venerdì 18 settembre 2009

Sonata Arctica - The Days of Grays (Nuclear Blast, 2009)


Il nuovo album del quintetto finlandese. Potrei fermarmi qui, ma mi ero promesso di farne una recensione più completa, quindi bando alle ciance.

Rispetto al precedente Unia rincontriamo una band power metal come ci aveva lasciato prima dello scorso disco, più rilassato e per questo forse anche più interessante. Soliti assoli ultraveloci, cavalcate epiche supportate dall'incalzante doppio pedale di Portimo, cantato in puro stile Kakko, senza eccezioni (compreso l'inserimento di una voce femminile che nulla toglie e nulla da al prodotto finale).

Aperto da un pezzo strumentale che ritroveremo in chiusura cantato (Everything Fades to Gray), molto migliore nella seconda versione, il disco prosegue con la tipica struttura da disco “nordico” per tutti i suoi cinquantasette minuti, forte solo di qualche azzardo in più (i cambi di tempo all'inizio di Deathaura, brano in realtà piuttosto noioso nel complesso, ne sono un esempio). Pezzi come The Last Amazing Grays, Flag in The Ground e The Dead Skin sono fotocopie di vecchie canzoni della band, così anche le ballate Breathing e As If The World Wasn't Ending, a metà tra le vecchie glorie come “The End of This Chapter” e i brani da pop scandinavo dell'ultimo di Kotipelto (Stratovarius). Va leggermente oltre, anche se non troppo, Zeroes, pezzo molto orecchiabile che aggiunge qualche venatura più calda al solito set di suoni glaciali/medievaleggianti tipici della band e di gran parte del panorama finnico. Serve a poco citare le altre, in puro stile Sonata Arctica e pertanto sicuramente apprezzate dai fan dello stile, ma per nulla valide nel loro dichiarato tentativo di fare “qualcosa di nuovo”. Che le chiacchiere da blog o da rivista servano ormai è cosa più che dimostrata, e questo disco non sarà certo l'eccezione che conferma la regola.

Che dire. Prodotto bene e suonato meglio, è un disco onesto per chi i Sonata li ha sempre seguiti ed apprezzati, ma venirci a dire che questa è roba nuova suona semplicemente un po' ridicolo. Forse anche patetico, in un genere morto da tempo. Solo per i patiti.

Voto: 4.5

giovedì 17 settembre 2009

Eels - Hombre Lobo (Vagrant, 2009)


Sembra il periodo d'oro per la musica alternative, pop e rock (e anche per le relative combinazioni). Ci sono stati i Grizzly Bear, il nuovo di Beck, un gran disco degli Wilco e tante altre belle cose. Gli Eels hanno voluto dare il loro contributo a questo prezioso momento producendo un gran disco. Hombre Lobo, “uomo lupo”, suona quasi come una dichiarazione d'intenti, volontà di cambiare, ma sempre con lo sguardo rivolto a quello che finora sono stati e probabilmente, visto questo ultimo album, continueranno ad essere. E nessuno se ne dispiaccia.

Hombre Lobo presenta l'onestà della band di E. che non sembra voler smettere di stupire. Produce un gioiellino di alt-pop come non si poteva prevedere, con salti nel passato (come sempre), melodie fuzzettone, pezzi strappalacrime alternati a dolcezza spensierata. Insomma, tutta la storia degli Eels riproposta come in un depliant esplicativo per le orecchie, l'audioguida del signor Mark Oliver Everett. Ci siamo anche coi temi, quando riveliamo la normalità (o meglio, l'ordinarietà) dell'uomo in Ordinary Man, e una specie di disturbo bipolare non solo in versi che si fagocita tutto il disco. Si urla e si scalpita in Fresh Blood, il singolo ed uno dei pezzi migliori, ci si lamenta (ma pur sempre con stile) in The Longing. I riff al limite del radio-friendly di Lilac Breeze e What's A Fella Gotta Do strizzano l'occhio a Beck più di quanto lo stesso cantautore faccia ultimamente, lasciando quindi trapelare in maniera neppure troppo velata l'influenza (in verità bilaterale) che egli ha avuto su E. Non per questo possiamo parlare di una copia, ma lo stile pop luminoso e “da scantinato” degli Eels rimane anzi protagonista. Come in Tremendous Dynamite, dove si grida con un po' di distorto alla voce, un pezzo che ci fa capire da dove gli ultimi Arctic Monkeys vogliono forse prendere per assicurarsi un futuro degno. E l'americanissima Prizefighter, in apertura, con un retrogusto country sporco di Springsteen e di Lynyrd Skynyrd. Sempre con classe.

Everett ce l'ha fatta di nuovo. Questo disco ha di per sé bisogno di un minimo di bagaglio musicale per poterlo apprezzare appieno, ma risulta in ogni caso fresco ed orecchiabile al punto giusto, come se stessimo ascoltando, di nuovo, il Beck dei tempi d'oro. Autoreferenziali, se mai questo fosse utile per capire il disco, anche nei suoni, che chi conosce gli Eels può ricondurre anche a precedenti lavori (in particolare il precedente Blinking Lights and Other Revelations), sempre “all'antica” ma moderni nel tipo di proposta. Peccare di originalità riguarda solo quei gruppi che non sanno più che strada prendere, ma qui non stiamo parlando della solita perla indie triste e malinconica da panorama inglese scazzato per la pioggia, gli Eels sono un vero manifesto, ascoltateli e poi mi saprete dire.

Voto: 7,5

martedì 15 settembre 2009

Zen Circus - Andate Tutti Affanculo (Unhip Records/La Tempesta/Universal, 2009)


Ci ricordano che “La storia ce lo insegna che se Dio esiste è un coglione”, che nel 93 "I pantaloni stretti erano da froci e non da fighi, le Converse da pezzenti, il computer da perdenti". Elargiscono frasi-slogan come “Essere stronzi è dono di pochi, farlo apposta è roba da idioti”e parlano del “rancore di chi l'ha preso in culo e non lo vuole raccontare, gli basta di ridarlo per potersi vendicare".

