giovedì 28 luglio 2011
Radici Nel Cemento - Fiesta! Live (RNC Produzioni, 2011)
Era il novantatré quando con il nome Roots in Concrete questi ragazzi di Roma iniziarono a riempire i club del loro reggae melodico ma concreto, presto celebre anche per la delicatezza dei contenuti. Il nome in italiano ne ha suggellato la fama. A otto anni arriva il primo disco live, un piccolo regalino per i fan che serve anche a dimostrare ai meno affezionati la carica e la verve che la formazione laziale sa comprimere all’interno di un set dal vivo, emotivamente e strumentalmente, non trascurando mai l’azione efficace di un reggae ormai protagonista di molte delle migliori iniziative musicali del nostro paese. Insomma, un genere che, se fatto con le palle, piace anche a chi non è abituato ad ascoltarlo. E qui, c’è anche del rap, ad orientare in maniera ancora più divertente e, se vogliamo, generica, il manifesto d’azione della band. Radici nel Cemento è un progetto che rientra proprio in questa nicchia di fortunati outsider e questo disco ne é la conferma, trasportando su supporto fisico quella passione nel suonare che è la prima causa del coinvolgimento non solo mentale che ascoltandoli dal vivo si può subire. Consigliato.
Voto: 7
martedì 12 luglio 2011
Jakszyk, Fripp and Collins - A Scarcity of Miracles (A King Crimson ProjeKct ) (Panegyric, 2011)

Dal mio dizionario:
Miràcolo prov. miracles; fr.miracle; sp.milagro: port. milagre= lat.miràcolum cosa
meravigliosa da MIRARI meravigliarsi (v. Mirare e cfr. Miraglio.
Fatto contrario alle leggi della natura e prodotto per potenza soprannaturale;
fig. Cosa grande e meravigliosa o non sperata. (Differisce da Prodigio, che non oltrepassa i limiti della natura, della quale è al disopra il Miracolo) .....
tipo che Bruford torni a fare dischi e pure con i King Crimson o che per lo meno si unisca a Adrian Belew e Tony Levin al posto di Pat Mastelotto per i Three of A Perfect Pair, che esca un (vero) album dei KC con una formazione completamente rinnovata (che magari comprenda anche Danny Carey), che la Zappa Family Trust affidi i suoi affari e gli sterminati archivi dello Utility Muffin Research Kitchen a gente esperta e competente per la pubblicazione ragionata, che Ian Anderson mandi definitivamente in pensione il “marchio” Jethro Tull e faccia solo concerti acustici di piccolo cabotaggio, che l’Italia abbia una amministrazione pubblica onesta ed efficiente ... no qui neanche un intervento divino basterebbe ... qualunque siano (sacri o profani) i miracoli cui si riferisce il titolo dell’album di certo ce n’è sicuramente scarsità.
Tra le possibili metodologie di approccio a questo lavoro discografico ne scelgo due che ritengo le più adatte ad una migliore comprensione del discorso in generale e che potrà, volendo, soddisfare entrambe le parrocchie di pensiero in cui vorrete riconoscervi.
A SCARCITY OF MIRACLES il nuovo album dei KING CRIMSON
Sicuramente di scarsità non ce n’è nel catalogo della DGM. Il Venal Leader dal 1995 come per la moltiplicazione dei pani e dei pesci, produce live, raccolte di scarti, prog(KC)etti, tazzine, magliettine, sottobicchierini e qualunque cosa vi viene in mente avente come obiettivo “cose” collaterali ma sempre in qualche modo pertinenti, alla musica di sua Maestà Cremisi. Di album KC100% c’è davvero (forse per fortuna) scarsità. Ma noi, assettati e viziati, ci siamo condizionati ormai a considerare tutto ciò anche se pur lontanamente, qualcosa che è King Crimson, sia pure un’ombra o una luce sbiadita di colore Cremisi. Quindi è con serenità che dissipiamo ogni fuorviante dubbio e consideriamo questo A Scarcity of Miracles il nuovo album dei King Crimson.
Confezionato dalla grafica, intrisa di simbolismo cristiano ad opera del solito P.J. Crook, il lavoro, anticipato un mese prima dell’uscita da un (questo si) miracoloso videoclip, (il miracolo non è che l’abbiano fatto ma che sia bello ... no dico .. avete presente i video di "Heartbeat" o di "Sleepless"?) cancella quasi del tutto 38 anni di evoluzione Cremisi, lasciando solo i Soundscape a fare da motrice iniziale e quindi poi base alle nuove composizioni intrise di atmosfere pre Larks’ Tongues in Aspic. E’ come (cosa teorizzato da molti) se il periodo Wetton, Bruford, Cross fosse altra cosa e solo per motivi di mercato etichettata come KC e come (successo per davvero) se i Discipline all’inizio degli anni ‘80 fossero rimasti tali e non avessero usato l’etichetta KC per ragioni di mercato.
D’altronde in un mondo musicale dove tutti o quasi ormai rifanno i King Crimson post Island, l’unico modo che aveva Fripp per essere originale è di rifarsi al se stesso pre Larks’ Tongues in Aspic (però manca Peter Sinfield e si sente).
Andatosene via Mastelotto, restano comunque della formazione degli ultimi anni, oltre a Fripp, ovviamente, Tony Levin e Gavin Harrison (prestatogli da Wilson, ormai di casa).
A dare continuità al “precedente” Islands del 1971, torna in gran forma Mel Collins. I suoi meravigliosi fiati, passati nel frattempo attraverso metà dei dischi del pianeta hanno perso quella leziosità che avevano in gioventù, rimanendo “semplicemente” belli. I suoi sono momenti di aerea creatività, ottenendo di destarci dal torpore che la musica, quieta e riflessiva, in alcuni momenti rischia di farci calare.
Molto ipnotiche e seducenti le ritmiche ed i groove creati da due maestri del settore come sono Levin e Harrison. Su tutto, sotto tutto, immerso in tutto ci sono i soundscape frippiani e le cristalline pizzicate del nuovo arrivato Jakko M. Jakszyk (si pronuncia Jakscek) nome d’arte dell’inglesissimo Michael Lee Curran (in un mondo normale se ti chiami Jakszyk, prenderesti il nom de plume, Micky Curran). Infatti è questo il nuovo elemento che fa determinare la scelta a suoni cremisi del passato. Era dal 1981 che i King Crimson non potevano più definirsi una band britannica. Adesso con il solo Levin (di Boston) a fare da “straniero”, possiamo considerare Sua Maestà come “ritornata in patria”.
Il risultato più palese lo si riscontra nel cantato. La lunga era Belew ci aveva ormai abituati al tipico modo di cantare del midwest americano. Con Jakko abbiamo finalmente la figura chiave per riambientarci nei territori di un’ISOLA chiamata Albione. Sia chiaro, vogliamo bene ad ADE ed alla sua musica ma era da tempo che desideravamo andasse per la sua strada ottenendo il duplice scopo di coronare una interessante carriera solista (quella di lui) e di liberare il Venal Leader e di conseguenza permettere a Sua Maestà Cremisi di andare avanti e crescere e abbattere nuove frontiere. Ogni album dei King Crimson fino a ieri è stato l’evoluzione di quello precedente. A Scarcity Of Miracles se può essere definito "evoluzione” lo è solo di Islands però. Ci auguriamo che il prossimo gradino sia oltre.
Voto: 5
A SCARCITY OF MIRACLES il nuovo album di Jakko M. Jakszyk
In collaborazione con Robert Fripp e Mel Collins.
Polistrumentista, autore, cantante, produttore, turnista da studio, genero di Michael Giles e attore (l’ho visto anche lavorare al distributore di benzina qui vicino a casa mia ma solo occasionalmente), dopo collaborazioni (tra i tanti) con i Level 42 e David Jackson, diventa dal 2002 componente di spicco della 21st Century Schizoid Band, la cover band ufficiale di ex componenti dei King Crimson che dopo alcuni belli (e costosi) CD si sfalda per la morte nel 2007 del batterista Ian Wallace.
