E continuiamo con un po' di live di ottobre. Ottobrini, si dice? Beh, in ogni caso, cuccatevi gli Zen Circus a Padova e qualche altra cosa. Leggasi sotto.
15.10 ONE DIMENSIONAL MAN, Brescia
15.10 THE DILLINGER ESCAPE PLAN e CANCER BATS, Roncade (TV)
15.10 MATT ELLIOTT, Padova
15.10 LEVINHURST, Bologna
15.10 ZEN CIRCUS, Padova
15.10 THE NIGHT TERRORS, Trieste
15.10 CALIBRO 35, Modena
16.10 PAUL ARMFIELD, Padova
16.10 CAPTAIN MANTELL, Bologna
16.10 KATZUMA & THE EXPANDING DISCO MACHINE e GARAGE PARADISE, Bologna
16.10 BOLOGNA VIOLENTA, Bologna
16.10 ONE DIMENSIONAL MAN, Sant'Andrea delle Fratte (PG)
17.10 SICK OF IT e MADBALL, Roncade (TV)
17.10 TWEAK BIRD, Trieste
20.10 SONGS WITH OTHER STRANGERS, Ravenna
21.10 ONE DIMENSIONAL MAN, Roma
21.10 SQUADRA OMEGA, JC SATAN e THE MEATARDS - Bologna
22.10 PAIN OF SALVATION, Milano
22.10 SAMUEL KATARRO & HIS TRAGIC BAND, Trieste
22.10 COLLE DER FOMENTO e BLACK DREAD in BLOCK PARTY, Bologna
22.10 AMOR FOU, Bologna
22.10 MOTEL CONNECTION, Bologna
22.10 ONE DIMENSIONAL MAN, Pescara
22.10 SONGS WITH OTHER STRANGERS, Torino
23.10 ONE DIMENSIONAL MAN e SPEEDY PEONES, Madonna Dell'Albero (RA)
23.10 THE MANGES, Bologna
23.10 MOTEL CONNECTION, Roncade (TV)
23.10 LINDSTROM, Bologna
23.10 SONGS WITH OTHER STRANGERS, Firenze
24.10 BLACK FRIDAY, Ariano Nel Polesine (RO)
24.10 SONGS WITH OTHER STRANGERS, Roma
26.10 RED SPAROWES e HEAD OF WANTASTIQUET, Bologna
26.10 BLANK DOGS, Bologna
26.10 GRINDING HALT, Trieste
27.10 CARLA BOZULICH e MASSIMO PUPILLO, Padova
28.10 ONE DIMENSIONAL MAN, Segrate (MI)
28.10 DENTE, Bologna
28.10 HEIKE HAS THE GIGGLES, Porto Viro (RO)
29.10 MONOLITHIC e KNUT, Padova
29.10 ONE DIMENSIONAL MAN, Torino
29.10 JONATHAN RICHMAN ft TOMMY LARKINS, Madonna Dell'Albero (RA)
29.10 CHARLATANS, Rimini
30.10 ONE DIMENSIONAL MAN e AUCAN, Roncade (TV)
30.10 NO AGE, Bologna
30.10 BALMORHEA, Madonna Dell'Albero (RA)
31.10 WASP, Roncade (TV)
31.10 BOLOGNA VIOLENTA, FUZZ ORCHESTRA, ARABROT e ESTEL, Rimini
31.10 DENTE e IL GENIO, Madonna Dell'Albero (RA)
31.10 CRISTINA D'AVENA e I GEMBOY, Bologna
31.10 MASSIMO VOLUME (presentazione nuovo disco), Ferrara
31.10 ONE DIMENSIONAL MAN, Firenze
giovedì 14 ottobre 2010
Dare un impulso alla musica emergente
Oggi parliamo di un fatto abbastanza atipico da discutere, ma che invece ha sicuramente grande risonanza all'interno dei più importanti addetti ai lavori della musica, cioè i musicisti stessi. A partire dagli emergenti. L'argomento è la difficoltà di avere spazi dove esibirsi e far conoscere la propria musica, qualora sia originale.
Per farlo prendiamo ad esempio un evento, o meglio di un insieme di eventi, o meglio ancora di un'idea, partorita in quel di Stanghella (PD) da poche persone che condividono una sfrenata passione per la musica e un incredibile voglia di cambiare questo marcio mondo musicale sommerso che si muove solo per le cover band, per raccomandazioni, per vie traverse. Per superare questo aspetto piuttosto tragico della realtà underground, in un locale molto in voga qualche decennio fa, si è cercato di riaccendere la scintilla attrezzandolo per i concerti e contattando band emergenti, e non, che hanno riempito di musica l'aria della provincia di Padova per tutta l'estate e continuano a farlo ad oltranza per tutto l'inverno.
Il nome dell'evento è GRIDO UNDERGROUND. Cliccando sul nome vi recherete alla pagina Facebook che potete aprire per vedere di cosa si tratta. Qui invece trovate tutte le prossime date che si svolgeranno alla prestigiosa Enoteca da Luciano, in Via Roma, a Stanghella, insieme all'elenco di tutte quelle già passate.
Non è pubblicità pagata, né un favore personale, si tratta semplicemente di un appello ai nostri lettori nel partecipare a questi eventi e, perchè no, nel prenderli a modello per proporre anche nei locali del proprio centro, sia esso una grande metropoli o un paesino di campagna, delle manifestazioni artistiche costruttive simili, magari concentrandosi anche su quel panorama emergente che tanto risente della "crisi discografica" che, a bassi livelli, significa soldi zero per le band "originali", e tutto il resto alle cover band e alle agenzie paramafiose che ci girano attorno.
Del resto a quanti di voi sarà successo di non trovare un locale che faccia suonare la sua band e di vedere sempre il "paraculato" di turno saltargli davanti, magari con un repertorio fatto di cover? Bene, è arrivato il momento del riscatto e indovinate un po? GTBT è dalla parte dell'originalità, per rendere noto questo disagio e provare a fare qualcosa a riguardo.
L'Italia è piena di locali da colonizzare, agite indisturbati, non lasciatevi condizionare, entrate in cinquanta alla volta con decine di CD demo in mano, proponete party, feste, eventi, promozioni "concerto+aperitivo 5 euro", fate vedere che avete proposte per cambiare le cose nei locali che frequentate. Se non sono adatti per l'attività live lavorate per attrezzarli in qualche modo, inizialmente con qualcosa di low-cost, poi migliorando col tempo la strumentazione fino a raggiungere i livelli massimi permessi dalla struttura. Grido Underground insegna che ne vale la pena
Per farlo prendiamo ad esempio un evento, o meglio di un insieme di eventi, o meglio ancora di un'idea, partorita in quel di Stanghella (PD) da poche persone che condividono una sfrenata passione per la musica e un incredibile voglia di cambiare questo marcio mondo musicale sommerso che si muove solo per le cover band, per raccomandazioni, per vie traverse. Per superare questo aspetto piuttosto tragico della realtà underground, in un locale molto in voga qualche decennio fa, si è cercato di riaccendere la scintilla attrezzandolo per i concerti e contattando band emergenti, e non, che hanno riempito di musica l'aria della provincia di Padova per tutta l'estate e continuano a farlo ad oltranza per tutto l'inverno.
Il nome dell'evento è GRIDO UNDERGROUND. Cliccando sul nome vi recherete alla pagina Facebook che potete aprire per vedere di cosa si tratta. Qui invece trovate tutte le prossime date che si svolgeranno alla prestigiosa Enoteca da Luciano, in Via Roma, a Stanghella, insieme all'elenco di tutte quelle già passate.
Non è pubblicità pagata, né un favore personale, si tratta semplicemente di un appello ai nostri lettori nel partecipare a questi eventi e, perchè no, nel prenderli a modello per proporre anche nei locali del proprio centro, sia esso una grande metropoli o un paesino di campagna, delle manifestazioni artistiche costruttive simili, magari concentrandosi anche su quel panorama emergente che tanto risente della "crisi discografica" che, a bassi livelli, significa soldi zero per le band "originali", e tutto il resto alle cover band e alle agenzie paramafiose che ci girano attorno.
Del resto a quanti di voi sarà successo di non trovare un locale che faccia suonare la sua band e di vedere sempre il "paraculato" di turno saltargli davanti, magari con un repertorio fatto di cover? Bene, è arrivato il momento del riscatto e indovinate un po? GTBT è dalla parte dell'originalità, per rendere noto questo disagio e provare a fare qualcosa a riguardo.