Il tono del disco è questo. La volgarità elevata a metro per raccontare storie del quotidiano, come Ragazza Eroina, un pezzo che ricorda tanto Rino Gaetano quanto i Tre Allegri Ragazzi Morti. “L'avvenire è andato, ma i sogni del passato sono ancora tutti qua”. E' Gaetano che fomenta questi ragazzi a perseguire il loro scopo di raccontare con il tono che più piace agli italiani cosa ci accade attorno. Lo vediamo nel L'Egoista, ritratto di un tipo di uomo sempre più diffuso, e in Gente di Merda, già vista nella compilation Il Paese E' Reale degli Afterhours, qui in una versione più easy-listening. Ma non stiamo parlando di una versione musicale di Verga, la disillusione con cui affrontano certi temi è senza dubbio caratteristica (lo avevamo già visto in Figlio di Puttana, nel precedente disco) e travalica la banalità con cui altri gruppi lo stanno facendo. Andate Tutti Affanculo, la title-track, è la migliore del disco, sviluppata più o meno sulla struttura di una canzone cantautorale italiana à-la-Guccini, però con una batteria quasi “americaneggiante” (il ritmo comunque non è nuovo per il “circo Zen”). Il rock degli Zen Circus suona meglio in italiano che in inglese (e questo disco è evidentemente migliore del primo), anche se la collaborazione di Ritchie aveva contribuito ad un'internazionalità del suono che qui manca. Non è però questo un difetto.

Canzone di Natale” ha il testo più “reale” del disco, e suona molto anni '90 di quando si era tristi ed arrabbiati per qualcosa (o forse quelli erano i '70?), ed è questa la forza di questi ragazzi.

Le chitarre, sia quando si distorcono per accompagnare la componente più violenta del racconto (“siamo solo fango sparso sopra questa terra”), sia quando si fanno dolci per parlare del “Natale S.p.A.”, in cui ci si aspettano “i contanti e non il solito paio di guanti”.

Anche loro sono una di quelle band nate da poco di cui in Italia c'era bisogno per uscire dall'anonimato. Fanno parte di quella cerchia di band che le major come l'Universal vuole fagocitare perché ha notato l'interesse che il pubblico denota per chi, in italiano, vuole comunicare qualcosa. Si spera che rimangano sempre indipendenti nella creazione dei pezzi e che portino questo stile a qualcosa di più personale, se possibile. Per ora resta un gran disco come nel 2009, in Italia, se n'erano visti pochi. Entrambi i pollici alzati.


Voto: 8+

lunedì 14 settembre 2009

Marlene Kuntz Live @ Bologna 12/09/09


MK. Bologna. Quasi vent'anni di carriera.
Il gruppo di Cristiano Godano prende l'occasione, con questo tour elettrico che succede a quello più “intimo” che attraversò i teatri di tutta Italia all'inizio del 2009, per sparare dritto in faccia a vecchi e nuovi fan tutta la rabbia che li ha sempre contraddistinti. Più di qualche tuffo nel passato e pochissimi riferimenti alla produzione recente, per scatenare anche un po' di pogo, qualche danza e, ovviamente, un coinvolgimento emotivo che non si percepisce solo dalle reazioni “corali” della folla a pezzi storici come Sonica e Nuotando nell'Aria (stranamente presenti in coppia), così come nella recente Uno, in una strana veste più elettrica che su CD, ben riuscita.
Le chitarre elettriche fanno un lavoro eccelso, soprattutto un Cristiano in ottima forma che salta per il palco come un ragazzino, sprezzante dei quarant'anni suonati che si porta sulle spalle. Urla disperato in Ape Regina, sussurra (ma con classe) in Bellezza, passando per gli “istanti in cui vivere è una merda” di A Fior di Pelle, uno dei migliori pezzi live. Il pogo di Festa Mesta se lo ricorderanno tutti quelli delle prime file, ed anche il coro spacca-orecchie sollevatosi per La Canzone che Scrivo Per Te, con qualche fan del gentil sesso che si immola pure nel tentativo di simulare la presenza di Skin a duettare con Godano (come nel singolo originale). Ottima, ma non è una novità, anche la cover di Impressioni di Settembre della PFM, una rievocazione (ed un riarrangiamento) semplicemente mozzafiato).
Dal punto di vista tecnico non c'è niente da dire. Bergia alla batteria in gran forma, Godano salterino e carichissimo alla chitarra, nella media con la voce (piuttosto “graffiante” in certi tratti, sopra i suoi standard comunque a livello di intonazione), bassista all'altezza (ma quanti ne cambiano?) e polistrumentista azzeccato. La moda scatenata dall'ormai ex Afterhours Enrico Gabrielli sembra aver interessato anche il buon Godano, comunque gli inserti di violino à-la-Dario Ciffo ci stanno, niente da dire. Non una nota dolente per un concerto di questo genere, tutto è andato per il verso giusto, anche la durata (circa 2 ore 15) e l'acustica, di cui penso nessun cliente dell'Estragon (semipieno per i piemontesi) possa lamentarsi.

Se capitano dalle vostre parti, soprattutto in questo tour con una scaletta “così” pregna di perle del passato (ricordo, per concludere, anche la presenza di Ineluttabile, Cara è la Fine e Come Stavamo Ieri, imperdibili), fateci un salto. Ne vale la pena

ps. Prima dei Marlene suonava una band di Cuneo che essendo arrivato tardi non mi ha permesso di produrre una valutazione completa e giusta (e nemmeno di capire il nome, in verità), ma dal poco che ho sentito i ragazzi suonavano un rock onesto e maturo, ballabile e con un tiro, soprattutto alle chitarre, notevole (forse simili ai Negrita). Se qualcuno ha informazioni su chi sono lo lasci nei commenti.

Foto a cura di Emanuele Brizzante (sopra) e Alberto Lucchin (sotto, ecco il link al DeviantArt)

domenica 13 settembre 2009

Muse - The Resistance (Warner Bros, 2009)


I Muse sono, da quando esistono, uno dei gruppi più interessanti del panorama rock mainstream inglese. L'evoluzione di Bellamy e soci li ha visti passare da un gruppo ruvido e prevalentemente elettrico ad una band piuttosto abile nel fondere il pop e il rock più commerciali con porzioni strumentali di indubbio valore e qualche tocco di synth/pianoforte sempre azzeccati. Dopo “Black Holes and Revelations”, l'album della maturità per alcuni e della rovina per altri, ci si aspettava forse un'ulteriore elaborazione del sound verso sponde più psichedeliche, sempre mantenendo l'attitudine da band da hit parade che ormai li ha accomunati a Coldplay, U2, Oasis e così via. Quello che “The Resistance” rappresenta è in realtà l'evoluzione più o meno naturale del percorso che già avevano intrapreso con l'album precedente, soprattutto di quella parte “ballabile” (vi ricorderete “Supermassive Black Hole” e “Map Of The Problematique”) che partorì qualche gemma pop con melodie al limite dell'easy-listening come il singolo-tormentone “Starlight”.

