sabato 13 giugno 2009

Il Teatro degli Orrori Live @ TPO, Bologna 12 Giugno 2009

Pierpaolo Capovilla, colui che si è autodefinito “catastrofista consapevole”. Colui che è per definizione “ubriaco sempre”. Ce le ha suonate per anni con i One Dimensional Man e chi si aspettava che con questa nuova formazione cambiasse l'antifona non è mai stato ad un loro concerto.
1 ora e 40 di cattiveria pura alternata a melodie angoscianti. Pogo sfrenato su Compagna Teresa, salti allucinati dalle luci su Carrarmatorock!, coro stonato su La Canzone di Tom e trascinamento emotivo con le più lente e cadenzate Lezione di Musica e Maria Maddalena. I 4 eseguono alla perfezione tutto il loro primo CD e regalano al pubblico anche un paio di inediti dal loro futuro disco, di cui non si conosce il titolo. Ottimi pezzi che suscitano immediatamente la curiosità: come sarà il prossimo disco?
Tecnicamente niente da dire, suonano molto bene (soprattutto il batterista) e lo studio dei suoni non può che essere congeniale al genere, e quindi bassi a palla e distorsione graffiante. Fare metal non è sempre la soluzione se si vuole alzare l'amplificatore. Pierpaolo ubriaco (o forse no?) barcolla, si blocca, si getta sul pubblico, fuma, beve, urla, lancia la frecciata al premier e fa qualche arringa sulla grandezza delle piccole cose e sui sogni. Insomma, il solito Capovilla che alcuni fan accaniti acclamano addirittura come “il Messia”, tra i vari appellativi. Grondanti di sudore, noi e loro, torniamo a casa verso le 2 con le orecchie distrutte e qualche livido per chi è rimasto dentro il cerchio del pogo dall'inizio alla fine.
Un consiglio, se vengono nei pressi di casa vostra lasciate a casa la stanchezza e andate a vivere uno dei fisici live del Teatro degli Orrori, non ve ne pentirete. 

lunedì 8 giugno 2009

Placebo - Battle For The Sun (PIAS, 2009)


I Placebo...che dire. Arrivati al sesto album e intrapresa la via dell'autoproduzione e della distribuzione con etichette emergenti cos'avranno ancora da dire? La domanda era sulla bocca di tutti e fare un prodotto sopra le righe per Molko sembrava veramente impossibile.

Il risultato è evidentemente un successo per chi la pensava così mentre sul piano della ricerca di nuove sonorità delude. Un lavoro prettamente dedicato a tutti i fan dei Placebo, quelli più pop dei singoli e anche quelli delle canzoni meno conosciute nascoste in fondo alle tracklist dei CD, senza molti stimoli per entrare nel cuore di chi questa band non l'ha mai ascoltata.

Nel disco troviamo 13 brani la cui lunghezza media si assesta sui 3 minuti e mezzo. Le solite sonorità placebiane sono evidenti in moltissimi dei pezzi, soprattutto Kitty Litter, in apertura, dal solito ritmo che definirei quasi trademark dei batteristi dei Placebo (nonostante l'entrata in formazione del giovane Steve Forrest), quello di Special Needs per intenderci; altri pezzi molto classici per lo standard dei londinesi sono The Never-Ending Why (la più orecchiabile tra quelle citate finora), Ashtray Heart e Happy You're Gone. Qualche novità ce la presenta il primo singolo, For What It's Worth, interessante elaborazione del loro stile con qualche inserto di chitarra più originale. Non sono solo i suoni ad ingannare, c'è davvero qualcosa di diverso in questo pezzo, anche se le linee vocali di Molko ci riportano sempre a terra. Un esempio di cantante troppo legato ad uno stile che rischia di cadere nel banale piuttosto spesso. Stessa cosa avviene per altri brani: Battle for the Sun in alcuni tratti mi ricorda i lavori più pop dei Queens of the Stone Age, ma Brian è troppo diverso da Josh Homme per completare il raffronto. In ogni caso un bel pezzo da radio; Bright Lights si avvicina alle sonorità del cosiddetto indie rock di Editors e White Lies (non vi ricorda il titolo di un bellissimo album degli Interpol?), pur restando per suoni e costruzione vicina al resto delle canzoni. Stupiscono le canzoni più calme come Kings of Medicine (o l'intro di Come Undone), anche se non sono una novità per questo trio. Gli Sonic Youth sono sempre stati citati tra le influenze di questa band e direi che neanche in questo lavoro se ne distaccano (vedasi la bella Devil in the Details ad esempio).

La tecnica della band non è mai stata eccellente anche se per questo genere le capacità dei musicisti non sono certo inadeguate. La produzione è buona, come sempre. Spicca la potenza di alcuni distorti che esplodono soprattutto nei ritornelli, in puro stile Placebo. Di particolare interesse anche gli inserti di orchestra diretti da Fiona Brice, che ha già lavorato oltre che con i Placebo con artisti come Kate Nash, Boy George e Simply Red. I testi, non particolarmente elaborati, restano in linea con i precedenti lavori di Molko: si parla di scelte di vita, su ammissione dello stesso frontman, e non è un tema nuovo anche se in questo CD la tematica è stata particolarmente approfondita. Un piccolo commento negativo sulla copertina me lo dovete permettere: da un titolo così "apocalittico" ci si aspettava qualcosa di più elaborato o visionario.

Infine, poche parole ulteriori vanno spese su un lavoro banale ma valido e fresco, consigliato soprattutto ai fan o a chi vuole sentire dell'alt-rock piuttosto comune con la voce di Molko che tutti almeno una volta dovrebbero ascoltare e, possibilmente, apprezzare. Per il resto i Placebo potevano dare qualcosa di più.


Voto: 6,5

sabato 6 giugno 2009

Valentina Dorme - La Carne (Fosbury, 2009)


