martedì 16 febbraio 2010

The Fine Arts Showcase - Dolophine Smile (Adrian Recordings, 2009)

Doveva stare piuttosto male quel giorno in cui la ragazza lo ha piantato a Londra. La “sua città” (dove si era trasferito da Malmo, la vera città natale). Se ha fatto uno dei dischi più retrò-malinconici degli ultimi due anni, per Gustaf Kjellvander dev'essere stata quantomeno una doccia fredda. In ogni caso il prodotto è stato notevole: un emozionato songwriting produce quasi sempre un risultato perlomeno valido per chi può condividere quello stato d'animo, ma qui non c'è solo questo.
Pop d'autore, volutamente anacronistico, che contempla il passato di band come The Byrds pur non distaccandosi da scelte indie rock più confacenti alla Gran Bretagna dei giorni nostri. C'è tensione nella seconda metà di “Friday On My Knees”, dopo Friday I'm In Love dei Cure, forse un riferimento vero e proprio alla sua storia. Autobiografie a parte, i testi sofferti e interpretati in maniera magistrale da Gustaf rendono questo disco una vera e propria perla: complice la sua voce impostata abbastanza da sembrare Smith degli Editors ma meno “piena” (in realtà canzoni come “For Those Who Dream With Open Eyes” e “I'm Sorry” qualche tono new wave ce l'hanno pure), giusta per non stonare su certe canzoni più old-style come “Dolophine Smile”, la title-track, o “The Teenage Order”, dal sapore cantautorale, seppur inquadrate in un contesto più rock. La sofferenza più grande con la voce arriva dall'interpretazione di “Looking for Your Love”, supportata anche da archi sintetizzati di grande impatto.
Questo disco, come si vede dalla copertina, non è per stomaci deboli. Niente di particolarmente “depressivo”, però non si parla di gaudio e felicità. Musicalmente d'alto livello, così come le parti strumentali e vocali, lascia a desiderare solamente in quanto a varietà dei toni, ma risulta comunque un'interessante traduzione di sentimenti ed esperienze personali in musica, come si tenta sempre di fare quando sei un artista e ti muore un parente o ti lascia la ragazza. Ci dispiace per te Gustaf, ma se per fare un bel disco deve succederti una disgrazia, (sperando almeno non sia la rivelazione di una malattia mortale) qualche volta te le manderemo buone. 
Voto: 7.5 

lunedì 15 febbraio 2010

Untied States - Instant Everything, Constant Nothing (Distile Records, 2010)


Non succedeva da tempo. Gli anni zero sono stati veramente sovraffollati in quanto a revival, rielaborazioni, rivisitazioni. La new wave, il post punk, il post rock, generi che hanno veramente visto ogni sviluppo in questo decennio lasciando ancora poco da sentire. Ed è proprio in quel miscuglio di post-punk e noise che sono i Jesus Lizard, o di post-hardcore e punk rock che sono i Fugazi che trova più o meno tutto il suo terreno ideale la musica degli Untied States, che si propaga partendo dai dettami di queste band (ma anche degli Wire volendo) per attraversarne tutti gli stereotipi ed arrivare, se possibile, a conclusioni diverse. Come si dice, stessa partenza, diversa destinazione.
L'apertura del disco è affidata ad una combo puramente garage/post-punk, con i distorti graffianti aiutati anche dalla produzione molto casereccia (che in certe tracce troveremo più pulita, in realtà), e i ritmi tipici di questo genere. Gli aficionados del genere non si stupiranno, ma è comunque una partenza bruciante, quella appunto di Gorilla The Bull e Not Fences, Mere Masks. Noise e new wave per pezzi come il terzo, in ordine, Unsilvered Mirrors (i ragazzi ascoltano di sicuro i The Buzzcocks) e la prevalentemente rumoristica Wrestling With Entropy in the Rehabbed Factory, il cui cantato quasi sommerso da rumori che sembrano di fabbrica ci ricorderà la scia interminabile di band inglesi dell'ultimo secolo. E Grey Tangerines non è da meno, lasciando pure spazio a dei sintetizzatori che fanno raggiungere l'apice massimo dell'orecchiabilità al disco proprio in questo punto. Se si osa una base post-rock/noise alla “primi Sonic Youth” in Bye Bye Bi-Polar, stiamo però tralasciando quella gran bella cavalcata che è Take Time For Always, sebbene troppo stratificata in quanto a suoni, anche se i fan dei già citati Jesus Lizard ringrazieranno di certo.
Delusions Are Grander, pure quella, stupisce. Elettronica a spezzare/calmare momenti di panico urlato, e siamo veramente all'apice del disco. Solo pensare a come può rendere bene un disco così live può dare le vertigini. Gli ultimi due pezzi chiudono il disco in maniera piuttosto pop (rispetto al resto, sia chiaro), andando a toccare quel tasto dolente della musica d'imitazione tipicamente new wave, anche se si introducono dei rumori propriamente noise che ci ricordano che gli Untied States fanno sul serio. Più radio-friendly rispetto alla media del disco (ma neanche troppo) sono infatti Kowtow Great Equalizer, in chiusura, e la penultima Holding Up Walls, che mette in pratica quel tesoro di piccoli cliché che sta facendo la fortuna di molti negli ultimi quindici anni. Formula che funziona? Perché abbandonarla. Ma non è certo una colpa.
Come musicisti questi Untied States meritano certo più di qualche lode. Passaggi di tempo non sempre scontati, scelta dei suoni notevole anche per la varietà degli stessi. Un miscuglio di generi reso più omogeneo da una produzione sporca quanto basta per farti capire quanto apprezzano quelle band da cui prendono a piene mani. Se forse si potesse rielaborare ancora di più questo materiale, avremo tra le mani un vero e proprio germe su cui far crescere un virus che si chiama “novità”. Ma non sbagliamoci, gli Untied States non stanno rinnovando nulla. Resta inteso che questo è un gran disco e che prenderà molto tutti i fan delle band sopracitate e anche chi non griderà al miracolo dirà “beh...questi spaccano il culo”.
Commenti di disappunto attesi. Ma qui, si, sono piaciuti. 
Voto: 8 

domenica 14 febbraio 2010

Andrea Carboni/Yeah Yeah Yeahs/I Melt

In questo post trovate un nuovo formato che probabilmente verrà ripreso su questo blog in futuro. Una tripla recensione che ne contiene in realtà tre: sono piccoli sprazzi di opinionismo musicale che pretendono di dare una giusta rappresentazione del contenuto di un disco in poche parole. Trafiletti come conviene di solito ai giornali di settore. Insomma, leggete e basta. 


