mercoledì 9 dicembre 2009

Franz Ferdinand Live @ Jesolo, 8 Dicembre 2009




Nel 1914 Francesco Ferdinando viene ucciso a Sarajevo insieme alla moglie da Gavrilo Princip, nazionalista jugoslavo. Questo, insieme ad altri eventi, contribuì allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Che anche a Glasgow ci sia interessa per la storia non lo testimoniano certo i Franz Ferdinand, nonostante la scelta del nome, che è forse l'unica cosa che si può criticare di una band come questa (anche se in effetti ha la sua musicalità).
Al Palazzo del Turismo di Jesolo, il nove Dicembre, erano in tanti. Sembravano meno all'inizio, ma il piccolo edificio si è riempito facilmente, e già il popolo di magliettine indie e camicioni a quadri attendeva con ansia l'apparire della band. La prima volta che si sono fatti vedere sul palco non è stato per iniziare il concerto, ma come spettatori della band d'apertura, The Phenomenal Handclap Band, una band molto numerosa proveniente dal panorama indie/elettronico newyorkese, che sfoggia trenta minuti di set al fulmicotone, con un sintetizzatore molto anni '70/'80, e un tiro decisamente disco (l'abbigliamento ricorda band come The Ark e The Darkness), per concludere poi con l'invasione di palco da parte dei Franz Ferdinand ai cori.
Quarantacinque minuti di cambio palco (e quindi di ritardo) per gli scozzesi. Tempo di montare il telone col nome della band (da far cadere subito dopo il primo pezzo per rivelare un enorme schermo e la grande scenografia a dir poco costosa che si sono portati appresso in questo tour). A fare grande il set, durato circa 90 minuti, non è stato però l'impianto luci, senz'altro buono ed azzeccato per la varietà dei colori, ma la carica della band. Spietati punkettari anche se molto più rilassati nei dischi, scatenano pogo ed accompagnamenti vocali e fisici da parte di un pubblico notevolmente coinvolto, complice anche la bassa temperatura che senz'altro spingeva verso la direzione del “movimento”. La setlist passa per tutti e tre gli episodi discografici dei quattro britannici, senza tralasciare tutti i singoli vecchi e nuovi (Do You Want To, Walk Away e Take Me Out le migliori in assoluto, riuscite anche No You Girls, in apertura, e Ulysses, verso la fine del concerto, eseguita più velocemente). La band ha messo sul palco non solo una grande voglia di divertirsi ma anche una carica impressionante, a tratti simpatica, per i salti piuttosto “aggraziati” del cantante. Fare i personaggi non è facile, soprattutto se devi anche suonare dei brani non proprio facili e coinvolgere un pubblico così esigente; c'è da dire che i Franz ci sono riusciti, grazie non solo a un animale da palco come Nick McCarthy.
Alex Kapranos, molto bravo sia alla voce che alla chitarra, urla qualche “grazie Jesolo” (e pure “fa più freddo che in Scozia”), e rivela anche la sua ottima presenza scenica, che finisce con uno stage diving suggerito prima da Nick.
Altre note: Interessante il finale con i Phenomenal Handclap Band a suonare sul palco insieme ai Franz la parte finale di Lucid Dreams (allungata di circa cinque minuti per l'occasione), lasciando alla fine solo il batterista a concludere. Prima dell'encore, la band aveva inoltre portato sul palco una seconda batteria che hanno suonato in sincrono, con un ritmo “tribaleggiante” che ancora martellerà nella testa degli astanti.
Che dire. Un concerto così si scorda difficilmente, l'ho già detto ai fortunati che erano con me, potrebbe essere il mio “concerto dell'anno”, e dirlo dopo che ho visto gente come Muse, Placebo e Coldplay significa fare un grandissimo complimento ai giovani di Glasgow. Veramente, un concerto da non perdere.

martedì 8 dicembre 2009

Afterhours - Hai Paura del Buio? (Mescal, 1997)


Recensione scritta per Indie for Bunnies - link

Pochi dischi hanno condizionato la musica venuta dopo come questo “Hai Paura del Buio?” degli Afterhours. Secondo disco in lingua italiana per la band di Milano, ha rivoluzionato il linguaggio e la composizione delle musiche per quanto riguarda l'alternative rock italico, creando, loro malgrado, sciami interminabili di imitatori ed ispirando, più o meno dichiaratamente, praticamente qualunque band uscita successivamente. E' un album completo, a trecentosessanta gradi, dove un tris di power chords o quattro accordi da spiaggia messi di fila appaiono talmente emotivamente coinvolgenti da risultare complici di un capolavoro, per scarabocchiare sulla tela pensieri ed immagini che grazie alla poesia di Manuel Agnelli e ai graffi isterici di Xabier Iriondo diventano “storia”.
C'è tutto in questo disco. La potenza pura del post-Nirvana in Dea e Lasciami Leccare l'Adrenalina, gli inni grunge come Sui Giovani d'Oggi ci Scatarro Su e l'intramontabile Male di Miele (ti do le stesse possibilità di neve al centro dell'inferno, ti va), il noise minimalista di Senza Finestra e Simbiosi, emozionanti ancora oggi quando riproposte nei live, il pop rock delle ballad come Voglio una Pelle Splendida (la vita è un suicidio, l'amore è un rogo) e Pelle, tra le più belle del loro intero repertorio. Il ritmo sempre molto sostenuto del disco sembra fermarsi in episodi come la dolce Mi Trovo Nuovo o la classicheggiante Come Vorrei, ma riesplode sempre con Punto G, Veleno e Rapace, che presentano la tipica alternanza di melodia e riff taglienti, costruita però con una precisione e degli arrangiamenti veramente ineguagliati nel nostro paese.
La produzione del disco non è superba, e tutt'oggi nonostante internet ci abbia permesso di apprezzare anche molti dischi di fattura non proprio ottima abituandoci alle sonorità “da MySpace” sentiamo che in casa Agnelli non giravano ancora i soldi. Ma il suono è comunque d'impatto, graffiante, e complice del sensazionale risultato, potente ma a tratti intimistico, grazie ai testi sempre molto personali e variamente interpretabili del frontman. Strumentalmente non troviamo virtuosismi ne passaggi difficili, e mai ne troveremo nella carriera degli Afterhours, ma la sincerità con la quale due accordi di chitarra e un bel giro di violino sanno creare canzoni come queste stupisce ancora. E non rimanerne appassionati è davvero impossibile.
Se “non c'è niente che sia per sempre”, beh questo disco sicuramente lo sarà.