Non c’è da stupirsi quindi se tempo dopo lo troviamo chiuso in una stanza con Robert Fripp, entrambi chitarra alla mano. Ne nascono alcune session improvvisative a base soundsacape e cesellate dalla chitarra di Jakko. Un paio di queste le troviamo anche nella versione più lussuosa del CD uscito.
Come terzo di una coppia perfetta si unisce l’altro ex Cremisi e quindi ex 21st Century Schizoid Band, Mel Collins a dare quel valore aggiunto e quella “passionalità” che altrimenti mancherebbero alle gelide e cerebrali frippescapes. Da questo incontro a tre nascono delle registrazioni di sapore mediterraneo e intimo ai quali si aggiungono la mirabile batteria di Gavin Harrison (Porcupine Tree) e gli stick di Tony Levin (....mettete voi un nome a caso ...) i quali registrano però privatamente, ognuno a casa sua sulle basi dei primi tre.
La voce di Jakko, seppur in alcuni momenti un poco pedante, interpreta perfettamente l’intensità di queste ballate allargate come nella title track, ma in brani come "The Price We Pay" o "Secrets" la differenza tra una canzone, bella o brutta che sia ma pur sempre solo canzone, ed un brano musicale intenso ed universale viene data dal supporto fornito dalle meravigliose ed eclettiche svolazzate del sax soprano di Collins e dai ceselli raffinati e preziosi di Fripp. Levin e Harrison fanno un lavoro egregio e preciso ma non privo di creatività pur essendo solo degli esecutori esterni e non partecipando al processo creativo.
"This House" purtroppo non riesce a baneficiare della stessa sapienza alchemica dei pezzi precedenti, risultando solo una lunga e un poco soporifera ballata. Per fortuna la successiva "The Other Man" è di tutt’altra fattura. Dopo una prima metà inquietantemente notturna, ben contrappuntata dalla voce di Jakko questa volta dura e severa, il brano sfocia in un momento di grande intensità e carico di energia pieno di echi Cremisi che si conclude solo con il finale lasciato agli effetti frippeschi.
Chiude "The Light of Day", il brano più lungo dell’album. La soporificità è sempre li ad un passo dall’afferrarci e provenendo dal resto dell’album il rischio è più intenso.
Permettendosi una pausa di circa 5 minuti dopo il precedente ottimo brano, "The Light of Day" ne giova, diventando ipnotico e suggestivo, con le chitarre frippiane, sotterraneamente arrabbiate. Questa volta si.
“A Scarcity Of Miracles se può essere definito “evoluzione” lo è solo di Islands però. Ci auguriamo che il prossimo gradino sia oltre”.
Voto: 6
(Recensione di Donald McHeyre)
venerdì 8 luglio 2011
Soluzione - L'Esperienza Segna (New Model Label, 2011)
"Dammi i soldi e ti porto la soluzione". No, non c'entra niente. Questa soluzione è molto migliore di quella proposta da Fabri Fibra: L'Esperienza Segna è un disco genuino, un continuo depistaggio verso lidi misteriosi, celati da una parvenza di semplicità che serve solo ad aumentare l'effetto appiccicoso di alcuni brani. In senso buono, si intende.
L'esperienza a cui si va incontro ascoltando questo disco è quasi catartica, tesa quasi a liberare dalla crisi di originalità che pervade un po' ogni categoria musicale italiana: le bonus track con gli ospiti puntano ad un pubblico più generico, come ultimamente sembra diventato tipico fare, irretendo i più distanti con i grossi nomi (Fiumani e Mao, in questo caso). E' un pop rock d'autore, con un languido sguardo al passato, soprattutto ai settanta e gli ottanta, con riferimenti testuali che ricordano Le Luci, Dente e Bugo, forse anche qualche cantautore più lontano nel tempo, e un contesto musicale pienamente new wave, con venature dark che certamente contribuiscono a colorarlo di toni cupi e intimistici, sporchi di malinconia soft rock che ricorda proprio gli anni di cui si parlava. Le atmosfere romantico-decadenti di "Luce" fanno il resto. Determinante anche la strumentale "Intermezzo Uno", che quasi svolge da lente d'ingrandimento nei riguardi del genere che la band propone, rozzo ma levigato contemporaneamente, sporco ma limpido. Il disco è veramente molto bello, conscio delle sue potenzialità e per questo pronto a penetrare la scena in maniera decisiva. Il progetto Soluzione è destinato ad arrivare in alto, la strada l'ha già trovata e si ricerca ora una conferma definitiva. Gran lavoro, veramente.
Voto: 8.5
martedì 5 luglio 2011
Yes - Fly From Here (Frontiers Records, 2011)

E’ USCITA LA NUOVA COPERTINA DI ROGER DEAN
Si lo so, il titolo è un poco provocatorio ma di tutti i numerosi componenti, passati e rimasti (perché personalmente lo considero un componente effettivo degli YES), Roger Dean è l’unico che non mi ha mai deluso. E poi quando c’è lui c’è anche Steve Howe e viceversa. Sia la copertina che il solito meraviglioso confezionamento, a cui ci ha abituato la band da (quasi) sempre, non sono però l’unica cosa gradita di questo nuovo album degli YES che arriva dopo 10 anni dal ben apprezzato "Magnification". La storia e le problematiche (nel caso degli YES quasi sinonimi) tra i due album sono cronaca accessibile a tutti e non starò qui a ripeterle.
Il risultato, parafrasando Il Gattopardo, è “bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale”.
Via Jon Anderson, il quale si è permesso di ammalarsi durante un importante tour (quale affronto). Il bradipo, noto anche come Chris Squire, non si è lasciato sfuggire neanche per un istante l’occasione per defenestrarlo completamente e sostituirlo con nuove(?) leve.
Riccardone Wakeman, poi non è mai stato un esempio di salute e quindi fuori anche lui ma d’altronde è dal 1971 che appare (quando appare) nei dischi degli YES per cortesia della A&M records, quindi al fatto che possa mancare ci siamo abituati.
Secondo l’assioma che quella di Anderson sia l’unica (a volte irritante) voce possibile per gli YES (chi ha detto Trevorn Horn?) chi era l’unico al mondo che poteva sostituirlo se non qualcuno che proviene dal fandom, che conosce a mena dito ogni istante della loro discografia e che l’ha pure cantata a mo’ di imitatore fino a ieri ? Ma Benoit David, ovviamente.
E incredibilmente nei minori (per fortuna) momenti in cui fa l’imitatore, sembra proprio di ascoltare l’ex calciatore di Accrington nel Lancshire ma ancora più incredibile, nei maggiori (per fortuna) momenti in cui decide di fare il cantante, David si dimostra perfettamente calato nel sound YES ... o dei Buggles ? ... no degli YES.
Sono passati appena pochi istanti dall’addio di Anderson e Wakeman ma tanto le lacrime si sono già asciugate, ed ecco apparire Trevorn Horn e Goeff Downes. Il primo nel ruolo che sa fare ottimamente, ossia il produttore, l’altro nell’unico ruolo che sa fare, il tastierista (oltre ad affossare e rendere di nicchia, un gruppo miliardario come gli ASIA). E i due ne approfittano subito per proporre a Squire, Howe e Alan White (a questo punto il trio che crea stabilità e continuità al progetto YES) uno scarto da studio risalente ai tempi di DRAMA.
WE CAN FLY (from Here)
(Voci dicono che ne esiste una versione dell’epoca, fine 70/inizio anni 80, con Bill Bruford , se è vero, il demo DEVE essere MIO).
I tre si guardano tra loro perplessi per un attimo e poi si rivolgono ai due Buggles: “Ma non l’avevamo scartato da DRAMA ? E poi non l’avevate riciclato per le bonus track del CD di voi due, Adventures in Modern Recording ?
“E’ vero”, rispondono i due Buggles “ma ci è venuta la genialata di ampliarla in un’intera suite e la faremo con l’ottica dei grandi anni 70 ma con le tecniche di incisione, missaggio e registrazione più moderne e all’avanguardia e sarà la più lunga delle “poche” suite che gli YES hanno fatto fino ad oggi” (circa una dozzina).
