lunedì 15 novembre 2010

Tre Allegri Ragazzi Morti Live @ Deposito Giordani, Pordenone 12 Novembre 2010


RECENSIONE A CURA DI ALESSIA RADOVIC
Chi va ai concerti lo sa, una band che suona nella propria città d'origine dà sempre il meglio di sè e così è successo per i Tre Allegri Ragazzi Morti in quel di Pordenone. La location? Il Deposito Giordani, rimasto uno dei pochi locali che offre un live a cinque stelle senza dover pagare un'entrata salata; a sua volta il pubblico si presenta numeroso e proveniente da tutto il Friuli-Venezia Giulia (abbiamo dato un'occhiata alle targhe delle automobili) e ciò ci rincuora - qualcuno che ancora ama il rock ed è disposto a fare strada c'è.
Dopo un'ora abbondante di attesa ecco i ragazzi morti salire sul palco, accompagnati dal solito "uomo topo" che li accompagna come seconda chitarra. 
S'inizia con qualche pezzo de I Primitivi del Futuro ma è solo quando iniziano le note di "Mai Come Voi" che il pubblico si scalda sul serio. Nulla da dire sull'ultimo album se preso a sé stante ma rispetto ai precedenti lavori manca qualcosa, anche se forse è solo il cambio di stile a creare malinconia nei fans.
Il concerto vola via veloce ed è gia ora del famoso "vaffanculo" (a dirla tutta è famoso solo tra i fan del gruppo, ai novellini crea sempre un po' di sconcerto). Prima di finire il frontman Davide Toffolo spreca qualche parola sui tempi d'oggi in cui la musica e soprattutto gli eventi live sono in via d'estinzione, invita il pubblico a ribellarsi e a fare ciò che più si ama fregandosene dei genitori (cautela, il rock è maledetto ma la vita vera è un'altra).
E così si finisce, sentendosi meno stressati dopo un'ora e un quarto di libertà. Nella scaletta, tra le altre: "Il Mondo Prima", "Mai Come Voi", "Occhi Bassi", "Ogni Adolescenza", "Voglio", "La Faccia della Luna", "Mio Fratellino Ha Scoperto il Rock'n'Roll" e "Il Principe in Bicicletta"


POSTFAZIONE A CURA DI EMANUELE BRIZZANTE
Il ragazzo morto è un prototipo di persona che negli anni '90 ha messo tantissima carne al fuoco, riscuotendo consenso prima di tutto per l'immaginario pittoresco da cui traeva ispirazione (i fumetti intrisi di politica, l'adolescenza, la letteratura più malinconica), e poi per l'aspetto contenutistico che tramite la musica veniva veicolato ad uno stuolo di fans che negli anni è cresciuto consolidandosi e diventando colonna portante della carriera di una band, appunto, i TARM. Nel 2010 si può benissimo dare uno sguardo indietro, per vedere da dove sono partiti e dove sono arrivati ora questi tre artisti, ma non lo faremo, lasciando a voi il piacere dell'analisi. 
Ciò che risulta evidente è che le provocazioni di Davide Toffolo, come quelle citate nella recensione di Alessia, risultano abbastanza stonate quando vengono fatte di fronte a una folta folla di persone mentalmente carbonizzate, senza offesa alcuna chiaramente. E' altresì evidente come il processo di lobotomia che negli anni è stato eseguito dalle persone che ci manipolano, cioè i nostri governanti, abbia cambiato le carte in tavola, e dal '68 al 2010 sono passati troppi anni per pretendere che queste incitazioni à-la-"rivoluzionario che va a drogarsi a Woodstock" facciano ancora presa. Quando si scioperava per i diritti del lavoro e si occupavano le fabbriche per giorni e settimane, e se era necessario per mesi, le persone dimostravano di avere ancora la forza di lottare per ottenere quello che volevano, o quello di cui avevano bisogno. Oggi ci si lamenta a ruota libera, senza trovare la forza né le condizioni psicofisiche adatte per agire, per lottare, per costringere chi di dovere a darci quello che di diritto ci spetta. Giudizi sociopolitici a parte, le dichiarazioni di Davide Toffolo non spingono sul tasto giusto, giacché per quanto sia giusto il concetto di "combattere per riappropriarsi degli spazi" il popolo italiano ha dimostrato di avere degli altri modi di dimostrare il proprio malcontento, cioè lamentandosi, lamentandosi e ancora lamentandosi, piangendo sulla spalla di quello accanto. Inoltre, e non è poco, alcune tipologie di persone non sono pronte a sentirsi dire di rivoltarsi contro i propri genitori (a parte che il pubblico dei TARM ha tra i 20 e i 30 anni mediamente...) e alzare la musica se gli dicono di abbassarla, fumare se gli dicono di non farlo.
Dopo questa lunghissima, e per alcune persone sicuramente esagerata, postfazione, possiamo concludere dicendo che i Tre Allegri Ragazzi Morti abbiano senz'altro il merito di aver fatto da portavoce agli adolescenti italiani per più di vent'anni, ma è arrivata l'ora di divertirsi con del buon "rock'n'roll" (o reggae'n'roll, come lo chiamano ultimamente dopo lo spostamento dell'asse del genere verso questi lidi) lasciando da parte la politica, perché si rischia di sembrare i soliti "comunisti", dei finti impegnati che lo fanno per arrivismo, quando in realtà i buoni propositi ci sono e Toffolo ne è la palese dimostrazione. Il problema è la gente, e se davvero si vorranno adeguare, i ragazzi morti dovranno trovare una nuova nicchia da occupare, perchè questo spazio gli sta abbastanza stretto. Tutto ciò non toglie che il concerto sia stato ottimo sotto ogni punto di vista.