Voto: 9.5

lunedì 7 dicembre 2009

Badloveexperience - Rainy Days (Mabel/Inconsapevole, 2009)


I Badloveexperience sono una band di Livorno già da qualche tempo arrivata ad occupare un posto di rilievo nella scena underground nazionale. Dalle prime note di ogni loro canzone si può percepire che però, se fossero nati in Inghilterra, sarebbero già insieme a The Gossip, Arctic Monkeys, Pete Doherty e tutte le rockstar corteggiate da NME e riviste à la page per quanto riguarda l’indie e l’alternative mainstream. Quello che propongono infatti è un rock dai forti accenti britannici, riversato su disco in entrambe le sue accezioni più comuni: quella più classicheggiante, ancora affezionata ai Beatles e quella più moderna, sempre devota al panorama anni ‘60 e ‘70 ma più ballabile e che guarda con un occhio malinconico e disinvolto alla scena rockabilly e ai Rolling Stones. Il risultato è modesto, senza dubbio sopra la linea del discreto.
Nelle diverse tracce di questo disco i toscani si dimostrano frizzanti, a passo coi tempi, volutamente orecchiabili e con una buona dose di originalità nonostante le varie influenze inserite nel frullatore non abbiano prodotto un risultato tanto omogeneo da non distinguerle e poter parlare di un lavoro innovativo. Nonostante questo la “radiofonicità” di una potenziale hit come “Break Away”, in apertura, e della movimentata “Somebody Born to Walk (and Some to Fly)”, spiazzano anche chi parte con le premesse peggiori di ascoltare un gruppo clone di altri cloni. La genuinità di questo “Rainy Days” è evidente anche nella più pop “Ballad of a Libertine”, vicina alla malinconia tipicamente inglese di band come Babyshambles e The Kooks (quelli meno festaioli, si intende). In effetti l’atmosfera quasi londinese si avverte in “Knowing All The Things I’ve Known” e la conclusiva “All The Heroes, Unfamous People”. Di per sé non c’è molto da dire in più sull’album, le componenti più veloci e spensierate si alternano a quelle più smorzate e cupe, come nella pura tradizione delle band indie del Regno Unito (con l’unica differenza che stiamo parlando di quattro ragazzi di Livorno). Da degustare attentamente in concerto sono soprattutto le tracce più rock’n'roll, come “Dear M. Boy”, che qualsiasi fan di The Wombats, The Fratellis ecc. potrà indubbiamente gradire.
Il tentativo di imitare le più fortunate band inglesi tentando di dare un approccio personale (in questo caso non particolarmente riuscito) è apprezzabile, in realtà, solo fino ad un certo punto, in quanto ci si aspetta da chi fuori dall’Inghilterra tenta di copiarne gli stilemi l’inserimento di qualche ingrediente nuovo, qualche contaminazione col patrimonio musicale locale (e i risultati, pensandoci bene, avrebbero potuto anche peggiorare, quindi è difficile fare una previsione azzeccata a riguardo). In ogni caso questo disco, forte di una produzione sopra la media e di sonorità perfette e che ben si coniugano con il tipo di genere, è ben riuscito, si ascolta in maniera leggera e senza l’appesantimento che può derivare da parti strumentali troppo complesse, mantenendo quella patina di orecchiabilità che può permettergli, potenzialmente, di sfondare anche nello Stivale. Sempre che ci sia chi vuole dargli l’attenzione che meritano. Per il resto, si spera in un lavoro più personale per il futuro, per poter assaggiare e digerire completamente le capacità strumentali e compositive di una band che ha pochi rivali in Italia in questo tipo di scena. Dategli una chance.

Voto: 7

domenica 6 dicembre 2009

Vowels - The Pattern Prism (Loaf, 2009)


Follia elettronica e caleidoscopiche creazioni di musica di qualità. Il “prisma” dei Vowels è un conglomerato plastico, infinitamente malleabile, di suoni e colori; costruito con un ambizioso tentativo di sfidare le leggi e le convenzioni non scritte della musica elettronica già composta, questo disco è infatti la riprova, dove già ci hanno provato con ottimo successo gente come Squarepusher ed Aphex Twin, che questo genere è ancora aperto a sperimentazioni di ogni sorta, grazie anche ai synth e alla sempre più musicalmente accomodante era dell’informatica.
Non è materiale facilmente ascoltabile. In qualche frangente si direbbe mancare di logica, ma bastano poche note per rendersi conto che i Vowels non hanno certo composto in maniera “random” questo bel disco. Se manca di coesione tra le parti, più o meno volutamente, non manca di certo di fantasia. E subito in apertura, i due minuti scarsi di Sonny sparano sfacciatamente sullo schermo le prime visioni oniriche di oggetti dalle forme più varie che si rincorrono, scalpitando e inciampando, rialzandosi per poi scattare, bloccarsi e ripartire. E’ già pazzia Tortoisiana. Seguendo con ordine troviamo Two Wires, piuttosto catchy rispetto al resto del disco, una ballata electro-pop simil-Holy Fuck che con le sue melodie sintetizzate ed una linea di batteria molto essenziale trascina per sei minuti buoni, lasciando spazio all’inizio “gutturale” di Swim Pool, 2 minuti e 42 di rumoristica d’alto livello, come una visione di un mondo sottomarino distrutto da suoni distorti trasmessi a volumi altissimi per il piacere di ascoltatori incatenati sul fondale a respirare ossigeno artificiale. Non bevete prima di ascoltarla.
Continuando il track-by-track ci imbattiamo nell’incespicare incontrollabile degli undici minuti di Appendix, il pezzo più lungo e più “calcolato” dell’intero disco. Lavoro di batteria superbo, così come il rintocco “di campane” sintetizzato che si ripete incessante; questi ragazzi fanno musica in una dimensione tutta loro. Una parte centrale fintamente coerente, lascia il segno invece per l’inconsistenza con cui procede prima di deflagrare nello schizofrenico finale, un andante dove il caos continua a regnare indisturbato. Elettronica disco-pop in On Up!, per ballare su musica che non è fatta per questo. Ma cosa ve lo dico a fare; ottimi i giri di tastiera e basso. Drums gone Awry non merita commenti altri che la traduzione del titolo. Deviazioni di percussioni sbilenche. No, non è la traduzione, ma ora sapete cosa aspettarvi. Tornano le allucinazioni dei Tortoise in Eh Uh, altro pezzo che sembra non terminare mai (undici minuti), cadenzato viaggio mentale dai suoni disperati e sgraziati, che perde di logica man mano che prosegue, arrivando nella coda come un semplice pulsare, terminando con frastuono elettrico di derivazioni smaccatamente noise. Il CD si conclude con Closing Circles, ritmo che ricorda gruppi recenti come Errors e Battles ad iniziare, che si trasforma poi nell’ennesima (l’ultima) cavalcata nevrastenica che lascerà i vostri timpani in un senso di torpore e di quasi-dolore il cui sollievo arriverà solo alla fine del pezzo.
L’album è veramente interessante. Dimostra come le sperimentazioni, nell’epoca del fallimento dell’originalità in generi come il rock ed il metal, proseguano a tutto spiano nei generi più “di nicchia” (non che l’elettronica commerciale lo sia) come questo. I Vowels sanno il fatto loro e producono un ritratto consapevole di cosa vogliono rappresentare con la loro musica, schizzando tenaci situazioni più simili a trip che a canzoni, dove il songwriting è ridotto all’elasticità più completa che l’era della “digital music” permette. Operazione riuscita.