ANDREA CARBONI - LA TERAPIA DEI SOGNI (voto 8/10)
Il disco di Andrea Carboni bagna di drammaticità il “ringiovanito” panorama del cantautorato underground italiano, con venature che si sporcano di Benvegnù e un po di De André, non lasciando in disparte neanche il pop ed il folk di tradizione non solo italiana (comunque rimanendo nell'area mediterranea). Perle come “Fingi” e “Livido” non potete lasciarvele scappare, figuratevi se poi arrivano anche quelle bombe strumentali (“Magici Mondi”) come neanche i Giardini di Mirò ne hanno proposte ultimamente, capiamo che qui si parla di roba seria. Un pensierino ce lo dovete fare.


I MELT - IL NOSTRO CUORE A PEZZI (voto 7.5/10)
I Melt, trio vicentino attivo ormai da quasi vent'anni, spara un disco di assoluta freschezza e diretto ad un pubblico prevalentemente giovane. Testi quasi (forse) nonsense ma di buon impatto, musica tendenzialmente orecchiabile, qualche inno ("filo interdentale per le pieghe del mio essere"), voglia di spaccare. Un album da ascoltare senza pretese e da digerire in un paio di riprese, magari non tralasciando le ballate come La Bella Bambina (che ricorda da vicino le opere anni novanta dei Tre Allegri Ragazzi Morti) e la simpatica Varano di Komodo. Una chance, o più. Bel disco.


YEAH YEAH YEAHS - IT'S BLITZ! (voto 7.5/10)
Alcuni li vorrebbero una band cult, per altri lo sono già. Una band rivoluzionaria per la scena art punk (ma fanculo le definizioni...), che ha dato tanto in pochi dischi, tramite la figura eccentrica e assolutamente imprescindibile della cantante Karen O, che anche in questo disco affronta una rielaborazione del sound in senso più pop/elettronico senza mai cedere nel banale o nel commerciale. Un lavoro, in sintesi, a passo coi tempi, senza sbavature, completo, con una sua anima. Scossoni continui da parte di questi ragazzi, che non smettono di stupire. Canzoni consigliate? Tutte. Ascoltatelo.

sabato 13 febbraio 2010

Intervista ai KOBAYASHI

Intervista scritta per INDIE FOR BUNNIES

L’interesse dimostrato dagli ambienti dell’indie nei confronti del progetto Kobayashi è stato notevole ma veramente scarso commisurato alla qualità della musica proposta. Un’opera, secondo il sottoscritto, piena di novità da scoprire ogni volta che si decide di risentirla, riscoprirla, riviaggiarla. Un’accozzaglia ordinata di idee, come non sempre accade in questo genere, che stupisce anche chi non se ne “intende” di musica un po’ più lontana dai soliti cliché del mainstream.
Con questa intervista si perlustrano un po’ le idee e i modus operandi di uno dei progetti più interessanti degli ultimi anni. A voi le domande e relative risposte

Salve a tutti. Ho avuto il piacere di recensire il vostro disco e sono rimasto piacevolmente colpito. Innanzitutto perch・un titolo come “In Absentia”? 
Salve a te Emanuele, e innanzitutto grazie per questo spazio!
Come già saprai le musiche di questo disco sono nate per sonorizzare un’opera di Antonello Pelliccia intitolata “IN ABSENTIA hortus conclusus”, che abbiamo presentato all’ultima edizione della Biennale di Venezia. Da quì quindi è stato logico dare il titolo “In Absentia” al disco.

Nel disco ci sono veramente tantissimi strumenti oltre ai più consueti basso, chitarra e batteria. Da cosa nasce questa voglia di sperimentare con glockenspiel, theremin, vocoder etc..? 
Innanzitutto è divertente approciarsi a strumenti differenti anche senza eccezionali competenze tecniche, e poi sicuramente nasce dal fatto di considerare ogni strumento principalmente come mezzo espressivo, da scegliere e utilizzare quindi per raggiungere un certo fine.

Un album come “In Absentia” presenta una band molto esperta, che probabilmente ascolta molta musica. Confermate la previsione? La domanda che sovviene qui e’ quasi ovvia: quasi sono le vostre influenze, al di là di quelle che i recensori vari individuano nella vostra musica (che come molto spesso accade saranno perlopiù sbagliate, eheh…)? 
Si, spesso chi recensisce tende sempre ad accostare. Le influenze sono le più varie, e non vengono per scelta ma fanno parte di un percorso di ascolti e di interessi non solo musicali ma legati anche ad altre forme d’arte e non. Per quanto riguarda me stesso fondamentale in questo periodo è stato sicuramente l’interesse per la musica elettronica e la musica minimale, e principalmente di tutti quei musicisti che in Germania nei primi anni 70 hanno fatto parte del movimento ‘cosmico’ e che hanno contribuito a far incontrare totalmente l’avanguardia e il rock. Al di là di tutto gli interessi sono i più diversi e in continua evoluzione, dalla new wave, al jazz alla musica sinfonica, maturati comunque da radici rock.

Com’e’ la vostra attivita’ live? Dei pezzi così devono suonare in modo molto particolare.. 
Suonare dal vivo è fondamentalmente il nostro principale interesse, e suonare “In Absentia” ci da grandi soddisfazioni, primo perchè è molto divertente per noi da mettere in scena con tutti i nostri strumenti, e poi perchè il pubblico reagisce molto bene, nonostante sia un disco musicale e non di canzoni..forse nell’ambito della musica popolare e rock si è persa l’abitudine a fare e ascoltare dischi di questo tipo, così per molta gente può darsi che suoni un pò come una novità.

Come siete abituati a comporre i vostri brani? Partite da un’idea o un concetto, o improvvisate per ottenere un risultato da lavorare ulteriormente in un secondo momento?
Fino ad ora le nostre composizioni sono nate sempre per improvvisazione, suonando insieme senza limitazioni. “In Absentia” specialmente è nato per improvvisazione, ed è stato in gran parte improvvisato anche alla Biennale a Venezia; poi quando abbiamo deciso di registrare il materiale in studio allora molte cose le abbiamo meglio strutturate e arrangiate in sede di registrazione, anche grazie al nostro fonico e coproduttore Edoardo Magoni con il quale abbiamo realizzato il disco.

Qualche indiscrezione su eventuali progetti futuri? Che linea intendete seguire? 
…per il futuro, oltre a suonare e portare “In Absentia” in giro per l’Italia, c’è la voglia di comporre presto nuovo materiale per un prossimo album.. Sicuramente la realizzazione di “In Absentia” ci ha fatto crescere e l’ottima intesa che abbiamo instaurato con Edoardo Magoni gioverà sicuramente per i progetti futuri, che chissà quale piega prenderanno…

E infine una domanda che e’ quasi un cliche’ ma che magari vi sembrera’ un po’ fuori luogo dopo le altre che ho fatto. Qual’ è l’esperienza che ricordate più volentieri del vostro percorso musicale? Un concerto, un episodio, un’intervista. Cosa?
Mah, menzionarne una è difficile perchè durante il nostro percorso abbiamo incontrato situazioni e persone veramente belle che ringrazieremo sempre.. sicuramente la rappresentazione alla Biennale è stata un qualcosa di molto particolare da ricordare, non solo per l’opera in sè ma anche per il divertimento e i molti problemi nei quali ci siamo imbattuti in quei giorni, che ti assicuro sono stati un’avventura!