domenica 14 novembre 2010

I concerti del mese - Novembre 2010 (parte 2)

(continua da 31 Ottobre)

17.11 THE DRUMS - Bologna
18.11 NEW MODEL ARMY - Bologna
19.11 BEACH FOSSILS - Bologna
19.11 RITA MARLEY - Bologna
19.11 THE RIDEOUTS - Trieste
19.11 BOB LOG III - Padova
19.11 SHRINEBUILDER - Madonna Dell'Albero (RA)
19.11 RELLA THE WOODCUTTER - Padova
20.11 SAKEE SED - Padova
20.11 LINEA 77 - Pieve di Cento (BO)
20.11 FRANCESCO GUCCINI - Pistoia
20.11 MASSIMO VOLUME e BACHI DA PIETRA - Madonna Dell'Albero (RA)
20.11 JAILL - Padova
20.11 LE BRAGHE CORTE - Bologna
20.11 THE MIGHTY STEF - Padova
20.11 WILD NOTHING e STRANGE BOYS - Bologna
20.11 HEIKE HAS THE GIGGLES - Pontelagoscuro (FE)
25.11 SPAGHETTI BOLONNAISE - Porto Viro (RO)
25.11 NICOLA LOTTO - Padova
25.11 THE PAINS OF BEING PURE AT HEART - Bologna
26.11 UNKNOWN PLEASURES: A JOY DIVISION CELEBRATION BY PETER HOOK - Roncade (TV)
26.11 JULES NOT JUDE - Padova
26.11 IL TEATRO DEGLI ORRORI - Reggio Emilia
27.11 IL TEATRO DEGLI ORRORI - Marghera (VE)
27.11 BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB - Roncade (TV)
27.11 EX-OTAGO - Codroipo (UD)

sabato 13 novembre 2010

Underground Railroad - Moving the Mountain (Alka/Shinseiki, 2010)


Tracklist:
1. Black Rain
2. Same Old Place
3. Riverside
4. Hard to Let Go
5. Chain Gang
6. Enlightenment
7. Drown
8. Part Time President
9. Rainstorm
10. A New Machine
11. Satisfied
12. Dirty Woman