L'Italia è piena di locali da colonizzare, agite indisturbati, non lasciatevi condizionare, entrate in cinquanta alla volta con decine di CD demo in mano, proponete party, feste, eventi, promozioni "concerto+aperitivo 5 euro", fate vedere che avete proposte per cambiare le cose nei locali che frequentate. Se non sono adatti per l'attività live lavorate per attrezzarli in qualche modo, inizialmente con qualcosa di low-cost, poi migliorando col tempo la strumentazione fino a raggiungere i livelli massimi permessi dalla struttura. Grido Underground insegna che ne vale la pena
mercoledì 13 ottobre 2010
Kipple - The Magical Tree And The Land of Plenty (I Dischi Del Minollo, 2010)
Tracklist:
1. Baby Kisser Baby Killer
2. Fisting (Homes For Heroes)
3. Ex Boyfriend
4. Brandon
5. On Cloud Nine
6. So Deep In The Back Of The Closet
7. Before Heroine
8. Missing Children's Day
Kipple. Siciliani, poi padovani. Ora bolognesi, per attirare più attenzione, come del resto dovrebbero fare tutti (Milano e Bologna capitali italiane della musica senza ombra di dubbio). E' Ottobre ed esce questo "The Magical Tree And The Land of Plenty", un disco del quale non si riesce a dire niente prima di ascoltarlo. Il suo nome non ha nulla a che vedere con i titoli dell canzoni, che seguono tutte piste differenti, nonostante uno scrosciare lontano di rivoli di provocazione, quando si parla di un "baby killer", di "fisting" o di eroina. Ma, direbbero certi, anche questo è rock. Ma quanto i titoli abbiano a che fare con la musica resta in dubbio, e una full immersion lo conferma.
Il disco è curato in ogni suo aspetto. Ascoltandolo si può percepire in ogni secondo l'estrema attenzione riposta dalla band nel mettere apposto ogni dettaglio, limando e smussando le imperfezioni, strutturando il tutto nel modo migliore. Un lavoro di assemblaggio che è perfettamente riuscito.
Si dice la band sia influenzata, per il nome, da Philip K. Dick, scrittore chicaghese che già è penetrato nel mondo della musica fungendo da terreno fertile per un album dei Sonic Youth. Che in qualche punto assomigliano anche ai Kipple. Quello che ascoltiamo qui in realtà è un miscuglio più compatto, dove le diverse componenti sono separate da sottilissime linee che intravediamo appena, e questo grazie a una capacità incredibile di composizione dimostrata dalla band. Non serve nessun track-by-track per analizzare l'album, brani come "Ex Boyfriend", "Before Heroine" e "On Cloud Nine", diventano presto un tutt'uno al resto dell'album, per quell'immensa abilità della formazione "ora emiliana" di incastrare ogni tassello perfettamente. C'è shoegaze, noise popolato di strutturalismi post-rock, elettronica, alternative, il bisogno continuo di coinvolgere nuovi elementi che creino contesti totalmente inediti per l'ascoltatore, che in un momento sta passeggiando tra flebili gridolini che arrivano dall'orizzonte, in un ambiente gelido, siberiano, nel momento successivo si trova in un forno, a cuocere a temperature altissime nonostante si trovi nel bel mezzo di un'era glaciale. O in una centrale nucleare appena esplosa. Sensazioni che possono variare in base a chi sta subendo la loro musica ma che proprio per le loro molteplici chiavi di interpretazione rivelano la piacevolezza e la buona riuscita di un disco "strano" ma mai pesante come questo, dove ogni secondo può essere una sorpresa e tutto quello che è stato già ascoltato diventa parte integrante di un percorso che terminerà solo dopo trentotto minuti buoni.
La produzione non sarà certo delle migliori, a livello di suoni e mixaggio, però il concetto arriva dritto come una stilettata in pieno volto. Questa è come una colonna sonora di un film che decidiamo noi, lasciando lavorare l'immaginazione. Le strutture dei brani, mai prevedibili, ci aiutano perfettamente in questo e il risultato finale è, semplicemente, l'obbligo ineluttabile di considerare questa gemma uno dei dischi dell'anno. Con due mesi d'anticipo, come dire, un regalo che non si fa a tutti. Consigliatissimo.
Voto: 9
martedì 12 ottobre 2010
Diaframma Live @ Velvet, Rimini 02 Ottobre 2010 + "Quanto costa la nostra musica"
RECENSIONE a cura di ELEONORA VERRI
FOTO a cura di ELEONORA VERRI (ne trovate altre qui)
EDITORIALE a cura di EMANUELE BRIZZANTE
Premesso che chi scrive è una grandissima fan di Fiumani e la sua band, purtroppo c'è da dire che in quel di Rimini eravamo un pubblico non molto numeroso.
Il costo per entrare nel locale non era certamente a buon mercato, essendo di ben 14 euro, e questo credo abbia influito sull'afflusso di persone al Velvet.
Il costo per entrare nel locale non era certamente a buon mercato, essendo di ben 14 euro, e questo credo abbia influito sull'afflusso di persone al Velvet.
Il concerto inizia verso le 23.30 e per una buona oretta e mezza Fiumani e soci snocciolano il loro migliore repertorio, senza quasi mai una pausa.
Vengono eseguite canzoni storiche come "Siberia", "Gennaio", "Blu Petrolio", "Vaiano", "L'Orgia", "Diamante Grezzo", "Un Temporale In Campagna" e, tra le altre, la stupenda "Caldo".
Vengono eseguite canzoni storiche come "Siberia", "Gennaio", "Blu Petrolio", "Vaiano", "L'Orgia", "Diamante Grezzo", "Un Temporale In Campagna" e, tra le altre, la stupenda "Caldo".
Niente da eccepire a livello musicale, sempre perfetti e senza sbavature, anzi il leader della band Federico Fiumani si scusa con il pubblico essendo non in forma a causa di un raffreddore, cosa che a mio modesto parere non ha influito per niente sul concerto.
Da notare nelle prime file del pubblico, vicino alla sottoscritta, uno scatenato Max Collini, cantante dei reggiani Offlaga Disco Pax e grandissimo estimatore dei Diaframma.
In conclusione, per chi non ha visto un loro concerto, consiglio vivamente di partecipare almeno una volta e pollice giù alla politica dei prezzi del locale romagnolo, che si avvicina alle logiche di mercato invece che al pubblico in questi tempi di crisi.
EDITORIALE: "Quanto costa la nostra musica".
Il divertimento principale per molti musicofili resta andare ai concerti, gustarsi anteprime di dischi in live, serate in club poco blasonati ma che propongono la "giusta musica" e, perchè no, un po' di sano pogo. E cantare, è sottinteso. La vita live è però resa difficile da una serie di fattori che in questo editoriale non ho intenzione di sviscerare uno per uno, concentrandomi invece su quello che ritengo il più grave, facendo leva anche alla gradevole recensione di Eleonora sul concerto dei Diaframma.
E' possibile che un concerto dei toscani, in un locale semi-importante come il Velvet, costi 14 euro? E' possibile che un gruppo storico ma che ha sempre avuto un seguito alquanto ristretto chieda così tanti soldi da costare come band più importanti e commerciali come Le Vibrazioni, Caparezza o i Verdena? A quanto pare, per il Velvet, si. Lasciando stare le singole gestioni dei vari locali è evidente come negli ultimi mesi si stia assistendo a dei veri e propri furti ai danni dei consumatori di musica live. 38 euro per vedere Serj Tankian, oltre trenta euro per i Fear Factory, oltre 20 euro in tutti i teatri per il progetto di Manuel Agnelli Songs With Other Strangers, 46 euro "minimo" per vedere Ligabue nel prossimo tour invernale. E non solo, anche 50 fottutissimi euro per vedere i fottutissimi Kings of Leon, quasi 40 euro per i 30 Seconds To Mars e quasi 20 euro per l'anteprima del disco di Vasco Brondi.
C'è qualcosa che non va. Non mi si venga a dire che le band chiedono di più perchè "c'è la crisi" e neppure che le agenzie e i promoter dei live ne risentano. Se c'è una cosa che dal crack finanziario del 2008 ad oggi non è cambiato è proprio l'afflusso del pubblico ai concerti, sia grandi che piccoli, sempre incredibilmente grande e capace di sovraffollare locali e stadi come mai si era riuscito nella storia della musica live. Inoltre anche le piccole realtà underground stanno trovando sempre più spazio, a dimostrare che, nonostante vengano sottopagate, sui concerti si investe. Come si giustifica allora il salasso?
Semplice. Chi ha degli interessi economici in questo ha deciso di metterlo nel culo a tutti quanti, detto con molta semplicità. E' evidente che le politiche dei locali e dei grandi organizzatori di eventi siano tutte in linea con queste scelte che sono diventate un vero e proprio ladrocinio, e come avviene nei piccoli centri urbani dove alzare il prezzo del caffé significa provocare un aumento dei prezzi anche negli altri bar, la reazione a catena sta facendo sprofondare tutto ciò che riguarda i concerti in Italia. L'unica soluzione? Disertare locali, palazzetti e stadi per almeno un anno, per fargli capire cosa significa davvero "la crisi". A quel punto, forse, ci libereremo da questo peso, anche se risulta evidente, in un paese come l'Italia, come una sfida come questa, non sia alla nostra portata. Allora, riposi in pace, musica live.