Il disco si apre con una ballata che strizza l'occhio a MTV e i suoi spettatori pur facendo riferimento, forse neanche troppo velatamente, ai Battles (per chi li conosce). E' “Uprising”, col suo ritornello molto orecchiabile, e una melodia di basso ripetitiva quanto azzeccata. Bel pezzo. Un altro brano dai toni più “dance” e dalle atmosfere piuttosto depechemodiane è “Undisclosed Desires”, sulle cui pretese da singolo si può scommettere. Inglese misto a francese in “I Belong To You/Mon Coeur S'Ouvre à Ta Voix”; era da tempo che non facevano una canzone d'amore, e di nuovo, come ai tempi di “Unintended”, ci azzeccano. Strofa e ritornello spensierati e banali ma di classe, prima di convertirsi in una tirata di piagnistei con un tocco di orchestra a dare gli accenti giusti. Il Freddie Mercury che c'è in Bellamy si sente ancora di più In “United States of Eurasia”, uno dei pezzi più belli del disco, che inizia con una sofferta intro di piano prima di esplodere in cori alla Queen (alcuni lo definirebbero quasi un plagio), per diventare una cavalcata con tastiera saltellata fino alla coda finale, denominata “Collateral Damage”, un minuto di assolo di pianoforte con chiari accenni alla musica classica. Interessante quanto catchy il giro di tastiera della title-track “Resistance”, che pecca però di un ritornello troppo scontato. Si guarda al passato solo con “Unnatural Selection”, con un riffone di chitarra come non ne sentivano dai tempi di Absolution, prima di scadere poi in una parte centrale rilassata ma forse un po' forzata. Saltando le decenti “Guiding Light” e “Mk Ultra”, si arriva ai tre pezzi conclusivi, che uniti formano la suite “Exogenesis: Symphony”, 10 minuti circa di musica apparentemente non collegata che non aggiunge ne toglie nulla al disco, ma dove l'orchestra da il meglio di sé.

Strumentalmente non serve aggiungere niente a quanto non si sia già detto. Chris Wolstenholme è un gran bassista, ed è in forma, così come Howard alla batteria, sempre più preciso, anche se qualche volta ripetitivo (niente di troppo evidente però). La chitarra sta scomparendo sotto l'incedere delle orchestrazioni, del pianoforte e degli inserti di synth però Bellamy alla voce fa tecnicamente un gran lavoro, rimessosi in gioco nel tentativo (non riuscitissimo) di rinnovare un po' le linee vocali, unica vera pecca del disco. I suoni ci sono, del resto qualcuno aveva dei dubbi sul buon gusto dei tre?

The Resistance” è un album onesto, un altro album di quei Muse imborghesiti che abbiamo già imparato a conoscere negli ultimi anni e, nel suo essere un miscuglio eterogeneo di pop epico e rock con qualche accenno di elettronica da classifica, e se non sarà il massimo in quanto ad originalità resta comunque un lavoro degno di nota, in barba a quei detrattori che sempre guarderanno male a chi, come loro, tenta di fare soldi con della musica seria (ma non sia mai criticare i Radiohead). Da ascoltare.

Voto: 7.5

sabato 12 settembre 2009

The Police - Reggatta de Blanc (A&M, 1979)


In quel periodo il progressive rock stava diventando obsoleto e il punk stava diventando alla moda. La nuova generazione punk si proclamava portavoce dei giovani arrabbiati con la società, andavano contro le regole (ricordiamo tutti l'uscita infelice di Johnny Rotten "I hate Pink Floyd". Uscita che lui stesso ha rinnegato in anni recenti) e nascondevano la loro insufficenza tecnica con accordi semplici, dimenticandosi che tutto ciò c'era sempre stato in passato. L'unica cosa che li contraddistingueva era una maggiore carica di distorto nei brani.
Detto questo, qualche buon gruppo uscì dall'ondata punk, come i The Clash, i Fear, i Devo e appunto i The Police (questi ultimi due in seguito si sono lasciati il punk alle spalle).

I The Police erano un trio, formato dal celeberrimo Sting al basso e alla voce (persona un po' irritante, ma musicista favoloso e ottimo compositore), il geniale Andy Summers alla chitarra e Stewart Copeland alla batteria, un vero tornado di tecnica, gusto e precisione.

Questo disco è il secondo album del gruppo, dopo "Outlandos D'amour", che a dispetto del titolo era un disco per la maggiore parte punk, ma non senza personalità e con grandissima capacità tecnica dei musicisti.
"Reggatta de Blanc" è il punto di svolta del gruppo, come se nel primo album si stessero soltanto riscaldando. Qualche traccia di punk resta ad esempio in "It's Alright For You" e nella conclusiva "No Time This Time", brano degno di nota per il drumming di Copeland.
"Reggatta de Blanc", significa "reggae dei bianchi", e in effetti, il reggae è proprio il genere dominante nel disco, anche se non si tratta di reggae ordinario ma con tracce di rock e di new wave. Stiamo parlando ad esempio dell'ipnotica e famosissima "Walking on the Moon", di "The Bed's Too Big Without You", di "Bring on The Night", di "Deathwish" (brano davvero eccellente, nonchè uno dei pochi accreditati a tutto il gruppo) e ovviamente della title-track, strumentale che si è sviluppato partendo dalle improvvisazioni dal vivo durante la sezione centrale della loro hit "Can't Stand Losing You" (dal primo album).
Non manca lo humor, come ad esempio su "Any Other Day" e "Does Everyone Stare", entrambi brani di Copeland, che canta anche il primo. Il primo pezzo racconta le disavventure di un uomo nel giorno del suo compleanno, mentre il secondo potrebbe essere l'inno dei giovani timidi e innamorati ("Mi cambio i vestiti 10 volte prima di uscire con te/mi vengono i brividi e il panico mi fa ritardare/mi vengono i sudori quando prendo il telefono/lo lascio suonare due volte prima di andare in panico e decidere che non sei in casa"). Entrambi i brani hanno anche molto da offrire musicalmente, specialmente il secondo.
Copeland è autore anche dell'inquietante "Contact", con una linea di basso synth da ricordare. E infine, non si può concludere la recensione senza menzionare la famosissima e incredibilmente coinvolgente "Message in a Bottle", brano di apertura dell'album e loro pezzo più famoso probabilmente.