Southern, molto southern. Sprechiamo parole a raffica per definire un disco del genere? No, non ne vale la pena. Attenzione, non stiamo dicendo che sia brutto, perché ci sono dei bei pezzi, però miei cari ragazzi è possibile avere del materiale originale nel duemiladieci?
Dispiace sempre iniziare con così poca effervescenza una recensione, però, come dicevano una volta, pane al pane, vino al vino. Gli Underground Railroad, emiliani, hanno già fatto della bella musica in passato e non hanno smesso con questa nuova bomba "sudista", anche se non politicamente (o senza dirlo). ZZ Top, Lynyrd Skynyrd, echi ledzeppeliniani, come altre persone già hanno notato. Influenze che rasentano comunque sempre l'hard rock, anche i più strazianti Guns'n'Roses, i lavori solisti di Slash, i Velvet Underground e perché no, gli Audioslave e i Deep Purple. Ci sarebbero cascate di band da citare, le band da cui sono influenzati, le band a cui assomigliano, ma ci limiteremo ad abbozzare una descrizione di quello che potete trovare Moving the Mountain.
Il genere l'avete capito, è quello. Niente di più, niente di meno. I brani, in realtà costruiti con una certa cura, sono tutti molto standard nell'assetto e nel songwriting, così come nella scelta dei suoni. Colpisce, negativamente, quello che si è appena detto, e positivamente invece la tendenza sempre piuttosto palese ad irrigidirsi dentro a schemi e preconcetti che prendono a piene mani dal panorama hard rock più classico, senza però "sporcarsi le mani" con il plagio. Questo significa, per forza di cose, che quel tipo di linguaggio viene catturato e in un blend molto più moderno ricompattato e reso al pubblico sotto una luce abbastanza personale, se vogliamo dare un merito alla band. Ogni canzone, di per sé, fornisce elementi importanti per capire scelte nel sound, scelte stilistiche, motivi e finalità della band. La voglia di fare del sano rock'n'roll che funzioni ancora. 
Ed effettivamente ci riescono, senza pretendere troppo né da loro stessi (tecnicamente e per quanto riguarda i suoni selezionati per finire nella release definitiva che abbiamo tra le mani) né dagli ascoltatori. Sperando che esistano, perchè questo genere, feste di birra a parte, sta morendo e bisogna addentrarsi in qualche desertico stato degli USA meridionali per trovare chi lo apprezza ancora. In Alabama, forse, è dove gli Underground Railroad volevano nascere, ma l'Emilia non li porterà molto lontano, dove la birra si beve per dimenticare la nebbia e le delusioni politiche. 

Punti a favore quindi la rielaborazione personale di quei cliché che hanno rotto le palle al mondo intero, il suono pulito e curato, gli assoli, levigati e non troppo sboroni.

A sfavore gioca la scelta del genere, da non imputare troppo alla band se comunque questi sono i loro gusti (ed è giusto che suonino quel che gli va di suonare), alcuni momenti troppo pesanti da digerire soprattutto negli ultimi due brani del disco ("Satisfied" e "Dirty Woman"), la strada già sbarrata che il mercato gli impone.
Ma senza questi punti contrari dove sarebbe lo sprone? Un disco che i fan del southern rock (e dell'hard rock) più tradizionali ameranno tantissimo, mentre gli altri rimarranno con la bava alla bocca sperando che ai concerti venga qualche donna a mostrare le tette stile backstage dei Motley Crue. Ma siamo in Italia, sveglia!

Voto: 6-

venerdì 12 novembre 2010

The Wild Boars - A Bottle Or A Gun (Honeychile/New Model Label, 2010)


Tracklist:
1. A Wild Boar On a Voodoo Train
2. Out of Luck
3. Where Credit's Due
4. Unfaithful
5. Linedance Hooker
6. One Day All This Will Be Yours
7. Do I Have To?
8. Vigilante
9. This Bottle
10. Your Train


Quanta America c'è nella musica italiana degli ultimi anni. Non è neanche perchè ci si è stufati di copiare dai britannici perché questo genere è vecchio come il mondo anche in Italia. Quante migliaia di band già negli anni '60 e '70 importavano, a modo loro, il bluegrass, il southern rock e il country, rimanendo nell'anonimato perchè allora se non facevi "musica popolare" in Italia non eri nessuno?
Beh l'importante è farlo con il cuore, ed è quello che fanno i The Wild Boars, forti di un influenza che più che da generi di questo tipo (e non solo quelli, anche blues e folk) arriva da esperienze personali che li vede già nell'ambito familiare a contatto fin da piccoli con queste categorie musicali, tanto da arrivare ad ammettere che essere nati in città è una sfortuna (così ha detto il cantante e chitarrista Stefano Raggi in un'intervista). Le dieci canzoni che compongono il disco sono tutte brillanti mosaici che oltre a prendere gli elementi più distintivi dei generi di cui sopra riescono anche ad essere vivide rielaborazioni, che anche grazie ad una voce particolare come quella di Andy Penington e ad alcuni contributi di strumenti come il banjo e il dobro donano un'atmosfera classica ma allo stesso tempo "nuova" ad alcuni brani. L'anima blues è abbastanza evidente anche nei testi, in alcuni tratti intimisti e in altri più intenti ad esplorare l'io dei membri della band e le loro vite. L'eccezione che conferma la regola è "Vigilante", dedicata a fatti di cronaca nera che sempre più attanagliano questo paese, ma sicuramente fa riferimento anche agli avvenimenti più storici in questo settore, che derivano molto spesso proprio dagli amati USA (amati dalla band più che dal sottoscritto in realtà). Le atmosfere evocate dai brani, a partire dalla opener "A Wild Boar On A Voodoo Train" passando soprattutto per "Linedance Hooker" e "This Bottle", fanno sempre riferimento ad uno scenario tipicamente americano, il deserto attraversato dalle motociclette o dalle auto, la Route 66, i vecchi film western, il sud arido e povero. Questo ciò che viene in mente al primo ascolto, anche se la grinta di alcuni brani li accomuna più a certo southern/hard rock dei primi tempi come quello dei Lynyrd Skynrd, che però non lascia pesanti solchi all'interno della produzione dei Wild Boars.