Semplice. Chi ha degli interessi economici in questo ha deciso di metterlo nel culo a tutti quanti, detto con molta semplicità. E' evidente che le politiche dei locali e dei grandi organizzatori di eventi siano tutte in linea con queste scelte che sono diventate un vero e proprio ladrocinio, e come avviene nei piccoli centri urbani dove alzare il prezzo del caffé significa provocare un aumento dei prezzi anche negli altri bar, la reazione a catena sta facendo sprofondare tutto ciò che riguarda i concerti in Italia. L'unica soluzione? Disertare locali, palazzetti e stadi per almeno un anno, per fargli capire cosa significa davvero "la crisi". A quel punto, forse, ci libereremo da questo peso, anche se risulta evidente, in un paese come l'Italia, come una sfida come questa, non sia alla nostra portata. Allora, riposi in pace, musica live.
lunedì 11 ottobre 2010
Le Vibrazioni, Velvet e Ultima Live @ Barcolana Music Festival, 8 Ottobre 2010
Nuova, bella, edizione del Barcolana Music Festival, la parte musicale della famosa regata triestina che porta migliaia di visitatori ogni anno nella splendida città sul mare. Nell'incantevole cornice di Piazza Unità d'Italia, quest'anno gli organizzatori hanno deciso di far esibire alcuni degli artisti più importanti della scena italiana, quella pop. Le Vibrazioni, i Velvet e Daniele Silvestri, anche se in questo articolo ci occuperemo solo della prima delle due giornate che hanno composto la rassegna.
Alle 20.30 salgono sul palco gli Ultima, una band pavese che inizia subito a scaldare la folla con un rock alternativo vagamente influenzato dai Subsonica e dalle tonalità più calde di Muse, Placebo e, alla lontana, proprio dei Velvet, che li seguiranno poi a ruota sul palco. Il set dura circa trenta minuti e la reazione dei pochi presenti, tra i molti che invece vagabondano per la città nonostante i cinquanta chilometri orari di bora, è sicuramente calorosa. Lasciano un ottimo ricordo, ed ecco perchè vi linkiamo il loro MySpace.
I Velvet suonano invece per circa quaranta minuti proponendo un repertorio neanche troppo banale, saltando a piè pari il loro singolo più importante, "Boyband", che molti si aspettavano ma che alla fine avrebbe solamente alterato l'atmosfera rock creata dalla band. "Funzioni Primarie" la migliore in scaletta, famoso brano del 2005 che dal live rende addirittura meglio che su disco. I romani propongono poi anche alcuni nuovi arrangiamenti di vecchi pezzi che saranno inclusi in una prossima raccolta, e a "farne le spese" è la bella "Una Settimana, Un Giorno", cantata all'unisono dalla gente che inizia ad ingrossare le file per gustarsi i big, Le Vibrazioni.
Francesco Sarcina & co. arrivano sul palco dopo poca attesa, con una scenografia che ricrea un contesto vagamente retrò anche se se ne poteva sicuramente fare a meno. La setlist è concentrata di nuovo sull'ultimo disco, e oltre alle azzeccatissime "Oggi No", "Malie", "Le Strade Del Tempo" e "Va Così", concedono qualche tuffo nel passato con le celebri "In Una Notte D'Estate" e "Un Raggio Di Sole". Mancano "Seta" e "Sani Pensieri" che nella prima parte del tour avevano regalato almeno un po' di respiro ai fan più legati al loro primo periodo, però bisogna dire che l'assenza di canzoni come "Dedicato a Te", "Angelica" e "Dimmi" dà sempre un'aria più rock ai loro concerti.
L'esecuzione delle canzoni è ovviamente ottima e non è certo una novità che questi quattro sul palco ci sappiano fare. Impeccabile come sempre Boogie alla batteria, nonostante una perdita di bacchette nel momento topico della partenza del ritornello di "Drammaturgia" che riesce comunque a nascondere con una mano sola. Anche questo indica certamente la sua bravura, e notiamo anche l'ottima performance di Emone al basso, che inizia a raggiungere pian piano il suo predecessore Garrincha nonostante questa non sia certo un'impresa facile. Malattia, probabilmente, per Wizard che riduce al minimo la sua presenza scenica mantenendo comunque intatta la sua imprescindibile tecnica alla chitarra. Un po' brillo probabilmente il frontman che non risparmia al pubblico né una filippica contro i tagli all'istruzione, ai quali dedica "Vieni Da Me" (con un divertente siparietto che finisce con "vieni da me, istruzione", chissà cosa gli passa per la testa?), e contro un ragazzo che lancia sul palco dei crackers ("la mamma non ti ha insegnato che non si spreca il cibo?"), e tra una parola dimenticata e l'altra riesce comunque a intrattenere e suonare con grande stile.
Che questa sia una delle migliori band in circolazione si sa. Che una fetta del pubblico "alternative" italiano li snobbi, pure. Ma visto che molti di questi non si sono mai degnati di andare a vedere un loro concerto, li invitiamo caldamente a farlo visto che queste esperienze regalano comunque una dimensione diversa delle Vibrazioni. Stavolta da migliorare, forse, c'era solo la scaletta, ma per il resto, sono state "buone vibrazioni".
Alcune foto della serata (e di quella successiva, con i The Charlestones) a cura di Emanuele Brizzante e Alessia Radovic si trovano qui.
Video di "Concertiblog"
"IN UNA NOTTE D'ESTATE"
Alle 20.30 salgono sul palco gli Ultima, una band pavese che inizia subito a scaldare la folla con un rock alternativo vagamente influenzato dai Subsonica e dalle tonalità più calde di Muse, Placebo e, alla lontana, proprio dei Velvet, che li seguiranno poi a ruota sul palco. Il set dura circa trenta minuti e la reazione dei pochi presenti, tra i molti che invece vagabondano per la città nonostante i cinquanta chilometri orari di bora, è sicuramente calorosa. Lasciano un ottimo ricordo, ed ecco perchè vi linkiamo il loro MySpace.
I Velvet suonano invece per circa quaranta minuti proponendo un repertorio neanche troppo banale, saltando a piè pari il loro singolo più importante, "Boyband", che molti si aspettavano ma che alla fine avrebbe solamente alterato l'atmosfera rock creata dalla band. "Funzioni Primarie" la migliore in scaletta, famoso brano del 2005 che dal live rende addirittura meglio che su disco. I romani propongono poi anche alcuni nuovi arrangiamenti di vecchi pezzi che saranno inclusi in una prossima raccolta, e a "farne le spese" è la bella "Una Settimana, Un Giorno", cantata all'unisono dalla gente che inizia ad ingrossare le file per gustarsi i big, Le Vibrazioni.
Francesco Sarcina & co. arrivano sul palco dopo poca attesa, con una scenografia che ricrea un contesto vagamente retrò anche se se ne poteva sicuramente fare a meno. La setlist è concentrata di nuovo sull'ultimo disco, e oltre alle azzeccatissime "Oggi No", "Malie", "Le Strade Del Tempo" e "Va Così", concedono qualche tuffo nel passato con le celebri "In Una Notte D'Estate" e "Un Raggio Di Sole". Mancano "Seta" e "Sani Pensieri" che nella prima parte del tour avevano regalato almeno un po' di respiro ai fan più legati al loro primo periodo, però bisogna dire che l'assenza di canzoni come "Dedicato a Te", "Angelica" e "Dimmi" dà sempre un'aria più rock ai loro concerti.
L'esecuzione delle canzoni è ovviamente ottima e non è certo una novità che questi quattro sul palco ci sappiano fare. Impeccabile come sempre Boogie alla batteria, nonostante una perdita di bacchette nel momento topico della partenza del ritornello di "Drammaturgia" che riesce comunque a nascondere con una mano sola. Anche questo indica certamente la sua bravura, e notiamo anche l'ottima performance di Emone al basso, che inizia a raggiungere pian piano il suo predecessore Garrincha nonostante questa non sia certo un'impresa facile. Malattia, probabilmente, per Wizard che riduce al minimo la sua presenza scenica mantenendo comunque intatta la sua imprescindibile tecnica alla chitarra. Un po' brillo probabilmente il frontman che non risparmia al pubblico né una filippica contro i tagli all'istruzione, ai quali dedica "Vieni Da Me" (con un divertente siparietto che finisce con "vieni da me, istruzione", chissà cosa gli passa per la testa?), e contro un ragazzo che lancia sul palco dei crackers ("la mamma non ti ha insegnato che non si spreca il cibo?"), e tra una parola dimenticata e l'altra riesce comunque a intrattenere e suonare con grande stile.
