giovedì 8 aprile 2010

Errors - Come Down With Me (Rock Action Records, 2010)

Tracklist


Gli Errors sono nientepopodimenoche una formazione scozzese, da Glasgow, pupilli dei Mogwai che se li sono coccolati per un tour europeo facendoli conoscere anche a chi non aveva mai scartabellato tra il loro MySpace e social network vari. Dopo un disco assolutamente brillante, fresco ed innovativo, propongono un altro prodotto di grandissimo livello, con un pizzico di sperimentalismo in più, pur senza creare generi o modificarne altri. 
Contiene, in ordine sparso: qualche grammo di eighties spremuti bene, una manciata di semi post-rock quasi connaturati pronti a germogliare in un probabile follow-up, arpeggini sottobosco di ballate elettroniche strumentali pseudo-progressive, suoni neanche troppo lo-fi ma che ricordano qualche vecchio sintetizzatore per Commodore 64. Bei tempi andati, con tutto il ben di Dio che nasceva. Va beh...
Definirli post-electro serve a poco, talmente poco che la definizione sarebbe sprecata. Però ci va vicino. Prendono con saggezza qualche cliché synth-pop ed elettronico per sistemarlo su nuovi canali, più vicini a quel tipo di colonna sonora che ti aspetteresti per una pubblicità d'auto (o una puntata di Top Gear). Provate voi, adesso, a rimanere impassibili davanti allo spettacolo che vi si pone davanti: ballad spezzate in momenti di furia drone, momenti di inesorabili rallentamenti da trip in acido, e forse anche la voglia di fuggire in un altro mondo, nella "spaziale" The Black Tent o nei toni smaccatamente post-cultura di Sorry About The Mess, con un suono di synth che ricorda colorazioni iridescenti e caleidoscopiche dai Grandaddy meno marcescenti e dai nostrani ...A Toys Orchestra. Lo so, gli Errors non li conoscono. Frenesia electro-dance con tunes particolarmente ballabili in Supertribe e A Rumor In Africa, quest'ultima facilmente riconducibile ai fasti del disco precedente, dove non mancavano le qui diffusissime possibilità di accostamento ai Battles o ai più commerciali LCD Soundystem. Si, ma quando non erano commerciali. Come suggerisce la partenza assolutamente azzeccata di Bridge or Cloud? con il suo nome vagamente psichedelico ed un accavallarsi di sintetizzatori quasi "console 16-bit". 
L'album si fregia in ogni caso di una produzione che dire eccelsa sarebbe riduttivo. Ascoltate un brano qualunque, poniamo Germany, ed esponete le vostre tesi su come sia possibile ottenere un sound così limpido e "al passo coi tempi" senza spendere mesi e mesi a registrare in studi ipertecnologici. Roba da major, lontana dagli Errors. E infatti ci hanno messo molto meno tempo, e sicuramente non ci hanno speso una fortuna. Ecco un'altra figata.  
Gli Errors non hanno ancora la stoffa per farsi conoscere dal grande pubblico però con un prodotto del genere, che rispetto al precedente garantisce una presa assoluta non solo su una forchetta di ascoltatori più ampia ma anche una miglior resa in studio (prima la differenza tra live ed album era veramente abissale), non possono far altro che assicurarsi un posto in prima fila per vedersi crescere nel numero di seguaci, magari rimanendo anche un po' interdetti. Perché la musica figa, negli ultimi anni, diventa sempre più appannaggio di tutti. Per me, problemi zero. Per voi? Gran disco. 

Voto: 8.5

domenica 4 aprile 2010

Linea 77 e Diva Scarlet @ Estragon, Bologna, 1 Aprile 2010



Alla faccia dell'invecchiamento. Qualche pezzo rallentato si, ma questi pestano fin troppo per l'età che hanno (non sono ancora agli -anta però si sa che per questo genere finire i venti è già traumatico).
Un concerto breve, come hanno sempre fatto. Intenso, come hanno sempre fatto. Distruttivo, come hanno sempre fatto. Peccato per l'Estragon semivuoto, anche se all'inizio sembrava la situazione dovesse andare molto peggio (e mi sembrava anche logico, visto che era giovedì e la gente che non si chiama come me dovrebbe anche lavorare). I Linea 77, formazione torinese ormai in giro da quasi vent'anni, hanno spaccato il culo, veramente. Tra la presentazione del nuovo disco, con canzoni di grande presa (il singolo Vertigine live è una bomba atomica), e le vecchie glorie come Fantasma, Evoluzione, Touch e Inno All'Odio, pogare era d'obbligo. Non mancavano neanche tutti i singoli del disco "Horror Vacui", dal quale citiamo le potentissime Il Mostro e Mi Vida, suonate impeccabilmente.

Sarà che le voci di Emo e Nitto sono sempre più stanche, ma i piemontesi sono veramente un'inarrestabile macchina da guerra, complici un basso ed una batteria che sparano fucilate, ed un suono pieno e carico come poche band italiane possono vantare. E infine, il movimento quasi tellurico dei fans divisi tra ragazzine abbracciate al fidanzato e pogatori folli che sprizzano sudore e voglia di far casino, a rendere il concerto ancora più intimo. Si sa che il pogo può essere tanto devastante quanto fraterno. Lungi da me decidere quale delle due per cui lascio a chi c'è stato l'ardua sentenza.
Quello che posso dire è che i Linea 77 nonostante l'avanzare inesorabile degli anni rimangono la crossover band più all'avanguardia in Italia, memori dei bei tempi in cui coverizzavano i Rage Against The Machine. In attesa del disco nuovo, veramente un gran inizio di tour. 


ps. Il concerto è stato aperto dal quartetto femminile bolognese Diva Scarlet, che hanno proposto venti minuti di alternative rock davvero potente, con un paio di cover (Bjork e Il Teatro degli Orrori) a completare l'opera. Ottimo il sound, più che buona la tenuta di palco. Eccellente il sound. Pollice alzato. 

venerdì 2 aprile 2010

The Maniacs - The Maniacs (Against 'Em All Records, 2009)


Tracklist


C'è chi si diverte a dare una durata temporale a un genere, come se gli stili musicali appartenessero solo e soltanto a certi periodi storici diventando poi così vecchi e fuoriluogo da dover essere abbandonati da chi li suona e, soprattutto, da chi li ascolta. Se per il punk rock non è mai così, essendo un genere che spopola più o meno da quando è stato creato, in tutte le sue neanche troppo diversificate sfaccettature, c'è però da ammettere che si sta sempre più stabilizzando, insieme alle due grandi famiglie dell'hard rock e del metal, come un'etichetta incapace di trovare scappatoie per evolversi, sempre troppo simile a sé stessa e che continua ad inciampare sugli stessi difetti.