Voto: 8.5

sabato 5 dicembre 2009

Brunori Sas - Vol. 1 (Pippola Music, 2009)



Dario Brunori, già in passato con i Blume, viene da Cosenza. Il sapore provinciale della sua musica alberga in tutto questo lavoro, una neanche tanto lunga dissertazione cantautorale dal gusto prettamente italico, con influenze, tra le più evidenti, come Piero Ciampi e Rino Gaetano.
Sono storie personali in cui molti si possono riconoscere, come Italian Dandy, in cui l’eleganza del writing sfila dalla penna di Federico Fiumani dei Diaframma quell’erotismo semplice e raffinato, rivissuto in maniera adolescenziale (i riferimenti ad Edwige Fenech, le frasi come "a sedici anni pensava solo al sesso"), o Nanà, in cui le prime esperienze vissute dal cantante vengono narrate con una rabbia che ricorda parzialmente quell’istinto isterico del primo Vasco Rossi (quello di “Valium” e poche altre perle degli anni’ 80, che si sente anche nelle grida verso la fine di Il Pugile, prima traccia di questo "Vol. 1"), tra carte infilate nella marmitta del motorino, il pallone bucato dal vicino incazzato e il ritornello in cui si grida "la mia non è una vita speciale, e molto spesso me la devo inventare". Un motto per molti dei cosiddetti ‘italiani medi’. E il rifugio è la musica. E per Paolo che non sa "per chi voterà, ma sa soltanto che vuole una moglie", ci sono toni più folk, e spunta Ivan Graziani nelle atmosfere intime sostenute dai fiati.
I ricordi che vuole condividere Dario sono gli stessi di molti italiani cresciuti dagli anni ‘70 in avanti, le preghiere, il calcio ("la sola religione del mondo", come racconta nella marciante Come Stai), l’amore a volte difficile; niente di nuovo ma il filtro essenziale e tendenzialmente pulito con cui narra queste vicende e queste situazioni lo fa emergere come una delle realtà cantautorali che difficilmente verranno considerate dalla stampa di rilievo commerciale, mentre dall’altro lato se lo meriterebbe. Per aver realizzato da solo un disco così completo, limitato nei suoni ma non negli orizzonti che veramente accomunano, fuori dai luoghi comuni, migliaia di noi. In “L’Imprenditore” Dario esterna i suoi dubbi per le differenze che lo separano da tanti altri (che come dirà in “Di Così” vuole "viversi meglio"), mentre "gli asini volano in cielo e fanno debiti per restare in terra, ma io resto qui". E’ una ballata dai toni rock, nell’esplosione a fine pezzo ma anche prima, nella sua rabbia sommessa espressa con la stessa pacatezza del resto del disco. Ed è così che in Guardia ‘82 si parla di un bambino che vedeva una ragazza nuda al mare senza rimanerne impressionato, per poi dieci anni più vecchio accorgersi della sua bellezza. Situazione da film di bassa lega, narrata con i toni di un cantante nostalgico alla Gino Santercole, d’incredibile e volubile sincerità.
Questo è “Vol. 1”, lavoro onesto di un enorme potenza comunicativa, che alza il sipario su un Italia grande ma tutta provinciale, evidenziando quel background che accomuna tutti, nonostante le differenze che si sviluppano quando gli anni passano e le vite di ognuno prendono treni con destinazioni diverse. E solo uno come Dario Brunori, con la sua chitarra e la sua voglia di dire le cose, può raccontarlo così, incazzato ma non sgraziato, felice ma non soddisfatto. Insomma, un cantautore come ne mancano da anni. Ascoltatelo. 

Voto: 9

venerdì 4 dicembre 2009

Frank Zappa

"Quando ascolto musica, non dico mai "Ehilà, che uomo! Ha fatto questo!!!"... e questo fondamentalmente perché ciò che sto ascoltando è la sua musica... ascolto il brano... non conosco nulla della vita dei compositori... potevano anche essere degli stronzi bastardi... probabilmente non mi interessa sapere come fosse Webern nella vita privata, mi piace la sua musica... non penso mai a chi l'ha scritta o perché l'abbia fatto... ascolto solamente il risultato"
-Frank Zappa-

16 anni fa, il 4 Dicembre 1993 moriva Frank Zappa a neanche 53 anni compiuti a causa di un tumore alla prostata. La citazione che ho inserito a inizio paragrafo spiega molto lo scopo di questo post: non ho intenzione di ripercorrere la vita privata di Frank Zappa. Ne ho intenzione di fare un analisi critica di tutte le sue opere (che con il live "Philly 76" che verrà pubblicato a fine mese saranno 86 in tutto, senza contare tutte le collaborazioni e i progetti alternativi) o tantomeno di tentare di spiegare come abbia influenzato la musica. Intendo solamente cercare di far capire al lettore cos'è stata la musica di Frank Zappa per me, o quali sono gli album che consiglierei al neofita.

Per me Frank Zappa è un mondo a parte, è un olimpo musicale. Sopra a tutti c'è lui, e sotto ai piedi del monte ci sono dei bravissimi sicari, che però non potranno mai raggiungerlo. Avevo solo 5 anni quando dalle casse consumatissime di un vecchio walkman ascoltavo per la prima volta una cassetta di "Absolutely Free" (1967). Non so dire adesso quali fossero le mie sensazioni al momento, ma ricordo che "Invocation and Ritual Dance of the Young Pumpkin" mi faceva andare via di testa. Curiosamente, fu mio fratello ad appassionarsi di Zappa. Io avevo solo 5 anni, c'era poco che potessi fare. Non ricordo di preciso quando avvenne la conversione, so solo che mio fratello non riuscì mai più ad ascoltare "Hot Rats" (1969) o la compilation "Strictly Commercial" (1995), perché erano perennemente da me. Lui è rimasto ancora a quegli album, o al periodo jazz di Zappa, ma io sono andato oltre, col tempo ho completato la sua discografia e adesso possiedo tutto.

E non mi stanco mai, perché la musica di Zappa è qualcosa di troppo vario. E' sempre nuova, c'è sempre qualche particolare che salta fuori ad ogni ascolto, qualche citazione colta che capisci solo col tempo. Questa cosa si applica anche al suo stile chitarristico. Quello che fanno 100 Petrucci non sarà mai nemmeno un quarto di quello che faceva Frank Zappa da solo. I suoi assolo non erano cose tipo "ehi guardatemi, ho una tecnica pazzesca", erano composizioni improvvisate. Si sente una vena melodica allucinante, quasi come se le avesse scritte prima. E invece no, ad ogni concerto l'assolo cambiava. Non mi stupirei se alcune delle sue migliori composizioni fossero venute fuori grazie ad un suo assolo. Inoltre Zappa aiutava anche a pensare. Appena mi sono preso la briga di leggere i suoi testi, ho letto in alcuni delle critiche sociali spietatissime, intelligenti, a volte al limite della volgarità, ma forse per questo degne di essere etichettate come satira. Zappa non discriminava nessuno: ce l'aveva con chiunque, a condizione che la stupidità fosse presente.