Che questa sia una delle migliori band in circolazione si sa. Che una fetta del pubblico "alternative" italiano li snobbi, pure. Ma visto che molti di questi non si sono mai degnati di andare a vedere un loro concerto, li invitiamo caldamente a farlo visto che queste esperienze regalano comunque una dimensione diversa delle Vibrazioni. Stavolta da migliorare, forse, c'era solo la scaletta, ma per il resto, sono state "buone vibrazioni".
Alcune foto della serata (e di quella successiva, con i The Charlestones) a cura di Emanuele Brizzante e Alessia Radovic si trovano qui.
Video di "Concertiblog"
"IN UNA NOTTE D'ESTATE"
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domenica 10 ottobre 2010
Esperia - L'Odore Di Vita (Autoproduzione, 2010)
Tracklist:
1. Incontro Il Destino (Di Nuovo)
2. Guardami
3. La Bottiglia E' Vuota
4. Anima Nuda
5. Nei Tuoi Occhi
6. Old Dirty Boot
7. Il Re Del Nulla
8. Il Maestro
9. L'Odore Di Vita
10. I Miei Passi
11. Aggressivo e Retrattile
Un destino tragico. Quello che sembrano voler raccontare gli Esperia con questo lavoro. Una band che ha sudato tanto per ottenere quello che voleva, il loro primo disco e un poco di riconoscimento, che sia esso un'intervista, un concerto davanti ad un folto pubblico oppure una recensione come questa. Del resto, i gruppi che ricercano la gloria sono costretti spesso a confrontarsi con la cilecca, mostro che inghiotte tutto in un paese che investe poco nella musica, e più in generale nell'arte, come il nostro. Ma sperare è anche la chiave per arrivare a qualcosa, insieme a un po' di tenacia, e il grande sogno degli Esperia non si è sicuramente un sogno infranto contro scogli che ne abbiano provocato la morte (o il risveglio). "L'Odore Di Vita" è infatti un disco onesto, semplice ma d'impatto, composto nella maniera più rock, semplice, senza sovraincisioni né fronzoli, privo di strumenti particolari, ghirigori o compensazioni elettroniche, solo le vibrazioni della chitarra elettrica, del basso, della voce e delle pelli. Coinvolge sia il piano uditivo che quello emozionale, sconvolgendo con dei testi molto profondi e che tentano, molto spesso con successo, di raccontare una storia che abbia un senso. Questa, visti i tempi che corrono, si chiama controtendenza. E ci sta, eccome se ci sta.
La musica, all'interno del pacchetto, risalta meno rispetto alle liriche. Sarà che non si propone nessuna novità, sarà che il sound è deciso ma prodotto in maniera piuttosto casereccia, ma qui non si sta parlando di grandi miracoli. La verità però è un'altra: dopotutto non sono questi gli aspetti che contano e gli Esperia sono senz'altro una di quelle band che hanno fatto del rock più alternativo, che prende a piene mani da cascate di effluvi rock anni '90 ovviamente imbevuti di grunge, e se questo non gli fa molta giustizia la riscossa arriva in tutta la sua pienezza con la bellezza di brani come "Guardami", "Il Re Del Nulla", la title-track e l'opener "Incontro Il Destino", tutti pezzi che trovano la loro giusta dimensione nel contesto post-nineties di cui sopra. La debolezza è data solo dagli assoli, carini ma a volte inseriti forzatamente, che viene però contrastata dalla forza espressiva della voce, con una timbrica che nella sua assenza di particolarità caratteristiche diventa invece mezzo per convogliare concetti profondamente emozionali, utilizzandola nel migliore dei modi. Altro che i quattro rincoglioniti di X Factor, questo è rock vero.
Niente di speciale, è chiaro, ma chi ha voglia di fare musica coi coglioni sa sempre cosa significa fare fatica e guadagnarsi la pubblicazione di un disco. Questo è "fatto con tanto amore", direbbero le mamme, l'importante è che lo ascoltiate con attenzione perchè nonostante la sua immediatezza non è certo un brutto disco. E l'armonica spinge via ogni dubbio.
Voto: 7-
sabato 9 ottobre 2010
Jules Not Jude - All Apples Are Red, Except For Those Which Are Not Red (US Random Calculator/Produzioni DADA, 2010)
Tracklist:
1. Run
2. Caramel Lovelypop
3. Back Tonight
4. Chance
5. Just A Girl
6. Don't Stop Your Thoughts In A Name
7. The Hospital
8. 12th January
9. Ordinary Sunshine
10. Bubabeat
11. Pathetical Lover
12. Eleven
Concordo con chi starà pensando che non è il migliore dei modi con cui iniziare una recensione, ma dopotutto bisogna ammettere che la presentazione per la stampa di questo disco dice già tutto su cosa vi si trova all'interno. Non la voglio copiaincollare, anche perchè sarebbe troppo becero, quindi vi dirò più o meno cosa si trova in questo disco facendo anche un breve riferimento alle parole con cui il gruppo stesso di definisce.
I Jules Not Jude, bresciani, hanno già un bel po' di esperienza. Il loro pop/rock tra il brit, la cantautorale e il proselitismo dei Beatles ha già colpito tutti quelli che li hanno potuti ascoltare ed il risultato più evidente è l'attenzione del grosso pubblico e della stampa che man mano sta arrivando. "All Apples Are Red, Except For Those Which Are Not Red" è un titolo alquanto simpatico, nonsense nonostante la sua formulazione non faccia una grinza. La band, nata nel 2007 con due elementi diventati poi quattro, si fregia ora di presenze notevoli anche per la registrazione del disco, che si appoggia su grandi nomi come Fausto Zanardelli, Le Man aves Les Lunettes, Freaky Mermaids, Massimiliano Tonolini e membri degli Annie Hall. Non è poco, non è poco.
L'artwork rimanda subito al concetto espresso dal titolo, con questa mela rossa che ne occupa più della metà. La confezione del deludente-formato-risparmio Digipak è riempita da un disco che, appena inserito nel lettore, ci spara nelle orecchie dodici brani (anzi undici poichè l'introduzione "Run" è considerata dai Jules Not Jude stessi una traccia a parte, nel retro del disco indicata con 00) che compattano senza pietà quell'indie-pop speranzoso quanto malinconico che ha portato lodi e glorie non solo a loro. Dopotutto da lungo tempo lo conosciamo come un genere facile da comporre, facile da ascoltare, insomma facile. Ma i lombardi sanno il fatto loro e decidono, dopo l'ottimo EP Clouds of Fish, di mescolare nuovi colori sulla tavolozza e portare sul campo strategie tecniche che suonano, ad ogni ascolto, sempre più come un calcio piazzato a chi si ponesse dalla parte dei detrattori. Si spera non esistano, perchè "All Apples... (eccetera eccetera) è davvero un ottimo disco. Il modo in cui dondola tra i suoi echi più contaminati di ragioni brit e il rock che esce all'improvviso dalla tasca delle sorprese insieme all'elettronica, che in brani come "Chance" arriva talmente dal nulla che rimanerne stupiti è più che altro il modo migliore di uscirne indenni. L'importante, direte, è la maniera in cui lo fa. E infatti lo fa bene, tutti i dosaggi sono perfetti, i synth sono molto orecchiabili dando un'aria piuttosto radiofonica a tutto il disco. La produzione, soft ma curata, fa il resto.
Ogni singolo brano dà un contributo personale e completo alla buona riuscita del lavoro che riesce a concretizzare quasi quaranta minuti di ottimo pop/rock come pochi in Italia, una vera perla anche nel suo contesto geografico (sebbene tra Brescia, Bergamo e Milano non siano poche le band che si destreggiano molto bene nel settore). Fuori da lì si fa riferimento agli episodi più soffusi degli Wilco, a Belle & Sebastian, a tutto ciò che viene dall'Inghilterra.
In definitiva, se volete ascoltare una miscela perfetta dei generi di cui sopra, con un pizzico di "easy-listening rock" sparso qua e là sotto forma di piccole piogge di distorto (o meglio di overdrive, leggerissimo per altro), non c'è niente di meglio di "All Apples Are Red, Except For Those Which Are Not Red". Se poi non vi piace, sono problemi vostri.
Ps. Il brano migliore, essenziale manifesto di tutto il lavoro, è "Just A Girl", irresistibile in ognuno dei duecentoottantaquattro secondi che lo compongono.
Voto: 8.5
venerdì 8 ottobre 2010
Hot Poop - Numero 1 - Pilar Ternera

Voglio inaugurare questa sezione con un gruppo che mi ha impressionato particolarmente fin dalla prima volta che li ho visti dal vivo, nel 2008 al Savoirfest di Borsea (RO). I Pilar Ternera, che prendono il nome da un personaggio dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel García Márquez, sono un trio composto da Andrea Mancin alla batteria, Sara Ardizzoni alla chitarra e alla voce e Oliviero Farneti, factotum della situazione, al basso, le tastiere, la chitarra, la voce e anche altro.
