domenica 27 marzo 2011

Frank Zappa - Civilization Phaze III (Barking Pumpkin Records, 1994)


Non è facile parlare di un disco come questo. La mia passione per la musica di Frank Zappa non è per niente nascosta o nascondibile, ma questo disco è qualcosa di oltre anche per lui. E' in tutti i sensi l'ultima fatica di Zappa. Gli ultimi anni della sua vita, a malattia già iniziata, li ha spesi soprattutto per ultimare questo progetto. Innanzitutto vediamo di capire perché questa è la parte tre indicata nel titolo. La prima parte sarebbe il disco dei Mothers of Invention "We're Only In It For The Money" (splendida parodia del mitico "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei The Beatles, dei quali parleremo in un secondo momento in un editoriale apposito) e la seconda "Lumpy Gravy", il primo lavoro accreditato al solo Zappa.
In realtà di "We're Only In It For The Money" c'è poco o niente in questo album, mentre i legami con "Lumpy Gravy" sono molto più forti. Stiamo parlando ovviamente delle "voices inside the piano" e la loro trama. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, si tratta unicamente di un esperimento sonoro di Zappa. All'età di 9 anni, il piccolo Frank notò al funerale di sua nonna che le candele rispondevano ad alcune note di organo muovendosi in un certo modo. Scoprì quindi che parlando all'interno di un piano, in base alla nota che la voce fa, la corda che produce la nota corrispondente vibra. Se volete un esempio analogo provate a parlare a voce alta davanti ad un termosifone, ad esempio.
Affascinato da questo, Zappa quasi vent'anni dopo (nel 1967) registrò molte conversazioni senza senso fatte da alcuni collaboratori con la testa dentro ad un piano. La trama non ha molto senso in realtà, ma in questo caso è secondaria: si parla semplicemente di una possibile umanità che viene rapidamente trasformata in maiali e pony che controllano il mondo, e di modi per capire come evitare tutto ciò. Il fatto poi che molti dialoghi siano frutto di taglia e cuci tra voci registrate nel 1967 e nel 1991 rende ancora meno comprensibile tutto ciò. Ciò che interessava a Zappa maggiormente però era l'essenza del suono particolare che hanno tali voci una volta fatte risuonare all'interno della cassa di risonanza di un piano.
L'umorismo che contradistingue Zappa è quasi completamente assente: qualche nonsense volgare in varie lingue su "This Ain't CNN", il titolo di "Dio Fa" (anche se la composizione è tutto meno che divertente) e uno stravolgimento di "In The Navy" dei Village People (irriconoscibile comunque) nella traccia "N-Lite".
Uno dei requisiti per riuscire ad apprezzare questo disco è tenere in mente il momento in cui è stato fatto: Frank Zappa, al momento della produzione del disco, aveva infatti un cancro allo stato avanzato, sapeva che non sarebbe durato molto e non fa niente per nasconderlo in questo album. L'atmosfera è infatti cupa e oscura e la musica è complicata, ostile e di difficile ascolto persino per i fan di Zappa più accaniti.
Zappa non riuscì a vedere questo album nei negozi (Frank morì il 4 Dicembre 1993 e questo disco è uscito il 2 Dicembre 1994, quasi un anno dopo), ma quantomeno riuscì a terminarne una stesura definitiva.
La musica è eseguita quasi interamente al synclavier (aggegio elettronico che Zappa usava per comporre e che utilizzò spesso negli anni 80 nei suoi album. Diversamente dal solito ha però suoni veri campionati, invece di frequenze sintetizzate), con l'ausilio dell'orchestra Ensemble Modern che più volte ha collaborato con Zappa negli ultimi anni della sua vita.
I momenti di maggior interesse sono la già citata "N-Lite", "Put a Motor on Yourself", "A Pig With Wings" (un momento quasi distortamente e perversamente sensuale), "Buffalo Voice", "Dio Fa" e "Beat The Reaper", probabilmente le tre cose più spaventose e agghiaccianti che si possano trovare in un album di Zappa.
Questo ultimo brano in particolare, sembra essere la morte di Zappa espressa in musica. La morte vista dal punto di vista di un uomo che sa di stare per morire è molto diversa dalla morte vista dall'esterno, e si tratta più che altro di un brano paranoico, assurdo, nel quale si mischiano vari elementi apparentemente incompatibili tra di loro e che pare non avere una soluzione propria. In aggiunta a tutto questo, in sottofondo al brano c'è un incessante rumore di pioggia, che prosegue anche nella traccia successiva e di chiusura dell'album, intitolata "Waffenspiel": 4 minuti di rumori di temporale, spari, aerei che passano e latriti di cani. E' già di per se un finale inquietante perché non c'è niente di ciò che ci è rimasto familiare per i 110 minuti precedenti: né le voci, né la musica, solo rumori distanti. Ma, tenendo conto che non è solo il finale dell'opera, ma il finale dell'intera discografia Zappiana, e in un certo senso della vita di Zappa allora acquista una vena disturbante e spaventosa.
E' un disco terribilmente difficile, non adatto al fan casuale e ancora meno a chi non conosce quasi per niente Zappa. Tuttavia, per lo scolaro Zappiano è semplicemente essenziale, ed è un album che dimostra perché Zappa, nonostante il suo senso dell'umorismo particolare e la sua vena goliardica non va assolutamente considerato un artista demenziale.
Un disco da sviscerare, studiare e ascoltare ancora, ancora e ancora.

Voto: 9

lunedì 14 marzo 2011

PFM - Chocolate King (Numero Uno, 1975)


PFM, non credo ci sia bisogno di presentazioni eccessive. Una delle più grandi realtà del Progressive Made In Italy, uno di quei gruppi che in realtà compete anche con i più grandi di questo genere, insomma un nome, una garanzia. Iniziarono sotto il nome de "I Quelli"; erano canzoni più che altro Rock'n'Roll che Progressive ma già si intravedeva da parte di ognuno destrezza nello strumento. Ogni componente all'interno del panorama italiano risulta tra i migliori in assoluto. Storia Di Un Minuto (1972) è il primo album e tra l'altro il più ricordato soprattutto per la presenza di canzoni come "La Carrozza Di Hans", "E' Festa" e "Impressioni Di Settembre", vere icone di questa band, canzoni sempre riproposte in live. Il gruppo in futuro cercherà successo all'estero e vincerà per due volte il premio come miglior gruppo emergente sulla stampa Inglese pubblicando anche per l'etichetta discografica creata dagli Emerson, Lake and Palmer, la Manticore. Per l'approdo della musica Progressiva Italiana anche sulla west coast la PFM decide di andare alla ricerca di un frontman e lo troverà in Bernardo Lanzetti, chiamato dai fan "The Voice Impossible", il Gabriel italiano, ex cantante in quel momento degli Acqua Fragile. Il risultato sarà un bottino di tre album straordinari ma forse anche fin troppo sottovalutati, alla fine infatti la band deciderà di tornare a lavorare in Italia ma soprattutto di tornare a cantare in Italiano con Passpartù (1978).

