mercoledì 10 febbraio 2010

Le Vibrazioni - Le Strade del Tempo (Sony Music, 2010)


Che dire del quarto disco delle Vibrazioni? Dopo l'invidiabile tentativo di uscire dalla rotta potenzialmente pop dei primi due dischi correggendosi con un ottimo terzo lavoro, Officine Meccaniche, aggiustano definitivamente il tiro scegliendo la strada a loro più confacente. Perlomeno sul piano probabile. Quella della musica tendenzialmente commerciale, orecchiabile, semplice da digerire e mantenendo comunque dei tratti distintivi per non macchiarsi dell'atroce delitto che sembra essere oggi “snobbare i fan”. In effetti le chiare influenze dei Led Zeppelin e dell'hard rock anni '70 che negli altri lavori si manifestavano apertamente stanno scomparendo, lasciando una venatura più psichedelica (anche questa presagita dal lavoro precedente) che si rifà maggiormente alla tradizione pinkfloydiana (e derivati), con canzoni più lente e meno incentrate sulla presenza dell'elemento singolo.
La prima impressione che dà questo disco è quella di un prodotto confezionato alla svelta. Calma, non è un difetto. E' solo un'impressione e in effetti ascoltandolo con maggior attenzione ci si accorge che è probabilmente un'inflessione voluta, tesa appunto a quella resa pop che fa parte ormai del progetto Vibrazioni (diciamo più un tentativo di alleggerire il carico più possibile, per produrre brani più diretti e meno carichi di elementi che deviano dal filo della melodia principale). L'album è comunque prodotto molto bene, sia come qualità dei suoni che come songwriting, e mantiene intatta anche la vena radiofonica della band. La prima traccia, Va Così, ne é la manifestazione più evidente: ritornello che ti insegue nella mente, melodie di base difficili da scordare, una struttura piuttosto semplice. E' la formula che ha sempre funzionato e in questo disco non fa eccezione. Lo risentiamo in Parlo Col Vento, nonostante il primo impatto sia quello di una canzone insapore, magari anche per un testo piuttosto scontato e che lascia poche speranze di un'interpretazione logica, visto lo snodarsi dei versi stessi, e poi in Senza Indugio, un trittico peraltro ordinato su disco proprio come su questa recensione, questa più vicina alle sonorità dei primi dischi (forse per questo sarà più apprezzato dai vecchi fan rispetto ai brani già citati e ad alcuni a seguire), con un ritornello che tributa più ai loro canoni rock . L'irrompere del nuovo ingrediente, la psichedelia, arriva col primo singolo estratto, Respiro, a primo approccio deludente ma che se digerita con calma sa coinvolgere, grazie ad un'intensità resa vivida anche dalla malinconia che la canzone stessa suggerisce, e Ridono gli Dei, dalla trama più complessa ma non certo tra i brani più originali del disco. E poi incontriamo la title track Le Strade del Tempo, con un beat quasi ballabile, che prosegue tramite suoni di basso simil-sintetizzati anche nella successiva Oggi No, molto più azzeccata, con un refrain forse tra i più belli del disco. Ingresso melodico in stile “Ovunque Andrò” per Malìe, prima di un crescendo che porta la canzone ad un inedito confronto con alcuni archi che la paragonano ancor più da vicino all'esecuzione sanremese del singolo appena menzionato, sorprendentemente definibile “la novità” del disco.

Il quarto lavoro della band capitanata da Francesco Sarcina si classifica tranquillamente come un buon lavoro, a metà tra una reinterpretazione del loro vecchio repertorio e un parzialmente riuscito tentativo di innovarsi, con uno sguardo teso al futuro senza slegarsi da quelli che sono ormai i loro collaudati marchi di fabbrica. Nota negativa solo per i testi di Sarcina che funzionano dal punto di vista melodico ma che come impianto narrativo e significato stesso lasciano un po' a desiderare. C'è chi queste cose non le nota, e forse non ce n'è sempre bisogno, ma a volte si raggiungono risultati piuttosto “simpatici” (negativamente) in questo disco, dove parole ricorrenti come “tempo”, “mare” e “vento” (forse l'unico filo comune nelle liriche) risultano talmente onnipresenti da annacquare un po' quel collante perlomeno estetico che un testo deve avere. Musicalmente niente da dire, hanno sempre suonato bene e nulla è cambiato da quando hanno debuttato con l'ottimo “I”. Non resta che aspettare le performance live di questi interessanti brani e i risvolti futuri della carriera delle Vibrazioni.
Voto: 7.5

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