La loro musica è un potpourri di sapori misti, che riesce a amalgamare perfettamente ingredienti molto diversi tra loro, rendendo così possibile trovare un pizzico di qualsiasi cosa in questo album, dall'alternative al progressive (anche se il batterista Mancho ha affermato di non amare questo genere). I brani contenuti in questo disco lasciano spesso di stucco per un motivo o per l'altro. La struttura delle canzoni, mai scontata o banale, rende l'ascolto un viaggio continuo.
La capacità tecnica dei musicisti è brillante, così come la capacità compositiva. A rendere ancora più pregevole tutto ciò vi sono anche le ottime voci di Farneti e della Ardizzoni; un fatto abbastanza curioso visto che spesso per gruppi di questo genere la voce risulta invece il tallone d'Achille.
Gli undici brani contenuti in questo lavoro sono tutti eccellenti e variegati (un altro punto a favore se si tiene conto che il brano più lungo dura 4:27"), con la danzante "Pillowla", le bizzarre "Jumping Frenchmen of Maine" e "Our Daily Ration of Sweet Misunderstandment", la ottima quando cripticamente intitolata "-" e la conclusiva "Nembrot" a risaltare rispetto al resto dell'album.
I Pilar Ternera insomma, offrono un lavoro di alta qualità, e non esagero quando dico che è di gruppi come questo che c'è bisogno in Italia. Lasciamo però la parola ai Pilar Ternera stessi:
GTBT: Vedendo un vostro concerto ho avuto l'impressione che improvvisaste molto, mentre ascoltando questo lavoro ho avuto l'impressione opposta, ovvero che tutto fosse molto curato e studiato. Qual'è il vostro vero approcio alla musica?
Oliviero: L'impressione giusta è quella che hai avuto ascoltando il disco: non c'è praticamente nulla di improvvisato. L'unica eccezione è l'ultimo pezzo entrato in repertorio, nuovo e pertanto non presente nel disco, che prevede una sorta di coda con una parte libera di batteria, da noi affettuosamente chiamata "l'assolo dadaista del Mancho": Andrea improvvisa, e io e Sara teniamo invece una struttura rigida sotto. In realtà comunque questo non credo si possa definire "il nostro approccio alla musica", bensì il nostro approccio a questa band: per il momento ci siamo sempre trovati meglio a rifinire i pezzi a monte, ma in altre situazioni musicali ci possiamo trovare più o meno a nostro agio anche improvvisando. Insomma, per quello che mi riguarda, l'approccio alla musica cambia in relazione alle persone con cui suoni e a quello che è il loro apporto alla riuscita finale, e questo senso di contingenza è il bello del suonare in un gruppo, a mio giudizio.
Sara: Dunque a dire il vero dal vivo ci sentiamo liberi di improvvisare giusto in un paio di punti , per il resto diciamo che nel live siamo fedeli alla registrazione..infatti per quanto brevi siano i pezzi sono tutti piuttosto costruiti e pensati per un’esecuzione precisa..questo almeno per ora..e comunque concordo con Oliviero, l’approccio alla musica varia molto a seconda delle persone con cui suoniamo, se ascolti gli altri nostri progetti vedrai che sappiamo dedicarci a cose parecchio diverse..
GTBT: Molti dei vostri brani sono multiparte. La composizione avviene in maniera omogenea?
Oliviero: Generalmente c'è omogeneità di scrittura, ma può capitare anche di giustapporre delle parti separate a mo' di collage; inoltre l'arrangiamento, che è parte integrante della composizione, ma che viene effettuato successivamente alla "scrittura", può frammentare ulteriormente le parti costitutive di un pezzo, così come omogeneizzarle.
Sara: I nostri brani alla fine sono dei piccoli mosaici di un sacco di cose..infatti l’osservazione che più spesso ci viene fatta è che “non siamo inquadrabili in un genere preciso”..per qualcuno questo potrà essere una mancanza, ma per noi è una qualità.. Quasi tutti i brani che senti sul disco (tranne uno..) a dire il vero sono nati circa 10 anni fa, quando Pilar Ternera era un trio che vedeva alla batteria\drum machine un alto componente, Vittorio Pozzato, ora membro dei Canadians.. Spesso ci ritrovavamo di sera in salotto ad improvvisare e a rimescolare le nostre influenze musicali, già all’epoca parecchio variegate.. Il risultato furono due cd autoprodotti, quando veramente l’homemade era homemade .. Entrambi composti da più di 10 brani ciascuno, all’epoca era più difficile di oggi far circolare o promuovere i propri prodotti, ma trovammo i nostri spazi e per lo più ottime recensioni. Dopo anni di separazione , non per motivi umani ma per lo più logistici e geografici , e io e Oliviero ci siamo ritrovati con l’idea di riprendere alcuni dei vecchi brani e riarrangiarli e riregistrarli..e si è unito a noi Andrea alla batteria che ha fatto davvero un ottimo lavoro. Diciamo che abbiamo una visione molto personale del concetto di “omogeneità”.. ci piace esplorare molte atmosfere diverse, e spesso ci piacciono i cambi piuttosto bruschi e spiazzanti, l’inaspettato ha il suo fascino .. Ma non stiamo a preparare i brani “a tavolino”, nascono in modo alquanto spontaneo.
GTBT: Domanda per Oliviero: in base a cosa scegli quale strumento suonare durante un brano?
Oliviero: Per quanto riguarda i pezzi di cui scrivo io l'abbozzo o la struttura la scelta è semplice: se li scrivo al piano suono il piano e se li scrivo alla chitarra suono la chitarra. Nei pezzi di Sara invece la cosa ovviamente cambia; la maggior parte delle volte non è una scelta molto razionale ma di pancia, o se preferisci di orecchio, e pertanto completamente istintiva. Altre volte è capitato invece di provare più di una soluzione e di mantenere la più convincente. Infine, ultimamente capita anche di capovolgere il senso di quanto ho appena detto: nei pezzi nuovi a cui stiamo lavorando ho "trasformato" una parte di basso -e quindi a note singole- in una di piano -e quindi ad accordi- perchè a detta di tutti suonava meglio, e ho trasportato un pezzo scritto alla chitarra sul piano.
GTBT: Essendo la vostra musica un miscuglio di vari generi, non posso fare a meno di farvi l'odiosissima domanda: vi sono artisti o album particolari che sono stati fonte d'ispirazione per voi?
Oliviero: Non mi sento di rispondere in scioltezza, perchè davvero non saprei. Se ti dovessi indicare i musicisti o i dischi che mi hanno ispirato, presumibilmente finirei l'elenco fra un paio di ore, ma non avrebbe molto senso, perchè davvero nell'ambito dei Pilar Ternera non avevo in mente nessuno durante la lavorazione dei pezzi. Poi, è ovvio che molte influenze lavorano anche a livello subconscio.
Sara: Eh la domanda sull’influenze è un must di ogni intervista! Ma si sa, ci vuole..hehe.. solo che nel nostro caso credo sia impossibile trovare un filo conduttore univoco, tutti e 3 abbiamo ascolti diversissimi, a tratti pure in contrasto, ma il bello è proprio questo!! Riuscire poi a trovare dei punti di incontro che ovviamente escono in tutta la loro stranezza.. penso che si possa dire che abbiamo ascolti a dir poco onnivori che passano dal jazz al kraut all’hardcore all’elettronica al postpunk al pop il folk al noise la new wave.. che bello elencare una serie di etichette!!!..del resto come diceva Frank Zappa “parlare di musica è come ballare di architettura”..

Myspace
7 brani in streaming
giovedì 7 ottobre 2010
Tiny Tide - Moontalking (Kingem Records, 2010)
Recensione:
1. Left Off
2. We Are Animals
3. Rock In The Empire
4. Manga Nurse
5. Lust For Clubs
6. Unfuzz Days
7. A Great Indie Night
8. I Would Say
9. The Smiths and The Cure
10. Moontalking
11. Lust For Clubs (Reprise)
12. Plain Little Game
13. Fog
Recensione:
Prima cosa che colpisce: nella tracklist del disco non sono riportati i numeri delle tracce ma le fasi lunari. Motivo estetico, collegato al nome del disco, così come la copertina, sulla quale dominano i toni rosati, che mostra due amici (o fidanzati) seduti su questa palla di roccia che non abbiamo voglia di definire luna.
Il disco dei Tiny Tide, che debuttano per Kingem Records con questa raccolta, è tutto fuorché un disco italiano, anche se la band, effettivamente, proviene da qui. Il suo leader, Mark Zonda, ha proposto un disco di matrice indie ma con una tavolozza di influenze difficile da comprendere appieno se non lo si ascolta più di una volta.