Grande idea ... : Dice Howe.
... così manterremo i vecchi fan e ne prenderemo di nuovi tra i loro nipoti: Dice White.
Hic: Dice Squire.
E proprio con questa suite inizia il nuovo album degli YES da cui prende il titolo, disponibile in CD normale al prezzo standard di mercato ma per pochi €uro in più con DVD comprendente documentario e video del singolo We Can Fly, che è anche il secondo movimento della suite e per molti €uro in più, un box nero, contenente quanto sopra, più vinile, più maglietta .. uaoh.
La prima metà del CD ed il primo lato del vinile contengono la suite in 5 parti e qui come in tutto l’album si può apprezzare il grande lavoro di produzione sui suoni che sono l’altro marchio di fabbrica del gruppo fin dai tempi dell’altro ex semi ufficiale YES, Eddie Offord. Straordinarie dinamiche degne di un vinile e miracolosamente salvate nella stampa in CD, suoni vivi e colorati che donano alla musica una vita tridimensionale e un impatto elevato anche nei momenti meno ispirati.
La voce (vera) di David amplia di molto lo spettro interpretativo ma nei coretti con Squire il fantasma di Anderson è palese quanto nostalgico. In effetti l’apparato melodico di tutta la composizione ci riporta al decennio d’oro del cosiddetto progressive. Nulla di nuovo quindi ma è pur vero che è dai tempi dell’album verde che le suite degli YES sono sempre la solita, magnifica, Close to The Edge.
Se c’è una critica da fare alla suite è la poca presenza di Howe ma trattandosi di una creatura di Downes e di Horn ... la chitarra è presente in modo massiccio nel secondo movimento (quello del singolo) per ovvi motivi di rappresentanza. Un poco all’inizio del terzo movimento: “Sad Night at the Airfield" e, avendola scritta lui, nella 4° parte: “Bumpy Ride”, forse il momento più interessante e “YES” della suite.
Il lato B(?) si apre con “The Man You Always Wanted Me to Be” che , udite, udite, vede per la prima volta in un disco degli YES, Chris Squire come lead vocal (si vede che manca Anderson eh eh eh). Il brano scritto dal bradipo in persona con l’aiuto del suo ex compagno dei Syn, Gerard Jhonson è orecchiabile, ruffianetto al punto giusto e potenziale altro singolo.
Più interessante la successiva, “Life on a Film Set” anch’essa scarto dei Buggles ma qui arrangiata ottimamente. Soprattutto Howe si ricorda chi è con la sua chitarra classica in un brano apparentemente AOR ma chi riserva piacevoli sorprese. Il finale è un poco inconcludente ma azzardo a dire che qui Anderson non avrebbe fatto meglio di David.
Ed ecco finalmente i due pezzi scritti dal solo Howe. Li aspettavo dall’inizio dell’album e il primo, “Hour of Need”, nonostante (o forse a causa) dell’inizio promettente diventa dopo 15 secondi esatti un rilassato brano da spiaggia degno dei momenti più beceri dello Jon Anderson solista ma d’altronde, storicamente i due facevano comunella contro l’altro polo compositivo del gruppo, quello di Squire.
"Solitaire" è il vero momento “solitario” di Howe, come lo fu per il brano "Masquerade" in “Union”. I momenti acustici, “intimi” di Howe sono di quanto più lontano ci possa essere dal mondo YES, dal progressive, dalla cultura Britannica.
Momenti di pace e riflessione.
Chiude l’album "Into the Storm", altro potenziale singolo pop. Scritto da tutti i componenti del gruppo compreso White ma con Oliver Wakeman ( .. oh dad ..) al posto di Downes. Oliver aveva partecipato al tour del 2008 e aveva cominciato a collaborare in studio per Fly From Here fino all’arrivo di Dwones. Nell’album non si specifica dove finisca il lavoro di uno e cominci quello dell’altro e qui è l’unico posto dove appare nei credits. Comunque, forse, parteciperà al tour promozionale.
In ultimo, alla faccia nostra e per la gioia dei collezionisti, in Giappone (i soliti privilegiati) il disco è uscito con un pezzo in più che non è altri che “Hour of Need” lunga il doppio. Chissà se così il pezzo ne giova o ne raddoppia solo l’agonia.
In conclusione un album lontano dalle vette di Keys To Ascension, se vogliamo rimanere in ambiti relativamente più recenti ma lo stesso apprezzabile e piacevole .. e poi c’è Roger Dean.
Per il voto ascoltatelo e datevelo voi.
(Recensione di Donald McHeyre)
venerdì 1 luglio 2011
Genesis-Selling England By The Pound (Charisma, 1973)

Genesis, chi li ama alla follia per Gabriel, chi li odia per Collins, mai viceversa in realtà. Erano lontani i tempi in cui ottenevano i primi consensi in Italia girando per luoghi come il Piper prima di diventare autentiche leggende della musica Prog e non solo. Possiamo definire i loro album come un progressivo mutamento in positivo fino ai tempi di And There There Were Three (1978), insomma alla fin fine i primi due album di Collins da vocalist sono stati comunque eccellenti, soprattutto lo splendido A Trick Of The Tail (1976). In realtà però chi è appassionato di Prog li ricorda per il virtuosismo alle tastiere di uno di quelli che insidiava il trono a gente come Rick Wakeman o Keith Emerson ovvero Tony Banks, per il basso e la chitarra a 12 corde di Mike Rutherford, il faccino adorabile di Phil Collins, che si dilettava nel fare da seconda voce ed eccellente batterista, la vena creativa del grandissimo Steve Hackett, spesso sbeffeggiato dalla band ma con una vasta e grandiosa carriera solista; ma soprattutto Peter Gabriel, la presenza scenica, il "The Flower" in "Supper's Ready", "Rael" in "The Colony Of Slippermen", proprio lui che indossava spesso vestiti della moglie. I Genesis ci hanno lasciato delle perle leggendarie come Trespass (1970), Nursery Cryme (1971), Foxtrot (1972) e The Lamb Lies Down On Broadway (1974) che alcuni preferiscono anche al capolavoro d'arte Selling England By The Pound.