Un saluto da Brizzante “Brizz” Emanuele!
Un saluto a te e al tuo staff dai Kobayashi e grazie di tutto!

venerdì 12 febbraio 2010

AAVV - Il Mondo del Primo Maggio ( Pri1mata/Associazione 1° Maggio. 2009) - DVD

Nel 2009, a un certo punto, l'Associazione Primo Maggio, assieme a Pr1mata, ha deciso di far uscire un cofanetto contenente materiale estratto dalla giornata del Primo Maggio 2009. L'evento in sé, ovviamente, è il celeberrimo festival che si tiene ormai da tantissimi anni in Piazza San Giovanni a Roma in occasione della Festa dei Lavoratori. Gli organizzatori li sapete no? Cgil, Cisl e Uil, trasmesso dalla Rai. 
Questo pacchetto, venduto al modico prezzo di 19.90 € (con ricavato devoluto per l'istituzione di borse di studio per orfani dei morti sul lavoro), contiene un libro, 2 DVD e un CD. Piatto ricco mi ci ficco, direbbero alcuni. In dettaglio: il libro contiene racconti, poesie e citazioni di persone vicine fisicamente o spiritualmente all'ideale del Primo Maggio. Si parla di lavoro, di emozioni collegate al concerto, di vita. Nel CD un estratto delle performance live degli artisti che hanno partecipato alla giornata, così come nei DVD, dove troviamo appunto alcuni stralci del concerto.

Ora viene la parte critica. La setlist dei DVD e del CD, a dire il vero, è piuttosto discutibile, nonostante una confezione attraente e ben fatta, così come la grafica dei due supporti video. All'interno del primo DVD una o due canzoni di tutti gli artisti che hanno partecipato, sui quali spiccano per qualità dell'esibizione Afterhours, Caparezza, PFM e Edoardo Bennato. Memorabili anche le esibizioni della superband "Il Paese E' Reale" (artisti "underground", come li ha voluti Manuel Agnelli nella sua celebre compilation, cioè Dente, Roberto Angelini, Cesare Basile, Paolo Benvegnù, Beatrice Antolini e Roberto dell'Era), di cui è inclusa la performance del brano La Spesa (originale dei, anche loro, presenti Marta Sui Tubi). Peccato per l'assenza di almeno un pezzo eseguito dalla superband Agnelli/Godano/Romano, trittico perfetto per coronare l'atmosfera del Primo Maggio. Di per sé una buona selezione, continuata nel secondo disco con, in evidenza, Bud Spencer Blues Explosion (la nota cover di Hey Boy Hey Girl dei Chemical Brothers) e Diva Scarlet. Nel secondo DVD anche gli interventi di Epifani, Bonanni e Angeletti (direttamente dai sindacati che presiedono), la conferenza stampa, servizi sull'ospite "d'eccezione" (purtroppo) Vasco Rossi e interviste al pubblico. Il disco contiene le tracce audio di tredici degli artisti pubblicati anche su DVD, e la cosa che delude è di per sé l'inclusione delle "stesse" canzoni, che annacqua un po' l'appetibilità del pacchetto. Anche la quantità di materiale inclusa nei DVD delude, poiché si sarebbero potute inserire più performance, di cui alcune intere (anche se effettivamente potrebbero esserci motivi di copyright o di rapporti con case discografiche per questa scelta), senza ridurre troppo la qualità ne del video e senza togliere spazio ai comunque inutili video degli interventi di personaggi politici e del backstage. Alla fine un fan della giornata compra un disco come questo per la musica o per ricordo, se c'è stato. 


In ogni caso un ottimo modo di ricordare una giornata a suo modo memorabile (come ogni anno), seppur parzialmente compromessa dal set di Vasco Rossi, musicalmente buono ma troppo lungo (che ha in questo modo interrotto una tradizione che da sempre si ripete al Primo Maggio, cioè l'equa spartizione del tempo tra i musicisti), e che ha anche rovinato le performance delle band di tutta la kermesse a causa dei fan troppo "invadenti" che hanno fischiato praticamente tutti, compresi mostri sacri come la PFM e band storiche dell'evento come Bandabardò e Cisco, ex frontman dei Modena City Ramblers. Insomma, si spera che non vengano commessi di nuovo errori simili, ma già si parla di Ligabue all'edizione 2010. Chiuderemo un occhio. Ma che sia l'ultima...


Rapporto Qualità Prezzo: 7.5
Voto: 7

giovedì 11 febbraio 2010

Eddie Jobson/Zinc - The Green Album (Capitol/EMI, 1983)


Eddie Jobson, tecnicamente, è sicuramente uno dei migliori musicisti della scena musicale. Dopo aver suonato per molto tempo con numerosi artisti, tra i quali ricordiamo Curved Air, Roxy Music, Frank Zappa, un cameo nei King Crimson, UK e Jethro Tull, Jobson si decide finalmente a pubblicare un disco a nome suo (sebbene molta della musica degli UK fosse frutto della sua penna).
Jobson, ovviamente, è quello che risalta di più sul disco: oltre a suonare, come al solito, il violino e le tastiere, questa volta decide anche di fare il grande passo e cantare da solista tutto l'album. Il risultato non è poi così male per uno che di solito non canta da solista, ma il suo tono di voce è abbastanza monocorde. Gli altri musicisti sono tenuti abbastanza in disparte: qualche buon intervento di chitarra qua, qualche fill interessante di batteria là, un buon lavoro di basso dapperttutto, ma niente che stia in primo piano. Una piccola curiosità: tra i musicisti di quest'album compare anche Gary Green (e poteva forse mancare con un nome così?), leggendario chitarrista dei Gentle Giant.
La musica qua presentata è abbastanza strana. Le matrici sono principalmente prog, ma infuse con qualche elemento di new wave. E' innegabile la genialità di un brano come "Resident", brano molto evocativo, con un intro molto atmosferico, una buona sezione centrale e una strofa molto accattivante, così come non si può restare indifferenti al trittico "Prelude", "Nostalgia" e "Walking from Pastel".
Il resto del disco è composto da brani di buona caratura, non eccezionali, ma ben lontani dalla mediocrità, tra i quali ricordiamo l'accattivante "Green Face", la ruffiana "Easy for You to Say", la complessa "Through the Glass" e "Transporter", breve strumentale per synth che apre e chiude l'album.
In definitiva è un album costruito intelligentemente, la cui musica non è certo particolarmente brillante, ma nemmeno disgustosa, e sicuramente interessante. Se l'acquistate non farete certo il peggior affare della vostra vita!