Per quanto riguarda gli album di Zappa, ce ne sono alcuni ai quali sono particolarmente legato, e sono "One Size Fits All" (1975) (un album che amo talmente tanto da non riuscire neanche a descriverlo), "Waka/Jawaka" (1972), "Sheik Yerbouti" (1979), "Joe's Garage" (1979) e "Läther" (preparato nel 1977, ma pubblicato solo postumo nel 1996. Se fosse stato pubblicato nel 77 sarebbe stato probabilmente il capolavoro di Zappa). Descrivere la musica di Zappa è una cosa troppo lunga per un editoriale, ma sappiate che in un album di 35 minuti potete trovare facilmente molti generi diversi spesso non relazionati tra di loro. Se volete iniziare con qualcosa relativamente semplice, direi che la sovracitata compilation "Strictly Commercial" è adattissima.

Molti si chiedono cosa farebbe Zappa al giorno d'oggi... molto probabilmente riderebbe di questa società odierna sempre più orientata verso l'idiozia, senza risparmiare frecciate a noi Italiani. Ma purtroppo Zappa è morto, quindi è compito degli artisti moderni tentare di scoprire cose nuove, senza mai fermarsi ai soliti due accordi in croce. E riguardo a X Factor, Amici, American Idol e cazzate del genere... modificherò un testo di Zappa stesso dalla sua "We're Turning Again" (da "Meets the Mothers of Prevention", 1985): "Frank come back/No one can do it like you used to/If you listen to the radio/And what they play today/You can tell right away:
All those assholes really need you!"




Ciao, Frank

giovedì 3 dicembre 2009

Tecnosospiri

TECNOSOSPIRI è un nome brutto sia per una band che per un post. E visto che una band ha pensato di chiamarsi così, ho pensato di chiamare questo nuovo "editoriale" allo stesso, brutto, modo. Negli innumeveroli viaggi in treno che deve sostenere uno studente pendolare è facile, auricolari infilati nelle orecchie, trovarsi a fare qualche (superfluo) ragionamento che poi, come accade quotidianamente a milioni di blogger e internauti incalliti del 2009/2010, finisce riversato in rete. E a questo punto mi dissi: perché non trasformarlo in un post per Good Times Bad Times?
L'argomento è tanto semplice quanto già dibattuto, ma ogni analisi differisce in tal modo dalle altre che farne una mia personale pensavo non significasse scopiazzare, ma anzi potesse contribuire. Per i potenziali (in realtà inesistenti) lettori. We are talking about: come la tecnologia sta cambiando il modo di fare, di vivere e di ascoltare la musica. 

Partendo dall'assunto indicato, premetto che è inutile parlare delle innovazioni che hanno semplicemente ampliato le "sonorità", incidendo in maniera particolare sull'elettronica e sul pop (volendo, positivamente), e facilitato la vita "in studio" degli artisti. Non è solo per questo che "fare musica" è diverso oggi che nel 1965. I contratti delle case discografiche sono sempre stati piuttosto "costrittivi", volendo oppressivi, ma succedeva molto più raramente che un progetto venisse preso e trasformato da capo a piede dal volere di un consulente d'immagine che pensa di arricchirsi semplicemente sfruttando il look di una band. Idee che avrebbero fatto accapponare la pelle negli anni di Elvis Presley et similia ma che da vent'anni sono ormai pane quotidiano, nella musica come nella tv e nel cinema. Inoltre fare un disco è diventato sempre più questione di "routine" e di "contratto", sempre più musicisti lo fanno per passione solo agli inizi, lasciandosi poi soffocare dalla vita dell'artista sottomesso alle copertine dei giornali e al volere di qualche manager, se non dai suoi stessi fan. Insomma, il valore della musica come arte se n'è andato. Si può benissimo aggiungere che gli strumenti come MySpace, Facebook, Last.fm ecc. stanno cambiando i metodi di diffusione della musica (anche se il più determinante si può considerare tutt'ora YouTube, sempre eccelso nel creare "mode" momentanee che qualche volta, ahimé, finiscono addirittura su Studio Aperto), sviluppando aspettative diverse in chi "propone" della musica. Non ci sono più dischi e merchandising da vendere, ma richieste di amicizia e contatori degli ascolti. E da quando anche chi gestisce gli spazi dove la musica emergente può lottare per uscire dalla nicchia ha preso seriamente questa cosa, avere tanti ascolti o tanti amici su MySpace è diventato davvero importante. Perché diciamocelo, non sono gli artisti a scegliere queste cose, ma chi la musica la manovra. Gestori di locali, manager, talent-scouts, discografici. X Factor, Amici, e programmi analoghi servono solo a lanciare volti da quattro soldi che finiscono nel dimenticatoio dopo il primo disco (avanti, aprite gli occhi, nessun negozio di dischi ha esaurito le scorte del disco di debutto di Giusy Ferreri e dei Bastard Sons of Dioniso, e non sto neppure citando i peggiori). E il problema è tutto qui: la tecnologia, nell'era della comunicazione di massa, ha inventato nuovi strumenti che non giovano per niente al mondo della musica. E se c'è chi (Radiohead, Nine Inch Nails, ecc.) se la spassa dall'alto delle pile di miliardi già guadagnati quando fare un disco ancora ti gonfiava le tasche, utilizzando a loro modo la rete per raggiungere i fans precedentemente acquisiti, diventa evidente che usare internet in maniera produttiva è difficile, anche se non impossibile.
L'altro grande problema, che è comunque la punta dell'iceberg che emerge da un oceano infinito di altri problemi enormi, a sottolineare il disastro che sta subendo il mondo della musica (ricordando che le case discografiche multimiliardarie perdono, giustamente, milioni di euro all'anno ormai da un decennio), è che le majors non vogliono perdere la loro battaglia e lottano coi denti per affondare Pirate Bay o altri portali analoghi, in una guerra senza speranza. Spendendo inutilmente tempo che potrebbero utilizzare rivoluzionando, tramite internet, un mondo che ormai ristagna. E inizia a puzzare di marcio. Certo, questo significa che il CD se ne deve andare. Come le musicassette e i vinili. Ma non ci crede nessuno che per i nostalgici i compact disc (come accade per i 33 giri) non continueranno a venir prodotti (e vedremo a che prezzi saranno venduti, se più bassi o più alti, anche questo è difficile da dirsi). In ogni caso questa è l'era del digitale, l'mp3 (e i formati come il FLAC ad alta risoluzione per i fanatici) ormai spopolano, è una moda inarrestabile ed un flusso continuo che non smetterà mai, neanche dopo il collasso della rete che forse i discografici ancora sperano. Ma che evidentemente non arriverà mai, altrimenti sarebbe già successo. Che stiano aspettando anche loro il 2012? Se è così, il 21 dicembre 2012 qualche buon signorino dell'Universal o della Warner si sveglierà in mezzo alla strada, con il culo ancora dolorante per l'inculata presa dai colossi come I-Tunes o le nuove piattaforme Microsoft. Il francesismo mi deve essere concesso.