I Police erano una vera e propria boccata di aria fresca in un periodo non proprio felice per la musica, e questo album li rappresenta nelle loro piene capacità compositive. Fortemente consigliato!

Voto: 8+

venerdì 11 settembre 2009

Megadeth - Endgame (Roadrunner Records, 2009)


Che dire di un CD come questo?

I Megadeth sono uno di quei gruppi che ha trovato la formula giusta per continuare a ripetersi mantenendo lo stuolo di fan che li ha sempre seguiti senza perdere più di tanto seguito. Questo significa anche un calo inesorabile dell'originalità di album in album (addirittura nelle copertine), con l'avanzare dell'età. Li differenzia dai Metallica solo quella quasi-totale assenza di volontà di cambiamento che invece Ulrich & soci avevano manifestato, ovviamente in peggio. Mustaine sa cosa significa continuare a scrivere riff metal come si deve, complici anche gli altri ovviamente. Quello che manca è un motivo per spendere dei soldi dietro ad un concerto o ad un disco di questi Megadeth in versione copia carbone di loro stessi.

Il piatto forte del disco sono le solite cavalcate metal (mischiate con l'hard rock come più recentemente molti gruppi metal degli anni '80 hanno iniziato a fare) con riff veloci e comunque parzialmente orecchiabili, e ritornelli che la scena "del metallo" ormai conosce fin troppo bene, così come gli assoli (ascoltate 1,320 per farvi un'idea di cosa sto dicendo). Niente di nuovo infatti per pezzi come la title-track Endgame, Head Crusher (la più pesante ed anche la più carina) e This Day We Fight!, uno di quei pezzi troppo simili ai primi Metallica (la frequenza su cui sintonizzarsi si chiama Ride the Lightning) che sono il modello di molte discussioni su chi abbia inventato questo sound, delle quali non ritengo sia doveroso riprenderne le argomentazioni.

La mezza acustica The Hardest Part of Letting Go...Sealed With A Kiss alza il tiro, pur rimanendo negli standard della ballad di una band metal, con tanto di crescendo centrale proprio dove lo si poteva prevedere. Altro episodio salvabile è Dialectic Chaos, il pezzo di apertura che cita i recenti Dreamtheater (o sono loro che vogliono sembrare pesti anche quando non se lo possono permettere?) nel titolo e anche nella composizione. Il resto è metal fatto come si deve ma nello standard di un disco che non fa certo impazzire (per quello ci sono i Mastodon).

La produzione è molto buona e la band tecnicamente ci da ancora dentro, sentendo meno il peso degli anni rispetto a quella fascia di metallari che parte dagli Slayer e si sta sgretolando con il passare del tempo. Dave Mustaine è sempre fresco e produce ancora riff di qualità, così come sta trovando una sua dimensione per il cantato, comunque ancora niente di eccezionale, ma tutto suona come un rimpasto della medesima merce, e questo non è troppo strano. Per un fan del genere o della band stessa l'album risulterà anche godibile ma la prevedibilità e l'assenza di varietà non giocano certo a favore di questo lavoro. Del resto non è la prima volta che ci ripropongono la stessa roba e non ci resta che sperare in un cambiamento in futuro, magari un St. Anger per rovinarsi la carriera lo faranno anche loro. Per ora galleggiano ancora attorno alla sufficienza.


Voto: 5,5

mercoledì 9 settembre 2009

Genesis - A Trick of the Tail (Charisma, 1976)


Nel 1975 Peter Gabriel abbandona i Genesis. Così, quasi senza preaviso, il poliedrico frontman, il poeta, annuncia che già da tempo si sentiva fuori dal gruppo e che preferirebbe mettere un po' di ordine nella sua vita piuttosto che proseguire la sua carriera coi Genesis.

Gabriel non resta in brutti rapporti con il gruppo (ci fu qualche collaborazione sparsa nel resto della carriera), ma lascia un grande vuoto che i compagni non sanno come colmare. I quattro dopo aver abbandonato l'ipotesi di una carriera strumentale rinunciano, e cominciano a provare diversi candidati. Purtroppo però i risultati sono disastrosi, ma i Genesis non mollano. La leggenda vuole che Phil Collins, batterista del gruppo dai tempi di "Nursery Cryme" (1971) e spesso corista o seconda voce, in un momento di disperazione sia entrato in studio e abbia registrato una traccia vocale. Il risultato era ottimo: la voce di Collins era simile a quella di Gabriel, ma non uguale. Più limitata magari, ma con la sua personalità e molto gradevole. Quindi si decise che Phil Collins sarebbe diventato il nuovo cantante e avrebbe mantenuto il suo posto da batterista in studio, mentre dal vivo sarebbe stato sostituito da un session man durante le parti cantate (prima Bill Bruford, poi Chester Thompson).