Le prime cose che vogliamo citare sono quelle negative: il timbro della voce spesso è fuoriluogo e tende a rovinare anche brani molto interessanti come "We Are Animals" o "Lust For Clubs", ottima indie-ballad della quale si può trovare, alla voce "Lust For Clubs (reprise)", un continuatum acustico che in qualche misura trova il modo di superare la prima versione. Un altro aspetto che aiuta poco nella buona riuscita del tutto è quello dei suoni: solitamente un disco prodotto in maniera molto "garage" o lo-fi può trovare i suoi punti di interesse nella qualità dei pezzi ma qui, in qualche modo, contribuisce ad affossarli. E questo è triste perchè brani come "Plain Little Game" e "A Great Indie Night" funzionano, eccome se funzionano. Manca sempre l'appoggio concreto di una voce che sappia davvero essere "conduttore", ma la composizione gioca dalla parte opposta e riesce a sollevare le sorti di ogni singolo pezzo. Così come salva "Fog" e "Rock In The Empire", entrambe fumanti ballate dal piglio profondamente "retrò", come una rivisitazione moderna dei The Stooges e una macchina ferma ad un crocevia dove suonano Iggy Pop e i Pulp, bloccando il traffico e contemporaneamente istupidendo l'ascoltatore che si trova di fronte a due generi così diversi suonati nello stesso istante.
Nei testi oscuri riferimenti agli astri e al mondo del gossip e della musica (quella bella, vedasi "The Smiths and the Cure"), nella musica fuzz e indie, synth-pop ed elettronica minimale, il tutto miscelato con un'anima pop che in ogni momento ti fa capire che chi ha composto questi pezzi ha un background musicale di tutto rispetto. Questo sicuramente. Ciò che manca, a volte, è un filo comune, ma nonostante questo un disco così piacerà a moltissimi affezionati dell'indie più sfacciato e più "underground", poiché è di questo che si tratta. E se Mark Zonda ha dovuto suonare quasi tutti gli strumenti da solo, lode a lui, perchè tecnicamente ci sono anche alcuni elementi non troppo semplici.
Un altro colpo da maestro è stato quello di impreziosire la line-up con ospiti come WildHeart, l'artista americano Marilyn Roxie e Phillip Lockwood-Holmes, direttamente dai LeBlue. Alla Kingem fanno sul serio e ogni volta si riuniscono artisti di un certo spessore per le loro uscite. Anche per i Tiny Tide non si sono risparmiati e il contributo di questi personaggi ha dato ulteriore importanza all'album, che si spera avrà il giusto successo, anche se riservo alcuni timori per la sua eventuale esecuzione live.
In sostanza, sistemando qualche virgola qui e là si può anche ottenere un disco perfetto. Non ci siamo lontani ma, vi prego, fate qualcosa per quella voce.
Voto: 7+
mercoledì 6 ottobre 2010
Fotoreport #13: Baby Blue Live @ Leoncavallo, Milano 29/09/2010
Monelle Chiti (link a destra) ha fotografato per noi i BABY BLUE al concerto del 29 Settembre 2010 tenutosi allo Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo di Milano.
Ricordiamo che il locale sta per venir sgomberato dalla polizia (scadenza in novembre). A tutti i milanesi: lottate perchè questa ingiustizia non avvenga.
Ecco qualche scatto della serata.
Ricordiamo che il locale sta per venir sgomberato dalla polizia (scadenza in novembre). A tutti i milanesi: lottate perchè questa ingiustizia non avvenga.
Ecco qualche scatto della serata.
martedì 5 ottobre 2010
Serj Tankian - Imperfect Harmonies (Reprise/Serjical Strike, 2010)
Tracklist:
1. Disowned Inc.
2. Borders Are...
3. Deserving?
4. Beatus
5. Reconstructive Demonstrations
6. Electron
7. Gate 21
8. Yes, It's Genocide
9. Peace Be Revenged
10. Left of Center
11. Wings of Summer
"Armonie imperfette", questa la traduzione del titolo del secondo album (ma terza uscita discografica, considerato il live orchestrale "Elect The Dead Symphony", qui recensito) del percorso solista di Serj Tankian, l'ex leader dei System Of A Down, che in qualsiasi progetto continua a dimostrare la sua tenacia e qualità artistica. Lasciando in disparte le speranze, sempre più realisticamente interpretabili come previsioni, di una reunion dei SOAD, il cantante armeno pubblica questa nuova fatica che, in realtà, non tutti digeriranno con facilità. E' un burbero miscuglio di alternative, jazz, classica (sinfonica) ed elettronica, che quasi fa dimenticare, per certe sue caratteristiche di pesantezza e corposità, l'anima più radiofonica del suo predecessore "Elect The Dead".
E' innegabile come questo disco segua la naturale parabola evolutiva del ritrovato "cantautore". L'ultimo tour aveva letteralmente impregnato di musica classica i suoi vecchi brani e il risultato è piaciuto così tanto all'armeno che questo disco sembra composto proprio a partire dall'orchestra. Effettivamente le linee di continuità con il primo lavoro non sono molte, anche se sotto il punto di vista della mera facilità di ascolto battono tutto il resto. A rappresentarle ci pensano "Left of Center" e "Deserving", i brani più banali a livello strutturale ma che risultano, in verità, i più interessanti, incredibilmente catchy ed immediati, forti di ritornelli poderosi e vagamente ballabili, uniti a melodie di base che scivolano via leggerissime. E' con "Borders Are" ed "Electron" che lo stile della "prima-epoca-tankiana" si congiunge con quello nuovo. Qui la composizione di un pezzo dall'attitudine "easy", e pertanto orecchiabile, si adagia educatamente sull'appariscente presenza delle componenti sinfoniche che donano nuova luce al suo appeal intrinsecamente affascinante, nella misura in cui interpreta l'immancabile necessità di una ricerca di un impianto dall'effetto deciso ed univocamente recepibile come "d'impatto". "Electron", perfetta, supera il beat di "Borders Are" per la natura da spirito libero con la quale Serj infila le parole in quest'ultima; in alcuni frangenti, infatti, il cantante cede nella ricerca metrica, biascicando talune frasi in maniere che sembrano quasi improvvisate, nonostante il brano resti sopra la sufficienza. L'album, ripetiamo, è sapientemente cosparso di elettronica, presente con dosaggi diversi in tutti i brani citati, ma più massicciamente stipata in "Disowned Inc.", a cui è affidata l'apertura di tutto il lavoro, una delle canzoni meno prevedibili in quanto a costruzione e che si fregia di parti sintetizzate dall'incedere quasi techno che gli conferiscono un pregevole carisma da brano epico.
E poi viene la parte nuova, quella per ovvi motivi più lenta ed emotiva, dove archi e pianoforte sono coprotagonisti, insieme alla voce, di brani melodrammatici come "Gate" e "Peace Be Revenged", quest'ultima possente tentativo, seppur non ufficialmente dichiarato, di tradurre in musica chissà quale tragedia greca. Ma la vera perla è intitolata "Yes, It's Genocide", cantata nella lingua nativa dell'artista armeno attualmente trapiantato in Nuova Zelanda, manifesto finale della sua decennale lotta politica per far riconoscere ufficialmente il genocidio del suo popolo perpetrato nei primi anni del novecento ad opera dei turchi, un avvenimento sempre poco considerato sia nelle dissertazioni da comizio che nei libri di storia. Finalmente Obama gli ha dato retta e il brano, anche per queste ragioni, diventa simbolico come punto d'arrivo di un percorso che Serj dal suo debutto nello star system non ha mai mollato. Straziante, malinconica e sensibilmente tetra, risulta subito la sorpresa dell'intero disco.
Serj, sul piano lirico, non teme confronti. Infila parole su parole che come un flusso poetico toccano politica, vicende personali e riflessioni dell'autore, sempre attento a recitare i suoi testi in quella maniera drammatica e profonda che il suo personalissimo timbro gli permette di esprimere al meglio.
L'unico punto debole di Imperfect Harmonies, se esiste, può essere solamente quello di essere meno riconoscibile ad un fan tipico dei System Of A Down, e purtroppo si sa che molti ascoltatori di musica vengono facilmente scontentati di fronte al "cambiamento" dei loro beniamini, soprattutto quando è radicale. Opinione personale del recensore è che aerare la stanza sia uno dei pochi modi di non farla puzzare di vecchio, e quindi ben vengano stravolgimenti come questo, soprattutto se producono dischi di qualità. Come appunto, "Imperfect Harmonies", ulteriore palesamento dello spessore artistico e dell'imprescindibilità di un grande artista, e uomo, come Serj Tankian.