Non è facile parlare di quest'album perchè si avrebbe la paura di non rendere l'idea della grandiosità che si cela all'interno. D'altronde l'apertura è già da brividi. Dancing With The Moonlit Knight introduce l'album con la voce a cappella di Gabriel e man mano che si procede c'è una progressiva accelerazione che porta ai soli del duo Hackett-Banks. Così come lo è l'intero album anche questa canzone è complessa, nella fase centrale tra un solo e l'altro viene utilizzato un coro a 8 voci, Tony Banks si diletta nell'uso del Mellotron M400 appena acquistato e Steve Hackett spesso viene menzionato per aver usato la tecnica del tapping e dello sweep-picking. Il testo è ironicamente riferito ad alcuni prodotti inglesi. Segue alla grande apertura un grande singolo, uno di quelli che spezza il ritmo tra canzoni più articolate per affrontare temi leggeri. I Know What I Like (In Your Wardrobe) è una ballata, se vogliamo anche con qualche leggero risvolto psichedelico, il testo si riferisce a un ragazzo nullafacente in cerca di lavoro. E' uno di quei brani ripoposti molto spesso dalla band soprattutto nel periodo Pop con Phil Collins frontman. Arriviamo al terzo brano, una canzone indescrivibile, Firth Of Fifth. Alcuni la considerano come la più bella dei Genesis, di sicuro si contende il trono con Supper's Ready, anche se molti preferiscono in quest'album The Battle Of Epping Forest. Quando avremmo finito di sentire l'intera canzone strutturalmente e musicalmente ci sembrerà incredibilmente perfetta, senza sbavature. L'intro in pianoforte è uno dei più famosi della storia, alla voce di Gabriel invece seguono tre soli, il primo dello stesso Gabriel al flauto dai toni più pacati, l'accelerazione arriva invece con il solo di Banks che riprende i motivi dell'introduzione, segue poi con ritmo più tenue il solo di Hackett, quasi a sfondo epico. In realtà Tony Banks ha addirittura definito il testo di questa canzone come uno dei più scarsi alla quale lui abbia mai partecipato e nel tour "Seconds Out" spesso, odiando il pianoforte elettrico per effettuare l'introduzione di questo brano la tralasciava passando così direttamente alla parte cantata. La traccia quattro è rappresentata da More Fool Me, una canzone completamente acustica, l'unica cantata da Collins assieme a For Absent Friend di Nursery Cryme durante il periodo Gabriel, una di quelle che lascia presagire il suo avvento alla voce. The Battle Of Epping Forest è il brano più lungo dell'album e uno dei più complessi. Protagonista assoluto è Gabriel e i suoi continui mutamenti di voce per interpretare ruoli e personaggi diversi cosi come farà in The Lamb Lies Down On Broadway. Tuttavia, proprio per la sua complessità, la band ha cominciato a pensare che sarebbe stato impossibile riproporre questa canzone sempre senza errori, quindi è stata tolta per sempre dai tour e mai più rappresentata a differenza di I Know What I Like, Firth Of Fifth o The Cinema Show, altri pilastri di questo album. Finalmente arriva anche il tocco di Hackett, come se non l'avesse già messo, con After The Ordeal, che è un brano interamente strumentale e che creò inizialmente molti problemi; infatti sia Tony Banks che Peter Gabriel furono contrari al suo inserimento nella tracklist dell'album, fu proprio una di quella serie di discussioni che portò all'abbandono di Hackett dopo Wind And Wuthering (1977) riuscendo finalmente ad esprimersi per come lui voleva. Come se non bastasse segue un altro capolavoro, The Cinema Show. Una dimostrazione di forza del gruppo dominata all'inizio dagli arpeggi di chitarra a dodici corde con inserti di flauto e nella seconda parte da un impressionante assolo di Tony Banks dalla durata di 5 minuti in 7/8. Se voi provaste a vedere un esibizione di tale solo anche solamente in video potreste rimanere davvero a bocca aperta. Il testo invece è un misto tra Romeo e Giulietta e la figura mitologica di Tiresia. Il brano in realtà termina conAisle Of Plenty, coda dello stesso The Cinema Show e dell'intero album come sempre caratterizzato da giochi di parole che in questo caso vanno contro il consumismo delle grandi imprese.
E' ovvio che le sensazioni sono soggettive ma credo che oggettivamente su questo album non ci sia nulla su cui discutere. I vecchi camaleonti del Prog ricordano le loro date in Italia come se fossero leggenda e in effetti non può che non essere così. I Genesis come tutti saprete da lì in poi avranno un grande impatto commerciale nel Pop, ma senza ombra di dubbio una regressione incredbile da parte dei membri della band. Tra tutti Banks che perde veramente in negativo rispetto al passato. Anche se ad alcuni i Genesis piacciono anche da Pop è vergognoso ritrovarsi una discografia che affianca brani come The Musical Box a brani come I Can't Dance. Purtroppo la maggior parte delle band hanno una fase negativa anche se questa è durata davvero troppo. Nonostante tutto Peter Gabriel e Steve Hackett, nella loro carriera solista hanno continuato a stupire, mantenendo sempre un loro stile inconfondibile. Non ci resta che sognare tra le nostre cuffie e goderci fino a quando potremmo la perfezione di quest'album e dei primi anni di Genesis.
Voto: 10
sabato 11 giugno 2011
Porcupine Tree-Fear Of A Blank Planet (Roadrunner Records, 2007)

Porcupine Tree, una di quelle band che meriterebbero molto di più. Icone del Prog moderno, probabilmente anzi sicuramente la miglior espressione Prog Rock (e non solo) degli ultimi anni, anzi decenni. I Porcupine Tree sono innanzitutto Steven Wilson, creatore della band, frontman, paroliere, chitarrista e cantante, insomma serve altro? Fu proprio lui a partire da solo con il progetto, suonando tutti gli strumenti e cantando. Il primo periodo mostra l'influenza delle atmosfere Pink Floydiane ma la band ha sempre sviluppato e ridefinito un proprio stile inconfondibile e contaminato da vari generi. Completano la band lo straordinario Gavin Harrison, uno dei più grandi batteristi al mondo, estremamente duttile, con mano sia Jazz che Hard quando serve. Lo stesso Harrison venne chiamato a sostituire il primo batterista Chris Maitland dal tastierista Richard Barbieri. Al fianco dei componenti già citati abbiamo Colin Edwin al basso, facilmente riconoscibile da un cappellino che copre la sua "testa pelata" e John Wesley come turnista.
domenica 22 maggio 2011
Max Pezzali live @ Gran Teatro Geox, Padova 21.05.2011
venerdì 29 aprile 2011
Tool-Aenima (Zoo/Volcano, 1996)

Un nome, una garanzia. I Tool sono una band nata nel 1990 da un incontro avvenuto tra due geniali menti quali quelle del paroliere Maynard James Keenan e del fondamentale Adam Jones, membro del gruppo importantissimo sia musicalmente che esternamente, capace di partecipare come scenografo a film come Terminator 2 e Jurassik Park, insomma mica poco. Divenuti famosi inizialmente grazie alle numerose partecipazioni al festival di Lollapalooza, i Tool si sono imposti prima nella scena Alternativa con LP Opiate (1992) e l'album Undertow (1993), acclamato dalla critica. Il sound dei Tool è inconfondibile, uno stile unico, molto oscuro ma altamente affascinante, ma ciò che porta il gruppo alla massima acclamazione è l'ingresso nella formazione di Justin Chancellor che entra al posto di Paul D'Amour dai Peach. Le caratteristiche sfociano oltre che in sonorità macabre e coinvolgenti anche in un linguaggio visivo che caratterista gli spettacoli della band come un autentico palinsesto di luci nel quale Keenan preferisce posizionarsi dietro e rimanere nel buio creando un atmosfera elettrizzante. Tutto questo si accentua con uno dei grandi capolavori della band, Aenima. I brani si fanno più lunghi e articolati e questo porta la band a scrivere una pagina importante di un Progressive particolarissimo che porterà loro un apprezzamento da parte anche di chi non ama il genere.
domenica 27 marzo 2011
Frank Zappa - Civilization Phaze III (Barking Pumpkin Records, 1994)

Non è facile parlare di un disco come questo. La mia passione per la musica di Frank Zappa non è per niente nascosta o nascondibile, ma questo disco è qualcosa di oltre anche per lui. E' in tutti i sensi l'ultima fatica di Zappa. Gli ultimi anni della sua vita, a malattia già iniziata, li ha spesi soprattutto per ultimare questo progetto. Innanzitutto vediamo di capire perché questa è la parte tre indicata nel titolo. La prima parte sarebbe il disco dei Mothers of Invention "We're Only In It For The Money" (splendida parodia del mitico "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei The Beatles, dei quali parleremo in un secondo momento in un editoriale apposito) e la seconda "Lumpy Gravy", il primo lavoro accreditato al solo Zappa.
In realtà di "We're Only In It For The Money" c'è poco o niente in questo album, mentre i legami con "Lumpy Gravy" sono molto più forti. Stiamo parlando ovviamente delle "voices inside the piano" e la loro trama. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, si tratta unicamente di un esperimento sonoro di Zappa. All'età di 9 anni, il piccolo Frank notò al funerale di sua nonna che le candele rispondevano ad alcune note di organo muovendosi in un certo modo. Scoprì quindi che parlando all'interno di un piano, in base alla nota che la voce fa, la corda che produce la nota corrispondente vibra. Se volete un esempio analogo provate a parlare a voce alta davanti ad un termosifone, ad esempio.