"A Trick of The Tail" è un ottimo disco di prog della miglior caratura, in nessun modo inferiore a "Trespass" o a "The Lamb lies down on Broadway". Mozzafiato l'apertura, affidata alla frenetica e coinvolgente "Dance on a Volcano", con un ritmo molto particolare e una bella linea vocale. La sezione strumentale è tecnicamente perfetta e la voce di Collins si amalgama perfettamente.
Un altro piccolo capolavoro è la maestosa e trionfante "Squonk", nella quale la chitarra di Steve Hackett risalta splendidamente.
Hackett è anche il principale autore di "Entangled", lunga e ispirata ballata acustica, mentre sono opera del tastierista Tony Banks la bella "Mad Man Moon", brano che forse dura più del dovuto, ma che di sicuro ha un'atmosfera che pochi sanno creare e la title-track, gradevolissimo brano con un feel molto Inglese.
"Robbery, Assault & Battery" è un brano complesso, che inizia con un tempo di marcia con un ritornello aggressivo e una sezione strumentale progressive al 100%, mentre per "Ripples" possiamo ripetere le stesse identiche cose dette per "Mad Man Moon".
Chiude l'album "Los Endos", eccellente strumentale che riprende quasi tutti i temi del disco. Particolarmente efficace risulta la reprise del tema di "Squonk" a fine brano. Curiosità, durante il finale del brano, nella versione studio Collins canta un frammento di "Supper's Ready", come omaggio a Peter Gabriel.
Termino l'analisi comunque parlando anche di Mike Rutherford, del quale non è possibile trovare un momento di spicco particolare nell'album, ma le cui linee di basso sono originalissime e geniali.

Come potete vedere siamo comunque a livelli molto alti. Il declino dei Genesis è iniziato dopo l'abbandono di Steve Hackett dal gruppo, ma fino al 1977 (e al live album "Seconds Out"), si va sul sicuro. Io, un ascolto a "Duke", lo consiglerei comunque, ma questo è un altro argomento.

Infine concludo consigliando la nuova edizione dell'album che contiene anche come bonus un DVD ufficiale con un live del tour.

Voto: 9

lunedì 7 settembre 2009

Blind Faith - Blind Faith (Polydor Records, 1969)


I Blind Faith spesso sono considerati il primo supergruppo della storia della musica. In realtà a modo loro lo erano già stati i Cream (dai quali provengono appunto Eric Clapton e Ginger Baker, chitarra e batteria di questo lavoro). I Blind Faith sembrano essere nati per proseguire nello stile dei Cream, però senza mancare di originalità. Sicuramente, la lista dei musicisti è da bava alla bocca: oltre ai già citati Baker e Clapton ci sono anche il compianto Ric Grech al basso (ex membro dei Family) e il poliedrico Steve Winwood all'organo, alla voce solista e a molti altri strumenti. Un altra cosa per cui questo album fece scalpore fu la sua copertina (che potete vedere a sinistra della recensione), con la foto dell'undicenne Mariora Goschen nuda. Questo causò non pochi problemi ai Blind Faith, anche se tutto terminò quasi ovunque con la sostituzione della copertina con un innocua foto di gruppo, più che con il ritiro del disco.

Purtroppo, a parte la lista dei musicisti e la copertina, questo album ha poco da offrire. Il problema, non sono le canzoni (che in alcuni casi sono di pregevole fattura), ma la considerazione generale che si ha di questo disco. Si tratta di un lavoro di buona fattura, ma sicuramente non è il capolavoro che molti definiscono. In effetti, questo album non è superiore a nessun disco dei Cream, ma andiamo con ordine.

L'album inizia decisamente bene, con "Had To Cry Today", probabilmente la cosa migliore di tutto il disco. E' un brano rock blues, con un riff che nulla ha da invidiare ai Led Zeppelin. Il brano dura nove minuti, tutti costruiti sullo stesso granitico riff, ma gli assoli di chitarra e la melodia vocale sono così ipnotici che i 9 minuti passeranno senza essere notati.
Si prosegue poi con "Can't Find my Way Home", una gradevole ballata acusitca, penalizzata un po' dalla produzione (il suono delle percussioni risulta un po' fastidioso).
Segue una caotica e disorganizzata (ma non per questo brutta) la cover di "Well All Right". Nonostante probabilmente sia una delle cose minori del disco è da segnalare l'ottima coda strumentale, con un eccellente assolo di piano. Chiude il lato A una ballata di Clapton, la souleggiante "Presence of the Lord", che a metà brano esplode in una e vera propria sarabanda per wah wah.

Il lato B inizia con la deliziosa "Sea of Joy", con un magistrale riff, ottimo contrasto tra elettrico e acustico (compare anche il violino, suonato da Grech) e eccellente prestazione vocale.
Chiude l'album la controversa "Do What you Like", una cavalcata jazzata di 15 minuti a firma Baker. Nonostante il brano in se sia piuttosto buono, il problema è nella jam centrale, troppo lunga e appesantita da dei cori che ripetono il titolo del brano, che risultano più che altro fastidiosi. Abbastanza brutto anche il finale psichedelico. Va segnalato comunque l'ottimo assolo di batteria.

Qua termina l'album originale, anche se le varie edizioni in CD riportano alcune bonus track (alcune, pare totalmente non relazionate ai Blind Faith, ma solo a Grech solista) e termina anche il breve capitolo Blind Faith.

Possiamo parlare di un buon album di solido rock/blues, ma non di un disco essenziale. Un ascolto è comunque consigliato, soprattutto ai neochitarristi e a chi vuole scoprire una curiosa parentesi di Clapton (qua nel pieno del suo splendore, chitarristicamente parlando).

Voto: 7.5

domenica 6 settembre 2009

Grizzly Bear - Veckatimest (Warp, 2009)


I Grizzly Bear sono quattro musicisti di Brooklyn che hanno avuto la brillante idea di sperimentare con il pop, il folk, miscelando questi generi con derive alternative ed ingredienti di rock più classico. Questa non sembra una novità, nell'epoca degli Animal Collective e della moda del ritorno all'antico (moda che tocca più i Joy Division che altro), ma rispetto ai ragazzi di Baltimora i newyorkesi sembrano molto più “avanguardisti” nel loro intento. Al loro terzo lavoro, proprio mentre le sperimentazioni procedono verso altre direzioni in tutto il mondo della musica “alternativa”, continuano sulla loro strada, producendo un vero e proprio gioiellino. Il nome criptico “Veckatimest” può ingannare. In realtà si tratta di un gran disco, ma vediamolo meglio nel dettaglio.