Voto: 8.5
Etichette:
Alternative rock,
Serj Tankian,
sinfonica
lunedì 4 ottobre 2010
No Strings Left - La Prise De La Bastille (Upton Records/New Model Label, 2010)
Tracklist:
1. Avant La Bataille
2. No Strings Left
3. East Of The Sun
4. Campaign
5. November
6. Wastin' Time (Kerouac's 27th Chorus)
7. Little Song To Dance To
8. Manage Your Beauty (Olvidate)
9. The Eternal Promise of Charm
10. Un Istante Prima
11. Get Me Out
Recensione:
La cartella stampa di questo disco è abbastanza rivelatrice. Si parla di Marinetti, di futurismo, di punk. Che l'idea di "velocità" propagandata dal futurismo sia stata poi riutilizzata dal punk sia per le ritmiche delle canzoni che per la loro durata, non è un mistero. L'influenza effettiva che questo genere ha avuto sui No Strings Left è palese, e le tinte garage e alternative che lo accompagnano danno un rinforzo notevole alla sua buona riuscita. Nel disco ci sono tanti riferimenti storici ed epici, una varietà che si riscontra anche nelle tre lingue diverse dei titoli (francese, italiano ed inglese), anche se predomina sempre la lingua anglosassone, soprattutto nel cantato. Anche l'arrangiamento "medio" del disco non è molto "europeo", se per europeo intendiamo continentale, e la fugacità di alcuni brani ricordano a più riprese l'estetica degli Who o del punk americano dei primi tempi (come non citare i Ramones), o la new wave prima fondata dai Joy Division e poi sfruttata in milioni di modi da chiunque. "November" è come l'inno, se la interpretiamo in questo senso, mentre la successiva "Wastin' Time" si propone come un esperimento di dilatazione del senso di appartenenza più squisitamente garage, tributando anche a Jack Kerouac, personaggio chiave per i primi movimenti pre-sessantottini delle università americane. Lontano dalla presa della Bastiglia ma pur sempre protorivoluzionario.
La loro musica, in realtà, ha un che di rivoluzionaro ma non si pone nessun obiettivo a lungo termine. Perlomeno è quel che sembra. L'innovazione è frenata da un certo rimestare di elementi classici del punk e del rock più alternativo, ma il tipo di composizione che viene utilizzato per i pezzi, in qualche modo, riesce a creare un ambiente nuovo, autoalimentato e vagamente originale, anche grazie a questi "discorsi" che vengono inseriti tra e nei pezzi. "Little Song To Dance To" ne è un esempio, ed è la canzone più riuscita, per quei riff che quasi ricordano i Soundgarden senza il loro sound troppo grezzo, un'unione inverosimile di punk e grunge, sempre in chiave garage, che ci ricorda alcuni episodi della prima discografia dei Motorpsycho. "The Eternal Promise of Charm" esplode con un'aggressività punk delle più banali, ma riesce a funzionare comunque per la sua breve durata, così come "Get Me Out", che ha non pochi punti di contatto con l'altro brano appena citato. Lungi da me definirle uguali, ma l'impianto è piuttosto somigliante.
Cosa sorprende dunque in questo "La Prise de La Bastille"? La voglia di contenuti spiaccicata qui e là nei testi, coniugata con un immane desiderio di "spaccare tutto" che sfocia in cattiveria pura di matrice punk-cazzona e che non disdegna di fare a cazzotti con degli elementi pop che inserisce ma ai quali, contemporaneamente, ama ribellarsi. Rimane in disparte la tecnica della band che sinceramente stupisce solo in alcuni momenti (rimane comunque sopra la sufficienza, ma la qualità compositiva è talmente buona che sicuramente supera quella prettamente strumentale).
Un disco per tutti i gusti, ma che non si accontenta di rappresentare qualcosa, poiché lo vuole anche distruggere. E la bonus track finale, in traccia 12, che ricorda molto una catena di montaggio sembra quasi la costruzione definitiva di una società post-industriale supercontrollata come quella del buon Orwell nel celeberrimo 1984. Come distruggere tutto quello che il punk, ispirazione prima del disco, rappresentava. Disco riottoso ma studiato, mai recalcitrante, sempre avanti, a suo modo avanguardista.
Voto: 7.5
Vi lascio, e non è un favore che faccio a molti, con un loro videoclip. Merita.
domenica 3 ottobre 2010
The Charlestones - Out From The Blue (Moscow, 2010)
Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Yesterday Remorse
2. Thinking At The Bar
3. Leaving Back The Sun
4. Westfora Carillon
5. Ascent of Smiths
6. Good Times
7. Upon The Sand
8. Ermian
9. Made In Paris
10. Out From The Blue
Recensione:
Oddio l'invasione del brit su etichette italiane! No, non spaventatevi, i The Charlestones vengono da Tolmezzo, provincia di Udine. La Carnia è il loro habitat naturale e, nonostante questo, sono riusciti a colorare di forti tinte brit la loro musica, così distante dall'universo geografico che li racchiude ma così ben interpretata da farli sembrare una delle tante band storiche del settore.
Un disco come questo, sicuramente, non ha pretese di innovazione e lo si capisce fin dalla prima nota. Se c'è un intento chiaro è quello di utilizzare appieno il linguaggio brit per proporre nuova musica ma con gli stilemi più rinomati di questa scena, rifacendoli propri nel 2010 quando ormai l'indie ha soffocato questa fastosa etichetta.
Brit fin dal loro look, spiaccicato in copertina quasi come una dichiarazione d'intenti, i quattro infilano una serie di dieci inarrestabili brani di malcelata ispirazione britannica, prodotti molto bene grazie al mixaggio di Davide Massussi (famoso per il progetto elettronico Love in Detroit, ma già in sala di registrazione anche per i compagni di etichetta Trabant) e al mastering tutto americano di Carl Saff, da Chicago. Un lavoro in grande per un ottimo disco. Si, perchè non serve proporre qualcosa di totalmente nuovo per fare un album di spessore nel 2010. La melodia e la costruzione dei brani è tutta brit, lo si sente in "Westfora Carillon", la canzone più riuscita, in "Good Times" e in "Yesterday Remorse", poi con scala decrescente in tutti i pezzi. L'evidente influsso di band storiche come Pulp e Suede, o più recenti come Babyshambles e Manic Street Preachers, per citarne solo alcune del filone più "popoloso" della storia (dopo il punk dei primi tempi), è onnipresente e non è per niente un male. Perchè riproporre questo genere senza annoiare non è cosa da tutti, e un brano lento come "Ascent of Smiths", che in molti brit acts analoghi annoierebbe, è composto nella maniera giusta per essere annoverato anche come papabile singolo. E anche se sono solo quaranta minuti (anzi, trentotto), il disco non vi sembrerà né troppo lungo né troppo corto, per la sua evoluta capacità di cambiare tono velocemente e di essere leggero ma completo.
Per concludere: nei dieci episodi di cui è composto questo "Out From The Blue" (letteralmente: usciti dal nulla) non c'è traccia di momenti sperimentali o che vogliano deviare dal brit più puro. Se vogliono sbancare in Gran Bretagna questo è il modo giusto, ma in Italia forse ci sarà un minimo di risentimento poiché sempre si guarda con troppa insoddisfazione al cantato in inglese. Detto questo, questo lavoro resta ottimo, suonato benissimo, composto in maniera più che buona e destinato, si spera, a rimanere un gioiellino per gli aficionados italiani di questo genere. Senza le pretese dell'indie-snob che stanno soffocando praticamente tutto.
Voto: 7.5
sabato 2 ottobre 2010
Skunk Anansie - Wonderlustre (V2 Records, 2010)
Tracklist:
1. God Loves You
2. My Ugly Boy
3. Over The Love
4. Talk Too Much
5. The Sweetest Thing
6. It Doesn't Matter
7. You're Too Expensive For Me
8. My Love Will Fall
9. You Saved Me
10. Feeling The Itch
11. You Can't Always Do What You Like
12. I Will Stay But You Should Leave
Recensione:
A prescindere da quello che pensate degli Skunk Anansie hanno fatto della buona musica. Stoosh e Paranoid & Sunburst sono state due perle che difficilmente dimenticheremo, con quel miscuglio del tutto omogeneo di nu-metal, alternative e hard rock che Skin ha saputo personalizzare talmente tanto da renderlo un elemento distintivo degli S.A., all'interno di un filone che sapremo (e dovremo) sempre ricordare con tanto piacere. E poi arrivò Post Orgasmic Chill, un album sicuramente carino ma che lasciava intravedere già gli spiragli dello scioglimento e della sempre più autoritaria Skin.