Voto: 7.5

mercoledì 10 febbraio 2010

Le Vibrazioni - Le Strade del Tempo (Sony Music, 2010)


Che dire del quarto disco delle Vibrazioni? Dopo l'invidiabile tentativo di uscire dalla rotta potenzialmente pop dei primi due dischi correggendosi con un ottimo terzo lavoro, Officine Meccaniche, aggiustano definitivamente il tiro scegliendo la strada a loro più confacente. Perlomeno sul piano probabile. Quella della musica tendenzialmente commerciale, orecchiabile, semplice da digerire e mantenendo comunque dei tratti distintivi per non macchiarsi dell'atroce delitto che sembra essere oggi “snobbare i fan”. In effetti le chiare influenze dei Led Zeppelin e dell'hard rock anni '70 che negli altri lavori si manifestavano apertamente stanno scomparendo, lasciando una venatura più psichedelica (anche questa presagita dal lavoro precedente) che si rifà maggiormente alla tradizione pinkfloydiana (e derivati), con canzoni più lente e meno incentrate sulla presenza dell'elemento singolo.
La prima impressione che dà questo disco è quella di un prodotto confezionato alla svelta. Calma, non è un difetto. E' solo un'impressione e in effetti ascoltandolo con maggior attenzione ci si accorge che è probabilmente un'inflessione voluta, tesa appunto a quella resa pop che fa parte ormai del progetto Vibrazioni (diciamo più un tentativo di alleggerire il carico più possibile, per produrre brani più diretti e meno carichi di elementi che deviano dal filo della melodia principale). L'album è comunque prodotto molto bene, sia come qualità dei suoni che come songwriting, e mantiene intatta anche la vena radiofonica della band. La prima traccia, Va Così, ne é la manifestazione più evidente: ritornello che ti insegue nella mente, melodie di base difficili da scordare, una struttura piuttosto semplice. E' la formula che ha sempre funzionato e in questo disco non fa eccezione. Lo risentiamo in Parlo Col Vento, nonostante il primo impatto sia quello di una canzone insapore, magari anche per un testo piuttosto scontato e che lascia poche speranze di un'interpretazione logica, visto lo snodarsi dei versi stessi, e poi in Senza Indugio, un trittico peraltro ordinato su disco proprio come su questa recensione, questa più vicina alle sonorità dei primi dischi (forse per questo sarà più apprezzato dai vecchi fan rispetto ai brani già citati e ad alcuni a seguire), con un ritornello che tributa più ai loro canoni rock . L'irrompere del nuovo ingrediente, la psichedelia, arriva col primo singolo estratto, Respiro, a primo approccio deludente ma che se digerita con calma sa coinvolgere, grazie ad un'intensità resa vivida anche dalla malinconia che la canzone stessa suggerisce, e Ridono gli Dei, dalla trama più complessa ma non certo tra i brani più originali del disco. E poi incontriamo la title track Le Strade del Tempo, con un beat quasi ballabile, che prosegue tramite suoni di basso simil-sintetizzati anche nella successiva Oggi No, molto più azzeccata, con un refrain forse tra i più belli del disco. Ingresso melodico in stile “Ovunque Andrò” per Malìe, prima di un crescendo che porta la canzone ad un inedito confronto con alcuni archi che la paragonano ancor più da vicino all'esecuzione sanremese del singolo appena menzionato, sorprendentemente definibile “la novità” del disco.

Il quarto lavoro della band capitanata da Francesco Sarcina si classifica tranquillamente come un buon lavoro, a metà tra una reinterpretazione del loro vecchio repertorio e un parzialmente riuscito tentativo di innovarsi, con uno sguardo teso al futuro senza slegarsi da quelli che sono ormai i loro collaudati marchi di fabbrica. Nota negativa solo per i testi di Sarcina che funzionano dal punto di vista melodico ma che come impianto narrativo e significato stesso lasciano un po' a desiderare. C'è chi queste cose non le nota, e forse non ce n'è sempre bisogno, ma a volte si raggiungono risultati piuttosto “simpatici” (negativamente) in questo disco, dove parole ricorrenti come “tempo”, “mare” e “vento” (forse l'unico filo comune nelle liriche) risultano talmente onnipresenti da annacquare un po' quel collante perlomeno estetico che un testo deve avere. Musicalmente niente da dire, hanno sempre suonato bene e nulla è cambiato da quando hanno debuttato con l'ottimo “I”. Non resta che aspettare le performance live di questi interessanti brani e i risvolti futuri della carriera delle Vibrazioni.
Voto: 7.5

martedì 9 febbraio 2010

Wora Wora Washington Live @ Etnoblog, Trieste 06/02/2010


A me questi sono piaciuti. Sinceramente. Un recensore non deve parlare in prima persona? Chi se ne frega. Io lo faccio. Soprattutto se al piccolo ed intimo Etnoblog di Trieste è salito sul palco, a un certo punto, un trio di Mestre (VE) dall'impatto sul pubblico, devo dire, notevole. E soprattutto visto che tra il pubblico c'ero anch'io.

I Wora Wora Washington, in giro da qualche anno ormai, stanno portando le loro performance dance/electro-punk (mannaggia alle definizioni troppo contorte e alla scarsità di parole italiane per definire i generi musicali) in giro per il Nord Italia. E si spera non solo. Accoglienza iniziale non proprio calorosa ma che aumenta con il continuare del breve ma intenso set, dove propongono due volte (a grande richiesta anche come bis finale) la bella e potente Drum Machine, con un incipit di synth piuttosto, come dire, "catchy". Un bel modo di accogliere poco meno di cento (spero di non esagerare con le cifre) triestini, affezionati a generi di stampo ballabile come quello proposto dai veneti. Le distorsioni roboanti e i ritmi di batteria piuttosto indiavolati dei Wora Wora Washington si sono fatti sentire, purtroppo, per poco meno di un'ora, ma le hanno suonate a tutti. Vuoi per le urla WORA WORA WASHINGTOOOOOOOOON, vuoi per le canzoni particolarmente coinvolgenti in concerto, di sicuro questo set non ha mandato a casa insoddisfatto (e con l'udito intatto) nessuno. Nota di demerito per il locale forse un po' inadatto ai volumi "da concerto", ma con un'acustica passabile rispetto ad altre situazioni analoghe che si possono riscontare sempre nel Triveneto.