I Valentina Dorme di Favero circolano da 17 anni esatti, e hanno dovuto aspettare parecchio prima di vedere i primi risultati e la distribuzione nazionale della loro produzione. Questo ha anche rallentato il loro percorso, che arriva con questo 3° cd uscito per Fosbury/Audioglobe ad un livello più che soddisfacente, raggiungendo direi un traguardo che denota una certa maturità artistica per i quattro ragazzi, anche se si spera che i prossimi lavori osino ancora più in alto.
Il disco è in effetti un ottimo prodotto alternative, genere in cui l'Italia ha già dimostrato di eccellere. Racchiudendo numerose sfumature di rock ed altri generi melodici, si sono creati attorno all'alt-rock tanti canoni ai quali i gruppi si rifanno come se usassero stampini da dolci, quante possibilità di innovare (sempre più raramente sfruttate a dire il vero). I Valentina Dorme conciliano gli aspetti dell'alt-rock afterhoursiano di stampo più commerciale (quello degli ultimi dischi) con un gusto cantautorale che li accomuna in alcuni tratti ai Diaframma, in altri agli ultimi lavori dei Meganoidi. Si respira un'atmosfera quasi lieta in questo disco (soprattutto in pezzi-ballad come Giulia Bentley in Estate), a volte più malinconica (Un Nome di Fantasma, Benedetto Davvero) ma sempre sopra le righe. Mario Pigozzo Favero è un cantante eccentrico che nonostante non raggiunga vette stilistiche né tecniche degne di nota, si destreggia bene nelle diverse sfumature che il gruppo propone all'interno di questo lavoro. Nel sesto pezzo, I Girasoli, probabilmente il più bello del disco, assistiamo ad un nostalgico crescendo in cui spicca anche l'uso del pianoforte. Interessanti i riferimenti ai colori all'interno dei testi, che ricordano un certo cromatismo che qualche appassionato di letteratura collegherà a Lorca o a Baudelaire. Mario parla di amore, delle avventure di un uomo di mezza età a Trieste Centrale (che “vale più di Genova e Barcellona insieme, Ibiza a Maggio e Bangkok in Aprile”). I riff di chitarra sono sempre azzeccati, anche se spesso sono accompagnati da giri di basso scontati, ma inseriti al posto giusto. Siracusa e le Stelle, un altro bel pezzo, cantato come Giorgio Canali lo canterebbe con i Rossofuoco, si ricollega alla produzione dei primi due dischi del quartetto, anche se la qualità della registrazione leggermente più alta aiuta a rendere il pezzo più genuino. La Buonanotte in Francese è un pezzo di 1.49 che spiazza con la sua interruzione improvvisa; quasi un esperimento considerando che il brano sembrerà ai più fatto apposta per durare almeno 2 minuti in più.

La Carne non è un album facile da recensire, ci si trova un po' di tutto. Il consiglio migliore che si può dare è di ascoltarlo, di digerirlo e metabolizzarlo. Ci vuole tempo per capire che l'arte di certi gruppi italiani va oltre l'ascolto semplice di musica orecchiabile con i tipici testi d'occasione a cui MTV insieme alle radio ci ha abituati. Se qualche testo ci farà venire in mente le ballad romantiche dei cantautori nazionali come la Pausini o Antonacci, non dobbiamo lasciarci intimidire: qualche ascolto in più e ci si accorge della profondità dei testi, della non-immediatezza della musica e del bisogno di farsi sentire di questi quattro che dopo 17 anni sembrano comunque una band giovane, fresca e con ancora molto da dire e da dare. Ascoltateli.


Voto: 7.5

lunedì 1 giugno 2009

Velvet - Nella Lista Delle Cattive Abituini (Metatron, 2009)


Il primo termine per descrivere questo disco non dev'essere qualcosa di prettamente musicale. Pensavo più ad un termine solitamente associato alle gradazioni di colore, cioè “intenso”. “Abbiamo tutti una lista delle cattive abitudini”, dichiarazione degli stessi Velvet, arrivati al quinto lavoro nel pieno della maturità ar tistica, sperando che non sia l'orlo del precipizio. Un album carico, emozionale, energico. Dove si incontrano l'elettronica e il synth-pop di Delta V e primi Bluvertigo, dove Bianconi dei Baustelle canta sul piano soffice del Boosta delle ballate di Terrestre e Amorematico (Subsonica). Qualche sferzata di rock più classico completa l'opera.

Le canzoni di questo disco sono protette da un'aurea strana. Vengono dopo tonnellate di materiale simile dalla florida scena italiana del 2009 ma hanno comunque qualcosa in più. Brani densi ed emotivi, come la lenta “Crollasse Pure Il Mondo” e l'altrettanto cadenzata “Tutti a Casa”, primo singolo che alcuni bollerebbero pezzo à-la-Max Pezzali (non che sia un difetto per certi tratti), ma che nasconde un'anima più cristallina ed originale. Nessuno provi a dire che il Morgan degli anni '90 non c'entra con un gran pezzo come “In Continuo Movimento”, brano veloce e forte di suoni di sintetizzatore veramente bluvertighiani (e ci stava anche la licenza poetica, NDR). Il ritornello di questo pezzo è orecchiabile come pochi, e sulla stessa falsariga troviamo il pezzo d'apertura “I Nuovi Emergenti”, altra ballata a rapida presa. Anche al primo ascolto.
Il Torto dei Beati” rappresenta la musica popolare italiana che nel ritornello prende coscienza della sua carica rock spesso dimenticata e che ancora incarnano Le Vibrazioni e Cesare Cremonini, probabili spunti per questo pezzo. “Mille Modi Per Sparire” è il pezzo più rock del disco, niente di nuovo ma probabilmente interessante da ascoltare live anche per l'alternanza di chitarra distorta e synth che parte soffuso per compenetrare poi il basso acido di Poffy. Presente nel disco un pezzo strano, diciamo “diverso” dallo standard di un gruppo come i Velvet: si tratta di “Cattive Abitudini”, interessante brano rock simile alle ultime power-ballad dei Meganoidi, con un ritornello non cantato, un esperimento per i quattro di Roma. Esperimento riuscito, dove un Pier ridimensionato e meno banale nelle linee vocali canta “mentre tutto muore ad alta risoluzione”, a metà tra critica e descrizione dell'epoca in cui viviamo. I “tempi bui” che già qualcun altro recentemente ha voluto sezionare e narrare.

Musicalmente le produzioni dei Velvet non hanno mai avuto sbavature e chi partiva prevenuto pensando di trovarsi un album pop ben prodotto e nulla più evidentemente si sarà trovato spiazzato. La produzione è la stessa degli album d'oro dei Bluvertigo, come Pop Tools e Metallo Non Metallo, e la voce tra Samuel Romano e Morgan trova la sua dimensione giusta negli effetti che non sono cosa nuova per Pierluigi Ferrantini, ormai icona di una scena italiana che passa per MTV solo per dimostrare che esiste ma che va ben oltre il classico disco radio-friendly (stabilire un parallelo con i Meganoidi ed i Verdena è d'obbligo). Anche gli altri ragazzi, soprattutto Ale (Alessandro Sgreccia) alla chitarra, fanno un ottimo lavoro e i live sicuramente non tradiranno le aspettative.
I testi seguono quel filone che la musica italiana ha fatto suo per decenni e che probabilmente continuerà a seguire come marchio di fabbrica per lungo tempo. A metà tra frasi d'amore triste e malinconico e dichiarazioni autoreferenziali apparentemente sconnesse, spunta qualche barlume di coerenza in testi-slogan come quello della già citata “I Nuovi Emergenti” e in “Il Torto dei Beati”. Le cattive abitudini italiane. Niente di troppo negativo.