Ritornati sulle scene nel 2009 con un best of prodotto meramente "per vendere", con un paio di singoli azzeccati (e un terzo, "Squander", non particolarmente convincente), nel 2010 sparano in alto con una dozzina di brani nuovi di zecca pronti a ridefinire gli assetti che conoscevamo. E' triste dover ammettere che non c'è molto da dire, se non che si riprende consapevolmente la strada lasciata con Post Orgasmic Chill ma estremizzando i due tratti salienti di quell'album: la melodia pop e il rock più furioso (quello di "On My Hotel TV", la ricordate?). Il sound grezzo e potente di quei tempi ritorna in maniera più pompata, prodotta e scippato di ogni aspetto melodico, mentre quello più melodico viene confermato e potenziato da un suono molto lavorato e sfibrato, semplice e spoglio al punto giusto da colpire con le sue note più che con il suono. E' il caso di ballads come "Talk Too Much", ottima anche a livello di composizione, così come sono sopra la linea del discreto anche "Feeling The Itch" e "The Sweetest Thing", con variazioni sul tema che non sempre sono immediatamente riconducibili ai cliché "skunkanansiani". Così è anche per il singolo, "My Ugly Boy", il brano più easy-listening e anche il pezzo strutturalmente più banale, ma che colpisce al punto giusto procurandosi l'appellativo di singolo azzeccatissimo. Non potevano trovarne di migliori.
L'aspetto principale di questo Wonderlustre non è comunque la sua varietà, ma la linea diretta che segue fino a toccare l'ascoltatore nelle sue corde più nascoste, con un piglio radiofonico che è funzionale al mantenimento di una superficiale tenuta melodica. Lo si sente in "Over The Love", con uno dei refrain più orecchiabili dell'intero lavoro, elevabile, volendo, a stendardo identificativo del disco, per quanto riguarda la struttura e il "tiro".
Riassumendo, il discorso è piuttosto breve. Tutti i brani, anche quelli non citati, si contraddistinguono per il loro aspetto commerciale ma votato ad un affannosa ricerca di rinnovarsi, senza scopiazzare dal loro passato e lasciandosi alle spalle i motivi della rottura. L'affiatamento dei quattro è notevole, e produrre un disco di alt-rock così nel 2010 non è da tutti, soprattutto per chi ha una "frontwoman". Ma loro hanno Skin, perfetta tecnicamente anche all'interno dell'album, che non perde mai un colpo, neanche a livello di testi e linee vocali.
Straconsigliato.
Voto: 7.5
venerdì 1 ottobre 2010
Fabri Fibra - Quorum + Controcultura (Universal, 2010)
Tracklist di QUORUM
1. Intro Quorum
2. Quorum
3. Questo Pezzo
4. Mille Domande
5. Non Ditelo
6. Commerciale
7. Un Calmante
8. Freestyle
9. Nel Mio Disco (ft. Dargen D'Amico)
10. Certe Cose Si Sanno
11. Outro PDF
Tracklist di CONTROCULTURA
1. 6791
2. Escort
3. #
4. Double Trouble
5. -+-
6. Spara Al Diavolo
7. Controcultura
8. Vip In Trip
9. Qualcuno Normale (ft. Marracash)
10. Insensible (ft. Dargen D'Amico)
11. Tranne Te
12. Non Potete Capire
13. 3 Parole
14. Rivelazione
15. Troppo Famoso (ft. Entics)
16. Le Donne
17. In Alto
18. La Fretta (ft. Dj Double S)
Recensione:
Fabrizio Tarducci è arrivato alla fama con delle opere rap che gli aficionados ricordano tuttora come autentici capolavori. Chi vi parla non è un "affezionato", ma sicuramente si vanta di aver ascoltato moltissimi dischi, tra cui appunto la discografia dell'artista senigalliese. E chiunque abbia ascoltato tutti gli album della sua carriera si sarà accorto della caduta di stile avvenuta da Tradimento in poi, votata ad una ricerca continua del singolo (e dei soldi) che Fabri Fibra stesso rivendica. Lasciando stare i seppur validi primi stint come Uomini di Mare, è evidente come Turbe Giovanili e Mr. Simpatia fossero dischi di hip hop completo, con un fulcro saldato in maniera molto convinta in un impianto di testi continuamente altalenante tra impegno, volgarità e disagio. Ed è proprio questo disagio forte e chiaro, questo turbamento di stampo generazionale, che ha causato il successo del rapper. Peccato per la conseguente distruzione artistica, questa invece imperniata nella rincorsa continua di un modo per rimanere sotto le luci della ribalta. Da Tradimento in poi, infatti, si è assistito a un progressivo aumento nella qualità delle basi (sempre in senso radiofonico) con inarrestabile degenerazione del comparto liriche. Rime meno funzionali, a volte ritornelli che esulano dal rap, testi più "compromessi" con quel mondo del successo che sembra sempre tanto criticare. Fino ad arrivare a Controcultura, il vero album, preceduto su web dalla pubblicazione gratuita intitolata Quorum.
In tutto i pezzi nuovi sono ventinove, ma la qualità ne contraddistingue veramente pochi. Tra un'accozzaglia di politica, starsystem e continui accenni pregni di egocentrismo, i testi subiscono la pressione del suo successo, del quale si vanta in una maniera talmente presuntuosa da scottarsi. E' proprio questo uno dei motivi per cui le parole perdono il loro senso, dopo tre dischi di cui si parla della stessa cosa. E dopo che il miscuglio techno+hip hop+voglioesseresuonatoinradio è arrivato alla sua realizzazione massima, non potevamo che assistere esterrefatti a brani come "Le Donne", futuro singolo, supportato da un ritornello da pop fastidioso anni '90 che strizza l'occhio all'America senza passare dal via. Brano orrendo, così come "Tranne Te" e "Non Potete Capire", i più ballabili, che funzionano molto poco se si considera il loro puro intento pop. L'impazzare del rap statunitense evidentemente ha influenzato Fabri anche nei testi e questo è evidente in molti giri di parole che, stranamente, in Controcultura e Quorum abbondano. La voglia di ritornare all'inizio è completamente assente, scialbamente imitata in "Nel Mio Disco", dove il rapper dichiara di voler espletare tutte le sue funzioni corporee in faccia a Paola Barale e Manuela Arcuri, supportato da Dargen D'Amico, uno dei migliori in Italia nel suo settore ma che in questo brano non rende minimamente. Nei vari pezzi si nominano tantissimi personaggi famosi, tutti con palese mancanza di rispetto, vedasi Laura Chiatti, Marco Mengoni, le Bambole di Pezza, Marrazzo, Calissano, Brosio o Versace (e la lista non finisce qui). Se farsi querelare è il modo giusto di fare successo ed entrare nei giornali di gossip, evidentemente Fabri Fibra non è stupido come sembra.
Se invece "Vip In Trip", con un testo osceno e un impianto melodico sopra la sufficienza, è un singolo che funziona poco più che da apripista, si aspetta "La Fretta", insieme a Dj Double S, per ascoltare un brano veramente riuscito: qui si ascolta finalmente una canzone rap con tutti i crismi, con un lavoro di rime notevole e l'utilizzo massimo di quella voce che per i suoi propositi sarebbe ottima. Un altro bel pezzo si trova invece in Quorum ed è proprio la title-track con un gran refrain e un testo sopra la media.
I restanti brani lasciano abbastanza delusi anche se l'idea di coniugare rap più puro, con le tipiche basi pro-USA che ricordano sempre i grandi del genere (es. "Spara Al Diavolo" e "Freestyle"), a questo techno-pop becero e quasi barbarico, nonostante le rifiniture cromate da venditore seriale, sembra funzionare. Per questo il disco è migliore di Bugiardo e Chi Vuol Essere Fabri Fibra?, ma non gioiamone troppo.
Diciamo la verità: il cliché del rapper folle che vuole uccidere qualcuno, del palazzo che crolla (quante volte lo vuole dire ancora?), della violenza gratuita e del "mi cercano tutti perché sono famoso" ha veramente stufato. Lo svuotamento di contenuti e la fitta assenza di rap che significhi qualcosa rende questo (doppio)disco non solo un episodio triste nella discografia del rapper marchigiano, ma anche un lavoro troppo poco rap per essere definito tale. Poco rap nell'anima, poco rap nei testi, poco rap nei fatti. La sua presunzione potrebbe anche portarlo a commentare una recensione come questa se la leggerà ma la verità è che a me i primi dischi piacevano e sentire della merda così è davvero spiazzante. La verità è che incentrare una carriera sulla tua faccia tosta deve corrispondere ad un contenuto o, perlomeno, ad un'immagine che tu possa sfruttare commercialmente. Fabri Fibra non interpreta questi due condivisibili aspetti del diventare famoso e se ha raggiunto lo stesso la celebrità è evidente che il sistema in Italia è bacato. Ma questo lo sapevamo già.
E ora con le sue parole: "Trovati un lavoro cazzo".
Voto: 4.5
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