Questo disco è consigliato a chi ha ancora voglia di ascoltare del buon blues rock, anche se purtroppo i fan del settore sono in netto calo negli ultimi anni di abbondanza alternative. Può sembrare anacronistico ma a volte venire fuori con una cosa "antiquata" sapendola svecchiare a dovere ha anche il suo perché. E questo è proprio quello che hanno fatto, con una passione notevole, proprio i The Wild Boars. 


Voto: 7

giovedì 11 novembre 2010

Thoc! - Nicolao (Mizar, 2010)


Tracklist:
1. 1000 Reasons

2. Mean 2 Mean
3. Garda Deutsch
4. The Dove
5. Vampire
6. U2
7. Nicolao
8. Happiness Will Come In Summer
9. 2 Fingers up!
10. Two of A Kind
11. Patty Party

Imitatori, state attenti. I Joy Division, i New Order e i Cure hanno fatto la storia e molti ci stanno facendo soldi facendo la stessa identica cosa nell'era del digitale (e del suono digitale), magari anche appropriandosi di un'etichetta inutile come "indie". In Italia ci sono alcune buone band che si muovono in questo settore, e non starò qui a citarle (basta che vi rileggiate un po' di recensioni), e sicuramente i THoC! sono una di queste. THoC! significa The House of Caps e rappresenta davanti al pubblico questo quintetto bresciano che ha evidentemente voglia di far ballare la gente ai concerti nonostante le venature tristi che per natura tutti quelli che sono influenzati da Curtis e soci interpongono nelle loro canzoni, soprattutto a livello di voce.
Partiamo dagli aspetti positivi stavolta? Tutti i brani che compongono Nicolao sono piccole perle di ballabilità ed orecchiabilità, che starebbero benissimo come singoli e a volte come pezzi da pista di discoteca (o ancora meglio, nei dj set che molti live club fanno dopo i concerti negli ultimi anni). In particolare "1000 Reasons", "U2" e "Garda Deutsch" (quest'ultima molto simpatica per altro), che per alcuni versi ricordano anche i Devo, altra pietra miliare del settore. Il disco è piuttosto veloce, sia come tempi che come lunghezza delle canzoni, scorre via senza problemi, non estendendo mai più del dovuto le tracce né le parti al loro interno. Questo perché ogni brano è costruito in maniera molto semplice ma con tutti gli sforzi concentrati nell'essere d'impatto, e lo dimostrano praticamente tutte le canzoni, anche se ci sono alcuni momenti in cui le contaminazioni sconfinano nell'imitazione, come nella bella "The Dove" che purtroppo però sa di già sentito (così come la title-track). Paradossalmente, è una delle canzoni in cui la voce se la gioca meglio, nonostante sia, per buona parte del disco, l'anello debole del tutto, in alcuni momenti sull'orlo del precipizio, sempre a pochi passi dalla stonatura. "Vampire" fa immediatamente accostare la band agli altri alfieri del genere in Italia, anche se non stiamo parlando esattamente dello stesso ambito, cioè i Trabant (e a loro volta, i loro "maestri", i Gang of Four), con dei synth pazzi che sicuramente faranno scatenare più di qualcuno nei live set.
Questa odissea electro-rock si fregia di un aspetto essenziale, che non tutti questi dischi riescono ad avere, cioè la capacità di penetrare nelle orecchie dell'ascoltatore come un'avventura indimenticabile, lasciando il segno, grazie ai toni molto "sintetici" di alcuni frangenti dei brani, grazie a una personalità che li riesce comunque a distinguere dalla massa informe delle band che gli assomigliano, e infine per la melodicità e l'anima intrinsecamente pop di quello che è l'apparato di base delle canzoni, cioè la loro struttura e la loro costruzione ritmica. Anche le scelte dei suoni giocano a loro vantaggio, nonostante l'autoproduzione, riuscendo a rendere intenso ogni brano anche quando i suoni non abbondano con l'elettronica (vedasi "Happiness Will Come In Summer"), e interpretando perfettamente l'anima malinconica e allo stesso tempo quasi godereccia della vecchia guardia che ultimamente si è tradotta nell'electro-wave di Bloc Party, MGMT e molti altri. Un'ottimo sforzo che fa uso di pochi elementi ormai classici per partire alla rincorsa di un emisfero tutto da scoprire e riscoprire, di volta in volta, che tu stia ascoltando i Franz Ferdinand, gli Heike Has The Giggles o i THoC!.