I The Maniacs hanno qualche caratteristica diversa dai soliti Green Day, Offspring e nomi vari del panorama commerciale, e nonostante il genere sia quello (con qualche variante più hard rock) non tutte le canzoni hanno una struttura così "banale" come quelle delle band sopracitate. E' un punk/hard rock granitico, squadrato, senza tante variazioni sul tema ma molto diretto, che ha trovato in Olly degli Shandon/The Fire un produttore (e non che le band siano tanto diverse tra loro, peraltro), speranzoso di far ottenere la fama a questa formazione. Di meriti ce ne sono: una bella cover della celeberrima Maniac di Michael Sembello (avanti, la conoscete tutti...), un paio di potenziali hit per le stanche rotazioni di Virgin Radio (soprattutto Everyday) e un'attitudine pop nella composizione di alcuni passaggi comunque sempre potenti e all'altezza del genere proposto, come ad esempio My Idiot Dog e Money, Money, Money. C'è qualche incursione grunge, che li accosterebbe più ai Foo Fighters o ai Silverchair, ma non esageriamo con i paragoni. Parlasi di canzoni come Changing Myself, Crash e R. Democracy, dove non manca quello spirito punk rock che in questo caso è proprio ciò che trattiene le canzoni ad un livello qualitativo più basso rispetto a quanto potrebbero.
Niente in questo disco è particolarmente originale, neppure i testi. C'è da dire però che in un genere come questo, bistrattato in Italia e più generalmente in Europa, non avendo più niente da inventare, si gioca sull'orecchiabilità e sulla potenza, caratteristiche che i The Maniacs incarnano molto bene, proponendo quindi un lavoro fresco e a passo coi tempi. Se poi volevate sentire del "nuovo" punk rock, non so proprio dove lo potreste cercare. Ma non certo qui. Strumentalmente niente di eccellente, ma la produzione è piuttosto buona e nei pezzi più "calmi" (si fa per dire) si possono gradire particolarmente anche la qualità dei distorti più leggeri e del mix di batteria, simile a quello del gradevolissimo debut album dei The Fire, "Loverdrive".
In sostanza un bel disco che non ti propone niente di nuovo. E cosa vuoi farne di un disco così? Se sei un fan del genere, non lasciartelo scappare.


Voto: 6+

giovedì 1 aprile 2010

Marti Franco - Se Un Lupo In Una Giornata D'Estate... (Bibione Records, 2010)



Il 2010 è un grande anno per la musica italiana. Ogni genere ha i suoi musicisti a rappresentare quel filone, ma come la mettiamo quando si parla di un artista polivalente, impegnato a sfuggire da ogni etichetta per reinventare definizioni e delimitazioni varie. Trattasi di Marti Franco, icona della musica sperimentale rodigina, proveniente da una lunga tradizione familiare di suonatori di cornamusa presso bande militari e canto corale Le fondamenta della sua proposta vengono messe giù con intrigante genialità partendo dai tempi migliori del minuetto e passando per i toni del blues nero e della disco music, senza tralasciare l'industrial e la musica da camera. 
Nel suo nuovo disco, dodicesimo della sua carriera per la Bibione Records, intitolato ironicamente "Se Un Lupo In Una Giornata D'Estate..." (torneremo poi sui testi per un'analisi più approfondita), nove brani più una bonus track particolare, una suite di nove minuti di clarinetto registrata al contrario il cui titolo, Introspezione Notturna, dalle forti vocazioni mozartiane, si può leggere mettendo in controluce il libretto. Parlando delle altre canzoni, spicca sicuramente Gratta e Perdi, geniale e dissacrante critica sul mondo delle lotterie e del bingo, con una coda di glockenspiel influenzata dal reggae, con inserimenti di chitarra elettrica in puro stile black metal. Oppure Guerra di Montanari, richiamo ai partigiani in una chiave storicamente "nuova". La ballad folk-pop d'ispirazione islandese (Bjork, Sigur Ros, ecc.) contaminata da heavy metal e un incedere che ricorda lontanamente le musiche utilizzate per la danza del ventre, è supportata da un commovente e passionale testo sulla dipendenza da cioccolata di un partigiano vicentino. L'emozionalità legata alle liriche continua sconfinata in Quindici Donne Sulla Cassa Del Porto, in cui la vita di coppia è parafrasata in una specie di vecchio ballo di gruppo celtico in cui quindici donne danzavano a ritmo di tanghi e mazurche sfrenate suonate da bonghi e tamburelli. Il vero lato sperimentale-virtuoso di Marti Franco emerge con prepotenza nel grido di disperazione di Luna di Miele In Kosovo, un canto di protesta che parte con un classico giro di sol su chitarra acustica, il cui suono viene poi sovrapposto a sintetizzatori techno e un gran lavoro di doppia cassa alla batteria, di chiara ispirazione thrash metal. Il finale post-rock crea l'atmosfera giusta, lasciando spazio ai 90 secondi di rumori di onde che si infrangono sugli scogli (registrate con un microfono al largo delle scogliere croate personalmente dal cantautore) che fanno da incipit allo spettacolare strazio di Siamo Tutti Luca, una suite in quattro parti della durata di quattro minuti l'una, contro la discriminazione verso gli omosessuali, scritta in risposta a Povia (dichiaratamente, vedasi booklet), in cui si parte da un chiaro inizio space rock, passando per improvvisazioni jazz, impennate di archi a citare Beethoven e Chopin, per poi terminare in un assolo di xilofono suonato, come ogni strumento presente sul disco, dal buon Marti. 
I testi meritano un'attenzione in più. Si parla di quotidianità, come nella lode al caffè Senza Zucchero o nello sperticato elogio al pollice verde, Il Giardino Fiorito, che contiene un'imponente sezione di fiati a coprire un manto di tastiere registrate su due canali separati per creare un effetto cascata. Si parla poi anche di problematiche legate al sociale, come la presenza di barriere architettoniche per il protagonista di Il Tramonto del Minotauro, il quale non è il personaggio mitologico bensì un anziano signore che si ritrova montagne di multe perché l'ufficio dove doveva recarsi per pagarle non possiede una rampa per disabili. Franco usa un lessico volgare ma accostato a termini più raffinati ed eleganti, con un grande uso di metafore e metonimie legate ai campi degli alimentari e del lavoro, con qualche citazione di prodotti tecnologici per sottolineare il target "universale" del disco, rivolto sia a giovani inesperti che ad attempati cultori della musica sperimentale più d'avanguardia. Un disco per tutti i gusti. Da avere.