Magari ce ne fossero di band così in giro per l'Italia. A voi/noi lo auguriamo, ma non a loro. Lo sappiamo che odiate la concorrenza, suvvia.

Vi consigliamo a questo pro anche le prossime date dei ragazzi:
12.02 SCALO SAN DONATO - BOLOGNA
13.02 NEW AGE CLUB - RONCADE (TV)
26.02 BAR SARTEA - VICENZA
12.03 NERDS ATTACK PARTY - ROMA
27.03 BANALE - PADOVA

lunedì 8 febbraio 2010

Ministri e Heike Has The Giggles live @ Covo, Bologna, 12/12/09


Quando ho visto la prima volta questi ragazzi mi trovavo proprio al Covo, solo 9 mesi fa (Marzo 2009). Era una band molto meno conosciuta, e molto diversa sul palco, sebbene la scaletta non sia cambiata di molto. L'attitudine sempre molto punk rock nel proporre un genere in realtà difficilmente etichettabile così, li rende una band da godere più in live che su disco, complice una carica notevole che fa da perfetto contraltare alle carenze tecniche in passato denunciate da molti ai concerti. Ma dopo centinaia di date si può parlare tutto fuorché di errori.
Lasciando perdere le esagerazioni di Federico alla chitarra e di Michele alla batteria, nelle parti improvvisate come i finali dei pezzi o la conclusiva Abituarsi alla Fine, che a volte sfiorano il ridicolo, tecnicamente parlando, il gruppo è migliorato davvero tanto. Meno stonature per Divi, meno note fuori tonalità per Federico, un distorto più pulito e preciso, un suono più curato. Anche la scaletta di questo “In Mille Pezzi Tour” sembra funzionare molto meglio, costruita con più cura forse per suggellare definitivamente un grandissimo anno per una delle realtà che si sta consolidando più forte, anche se ci si chiede quanti altri fan possano conquistare continuando con questo genere che in Italia quasi nessuno prende in considerazione. Certo, se i fan sono tutti come i ragazzi che li seguono, facendosi centinaia di chilometri neanche fossero gli U2, bastano e avanzano per consolidare lo status di band italiana dell'anno, almeno per quanto riguarda il lunghissimo, estenuante e riuscito tour.
La scaletta, che trovate sotto, abbraccia tutte e tre le uscite discografiche dei Ministri (il primo disco, ristampato da poco, il secondo Tempi Bui e l'EP La Piazza), tra i cori del pubblico che sempre al Covo nove mesi fa non conosceva una parola. Anche il pogo è devastante, soprattutto in un locale piccolo come questo (dove peraltro anche l'acustica non brilla per la sua qualità), nelle canzoni più potenti come Il Camino de Santiago, Diritto al Tetto (la migliore della serata) e I Nostri Uomini ti Vedono, che suona bene spostata ad inizio scaletta. C'è spazio anche per la nuova versione de Il Bel Canto, i singoli dell'ultimo disco (tutti e quattro, compresa la lenta E Se Poi si Spegne Tutto) e tre pezzi su quattro dell'EP, tra cui la richiestissima Fari Spenti in apertura di concerto.
Da notare come il “quarto ministro” F Punto abbia trovato (o gli abbiano fatto trovare...) una dimensione finalmente personale, suonando la chitarra “per davvero” per tutto il concerto, lasciando stare sintetizzatori e tastierine che servivano, facendo due conti, solo a far partire qualche base.
Tenendo conto della crescita della band e del tempo che ci hanno messo non si possono che esternare i più sentiti complimenti, restando solo attenti a non esagerare con gli apprezzamenti perché si tratta pur sempre di una band nella media sia tecnicamente che a livello compositivo, anche se per chi ascolta questo genere è quasi impossibile non coinvolgersi e non uscire contenti da un concerto di questo tipo. E se volete pogare, ora, potete. Questi sono i Ministri, alla fine del millenovecentotrentanove.

Nota finale: ad aprire il set dei Ministri c'erano i bolognesi Heike has the Giggles, che propongono un rock veloce, ballabile, di stampo British, molto azzeccato. Il debut album è stato recensito su questo blog e potete aprire la recensione cliccando sul nome della band.

SETLIST:
FARI SPENTI
LA FACCIA DI BRIATORE
I NOSTRI UOMINI TI VEDONO
NON MI CONVIENE PUNTARE IN ALTO
BEVO
LE MIE NOTTI SONO MIGLIORI DEI VOSTRI GIORNI
I SOLDI SONO FINITI
IL BEL CANTO
IL CAMINO DE SANTIAGO
TEMPI BUI
E SE POI SI SPEGNE TUTTO
LA MIA GIORNATA CHE TACE
LA PIAZZA
DIRITTO AL TETTO
BERLINO 3
ABITUARSI ALLA FINE

sabato 6 febbraio 2010

Fontan - Wintherhwila (Autoprodotto, 2009)


Fontan è un progetto scandinavo che negli ultimi anni si sta facendo notare nella blogosfera alternativa e nelle sottoculture dell'elettronica scoperchiate dall'attenzione che il web riserva a qualsiasi cosa (si, ho letto l'articolo che parla della morte del pop su Rolling Stone, e allora?) per la sua freschezza, le canzoni di quasi-pop contaminato da atmosfere post-rock immerse nel krautrock, nel synth-pop, nell'elettronica più ricercata, da Bon Iver. Un lungo giro di parole per dire che questo strano “Winterhwila” è veramente un piatto ricco. Di quelli che si pagano cari ma volete avere almeno una volta. C'è dance quasi ballabile in Early Morning (presente in tre versioni nel promo del disco) e nella parte centrale di Neanderthaler, un innesto dei Devo più tamarri in un'occulta atmosfera depechemodiana (però accelerati, mentre si sentono chiaramente con beat più consoni in The Bridge). Si sperimenta con la costruzione dei pezzi nelle lunghe Nightrider e ...You Too: molto migliore la prima, con diversi giochi di synth e invasioni sonore a dividere le varie parti, mentre la seconda si perde un po' nella ripetitività di un groove piuttosto banale. Comunque apprezzabile.
Questo disco presenta moltissime sfaccettature dell'elettronica, partendo dagli anni '70 fino a penetrare con violenza nell'era del digitale, quella che fa molta paura ai puristi del passato. Certo, forse lo sono anche i Fontan, ma questo disco dimostra una consapevolezza compositiva tale che sicuramente i dubbi sulla loro bravura scompaiono già dopo le prime tre tracce. Date loro una chance, vi farete cinquanta minuti di godimento acustico. Che non guasta mai.

Ps. Prendete qualche pastiglia con effetto amnesiaco, altrimenti non dimenticherete più i riff di chitarra di Neon Snakes.