Questo album non segnerà la svolta nella carriera dei Velvet ma è finora l'album più pieno di contenuti e che lascia trasparire più emotività, di cui il quartetto è sempre stato carico pur risultando in qualche passaggio sterile. Non è il caso di questo disco, che se non è originale come qualche ascoltatore più pignolo noterà è comunque un lavoro degno di nota che merita l'attenzione di tutti quei fan del pop/rock elettronico che parte da “è praticamente ovvio che esistano altre forme di vita” e arriva a “ti svegli alle tre per guardare quei film un po' porno”. Passando per “sono in una boyband”, passaggio obbligato.
Consigliato.

Voto: 7.5

Isis - Wavering Radiant (Ipecac Recordings, 2009)


Gli Isis, quintetto di Boston da anni sulla bocca di tutti gli appassionati di post-generi e di sperimentazioni varie, arrivano al loro quinto lavoro con il fiato sul collo. Dopo aver diviso critica e fan con il precedente “In The Absence Of Truth”, escono nel 2009 con “Wavering Radiant”, lavoro eclettico e che si presenta come evoluzione naturale del filone iniziato “in assenza di verità”; trattasi cioè di un abbandono parziale di quelle influenze sludge, hardcore e post-metal dei primi lavori, soprattutto di “Oceanic” e “Celestial”, per approdare ad un post-rock più melodico e soffuso.

L'album si apre con “Hall Of The Dead”, il pezzo più interessante dell'album, grazie anche alle chitarre di Jones dei Tool (poi ospite anche alla tastiera in “Wavering Radiant”). Il pezzo è musicalmente molto orecchiabile ma ad interrompere questa sensazione arrivano le grida di Turner, che però nel ritornello si trasformano in quel cantato melodico già inaugurato nell'album precedente ma che personalmente trovo poco azzeccato rispetto al genere proposto. Nel complesso un buon brano. “Ghost Key” sembra un pezzo dei Giardini di Mirò, e non per questo lo si può osannare più di tanto. Con una durata che supera del doppio la soglia di attenzione che gli si può dare il pezzo è comunque godibile, apprezzabile soprattutto per lo schema asimmetrico e le potenti chitarre di Turner e Gallagher. “Hand Of The Host” non nasconde neppure troppo bene un'anima post-rock dietro delay ed accordi che sono stati ormai abusati da tutti i seguaci del genere dopo Slint e Mogwai. Interessanti invece le linee vocali che in certi frangenti presentano reminiscenze dei buoni vecchi Tool. Stesso discorso vale per “Stone To Wake A Serpent” e “20 Minutes-40 Years”, che risaltano principalmente per le chitarre graffianti ma che non sono per nulla nuove rispetto alle altre produzioni dei bostoniani. Quasi simmetricamente l'album finisce bene, proprio com'era iniziato, come a circoscrivere un lavoro onesto ma banale. Si conclude quindi con “Threshold of Transformation”, che presenta 9 minuti e 53 di post-metal à-la-Panopticon con tutti i fronzoli che i nuovi Isis hanno ormai forzatamente inserito un po' ovunque. Le sferzate di batteria nella prima parte della canzone e la parte rilassata attorno ai sei minuti danno nel complesso un'aria più credibile ad un brano comunque inserito nei “canoni” Isis.

La produzione del disco è stata criticata da alcuni fan per l'eccesso di attenzione ai suoni. Questo aspetto in realtà rende l'album meritevole di qualche ascolto ulteriore, poiché alcuni ascoltatori avrebbero trovato ostico il primo lavoro “Celestial” proprio per i suoni troppo “da garage”. Pollice alzato dunque per Joe Barresi. Per quanto riguarda l'esecuzione tecnica della band niente da dire, i ragazzi suonano bene e conoscono a dovere i loro strumenti, ma andrebbe considerato anche l'aspetto “fantasia” che evidentemente manca a molti dei gruppi che fanno questo genere. Il batterista ha già dimostrato da anni di possedere una tecnica molto fine e di aver creato uno stile riconoscibile, direi un marchio di fabbrica, ma è evidentemente chiuso in pochi fill e giri che ormai propina con una frequenza che è ora sinonimo di banalità. La voce di Turner infine, nel tentativo di rinnovarsi, risulta forzata nell'alternare melodia ed urla, ed è proprio la commistione di post-rock ed hardcore che non attacca e che sminuisce anche il dotato cantante/chitarrista.

Un disco ovviamente consigliato ai fan degli Isis, soprattutto quelli più morbidi e prodotti degli ultimi lavori, e anche ai fan della musica sperimentale che dagli Slint finisce ai Neurosis. Per il resto un altro post-disco di cui si poteva anche fare a meno.

Voto: 5,5

Green Day - 21st Century Breakdown (Reprise, 2009)


I Green Day di Billie Joe sono ormai invecchiati. Seguendo il percorso tracciato dalla loro carriera potremo parlare di una degenerazione dal punk vecchio stampo influenzato dai big degli anni '70 ed '80, al punk rock (come essi stessi si definiscono) che trova più somiglianza nel punk commerciale dei Blink 182 a quello che si può definire un semplice alternative rock con lontane influenze punk. Questo 21st Century Breakdown rappresenta appieno questa evoluzione/involuzione ed ora andiamo più a fondo nel disco.

Il disco è un miscuglio di pop, rock e punk. Potremo parlare di banalità, tutto ciò che molti si aspettano dei Green Day, ma partirei dal dire che questo album nel complesso è sufficiente. Se i pezzi più simili al precedente American Idiot sono ascoltabili ma sanno di già sentito (pezzi come “Viva la Gloria” o “Christian's Inferno”), i pezzi più lenti riescono anche a sorprendere. Dall'imitazione di Gallagher già conosciuta nella cover di Lennon di Working Class Hero che riascoltiamo in “Last Night On Earth”, straziante ma apprezzabile ballata pop che mi ricorda qualcosa come i Manic Street Preachers più melodici, passiamo anche per quell'alt-rock più lento e pesto (che personalmente gli reputo più congeniale vista l'età che avanza) che ci propinano nel primo singolo estratto “Know Your Enemy” e in “Before the Lobotomy”. Formula poi ripetuta nella metà dei pezzi (di cui il più apprezzabile è “Horseshoes And Handgrenades”, che mi ricorda un po' il tormentone Tick Tick Boom dei the Hives, poi ditemi se sono l'unico). “Peacemaker” è un pezzo veloce forse più vicino alle produzioni inglesi di certi Arctic Monkeys (o cloni vari), che risulta molto godibile per la diversità dalle altre tracce e quella “happiness” che trasuda (anche se parzialmente) dagli accordi e dall'orchestrazione di sottofondo. “Restless Heart Syndrome”, che suona al primo ascolto come una reprise di Boulevard of Broken Dreams (ed è un papabile futuro singolo), è un altro di quei pezzi melodici che come dicevo risaltano per l'effetto nero su bianco che danno se accostati alla formula ricorrente del giro di power-chord che metà delle canzoni più “classiche” ci presentano. Azzeccata anche l'esplosione finale.