Il primo album dell'era Lanzetti rimane storico, Chocolate Kings è uno dei pilastri del Prog Italiano, ma messo molto da parte. From Under è il brano d'apertura in cui la voce di Lanzetti è perfetta e precisa perchè amalgama sinuosamente momenti più soft a pure esplosioni Rock, lo strumentale è tutto affidato nelle mani degli altri membri, Mauro Pagani al Violino e Flauto Traverso spesso è protagonista e si scambia con il virtuosismo di Mussida e Premoli, chitarra e tastiera fino ad arrivare a Franz Di Cioccio dove in alcuni momenti lascia intravedere degli autentici solo di Batteria; da non ti menticare lo straordinario Patrick Djivas, immenso bassista che arrivò nella band dagli Area, insomma mica poco. Il ritmo, nei frangenti più spinti è incalzante, veloce e persuade l'ascoltatore. Harlequin forse è il brano più bello dell'album, poche volte riproposto live ma ultimamente ripresentato anche al Prog Exhibition a Roma. Cosi come in quasi tutte le canzoni dell'album c'è un esplosione nella parte centrale, questa volta contrassegnata da un accelerazione repentina che porta a una mutazione quasi in chiave Hard. Non a caso si diceva che al posto di Bonham i Led Zeppelin provarono a chimare proprio Di Cioccio. In assoluto Chocolate Kings è la canzone che ha la funzione di simbolo, non a caso è la title track dell'album. Non sarà la più bella ma è sicuramente quella che avrebbe in un live l'effetto di una "E' Festa" perchè porta a smuovere il pubblico. Suonata pochissime volte dal vivo, anche perchè è impossibile per Di Cioccio arrivare alle tonalità di Lanzetti, tuttavia un'ottima riproposizione proprio con Lanzetti la troviamo nel cofanetto 10 anni live (1996), diviso in 4 cd, una raccolta di live a partire dai tempi delle cover di Jethro Tull e King Crimson. Out Of The Roundabout, il brano successivo, è quello più riproposto dal vivo, praticamente in ogni concerto, oggi però è Lucio Fabbri, che tra l'altro sostituisce egregiamente Mauro Pagani che abbandonò il gruppo già da Jet Lag, a interpretarla. Paper Charms è il pezzo più lungo, quasi 9 minuti, e pensare che la PFM raramente è arrivata, nonostante la grandezza, a comporre un brano di 10 minuti. Comunque sia, anche Paper Charms per la sua complessità è uno di quei brani che in live, riproposto ad un pubblico esperto farebbe davvero colpo. E' un brano che bisognerebbe risentire perchè inizialmente quasi colpisce di meno però è proprio in questo che sta la caratteristica del Progressive, più si riascolta più si scopre qualcosa, il pluriascolto di un pezzo aiuta a percepirlo e ad apprezzarlo maggiormente.

Chocolate Kings verrà criticato in America e non molto preso bene probabilmente per i testi, quelli che parlano della cosi detta "mamma cicciona che va in giro col mitra e la cioccolata" simboleggiante proprio gli USA. Lanzetti rimarrà poco tempo, solamente tre album, il secondo, Jet Lag (1977), sarà molto più ispirato al Jazz, il terzo, Passpartù sarà un capolavoro di ritmica, tra l'altro con una bellissima copertina. Le redini andranno in mano a un grande Di Cioccio, leader carismatico e dalla ottima voce oltre che grande batterista. La band subirà però un calo, Suonare Suonare (1980) è amato da alcuni e non aprezzato da altri, cosi come Miss Baker (1987), mentre PFM?PFM! (1984) rimane di sicuro il più brutto e meno Progressive album della band che come altri gruppi Prog negli anni '80 a perdere colpi e a diventare più "semplice". Il ritorno avverrà nel 1996 con uno splendido Ulisse (1996) seguito da altri capolavori fino ad arrivare a un nuovo addio di Premoli che già lasciò la band dopo Suonare Suonare. Come vedete c'è tanto da dire, sono un'emblema della MUSICA Italiana, parliamo di musica in maiuscolo attenzione! E l'impressione è che questi "vecchietti" non la manderanno a dire perchè in fondo sono ancora giovani dentro.
VOTO: 8 1/2

mercoledì 16 febbraio 2011

No Strange Delight - Un approfondimento sui Roxy Music



Il primo album dei Roxy Music è stato pubblicato nel Giugno 1972, ma la storia inizia nel Novembre 1970, quando Bryan Ferry, giovane insegnante di ceramica in una scuola femminile viene licenziato perché, invece di fare lezione, fa ascoltare musica alle sue studentesse. Il giovanotto, che nel tempo libero suona il pianoforte e canta, decide assieme al suo amico bassista Graham Simpson di pubblicare un annuncio per cercare un tastierista con cui portare avanti un progetto musicale. Contemporaneamente, Ferry fa un audizione per entrare nei King Crimson (si parla più o meno del periodo antecedente a "Islands"). Robert Fripp e Peter Sinfield decidono che la voce di Ferry non va bene per i King Crimson, ma restano abbastanza impressionati da lui da garantirgli un contratto con la E.G. Records, nel caso avesse bisogno.
Poco tempo dopo risponde all'annuncio un giovane insegnante di musica della Holland Park School, Andy Mackay, il quale però non suona le tastiere, bensì il sassofono e l'oboe anche se è possessore di un sintetizzatore VCS3. Mackay già che c'è porta a bordo un amico di università che presto farà parlare di se, Brian Eno, il quale anche se non è un vero e proprio musicista ha una visione interessante dell'arte, è in grado di adoperare il VCS3 di Mackay per manipolare i suoni del gruppo e sa cantare abbastanza bene da riuscire a fare i cori. Inizialmente Eno ha puramente funzione come tecnico del suono, ma ben presto diventa membro ufficiale. Dopo qualche tentativo fallito, vengono reclutati anche il batterista Paul Thompson e il chitarrista Davy O'List, precedentemente membro dei The Nice. Il gruppo prende così il nome di Roxy, un miscuglio tra "rock" e "sexy", ma dopo aver appreso che un gruppo Americano chiamato così esiste già, il nome del gruppo viene mutato in Roxy Music.
Grazie alla pubblicità del giornalista di Melody Maker Richard Williams, e al supporto del mitico DJ della BBC John Peel, la band registra la sua prima BBC session il 4 Gennaio 1972 (con i brani "Re-Make/Re-Model", "If There Is Something", "The Bob (Medley)", "Would You Believe?" e "Sea Breezes", tutti pezzi che in arrangiamenti leggermente differenti appariranno sul primo album). Poco dopo la session, in seguito ad alcuni fraintendimenti con il batterista Thompson, O'List lascia e viene sostituito permanentemente da un chitarrista mezzo Inglese mezzo colombiano, Philip Geoffrey Targett-Adams, che si fa chiamare Phil Manzanera. Con questa formazione la line-up classica dei Roxy Music (Bryan Ferry alla voce solista e al piano, Phil Manzanera alla chitarra, Andy Mackay ai fiati, Graham Simpson al basso e Paul Thompson alla batteria) nel Marzo 1972 registra il primo omonimo album.