Un disco che non lascia scontenti, simbolo di una generazione che parte alla conquista della scena musicale utilizzando strumenti vecchi come il mondo e che nessuno più dichiarare sconosciuti o "troppo lontani dalla nostra cultura". Per questo è probabile che faranno anche strada, e noi sinceramente glielo auguriamo. Una parola sola: contagioso. 

Voto: 7.5

mercoledì 10 novembre 2010

Philosophy of Watermelon - A Dirty Quickie (Antstreet Records, 2010)


Tracklist:
1. Friday Night

2. We Are Pow
3. Sex on Drugs
4. Brain Eater
5. Hello from Hell
6. T.D.T.F.
7. 666 Girl
8. I Wanna Be Your Slave
9. Cry Cry Cry (Johnny Cash)
10. Party Girl

Rock'n'roll, e lo dichiarano. Io devo dire che a volte trovo coraggiosa la scelta di fare ancora questo genere nel duemiladieci poiché morto e sepolto da una decina d'anni, nel continuo ripetersi di cliché che, diciamolo con pochi peli sulla lingua, hanno scassato il cazzo. Però, non hanno rotto a tutti, e quindi queste band trovano ancora una ragione di vivere, così come i punk e i metallari, per i quali vale lo stesso discorso.
A Dirty Quickie, lavoro piuttosto "quick", per richiamare anche il titolo, è un veloce lancio di palla dalla parte del punk/rock più banale ma vincente, quello che sa di già sentito ma non ha ancora esalato l'ultimo sospiro. Le dieci tracce che lo compongono sono corte e rapide al punto giusto, d'impatto ma nonostante questo piuttosto indolore (sarà per la scelta della formula tipica della costruzione punk che non lascia più il segno se non la vai ad ascoltare live con un impianto buono che ti spacchi le orecchie?). "Friday Night", come "666 Girl", come, per non tirarla per le lunghe, tutte le altre canzoni, sono costruite in un modo molto simile, che passa per i mostri sacri del rock'n'roll più sporco ad attingere anche nel mondo più recente dell'alternative punk (che brutta definizione!). Le limitazioni più evidenti sono quelle della stesura dei brani, che non hanno un'evoluzione particolarmente interessante né curata, e che si assomigliano un po' tutti. Certo ai punkettari e a chi ha voglia di pogare ai concerti non gliene frega niente, ma questo è un sito di recensioni quindi bisogna anche notare che gli accordi sono sempre gli stessi e le strutture non cambiano quasi mai. Social Distortion, ma prima Ramones, nel pentolone, insieme a qualcosa di più commerciale che però è risuonato con un sound molto più grezzo e ruvido (ecco, questo è un elemento che innalza le sorti del disco). E la cover di Johnny Cash è un altro dei buoni santi dell'album, mai pesante neanche dopo una decina di ascolti.
In generale, non c'è molto da dire poiché tutto quello che potete ascoltare in A Dirty Quickie l'avete sicuramente già sentito. Se poi vi basta la copertina per comprarlo, quando lo vedete su qualche scaffale non lasciatelo là, darete un grosso contributo alla musica indipendente trentina che, effettivamente, ha bisogno di una mano per uscire dalla nicchia in cui si trova.

Voto: 6.5

martedì 9 novembre 2010

Nichelodeon - Il Gioco Del Silenzio (Lizard Records, 2010)


Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Fame

2. Fiaba
3. Claustrofilia
4. Malamore e la Luna
5. Amanti in Guerra
6. Ombre Cinesi
7. Apnea
8. Il Giardino degli Altri
10. Se
11. Lana di Vetro
12. Ciò che Rimane 