Apprezzati sicuramente dai fan ma abbastanza insipidi sono pezzi come “Last of American Girls”, “The Static Age” e “See The Light, forse tra quei brani riempitivo tipici delle produzioni degli ultimi tempi. Sembra diventato a tutti gli effetti molto difficile far un album interamente studiato e ben composto; sarà forse colpa delle etichette e dei tempi imposti?

Musicalmente la band suona come sempre, la tecnica non è il loro forte ma la potenza e l'impatto la fanno da padroni. C'è chi dice sia facile comporre una canzone come quelle dei Green Day: tecnicamente lo è, forse è difficile dopo tutti questi album fare ancora brani che possano avere un minimo di impatto sul pubblico. Qualche volta ci riescono, qualche altra no.

La produzione a livello di suono è comunque curata ottimamente e stupisce anche la durata (69 minuti), notevolmente superiore a quelle a cui tutti i fan (o ascoltatori abituali) di questa band sono abituati.

L'album alla fine non ha di certo un “lasting value” dei migliori, e neanche per i fan di vecchia data sarà un gioiellino da ascoltare e riascoltare, non finché qualcuno gli ruberà la copia di Dookie. In ogni caso per chi apprezza il rock commerciale d'oltreoceano questo CD può risultare ancora interessante e se non stiamo ricercando musica nuova ma musica e basta, potremo anche gradirlo. Un onesto lavoro come ci si aspettava dai Green Day, senza novità ma nella media.


Voto: 6+

sabato 30 maggio 2009

God is An Astronaut Live @ Locomotiv Club, Bologna, 29 Maggio 2009


Un concerto come questo lo si vede raramente da queste parti. Dobbiamo sempre aspettare qualcuno che venga da nord ad insegnarci come si suona. Questa grande band irlandese suona veramente come poche, su tutti i fronti. Tecnicamente sublimi, suoni perfetti (grazie anche a dei fonici competenti), un pubblico che li stima, strumentazione assolutamente all’altezza e canzoni ben composte che oscillano tra la carica melodica di un arpeggio e una sferzata di immane aggressività (il batterista a tratti fa addirittura paura per come coniuga tecnica e velocità ad una potenza che lascia davvero il segno). Le loro chiare influenze metal fanno il resto.
La band ha eseguito una quindicina di brani assorbiti senza problemi da un pubblico entusiasta, complice anche la durata mai esagerata (finalmente una band libera dalla tipica sindrome dei gruppi sperimentali) e un coinvolgimento come ne avevo visti da pochi per band strumentali. Definirli è impossibile: non sono prog, non sono metal, non sono alternative, non sono post-rock, sono semplice i God Is An Astronaut e l’unico consiglio che posso darvi è andare al primo concerto utile a farvi investire dalla fenomenale carica  che questi 3 sanno produrre. Buona anche la tenuta di palco, con i tre che si lasciano coinvolgere dalla musica e non disdegnano un po’ di headbanging seguito dal pubblico. Tra i brani proposti tutte quelle più conosciute dei lavori degli anni passati e in particolare molti pezzi del self-titled del 2008 (su tutte la stupenda “Fireflies and Empty Skies“, eseguita come penultima).
Veramente consigliati.
Altra nota positiva dello spettacolo il gruppo spalla, i Nicker Hill Orchestra, altra band tecnicamente ottima che ha lasciato veramente il segno. Proponendo un miscuglio di post-rock, psichedelica ed alternative rock veramente ben riuscito hanno messo in piedi 30 minuti di show che non poteva che stupire. Ottima la strumentazione ed i suoni, ottimi i brani a livello di struttura. Insomma, un’altra band consigliata, sperando che facciano strada proprio come i God.

* foto di Eugenio Crippa

domenica 10 maggio 2009

Diaframma - Difficile da Trovare (Self, 2009)


L'ennesimo disco dei Diaframma esce nel 2009 ed è “difficile da trovare”, ma non da ascoltare. La band ormai propone prodotti piuttosto digeribili ma rimasti all'altezza, dopo tutti questi anni, anche delle prime perle come Siberia, sebbene il cambiamento di tendenza si sia reso evidente dopo gli anni '90. Federico Fiumani è una specie di cantastorie arrapato che narra la pornografia a suo modo, diretto ma non sboccato. E dopo che tanti ci hanno provato senza riuscirci sappiamo benissimo che cantare di erotismo senza essere volgari è difficile.

Questo disco necessita un'analisi un po' particolare e partirei dai testi. Come già citato la sensualità è un tema centrale. Fiumani ammette la ricerca del libido, canta di quando in metropolitana guarda le ragazze “per capire se hanno fatto l'amore”. Il tema centrale si è capito. Più poetico in “Mentre Sogna”, molto più sgraziato in “Dura Madre”, il suo è cantautorato schietto, che mira a colpire e a farsi sentire. Sembra quasi non interessi il risultato, ma solo che il messaggio sia arrivato. Nonostante questo l'album “Difficile da Trovare” è un ottimo disco.
La band fiorentina ha percorso tutte le sfumature del rock e del pop melodici nella sua carriera e con questo disco scorgiamo sia l'indole cantautorale già citata, che da una grande importanza alla voce di Federico, più che alla musica, ma anche le forti influenze pop e post-grunge che gli altri hanno già lasciato filtrare nei dischi che hanno preceduto questo lavoro. Gli strumenti però hanno la loro vendetta nei pezzi meno tradizionali, con ampie sezioni in cui è la chitarra a spadroneggiare lasciando per un attimo la voce a riposo. Non mancano comunque pezzi molto radio-friendly come “Coda di Paglia” anche se la melodia dei Diaframma non è quella di Ligabue o di Laura Pausini, ma è musica che penetra e che colpisce molto più a fondo. Unica critica che mi devo permettere di fare è forse la monotematicità delle canzoni, sia per i testi che per l'uso degli accordi, anche se questo non toglie smalto al lavoro che nel suo insieme è molto riuscito.

Questo disco meriterebbe di andare molto più a fondo guardando testo per testo, citando tutti i personaggi e le influenze, ma per riassumere le sensazioni che questo disco dà all'ascolto si può solo ascoltarlo. E scusatemi il gioco di parole.
Consigliato a tutti gli amanti dei Diaframma, soprattutto quelli più di nuova data, ma anche a chiunque abbia un minimo di cultura e di gusto per la cantautorale e il rock italiano da De André agli Afterhours. Una vera perla in questo 2009.