Voto: 8

venerdì 5 febbraio 2010

Weezer - Raditude (Geffen, 2009)



Gli Weezer, o meglio i “nerd per sempre”, hanno trovato la formula perfetta per stare nelle chart di tutto il mondo. Da sempre sparano singoli orecchiabilissimi nonostante l'incedere pesante di batteria e chitarre megadistorte, da sempre se ne escono con video simpatici a colpire l'attenzione anche dell'ascoltatore più “esteta” o più “divertibile”. Non sarebbe per niente un problema se i gioiellini dei primi dischi fossero ormai scomparsi, lasciando solo imitazioni di quei tempi e un senso di sbiaditezza che si porta via anche i pezzi più interessanti, colpevoli forse di essere troppo fiacchi, quasi mosci, incolori, sterili.
Ma questo disco ha anche i suoi punti di forza. Di per sé essere l'ennesimo disco degli Weezer significa già possedere una certa qualità. Il singolo (If You're Wondering If I Want You To) I Want You To è il pezzo più “eclatante” del disco, forse per la struttura ed il ritornello talmente radiofonici da piacere “per forza”. Potremo dire anche che non è facile costruire canzoni così commerciali, e soprattutto commerciali in questo modo. Turn Me Round, per esempio, è la versione super catchy delle vecchie hit di Pinkerton (mentre Let It All Hang Out è quasi sicuramente uno scarto del disco precedente uscito a fine duemilaotto). I'm Your Daddy, papabile secondo singolo, è un brano ballabile, power pop d'alto livello, potenzialmente un futuro classico anche ai live. Tra coretti, refrain indelebili e giretti di chitarra all'insegna del “non me lo posso scordare” (The Girl Got Hot ne è un esempio), gli Weezer sembrano davvero inarrestabili. Le sorprese cessano quando ascolti pezzi un po troppo “annacquati” come Can't Stop Partying, con il suo sobbalzare quasi hip-hop, un pezzo che poteva provenire da Sean Paul o da Pitbull, ma non certo da artisti come Rivers Cuomo e compagnia bella. Un altro pezzo abbastanza deludente è Love Is The Answer, che fallisce anche in quella formula di ripetizione memorabile dove tutte le altre tracce invece eccellono. Lasciandosi trasportare dal ritmo piuttosto sostenuto e quanto mai rock'n'roll di Tripping Down The Freeway (o della simil-Green Day/punkettini commerciali vari In The Mall), si è comunque costretti a dichiarare la sconfitta degli Weezer, che forse per scelta hanno smesso di cercare l'originalità in cambio di un modo di lavorare comunque vincente ma che decolora in maniera irreversibile i brani, con strutture più banali, troppo radio-friendly, a volte patetici. Ma del resto se cercate pop nerdacchione, con ritornelli-droga da cantare in qualsiasi situazione, testi da party a suon di birra analcolica e al limite spritz, per essere solo leggermente trasgressivi, prendetevi gli ultimi due dischi degli Weezer e non cercate più nessuno per qualche giorno. La terapia funzionerà.
Salviamo il salvabile. 

Voto: 6- 

giovedì 4 febbraio 2010

Herself - Homework (Jestrai Records, 2008)


Il progetto Herself, da anni sotto Jestrai Records, risponde al nome del cantautore Gioele Valenti. Arrivato al terzo disco tra propulsioni elettriche, sintomi di un interesse noise votato allo sperimentalismo e allo studio dei suoni (notevole visto che le registrazioni, dice Valenti, sono fatte “in casa”), e melodia dagli accenti folk, influenzato da quell'Inghilterra realistica nel suo essere triste e quantomai grigia. In effetti i toni del disco sono piuttosto cupi e tra riverberi e filtri sulla voce, si arriva a gustare anche qualche sprazzo di shoegaze. Anche se il guizzo cantautorale di Valenti resta preminente.
Difficile individuare una linea comune nel disco, non un'ossatura ben definita. A partire dalla opener track King Kong, che inizia con un arpeggio semplice e ripetitivo in modo da penetrare nella mente dell'ascoltatore per poi terminare in rumorismi di classe e synth quasi dark. Nails, simile agli ultimi lavori dei Kings of Convenience, con atmosfere quasi di sogno, ma sempre con qualche accenno alla malinconia dei paesi del nord (non solo la Gran Bretagna). Più accenti folk accendono il trittico Meet Miriam At The Park, Spider of the Dead e The One, peraltro messe in fila nella tracklist del disco forse a voler creare una specie di filo conduttore, per poi finire nel noise più sfacciato di King of Glory, nella cavalcata folk-epica To An Old Friend e nel finale in totale relax di Between Two Starz. Nota di merito particolare va a Hate 1, come un'iniezione di grunge da Seattle col suo distorto in chitarra e voce.
Il disco di per sé è molto vario, sebbene lo stile di Herself sia riconoscibile soprattutto per chi già conosceva i suoi lavori precedenti. I toni intimi ben si coniugano con un songwriting complesso che evidenzia le abilità compositive di un cantautore poliedrico come Valenti, anche se il lavoro suoi suoni poteva essere migliorato nelle canzoni più “elettriche”. Un disco veramente riuscito, appagante ed appagato, tetro ed ambizioso.

Voto: 7.5

mercoledì 3 febbraio 2010

Stereophonics - Keep Calm And Carry On (Universal, 2009)