I Nichelodeon sono un progetto estremamente interessante. Direi quasi tossico, ma poi dovrei stare lì a spiegare perchè ho usato questo termine, e non ne ho voglia. Sono nati tre anni fa, salvo poi debuttare con uno strepitoso Cinemanemico, che mi inviarono a casa senza neppure pagarlo (= la gentilezza dell'artista), manifesto iniziale della loro produzione, direttamente preso da un live. Abbiamo usato troppi plurali perchè in realtà la mente del progetto è Claudio Milano, eccentrico musicista che ha fin da subito deciso di lasciare da parte codici e canoni già decisi dal mondo del rock e della musica italiana, per decollare con un insieme di manifestazioni artistiche che raggiungono il loro climax proprio con questo full-length, supportato da un DVD, intitolato "Come Sta Annie?", in cui al Bloom di Mezzago (MB) si può vedere la band intenta a musicare la puntata finale della serie Twin Peaks. L'intero set è riportato su questa video-testimonianza che ci dà subito una chiave di lettura ottima anche per lo stesso Gioco del Silenzio: un album da gustare non solo con l'udito, ma anche con gli occhi, che suscita immaginifiche riflessioni ed evoca pensieri astratti, variopinti, in più frangenti, seguendo la tracklist e anche prescindendo da essa. Insomma, più lo ascolti (e in qualsiasi modo lo ascolti), questo è un album che ti prende e tende a sconvolgerti. Sarà l'immensa capacità di questi pezzi di penetrarti dentro e di risultare d'impatto pur lasciando da parte scontatezze codificate ed esagerate soggezioni alla melodia che sconfinano, molto spesso in questo genere, nel disavanzo, così come può essere il songwriting raffinato e mai banale che conferisce al tutto un'aria pregiata, quasi di lusso. In ogni caso, il disco è fico, questo è poco ma sicuro.

Dentro di lui, atmosfere malinconiche, laconiche, che si sollevano in sprazzi di theremin e bombarda che quasi ironici spiazzano l'ascoltatore, così come quell'ocarina (suonata dal buon Max Pierini, protagonista anche al basso), che arriva quando meno te l'aspetti. A partecipare al progetto ben quindici musicisti, che portano così tantissime influenze, interferenze, prepotenti contaminazioni: nonostante questo non c'è un attimo in cui l'eccessiva presenza di strumenti diversi porti confusione né caos all'interno dei pezzi, che sono tutti nitidamente scaglionati, assemblati in maniera perfetta, con precisione geometrica. Lo dimostrano "Amanti In Guerra", "Se" e "Lana di Vetro", tra i più evocativi, ma anche "Claustrofilia". Diciamo che si accavallano sensazioni, influssi e situazioni talmente differenti che una recensione non potrà mai descrivere appieno tutto quello che c'è nel disco. "Ombre Cinesi", poi, batte tutto. No, meglio non dire ftw, troppo nerdacchiona come espressione, ma ci starebbe tutta. Se il trend più evidente è quello di sporcare tutti i brani di un lontano jazz che non arriva mai a palesarsi appieno, tutto il resto è definibile solamente con il termine sperimentale, perchè qualcosa del genere io sinceramente non l'ho mai sentito, né in Italia né nell'universo dei Nick Cave e degli sperimentatori di varia natura.

In generale, possiamo dire che:
- Claudio Milano ha di nuovo colpito nel segno, citando e riscrivendo brani che già incluse a suo tempo nel perfido ma perfetto Cinemanemico, scrivendo un disco che, per la mole di materiale e di contributi che si porta dentro, necessiterebbe di sforzi descrittivi a dir poco biblici
- La qualità generale della scrittura e dell'esecuzione è più che notevole, sicuramente tale da poter definire questa gemma uno dei dischi dell'anno
- Dischi come questo non escono tutti i giorni e quindi c'è senz'altro da esaltare, oltre agli aspetti qualitativi e quantitativi già citati, anche quelli più emozionali, dove continue direttive pregne di sentimentalismo quasi protoromantico guerreggiano sanguinosamente contro un'aggressività che se non si esterna con la musica si concretizza comunque in quella scaturigine di immagini che il disco per forza solleva fieramente

Se non avete voglia di darvi la zappa sui piedi evitando di ascoltarlo solo perchè non avete trovato la recensione esauriente, fateci un favore (a me e ai Nichelodeon), comprate il disco ed ascoltatelo. Qualunque genere vi piaccia, qualunque età abbiate, qualunque percorso musicale abbiate intrapreso, vi sconvolgerà. Potrebbe non piacere, certo, per la sua troppa delicatezza che lo rende talmente di nicchia da infastidire anche gli esperti, ma tutto ciò non lo rende forse ancora più figo? 