FOR YOUR PLEASURE: THE EXPERIMENTAL YEARS (1972-1973)





Roxy Music (Island, 1972)

Fin dal primo album era chiaro che i Roxy Music volevano unire i loro differenti background musicali per creare un sound unico che però attingesse da diversi stili. "If There is Something", un brano dove per sei minuti succede di tutto, e nei quali diverse sezioni musicalmente diverse tra di loro sfociano l'una nell'altra in maniera pressoché perfetta, è parecchio esemplificativo. Un altro brano degno di nota, per lo stesso motivo, è l'ostica e avanguardistica "The Bob (Medley)", il brano dove la presenza di Eno è maggiore, contente un ottima prova chitarristica di Manzanera. Tale contrapposizione, un po' diluita, è presente anche in "Ladytron", che, dopo un introduzione atmosferica alterna ad una strofa pop, degli interventi strumentali tipicamente prog. "Sea Breezes" in un certo senso si potrebbe definire un po' il magnum opus del disco, maestosa nell'involucro e cervellotica nell'interno. Tra le canzoni più tradizionali sicuramente spicca "2HB", affettuoso omaggio a Humphrey Bogart, con la sua cadenza rilassata, quasi acquatica. Sicuramente i Roxy Music sono partiti col piede giusto, e questo disco è certamente uno tra i migliori album d'esordio di ogni gruppo.

Il bassista Graham Simpson diviene ogni giorno sempre meno interessato al gruppo e alla musica e sempre di più al Sufismo, cosicchè viene sostituito da Rik Kenton. Poiché l'album d'esordio non conteneva nessun 45 giri, il gruppo, con questa formazione, torna in studio di registrazione per registrare "Virginia Plain", un allegra canzoncina, tanto orecchiabile quanto bizzarra che diventerà presto uno dei classici del gruppo; apparirà inoltre in quasi tutte le ristampe (LP comprese) dell'album di esordio. Kenton però, inaspettatamente, lascia il gruppo, il quale decide che da ora in avanti non avrà più un bassista stabile. Viene reclutato come special guest John Porter, e il gruppo registra un nuovo album, intitolato "For Your Pleasure", degno di nota anche perché la gentil donzella che appare in copertina altri non è che Amanda Lear. Il disco viene anticipato dall'uscita del 45 giri "Pyjamarama", che segue le orme di "Virginia Plain" quanto canzone orecchiabile e bizzarra, ma i risultati di vendita ottenuti non sono gli stessi e il brano non viene inserito su album.


For Your Pleasure (Island, 1973)

Meno variegato del primo album, "For Your Pleasure" resta comunque un disco di grande interesse, non solo per la pregevolezza delle composizioni, ma anche perché il disco è intriso di un sound oscuro, quasi gotico, che non si ripeterà più nei dischi successivi. Il che è particolarmente notabile su "In Every Dream Home a Heartache", uno dei più alti vertici mai raggiunti dai Roxy Music, una disperata invocazione di una persona che vive nel lusso, la cui unica compagnia femminile è rappresentata da una bambola gonfiabile (vi sembra ridicolo? leggete il testo e sentite la musica e il tono di voce che lo accompagnano), ma anche sul lungo racconto di uno stupro "The Bogus Man" e sull'invocazione post mortem "Strictly Confidential". Impossibile non citare anche la splendida title-track, dove le personalità di Ferry e di Eno si scontrano bruscamente, il primo rassicurante e galante, il secondo inquietante e sperimentale.

Se queste differenze tra Eno e Ferry funzionavano dal punto di vista musicale, senza dubbio non lo facevano dal punto di vista umano. A Eno piaceva sempre di meno stare sul palco, e le divergenze con Ferry diventano ogni giorno più grandi fino a che Eno non esce dal gruppo. Manzanera, Mackay e Thompson non sono soddisfatti per niente di questo e per poco non lasciano a loro volta.


SERENADE: THE ART ROCK YEARS (1973-1976)




Il sostituto di Brian Eno è un giovane diciannovenne, Eddie Jobson, che chi segue questo blog ormai dovrebbe conoscere bene. Nonostante la giovane età, Jobson aveva già sul curriculum i Curved Air, e si trova a coprire il ruolo di Eno, quello di Ferry al piano (che si concentrerà unicamente sul canto) e il suo, innovando il sound dei Roxy Music con l'aggiunta del violino elettrico. Nonostante Manzanera, Mackay e Thompson siano estremamente irritati per l'abbandono di Eno e per la manipolizzazione di Ferry, riconoscono in Jobson un grande talento e infatti nei loro progetti solisti, tra i vari musicisti comparirà anche il nome del giovane Eddie. Il basso, per tutti gli anni successivi, in studio è suonato da John Gustafson, bassista parecchio talentuoso che però decide di non entrare in pianta stabile nel gruppo. Dal vivo il ruolo di bassista, oltre che dallo stesso Gustafson, è ricoperto da Sal Maida, Rick Wills e soprattutto John Wetton, un nome una garanzia.


Stranded (Island, 1973)

Anche se, chiaramente, i Roxy Music erano più Ferry che Eno, l'abbandono di quest'ultimo sicuramente ha fatto cambiare un po' le cose. Le composizioni contenute in questo ottimo "Stranded" hanno tutte l'inconfondibile timbro Roxy Music, ma appunto risentono della mancanza dell'elemento bizzarro che la presenza di Eno dava. Tuttavia la presenza di Eddie Jobson dà una certa professionalità e solidità che prima non c'era, che in parte bilancia le cose. Se da un lato è il primo album a contenere il primo vero passo falso dei Roxy Music (l'insopportabilmente lunga e pomposa "Psalm", anche se pare che sia stato il primo brano in assoluto composto da Ferry), i rimanenti sette brani sono tutti di qualità sopraffina, e rappresentano un evoluzione perfetta, che ha consentito al gruppo di cambiare stile pur rimanendo sempre se stessi. Per la prima volta, i brani non sono tutti solo di Ferry, ma è aiutato anche da Manzanera e Mackay. Con il primo compone "Amazona", una sorta di suite in quattro minuti, con il secondo la stupenda "A Song for Europe", uno dei momenti più toccanti dell'intera discografia. Doveroso citare anche il capolavoro del disco "Mother of Pearl", un brano di raro gusto e raffinatezza, l'energica "Street Life" e la conclusiva "Sunset", un brano il cui titolo è perfettamente appropriato, ottimo modo di concludere un ottimo album.

A parte il solito tour promozionale, tra le registrazioni di questo album e di quello successivo non accade nulla di importante. Come già detto prima, il basso sul seguente "Country Life" è sempre suonato da Gustafson.