Voto: 8.5

mercoledì 31 marzo 2010

Riaffiora - Antonio P (Soviet Studio/Musicalbox, 2010)


Recensione Scritta per Indie For Bunnies
Tracklist


L'ambizioso progetto Antonio P. dei Riaffiora si presenta con una veste immacolata, spoglia di ogni caratteristica rock, per rimanere su un livello più onirico, spensierato, nonostante la malinconia onnipresente all'interno del breve lavoro. Non ci sono ostacoli per i Riaffiora, che continuano a comporre brani irreprensibili, dotati di una vena compositiva di altissimo livello e una produzione assolutamente invidiabile. Vediamo nei tre episodi che compongono questo EP la tristezza più completa, piegata alla musica dei padovani secondo i loro schemi, ben noti alla fan base, che però sono questa volta soffocati da un tetro distacco dal contesto "musica" per passare più a quello lirico/poetico. Non è un difetto. Non a caso ci si ispira liberamente alle "Ultime Lettere di Jacopo Ortis", di Foscolo, per parlare di inadeguatezza, di impotenza, di estraniamento. Questo avviene nella blanda ma commovente Vera Storia di Due Amanti Infelici, in cui la voce di Andrea D'Amato effonde tutta la drammaticità che il suo timbro sa produrre in un propagarsi di onde quasi noise che basso e pianoforte sanno sciogliere in un unica, sapida, miscela pop. Lo stesso avviene per la title-track Antonio P. che inghiotte le poche citazioni "verdeniane" presenti nel vecchio repertorio del trio cittadellese per definire un nuovo livello di musica "alternative", molto meno stereotipato e personale. Singolo indimenticabile. Avviene invece una strana fuga dal pop/rock sempre da loro proposto in Sospesi - Tema di Antonio, duecentoquarantatré secondi netti di melodia che racconta senza le già commosse parole del singolo la storia di Antonio, la sua alienazione, la sua fuga dal livello terreno. Una strumentale da non sottovalutare, perfetta in ogni suo secondo e momento. Un brano che cauterizzerà ogni definizione di "chamber pop", che non è quello barocco o post-rock, né quello evanescente dei compositori d'avanguardia, ma bensì più palpabile, "terrestre", quasi plasmato con lo stesso surrealismo con cui sono state composte le parole delle due canzoni, aiutate nella loro resa melodrammatica da violini e pianoforte, elementi nuovi per la formazione veneta.

Insomma un EP da non perdere, che anticipa un disco che si spera arrivi davvero, dopo tutti questi anni di continue corse e rincorse per produrlo e, per noi, aspettarlo. I Riaffiora valgono davvero ogni secondo speso ad ascoltarli, e se c'è una band che incarna perfettamente lo spirito pop/rock tipico della traduzione italiana senza categorizzarsi in quegli stilemi ormai troppo abusati (alternative, indie, "catchy", ecc.) questi sono proprio loro. Pollice alzato. 


Voto: 8

April and Performances

I mesi più caldi dell'anno sono in arrivo, e con loro una montagna di live. A Good Times Bad Times si è deciso da tempo di dedicare un post mensile ai concerti più cool del nord Italia. Non si parla di Laura Pausini, né dei Negramaro, sia chiaro. E c'era pure la rima.
Ecco una piccola listarella:

01.04.2010 LINEA 77 - Estragon, Bologna
06.04.2010 THEE SILVER MT. ZION - Unwound Club, Padova
06.04.2010 LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA - Teatro Espace, Torino
07.04.2010 AHLEUCHATISTAS - Tetris, Trieste
07.04.2010 LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA - Teatro Duse, Bologna
08.04.2010 AHLEUCHATISTAS - Locomotiv Club, Bologna
09.04.2010 LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA - Teatro Palladium, Roma
09.04.2010 MOLTHENI e IL PAN DEL DIAVOLO - Locomotiv Club, Bologna
09.04.2010 THESE NEW PURITANS - Estragon, Bologna
09.04.2010 TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI - New Age, Roncade (TV)
10.04.2010 CARMEN CONSOLI - Gran Teatro, Padova
10.04.2010 SILVER ROCKET - Zuni, Ferrara
10.04.2010 GIULIANO PALMA & THE BLUEBEATERS - CSO Rivolta, Venezia
11.04.2010 THE VICKERS - Zuni, Ferrara
15.04.2010 THE BURNING HELL, SHOTGUN JIMMIE e CONSTRUCION & DEDUCTION - Zuni, Ferrara
16.04.2010 CARMEN CONSOLI - New Age, Roncade (TV)
17.04.2010 PIOTTA e ULTIMA FASE - CSO Pedro, Padova
17.04.2010 MOTEL CONNECTION - Estragon, Bologna
17.04.2010 LINEA 77 - New Age, Roncade (TV)
17.04.2010 LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA - Teatro Parenti, Milano
18.04.2010 MISFITS - New Age, Roncade (TV)
21.04.2010 65DAYSOFSTATIC - Locomotiv Club, Bologna
23.04.2010 PRODIGY - Palabam, Mantova
23.04.2010 MY AWESOME MIXTAPE - Zuni, Ferrara
23.04.2010 LINEA 77 - Mac2, Schio (VI)
24.04.2010 SIR OLIVER SKARDY - Fahrenheit 451, Padova
25.04.2010 THE WAVE PICTURES - Zuni, Ferrara
26.04.2010 MOUTH OF THE ARCHITECT - Locomotiv Club, Bologna
30.04.2010 TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI - Estragon, Bologna
30.04.2010 PUNKREAS - New Age, Roncade (TV)

martedì 30 marzo 2010

Serj Tankian - Elect The Dead Symphony (Reprise/Warner/Serjical Strike, 2010)


Tracklist


Con notevole ritardo rispetto all'iniziale tabella di marcia ecco spuntare negli scaffali dei negozi (si fa per dire...) "Elect The Dead Symphony", il live di Serj Tankian che ripropone la scaletta dei concerti elettrici seguiti all'uscita di "Elect the Dead", primo album solista, con un'orchesta filarmonica di settanta elementi. Trattasi della prestigiosa Auckland Philarmonia Orchestra, che ha impreziosito questo pregiato prodotto con i suoi archi e fiati, suonati ovviamente da professionisti che hanno eseguito gli splendidi arrangiamenti di John Psathas, compositore neozelandese. L'incredibile voce di Tankian, potente e versatile come pochi, ha fatto il resto.