Voto: 9

lunedì 8 novembre 2010

Kings Of Leon - Come Around Sundown (RCA, 2010)


Tracklist:
1. The End
2. Radioactive
3. Pyro
4. Mary
5. The Face
6. The Immortals
7. Back Down South
8. Beach Side
9. No Money
10. Pony Up
11. Birthday
12. Mi Amigo
13. Pickup Truck

I Kings Of Leon hanno già compiuto undici anni di attività. Eppure le prime grida delle ragazzine sono arrivate poco tempo fa, e ancora ci rimbombano nelle orecchie con la tipica noia che provoca sapere che la musica è sempre più ridotta, grazie ai meccanismi che la TV e il web hanno contributo a creare e a far maturare, amplificandoli all'inverosimile, ad eccitazione sessuale ed esaltazione dell'immagine. Non è certo la pop-star imprenditrice Beyoncé Knowles a calcare il palco quando entrano i Followill, ma questi fratelli e relativi cugini hanno già fatto capire quanto la loro "carica erotica" per il pubblico femminile sia efficace. Nonostante questo non hanno fatto la fine dei Green Day del truccatissimo Billie Joe, o dei morti e sepolti My Chemical Romance, o di tanti altri, perchè la qualità musicale, in questo disco come in tutti gli altri è notevole. Provenienti da un panorama pregno di southern rock, per questo motivo devoti al blues come pochi altri stiano facendo ultimamente nel mainstream, hanno stravolto le carte inizialmente messe in tavola per raggiungere una soluzione più melodica e più congeniale al ruolo di rockstar immerse nel pop, con tutto ciò che questo comporta.
Lasciando stare, quindi, tutto quello che non è prettamente musica, compresa la loro sbruffonaggine che me li ha fatti odiare in più di qualche intervista (soprattutto quella recente su XL), entriamo nei meriti di questo quinto full-length, che lascia il segno quasi come gli altri. Dicasi "quasi" per evitare di farlo sembrare "il migliore", perchè così non è. Come molti artisti sono andati scalando, senza comunque mai deludere, rimanendo sempre attaccati ad un fascio di innovazione fascinoso ed intrigante. Lo dimostra anche il primo singolo, "Radioactive", la cui attitudine pop maschera la loro voglia di divertirsi ai concerti, rimanendo sulla cresta dell'onda ma tradendo le aspettative di chi implorava a gran voce una nuova "Use Somebody", insomma quel pop/rock scadente ma di grande qualità che aveva, a un certo punto, rotto anche le palle. Diciamocelo. Conferma lo stesso principio anche "Pyro", con una struttura semplice ma d'impatto, adatta a quel ruolo di "band da stadio" che gli si sta cucendo addosso con un bel po' di faccia tosta. Perchè, avanti, non sono mica i Muse, né gli U2, né i Depeche Mode, nonostante ne ereditino le forme migliori di rapporto con il pubblico. Tipo ufficio, si.
In ogni canzone si nota come siano una band dal percorso semplice e manifesto di una vita che è toccata a molti. Provenienti da un universo chiuso, cioè quello del sud rurale, portano il sound della loro musica tradizionale dritto dritto al successo passando per la porta del cosmopolitismo che se li è mangiati e coccolati. E canzoni come "Back Down South" e "Mary" lo attestano nella maniera più evidente. Per astrazione, possiamo anche arrivare a dire che qui si parla di un revival completo di emozioni evocate solo dai vecchi cantautori degli anni cinquanta e sessanta, sempre sudisti, s' intende, e dai canti dei neri d'America che proprio in questi stati hanno sofferto tanto. Poi dritti in pezzi come "No Money" dove, con la semplicità di cui tutto Come Around Sundown è pieno, ci dimostrano che non si smette mai di migliorare né nel suonare, né nel comporre: il ritmo sostenuto è quello che più di tutti piace ai KoL per questo disco. Sarà che finora erano sempre stati abbastanza quadrati, abbastanza lineari, soprattutto nelle rese live, ma sembra che la formula vincente per C.A.S. sia la velocità incalzante di alcuni brani che, come questo, diventeranno tormentoni per i concerti.
La voce calda del frontman riesce a rendere al meglio in quasi tutti i brani, sia quando si tratta di piegarsi a soluzioni più melodiche che ai momenti più graffianti, dove comunque rimane sempre ancorato al suo stile piuttosto "ristretto", ma non per questo fallimentare nell'aggiustare anche situazioni come "The Face", tra le canzoni-riempitivo ma che grazie ad una buona interpretazione riesce ad essere un ulteriore motivo di gloria per un ottimo album.