Fatto sta che se un mp3 ha meno qualità e ha meno valore di un disco, questo è il futuro e questa è la strada da seguire. Abbassare il prezzo dei dischi ha un senso solo per i pochi che queste cose "materiali" le apprezzano ancora (come il sottoscritto), ma ormai non si comprano più. Si accettano solo come regalo, come allegati di riviste e come ricordino trovato in soffitta. E finché le majors non apriranno gli occhi e non si renderanno conto di questa cosa, continueranno a perdere soldi e questo, per un tragico gioco di causa-effetto, continuerà a ripercuotersi su tanti (cioè i gruppi emergenti o quelli meno fortunati) per il privilegio di pochi discografici e band già affermate o morte. Con buona pace di Courtney Love e la famiglia Jackson.

mercoledì 2 dicembre 2009

The Antlers - Hospice (French Kiss, 2009)

Peter Silberman e il suo progetto solista. Ecco The Antlers, ‘gruppo’ nato nel 2007 con un album di inebriante pop misto ad indie e post-rock, che arriva nel 2009 con la consapevolezza di poter premere l’acceleratore più in profondità, per raggiungere in maniera più veloce (e relativamente sicura) distanze più lontane. I nuovi orizzonti raggiunti sono quelli che alcuni critici hanno definito ‘post-pop’, in realtà un insieme perfetto di pop e folk, con alcuni tocchi di cantautorale che accomunerebbero, per i meno attenti, questo disco a taluni ascolti del panorama solista inglese. Ed invece per capirlo meglio bisogna ascoltarsi i primi album dei Sigur Ròs.


Le atmosfere, nella storia raccontata da Peter, cioè quella di un uomo che vede morire l’amata di cancro sul letto dell’ospedale, ricordano proprio quelle del celebre complesso islandese (i rumori quasi da ‘documentario sulla natura’ di Wake, la semplicità della velatura dei suoni sovrastati dalla voce in Atrophy), anche se in alcuni frangenti le chitarre da musica d’autore ci riportano a pensare di ascoltare un disco relativamente commerciale. Sono canzoni come Two e Shiva, limpide ballate di una tristezza che si conficca nella carne come una spina, complici anche le linee di piano gonfie di delay, che un po’ ricordano gli episodi più lenti e rilassati degli ultimi lavori dei Mogwai. Alcuni toni ricordano pure i Portishead, come la bella Kettering, sofferta ballad dal sapore solo lontanamente radiofonico (facilmente immaginabile a volume altissimo in cuffie nel pieno della notte) che esplode in un finale che fonde alla perfezione post-rock e trip-hop (ascoltate la linea di batteria e i synth che qui in Italia potremo ricondurre solo e soltanto ai Giardini di Mirò).


La velocità sempre molto ridotta di tutto il disco ha un breve stacco alla terza traccia, Sylvia, la più incalzante, in cui diversi strati di suoni sintetizzati si rincorrono per i primi 3 minuti prima di scoppiare all’improvviso in un quasi-silenzio condito solo dalla voce e da una base minimale, che esplode poi nel finale.
La prima opinione che verrebbe a tutti ascoltando questo disco è che si tratti di uno dei pochissimi esempi di musica veramente orecchiabile che abbia una struttura compositiva in realtà di notevole complessità. Se le linee vocali sono essenziali, i diversi patterns che si riversano sulle altrettanto essenziali linee di drum machine riescono a colpire anche per il modo in cui sono studiati; riescono in questa maniera a raggiungere l’ascoltatore e ad investirlo di sensazioni tra le più diverse. E trovare un disco soggettivamente interiorizzabile in maniera completa e personale, diciamocelo, è difficile. Peter Silberman ha composto un gioiellino destinato a lasciare il segno, dal primo all’ultimo secondo; musica per tutti, con una vena malinconica che trasmetterà più di qualche scossone a chiunque provi a darci un ascolto. Cosa si può volere più di così?
Voto: 9

lunedì 30 novembre 2009

Neodea - Teorema del Delirio (Black Fading Records/Alkemist Fanatix, 2009)



I Neodea sono un quartetto milanese che dichiaratamente, da qualche anno, ha deciso di imbracciare la via del neo-grunge (mi prendo la responsabilità di questa definizione, per non usare post- e menate varie). Il risultato non è dei migliori. Il pericolo di copiare lavori già fatti da grandi nomi come Alice in Chains, Soundgarden e Pearl Jam è sempre dietro l'angolo e si concretizza in modo particolare in certi brani di questo lavoro che ora analizzerò più nel dettaglio.
Già dall'inizio in Panic TV (ed è tutto identico in Deliri e Paradisi Artificiali) capiamo che sostanzialmente non tira aria nuova. Soliti riff grungettoni resi meno sterili da un cantato all'italiano abbastanza originale quando non fa l'occhiolino a Hetfield o a qualche Vedder (qualcuno dei suoi cloni, si intende). In 34 & 2, oltre a questo, spunta addirittura un riff in salsa west-coast che sembra rubato dai lavori recenti dei Dream Theater, anche se troppo semplice per definirlo tale. Violet, insieme a Mascara, regala un attimo di personalità al lavoro, con alcuni spunti più vicini a sonorità di band come gli A Perfect Circle, continuando comunque a seguire percorsi per niente innovativi e più devoti alla scopiazzatura che alla rielaborazione, che ci vorrebbe per riproporre, DI NUOVO, un genere come il grunge. Morto, e non per colpa di Cobain. Risultano comunque i pezzi più salvabili del disco. La ballata alla Stone Temple Pilots paramelodici non può mancare, ed ecco Madre, altro brano all'insegna della banalità più accentuata. Una recensione deve sforzarsi di trovare anche i lati positivi di un lavoro e allora diciamolo. Tecnicamente la band se la cava, anche se come già detto la fantasia scarseggia. I suoni sono azzeccati, adeguati al genere, e la voce soprattutto gratta al punto giusto. I testi inoltre, abbastanza “clichéttosi” (mi si permetta il neologismo) per questo stile, reggono il confronto con altre band emergenti italiane e risultano alla fine decenti.
Un album solo per aficionados del grunge all'americana, anche se cantandolo in italiano ci sono anche discrete possibilità che possa arrivare all'orecchio di qualche nuovo fan dell'ultim'ora. Non si parli di novità, perché qui siamo lontani anni luce dall'innovazione di certe band che il grunge l'hanno portato su altri lidi, come i Verdena. Per il resto, strimpellano bene. 

Voto: 4.5 

domenica 29 novembre 2009

Van Cleef Continental - Red Sisters (Casa Molloy/Audioglobe, 2009)


Il nuovo progetto di Andrea Van Cleef punta al stoner e al rock pesante, trasferendo il tiro rock'n'roll dei Bogartz (ex gruppo di Andrea) ad un sound più possente ed intenso, con più di qualche elemento di contatto con i Queens of the Stone Age e altre band che hanno collaborato con Homme (i recenti Them Crooked Vultures, qualcosa dei Kyuss e dei Mondo Generator).
Simili nei riff e nelle strutture proprio ai QOTSA sono brani come “Then She Said” e “Fire In My Bones”, pese al punto giusto per immaginarsi gran coinvolgimento ai concerti. Un riarrangiamento piuttosto Husker Du di “Moonlight Shadow” del sempreverde Mike Oldfield fa da spartiacque tra la parte aggressiva del disco (su cui spicca “Junior Bonner”, quasi british nei riff, anche se riproposti con sonorità grunge quasi vicine alle vecchie glorie di Cornell coi Soundgarden), e quella più melodica di “In a Red Room” (con atmosfere soffuse grazie ad alcune parti di piano dagli accenti blues) e “Skulls”, con sonorità di chitarra quasi noise. Un intermezzo pseudoelettronico di novanta secondi taglia quasi in due il disco, e si tratta di “Anna Lee”, porzione new wave/dark di un disco, se non lo avete capito, piuttosto vario.
Il sound di questi Van Cleef Continental perlustra gli ambiti più diversi del rock più figo, dallo stoner, al rock'n'roll, all'indie, al grunge fino a quello influenzato dai beat del britpop. C'è bisogno di una marcia in più per parlare di capolavoro, certo, ma questo disco insegna che con una chitarra distorta al punto giusto e la voce che gratta quando serve la tecnica può anche andare a farsi fottere. In sé, un disco suonato decentemente e composto poco meglio, ma con un tiro pazzesco. Dateci un ascolto. Merita.