Quando si vuole ascoltare un disco degli Stereophonics o di una delle tante band analoghe bisogna sempre infilarsi i famosi “guanti di velluto” e approssimarsi con calma all'obiettivo: il tasto play che probabilmente significherà delusione. Cloni di cloni, accordi da spiaggia trasformati nella solita pretesa di essere eredi dei Beatles come già Oasis, Verve, Jet e mille altri avevano fatto con risultati comunque apprezzabili. Forse la band di Kelly Jones ha anche avuto il suo perché con i primi lavori, canzoni come l'indimenticabile “Dakota” e dischi con un loro perché (soprattutto “Performance and Cocktails”). Arrivati a questo settimo disco non hanno assolutamente più nulla da dire, ma non si preoccupano di questo e propongono quindi l'ennesimo disco di pop/rock, qualche volta melodico e sdolcinato, qualche altra più graffiante, che di per sé stupisce solo per i singoli. In effetti sono solo i papabili estratti a suscitare interesse, per poter dare un giudizio sulla loro attitudine commerciale e l'orecchiabilità degli stessi. Questi sono Innocent (già primo singolo), Could You Be The One, She's Alright (rockettone d'apertura che probabilmente è il miglior pezzo del disco) e Uppercut, anche questa sicuramente valida sotto il profilo radiofonico (sarà la somiglianza con molte delle hit degli Oasis?). Qualche inserto elettronico non guasta mai, e gli ultimi due album dei Phonics ce l'avevano già dimostrato: ci riprovano con un risultato abbastanza buono in Beerbottle, col suo beat da pubblicità d'automobile che percorre una galleria che mai decolla, lasciandoti sempre la sensazione che manchi la prosecuzione logica al pezzo stesso. Quando si alza il volume del distorto il risultato non è sempre dei migliori: Live'n'Love di per sé è fin troppo banale per guadagnarsi un posto sul podio delle migliori di questo Keep Calm and Carry On e forse cogliere l'invito del titolo stesso è il modo più consono di continuare con l'ascolto di un disco di per sé molto scarico. Si troverà un po' di refrigerio in 100 MPH e Wonder, la prima quasi uno scarto dei dischi solisti di Richard Ashcroft (non è necessariamente un difetto, specifichiamo...), la seconda distorta ballatina abbastanza insapore ma che troverà una buona collocazione all'interno della scaletta dei concerti.
Un album come questo lascia per forza l'amaro in bocca. Sarà che dopo tutti questi anni di carriera e i continui dischi rilasciati ci si aspetta qualcosa di più, sarà che chi li ha sempre ascoltati prima o poi rischia di stancarsi, ma la tecnica seppur buona dei ragazzi non si concilia più con la vena compositiva che li ha contraddistinti all'inizio, e anche i testi risultano pesantemente annacquati. Non più storie d'amore, o di vita, come prima, ma molto spesso frasi cliché, ritornelli di poco conto, banalità che neanche Liam Gallagher. C'è tempo per salvarsi, ma bisognerà prendere una strada completamente diversa. Questo disco può piacere ai fan più esagerati, ma sicuramente non ha da dire niente a chi gli Stereophonics non li ha mai approfonditi. Riprovateci.

Voto: 5.5 

martedì 2 febbraio 2010

Intervista ai THE FIRE

Intervista fatta da me, Emanuele Brizzante, per IMPATTO SONORO
Risponde: OLLY


Come sta andando la promozione del vostro disco in uscita?
Direi molto bene.. Le recensioni sono tutte positive e Valery Records sta facendo un ottimo lavoro per creare un pò di curiosità sul nostro nuovo lavoro.


Il titolo è abbastanza “particolare”. Dopo “Loverdrive”, arriva “Abracadabra”. Ci potete spiegare il perché del titolo, e se ha qualche legame con la musica che possiamo trovare del disco?
Il titolo suona come la celebrazione e la magia delle cose quotidiane, quindi semplici, necessarie, vitali, oppure di qualcosa di speciale come il sesso o come un nuovo amore o un nuovo disco. Come un figlio che una volta nato ti fa riflettere sulla magia che solo una nascita può dare. Insomma dopo quasi tre anni da Loverdrive riuscire a far uscire questo disco che è stato un parto con tutti i suoi aspetti travagliati. La cosa ci rende orgogliosi e con la voglia di urlarlo al mondo intero. ABBIAMO UN DISCO NUOVO!!!


I The Fire nascono dalla fusione di due precedenti esperienze musicali: gli Shandon e i Madbones, che per almeno 10 anni, hanno attraversato significativamente la scena underground italiana. Cosa avete preso da questi progetti e cosa, e in che modo, avete reinventato?
Direi che dal passato abbiamo preso poco a livello musicale, forse giusto un pò di approccio punk sulla scrittura dei pezzi ma niente di più. A livello professionale invece il passato è servito per l’esperienza e i vari contatti consolidati nel tempo che ti aiutano a ripartire non proprio da zero. Anche la curiosità del vecchio pubblico è servita a dare una prima spinta al nuovo progetto. Si era creata molta curiosità e aspettativa intorno al primo disco, ma ora abbiamo un pubblico più nostro e meno interessato alle vecchie sonorità. A livello prettamente sonoro invece il passaggio dal pop punk dei Madbones e lo ska core degli Shandon al Gentle Rock dei The Fire ( ci piace definirlo così) è stata un evoluzione durata più di un anno, una ricerca di nuova personalità, un sacco di canzoni buttate nel cestino dopo mesi di insicurezze e indecisioni stilistiche. Ora ci sentiamo molto più sicuri e molto più coscienti di chi siamo e cosa vogliamo essere.


Quali sono le differenze tra la scena che vivevate anni fa con Shandon e Madbones e quella che vivete oggi con i Fire?
La scena musicale del 2010 è cambiata molto dai fine anni ’90. Il fermento non è una cosa che tocca più le nuove generazioni e l’amore per i concerti e le band è sempre meno nell’aria. Qualcosa ha fatto scendere l’interesse, la tecnonologia, i nuovi sistemi per ascoltare musica, il poco uscire di casa, il poco passaparola etc.. le nuove band fenomeno che vendono dischi a vagonate ormai sono meteore quasi sempre made in USA che spariscono appena arriva un nuovo trend e nuove pettinature per ragazzini. Parlo di cose semestrali e non più di movimenti musicali come il Punk il Dark il Metal o il Grunge per esempio. Gli appassionati di MUSICA sono sempre meno e la cosa mi rattrista molto. Insomma la situazione è cambiata e non in maniera positiva per l’arte ma più per il marketing.


Tutte le vostre uscite discografiche sono in lingua inglese. Sentite il bisogno di puntare all’estero o è semplice mancanza di interesse nei testi in italiano? Avete mai pensato di fare qualcosa nella nostra lingua?
Prima cosa è la mancanza di interesse nell’Italiano che purtroppo preclude un certo tipo di melodie serrate e quindi troppo spesso costrette dalle troppe vocali che assillano il nostro vocabolario. Abbiamo parole troppo lunghe che costringono la ricerca di una melodia in direzioni troppo melodiche e poco interessanti. Seconda cosa, l’italiano è apprezzatissimo all’estero ma più per fenomeni di costume come Eros, Pausini, Bocelli etc.. Insomma all’estero piace il made in Italy ma nel rock risulta un po’ sfigato e non solo ai nostri occhi.
Cantare in Inglese aiuta a trovare connessioni estere senza creare barriere legate alla provenienza della band, ma solo dalla sonorità che può risultare Europea agli occhi degli Americani o comunitaria per gli Europei. Abbiamo fatto un pezzo in Italiano, si chiama Electro Cabaret ma non abbiamo avuto riscontri positivi, anzi, e la vogla di riprovarci è sempre meno nell’aria.