Nella scaletta praticamente tutto il disco di debutto più qualche inedito, sui quali spicca la vecchia conoscenza dei fan dei System Of A Down Blue e un brano già sentito per i live di Axis of Justice, lasciato fuori dall'ultimo disco dei SOAD "Hypnotize", The Charade, dagli arrangiamenti molto pomposi. Ancora più "baroccheggianti" quelli di Feed Us, Empty Walls e Sky Is Over, che rendono in maniera davvero sublime in questa nuova veste orchestrale, per la quale si spera un buon seguito con i prossimi concerti che il cantautore armeno proporrà come conseguenza alle reazioni di questo lavoro. Non c'è molta varietà in un concerto così, ma si ascolta ogni singola nota prodotta dagli orchestrali, a supportare una voce che non stona mai, si spera non grazie a sovraincisioni o filtri di sorta, utilizzando anche le conoscenze ereditate dalla tradizione classica e lirica che il buon Serj ha studiato (si parla di un diploma a riguardo). Alcune canzoni tuttavia non trovano la collocazione giusta con l'orchestra: trattasi soprattutto di Lie Lie Lie, un po' troppo "fuori fuoco", sbilanciata tra i ghiribizzi dell'orchestra e le liriche sempre precise e coinvolgenti del protagonista, in questo caso un po' soffocate dagli elementi acustici. Incredibili invece le versioni di Beethoven's Cunt e Honking Antelope, che non brillavano particolarmente nel disco ma che in live hanno un'aura quasi magica, ovviamente grazie all'apporto tecnico ed "atmosferico" degli strumenti "classici" utilizzati in questa occasione.
Tankian dovrebbe tornare ai SOAD. E' quello che pensano in molti. In ogni caso dopo un disco di debutto di tutto rispetto, fa uscire un live di grande presa, caratteristico nonostante non sia il primo né l'ultimo a farne uno di questo genere. L'orchestra garantisce sempre un'incredibile qualità musicale, ma sono gli arrangiamenti di Psathas e la voce di Serj a farla da padroni in una performance del genere, con una voce che fa miracoli e musiche super-coinvolgenti. Non lasciatevelo scappare. 


Voto: 8

lunedì 29 marzo 2010

Le Vibrazioni Live @ New Age, Roncade (TV) 26.03.10



Non c'è forse un gruppo italiano più sottovalutato delle Vibrazioni. Non è un fatto di crederli peggiori di quello che sono, ma semplicemente di ignorare le loro reali potenzialità, quelle che emergono solo in un concerto, o con un'analisi accurata delle musiche. Sarà anche che molti dei singoli fanno parte di quella sezione mediocre del repertorio per la quale hanno ottenuto la notorietà, diventando pertanto "famosi" grazie a canzoni banali ovvero inutili per comprendere le loro qualità e "odiati" agli occhi di quel capannello di rockettari/metallari "sapientoni" che non li vogliono considerare parte della cerchia. O semplicemente li temono.

La verità è che il concerto al New Age del quartetto milanese, come già i due DVD lasciavano immaginare, è stato un concentrato di novanta minuti di "puro rock'n'roll", utilizzando un lessico vicino a quello del sempre coinvolgente ed egocentrico frontman Francesco Sàrcina, con l'esecuzione di ben otto canzoni (e mezza) delle undici dell'ultimo disco, Le Strade del Tempo, e alcune delle più cariche dei primi tre lavori, tra le quali spiccano senz'altro Seta, Sani Pensieri, L'Inganno del Potere e Su Un Altro Pianeta, cantate a squarciagola dai fan sopraggiunti anche da non molto vicino per questa data (il club tour per l'uscita di questo album in effetti non lascia molta scelta ai seguaci). Qualche momento più lento, diciamo (non spregiativamente) commerciale, è dato da Respiro, molto meglio live che in studio (come gran parte delle nuove canzoni, la cui resa live, vedasi la title-track oppure Va Così e Le Sirene Del mare, sa stupire) e l'immancabile Raggio Di Sole. Scenetta già nota agli aficionados in Drammaturgia, molto "involving" in concerto ma che viene forse prolungata in maniera esagerata, rubando spazio che poteva essere occupato con qualche "sorpresa". Ma senza lamentarsi troppo per una setlist in realtà molto interessante, e neanche troppo banale (soprattutto l'assenza di Ovunque Andrò, Dimmi e Dedicato a Te, un vero toccasana per l'atmosfera "totale" della serata), c'è da dire che pochissime band in Italia possono vantare un sound così pieno e compatto, aiutato da brani assolutamente adatti ad essere eseguiti in concerto (dato da non sottovalutare) e abilità tecniche dei singoli strumentisti sicuramente sopra la media. Con un numero di errori praticamente vicino allo zero ed una tenuta di palco da vere rockstar, brillano ognuno per caratteristiche proprie, passando inevitabilmente per la "pacca" ineguagliabile di Alessandro Deidda alle pelli, elemento determinante per il fattore live. Il calore del pubblico fa il resto, sottolineando ulteriormente la buona riuscita della performance, alla fine della quale i componenti della band come da copione escono per qualche foto. 
L'invito è quello di approfondire Le Vibrazioni soprattutto nel loro aspetto rock, che si evince più dai concerti che dai dischi (perlomeno se ascoltate gli ultimi due), i quali non sono solo performance in piccole situazioni dal clima molto intimo, ma anche spettacoli dove si respira quella brezza "speciale", tipica delle grande occasioni. Sarà che nonostante tutto quello che hanno ottenuto, questi quattro meritano molto di più. Eccome se lo meritano. 


domenica 28 marzo 2010

Intervista a EDO

INTERVISTA SCRITTA PER INDIE FOR BUNNIES

Edoardo Cremonese, in arte Edo, è un artista padovano trapiantato in terra milanese negli ultimi tempi. Propone un cantautorato non troppo raffinato, affezionato alle sue origini, colmo di provincialismi e, soprattutto, di ironia dall’impronta giovane. Per certi versi, l’anima dell’universitario tradotta in musica. Con il suo ultimo lavoro, “Naso A Tramezzino EP”, registrato nel suo armadio, prova ad entrare nel giro che conta della capitale dell’indie italiano. L’abbiamo contattato per chiedergli qualcosina sulla sua attività e sulla sua visione della musica, e questo è il risultato. In forma di chat, per fare concorrenza a Rolling Stone.