Voto: 8

domenica 26 aprile 2009

Caparezza Live @ CSO Rivolta 24 Aprile 2009

 
Il concerto del Michele Salvemini nazionale inizia con 1 ora e mezza di ritardo tra i cori della gente (difficile fare una stima, forse piu di 1.000 persone) che inneggiano al Capa. Il palco è gremito di oggetti e strumenti, si sa che i concerti di Caparezza non sono solo musica ma sono anche spettacoli in cui è d’obbligo cantare, ridere, scherzare e non ultimo saltare e pogare.
Il concerto inizia con il primo singolo estratto dal 3° cd Habemus Capa: si tratta di “La Mia Parte Intollerante” e si accende subito il concerto. Il pezzo è seguito da moltissimi pezzi dell’ultimo CD sui quali spicca “Abiura Di Me”, leggiadro tributo ai videogiochi che fa impazzire letteralmente i fans tra salti e grida. Sempre tra le nuove canzoni da ricordare  “Vieni a Ballare In Puglia”, singolo che la gente ha dimostrato di conoscere parola per parola, e che è significato subito dopo la magica frase “e tu dove vai a ballare…” una commistione di danza e pogo che ho visto sinceramente in pochi concerti. Tra i pezzi più vecchi da sottolineare la grande “Iodellavitanonhocapitouncazzo”, l’epica “Vengo dalla Luna” fatta come primo dei due bis e la potentissima “Dalla Parte Del Toro”, tutte canzoni vissute dal pubblico in maniera fisica seppur intima. Tutte le canzoni sono state rese come o meglio del CD, ad eccezione secondo me di “Eroe” che anche se molto intensa e vissuta in modo particolarmente coinvolto dai fans sembrava più scarica del solito, soprattutto per chi ha visto il Capa live altre volte. Ma non è certo questo che ha sminuito un ottimo concerto in cui forse si voleva vedere anche qualche altra hit del passato, tipo “La Fitta Sassaiola dell’Ingiuria” o “Dagli All’Untore”, di cui si sente un po’ la mancanza.
L’esecuzione strumentale della band del Capa è molto buona, sono tutti musicisti eccezionali e del resto non poteva essere altrimenti. Caparezza ci ricorda con citazioni colte all’interno dei suoi testi che se ne intende di musica e la scelta degli strumentisti non lascia scampo. Il batterista in particolare è molto potente e preciso, e spiazza anche con qualche assolo ben congeniato. Tutti ottimi anche a prendere parte alle scenette messe in piedi da Michele che si conferma vero animale da palcoscenico (memorabili quelle relative alla sua “fidanzata” prima di Dalla Parte dl Toro e l’omaggio a Pacman prima di Abiura di Me). Nota di merito anche per i fonici che hanno tirato fuori il meglio dall’impianto del Rivolta, non c’erano sbavature di suono e si riusciva a sentire tutto molto bene anche dalle prime file.
Che dire, Caparezza è davvero un grande artista e riesce a stupire ogni volta, con concerti che sono veri e propri spettacoli, carichi e densi di umorismo e musica e che coinvolgono il pubblico a tutti i livelli. Il basso prezzo a cui siamo abituati non viene alterato nonostante il sempre crescente consenso del pubblico e questo contribuisce a vivere appieno un grande concerto. Consigliato veramente a tutti i fan del grande Capa e anche a chi non lo conosce (esistono davvero?) ma vuole andare semplicemente a divertirsi con ottima musica!

domenica 12 aprile 2009

Devo - Pioneers Who Got Scalped (Warner Bros Records, 2000)


"Pioneers Who Got Scalped" è la classica antologia perfetta per chi deve scoprire i Devo. Purtroppo però è anche la classica antologia che anche i fan del gruppo devono avere, visto che propone inediti e brani rari non disponibli su CD prima d'ora.

I classici ("Uncontrollable Urge", "Satisfatcion", "Come Back Jonee", "Smart Patrol/Mr. DNA", "The Day My Baby Gave Me A Surprize", "Secret Agent Man", "Girl U Want", "Whip It", "Freedom of Choice", "Love Without Anger", "Beautiful World", "Jerkin' Back 'n Forth", "That's Good", "Peek-A-Boo!", "Shout", "Disco Dancer") sono praticamente tutti lì e assieme a qualche altro brano poco conosciuto ("Too Much Paranoias", "Triumph of the Will", "Mr. B's Ballroom") offrono un ottimo riassunto dei vari cambiamenti musicali della carriera dei Devo, un gruppo assolutamente geniale, che, però, nel corso degli anni non è riuscito a rinnovarsi totalmente.

Quello che però interessa il fan medio (come il sottoscritto) sono i brani rari. Finalmente vengono riproposte le versioni originali di "Jocko Homo" e "Mongoloid" disponibli originariamente solo sull'EP "B Stiff" del 1977, uscito poco prima dell'album di debutto "Q: Are We Not Men? A: We Are Devo" che tutt'ora non ha ancora una stampa ufficiale su CD (benché tutti i brani siano stati ristampati, sparsi). Entrambe le versioni sono più lente e arrangiate in maniera leggermente diversa rispetto a quelle che saranno re-incise l'anno successivo.
Anche la title-track dell'EP viene stampata, e si tratta di un ottimo rock basato su una orecchiabile linea di chitarra e un ritmo di batteria sincopata.

"Soo-Bawlz", B-side del singolo "Secret Agent Man" già disponibile in qualche ristampa dell'album "Duty Now For The Future" del 1979, è sicuramente uno dei brani più strani del gruppo, con una melodia e una strofa molto coinvolgenti, e un ritornello quasi inascoltabile. Tuttavia la struttura del brano non convince totalmente, ed è possibile capire perché questo brano venne incluso solo come B-side e non nell'album.

"It takes a Worried Man" è sicuramente uno dei motivi per cui questa antologia è da avere. Trattasi di un brano tradizionale, il cui testo è stato riscritto dal cantante Mark Mothersbaugh, che i Devo avevano inciso (e usato) per il film "Human Highway" del 1982, anche se probabilmente è stata incisa un paio di anni prima. Raramente i Devo hanno raggiunto picche tanto alte. Il brano è allo stesso tempo inventivo e molto orecchiabile. Geniale.

Interessante la versione di "Snowball" apparsa su 45 giri, che oltre a avere sonorità diverse, ha solo la voce di Gerald Casale, invece del cantato all'unisono di Casale e Mothersbaugh come sull'album "Freedom of Choice".

"Working in The Coalmine" cover di Allen Toussaint, registrata nel 1980 e pubblicata nel 1981 come 45 giri, è un altro brano come "It takes a Worried Man", orecchiabile e cheesy a tal punto da essere geniale. Sebbene non presente nell'album originale, è l'unica bonus track trovabile in praticamente tutte le edizioni CD dell'album "Duty now for the Future".