Voto: 7+

sabato 28 novembre 2009

Lo scopo di "questa" musica

Come primo "editoriale" di questo blog/sito, penso che questo post si meriti un'introduzione. I fondatori del blog hanno deciso, da questa data in poi, di pubblicare "periodicamente" (senza, quindi, scadenze fisse) un editoriale che si occupi di un argomento inerente al mondo della musica e, perché no, dell'arte in generale. Questo post in particolare parla della musica come arte, e del suo concetto trasformato nel tempo; leggetelo per capire meglio a cosa mi riferisco. E no, non sono articoli simili a quelli megaintellettualoidi a cui vi ha abituato Rockit. Avanti, so che lo leggete!

L'argomento è molto semplice. La musica, nei secoli, ha sempre avuto un ruolo "artistico" (non per niente proprio di arte si tratta), nel senso che, come tutti i movimenti artistici più o meno conosciuti (futurismo, dadaismo, cubismo, ecc.) nasce, vive e muore, nei suoi stili e nelle sue più variegate trasformazioni, da e per un tale contesto sociale, storico e politico. Ogni "movimento", di qualunque natura, è tale perché "figlio del suo tempo" e la musica non fa eccezione. Abbiamo visto che la musica classica, dapprima musica su commissione (un po' come i quadri) nasceva da contesti religiosi, o comunque salottieri, perbenisti e filomonarchici (per le commissioni che richiedevano talune opere), come tanti movimenti artistici (i capolavori di Michelangelo, Leonardo, Giotto ecc. chi li potrebbe annoverare come tali se non fossero derivati da committenze ecclesiastiche o di nobili spendaccioni che volevano decorare le loro sale da ballo?). La vera rivoluzione in questo senso arriva nel '900, prima con i gospel, il jazz e il blues (in tutte le loro evoluzioni), poi con generi più "moderni". Di questi volevo parlare.
Il punk, nato negli anni '70 ma che conta tra i suoi precursori (dal punto di vista strettamente artistico) musicisti del calibro degli Who, ha radici sociali ben definite. Nasce dalle reazioni e dalle conseguenze delle spinte rivoluzionarie degli anni sessanta che hanno avuto precise ripercussioni storiche e sociali negli anni settanta, e i portavoce di questo genere non erano solo musicisti, ma persone qualunque. Diciamo che chi faceva questa musica si identificava più facilmente con chi la doveva subire (ascoltare, diremo noi), perché il contenuto trasmesso faceva parte di un contesto più ampio dove i bisogni del mittente e del destinatario del medesimo messaggio coincidevano. Per questo motivo i testi, più che la musica, rappresentavano un certo tipo di ideali, e colpivano certi ceti sociali che non potevano rimanere estranei da questo tipo di "cultura" (poi, puntualmente, trasformata in "popolare" da qualche squalo affamato di soldi, tra produttori, discografici e quant'altro) perché parte integrante della stessa. Negli anni '60, non solo per i sessantottini ma anche per i precursori della "beat generation" o per i rivoluzionari dei campus universitari americani di metà decennio, la musica beat, hippie e il pop d'autore (Bob Dylan e molti altri), insieme alla letteratura affine, significava davvero qualcosa. Era quello che si voleva sentire.
La domanda è: nel 2009 quello che ascoltiamo ha davvero un significato per noi? Ci dicono davvero quello che vogliamo farci sentire? Nella società anestetizzata dalla pubblicità, cioè dalla TV, e dai modelli imposti dalla stessa, direi che la risposta più appropriata è un laconico si. Ci tocca molto da vicino il fatto che MTV e canali affini siano i più diretti responsabili di una degenerazione, nel commerciale, della musica come arte, sempre più disposta a vendersi per non trasmettere più niente. I nostalgici dei vinili non sono sempre e solo collezionisti, del resto negli anni '70 ascoltare certa musica significava anche appartenere ad una certa estrazione sociale. 
Oggi la musica pop, propinataci come unica soluzione da TV e radio pagate da poche grandi major per diffondere solo e soltanto questo, ha perso tutto il suo contenuto. Nessuno mette in dubbio che una canzonetta di musica leggera à-la-Max Pezzali o Cesare Cremonini possa comunicare tanto ad una persona, perché il tipo di messaggio ricevuto è soggettivo quando i testi parlano d'amore o di situazioni simili. E' che questo tipo di contenuti non rispecchia la nostra società, che ha bisogno di qualcuno che si faccia portavoce dei problemi che realmente esistono (e mi perdonino i lettori se non li sto qui a citare, sapete benissimo quali e quanti sono). Nessuno pretende di dire cosa avete bisogno di sentire voi che leggete, ma questo tipo di comunicazione artistica ha perso ogni valore. Se una volta l'arte era specchio della società in maniera positiva, oggi lo è per il contrario. Nessun genere musicale dopo gli anni '80 (a partire dal metal e dal grunge) rispecchia vere situazioni che possiamo trovare in certi contesti sociali (anche se l'hip hop ha più volte tentato di invertire questo trend, con eccezioni a confermare la regola prima che le eccezioni prendessero il sopravvento); e se davvero i Nirvana potevano (e possono) comunicare qualcosa per giovani nel pieno delle loro turbe adolescenziali, possiamo tranquillamente dire che lo sbiaditissimo panorama di Seattle, che ha dato vita a decine di gruppi dal valore artistico a volte ottimo a volte un po' meno, non rispecchia la natura di quella città (o perlomeno avremo una città di 602.000 abitanti che vogliono tagliarsi le vene), così come la musica "emo" si presenta più come una moda che come una necessità di dire qualcosa. E chi la vive in maniera diretta, tagliandosi le vene o cose di questo tipo, dovrebbe rendersi conto che chi la fa non sta dicendo a lui di farlo, ma sta trasformando le tipiche paranoie (o "pare", per dirla in slang giovanile) adolescenziali in un modo intelligentissimo di fare soldi con un apporto artistico veramente basso.
La musica è diventata un sordido modo di guadagnare, anche se nessuno poteva impedirlo. Ma è tanto facile quando gente onesta come Bob Marley e De Andrè se n'è andata, e ha dato tanto per dire la loro per poi schiattare lasciando alle case discografiche che detenevano i diritti delle loro canzoni tutto il guadagno che ne deriva. Teniamoci le trovate pubblicitarie per beneficienza di Bono Vox, intanto i suoi miliardi se li godrà sempre e solo lui. E non me ne voglia nessuno, ma questo è quello che tutti noi ci meritiamo. Perché la società siamo noi, e l'anestetico che ci sta addormentando ogni tentativo di reagire ce lo stiamo lasciando inculcare noi. Senza tanti problemi. Dandogli anche una mano. Wake up.

venerdì 27 novembre 2009

El Grupo Nuevo de Omar Rodriguez Lopez - Cryptomnesia (Rodriguez Lopez Productions, 2009)


Cosa aspettarsi dal chitarrista dei Mars Volta, aiutato dal cantante dei Mars Volta e dal bassista dei Mars Volta, con un superbatterista che risponde al nome di Zach Hill? Quello che sentite ascoltando questo “Cryptomnesia” è in effetti, senza pensarci neanche troppo, l’ennesimo album dei Mars Volta. Solito prog psichedelico gonfio di giri di chitarra vorticosi, che incespicano, poi ripartono, si confondono con il basso veloce e graffiante, con la voce sempre molto ‘angelica’ di Cedric Bixler Zavala. Si cerca il filo logico che, spesso, non c’è.