Country Life (Island, 1974)

Ciò che al momento dell'uscita del disco ha provocato più scalpore è stata ovviamente la copertina, che se non altro non è un pretesto per nascondere musica mediocre. I passi falsi, purtroppo, continuano ("If It Takes all Night", "Three and Nine"), ma come per il precedente "Stranded", il resto del disco si mantiene a livelli più che buoni. Inoltre, finalmente il violino di Eddie Jobson comincia a farsi sentire, soprattutto nell'eccellente "Out of the Blue", il cui finale resta una delle migliori prove di tutta la carriera del giovane musicista. Country Life si può anche considerare il disco più rock dei Roxy Music, fatto evidenziato dalle trascinanti e coinvolgenti "Casanova", "The Thrill of it All", "All I want is You" e "Praire Rose". Nell'eccitazione si tira nel calderone anche un bizzarro e curioso canto medioevale, con armonizzazioni vocali che portano alla memoria i Beach Boys ("Triptych"). Un plauso anche alla produzione dell'album che contribuisce a rendere il disco molto solare.


Siren (Island, 1975)

Ad un primo ascolto "Siren" può apparire come una copia carbone di "Country Life". Ad un ascolto più approfondito, ci si accorge invece di quanto sia studiata la musica dei Roxy Music, e particolarmente, di quest'album. La ricetta è la stessa dei due album precedenti, ma migliorata, raffinata e quasi totalmente priva di errori. E' indubbiamente l'album migliore di questa fase, ed è facile capire perché dopo di questo disco i Roxy Music si siano presi una pausa di tre anni: o avrebbero prodotto una copia carbone di questo album, o avrebbero cambiato stile (cosa che avverrà, di fatto, tre anni dopo) e il che sarebbe stato rischioso. La prima impressione che lascia questo album è che sia un disco fiacco e con pochi punti d'interesse. Per fortuna tale impressione è largamente smentita ad un analisi approfondita. Non si tratta solo dell'eccellenza delle composizioni, quanto anche del collocamento dei brani nell'album (si ascolti ad esempio il modo in cui sono collegate "End of the Line" e "Sentimental Fool", o la contrapposizione tra l'ottimista e leggera "Love is the Drug" a inizio disco e la pessimista e amara "Just Another High" al termine dell'album). Tra i brani di maggior rilievo spiccano la già menzionata "Sentimental Fool", le incredibilmente energiche "She Sells" e "Whilrwind", la proto-disco di "Both Ends Burning" e "Nightingale", il brano meglio arrangiato del disco, probabilmente. Bisogna, inoltre, notare come Bryan Ferry sia di colpo evoluto vocalmente; le armonie vocali sono infatti una delle maggiori attrative di questo album. Un disco da gustare insomma e da sviscerare bene per poterlo apprezzare completamente, ma che, una volta fatto, da i suoi frutti!


Dopo di "Siren", i Roxy Music intraprendono un tour, finalmente con Gustafson anche live, dopodiché si concedono un periodo sabbatico. Nell'Agosto 1976 esce il primo live album del gruppo, compilato da concerti dal 1973 al 1975.


Viva! (Island, 1976)

Ciò che colpisce di più di questo live è la selezione dei brani: due da "Roxy Music", tre da "For Your Pleasure", nessun brano da "Stranded", uno a testa da "Country Life" e "Siren", più il singolo del 1973 "Pyjamarama". Insomma, 6 brani su 8 fanno parte del periodo Eno del gruppo; e il che è curioso visto che le scalette dell'epoca riportano principalmente brani degli anni successivi. Comunque sia, "Viva!" è un ottimo documento live, che dimostra un gruppo compatto e solido e che non esegue copie carbone dei brani in studio. Tra le migliori esecuzioni si ricordano due versioni lunghe e ispirate di "In Every Dream Home a Heartache" e "If There is Something" e "The Bogus Man", un po' riarrangiata, ma con la sua aura inquietante riprodotta perfettamente.


Come dicevamo prima, i Roxy Music si prendono un periodo sabbatico. Eddie Jobson va a suonare con Frank Zappa, prima, poi forma gli UK e in seguito entra nei Jethro Tull. Insomma, ha ottimi motivi per non tornare nel gruppo quando si riformerà tre anni dopo.


WHILE MY HEART IS STILL BEATING - THE ROMANTIC YEARS (1979-1983)




A metà 1978 Ferry, Manzanera, Mackay e Thompson, che nel frattempo non erano rimasti con le mani in mano ma si erano dedicati tutti a progetti solisti, tornano in studio di registrazione a nome Roxy Music, aiutati dal grande Paul Carrack alle tastiere e al basso due grandi bassisti: Gary Tibbs e Alan Spenner. In questa ultima fase dei Roxy Music c'è appunto da evidenziare che, sebbene continuino a non avere un bassista ufficiale (Spenner sarà quello più usato), il basso per la prima volta è molto presente e spesso è proprio ciò che porta avanti i pezzi.


Manifesto (E.G. Records, 1979)

Dal punto di vista concettuale, "Manifesto" riprende un po' la ricetta di "Siren", cercando di espanderla un po' verso nuovi orizzonti. Da questo punto di vista, piazzato nel contesto storico del gruppo, l'album può quindi quasi considerarsi un fallimento. Dal punto di vista musicale però è un album molto buono, nonostante un paio di brani mediocri ("Cry, Cry, Cry" e "My Little Girl" su tutte). Tuttavia impossibile non notare la strana costruzione (e allo stesso tempo orecchiabile) della title-track, o l'ottimo fluido improvvisativo che colpisce l'ascoltatore su "Stronger Through the Years". Anche le canzoni pop non deludono, come dimostrano "Dance Away" e "Spin Me Round", così come convincono anche "Angel Eyes" e "Still Falls The Rain", più movimentate.


Va notato che nella maggior parte delle edizioni CD di "Manifesto", le versioni originali di "Angel Eyes" e "Dance Away" sono state sostituite con le versioni su singolo. Mentre la seconda era essenzialmente un mix e un edit diverso della stessa versione, la prima era un arrangiamento completamente diverso della medesima composizione: hard rock su album e discomusic su singolo. L'ultima versione in CD mantiene la versione su singolo di "Dance Away", ma ripristina la "Angel Eyes" originale. Il motivo di questa scelta fu che le versioni su singolo dei due brani diventarono delle hit, superando di popolarità le versioni album. Chi volesse sentire le due versioni originali insieme su CD, si procuri il boxset "The Thrill of It All", che include anche le interessanti B-side del gruppo. Per il tour di questo album troviamo al basso Gary Tibbs e al piano David Skinner. Paul Thompson si rompe un dito in un incidente in moto successivo al tour di "Manifesto" e non parteciperà alle session del seguente "Flesh + Blood". I Roxy Music quindi, già assotigliati dalla partenza di Jobson, vengono ridotti ad un trio composto da Ferry, Mackay e Manzanera. Per la realizzazione di questo album, i tre vengono aiutati oltre che dai soliti Carrack, Tibbs e Spenner, anche da Neil Hubbard alla chitarra, Neil Jason al basso e Allan Schwartzberg, Andy Newmark e Simon Phillips alla batteria.