Affascinato da questo, Zappa quasi vent'anni dopo (nel 1967) registrò molte conversazioni senza senso fatte da alcuni collaboratori con la testa dentro ad un piano. La trama non ha molto senso in realtà, ma in questo caso è secondaria: si parla semplicemente di una possibile umanità che viene rapidamente trasformata in maiali e pony che controllano il mondo, e di modi per capire come evitare tutto ciò. Il fatto poi che molti dialoghi siano frutto di taglia e cuci tra voci registrate nel 1967 e nel 1991 rende ancora meno comprensibile tutto ciò. Ciò che interessava a Zappa maggiormente però era l'essenza del suono particolare che hanno tali voci una volta fatte risuonare all'interno della cassa di risonanza di un piano.
L'umorismo che contradistingue Zappa è quasi completamente assente: qualche nonsense volgare in varie lingue su "This Ain't CNN", il titolo di "Dio Fa" (anche se la composizione è tutto meno che divertente) e uno stravolgimento di "In The Navy" dei Village People (irriconoscibile comunque) nella traccia "N-Lite".
Uno dei requisiti per riuscire ad apprezzare questo disco è tenere in mente il momento in cui è stato fatto: Frank Zappa, al momento della produzione del disco, aveva infatti un cancro allo stato avanzato, sapeva che non sarebbe durato molto e non fa niente per nasconderlo in questo album. L'atmosfera è infatti cupa e oscura e la musica è complicata, ostile e di difficile ascolto persino per i fan di Zappa più accaniti.
Zappa non riuscì a vedere questo album nei negozi (Frank morì il 4 Dicembre 1993 e questo disco è uscito il 2 Dicembre 1994, quasi un anno dopo), ma quantomeno riuscì a terminarne una stesura definitiva.
La musica è eseguita quasi interamente al synclavier (aggegio elettronico che Zappa usava per comporre e che utilizzò spesso negli anni 80 nei suoi album. Diversamente dal solito ha però suoni veri campionati, invece di frequenze sintetizzate), con l'ausilio dell'orchestra Ensemble Modern che più volte ha collaborato con Zappa negli ultimi anni della sua vita.
I momenti di maggior interesse sono la già citata "N-Lite", "Put a Motor on Yourself", "A Pig With Wings" (un momento quasi distortamente e perversamente sensuale), "Buffalo Voice", "Dio Fa" e "Beat The Reaper", probabilmente le tre cose più spaventose e agghiaccianti che si possano trovare in un album di Zappa.
Questo ultimo brano in particolare, sembra essere la morte di Zappa espressa in musica. La morte vista dal punto di vista di un uomo che sa di stare per morire è molto diversa dalla morte vista dall'esterno, e si tratta più che altro di un brano paranoico, assurdo, nel quale si mischiano vari elementi apparentemente incompatibili tra di loro e che pare non avere una soluzione propria. In aggiunta a tutto questo, in sottofondo al brano c'è un incessante rumore di pioggia, che prosegue anche nella traccia successiva e di chiusura dell'album, intitolata "Waffenspiel": 4 minuti di rumori di temporale, spari, aerei che passano e latriti di cani. E' già di per se un finale inquietante perché non c'è niente di ciò che ci è rimasto familiare per i 110 minuti precedenti: né le voci, né la musica, solo rumori distanti. Ma, tenendo conto che non è solo il finale dell'opera, ma il finale dell'intera discografia Zappiana, e in un certo senso della vita di Zappa allora acquista una vena disturbante e spaventosa.
E' un disco terribilmente difficile, non adatto al fan casuale e ancora meno a chi non conosce quasi per niente Zappa. Tuttavia, per lo scolaro Zappiano è semplicemente essenziale, ed è un album che dimostra perché Zappa, nonostante il suo senso dell'umorismo particolare e la sua vena goliardica non va assolutamente considerato un artista demenziale.
Un disco da sviscerare, studiare e ascoltare ancora, ancora e ancora.
Voto: 9
lunedì 14 marzo 2011
PFM - Chocolate King (Numero Uno, 1975)

PFM, non credo ci sia bisogno di presentazioni eccessive. Una delle più grandi realtà del Progressive Made In Italy, uno di quei gruppi che in realtà compete anche con i più grandi di questo genere, insomma un nome, una garanzia. Iniziarono sotto il nome de "I Quelli"; erano canzoni più che altro Rock'n'Roll che Progressive ma già si intravedeva da parte di ognuno destrezza nello strumento. Ogni componente all'interno del panorama italiano risulta tra i migliori in assoluto. Storia Di Un Minuto (1972) è il primo album e tra l'altro il più ricordato soprattutto per la presenza di canzoni come "La Carrozza Di Hans", "E' Festa" e "Impressioni Di Settembre", vere icone di questa band, canzoni sempre riproposte in live. Il gruppo in futuro cercherà successo all'estero e vincerà per due volte il premio come miglior gruppo emergente sulla stampa Inglese pubblicando anche per l'etichetta discografica creata dagli Emerson, Lake and Palmer, la Manticore. Per l'approdo della musica Progressiva Italiana anche sulla west coast la PFM decide di andare alla ricerca di un frontman e lo troverà in Bernardo Lanzetti, chiamato dai fan "The Voice Impossible", il Gabriel italiano, ex cantante in quel momento degli Acqua Fragile. Il risultato sarà un bottino di tre album straordinari ma forse anche fin troppo sottovalutati, alla fine infatti la band deciderà di tornare a lavorare in Italia ma soprattutto di tornare a cantare in Italiano con Passpartù (1978).
Il primo album dell'era Lanzetti rimane storico, Chocolate Kings è uno dei pilastri del Prog Italiano, ma messo molto da parte. From Under è il brano d'apertura in cui la voce di Lanzetti è perfetta e precisa perchè amalgama sinuosamente momenti più soft a pure esplosioni Rock, lo strumentale è tutto affidato nelle mani degli altri membri, Mauro Pagani al Violino e Flauto Traverso spesso è protagonista e si scambia con il virtuosismo di Mussida e Premoli, chitarra e tastiera fino ad arrivare a Franz Di Cioccio dove in alcuni momenti lascia intravedere degli autentici solo di Batteria; da non ti menticare lo straordinario Patrick Djivas, immenso bassista che arrivò nella band dagli Area, insomma mica poco. Il ritmo, nei frangenti più spinti è incalzante, veloce e persuade l'ascoltatore. Harlequin forse è il brano più bello dell'album, poche volte riproposto live ma ultimamente ripresentato anche al Prog Exhibition a Roma. Cosi come in quasi tutte le canzoni dell'album c'è un esplosione nella parte centrale, questa volta contrassegnata da un accelerazione repentina che porta a una mutazione quasi in chiave Hard. Non a caso si diceva che al posto di Bonham i Led Zeppelin provarono a chimare proprio Di Cioccio. In assoluto Chocolate Kings è la canzone che ha la funzione di simbolo, non a caso è la title track dell'album. Non sarà la più bella ma è sicuramente quella che avrebbe in un live l'effetto di una "E' Festa" perchè porta a smuovere il pubblico. Suonata pochissime volte dal vivo, anche perchè è impossibile per Di Cioccio arrivare alle tonalità di Lanzetti, tuttavia un'ottima riproposizione proprio con Lanzetti la troviamo nel cofanetto 10 anni live (1996), diviso in 4 cd, una raccolta di live a partire dai tempi delle cover di Jethro Tull e King Crimson. Out Of The Roundabout, il brano successivo, è quello più riproposto dal vivo, praticamente in ogni concerto, oggi però è Lucio Fabbri, che tra l'altro sostituisce egregiamente Mauro Pagani che abbandonò il gruppo già da Jet Lag, a interpretarla. Paper Charms è il pezzo più lungo, quasi 9 minuti, e pensare che la PFM raramente è arrivata, nonostante la grandezza, a comporre un brano di 10 minuti. Comunque sia, anche Paper Charms per la sua complessità è uno di quei brani che in live, riproposto ad un pubblico esperto farebbe davvero colpo. E' un brano che bisognerebbe risentire perchè inizialmente quasi colpisce di meno però è proprio in questo che sta la caratteristica del Progressive, più si riascolta più si scopre qualcosa, il pluriascolto di un pezzo aiuta a percepirlo e ad apprezzarlo maggiormente.