Il prodotto è un disco criptico (termine richiamato anche dal titolo), per niente banale per chi non ha mai ascoltato il genere, mentre prevedibile per i fan delle altre band di questi ragazzi. Già la traccia di apertura Tuberculoids ci fa capire che i tempi di “De-Loused in the Comatorium” rivivono ancora nella memoria di Lopez ecc., e a parte una specie di “mosh” progressivo finale non è in effetti niente di nuovo. E’ un rock più ascoltabile e lineare, quello di Half Kleptos, se “lineare” lo si può definire. Il cantato è sempre il solito, come nella successiva Cryptomnesia, uno dei pezzi più agitati del disco, grazie anche ad un lavoro di batteria veramente notevole. E’ in realtà troppo pomposo, e prima dei suoi sei minuti di durata sarete colti da un irrefrenabile istinto di cambiare traccia. Stesso identico discorso per Shake is For 8th Graders e Puny Humans, aiutate però da una durata, se Dio vuole, più accettabile. Paper Cunts, dal giro vocale quasi pop, risulta grazie ad una base a dir poco complessa, molto interessante e studiata (come se il resto dell’album non lo fosse, direte voi).
Ci sono anche degli episodi strumentali come la tirata They’re Coming to Get You, una pseudo-colonna sonora da gara automobilistica, con una sezione centrale a dir poco tesa, e Noir, con la voce che si inserisce solo per qualche rumore di fondo/bisbiglio, a presagire quell’esplosione finale, una vera e propria aggressione schizofrenica che vi stenderà letteralmente.

Il disco è tecnicamente superbo, e non sprecano un secondo a dimostrare come, nessuno escluso, sappiano padroneggiare i rispettivi strumenti in maniera superlativa. Non è niente di eccezionale invece la composizione, complicata finché si vuole ma senza gusto, soprattutto dopo che tutti gli elementi di questo disco li abbiamo già sentiti nei lavori passati di Mars Volta e At The Drive In (in quei riff più punk/hardcore). Per creare un disco nuovo, Lopez dovrebbe appoggiarsi a musicisti diversi, puntando su un prog più pulito e meno esagerato. In ogni caso, sicuramente il disco piacerà ai fan degli MV ma non ci si aspetti niente di nuovo. Siete avvisati.

Voto: 5,5

giovedì 26 novembre 2009

Tricycle - Tricycle (ABC, 1969)


Sicuramente questo per un bel pezzo sarà il disco più oscuro recensito su questo blog. Chi sono dunque i Tricycle? Questo nome non dirà niente ai profani, e questa volta, probabilmente non dirà nemmeno niente agli esperti di musica pop rock anni 60, perché questo disco è davvero raro.
Ma per comprenderlo meglio è necessario fare un passo indietro. Negli anni 60 esisteva un genere musicale chiamato Bubblegum Music, ovvero il padre della terribile musica truzzoide che c'è ai giorni nostri.
Per inciso, mentre i Beatles, i Mothers of Invention, i Doors, Jimi Hendrix e chi più ne ha più ne metta parlavano di amore, di lotta, di critica sociale, di poesia o di qualsiasi altro argomento sensato, gruppi come i 1910 Fruitgum Company, gli Ohio Express, i Kasenetz-Katz Singing Orchestral Circus e altri, facevano canzoni che parlavano (sembra stupido dirlo, ma è vero) di caramelle gommose et similia. Non solo, ma la Bubblegum Music è stata anche la fondatrice del paraculismo musicale: infatti come accadde negli anni 80 con Den Harrow e Milli Vanilli, spesso non era nemmeno il gruppo a cantare, ma session man della casa discografica (addirittura a nome 1910 Fruitgum Company uscì pure un album intitolato "Hard Ride", che suonava come un disco hard rock!). L'unica nota gaia di tutta questa faccenda erano le b-side dei singoli: spesso per evitare che anche la b-side diventasse una hit (e quindi vendesse di meno il singolo) mettevano qualcosa di completamente inascoltabile, tipo un brano registrato al contrario, o un brano rallentato, oppure qualche canto da ubriacone su una base suonata a caso.
I Trycicle si distinsero dagli altri gruppi di Bubblegum Music, perché rivisitavano in chiave ironica, a volte con venature di hard rock o psichedelia, hit già esistenti. Purtroppo però il risultato era poco interessante per i fan del rock psichedelico, e troppo dissacrante per i fan della Bubblegum Music, e dopo questo album omonimo sparirono così come erano venuti. I musicisti hanno infatti tutti nomi che nulla dicono, probabilmente si sono tutti ritirati dal mondo della musica dopo questo disco.
In effetti, l'album è molto meno interessante di quanto possa sembrare benché vi sia presente qualche momento di rilevo. Spesso gli arrangiamenti ironici (con citazioni a Yankee Doodle o cose simili), purtroppo non si discostano molto dalla musica Bubblegum originale, e non si può certo parlare nemmeno di grandissime doti strumentistiche, a parte i cori che sono ben amalgamati.
Così, brani come "Lemonade Parade", "54321 Here I Come", "Yumberry Park" e "Yellow Brick Rainbow" risultano parecchio inutili, perché nel loro stile parodistico non risultano differenti dai vari successi zuccherosi (letteralmente) del genere. Qualche sprizzo di ironia si ha in "Good Time Music", nel quale i Tricycle sembrano voler giocare a fare i Mothers of Invention di "Absolutely Free", ma a parte questo e una curiosa imitazione di Donald Duck il brano ha ben poco da offrire, così come pur nella sua gradevolezza, ci si dimentica facilmente anche dell'opener "Mr. Henry's Lollipop Shop". I Beatles vengono scimmiottati in "Mary Had A Little Man", ma il risultato finale è ben lungi dalla perfezione.
I tre brani rimanenti sono i più interessanti, che salvano l'album dal baratro totale. La rivisitazione del classico dei 1910 Fruitgum Company "Simon Says" (nota in Italia come "Il ballo di Simone" e interpretata da Giuliano e i Notturni), benché sia uno spudorato plagio ai Pink Floyd (soprattutto gli inserti chitarristici) è sicuramente superiore all'originale, con una lunga acid jam. Di buona fattura anche la sperimentale "It's A Game", nella quale i musicisti, timidamente, osano di più e giocano con diversi ritmi. Il brano di chiusura, però, è sicuramente il migliore, la cupa "Poor Old Mr. Jensen": la storia della morte di una anziana persona malata sicuramente è un modo atipico di chiudere un album che parla di caramelle gommose. Parte come un brano psichedelico tipico dell'epoca, prima di trasformarsi in una strofa dalla melodia parecchio triste e cupa dominata dalla voce e dall'organo. Segue poi un intervento chitarristico relativamente interessante per i canoni del disco, per poi riprendere la strofa e chiudere il brano. Molto belli i cori, che come ho già detto prima, sono probabilmente l'unica cosa di cui il gruppo può vantarsi.