Allora ciao Edo, come butta? Dono qui per una chiacchierata sul tuo progetto, tempo per qualche domanda?
Ciao Brizz tutto bene te?
Tutto bene grazie, anche se sicuramente te la passi meglio tu in quel di Milano! allora, la prima domanda introduttiva può essere un po noiosa ma facciamola lo stesso dai… parla un po’ di te, da quanto suoni, cosa suoni e perché suoni. di quello che vuoi…
Allora non ricordo da quanto suono però so dirti che principalmente suono la chitarra acustica e canto, poi se serve suono anche qualcos’altro…ma solo se serve…
Diciamo un po’ per contornare? Principalmente usi un’impostazione da cantautorato, ma questo lo sappiamo già. Di cosa parlano i tuoi pezzi e a cosa ti ispiri per comporli? 
I miei pezzi parlano delle cose curiose che possono accadere a me come anche agli altri e cerco di metterli sempre in una chiave più ironica possibile, perché credo che senza ironia saremo perduti
Il brano “Coinquilino Fernando”, dal tuo nuovo ep, ne è un grande esempio. E sempre nel nuovo lavoro, di cui se vuoi puoi parlare, c’è anche un pezzo con delle citazioni di Antonio Albanese. sei un fan? 
Si Antonio é il mio attore e comico italiano preferito fin da bambino. Oltretutto ha sempre mantenuto una certa coerenza in quel che fa (che non è da pochi) e mi é venuto naturare omaggiarlo con un pezzo!
Senz’altro Albanese è uno degli attori comici (e non solo comici) più rappresentativi d’Italia, e dire che se lo merita è ancora poco…un gran personaggio e una grande persona. Avvicinare un comico alla musica è stata una cosa per certi versi innovativa, in cos’altro ti reputi un artista che può contribuire con qualcosa di nuovo in ‘questo’ panorama alternativo italiano? 
Non lo so, onestamente non ci penso mente compongo o registro, pero riascoltando l’ EP sono contento perchè viene fuori un lato di me anche troppo autentico poi….. de gustibus.
Certo, beh molti artisti si preoccupano più di citare influenze ed ascolti vari, risultando così quasi dei mosaici di altre cose, con prodotti poco innovativi. Non è il tuo caso, e il tuo ep lo attesta appieno. E della copertina che mi dici? Questo coccodrillo in bianco e nero vicino al tuo faccione… 
Si, la copertina viene da un quadro di un bravissimo artista toscano, Jacopo Pischedda, che ho conosciuto qui a Milano. Mi piaceva l’ idea che quel coccodrillo stesse per mangiarmi la testa…(ride, ndr)
Un’idea tipo pesce grosso mangia pesce piccolo? No suppongo non c’entri niente, ma mi piace delirare. Quale futuro ha questo ep? Precede un album, un tour, o cosa? Insomma, quali sono i tuoi progetti per questo tuo periodo milanese? 
Qui a Milano sto conoscendo un sacco di gente e c’é tutto il giro giusto e l’aristocrazia della musica che gira. Io sono ancora un piccolo satellite ed é bello che il futuro sia incerto, felicità a momenti haha. Comunque sicuramente registrerò ancora! Scusa interrompo un attimo, vado a prendermi la Nutella e un po’ di crackers, ho cali d’affetto…
Va tranquillo uomo! Comunque senz’altro sei nel posto giusto, e ti auguro il meglio possibile. Per non tirarla troppo per le lunghe vado verso la chiusura dell’intervista con una domandina trabocchetto. Qual è la tua visione della musica in Italia in questo momento? dove pensi andrà a finire la scena alternativa. e come ti ci trovi? Un po’ parlando della tua esperienza
Milano è il posto giusto sicuramente, sei circondato da un sacco di gente che riesce a camparci con la musica, e questo mi stimola….fammi entrare per favoreeee nel tuo giro giusto…hahahha
Citiamo Bugo qui eheh. 
Si si! Vorrei precisare come ho registrato l’EP, se mi permetti.
Certo, avevo sentito delle leggende metropolitane sulla registrazione del tuo ep, spiegaci. 
Lo ho suonato e registrato dentro un capiente armadio di casa mia a Padova. Ci ho suonato tutto quello che ero in grado di prendere in mano e mi son divertito un casino…poi al missaggio e al mastering ci ha pensato il mitico Manuel Massarotto et voilà! Ora devo scappare perche si sono connessi personaggi loschi sulla mia chat e ho paura, mooolta paura.
Bene se non hai nulla da aggiungere, i migliori auguri per sfuggire da questi loschi personaggi e ci risentiamo presto. Bye!

venerdì 26 marzo 2010

Virginiana Miller - Il Primo Lunedì Del Mondo (ZAHR/Altrove, 2010)