Chocolate Kings verrà criticato in America e non molto preso bene probabilmente per i testi, quelli che parlano della cosi detta "mamma cicciona che va in giro col mitra e la cioccolata" simboleggiante proprio gli USA. Lanzetti rimarrà poco tempo, solamente tre album, il secondo, Jet Lag (1977), sarà molto più ispirato al Jazz, il terzo, Passpartù sarà un capolavoro di ritmica, tra l'altro con una bellissima copertina. Le redini andranno in mano a un grande Di Cioccio, leader carismatico e dalla ottima voce oltre che grande batterista. La band subirà però un calo, Suonare Suonare (1980) è amato da alcuni e non aprezzato da altri, cosi come Miss Baker (1987), mentre PFM?PFM! (1984) rimane di sicuro il più brutto e meno Progressive album della band che come altri gruppi Prog negli anni '80 a perdere colpi e a diventare più "semplice". Il ritorno avverrà nel 1996 con uno splendido Ulisse (1996) seguito da altri capolavori fino ad arrivare a un nuovo addio di Premoli che già lasciò la band dopo Suonare Suonare. Come vedete c'è tanto da dire, sono un'emblema della MUSICA Italiana, parliamo di musica in maiuscolo attenzione! E l'impressione è che questi "vecchietti" non la manderanno a dire perchè in fondo sono ancora giovani dentro.
VOTO: 8 1/2
mercoledì 16 febbraio 2011
No Strange Delight - Un approfondimento sui Roxy Music

Il primo album dei Roxy Music è stato pubblicato nel Giugno 1972, ma la storia inizia nel Novembre 1970, quando Bryan Ferry, giovane insegnante di ceramica in una scuola femminile viene licenziato perché, invece di fare lezione, fa ascoltare musica alle sue studentesse. Il giovanotto, che nel tempo libero suona il pianoforte e canta, decide assieme al suo amico bassista Graham Simpson di pubblicare un annuncio per cercare un tastierista con cui portare avanti un progetto musicale. Contemporaneamente, Ferry fa un audizione per entrare nei King Crimson (si parla più o meno del periodo antecedente a "Islands"). Robert Fripp e Peter Sinfield decidono che la voce di Ferry non va bene per i King Crimson, ma restano abbastanza impressionati da lui da garantirgli un contratto con la E.G. Records, nel caso avesse bisogno.
Poco tempo dopo risponde all'annuncio un giovane insegnante di musica della Holland Park School, Andy Mackay, il quale però non suona le tastiere, bensì il sassofono e l'oboe anche se è possessore di un sintetizzatore VCS3. Mackay già che c'è porta a bordo un amico di università che presto farà parlare di se, Brian Eno, il quale anche se non è un vero e proprio musicista ha una visione interessante dell'arte, è in grado di adoperare il VCS3 di Mackay per manipolare i suoni del gruppo e sa cantare abbastanza bene da riuscire a fare i cori. Inizialmente Eno ha puramente funzione come tecnico del suono, ma ben presto diventa membro ufficiale. Dopo qualche tentativo fallito, vengono reclutati anche il batterista Paul Thompson e il chitarrista Davy O'List, precedentemente membro dei The Nice. Il gruppo prende così il nome di Roxy, un miscuglio tra "rock" e "sexy", ma dopo aver appreso che un gruppo Americano chiamato così esiste già, il nome del gruppo viene mutato in Roxy Music.
Grazie alla pubblicità del giornalista di Melody Maker Richard Williams, e al supporto del mitico DJ della BBC John Peel, la band registra la sua prima BBC session il 4 Gennaio 1972 (con i brani "Re-Make/Re-Model", "If There Is Something", "The Bob (Medley)", "Would You Believe?" e "Sea Breezes", tutti pezzi che in arrangiamenti leggermente differenti appariranno sul primo album). Poco dopo la session, in seguito ad alcuni fraintendimenti con il batterista Thompson, O'List lascia e viene sostituito permanentemente da un chitarrista mezzo Inglese mezzo colombiano, Philip Geoffrey Targett-Adams, che si fa chiamare Phil Manzanera. Con questa formazione la line-up classica dei Roxy Music (Bryan Ferry alla voce solista e al piano, Phil Manzanera alla chitarra, Andy Mackay ai fiati, Graham Simpson al basso e Paul Thompson alla batteria) nel Marzo 1972 registra il primo omonimo album.
FOR YOUR PLEASURE: THE EXPERIMENTAL YEARS (1972-1973)

Roxy Music (Island, 1972)Fin dal primo album era chiaro che i Roxy Music volevano unire i loro differenti background musicali per creare un sound unico che però attingesse da diversi stili. "If There is Something", un brano dove per sei minuti succede di tutto, e nei quali diverse sezioni musicalmente diverse tra di loro sfociano l'una nell'altra in maniera pressoché perfetta, è parecchio esemplificativo. Un altro brano degno di nota, per lo stesso motivo, è l'ostica e avanguardistica "The Bob (Medley)", il brano dove la presenza di Eno è maggiore, contente un ottima prova chitarristica di Manzanera. Tale contrapposizione, un po' diluita, è presente anche in "Ladytron", che, dopo un introduzione atmosferica alterna ad una strofa pop, degli interventi strumentali tipicamente prog. "Sea Breezes" in un certo senso si potrebbe definire un po' il magnum opus del disco, maestosa nell'involucro e cervellotica nell'interno. Tra le canzoni più tradizionali sicuramente spicca "2HB", affettuoso omaggio a Humphrey Bogart, con la sua cadenza rilassata, quasi acquatica. Sicuramente i Roxy Music sono partiti col piede giusto, e questo disco è certamente uno tra i migliori album d'esordio di ogni gruppo.
Il bassista Graham Simpson diviene ogni giorno sempre meno interessato al gruppo e alla musica e sempre di più al Sufismo, cosicchè viene sostituito da Rik Kenton. Poiché l'album d'esordio non conteneva nessun 45 giri, il gruppo, con questa formazione, torna in studio di registrazione per registrare "Virginia Plain", un allegra canzoncina, tanto orecchiabile quanto bizzarra che diventerà presto uno dei classici del gruppo; apparirà inoltre in quasi tutte le ristampe (LP comprese) dell'album di esordio. Kenton però, inaspettatamente, lascia il gruppo, il quale decide che da ora in avanti non avrà più un bassista stabile. Viene reclutato come special guest John Porter, e il gruppo registra un nuovo album, intitolato "For Your Pleasure", degno di nota anche perché la gentil donzella che appare in copertina altri non è che Amanda Lear. Il disco viene anticipato dall'uscita del 45 giri "Pyjamarama", che segue le orme di "Virginia Plain" quanto canzone orecchiabile e bizzarra, ma i risultati di vendita ottenuti non sono gli stessi e il brano non viene inserito su album.
For Your Pleasure (Island, 1973)Meno variegato del primo album, "For Your Pleasure" resta comunque un disco di grande interesse, non solo per la pregevolezza delle composizioni, ma anche perché il disco è intriso di un sound oscuro, quasi gotico, che non si ripeterà più nei dischi successivi. Il che è particolarmente notabile su "In Every Dream Home a Heartache", uno dei più alti vertici mai raggiunti dai Roxy Music, una disperata invocazione di una persona che vive nel lusso, la cui unica compagnia femminile è rappresentata da una bambola gonfiabile (vi sembra ridicolo? leggete il testo e sentite la musica e il tono di voce che lo accompagnano), ma anche sul lungo racconto di uno stupro "The Bogus Man" e sull'invocazione post mortem "Strictly Confidential". Impossibile non citare anche la splendida title-track, dove le personalità di Ferry e di Eno si scontrano bruscamente, il primo rassicurante e galante, il secondo inquietante e sperimentale.