Flesh + Blood (E.G. Records, 1980)

Proseguono le innovazioni nel sound introdotte su "Manifesto" e vengono abbandonate le vecchie sonorità definitivamente. E' importante notare quanto Paul Thompson fosse essenziale al sound caratteristico di questo gruppo. E' indubbia e indiscutibile la bravura dei session man che suonano su questo disco, ma le parti di batteria non suonano più così personali, bensì semplici scansoni ritmiche che portano avanti i brani. Dal punto di vista musicale, è un disco più spento rispetto ai precedenti, forse anche dovuto al cambio di formazione e di direzione. Un solo accenno allo sperimentalismo ("No Strange Delight"), accostato a qualche convincente ballata ("Oh Yeah", "My Only Love"), qualche ottimo brano movimentato ("Same Old Scene", "Flesh and Blood", "Over You") e purtroppo, i soliti episodi incerti e discutibili (la cover dei The Byrds "Eight Miles High" e la conclusiva "Running Wild"). Generalmente parliamo di un buon disco, ma non al livello dei precedenti e soprattutto, il classico disco di transizione, abbastanza buono da non provocare disinteresse, troppo poco innovativo per essere totalmente interessante.


Prima del tour, Paul Thompson, guarito dall'incidente, torna brevemente nel gruppo, ma dopo aver sentito cos'hanno realizzato i suoi compari senza di lui, esce definitivamente. Il suo sostituto definitivo dal vivo sarà Andy Newmark, eccellente batterista dal punto di vista tecnico, ma probabilmente inadatto per le vecchie parti di Thompson (basti sentire il suo drumming su brani come "Out of the Blue"). Al basso ci sarà Alan Spenner e alle tastiere, come nel tour precedente, David Skinner. Il Lunedì 8 Dicembre 1980, un pazzo, Mark Chapman, spara e uccide quasi sul colpo John Lennon. I Roxy Music, come tributo, incidono la loro versione di "Jealous Guy" e la pubblicano come 45 giri. Sarà il primo e unico singolo dei Roxy Music a raggiungere il primo posto in Inghilterra. Subito dopo questo nuovo successo, i Roxy Music tornano in studio di registrazione per il loro ultimo (fino ad oggi) album in studio. Il personnel per "Avalon" è troppo lungo per essere citato tutto, ma a parte i fidi Spenner e Newmark, è bene citare almeno il fatto che Neil Hubbard diventa quasi un secondo chitarrista ufficiale, piuttosto che un ausiliario.


Avalon (E.G. Records, 1982)

Per "Avalon", sostanzialmente, possiamo fare lo stesso discorso che abbiamo fatto per "Siren". E' indubbiamente il disco migliore di quest'ultima fase del gruppo, e anche se personalmente non lo reputo tra uno dei migliori dischi dei Roxy Music, è senza dubbio uno dei più acclamati, ed è facile capire il perché. E' il disco più curato del gruppo, in ogni cosa: sia dal punto di vista della composizione, sia da quella degli arrangiamenti, sia dalla produzione impeccabile e persino dell'esecuzione. La voce di Ferry, magari non più personale come un tempo, sicuramente è molto più matura e versatile, così come gli interventi di Manzanera e Mackay sono più professionali (e meno calorosi) del solito. Per questi motivi, non si trova un vero punto debole del disco, mentre è facile notare gli sbocchi positivi, come "More Than This", il brano più celebre del gruppo, un ottimo brano melodico, piacevole, semplice, ma non ripetitivo o banale. Irresitibli le atmosfere notturne di "The Main Thing" e "The Space Between", e poco da aggiungere a ciò che già la musica esprime per quanto riguarda "Take a Chance With Me" e la splendida title-track.


The High Road (Polygram, 1983)

Mini-album registrato dal vivo a Glasgow il 27 Agosto 1982, pubblicato al termine del tour, che nulla aggiunge e nulla toglie alla discografia dei Roxy Music, a parte una splendida versione, estremamente superiore a quella in studio, di "My Only Love". Il calore presente su "Viva!" è scomparso. In cambio si può sentire una grande professionalità che però non da particolari segni di originalità o di unicità, come invece faceva il live album precedente. I quattro brani inclusi in questo EP saranno ristampati nel 1990 sul live album "Heart Still Beating", una poco interessante (per i motivi già spiegati qua sopra) prospettiva del tour del 1982. Un omonimo video viene pubblicato, ma le performance in esso contenute differiscono da quelle di questo album.


Probabilmente, proprio per aver completato brillantemente ancora una volta la ricerca di una nuova strada, dopo il tour di "Avalon" i Roxy Music vanno ancora una volta in pausa, in modo che ognuno dei membri possa occuparsi dei propri progetti solisti. Una pausa però che questa volta durerà per un bel pezzo.


RE-MAKE/REMODEL: REUNION (2001-now)




Dopo 18 anni di silenzio, i Roxy Music tornano a varcare le scene. Ferry, Manzanera e Mackay vengono raggiunti dal loro vecchio amico e compagno Paul Thompson, che col suo drumming potente e personale confermerà quanto espresso sopra, ovvero la sua enorme importanza per il gruppo. Tuttavia, Eno e Jobson non partecipano alla reunion. Da allora i Roxy Music hanno pubblicato "Live at the Apollo" (includendo anche un DVD), registrato all'ultima data del tour del 2001, ma nessun disco in studio (anche se nell'ultimo album di Bryan Ferry, uscito nel 2010 compaiono Mackay, Manzanera e Eno).
Attualmente i Roxy Music sono impegnati in un interessante "For Your Pleasure" tour, nel quale, oltre ai soliti classici, hanno anche rispolverato anche qualche classico dimenticato, come "Sentimental Fool", "2HB" e "Amazona". Speriamo in un nuovo album, anche se nessuno dei membri del gruppo smentisce o conferma (o meglio, fa entrambe le cose).


martedì 15 febbraio 2011

GTBT presenta: i live di Febbraio - parte 2

17.02 THE WOMBATS @ Magazzini Generali, Milano
18.02 THE WOMBATS @ Circolo degli Artisti, Roma
18.02 VERDENA @ Tunnel, Reggio Emilia
18.02 GIOVANNI LINDO FERRETTI canta CCCP, CSI e PGR con gli USTMAMO' - Live Club, Trezzo Sull'Adda (MI)
18.02 THE HURTS @ Estragon, Bologna
18.02 MINISTRI @ I Candelai, Palermo
18.02 CALIBRO 35 @ Fillmore, Cortemaggiore (PC)
19.02 CALIBRO 35 @ Flog, Firenze
19.02 MINISTRI @ Mercati Generali, Catania
19.02 MARLENE KUNTZ @ Estragon, Bologna
19.02 VERDENA @ Alcatraz, Milano
21.02 FRAN HEALY @ Tunnel, Milano
22.02 ALL TIME LOW @ Estragon, Bologna
23.02 FRAN HEALY @ Circolo degli Artisti, Roma
24.02 CALIBRO 35 @ Ratatoj, Saluzzo (CN)
24.02 FRAN HEALY @ Bronson, Madonna Dell'Albero (RA)
24.02 MINISTRI @ Bloom, Mezzago (MB)
25.02 ROBERTO ANGELINI @ Diavolo Rosso, Asti
25.02 CALIBRO 35 @ Hiroshima Mon Amour, Torino
25.02 VERDENA @ Locomotiv Club, Bologna
25.02 RHAPSODY OF FIRE @ Estragon, Bologna
25.02 FRAN HEALY @ New Age, Roncade (TV)
25.02 THE JOY FORMIDABLE @ Covo, Bologna
26.02 THE JOY FORMIDABLE @ Circolo degli Artisti, Roma
26.02 CALIBRO 35 @ Alcatraz, Milano
26.02 VERDENA @ Wohlen AG, Wohlen (Svizzera)
26.02 MINISTRI @ CSO Rivolta, Marghera (VE)

