lunedì 4 gennaio 2010

Kiddycar - Sunlit Silence (RAI Trade, 2009)



I Kiddycar, band toscana attiva da anni ed arrivata così al loro secondo disco dopo gli onori del primo (hanno riscosso un discreto successo anche oltremanica), propone un'interessante commistione di generi che ruotano attorno al pop e all'elettronica d'autore, tra atmosfere da camera che pulsano di un cuore post-rock e shoegaze, senza mai sembrare imitazione di nessun gruppo.
La voce quasi angelica, molto soft (per usare un banale inglesismo), della frontwoman Valentina Cidda fa la spola tra inglese e francese per raccontare, con testi piuttosto intimi (e resi tali anche dall'interpretazione della cantante), quasi una storia, che si sviluppa per tutto l'album. Resa verosimile dalla musica, che cambia tono quasi per sottolineare alcuni momenti e lasciarne al caso altri, dalla partenza prettamente dream-pop di Drop by Drop, poi spezzata dall'elettronica che quasi in crescendo contamina prima la ballad You Save Me From Understanding More (simile ad alcuni lavori dei Notwist) e poi la più elettrica (in particolare dopo la prima metà) Shapeless Clocks, per lasciare spazio di nuovo al pop, questa volta con un background più vicino a certo post-rock da camera (Balmorhea?), di Another Life, con la complicità di alcuni archi veramente atmosferici. Gli accenni shoegaze, noise e post-rock continuano in Shadow Butterfly, vissuta però con un animo più facilmente accostabile ai lavori solisti di Dave Gahan (Depeche Mode) o, ancora di più, di Thom Yorke (Radiohead), e, giunti a metà disco iniziamo ad apprezzare anche il lavoro sui suoni e sulla composizione che è veramente notevole. L'altra faccia della medaglia è però un songwriting originale in relazione a questo tipo di musica, ma ripetitivo se riferito alla musica degli stessi Kiddycar. In effetti l'album manca di una freschezza che ne permetta una digestione leggera e senza rallentamenti, e superata Hungry Sky Swings On The Deep e le sue chitarre che ci ingannano sui primi accordi di essere all'interno di un disco dei Pink Floyd, ascoltiamo altri cinque brani sicuramente tutti sopra la sufficienza (in particolare la ballad-pop C'est Drole, dai toni più sostenuti, quasi ballabili) ma senza quell'effetto sorpresa che calamitava l'attenzione sulle prime note del disco. La conclusione soffusa di Light Blue Sleep, con un sottofondo di pioggia battente, è comunque azzeccata e ci lascia con un bel ricordo di questo disco, malinconico e quasi downtempo, da vivere in maniera emozionale più che musicale, perché nonostante un songwriting che evidenzia le abilità compositive di Valentina è probabile che i Kiddycar debbano puntare più in alto nei lavori futuri per non rischiare di stagnare in un genere sicuramente apprezzabile ma che va approfondito seguendo altre strade. Per ora un disco discreto e che raggiunge picchi di eccellenza solo se ascoltato in certe situazioni.
Sunlit Silence”, tutt'altro che silenzioso, ha il suo perché. 
Voto: 7

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