L'incontro per nulla insipido di numerose influenze crea squisite convergenze sonore in canzoni stratificate dalla composizione piuttosto complessa, lontane dai cliché e dall'unidirezionalità di certe band-revival. Si rifugge nel beatlesiano, come nel prog anni settanta, per passare dai Beach Boys e ai più recenti Arcade Fire (senza mai citare direttamente nessuno di questi). Stupende armonie vocali e giri di piano che sanno di orecchiabile quanto di vintage (come se le cose non potessero andare d'accordo), come nel pezzo di apertura Two Weeks, che parte con un limpido giro di piano facilmente memorizzabile per sguazzare poi negli intrecci di voce-basso-piano che sono uno degli ingredienti principali di questo Veckatimest. Ci sono anche la componente epica di una canzone come I Live With You e la pop-consapevolezza di While You Wait for the Others. E anche i pezzi riempitivo non suonano per nulla scontati: parlo di piccole perle come Hold Still e About Face, riempitivi perché farciture rimpastate di sonorità che i Grizzly Bear già esplorarono nei lavori precedenti, seppur questo non è un difetto, e ascoltando questo disco nella sua interezza lo si può pienamente appurare.

Ottimo il lavoro sui suoni, a volte più legati al passato (anche questo per nulla negativo) pur senza sembrare “vecchi”, e la produzione, a confermare le esigenze di un'etichetta comunque di spessore come la Warp. Per parlare dell'aspetto tecnico non serve sprecare molte parole; si tratta di musicisti con una certa esperienza, e questa trasuda da ogni nota, da ogni inaspettato passaggio e da ogni colpo di batteria, in questo disco particolarmente presente (rispetto all'album di debutto Horn of Plenty ad esempio) ed originale.

Non ci si aspettava così tanto, davvero complimenti ai quattro ragazzi. Ascoltate questo disco, perché merita davvero (non solo per chi apprezza le band sopracitate).

Voto: 8


Coldplay - Concerto a Udine, 31/8/2009


Le band che raggiungono un successo così grande spesso peccano di sensibilità. Si presentano davanti a migliaia di persone con scenografie milionarie, fanno un ora di concerto e se ne vanno senza un grazie. Non è il caso dei Coldplay. Un palco enorme, un casino di soldi spesi in fuochi d'artificio, palloni ed altri effetti di scena piuttosto azzeccati, senz'altro, ma c'è anche uno show perfetto in ogni suo dettaglio, con quasi 2 ore di musica, una tracklist da pelle d'oca ed un esecuzione da brivido. Con due buoni gruppi spalla, oltretutto.
Parto proprio da quelli.
Alle 7 e qualche minuto accendono gli amplificatori i Ministri, che fanno un set di qualche minuto per scaldare la folla, che (nonostante il genere) gradisce. Qualche “bevo, bevo bevo” si eleva dal pubblico e i loro 25 minuti di set volano veloci. Buona la performance, con unica pecca la voce veramente stanca del cantante. Su tutte spiccano La Piazza e Non Mi Conviene Puntare in Alto.
Arrivano dopo poco i White Lies, band-rivelazione inglese del 2009. Fare l'occhiolino ai Joy Division non è solo un'operazione di marketing se sai suonare lo strumento che imbracci. I ragazzi tecnicamente ci danno dentro, si contano pochissimi errori e il set sfugge velocemente, con perle come Farewell to the Fairground in apertura e il singolo Death, ben eseguito, a chiudere.
E arrivano loro, quelli che hanno fatto muovere più di 40.000 persone nonostante il prezzo piuttosto elevato del biglietto. Si parte col botto, tutti in piedi anche sugli spalti, per la combo devastante di Life in Technicolor (introduzione), Violet Hill, Clocks, In My Place e Yellow. Nella serie almeno quattro delle canzoni migliori del loro repertorio, tra le altre cose anche le più amate, e lo si sente dalla reazione quasi smodata del pubblico (sempre meno di quella che partirà per il tormentone Viva la Vida). Eseguendo praticamente tutto l'ultimo CD, spunta anche qualche perla dal passato come The Hardest Part o la migliore di tutte, Fix You, veramente intensa in concerto. Con un set acustico in mezzo al pubblico (dal quale parte una sentita cover di Billie Jean del compianto Michael Jackson) e un remix di Viva la Vida, escono per la pausa. Di ritorno c'è tempo per qualche canzone (la migliore Lovers in Japan, con tanto di farfalle di carta sparate sul pubblico), prima dell'encore con The Scientist e Life in Technicolor II accompagnata dai fuochi d'artificio a mettere la parola fine alla performance.
Tecnicamente la band è davvero apprezzabile. Si contano sulle dita di una mano gli errori, ancora meno le stonature di un Chris Martin in forma, che gioca anche con il pubblico dirompendo qua e là con qualche frase in un italiano che dire stentato è dire poco. Divertenti quanto basta per far capire che anche loro si divertono, ancora, a suonare, lasciano l'amaro in bocca solo quando ci si rende conto che lo spettacolo è finito e che per rivederli bisognerà attendere molto. Veramente un gran concerto, complice anche l'atmosfera creata di un pubblico di sostenitori accaniti e sinceri.
Imperdibile.
*la fotografia è stata trovata su FlickR, non è di mia proprietà e ringrazio l'autore

venerdì 4 settembre 2009

Jethro Tull - Concerto a Riolo Terme, 27/8/2009


Questo non era il mio primo concerto dei Jethro Tull, è stato il terzo e sinceramente non sapevo cosa aspettarmi: la prima volta a Ravenna (al Pala de Andrè, 28 Giugno 2007) non era stata un granché per i loro standard; Anderson aveva la febbre e inoltre era stato irritato dal pubblico che gli scattava le foto con il flash abbagliandolo (come se Anderson non fosse già irritabile di suo). Molto meglio la seconda volta a Schio (Arena Campagnola, 4 Luglio 2008) per il tour del quarantennale. Si percepiva voglia di suonare, il gruppo era in forma, Anderson era di buonumore e la scaletta era molto buona. Ma adesso cosa potevo aspettarmi?

Comunque partiamo dall'inizio, nel momento di apertura dei cancelli del Parco Fluviale. Vedo che a differenza degli altri anni non c'è posto dove sedersi: tutti in piedi. Già un punto a sfavore, perché il cielo non promette molto bene (e infatti cadrà qualche goccia di pioggia di lì a poco, ma non durante il set dei Jethro Tull, fortunatamente). Inoltre vedo sul palco a fare il soundcheck della gente completamente diversa dai Jethro Tull. Scoprirò di lì a poco, che oltre ai Jethro, suonerà anche un gruppo di supporto, i Mamamicarburo, una band discretamente famosa a livello underground.