Se queste differenze tra Eno e Ferry funzionavano dal punto di vista musicale, senza dubbio non lo facevano dal punto di vista umano. A Eno piaceva sempre di meno stare sul palco, e le divergenze con Ferry diventano ogni giorno più grandi fino a che Eno non esce dal gruppo. Manzanera, Mackay e Thompson non sono soddisfatti per niente di questo e per poco non lasciano a loro volta.
SERENADE: THE ART ROCK YEARS (1973-1976)

Il sostituto di Brian Eno è un giovane diciannovenne, Eddie Jobson, che chi segue questo blog ormai dovrebbe conoscere bene. Nonostante la giovane età, Jobson aveva già sul curriculum i Curved Air, e si trova a coprire il ruolo di Eno, quello di Ferry al piano (che si concentrerà unicamente sul canto) e il suo, innovando il sound dei Roxy Music con l'aggiunta del violino elettrico. Nonostante Manzanera, Mackay e Thompson siano estremamente irritati per l'abbandono di Eno e per la manipolizzazione di Ferry, riconoscono in Jobson un grande talento e infatti nei loro progetti solisti, tra i vari musicisti comparirà anche il nome del giovane Eddie. Il basso, per tutti gli anni successivi, in studio è suonato da John Gustafson, bassista parecchio talentuoso che però decide di non entrare in pianta stabile nel gruppo. Dal vivo il ruolo di bassista, oltre che dallo stesso Gustafson, è ricoperto da Sal Maida, Rick Wills e soprattutto John Wetton, un nome una garanzia.
Stranded (Island, 1973)Anche se, chiaramente, i Roxy Music erano più Ferry che Eno, l'abbandono di quest'ultimo sicuramente ha fatto cambiare un po' le cose. Le composizioni contenute in questo ottimo "Stranded" hanno tutte l'inconfondibile timbro Roxy Music, ma appunto risentono della mancanza dell'elemento bizzarro che la presenza di Eno dava. Tuttavia la presenza di Eddie Jobson dà una certa professionalità e solidità che prima non c'era, che in parte bilancia le cose. Se da un lato è il primo album a contenere il primo vero passo falso dei Roxy Music (l'insopportabilmente lunga e pomposa "Psalm", anche se pare che sia stato il primo brano in assoluto composto da Ferry), i rimanenti sette brani sono tutti di qualità sopraffina, e rappresentano un evoluzione perfetta, che ha consentito al gruppo di cambiare stile pur rimanendo sempre se stessi. Per la prima volta, i brani non sono tutti solo di Ferry, ma è aiutato anche da Manzanera e Mackay. Con il primo compone "Amazona", una sorta di suite in quattro minuti, con il secondo la stupenda "A Song for Europe", uno dei momenti più toccanti dell'intera discografia. Doveroso citare anche il capolavoro del disco "Mother of Pearl", un brano di raro gusto e raffinatezza, l'energica "Street Life" e la conclusiva "Sunset", un brano il cui titolo è perfettamente appropriato, ottimo modo di concludere un ottimo album.
A parte il solito tour promozionale, tra le registrazioni di questo album e di quello successivo non accade nulla di importante. Come già detto prima, il basso sul seguente "Country Life" è sempre suonato da Gustafson.
Country Life (Island, 1974)Ciò che al momento dell'uscita del disco ha provocato più scalpore è stata ovviamente la copertina, che se non altro non è un pretesto per nascondere musica mediocre. I passi falsi, purtroppo, continuano ("If It Takes all Night", "Three and Nine"), ma come per il precedente "Stranded", il resto del disco si mantiene a livelli più che buoni. Inoltre, finalmente il violino di Eddie Jobson comincia a farsi sentire, soprattutto nell'eccellente "Out of the Blue", il cui finale resta una delle migliori prove di tutta la carriera del giovane musicista. Country Life si può anche considerare il disco più rock dei Roxy Music, fatto evidenziato dalle trascinanti e coinvolgenti "Casanova", "The Thrill of it All", "All I want is You" e "Praire Rose". Nell'eccitazione si tira nel calderone anche un bizzarro e curioso canto medioevale, con armonizzazioni vocali che portano alla memoria i Beach Boys ("Triptych"). Un plauso anche alla produzione dell'album che contribuisce a rendere il disco molto solare.
Siren (Island, 1975)Ad un primo ascolto "Siren" può apparire come una copia carbone di "Country Life". Ad un ascolto più approfondito, ci si accorge invece di quanto sia studiata la musica dei Roxy Music, e particolarmente, di quest'album. La ricetta è la stessa dei due album precedenti, ma migliorata, raffinata e quasi totalmente priva di errori. E' indubbiamente l'album migliore di questa fase, ed è facile capire perché dopo di questo disco i Roxy Music si siano presi una pausa di tre anni: o avrebbero prodotto una copia carbone di questo album, o avrebbero cambiato stile (cosa che avverrà, di fatto, tre anni dopo) e il che sarebbe stato rischioso. La prima impressione che lascia questo album è che sia un disco fiacco e con pochi punti d'interesse. Per fortuna tale impressione è largamente smentita ad un analisi approfondita. Non si tratta solo dell'eccellenza delle composizioni, quanto anche del collocamento dei brani nell'album (si ascolti ad esempio il modo in cui sono collegate "End of the Line" e "Sentimental Fool", o la contrapposizione tra l'ottimista e leggera "Love is the Drug" a inizio disco e la pessimista e amara "Just Another High" al termine dell'album). Tra i brani di maggior rilievo spiccano la già menzionata "Sentimental Fool", le incredibilmente energiche "She Sells" e "Whilrwind", la proto-disco di "Both Ends Burning" e "Nightingale", il brano meglio arrangiato del disco, probabilmente. Bisogna, inoltre, notare come Bryan Ferry sia di colpo evoluto vocalmente; le armonie vocali sono infatti una delle maggiori attrative di questo album. Un disco da gustare insomma e da sviscerare bene per poterlo apprezzare completamente, ma che, una volta fatto, da i suoi frutti!
Dopo di "Siren", i Roxy Music intraprendono un tour, finalmente con Gustafson anche live, dopodiché si concedono un periodo sabbatico. Nell'Agosto 1976 esce il primo live album del gruppo, compilato da concerti dal 1973 al 1975.
Viva! (Island, 1976)Ciò che colpisce di più di questo live è la selezione dei brani: due da "Roxy Music", tre da "For Your Pleasure", nessun brano da "Stranded", uno a testa da "Country Life" e "Siren", più il singolo del 1973 "Pyjamarama". Insomma, 6 brani su 8 fanno parte del periodo Eno del gruppo; e il che è curioso visto che le scalette dell'epoca riportano principalmente brani degli anni successivi. Comunque sia, "Viva!" è un ottimo documento live, che dimostra un gruppo compatto e solido e che non esegue copie carbone dei brani in studio. Tra le migliori esecuzioni si ricordano due versioni lunghe e ispirate di "In Every Dream Home a Heartache" e "If There is Something" e "The Bogus Man", un po' riarrangiata, ma con la sua aura inquietante riprodotta perfettamente.
Come dicevamo prima, i Roxy Music si prendono un periodo sabbatico. Eddie Jobson va a suonare con Frank Zappa, prima, poi forma gli UK e in seguito entra nei Jethro Tull. Insomma, ha ottimi motivi per non tornare nel gruppo quando si riformerà tre anni dopo.
WHILE MY HEART IS STILL BEATING - THE ROMANTIC YEARS (1979-1983)

A metà 1978 Ferry, Manzanera, Mackay e Thompson, che nel frattempo non erano rimasti con le mani in mano ma si erano dedicati tutti a progetti solisti, tornano in studio di registrazione a nome Roxy Music, aiutati dal grande Paul Carrack alle tastiere e al basso due grandi bassisti: Gary Tibbs e Alan Spenner. In questa ultima fase dei Roxy Music c'è appunto da evidenziare che, sebbene continuino a non avere un bassista ufficiale (Spenner sarà quello più usato), il basso per la prima volta è molto presente e spesso è proprio ciò che porta avanti i pezzi.