martedì 8 febbraio 2011

GTBT presenta: i live di Febbraio - parte 1

01.02 WOODEN HAND @ Bronson, Madonna Dell'Albero (RA)
01.02 THIN LIZZY @ Estragon, Bologna
03.02 COMANECI @ Arci Blob, Arcore (MB)
03.02 MASSIMO VOLUME @ L'Altro Teatro, Cadelbosco (RE)
04.02 PENNYWISE @ Estragon, Bologna
04.02 VERDENA @ Velvet, Rimini
04.02 THE FIRE @ Padiglione 14, Collegno (TO)
04.02 MINISTRI @ Poseidon, Poggiomarino (NA)
04.02 ADLER'S APPETITE @ New Age, Roncade (TV)
04.02 SLEIGH BELLS @ Covo, Bologna
05.02 MASSIMO VOLUME @ Interzona, Verona
05.02 THE FIRE @ Revolver Club, San Donà di Piave (VE)
05.02 SLEIGH BELLS @ Tunnel, Milano
05.02 FABRI FIBRA @ Estragon, Bologna
05.02 MINISTRI @ Karemaski, Arezzo
05.02 VERDENA @ Demodè, Bari
05.02 LAURA VEIRS @ Bronson, Madonna Dell'Albero (RA)
07.02 SAROOS @ Bronson, Madonna Dell'Albero (RA)
10.02 SUM 41 @ Concordia, Venaria Reale (TO)
11.02 MINISTRI @ Circolo Onirica, Parma
11.02 CALIBRO 35 @ Urban Club, Perugia
11.02 PERTURBAZIONE @ TPO, Bologna
11.02 BAND OF HORSES @ Estragon, Bologna
11.02 VERDENA @ Fillmore, Cortemaggiore (PC)
12.02 IORI'S EYES @ Unwound, Padova
12.02 MINISTRI @ Extra Cine Music, Recanati (MC)
12.02 VERDENA @ The Cage, Livorno
12.02 MASSIMO VOLUME e BACHI DA PIETRA @ Flog, Firenze
12.02 GIOVANNI LINDO FERRETTI e gli USTMAMO' @ Estragon, Bologna
12.02 TYING TIFFANY e SCHONWALD @ Bronson, Madonna Dell'Albero (RA)
13.02 SUM 41 @ Estragon, Bologna
15.02 ANGRA @ Estragon, Bologna

martedì 25 gennaio 2011

William Wilson - Just For You Not For All (Autoproduzione, 2010)



TRACKLIST
1. The Wreck of the Nordling
2. Song
3. Je Veux Une Vie En Forme D’Arete
4. Y A Du Soleil Dans La Rue
5. Incurable
6. Pourquoi Que Je Vis
7. Wonderful Nightmare
8. Red Iron Man
9. Song To The Siren
10. J’Aimerais/Tout A Etè Dit Cent Fois

Scicli è un comune in provincia di Ragusa, famoso per l’architettura di vari stili che vi si può trovare, ma non certo per la musica. William Wilson, cantautore già attivo in vari altri progetti nell’isola meridionale, prova a cambiare le cose autoproducendosi un disco che tenta di dimostrare come anche qui si componga della bella musica. Ci sarà riuscito?
La verità è che risulta molto difficile dare un giudizio organico di questo lavoro: Just For You Not For All sembra quasi una dichiarazione d’intenti, più che un titolo di disco, riferendosi praticamente al pubblico a cui è diretto l’album, che infatti non è “per tutti”, ma richiede una certa conoscenza per poterlo capire ed approfondire. Di per sé, niente di complesso: in realtà la virtù principale del disco è l’essere particolarmente minimale, privo di fronzoli, relativamente semplice. E farlo in maniera troppo palese come qui avviene è forse un modo per nascondere carenze a livello tecnico e compositivo che in diversi frangenti del disco si possono riscontrare (alcuni passaggi in “Red Iron Man” in particolare, nonostante sia uno degli episodi oggettivamente più riusciti). Ma non si giudica un’opera musicale solo in virtù di queste caratteristiche. Wilson (che tra l’altro è il nome di un personaggio di Edgar Allan Poe), mette in fila una serie di malinconicissime ballad le cui sfumature sempre molto delicate e soffici ricordano la buona stella di Jeff Buckley, da cui rubano anche alcune nuances decadenti, supportate anche dall’utilizzo della lingua francese, per esempio nel musicare Boris Vian. Altri riferimenti ai quali Wilson si è appoggiato sono quelli di Gregory Corso, e dei Piano Magic, di cui realizza una cover di “Incurable”, quest’ultima in realtà presuntuosa presa di posizione che risulta molto carina e funzionale al resto del disco nella sua veste acustica.

La cantautorale italiana negli ultimi anni ha subito un’impennata incredibile, con il protagonismo delle liriche e degli arrangiamenti sperimentali (o classicheggianti) di alcuni nomi, che non andremo a ripetere. William Wilson tenta di coniare letteratura già scritta a concezioni di questo tipo, non riuscendo nell’intento di risultare efficace oppure importante. Si possono apprezzare le poesie di Vian rimaneggiate, così come l’eccesso di autoreferenzialità che sfugge da ogni canzone, nonostante siano solo due quelle che l’artista firma con la sua penna, e forse anche le intenzioni di dare una patina di fioca torbidità al disco lo riesce a sollevare dal baratro.
In sintesi, questo è un album che comunque potrà piacere a chi ascolta musica di questo tipo, ma che non aggiunge niente ad un panorama che ha già giocato le sue (ultime) carte in questi due o tre anni. La provvidenziale banalità degli arrangiamenti fa il resto, e lungi da noi criticare oltre il lavoro di un musicista di tutto rispetto lasciamo l’onore di concludere la recensione ad un augurio di vedere, in futuro, più elaborazione personale da parte di un cantautore che ha senz’altro capacità immensamente più grandi di quelle rivelate da Just For You, Not For All.


