure sulla statura di Brunetta. Insomma, un Guccini in grande stile, che non si stanca davvero mai di fare ciò che più che un lavoro sembra una vocazione (avevate qualche dubbio?) e che viene subito dal pubblico come il comportamento più naturale di una figura paterna, che con oltre quarant'anni di carriera ha fatto cantare e commuovere tutte le generazioni che ci sono passate, parlando non solo di politica ma anche di temi che toccano da vicino le vite di tutti. E questa sera, qualche lacrima, a qualcuno, sarà anche scappata. Francesco, essenzialmente, il miglior cantautore italiano ancora vivente. 


* foto di Martina Milan 

sabato 23 gennaio 2010

Simona Gretchen - Pensa Troppo Forte (Disco Dada Records, 2009)



Il panorama cantautorale italiano è, secondo i meno esperti, circoscritto a pochi nomi. I vecchi classici come Battisti, De André, Guccini, Gaetano, De Gregori, Tenco e Gaber (tra gli altri), e i nuovi giovani che si stanno aprendo una strada in questa categoria, in primis Vasco Brondi (che verrà citato altre volte in questa recensione). Si ignora una scena più sotterranea, con potenzialità più “complete” e possibilità di espressione praticamente infinite, figli delle porzioni di società da cui provengono (basti pensare a cosa racconta Dario Brunori nel suo primo disco post-Blume). Simona Gretchen da raccontare ne ha tante. Con una sincerità che, fusa con una rabbia giovanile dall'animo adolescenziale ma abbastanza matura da risultare “adulta” non solo nel sound, spiazza l'ascoltatore anche al primo “incontro”, ci consegna undici brani di imprescindibile valore artistico. Musicalmente vicina a Carmen Consoli e alla tradizione italica menzionata sopra, scrive testi a metà tra ira e lucidità (Cera), tra poesia e diario personale (Due Apprendisti), con riferimenti piuttosto frequenti alle esperienze di vita e agli stati di disagio che murano la via all'uomo davanti ad alcune situazioni che tutti possiamo capire e condividere (testi impegnati come O Nostre Pelli e Ieri ne sono un esempio lampante).
L'anima del disco è rock, anche se musicalmente i toni sono sempre piuttosto pacati, esprimendo tensione solo in pochi rari episodi come nella già citata Ieri e tramite la distorsione leggera ma graffiante di Fockus, dove spicca una rabbia paragonabile a quella di Brondi e le sue Luci della Centrale Elettrica (e nondimeno al suo mentore Canali). Un confronto mica da poco, nonostante si possa considerare il songwriting di Simona molto più profondo (a livello di testi e tematiche) e più originale anche musicalmente, utilizzando una gamma di accordi e di suoni molto più vasta del giovane ferrarese.
La Gretchen ha già ricevuto una discreta attenzione dalla critica e questo disco ne è una conferma assoluta, una tela da pittore scarabocchiata da parole messe in fila con una violenza verbale degna di nota e frutto di una voglia di dire la propria che ha pochi rivali in questa scena italiana che, per quanto riguarda la cantautorale, si sta ampiando notevolmente, complice magari questo periodo di crisi. Disco bellissimo. 
Voto: 8.5 

venerdì 22 gennaio 2010

Ok Go - Of The Blue Colour Of The Sky (Capitol Records, 2010)