"One Dumb Thing" è una versione primordiale di "Patterns" apparsa sull'album "Oh No It's Devo", ed è un brano dalla buona melodia che però soffre molto delle sonorità troppo elettroniche.

E' impossibile parlare di tutti gli altri inediti/rarità del resto dell'album senza ripetere le stesse cose. Più il numero degli anni progredisce più i brani si fanno fiacchi e elettronici. Degna di nota però è la versione di "The Words Get Stuck In My Throat", un brano a lungo suonato dal vivo e mai inciso in studio fino a questa antologia.

Ottima antologia, ma non esente da difetti. Ad esempio, personalmente credo che si sarebbero potute includere tutte le b-side del gruppo, togliendo qualche brano già disponibile su album. Ad esempio, l'inclusione di "Social Fools" (disponibile sull'EP "B-Stiff") sarebbe stata una scelta quantomeno azzeccata, visto che l'unica stampa in CD che ha avuto (una vecchia edizione del primo album) è fuori stampa da molto tempo, e che la versione pubblicata su "Hardcore Devo vol.1" non le rende giustizia. Anche "Penetration in the Centerfold", "Find Out", "Growing Pains", "Turn Around" (coverizzata addiritura dai Nirvana) e "Mecha Mania Boy", tutte B-side, tutti ottimi brani, spesso migliori di alcuni presenti su album, che, sebbene siano disponibli su CD da qualche parte, sono molto difficili da reperire.

Anche il flexidisc "Flimsy Wrap" (sebbene sia abbastanza inutile visto che si tratta di un brano parlato non risulterebbe meno inutile di alcuni frammenti parlati tratti da film presenti su questa antologia) la versione jazz di "Shout", disponibile solo su cassetta, e la primissima versione di "Blockhead" disponibile solo su un EP, prima o poi dovranno avere una stampa ufficiale su CD.

Nonostante tutto, da avere, e fortemente consigliato se si vuole scoprire la straordinaria musica dei Devo!

Voto: 8+

Meganoidi - Al Posto Del Fuoco (Green Fog Records, 2009)

I Meganoidi arrivano a questo "Al Posto Del Fuoco" dopo innumerevoli cambi di rotta che li hanno portati ad un prodotto rock sperimentale come "Granvanoeli", con la scomparsa quasi completa dei fiati, prosecuzione di quella evoluzione che era già iniziata con l'EP "And Then We Met Impero", pubblicato nel 2005. Il risultato è un album molto bello, che mescola il rock commerciale dei Negrita con qualche synth pinkfloydiano e qualche struttura di stampo progressive. Nel dettaglio:

L'album si apre con un brano molto bello seppur non particolarmente originale. Si tratta di "Altrove", in cui il cantato chiaramente influenzato da Pau dei Negrita subito si scontra con il rock mainstream di questi nuovi Meganoidi. Stessa cosa ritroviamo in "Dighe", pezzo interessante anche per il testo, contraddistinto dai riff taglienti che riempiono la strofa . "Dune" è un pezzo che ricorda quei brani quasi post-rock nella struttura che avevamo incontrato in "Granvanoeli”, come il singolo "Dai Pozzi". Un grande uso dell'effettistica nelle chitarre rendono questo pezzo molto atmosferico e potente, un vortice di malinconia che comunica un senso di vuoto che possiamo riempire solo ascoltando il resto dell'album.
"Scusami Las Vegas" e "Aneta" sono due pezzi molto “mainstream” ma non per questo scontati seppur incredibilmente catchy, che come unica nota di demerito possono avere la banalità della struttura, banalità che non ritroviamo invece in "Solo Alla Fine" e "Stormo", pezzi molto più studiati anche se non sensazionali. "Your Desire" è la nuova "Zeta Reticoli", e gioca su un testo molto bello, coinvolgendo anche grazie ai riff molto semplici ma funzionali alla canzone. La conclusiva "Al Posto Del Fuoco" è il pezzo che più si differenzia dagli altri: è un pezzo con influenze quasi punk che rimandano ai recenti Ministri ma con un cantato più vicino a Godano dei Marlene. Interessantissimo sentire la varietà che questo gruppo riesce ancora a presentare all'interno dello stesso disco.

Il livello della produzione è molto buono. I suoni di batteria e basso sono veramente potenti, quasi a scacciare la presenza imponente delle chitarre con vere sferzate che colpiscono l'ascoltatore ai timpani, come nella strofa di "Ima-Go-Go", dove la parte ritmica coinvolge e produrrà probabilmente un po' di pogo con i fan più giovani ai prossimi concerti. Anche la voce è ben registrata, e la performance di Di Muzio si coniuga perfettamente con le nuove influenze che già avevano iniziato a farsi sentire con il singolo del 2004 "Zeta Reticoli". Strumentalmente la band si è sempre dimostrata capace e la striscia positiva continua; gli arrangiamenti non prevedono teatrini di tecnica come potremo aspettarci da altre band sperimentali, ma questi ragazzi sanno utilizzare in modo magistrale i loro strumenti e la loro abilità si vede in ogni singolo brano. Pollice alzato anche sotto questo punto di vista.

Alla fine i Meganoidi sfornano nel 2009 probabilmente il loro album più interessante, proprio per l'inversione di marcia che hanno saputo mettere in scena e che avrà spiazzato molti vecchi fan e molti ascoltatori abituati a "Meganoidi contro Daitarn III".
Una cosa è certa: con lavori come questi nessuno rimpiangerà lo ska-punk dei primi lavori.

Voto: 8

sabato 28 marzo 2009

Chris Cornell - Scream (Interscope, 2009)