Tracklist


Se il primo lunedì del mondo lo fai coi Virginiana Miller non avrai certo una vita di sorprese. Questo per dire che se uno ascolta i VM non si fa sicuramente l'idea della tipica band che parte da un punto per raggiungere obiettivi distanti, magari seguendo piste diverse per non diventare mai banali. Dal primo disco, distante ormai tredici anni, non sono cambiati di molto, ed è forse un bene per la piccola fan base che li ha sempre seguiti. Non per questo l'ultimo loro album si presenta vuoto di contenuti, e raggiunge comunque picchi di apprezzabile livello artistico. 
In tutto questo ennesimo sforzo dei toscani si respira un'aria melodica, profondamente influenzata dal vecchio lessico proveniente dai più soffusi CCCP e Marlene Kuntz, in qualche misura vicini a shoegaze e post-rock, nei lavori di chitarra, generi dai quali prende la distanza per il grande utilizzo della voce. Le linee vocali di Simone Lenzi, sempre uguale a sé stesso diventando in questo modo "speciale" rispetto ai tanti gruppi comunque simili che costellano il panorama italiano, danno la giusta dimensione all'importanza dei testi, a tratti intimi in altri più dispersi a rincorrere i cliché del lemmario alternative italiana, ma senza problemi di "insensatezza" et similia (no, non si copiano i Verdena, anche perché i VM sono nati prima). Si parla di "satanico nord-est" in L'Inferno Sono Gli Altri e il suo sfondo quasi folk reinterpretato dalla mente noise-leggera della band livornese, come nella sommessa agonia di Cruciverba o in La Carezza del Papa, col suo retrogusto di critica che vuole uscire libera ma che si trattiene. Giorgio Canali musicalmente, un cantautore pop qualunque nell'approccio. Gran pezzo, gran pezzo, "anche un calcio nel culo fa bene, come segno di amore sicuro, di contatto e calore animale senza tante parole" . Altri episodi degni di nota sono sicuramente la traccia di apertura Frequent Flyer, unico momento anglofono del "primo lunedì del mondo" (quello poi sviscerato in lungo e in largo nella seconda Lunedì, altra ottima canzone), e Acque Sicure, con il monito "apri gli occhi e resta a galla". Abbastanza a passo coi tempi come consiglio no?
Strumentalmente, anche dalle esperienze live con cui la band ha rallegrato tutta l'Italia negli ultimi due lustri e mezzo, la band ha dimostrato di cavarsela. Nell'album non si sente particolarmente, per un uso molto spesso minimale del comparto ritmico, che svolge comunque in maniera ottima il suo ruolo di supporto ad una sezione protagonista, di chitarre, piani e voce, di tutto rispetto. L'intesa tra le tue parti è infatti eccellente. Ciò che manca al disco per superare alcuni dei precedenti lavori dei VM (soprattutto Gelaterie Sconsacrate) è quella ventata di fresco e di novità che dava l'album citato all'epoca, ormai superato da una marea di band che propongono la stessa cosa e dagli stessi colleghi di Lenzi, che si sono con il tempo dispersi ad imitare le loro medesime caratteristiche. Come dire, ci si aspettava di più. Ma d'altro canto quando una formula funziona non ha sempre molto senso cambiarla, per cui chiudendo un occhio e mezzo, e accontentandosi, questo potrebbe essere uno dei dischi "da ascoltare" di questo buon duemiladieci. From Livorno to the aficionados.


Voto: 7-

giovedì 25 marzo 2010

Asia - Asia (Geffen Records, 1982)


Qualcuno ha fantasiosamente definito gli Asia "l'ospizio dei musicisti progressive", e magari, senza essere così cattivi, non si può nemmeno dare torto al 100% a quest'affermazione.
Infatti, i musicisti di questo disco sono John Wetton alla voce e al basso (King Crimson, UK, Family), Steve Howe alla chitarra (Yes), Geoff Downes alle tastiere (Yes, The Buggles) e Carl Palmer alla batteria (Emerson, Lake and Palmer, Atomic Rooster), che però suonano musica per lo più tendente al pop, magari non emozionante, ma efficace e ben congegnata, con solo "Wildest Dreams" e "Time Again" che accennano leggermente al prog, la prima di queste addirittura contenente un assolo di batteria.
Poco da dire sulla tecnica dei musicisti (eccelsi), sulla voce di Wetton (splendida) o sulla produzione (suoni cristallini e puliti), ma purtroppo si fa lo stesso discorso anche sulla musica: nessun brano, infatti, lascia particolarmente il segno anche se d'altra parte nessun brano (a parte l'orrida "Only Time Will Tell", uno scempio che sarebbe potuto uscire dai peggiori Europe) è particolarmente offensivo.
Certo, la famosissima hit "Heat of the Moment" è irresistibile, la ballata "Without You" è emozionale e offre una splendida prova vocale di Wetton e "Sole Survivor" è accattivante e energica, ma nessuno di questi brani è esattamente un capolavoro.
Il brano migliore del disco è probabilmente "Cutting it Fine", riuscita nell'arrangiamento, nella scelta delle melodie e nella costruzione in se del brano (anche se il finale, di per se bello, è rovinato da un infelice suono di tastiere).
Come potete immaginare non è assolutamente un disco essenziale, ma è pur sempre un elegante pop suonato brillantemente e l'ascolto di questo album non provocherà certo disturbi gravi alle vostre orecchie. E poi la copertina è fighissima!

Voto: 7

mercoledì 24 marzo 2010

Toto - Turn Back (Columbia, 1981)


I Toto sono tra i maestri della musica soft elegante e raffinata. Questo "Turn Back" di cui parliamo oggi è il loro terzo album e benché godibile, non è il loro album migliore. Ho scelto proprio questo album, però, perché ingiustamente dimenticato e molto oscuro rispetto al loro catalogo. Sebbene qualche brano ("English Eyes") sia entrato nel repertorio del gruppo come cavallo di battaglia, non c'è pressoché nessuna hit e il brano più famoso è la ruffiana "A Milion Miles Away", anche se certo non raggiunge le vette di alcune loro future e passate hit come "Africa", "99", "Hold the Line" e "Rosanna".
La formazione è quella iniziale, con la mitica sezione ritmica Jeff Porcaro (batteria) - David Hungate (basso), una vera e propria macchina da guerra che rende il sound compatto e potente, e la magica voce di Bobby Kimball, ragazzotto che anche oggi a 63 anni è capace di fare cose straordinarie.
Come ho detto prima, "Turn Back" non è esente da punti deboli: poco riuscito infatti è il rock di "Live for Today" e eccessivamente melense risultano "I Think I Could Stand You Forever" e "If It's the Last Night".
Il resto dell'album però, è assolutamente pregevole: il suono tagliente e deciso di brani come "Gift with a Golden Gun" e "Goodbye Eleonore" è una delle vette dell'album, e la title-track è una piccola gemma dimenticata, con atmosfere dark e cupe riuscitissime.
Ottima anche la già citata "English Eyes", con un potentissimo Steve Lukather nel suo massimo splendore.
Parole di lode anche ai tastieristi David Paich e Steve Porcaro, che riescono a dare un buon contributo al sound del gruppo senza cadere nel kitsch e nella banalità.
Non è il migliore disco dei Toto, ma c'è abbastanza per potersi divertire, ed è una ulteriore dimostrazione della dimostrazione della bravura dei Toto sia dal punto di vista compositivo, sia da quello strumentistico.
A volte, eccessivamente sottovalutati, i Toto sono un gruppo da riscoprire e da studiare, soprattutto dai giovani musicisti.