Se siete di quelli che giudicano un gruppo dal singolo di debutto o dall'estetica, passate parola. Gli OK GO non fanno per voi. Il panorama indie inglese (americano se parliamo di loro) partorisce sempre progetti interessanti impacchettati già per passare di moda, ma gli OK GO di QUESTO disco non fanno certo parte di quel gruppetto. Se parlassimo del periodo “tapis roulant”, seppur buono, saremo ancora in quell'ambito abbastanza “indie rock insipido” da gustare solo se sei un lettore di NME, ma qui si inizia a sperimentare. Non come hanno fatto gli Strokes per il terzo disco. Di più, molto di più.
Il singolo, WTF?, in apertura di disco, spiazza immediatamente. Il gruppo è completamente cambiato. Poco commerciale per essere uno degli estratti, ma con un groove da paura (un cinque quarti come non se ne sentivano da tempo nelle chart), anacronistico, elegante. Salti nel passato continui (All Is Not Lost e Back From Kathmandu), intermezzi da country del triste cantastorie di turno (Last Leaf), giochi di vocoder neanche troppo aggraziati (Before the Earth Was Round). L'unico pezzo che si avvicina al vecchio stile della band è Needing/Getting, anche se non contiene nulla di quel power pop fin troppo melodico da essere ricordato. In effetti brani come questi ci fanno capire dove sta la differenza: i coretti quasi beatlesiani, i tempi più complessi, una struttura generalmente molto studiata, suoni incredibilmente pieni. Tutto quadra. Anche la semi-elettronica assolutamente fuori dal tempo (citiamo i Bluvertigo su un disco americano, eh beh?) di White Knuckles e End Love stupisce, e il caleidoscopio un po' si scalda con toni di reminiscenza nostalgica da eighties. Con i suoni dei novanta. Ma ve lo aspettavate? Psichedelia in ogni forma. A concludere In The Glass, tra Grandaddy e Wilco, duo comprensibile se pensate che poteva cantarla Bjork e sarebbe stato comunque un brano memorabile (nulla contro l'eccentrica islandese, per essere chiari).
Esperimento riuscito, azzeccato in ogni dettaglio, colpevole di venire fuori dalle menti di quattro musicisti simpatici, con una particolare attenzione ai videoclip che li ha catapultati nello star system prima ancora di poter dimostrare la loro vera vena artistica, la maturità che questo “Of The Blue Colour of the Sky” dimostra appieno. Superdisco. 

Voto: 8.5 

sabato 16 gennaio 2010

Alec Ounsworth - Mo Beauty (Anti, 2009)


Mo Beauty” è come una tavola cromatica. Un'occhiata gettata velocemente ti fa vedere qualche sfumatura, le nuances più evidenti, quelle che balzano all'occhio, ma scrutandola attentamente si riesce a cogliere qualcosa di più. Questo per dire che assimilare questo disco ed associarlo ad un giudizio non è cosa da fare al primo approccio, sebbene non si parli certo di musica complessa, progressive o roba simile. La pop-wave, come alcuni la definiscono, panorama rifiorito in America anche grazie ai lavori precedenti di Alec, ha tra i suoi maggiori esponenti proprio Ounsworth, anche se non per questo si può parlare di un disco eccellente o di quelli che “vadano” ricordati. Se lo si ricorda, sarà per gusto personale, niente di più.


E' come un filo che passa dalla nostalgia new-wave, ai giubili di Mika interrotti da Thom Yorke e la sua malinconica, psicotica e quantomai teatrale voce (in Idiots in the Rain, mentre altri echi di Radiohead risuonano in Bones in the Grave, quasi un pezzo espulso a forza dal vecchio, ormai, “Ok Computer), impregnandosi anche della tenerezza del British pop di Holy, Holy, Moses, che strizza comunque l'occhio a quelle atmosfere sudiste che si apprezzano nella cantautorale statunitense (e ancor di più in South Philadelphia). Ballad country come What Fun sono difficili da scordare, e forse si possono classificare come singoli pregni di una tristezza sommessa che raggiungerà emotivamente molti ascoltatori. Il problema è che il disco emoziona solo in alcuni frangenti, risultando spesso freddo, ed oltre al momento appena indicato sono pochi gli altri attimi di contatto musicista-ascoltatore (certo, è importante solo per alcuni...) e forse bisogna aspettare Obscene Queen Bee #2, con le sue reminiscenze eighties e nineties, per togliersi il sorriso, ancora una volta.