Questo disco di Chris Cornell è già stato stroncato abbastanza dalla stampa e dai critici, e non mi andava per questo di ripetere recensioni che possibilmente chi sta leggendo ha già visto altrove; purtroppo però il significato di questo lavoro solista dell'ex frontman di Soundgarden ed Audioslave lo si può spiegare solo come mera operazione commerciale atta probabilmente anche alla perdita di dignità, per cui oggettivamente i buonismi sono evitabili. Andiamo al dunque.
Il passato nel mainstream rock è ormai andato. Cornell ha imbracciato vie pop già con gli altri lavori solisti ma stavolta ha scelto una nuova via: quella dell'hip-hop e dell'R&B, ottimo modo per gonfiarsi le tasche (scelta alla quale probabilmente si riferisce anche la copertina in cui il cantante stesso è intento a sfasciare una chitarra elettrica). Comprensibile quindi la presenza di Timbaland come produttore, probabilmente uno dei più esperti in questo campo per quanto riguarda il genere che Chris ha preferito imbracciare per questo "Scream". Musicalmente quindi ci troviamo di fronte ad un album poco suonato, riempito di basi che spaziano da Busta Rhymes (evidentissimo in "Scream", che esula dalla forma singolo commerciale da rapper americano solo per la durata di 6 minuti) a quelle della Bjork degli ultimi lavori (in "Sweet Revenge" e "Time"), passando per sintetizzatori provenienti dalla musica popolare americana di Mariah Carey e per sezioni quasi corali molto care all'R&B. Inaspettata la presenza di alcune sezioni chitarristiche in pezzi come "Long Gone" e "Take Me Alive", unico stralcio di rock che possa spiegare l'affermazione di Cornell che ha esplicitamente ammesso di essere stato influenzato da Pink Floyd e Queen per questo disco. I pezzi più belli sono quelli come "Never Far Away" e "Climbing Up The Walls", dove si riprende quella forma quasi cantautorale che il buon Chris aveva esplorato nel lavoro precedente, “Carry On”, anche se con un approccio molto più "elettronico" dovuto ai pesanti imbastimenti di suoni ed effetti che probabilmente ha suggerito il buon Timbaland. Da lasciar perdere invece i pezzi dance-pop come quello d'apertura, “Parts Of Me”, canzone scontatissima e che evidenzia bene come due figure ambiziose come Cornell e Timbaland insieme possano produrre pezzi dal nullo valore artistico.
La produzione, come già detto, è buona e le sonorità di certo adatte al percorso che Cornell ha voluto seguire. Molto deludente è però la performance vocale di Chris, ritenuto da sempre una delle migliori voci del rock mainstream, ormai pesantemente rovinata e ridimensionata, ma che in questo CD ha perso anche quella voglia di osare che prima lo contraddistingueva. Solo nella hidden track, “Two Drink Minimum” troviamo quel Cornell leggermente potente che avevamo conosciuto soprattutto nei primi due dischi degli Audioslave, in cui sforzava per arrivare a certe note ma che dimostrava comunque le sue grandi doti canore. Questo album in ogni caso è un disastro che definirei un'accozzaglia di dance, R&B e pop/rock che non trova né capo né coda e che unisce chitarre e pianoforti a basi rap e coretti à là Lumidee/Ludacris senza riuscire a sfornare veri e propri pezzi da ricordare. Otteniamo quindi un prodotto per niente duraturo e che probabilmente non centra neanche l'obiettivo di guadagnare nuovi fan in un genere che ha da sempre i suoi capofila, nei quali Cornell certo non può aspirare di entrare.
Sconsigliato l'acquisto, da ascoltare solo per capire come anche un grande artista come Chris, pur di non vedere il portafoglio sgonfiarsi, sia disposto a vendersi e produrre dischi indegni d'essere chiamati tali.
Voto: 4


Recensione scritta per www.impattosonoro.it

sabato 21 marzo 2009

Pete Doherty - Grace/Wasteland (Emi, 2009)


E Pete Doherty arrivò al primo album da solista. Dal rilascio del primo album coi Libertines, nel 2002, per 7 anni è stato protagonista sia delle riviste di musica che dei giornali di gossip, famoso per la relazione con Kate Moss e l'abuso di droga, e poi come rockstar, leader dei già citati Libertines e dei più recenti Babyshambles. Questo disco che lo vede intraprendere la via solista non prosegue la carriera alternative rock degli altri 2 progetti, bensì apre spiragli più classici e più pop, con qualche vena cantautorale, anche grazie alla collaborazione con il chitarrista dei Blur Graham Coxon. Vediamo:

Grace/Wasteland è effettivamente un album vario e piuttosto valido. Si tratta di una serie di ballate, dodici per l'esattezza, alcune con il solo Pete da protagonista, che spaziano dal rock con influenze post-punk che siamo abituati a sentire dalle sue band, al pop inglese di Blur (“Last Of The English Roses”, il singolo, un pezzo molto orecchiabile sebbene cupo ed in puro stile brit-pop, ci ricorda i Blur di prima generazione) e The Good, The Bad & The Queen. Le canzoni fondate sulla chitarra e la voce di Doherty, da “Arcadie” a “1939 Returning”, passando per “Salome”, sono pezzi discreti, intimistici e valorizzati soprattutto dalla presenza di alcune orchestrazioni di sottofondo. “A Little Death Around The Eyes” è un pezzo più classico, con sonorità che abbiamo apprezzato in versione più pop negli anni 2000 dai Garbage. Piccole perle a loro modo sono “Through The Looking Glass”, con dei cambi inaspettati che la deviano dalla sua anima lenta e malinconica, e la successiva “Sweet By And By”, che si presenta come la canzone più “diversa” dell'album, vicina a generi più classici come il swing ed il jazz, quasi tutta basata su un piano saltellato che conferisce un tono meno scuro a questa parte del disco. “Broken Love Song” ricorda molto da vicino alcune produzioni dei Manic Street Preachers, soprattutto nel ritornello, e si presenta come un ottima ballata nonostante sia il pezzo meno statico del disco. Le tre tracce non citate non passano comunque inosservate e non tolgono nulla ad un album originale ed apprezzabile, in particolar modo per come testimonia una certa evoluzione artistica nel percorso di questo artista.

Unico difetto dell'album probabilmente la piattezza di alcuni pezzi che sono tutti godibili ma che a volte, soprattutto quelli più calmi, sembrano tutti simili tra loro. Inoltre Doherty, che in concerto ha dimostrato più volte di non possedere una tecnica vocale così esagerata, riesce a divincolarsi bene tra i piccoli cambi di atmosfera che ha sapientemente inserito in questo disco, e quindi pollice alzato per la sua performance. In ogni caso con una produzione all'altezza e un mix di suoni del tutto adatto questo album raggiunge un livello stilistico ed artistico notevole, che può potenzialmente piacere a tutti anche se chi sperava nelle influenze più punkeggianti dei Libertines rimarrà a bocca asciutta.

Così, mentre ci si aspettava un album oltremodo autoreferenziale da un artista sopra le righe come Doherty, ci imbattiamo in un'uscita completa e polivalente, che sicuramente sarà ricordata come una delle migliori di questo 2009 tra le uscite major inglesi. Consigliato ai fan del pop inglese e a chi vuole un sincero disco cantautorale.

Voto: 7,5



*Questa recensione è stata scritta per www.impattosonoro.it

venerdì 20 marzo 2009

Riaffiora - French Kiss EP (No-Pop/Emi, 2008)


L'EP French Kiss dei Riaffiora, trio pop/rock padovano già in circolazione da qualche anno, arriva in un momento in cui la scena italiana si sta riprendendo dalla crisi che l'aveva colpita nei primi anni del nuovo millennio. Già da qualche tempo la scena underground italiana si è rimessa in moto con l'evasione dalle sale prove di numerose band più o meno meritevoli che hanno trovato l'appoggio in quella ventata di fresco portata anche da internet. I Riaffiora sono uno dei tanti gruppi che si stanno proponendo al pubblico italiano, con notevoli meriti evidenziati dal prodotto che mi appresto ad analizzare più dettagliatamente.