I Mamamicarburo iniziano verso le 9:30, dopo le goccie di pioggia già menzionate. Non posso dire di apprezzare la loro musica, ma loro mi fanno simpatia, sono molto emozionati, si scusano quasi con il pubblico di essere lì e senza dubbio a livello tecnico se la cavano egregiamente: insomma, riescono ad eseguire il loro set in maniera piuttosto dignitosa, anche se il chitarrista verso metà concerto cade e apparentemente si fa male (notavo su di lui un espressione di dolore per il resto del tempo).

Al termine dei Mamamicarburo, qualche minuto per cambiare il palco e finalmente è l'ora dei Jethro Tull.

Non si può dire che a inizio concerto fossi molto impressionato: ero infatti un po' deluso dai due brani di apertura, ovvero "Nothing is Easy" e "A New Day Yesterday". La prima l'avevo sentita a tutti i concerti Tullici a cui ero andato, e la seconda è stata presentata in maniera condensata, priva della jam centrale (che invece a Schio era stata eseguita).

Le cose migliorano notevolmente con il terzo pezzo, "Beggar's Farm", dall'album di esordio. L'ipnotica linea di chitarra suonata da Martin Barre ipnotizzava letteralmente il pubblico, lo shuffle a metà brano eseguito in maniera impeccabile, ottimi gli assolo di tutti i membri del gruppo in particolare quello del leader-folletto Ian Anderson. Segue "Serenade to a Cuckoo", cover del jazzista statunitense Rahsaan Roland Kirk, e soprattutto la più recente "Rocks on the Road", che è sempre un piacere ascoltare dal vivo, se non altro per la jam finale.

A questo punto però cominciano le sorprese. Con qualche gioco di parole, Ian introduce la breve e dimenticata "Jeffrey Goes to Leicester Square", nella quale Martin imita con la chitarra elettrica il suono di mandolino. Al termine del pezzo Anderson comunica al pubblico che stanno per suonare la loro "worst song ever", con un "hippie vegetarian freak out guitar solo by Martin Barre". La loro "worst song ever" si scoprirà essere "Back to the Family", brano ben lungi dall'essere il loro peggiore (onestamente, Ian, ti sei scordato di "General Crossing", di "Automotive Engineering" o di "Gold Tipped Boots, Black Jacket and Tie"?). Sentire dal vivo "Back to The Family" è stato molto bello, anche se la voce di Ian non riesce a reggere il paragone con la sua stessa voce di 40 anni fa, ovviamente.

Seguono l'attesa "Bourée" e soprattutto "Mother Goose", con un ottima prova di basso di David Goodier (in formazione solo dal 2007 ma in ottima sintonia con il gruppo e con il suo leader). La superba "Heavy Horses" e l'ottima "Farm on the Freeway" (eseguite tutte di un fiato) spianano la strada al momento batteristico della serata, ovvero "Dharma for One". Non senza commenti acidi di Anderson ("thankfully the drum solo will not least 20 minutes as in the seventies, but just 20 seconds. But it will still seem like ages!"). Che Doane Perry fosse un ottimo batterista lo sapevamo già, ma una conferma ogni tanto non fa male. Bella anche l'idea di inserire lo strumentale di Martin Barre "Count the Chickens" all'interno del brano.

A questo punto siamo verso la fine del concerto, quindi iniziano i cosidetti "brani d'obbligo". Il primo dei quali è, ovviamente, "Thick as a Brick", che ho già sentito anche negli altri concerti, ma che non mi stancherò mai di sentire dal vivo. A questo punto devo spendere un paio di buone parole per il tanto bistrattato tastierista John O'hara, entrato in formazione nel 2007 con Goodier. O'hara viene spesso definito non altezza dei suoi predecessori, o addiritura insufficente dal punto di vista tecnico. La prima affermazione posso capirla, ma per quanto riguarda la seconda credo che sia assolutamente infondata. Un altra accusa che ho sentito fare ai danni di O'hara è che il buon tastiere tenti di scimmiottare John Evans (primo leggendario tastierista del gruppo). A questa accusa rispondo con una domanda: avete mai ascoltato John Evans o John O'hara? Se la risposta è "sì", allora state mentendo, se la risposta è "no" apprezzo l'onestà.

Ad ogni modo si prosegue con "My God", che finalmente riesco a sentire bene dal vivo. Infatti, quando il brano venne eseguito a Ravenna, venne troncato a metà in reazione al continuo comportamento del pubblico che continuava ad irritare Anderson. La chiusura del concerto è standard, con "Aqualung" come fine set e "Locomotive Breath" come bis, anche se ogni volta che vado a vedere i Jethro Tull, la coda flautistica di quest'ultimo brano si estende sempre di più (e a ragione, perché è molto coinvolgente).

In definitiva un ottimo concerto, partito un po' in sordina, ma proseguito a livelli memorabili, che dimostra che questi ragazzotti ci sanno ancora fare molto bene, specialmente il chitarrista Martin Barre, autore di memorabili assoli e di ritmiche ben studiate, semplici ma mai banali. Ottime parole spese anche per Ian Anderson, che con la voce non c'è più da tempo, ma che con il flauto resta Dio e ovviamente per il resto del gruppo (Doane Perry si è dimostrato particolarmente in forma questa sera rispetto alle altre). Vederli dal vivo è sempre una grande emozione, anche se i tempi dove il Minstrel in the Gallery aveva i capelli lunghi e saltava indemoniato sul palco sono finiti da un bel pezzo. Ma come si suol dire, un bicchiere di brandy invecchiato non fa mai male, no?

(Per la foto si ringrazia gentilmente Cinzia Raffagli)

domenica 30 agosto 2009

Dinosaur Jr. - Farm (Jagjaguwar, 2009)

Ci sono gruppi che trovano nel loro stile una formula vincente e la ripetono all’infinito, risultando noiosi e pacchiani (qualcuno ha detto AC/DC?). Ci sono altri gruppi che trovano nel loro stile una formula vincente e la ripetono all’infinito, risultando sempre freschi. E così arriviamo a loro.