Voto: 5

lunedì 24 gennaio 2011

Officine Lumière - Cali di Serotonina (Play!, 2010)


1. Casa Lumière


2. Geometria Analitica
3. Caterpillar
4. Audrey H.
5. Panta Kala
6. Autunno
7. Pioggia
8. Facoltà di Irrilevanza Comparata
9. Nervi
10. Pace Armata
11. Baudelaire

RECENSIONE:
Le Officine Lumière sono una formazione torinese (da Villar Perosa, a dir la verità) che da qualche anno calca le scene del rock italiano con la loro miscela originale di testi sperimentali e diversioni elettroniche (in realtà, quest’ultima, novità di Cali di Serotonina, secondo disco della loro collezione). Se dovessimo raffrontarli a qualcuno, ma proprio se ci dovessero obbligare a farlo, per la musica ricorderebbero i Bluvertigo, per le liriche Subsonica, per la metrica delle linee vocali leggeri accenni a Pau dei Negrita (anche a livello timbrico in realtà). A concentrarsi sul contenuto musicale dell’album, si scopre che c’è molto nel disco: si incontrano i diversi orizzonti del vintage e del moderno, come nella ballad “Autunno” che rimanda ampiamente ad atmosfere puramente seventies, alternando levare di ispirazione jazz ad un ritornello orecchiabile che strizza l’occhio più al pop moderno che a quello ormai storico delle ballatone di qualche decennio fa. Non è l’unico esempio di evidente collisione tra generi, e lo dimostrerà anche il brano più “radiofonico” del lotto, cioè “Caterpillar”, una canzone che sembra arrangiata da Morgan ma che in realtà nasconde un’anima molto meno complessa, che punta tutto sull’impatto della semplicità. E’ poi ascoltando “Nervi” e “Panta Kala” che si sentono le calde mescolanze di ingredienti che la band riesce a mettere in campo: lo fa con un certo
savoir faire, quasi a volerlo palesare senza sottolinearlo troppo, quasi a voler raggiungere un’omogeneità che fa senz’altro bene al prodotto.
Il disco di per sé non aggiunge niente di nuovo in una scena italiana che alterna momenti di ristagno a momenti di copiosa rinascita, però come in una situazione di quiete dopo la tempesta è un prodotto rilassato che testimonia un ottimo songwriting, aiutato da un’autoproduzione che fa il suo lavoro senza gli eccessi tipici delle major né i grotteschi immobilismi del sound garage. E “il vuoto pneumatico della politica”, mentre “il mondo straborda di finto piacere”, è quanto ci resterà in testa di un insieme di liriche che è contemporaneamente ben scritto ma anche esageratamente random, nel senso che suscita piccoli dubbi circa la natura del significato dei testi per l’assurdo accostamento di concetti diversi ma che possono, sforzandosi, trovare un unico contenitore di significato dopo un’opportuna ricerca di comunanza semantica. Ma, ciò che importa in un genere come questo, è che il messaggio arrivi all’ascoltatore. E gli Officine Lumière sanno suonare, eccome se sanno suonare (e comporre, che non è poco), e nel 2009 hanno sfornato un disco di sicuro impatto, valevole anche per gli anni successivi. Come un buono per uscire di prigione a Monopoli.

Voto: 7

domenica 23 gennaio 2011

Fish and Clips #9

E Fish and Clips è sopravvissuto a capodanno. Un capodanno dove sono successe tante di quelle cose che non abbiamo neppure voglia di raccontarvele. Oppure perché non è successo niente e siamo stati a guardare videoclip per riempire la rubrica? No non è così, però abbiamo comunque tre segnalazioni gustose da passarvi, anche se bisogna ammettere che non siamo certo qui con video così "rari" da stupirvi. Suvvia li conoscete sicuramente.

#1 COLDPLAY: LIFE IN TECHNICOLOR II (2009)
Diretto da Dougal Wilson, che ha ripreso anche il celebre "Satisfaction" di Benny Benassi, celebre anche per la sua versione pornografica che non è stata trasmetta praticamente da nessuna parte, ma potete cercarla su internet. In ogni caso qui ha pensato di dirigere le versioni burattino della band mentre suonano, con tanto di effetti pirotecnici e un elicottero che sfonda un vetro nel finale. Cosa volete di più?



#2 DEPECHE MODE - WRONG (2009)
Questo video andava in TV contemporaneamente a quello di cui vi ho appena parlato, ma questa volta è stato diretto da Patrick Daughters, che ha lavorato con Muse, Interpol, Yeah Yeah Yeahs, Snow Patrol e vagoni di altri artisti. Il video era tra i venti migliori video dell'anno secondo Spin Magazine, e forse perché faceva particolarmente paura? Avanti, c'è troppa tensione!





#3 THE WHITE STRIPES - THE DENIAL TWIST (2005)
Oh che bella la prospettiva forzata! Michel Gondry la usa particolarmente bene in questo video del duo più famoso del mondo, che per altro è un bel pezzo.
Per altri bei video di Gondry vi invitiamo a guardare "Let Forever Be" dei Chemical Brothers e "Come Into My World" di Kylie Minogue, di cui abbiamo già parlato in uno dei primi numeri di Fish and Clips.

sabato 22 gennaio 2011

Dimartino - Cara Maestra Abbiamo Perso (Pippola Music, 2010)


TRACKLIST:
1. Cercasi Anima
2. Ho Sparato a Vinicio Capossela
3. Cara Maestra
4. Parto
5. La Lavagna E’ Sporca
6. 999
7. Cambio Idea
8. La Ballata Della Moda
9. Marzo ‘48

Qual è il genere che più incessantemente sta riempiendo le nostre collezioni di dischi o di mp3 negli ultimi dieci anni di musica italiana? Il cantautorato, e cos’altro sennò. Angelo DiMartino, che su disco si fa chiamare solo per cognome (al contrario di tutti i beniamini di Amici e X Factor), un po’ ambiziosamente, esce con un disco prodotto dall’imprescindibile Cesare Basile, pubblicando per Pippola Music, un’etichetta che negli ultimi anni ha lanciato anche Brunori SAS, che è forse l’artista che più assomiglia a DiMartino per ispirazione. Si, perché dentro a Cara Maestra Abbiamo Perso si trovano tutti i tratti distintivi della cantautorale che negli ultimi ha decretato il successo dei due nomi più rappresentativi del nostro panorama, tutti e due dall’Emilia-Romagna (Dente e Le Luci della Centrale Elettrica): si parla di noi, quando noi significa anche parlare dell’artista stesso, sia come figura che come vita vissuta; si parla di passato, di quotidianità, di tutto e tutti, con un certo qualunquismo che, si sa, piace. Quello che cambia qui è l’aspetto musicale, più sostenuto ed elaborato, retto anche da una notevole ospitata che senz’altro farà scintillare più visibilmente il disco agli occhi degli “alternativi dell’ultim’ora” tanto criticati nell’ultimo album dei Marlene Kuntz. E sembra proprio che con brani come “Ho Sparato a Vinicio Capossela”, spiegando il perché del titolo nel testo con “ho sparato a Vinicio Capossela perché mi andava e perché piaceva a te e alle tue amiche”, una dichiarazione d’intenti che lascia poco spazio a spiegazioni, essendo fin troppo chiara la critica all’infighettamento di molti artisti e, soprattutto, del pubblico che segue un po’ tutto e niente. Toni disperati, toni sommessi, con un timbro molto particolare che non ci ricorda nessuno (fortunatamente), che senz’altro ci rammentano dei grandi nomi della nostra scena passata: Luigi Tenco, riportato in vita dalla bellissima cover di “La Ballata della Moda”, dove canta e suona anche Basile stesso; Ivan Graziani e Francesco De Gregori, la cui blanda ispirazione è evidente nelle liriche di “Marzo ‘48”, ultimo brano per cui vale il proverbiale “last but not least” inglese, e anche altri nomi come Ciampi, Gaetano, e il più recente Ettore Giuradei che è per altro parte proprio dell’attuale scena cantautorale italica a cui si faceva riferimento.
La forza comunicativa del disco, dicevamo, sta nelle parole, parole che si sporcano qualche volta di una volgarità più immaginabile che effettiva, di una presunzione che nel suo momento più evidente viene affidata alle parole di Vasco Brondi (ospite in “Parto”), e di una disillusione che è tipica della nostra generazione di ragazzi degli anni zero. C’è chi parla di “solite menate”, chi nega, e chi dà ragione ai primi dicendo però che questo DiMartino si distingue dalla massa: è vero, lo fa, e lo fa con una varietà di toni che rende questo disco una piccola perla in questi bui anni, con la presenza di artisti come Enrico Gabrielli che, in “Lavagna Sporca”, insieme ad Alessandro Fiori, trasforma un brano originariamente semifolk in una ballata che ricorda fin troppo i Mariposa. Insomma, tutto è buono pur di variare un sound che rischierebbe di essere banale. E la cosa importante è proprio che, alla fine, non lo è per niente.
Un disco variegato, diversificato in ogni singolo pezzo, attuale ma con uno sguardo al passato, con un valore letterario e musicale medio-alto che piacerà a molti, soprattutto agli “alternativi dell’ultim’ora”. Li citiamo di nuovo, perché questo limite non se lo leverà mai di dosso, avendo incluso nella lista degli ospiti Brondi. Ma per questo, urleremo ancora “
m’importa na sega”.