Il loro pop/rock multiforme è rappresentato alla perfezione dalle 4 tracce di questo EP registrato a fine 2007. Troviamo veramente di tutto: dalle chiare influenze provenienti dalla scena alternative rock italiana degli anni '90, quella ormai "classica" di Afterhours e Marlene Kuntz per intenderci, a quello più sperimentale degli Sonic Youth, passando per il pop/rock commerciale straniero dei Placebo a quello italico delle Vibrazioni e dei Timoria. 4 ottimi brani, variopinti e studiati, che offrono numerose sfumature all'ascoltatore. Le veloci "French Kiss" e "Fino All'Estasi", caratterizzate dalle chitarre taglienti di Matteo, rivelano la natura aggressiva che i tre utilizzano in maniera inconsueta, contaminandola di melodie orecchiabili e radiofoniche, mentre le sperimentazioni più effettate ed introspettive rivestono l'ultimo brano, "L'Età Adulta di FC". Anche l'altro pezzo, "Senso", merita, con sonorità aperte alle contaminazioni di gruppi come Mogwai e Verdena, soprattutto quelli più calmi.
I toni intimistici della musica si coniugano molto bene con i testi di Andrea d'Amato, anche bassista, spesso incentrati sulla sensualità della figura femminile e con qualche riferimento sessuale neanche troppo velato (come suggerisce la copertina stessa dell'EP). Tecnicamente il gruppo si dimostra valido e colpisce soprattutto la precisione del batterista Paolo, mai banale nei passaggi e sempre all'altezza del tono dei differenti brani. La produzione di Max Trisotto è ottima, di qualità prossima a quella dei grandi prodotti major, ed alcuni arrangiamenti di tastiera fanno un eccellente lavoro nel riempire ulteriormente il suono di una band che ha saputo, con questo EP, dimostrare come anche i gruppi con pochi componenti sappiano produrre musica completa e vivace, senza ricorrere a polistrumentisti ed orchestrazioni che vanno sempre più di moda.

Alla fine, un ottimo prodotto di lancio per una band che meriterebbe molta più attenzione e che, si spera, ne avrà tanta nel futuro. Consigliato a tutti gli amanti dei gruppi citati nelle influenze. Pollice alzato per il "bacio alla francese" dei Riaffiora.

Voto: 8+

giovedì 19 marzo 2009

Papa Roach - Metamorphosis (Interscope, 2009)


Il quinto album in studio dei Papa Roach non merita un'introduzione tanto vasta semplicemente perché definirlo "l'ennesimo album dei Papa Roach" è il massimo che si possa fare. Effettivamente questo lavoro di Shaddix e soci non propone nulla che non avessimo già sentito soprattutto con "Getting Away With Murder" e "The Paramour Sessions", dove i quattro avevano iniziato ad abbandonare le origini legate al rapcore e al nu-metal per navigare verso lidi più alternative e più rockeggianti, senza mai lasciare da parte i riff potenti e graffianti che li contraddistinguono. Il risultato, che mi appresto ad analizzare più nel dettaglio, è un album omogeneo ma purtroppo senza nessuna innovazione.

Il disco si apre con una marcia dal tono epico, "Days Of War", un'introduzione di quasi 2 minuti che sembra dare veramente un taglio nuovo al disco, come il titolo "Metamorphosis" potrebbe suggerire, ma purtroppo tutti i cliché del quartetto di Vacaville tornano subito nei primi due pezzi. "Change Or Die" è un pezzo molto tirato, potente, tra i migliori del CD, anche se non regala niente ad un progetto ormai stantìo. "Hollywood Whore", primo singolo, ha un ritornello piuttosto melodico che ci ricorda le produzioni come "Scars" con le quali i Papa hanno provato, con successo, a penetrare nel mondo di MTV che già li aveva ospitati all'epoca di "Last Resort". La maggior parte dell'album è composta da pezzi catchy e dall'assoluta mancanza di spunti creativi, perché diciamocelo, questo genere è morto da anni. E' cosi che il singolo "Lifeline", il cui riff principale suona come un plagio della melodia di pianoforte di "Everybody's Changing" di Keane, è il pezzo migliore dell'album, con un ritornello molto trascinante ed adatto a perseguire uno degli scopi preferiti di Shaddix: il pogo ai concerti. Molti pezzi piuttosto banali passano inosservati, come "Live This Down" e "Carry Me", ripetizioni di numerosissimi pezzi già visti nei precedenti dischi. "I Almost Told You That I Loved" è un brano saltellato che sembra una cover di un recente successo dei Fall Out Boy, così come il pezzo conclusivo, "State Of Emergency", mediocre pseudoballata rock che conclude coerentemente un album che non arriva alla sufficienza, che si rifa molto ai primi Hoobastank. Insomma, un'accozzaglia di spunti che i Papa hanno tentato di utilizzare per rinnovarsi, senza riuscire nel tentativo di una "metamorfosi".

Dal punto di vista della produzione l'album è buono, sicuramente, grazie all'esperienza di Baumgardner che ha già lavorato con artisti del calibro di Evanescence e Sevendust, anche se ci si chiede se alcune canzoni siano adatte ad essere riprodotte in concerto per la stratificazione di distorsioni che richiederebbero più di un backliner per essere rese in tutto il loro barocchismo nei live. La tecnica del gruppo ha sempre lasciato leggermente a desiderare, se escludiamo la voce di Shaddix, sempre potente e precisa. La batteria di Palermo effettivamente è sempre la stessa dal primo disco e non trova mai modo di rinnovarsi, così come i riff che si basano sui soliti power chord che hanno usato ed abusato in tutta la carriera. Infine, i testi, che non meritano più di una letta, sono piuttosto banali e toccano i soliti temi che questo genere ormai ha riproposto in ogni modo, vale a dire qualche storiella sentimentale e un po' di riferimenti al sesso. Niente di nuovo neanche qui. Jacoby poteva a tutti gli effetti lavorare di più.

Insomma un disco che può essere sicuramente goduto e digerito dai fans più accaniti che avranno apprezzato anche il precedente The Paramour Sessions, a sua volta piuttosto banale, ma di poco impatto su chi ascolta altro, soprattutto il punk ed il metal di cui questi ragazzi hanno più volte dichiarato di volersi contaminare. Consigliato solo ai fans, per il resto...metamorfosi fallita.

Voto: 5-