Il disco è vario, tra il country, la musica popolare, il brit-pop e la new wave, sempre con i contorni rock che delineano praticamente tutta la carriera di Alec Ounsworth. Non si tratta certo di un capolavoro (anche se si può parlare di una produzione ben sopra la media), ma ascoltarlo più volte può comunque far scoprire una vena compositiva notevole (non una novità), una necessità di variare il suono anche quando gli accordi di base delle canzone “sono i soliti” (grazie a fiati, tastiere, ecc.), e testi da vero rocker d'oltreoceano. Citare Philadelphia e New Orleans serve a poco quando la tua vera ispirazione è Tom Waits, dalla California (Pomona), ma non chiudiamola qui. Diamogli una possibilità, il disco ha il suo valore, al di là del già sentito che comunque pervade tutte e dieci le tracce.
E nel lettore il disco gira, gira, gira. 

Voto: 7- 

giovedì 14 gennaio 2010

Githead - Landing (Cargo Records, 2009)


I Githead sono una di quelle band che si forma dall'unione più o meno sincera di componenti provenienti da frontiere simili (mah...come gli Alter Bridge? Si ok non c'entrano proprio niente avete ragione, però ci siamo capiti), in questo caso dal mondo del post-punk. Bastava dire superband o supergruppo, ma sono troppo abusate come espressioni. Un po' come l'accezione “indie”. Si tratta di Spigel e Franken direttamente dai Minimal Compact, Colin Newman dei celeberrimi Wire e Scanner, cioè Robin Rimbaud, famoso ormai da quasi trent'anni nella scena dell'elettronica per le diavolerie elettroniche che porta sul palco (in primis cellulari, quando ancora non erano un fenomeno di massa).
Questo disco non ha di per sé niente di cui sorprendersi se non l'onestà con cui Wire e Minimal Compact si fondono, creando un prodotto volendo simile ma forte di suoni più moderni, al passo coi tempi, più vicini alle sonorità alternative che nel 2009 vanno tanto di moda anche per chi tenta di proporre ancora generi “vecchi”. Il vintage fa sempre figo. E' così che si apre l'album, con Faster, primi quattro minuti strumentali del disco, incipit ballabile ad un lavoro poco vario ma che riesce comunque a dare una visione a 360° del progetto Githead (anche per chi non ha ascoltato i tre album precedenti). E' un pop elettronico, quasi krautrock, a fare da cornice alla musica, con groove di batteria e di basso molto lineari, squadrati e che in alcuni tratti ricordano addirittura i primi lavori dei Devo (l'intro di Before Tomorrow). So che non serviva dirlo, ma occorre specificarlo: i rimandi e le reminiscenze prettamente eighties non mancano, come in Landing e in From My Perspective, che racchiude anche qualche sprazzo di new wave nei sintetizzatori molto aggraziati che ornano il brano. Riff easy-listening zero, nonostante gli schemi compositivi abbastanza semplici. Sprazzi di Stereolab negli echi della conclusiva Transmission Tower e in Lightswimmer, dove prevale, come nel resto del disco, un assetto quasi minimalista nella costruzione dei brani, senza fronzoli e con gli accenti posizionati su alcune parti che si devono, questo nelle intenzioni della band, marchiare a fuoco nella mente dell'ascoltatore.
Questo “Landing” è un disco di per sé emblematico. Va digerito con qualche ascolto ponderato e libero da stereotipi, perché etichettarlo post-punk è veramente riduttivo. Gli ingredienti sono molto più numerosi e i Githead hanno fatto un gran lavoro a trasformarli con un loro approccio personale in un prodotto valido e dall'aria nuova, nonostante le influenze affondino tutte le loro radici in percorsi seguiti particolarmente negli anni delle zeppe e dei pantaloni a zampa. Insomma, tanto tempo fa. Ormai lo possiamo dire.
Un disco apprezzabile, magari non il capolavoro che ci si aspetta da certi nomi, ma senza sbavature.

Voto: 7+