L'idea di base era buona, ma purtroppo in moltissimi casi ci si è limitati a copiare il genere più che a riarrangiarlo, e ciò non va a favore del disco. Un peccato, perché brani come "Poor Old Mr. Jensen" dimostrano che questo disco avrebbe almeno potuto essere decente.
Questo album è rarissimo, è fuori stampa dal 1969 e non è nemmeno mai stato stampato in CD, ma trovarne una copia su ebay o su programmi di sharing non è un impresa impossibile.

Voto: 4.5

mercoledì 25 novembre 2009

Fuck Buttons - Tarot Sport (ATP Recordings, 2009)



Le sette tracce che compongono questo “Tarot Sport” entrano di diritto nell'olimpo della musica elettronica sperimentale degli ultimi anni, un genere che ha subito un'impennata ineguagliabile, spinto dalle nuove frontiere della musica “digitale” (dove i Macbook sostituiscono sempre di più i tradizionali synth), con il fiorire di decine di gruppi veramente validi a deliziare le orecchie dei fanatici del genere (che non hanno niente a che vedere con la dance, la techno e la trance da discoteca).
I Fuck Buttons, da Bristol (Inghilterra, guarda caso) sono in giro da cinque anni, e con questo secondo full-length hanno deciso di suonarle a tutti. Dopo l'inquietudine digitalizzata in urla e suoni da cinema pulp del primo “Street Horrrsing”, ci regalano un disco quasi “ancestrale”, con campionamenti da viaggio nell'infinità dell'universo, colonna sonora di un “2001 Odissea nello Spazio” personale, che tutti possiamo immaginare nella nostra mente a nostro modo. Olympians e Surf Solar, con le loro melodie catchy ma comunque basate su una costruzione sperimentale ai massimi livelli (21 minuti di durata spalmati su due tracce), di difficile comprensione ma di facile presa, con suoni studiati per convincere e stupire. L'effetto ipnotico del disco si propaga lungo tutti i beat e le note di synth di Rough Steez e The Lisbon Maru, risultando alla fine un prodotto rock ma suonato con le diavolerie elettroniche più moderne, con un occhio sempre rivolto al passato del buon synth-pop che continua ad essere fondamento per tutta la musica ballabile anche negli “anni zero”. E se comporre un brano con la lucidità e il tiro di Phantom Limb non è cosa da tutti, sorprende l'orecchiabilità di Flight of the Feathered Serpent, all'inizio un brano da inseguimento, con una base danzabile che continua inarrestabile per nove minuti, con qualche strizzatina d'occhio alla musica tribale (che si sentiva molto di più come influenza della band inglese nel primo disco).
“Tarot Sport” è un disco lungo quanto basta per sorprendere ogni secondo senza mai stancare, risultando sempre originale e mai uguale a sé stesso, con un campionario di suoni limitato ma bastevole a creare armonie e melodie indimenticabili, tra le braccia di una drum'n'bass colma di tutto quello che contamina la musica elettronica oggi: new wave, trance, techno, dance, sperimentazione progressiva. Ed un disco così non lo si può digerire in fretta. Ascoltatelo e riascoltatelo, diventerà una droga. Promesso. 
Voto: 8+ 

martedì 24 novembre 2009

Muse Live @ Futurshow Station, Casalecchio di Reno (BO) 2009



Che dire. Detrattori immotivati a parte (e ce ne sono) sapete già tutti, anche chi non c'è mai stato, che un concerto dei Muse è sempre spettacolare. Lo si evince dai DVD e dai numerosi video rilasciati che documentano performance mozzafiato, avvincenti e tecnicamente all'altezza di gruppi con ben più esperienza di questo ormai rodato trio (quartetto, a dire il vero, ai concerti). 
A Casalecchio di Reno, supportati dai Biffy Clyro, iniziano con 15 minuti di anticipo (e qualcuno, compreso il sottoscritto, si perde l'inizio di "Uprising" per questo motivo) e finiscono dopo solo 95 minuti circa di set (100 compresa la pausa pre-encore), creando giusto un po' di disappunto per la velocità con cui salgono e scendono dal palco. Ma non è stato certamente un concerto freddo. Una scaletta (la trovate sotto) buona, considerando la presenza di quasi tutti i brani dell'ultimo "The Resistance" (le migliori per resa live "MK Ultra", potentissima, e "United States of Eurasia", sottotono rispetto alla versione su disco "Undisclosed Desires"), passando per una versione nuova (con il piano al posto della chitarra) di "Cave", tratta dal primo disco vecchio ormai dieci anni, e le immancabili "Time is Running Out" e "Starlight" (eseguita, se non sbaglio, in una tonalità più bassa). Tutti i brani risaltano per la potenza e la precisione con le quali sono state eseguite ("Stockholm Syndrome" e "Hysteria" su tutte), complice un mix di batteria e basso assolutamente granitico e alcune sovraincisioni, insieme all'aiuto del quarto uomo a percussioni e sintetizzatori. Un Bellamy veramente in forma non poteva che giovare al risultato finale, sebbene si possa notare un po' di fiacchezza (rispetto ai tempi d'oro dei primi due dischi) nella resa di "New Born" (troppo lenta) e "Plug in Baby" (distorsione poco convincente).
Si può tranquillamente dire che il concerto è stato comunque quasi perfetto, pochissimi errori e un suono ottimo nonostante il Futurshow Station sia secondo me un palazzetto da dedicare più ad eventi sportivi che a concerti (tende a rimbombare), con l'aiuto di un pubblico coinvolto come poche volte succede ai live (più cantando che muovendosi, c'è da dirlo) e di alcune trovate sceniche notevoli. La prossima volta (dovrebbe essere nel 2010) non perdeteveli.

Setlist:
UPRISING
RESISTANCE
NEW BORN
MAP OF THE PROBLEMATIQUE
SUPERMASSIVE BLACK HOLE
MK ULTRA
HYSTERIA
NISHE (jam)
UNITED STATES OF EURASIA
CAVE (nuova versione)
GUIDING LIGHT
HELSINKI JAM
UNDISCLOSED DESIRES
STARLIGHT
PLUG IN BABY
TIME IS RUNNING OUT
UNNATURAL SELECTION
-ENCORE-
EXOGENESIS: SYMPHONY PART 1: OUVERTURE
STOCKHOLM SYNDROME
KNIGHTS OF CYDONIA