Manifesto (E.G. Records, 1979)Dal punto di vista concettuale, "Manifesto" riprende un po' la ricetta di "Siren", cercando di espanderla un po' verso nuovi orizzonti. Da questo punto di vista, piazzato nel contesto storico del gruppo, l'album può quindi quasi considerarsi un fallimento. Dal punto di vista musicale però è un album molto buono, nonostante un paio di brani mediocri ("Cry, Cry, Cry" e "My Little Girl" su tutte). Tuttavia impossibile non notare la strana costruzione (e allo stesso tempo orecchiabile) della title-track, o l'ottimo fluido improvvisativo che colpisce l'ascoltatore su "Stronger Through the Years". Anche le canzoni pop non deludono, come dimostrano "Dance Away" e "Spin Me Round", così come convincono anche "Angel Eyes" e "Still Falls The Rain", più movimentate.
Va notato che nella maggior parte delle edizioni CD di "Manifesto", le versioni originali di "Angel Eyes" e "Dance Away" sono state sostituite con le versioni su singolo. Mentre la seconda era essenzialmente un mix e un edit diverso della stessa versione, la prima era un arrangiamento completamente diverso della medesima composizione: hard rock su album e discomusic su singolo. L'ultima versione in CD mantiene la versione su singolo di "Dance Away", ma ripristina la "Angel Eyes" originale. Il motivo di questa scelta fu che le versioni su singolo dei due brani diventarono delle hit, superando di popolarità le versioni album. Chi volesse sentire le due versioni originali insieme su CD, si procuri il boxset "The Thrill of It All", che include anche le interessanti B-side del gruppo. Per il tour di questo album troviamo al basso Gary Tibbs e al piano David Skinner. Paul Thompson si rompe un dito in un incidente in moto successivo al tour di "Manifesto" e non parteciperà alle session del seguente "Flesh + Blood". I Roxy Music quindi, già assotigliati dalla partenza di Jobson, vengono ridotti ad un trio composto da Ferry, Mackay e Manzanera. Per la realizzazione di questo album, i tre vengono aiutati oltre che dai soliti Carrack, Tibbs e Spenner, anche da Neil Hubbard alla chitarra, Neil Jason al basso e Allan Schwartzberg, Andy Newmark e Simon Phillips alla batteria.
Flesh + Blood (E.G. Records, 1980)Proseguono le innovazioni nel sound introdotte su "Manifesto" e vengono abbandonate le vecchie sonorità definitivamente. E' importante notare quanto Paul Thompson fosse essenziale al sound caratteristico di questo gruppo. E' indubbia e indiscutibile la bravura dei session man che suonano su questo disco, ma le parti di batteria non suonano più così personali, bensì semplici scansoni ritmiche che portano avanti i brani. Dal punto di vista musicale, è un disco più spento rispetto ai precedenti, forse anche dovuto al cambio di formazione e di direzione. Un solo accenno allo sperimentalismo ("No Strange Delight"), accostato a qualche convincente ballata ("Oh Yeah", "My Only Love"), qualche ottimo brano movimentato ("Same Old Scene", "Flesh and Blood", "Over You") e purtroppo, i soliti episodi incerti e discutibili (la cover dei The Byrds "Eight Miles High" e la conclusiva "Running Wild"). Generalmente parliamo di un buon disco, ma non al livello dei precedenti e soprattutto, il classico disco di transizione, abbastanza buono da non provocare disinteresse, troppo poco innovativo per essere totalmente interessante.
Prima del tour, Paul Thompson, guarito dall'incidente, torna brevemente nel gruppo, ma dopo aver sentito cos'hanno realizzato i suoi compari senza di lui, esce definitivamente. Il suo sostituto definitivo dal vivo sarà Andy Newmark, eccellente batterista dal punto di vista tecnico, ma probabilmente inadatto per le vecchie parti di Thompson (basti sentire il suo drumming su brani come "Out of the Blue"). Al basso ci sarà Alan Spenner e alle tastiere, come nel tour precedente, David Skinner. Il Lunedì 8 Dicembre 1980, un pazzo, Mark Chapman, spara e uccide quasi sul colpo John Lennon. I Roxy Music, come tributo, incidono la loro versione di "Jealous Guy" e la pubblicano come 45 giri. Sarà il primo e unico singolo dei Roxy Music a raggiungere il primo posto in Inghilterra. Subito dopo questo nuovo successo, i Roxy Music tornano in studio di registrazione per il loro ultimo (fino ad oggi) album in studio. Il personnel per "Avalon" è troppo lungo per essere citato tutto, ma a parte i fidi Spenner e Newmark, è bene citare almeno il fatto che Neil Hubbard diventa quasi un secondo chitarrista ufficiale, piuttosto che un ausiliario.
Avalon (E.G. Records, 1982)Per "Avalon", sostanzialmente, possiamo fare lo stesso discorso che abbiamo fatto per "Siren". E' indubbiamente il disco migliore di quest'ultima fase del gruppo, e anche se personalmente non lo reputo tra uno dei migliori dischi dei Roxy Music, è senza dubbio uno dei più acclamati, ed è facile capire il perché. E' il disco più curato del gruppo, in ogni cosa: sia dal punto di vista della composizione, sia da quella degli arrangiamenti, sia dalla produzione impeccabile e persino dell'esecuzione. La voce di Ferry, magari non più personale come un tempo, sicuramente è molto più matura e versatile, così come gli interventi di Manzanera e Mackay sono più professionali (e meno calorosi) del solito. Per questi motivi, non si trova un vero punto debole del disco, mentre è facile notare gli sbocchi positivi, come "More Than This", il brano più celebre del gruppo, un ottimo brano melodico, piacevole, semplice, ma non ripetitivo o banale. Irresitibli le atmosfere notturne di "The Main Thing" e "The Space Between", e poco da aggiungere a ciò che già la musica esprime per quanto riguarda "Take a Chance With Me" e la splendida title-track.
The High Road (Polygram, 1983)Mini-album registrato dal vivo a Glasgow il 27 Agosto 1982, pubblicato al termine del tour, che nulla aggiunge e nulla toglie alla discografia dei Roxy Music, a parte una splendida versione, estremamente superiore a quella in studio, di "My Only Love". Il calore presente su "Viva!" è scomparso. In cambio si può sentire una grande professionalità che però non da particolari segni di originalità o di unicità, come invece faceva il live album precedente. I quattro brani inclusi in questo EP saranno ristampati nel 1990 sul live album "Heart Still Beating", una poco interessante (per i motivi già spiegati qua sopra) prospettiva del tour del 1982. Un omonimo video viene pubblicato, ma le performance in esso contenute differiscono da quelle di questo album.
Probabilmente, proprio per aver completato brillantemente ancora una volta la ricerca di una nuova strada, dopo il tour di "Avalon" i Roxy Music vanno ancora una volta in pausa, in modo che ognuno dei membri possa occuparsi dei propri progetti solisti. Una pausa però che questa volta durerà per un bel pezzo.
RE-MAKE/REMODEL: REUNION (2001-now)

Dopo 18 anni di silenzio, i Roxy Music tornano a varcare le scene. Ferry, Manzanera e Mackay vengono raggiunti dal loro vecchio amico e compagno Paul Thompson, che col suo drumming potente e personale confermerà quanto espresso sopra, ovvero la sua enorme importanza per il gruppo. Tuttavia, Eno e Jobson non partecipano alla reunion. Da allora i Roxy Music hanno pubblicato "Live at the Apollo" (includendo anche un DVD), registrato all'ultima data del tour del 2001, ma nessun disco in studio (anche se nell'ultimo album di Bryan Ferry, uscito nel 2010 compaiono Mackay, Manzanera e Eno).
Attualmente i Roxy Music sono impegnati in un interessante "For Your Pleasure" tour, nel quale, oltre ai soliti classici, hanno anche rispolverato anche qualche classico dimenticato, come "Sentimental Fool", "2HB" e "Amazona". Speriamo in un nuovo album, anche se nessuno dei membri del gruppo smentisce o conferma (o meglio, fa entrambe le cose).