Anche voi come tutte le band ormai ha un MySpace, Facebook ecc. Vi sentite in qualche modo “obbligati” ad usarlo per adeguarvi ai tempi che corrono o è una scelta che avete fatto per “utilizzare a vostro vantaggio” questi strumenti ormai così diffusi?
I social network aiutano la vita ma vieni automaticamente inserito in un mare troppo vasto per poter servire a qualcosa. Chiaro che poter essere visibile al mondo con un click è un vantaggio ma anche troppo dispersivo. Ormai Myspace è un po’ snobbato dagli amanti di Facebook e in futuro succederà che una nuova moda cambierà il trend e la possibilità di farsi conoscere. In un certo senso non far parte di questo circolo vizioso di false amicizie, sembra quasi di fare gli snob e quindi obbligatorio in un certo senso, ma personalmente credo che questa cosa sega le gambe all’interesse vero per qualcosa in particolare. L’unica cosa davvero bella e interessante è che puoi incontrare virtualmente chi davvero è appassionato del gruppo che magari posta video o foto del concerto della sera prima manifestando il proprio interesse.


Pensate che internet, anche al di fuori dei social network, possa dare più di così alla musica? E’ dannosa o sta effettivamente aiutando? Quale effetto ha avuto sulla vostra carriera?
Personalmente vendiamo l’80 per cento dei nostri CD ai concerti, questo credo sia sintomo del fatto che la gente non ama più cercarsi il CD nei negozi e Internet personalmente non ha fatto molto per noi. Credo che manchi un pò di sano contatto con la realtà. Su internet tutto risulta bello e appetibile, ma proprio per questo la gente si stufa alla svelta. Vuoi creare una band? Trova un bravo fotografo, dei vestiti decenti, dei visi carini, un bravo grafico per rendere tutto apparentemente professionale e credibile e il gioco è fatto.. Ah dimenticavo.. se hai tempo impara a suonare e magari scrivi qualche pezzo!!! Troppa poca richiesta e passionalità per una proposta a livello industriale di false band da rotocalco.


Ci sono nuove formazioni all’interno del nostro panorama musicale su cui puntereste?
Fratelli Calafuria, Ministri, Spasmodicamente, Leechees, The Unders, Blu Nitro, Requiem for Paola P., sono delle band relativamente nuove nel panorama nazionale, stimiamo il loro lavoro e la loro sete di musica. Ci piace vedere che ci siano ancora band che rischiano, si fanno chilometri su chilometri per suonare, essere ascoltati e tenere vivo un sottobosco che ha tanto da dare e troppa poca gente interessata in confronto alla loro passione.. Nomi meno nuovi, ma necessari per questo concetto sono Extrema, Pino Scotto, Hormonauts, Lacuna Coil e mille altri ovviamente.. In Italia la passione esiste solo che se ne accorgono sempre di più all’estero e sempre meno nel nostro paese. Per essere speciali o comunicativi non bisogna per forza essere stranieri e essere Italiani non vuol dire per forza essere di serie B. Se ci fosse più interesse e quindi più possibilità saremmo a pari livello con gli Inglesi o gli Americani. ma questa è una cosa che nel nostro paese non succederà mai. Sarò disfattista ma non vedo sbocchi in questo paese dove la cultura si è fermata con la letteratura e la pittura di un milione di anni fa e che rende il nostro paese affascinante agli occhi del mondo. Ora siamo diventati il paese dei film di natale, di Maria Defilippi, dei Reality show e di tutte quelle cose che rendono il cervello una cosa superflua nel nostro corpo.


Un saluto
Un saluto dai The Fire e un sincero ALZATE IL CULO GENTE E ANDATE A VEDERE I CONCERTI!!!! magari dimenticando le tribute o coverband… altro tasto dolente della musica in Italia che forse non è il caso di affrontare in poche righe.

lunedì 1 febbraio 2010

Eels - End Times (Vagrant, 2010)

E Mr E infila di nuovo la palla nel sette.
Le metafore calcistiche, se decidesse il sottoscritto, andrebbero abolite dalla musica e dalla lingua italiana, ma che fare quando questo sport e tutta la sua carica quasi destrutturalizzante sono talmente parte della nostra cultura da meritarsi più attenzione di qualsiasi altra cosa? Allora continuiamo così. Il falso conformismo tanto per rendere più originale una recensione ci sta no?

La carriera di Mark Oliver Everett è priva di autoreti, né falli ne sgambetti al suo personaggio, sempre a rincorrere il fantasma dell'originalità e del “sapersi rinnovare” che tanto sfugge alla maggior parte degli artisti che si vogliono fregiare di una lunga permanenza nello star system. Certo, siamo a livelli leggermente più bassi, ma Everett nel rock conta davvero.
Ce lo dimostra anche con questo disco, il più cantautorale mai sfornato, che inizia subito con la sofferente e struggente melodia di The Beginning, prima di sferrare l'asso felice Gone Man, una ballatina dai toni pop e fortemente votata alle atmosfere danzerecce del rock'n'roll vecchio stampo, antefatto di un disco interamente consacrato alla tristezza e alla malinconia. I toni più gioiosi, quelli di un Everett quasi gaudente con la sua chitarra acustica, arrivano nella bobdylaniana Mansions of Los Feliz e nella più indie-moderna Unhinged, che di certo non portano il buonumore. Dalla traccia di collegamento High and Lonesome, fatta di rumori di temporale e passi, allo strazio piano-voce di chiari richiami beatlesiani I Need a Mother, passando per la roboante On My Feet e i suoi toni sommessi vagamente pinkfloydiani, sempre per citare grossi nomi, si passano in rassegna tutte le fasi di una tristezza che per l'appunto si rifà alla morte dell'artista stesso. Il concetto alla base del disco è infatti questo, e titoli come Paradise Blues (il rockettone in stile Bruce Springsteen del disco, immancabile) e quello stesso del disco (con anche una title-track da sveno assoluto) non si impegnano più di tanto a nasconderlo. I testi quasi da vecchierello assopito in attesa di un sonno che forse sarà l'ultimo si ripercuotono sull'umore dell'ascoltatore come un uragano di lacrime, i concetti sono quelli della morte, dell'assenza di movimento e di vita (siamo sempre lì...), dell'andarsene via, della fine di tutto. Un disco da NON ascoltare se vi ha appena lasciati la ragazza, se vi è morto il gatto, se avete scoperto di avere una malattia incurabile. Cinismo? No, un semplice consiglio.

Poche battute sul duemiladodici per favore, anche i musicisti ne avranno le scatole piene, come tutti noi. End Times è un gran disco, leggemente inferiore a Hombre Lobo e ad altre perle del buon Mr E, ma di certo lascerà il segno in questo già fortunato duemiladieci, intimistico quanto non mai laddove la musica triste segna il passo della crisi, della cassa integrazione, dei licenziamenti di massa. Musica per Termini Imerese. Speriamo non sia terreno fertile per una nuova ondata di falsi emo disgraziati alla ricerca di ragazzine e denaro facile, l'importante è avere nel cassetto qualche disco di Mark Everett da inserire nello stereo quando avete voglia di bella musica.
Fischio finale.

Voto: 8-