Voto: 7/8

lunedì 22 marzo 2010

Curved Air - Air Cut (Warner Bros, 1973)


I Curved Air, assieme ai Renaissance, sono uno dei pochi esempi di progressive con voce femminile. L'album di cui parliamo oggi si potrebbe definire il primo album dei "nuovi" Curved Air.
Infatti, di membri storici, su questo disco c'è solo l'ottima (e sexyssima) cantante Sonja Kristina Linwood (anche se al basso c'è comunque Mike Wedgwood, che aveva suonato nell'ultimo album dei "classici" Curved Air, "Phantasmagoria"), mentre non c'è traccia di Darryl Way, storico violinista del gruppo. Al suo posto, vi è un giovane, all'epoca sconosciuto, il grande Eddie Jobson, qua solo 17enne, che ricopre anche il ruolo di tastierista, ed è responsabile di molti punti alti di questo disco (tra cui il capolavoro "Metamorphosis", di cui parleremo tra poco). Jobson faceva parte di un gruppo chiamato Fat Grapple, che non incise nessun album, ma che riuscì ad andare come supporter ai Curved Air, i quali rimasero strabiliati dalla bravura di questo giovane, ma esperto, musicista. Dopo un concerto, i Curved Air invitarono Jobson nel backstage col violino e gli fecero suonare "Vivaldi", un loro cavallo di battaglia, e rimasero a bocca aperta, perché il ragazzo aveva imparato a suonare anche le parti che in studio erano state ottenute grazie alle sovraincisioni. Così, quando l'anno successivo, i Curved Air ebbero una frattura interna, Sonja Kristina non ci pensò due volte e arruolò il giovane Jobson.
Alla chitarra troviamo l'ottimo Graham Gregory, detto Kirby, che assieme al batterista su questo album Jim Russell formerà l'anno successivo gli Stretch (nei quali militerà anche Nicko McBrain degli Iron Maiden).
Wedgwood e Jobson sono responsabili della maggior parte delle composizioni dell'album. Il primo è infatti l'autore dell'ottima "U.H.F.", un brano ben costruito, con tanto di fade out a metà pezzo a la Gentle Giant, che alterna grintosi riff di chitarra e incastri di basso/violino a delicatissime sezioni con piano, della Skynyrdiana "Two Three Two" dove ha anche il ruolo di cantante solista (la sua voce ricorda un po' quella di Paul McCartney) nella quale la sezione ritmica, supportata dal piano, fa un lavoro ineccepibile, e di "World", intermezzo in stile anni 30 che forse serve ad alleggerire la tensione dopo di "Metamorphosis".
Jobson contribuisce invece alla dolce e tenue "Elfin Boy", e soprattutto alla succitata "Metamorphosis", indubbiamente il brano migliore del disco, che presta molta fede al suo titolo. Alla grandiosa introduzione di piano, segue una trionfale marcia con sapiente uso di organo e di chitarra che pur facendo poche note separate fa un lavoro atmosferico ineccepibile e con una melodia vocale orecchiabile. A questo segue una lunga sezione di piano alla quale si aggiunge tenuemente la voce che introduce un trionfale ritorno di tutto il gruppo supportato dall'organo e sorprendentemente, un finale honky tonk, possibile omaggio a Keith Emerson (che ha chiaramente influenzato Jobson).
Tuttavia Kristina non si lascia certo mettere i piedi in testa, e compone l'ottima "Easy", il brano di chiusura del disco, brano pop non convenzionale, incredibilmente complesso, e ben studiato: sia nell'alternanza tra la sua voce calda e suadente e quella acerba (ma gradevolissima) di Wedgwood, sia nelle ottime prove virtuosistiche di chitarra e di moog, e, infine, anche nella bella sezione strumentale a metà brano.
Completano l'album lo strumentale "Armin" (con il violino in grande risalto) che è quanto più si avvicini a "Vivaldi" in tutto l'album, e l'hard rock di "Purple Speed Queen".
L'album non ha veri e propri punti deboli, e nel complesso risulta molto buono, diverso dal prog tradizionale. I Curved Air non hanno mai fatto veri e propri capolavori, ma la loro musica si è sempre mantenuta a livelli pregevoli, consentendo loro di creare una serie di album buoni nei quali c'è sempre almeno qualcosa di positivo o di notevole.
Se vi interessa vederli dal vivo, i Curved Air si sono riformati da un paio di anni, con il ritorno di alcuni membri originali, tra cui il grande Way, e hanno in programma qualche concerto in Maggio. Chissà che non approdino anche in Italia!

Voto: 8

domenica 21 marzo 2010

King Crimson - In The Wake of Poseidon (Island Records, 1970)