Voto: 7.5

venerdì 21 gennaio 2011

GTBT incontra la scena italiana #15: Conqueror

E stavolta tocca ai Conqueror, interessante band che GTBT ha scoperto nel 2010, quando il loro Madame Zelle è arrivato in redazione producendo le ottime impressioni che sono state immortalate dalla recensione che voi, gentili ed interessati lettori, sicuramente andrete a cercare. Leggasi.
1. Salve, amici Conqueror. E' stato davvero un piacere sentire e recensire la vostra musica, speriamo che vi sia piaciuta la recensione. Prima di tutto grazie per la disponibilità a questa intervista. Partiamo con la prima domanda: l'album è dedicato ad una figura femminile storica. Ve la sentite di abbozzare ai lettori di GTBT un suo ritratto? Insomma, chi è Madame Zelle?
Mata Hari è una donna Olandese che, dopo essere stata sull’isola di Giava, si innamora dei balli tipici di quei paesi. Il fallimento del matrimonio e l’uccisione del figlio non bloccano la sua carriera di ballerina (si spacciava per ballerina Giavanese, senza conoscere nei particolari questo tipo di danza), esibendosi così nei più importanti teatri europei e diventando una delle più celebri donne al mondo del primo ‘900. Il fascino che esercitava sugli uomini da un lato e la voglia di mantenere un alto tenore di vita dall’altro la portano ad accettare di diventare una spia, in un primo momento a favore dei tedeschi e, successivamente, per i francesi. Dopo la scelta poco abile di gestire questo doppio gioco, Mata Hari viene facilmente smascherata e condannata alla pena capitale.
 
2. La storia di questa donna è sicuramente molto interessante. Perché avete ritenuto interessante scrivere un album riguardo questo argomento?
In un primo momento non era nostra intenzione realizzare un’altro concept album dopo 74 Giorni (cd del 2007). Durante, però, la composizione dei primi brani abbiamo cominciato a documentarci su questa storia che diventava sempre più interessante e unica: il coraggio e la determinazione con cui Mata Hari affronta ogni istante della sua vita rendono questa donna particolarmente affascinante e sicura di sé.

3. Pensate che al di là del valore storico ci sia anche un valore morale nelle gesta di questa donna che sia giusto tramandare tramite un disco come il vostro?
Beh, parlare di valori morali forse è un po’ esagerato: sicuramente Mata Hari è stata eccessivamente bersagliata nel periodo del processo contro di lei come spia, probabilmente perché, essendo stata un personaggio molto celebre, può aver rappresentato un esempio di condanna visibile ad un vasto pubblico. Da qui ne consegue la decisione irremovibile (dei francesi) di giustiziarla.

4. Andiamo alla musica. Il vostro è definibile come un concept album, un'etichetta sempre più utilizzata a volte con risultati tristi. Il vostro però lo è per davvero. Perché avete deciso di fare un'opera su un unico argomento e non una serie di canzoni distinte?
Come dicevo prima, in origine non c’era l’intenzione di progettare un concept, soprattutto dopo aver realizzato nel 2007 “74 Giorni”, altro concept dedicato anch’esso ad una storia realmente accaduta: è stato sicuramente l’argomento, ritenuto particolarmente interessante, che ha cominciato a prendere il sopravvento sulla composizione dell’intero album.

5. Quali sono le vostre influenze più importanti?  ho sentito un po' di prog italiano dei bei tempi ma potrei essermi sbagliato...
E’ facile che nella musica che si compone vengano fuori delle influenze provenienti dall’ascolto: sicuramente gruppi come BMS, PFM ecc… rappresentano per noi pietre miliari del prog, ma non solo. Un gruppo che sicuramente mette d’accordo tutti sono i Genesis, unione di cinque geni che hanno realizzato dei dischi/capolavori che tutt’oggi vengono considerati come tali.  

6. Nel futuro dei Conqueror cosa c'è? Concerti, altri dischi, collaborazioni?
Il nostro obiettivo è quello di andare avanti con la composizione di nuovi lavori. Come tutti i gruppi del panorama attuale ci auguriamo di prendere parte a più concerti possibili, in particolar modo sarebbe cosa eccezionale suonare fuori dall’Italia: non per “Esterofilia”, ma purtroppo, musicalmente parlando, l’Italia è diventato un Paese in cui viene davvero difficile proporre e promuovere progetti nuovi.
 
7. Cosa si deve aspettare una persona che viene a un vostro concerto?
Durante un nostro spettacolo vengono proposti brani del nostro repertorio tratti dai vari album che abbiamo realizzato. In più ci piace affiancare la musica con l’aspetto visivo, per cui i nostri brani sono supportati da video, realizzati da noi, pertinenti con l’argomento di ogni singolo pezzo.

8. Vi lasciamo con uno spazio "a scopo promozionale". Sfoggiate tutta la vostra fantasia dando ai lettori di GTBT due buoni motivi per ascoltare Madame Zelle
“Madame Zelle” è sicuramente un album più omogeneo rispetto ai nostri precendenti: l’argomento probabilmente ha influenzato testi e musica tanto da assumere aspetti delicati, a tratti anche tragici. Anche ad un primo ascolto non risulta difficile e permette di focalizzare il percorso storico-cronologico della vicenda raccontata in musica in maniera molto chiara ed evidente: consigliato a tutti gli amanti della cosiddetta musica ragionata.

Ha risposto per i CONQUEROR
Simona Rigano (tastierista e vocalist)
www.conqueror.it