I Dinosaur Jr. sono gli alfieri di un alternative rock dalle influenze punk ed hard rock che ha spiazzato tutti fin dagli inizi, quando ancora nessuno li conosceva, con riff pesanti ed ultradistorti, voce brilla uscita da un festino di studenti sbronzi e qualche ballad dal gusto provinciale. Sempre con la fantasia di chi ha voglia di non lasciar niente al caso.

Questo Farm è semplicemente il ritratto dei Dinosaur Jr. Ancora una volta. La prima traccia, Pieces, è un vero regalo ai fan. Sono i Dinosaur più classici che picchiano sempre con gli stessi suoni e la stessa struttura, con un riff che non penso si dimenticherà tanto facilmente. E se si può dire uguale per I Want To Know e Friends, su Ocean In The Way sentiamo quanto hanno influenzato i primi Weezer (la stessa cosa vale per Over It) e decine di altri gruppi degli anni ‘90. E se c’è chi sente qualcosa di Cobain in Your Weather, la senta un altro paio di volte per capire che questi non compongono come i Nirvana, ma pensano bene di riempire tutti e 3 i minuti di giri non troppo catchy ma comunque coinvolgenti. I feedback delle canzoni più lente, See You e la conclusiva Imagination Blind, condiscono di melodia uno dei loro album più carichi, nonostante l’età e il tempo che passa. I tre pezzi più lunghi, Plans, Said The People e I Don’t Wanna Go There soffrono invece di una durata eccessiva, laddove i Dinosaur risultano essere la tipica band che con riff graffianti e ritornelli easy-listening (al punto giusto, niente di troppo radio-friendly) non possono eccedere sopra i cinque minuti.

Un album quindi veramente consigliato a tutti quelli che conoscono questa band e che l’hanno apprezzata, forse troppo uguale agli altri. Ma a volte è meglio ripetersi con stile che trovare una nuova via in cui sputtanarsi un’intera carriera. Metallica docet.

Voto: 7

sabato 29 agosto 2009

Love in Elevator e Thank You For The Drum Machine Live @ Savoir Fest, Borsea 28 Agosto 2009

Violenza, rumore e distorsioni. Le tre parole per definire i Love in Elevator, il trio che apre agli headliner aretini Thank You For The Drum Machine. A metà tra il post-punk (che essi stessi utilizzano come definizione) e un pastone di grunge e stoner che sa di anni '90, offrono un set breve ma lungo abbastanza da frastornare i pochi spettatori del festival di Rovigo. Un po' fuori luogo gli urli della cantante Anna, in ogni caso abile nell'essersi ritagliata uno stile personale che ben si fonde con il genere della band. Pollice alzato per la potenza di batteria e basso, insieme davvero devastanti in alcuni passaggi. Consigliati.

Giunta l'ora dei Thank You For The Drum Machine, che qui quasi nessuno conosce, c'è giusto il tempo di stupirsi per il numero di synth e diavolerie varie sul palco. La band di Arezzo spara a zero con un saggio miscuglio di dance, brit-pop, alternative ed elettronica; qualche nome Daft Punk, Depeche Mode e Franz Ferdinand, per dare qualche coordinata. Un set notevole anche per la tecnica dei vari componenti del gruppo che si alternano agli strumenti dimostrandosi particolarmente esperti appunto nella manipolazione di sintetizzatori ed effettistica varia. Migliori sul palco voce principale/chitarrista e batterista, che comunque hanno ricoperto vari ruoli durante lo show. Pure loro, consigliati.

Bella serata quindi al Savoir Fest con due band dell'underground italiano a cui spero in futuro vengano concessi più spazi per far sentire come si picchia (i primi) e come si fa ballare (i secondi).

giovedì 27 agosto 2009

Arctic Monkeys - Humbug (Domino, 2009)


Ecco uno dei gruppi rock inglesi più giovani e più popolari degli ultimi tempi giungere al terzo disco. Cosa poteva succedere. Un tracollo (come succede a quasi tutti questi falsi “gruppi che faranno la storia” che il panorama UK, complici anche i media come NME, sforna a decine all'anno) oppure la conferma del successo. La verità è che questo disco spiazza un po' per i toni. Più cupo dei primi due lavori, più calmo ma meno commerciale, volendo. Josh Homme alla produzione ci ha messo il suo tocco ed è inevitabile sentirlo.

Lo sentiamo già nella traccia di apertura, My Propeller, probabile futuro singolo, genuino brano di 3 minuti (durata di otto pezzi su 10) che si fa ascoltare senza risultare comunque niente di innovativo. Particolarmente interessante il primo estratto Crying Lightning, tra le altre cose il pezzo più bello del disco, con un ottimo ritornello ed un bridge che ricorda certe tonalità oscure degli anni '80 (forse dire Joy Division è dire troppo? Ma anche no.). Le più melodiche Secret Door e Fire and the Thud suonano quasi sdolcinate, grazie alla voce “melodrammatica” di Turner che conferisce un certo sapore amaro al tutto (fatevi un'idea anche tramite la pop ballad Cornerstone, davvero riuscita). Le influenze punk dei primordi ritornano evidenti in Pretty Visitors, un gran pezzo, forse anche il più originale dell'album.

Tante canzoni ricordano gli episodi meno ballabili dei dischi precedenti, soprattutto Potion Approaching e Dangerous Animals (con un riff in stile “If You Were There, Beware” o “Teddy Picker”), ma non sono per questo da sottovalutare (anche se contengono i tipici “catchy tunes” che prendono subito ma sanno stancare altrettanto presto).

Ottima la produzione, come già accennato, con suoni azzeccati, non troppo ricamati come i britannici li vogliono, ma con una patinatura retrò che gli conferisce un tono quasi dark. Tecnicamente niente da dire, i giovani se la cavano.

L'unico difetto è probabilmente l'assenza di novità, che anche se si può trovare tenendo conto dei cambiamenti fatti inquadra comunque la band in un panorama più standard di quello con cui erano partiti, inizialmente differenti dalla bolgia alla quale ora sembrano amalgamarsi. E' comunque un gran lavoro, che non sconvolgerà ne contribuirà positivamente alla scena inglese/europea, lasciando comunque il segno per l'orecchiabilità e la sempre buona vena compositiva di queste scimmie.

Continuate così, e non spegnete i delay.

Voto: 7.5