In che razza di situazione si trovava Robert Fripp quando iniziarono le session per "In The Wake of Poseidon"?
Quasi tutto il gruppo lo stava abbandonando: Ian McDonald (fiati) se n'era andato e Greg Lake (basso e voce) e Michael Giles (batteria) avevano appena deciso di seguirlo (Lake avrebbe formato i celeberrimi Emerson, Lake and Palmer mentre Giles collaborerà con McDonald per un album a nome McDonald and Giles).
Fripp quindi si trovò di colpo da solo con Peter Sinfield, il paroliere del gruppo. Con varie suppliche tentò comunque di convincere i membri uscenti del gruppo a restare per lo meno per le registrazioni del disco.
Giles accettò, McDonald rifiutò, e Lake volle registrare solo le parti cantate (tranne "Cadence and Cascade", cantata da Gordon Haskell che sostituirà Lake al basso e alla voce per l'album successivo, "Lizard") in cambio dell'impianto vocale dei King Crimson.
Il rimpiazzo bassistico di Lake, per questo album, era il fratello di Giles, Peter, mentre Mel Collins sostituì in pianta stabile McDonald ai fiati (e più avanti, anche al mellotron). Ad arricchire il suono venne aggiunto anche il pianista Keith Tippett, che non fu mai un membro ufficiale del gruppo, ma che collaborò anche altre volte con loro. Ovviamente, Fripp manteneva il suo ruolo di chitarrista, suonando però anche il mellotron.
Questa situazione molto fratturata risentì in parte anche sulla musica: indubbiamente infatti, molto dell'album attinge dal precedente "In The Court of the Crimson King" ("Pictures of a City" -> "21st Century Schizoid Man", "Cadence and Cascade" -> "I Talk to the Wind", "In the Wake of Poseidon" -> "Epitaph"). Ma questo però non è un buon motivo per disprezzare la musica qua contenuta, o per ignorarla: questo album infatti, offre comunque moltissimi spunti di interesse.
Il disco è intermezzato da tre brevi episodi intitolati "Peace". A parte il secondo dei quali, molto struggente (Fripp solo con l'acustica), sono però uno dei punti più bassi del disco (uno dei rari casi dove la voce di Lake risulta irritante) e anche la riedizione di "Mars: Bringer of War" del compositore Inglese Gustav Holst, qua intitolata "The Devil's Triangle" va troppo per le lunghe, e l'unico momento che sembra catturare la mia attenzione è quando durante il caos finale spunta dal nulla un frammento di "In The Court of the Crimson King".
Il resto del disco, però, è tutt'altra storia. La magistrale "Pictures of a City" (originariamente intitolata "A Man, A City") offre un ottimo contrasto tra forte e pianissimo, e la melodia vocale in se è eccellente. La title-track sebbene sia, come già citato, una specie di copia carbone di "Epitaph", a mio parere le è superiore (musicalmente parlando almeno): la voce di Lake risulta splendidamente, l'intermezzo strumentale ("Libra's Theme") è stupendo e il mellotron da il giusto tocco epico necessario. Secondo me, è il capolavoro del disco.
"Cadence and Cascade" è una dolce oasi tra questi due brani epici e "Cat Food" è un brano stranamente orecchiabile per i canoni Crimsoniani (sebbene vi sia una parte di piano molto free jazz) non a caso pubblicata anche come 45 giri (alcune edizioni in CD includono anche il lato B di "Cat Food", ovvero "Groon", un delirio strumentale di due minuti e mezzo come solo Fripp sapeva creare, che dal vivo, verrà esteso oltre i quindici minuti, come testimonia il live album del 1972 "Earthbound").
Tralasciando volontariamente i testi di Sinfield, che sono di difficile interpretazione, e per i quali bisognerebbe spendere paragrafi interi, "In the Wake of Poseidon" risulta sicuramente inferiore all'album di debutto, ma i lati positivi del disco sono talmente alti e il disco è suonato talmente bene, che sarebbe semplicemente ingiusto ignorarlo. Però procuratevi prima "In the Court of the Crimson King", ovviamente!

Voto: 8+

venerdì 19 marzo 2010

Duchenne Music Project - Duchenne Music Project (Inconsapevole, 2009)

Tracklist


Le spiegazioni sono dovute. Cos'è Duchenne Music Project? La biografia del progetto è la seguente: Matteo Caldari e Alessio Carli, di Inconsapevole Records, decidono di supportare Parent Project Onlus, associazione che si occupa della distrofia muscolare nota con il nome di Duchenne, scrivendo sedici pezzi poi registrati e incisi dagli stessi con l'aiuto di numerosi ospiti provenienti dal panorama underground italiano. Di lusso solo Olly dei The Fire, ma la nomea conta poco quando sono presenti anche tanti altri nomi di grande levatura artistica.
Nel primo brano, Innocence, si assiste ad un'eruzione pop di stampo puramente cantautorale all'americana (la stessa sensazione si avvertirà poi in Son Of Tomorrow e Pollyanna, entrambi ottimi pezzi) dai toni piuttosto pacati, tipo di approccio che la restante parte del disco stigmatizzerà. Proseguendo in ordine Anymore, con la sua tastiera blues e il suo mood in pieno delirio da felicità, grazie anche ai fiati sintetizzati e le voci del già citato Matteo Caldari e Valerio Casini degli ottimi Badloveexperience. Here I Am torna negli USA a recuperare di nuovo la tradizione pop/rock che nel tempo si è anestetizzata fino a cedere sotto il peso schiaccante delle chart (e infatti la rappresentano i Jonas Brothers negli ultimi tempi), ma che ha avuto in passato qualche grande nome. Qualcosa ricorderà anche famose cover dei Blues Brothers, ma scoprite voi quali. Idem per Cash, con un ottima performance di Fabio Fantozzi adatta al contesto ("Johnny Cash is coming back to town"). Come la seconda traccia rimaniamo indietro nel tempo con le influenze per Cicadas, dove la voce di Giacomo Vaccai dei Jackie O's Farm si fonde appieno con l'atmosfera piuttosto sommessa del brano. Rockettone con momenti ballabili e qualche tono ska/reggae soffuso in All My Moment (unico momento dove il distorto la fa da protagonista oltre a Goodbye My Friend, ballad punk rock per nulla "italianizzata" come molti artisti hanno pensato di fare negli ultimi anni. Non serve citarli per odiarli), e ottimo pop d'autore per The Artist, "artisticamente" (brutto gioco di parole) il pezzo più riuscito del disco. Chi conosce gli Eels alzi la mano? The Answer sembra presa direttamente dai primi lavori di Everett, e non è per nulla una brutta scelta in un album così variopinto. A concludere questo interessante lavoro una botta di malinconia assolutamente indimenticabile: Crossing The Roads, The Portrait Of My Sweet Storm, Dorothy e Sea of November sono tutti episodi più che pregevoli, tutti molto "tristi", gonfi di arpeggi strappalacrime e un continuo senso di vuoto, ma senza tagliarsi le vene. 
Non si sta ascoltando infatti un disco emo, ma un disco di "solidarietà". La qualità dei brani per questo non va certo a comprometterne il significato, che al di là del valore dei singoli episodi che lo compongono (in quasi tutti i casi buono, a dire il vero) merita un elogio per l'umanità che dimostrano le persone che vi hanno partecipato e ancor di più quelle che lo hanno ideato. Il fratello minore del progetto Rezophonic, come lo definirebbero alcuni, si assesta quindi come un disco il cui unico filo conduttore musicale è un songwriting sempre pulito, semplice e senza sbavature, suonato da artisti competenti e, si, con un gran cuore. Quello che serve in questi casi.  

Voto: 7.5