Non sono i canti gospel a sollevare le sorti di questo disco, né l'irritante riconoscibilità ed orecchiabilità di ogni singolo riff e di ogni singola linea vocale. E' un songwriting preciso, curato, pulito, supportato da una produzione pregiatissima, in linea con la loro carriera ma anche a passo coi tempi, pop fino ad incrociare il tragitto del rock, rock fino a spremere fin troppo le distorsioni che, in salsa piuttosto "neomelodica" (e nel senso meno negativo che questo termine può esprimere), si portano via tutto l'intero disco. La sensibilità estrema con cui ogni tassello viene dosato ed incastrato nel punto giusto, dà la giusta dimensione ad un album completo ed incredibilmente "funzionante". Lo so, lo so, sono un uomo di poche parole. 
Al numero cinque, con un nome ed una fama così, non potevano fare di meglio.

Voto: 7.5

domenica 7 novembre 2010

The Trammps - Disco Inferno (Atlantic Records, 1976)

E' assolutamente impossibile non conoscere o non canticchiare la title-track di questo disco. E' incredibile quanto un brano possa essere conosciuto e quanto il suo autore possa essere sconosciuto. I The Trammps erano un gruppo che faceva parte della scena disco degli anni 70, e, come il gruppo disco medio, erano musicisti dotati di ottimo groove e ottime capacità tecniche.
Purtroppo però, come ogni gruppo disco medio, nella versione LP, i brani tendevano a venire stiracchiati più del dovuto. Vi basti pensare che la versione studio della title-track dura ben 11 minuti!
E così, brani che sarebbero trascinanti e interessanti, come "Starvin'", "I Feel Like I've Been Livin' (On the Dark Side of the Moon)" e "Don't Burn No Bridges" vengono rese noiose e poco interessanti appunto perché terribilmente stiracchiate. Ed è un peccato, perché nella sezione "regolare" della canzone è possibile apprezzare le ottime voci, le interessanti sezioni di fiati e soprattutto il magistrale groove tenuto dalla sezione ritmica. Ironicamente, è proprio "You Touch My Hot Line", il brano più corto del disco la cosa meno riuscita.
Un disco divertente, ma che alla lunga stanca e che sicuramente oggi appare un po' obsoleto. Per questo motivo c'è poco da dire, ma è sempre interessante ascoltare album del genere, soprattutto per chi è un amante del ritmo e della musica "solida".

Voto: 6+

sabato 6 novembre 2010

Multicolor - First Spaceship On Venus (Sudconscio Lab, 2010)


Tracklist:
1. Line
2. Netherworld
3. Move On
4. Venus
5. Upset
6. Reflex

Un disco? Un EP? Ma che cos'è questa "prima navicella su Venere" che in technocolor, o in Multicolor, vuole penetrare nei nostri stereo e nei nostri timpani? Sono dei ragazzi, giovani, che debuttano direttamente con questo self-titled, senza passare dal via, senza ritirare i prodigiosi 20.000 lire (o quel che sono, insomma, avete mai giocato a Monopoli?), senza tirare i dadi per avanzare nel percorso della gavetta. No, dai, non diciamo cazzate, perchè poi sembra che non abbiamo ascoltato il disco e vogliamo allungare la recensione con espedienti neanche troppo simpatici.

I Multicolor sono una band del Sud Italia (cosentini, registrano lì e a Granarolo, Bologna), un quartetto a dire il vero, che tentano di sfondare (o semplicemente, di farsi notare) con un pop privo di fronzoli, distaccato dalla realtà delle chart, quasi frapponendosi tra l'alternativo medio che pensa che inserire un distorto o urlacchiare sia la soluzione a tutti i problemi e chi per vendere si chiude in testi d'amore e melodie in fa-sol-la minore-do che non vanno più da nessuna parte. Un pop, quindi, più originale della media, genuino, pieno di chitarre acustiche ma non solo, aggiustato in ogni dettaglio, senza corrosioni, imperfezioni, nei, né sbavature. Tra le loro influenze poca musica, tanto cinema, Kubrick, ma soprattutto Kurt Maetzig e la sua ispirazione massima, lo scrittore Stanislaw Lem, pur senza dimenticarne le atmosfere che vengono rivissute sicuramente nella musica, ma anche nell'artwork. Ragioni sonore, quanto estetiche. Un pot-pourri di spazio e tempo che viene fatto proprio dalla band che rielabora con un linguaggio, come dicevamo, pop, un film a suo modo "pesante", rendendolo leggero. Solo sei brani, tutti perfettamente costruiti. Non è appannaggio di molti, tutto ciò: saper rendere tanto con poco, il dono della sintesi, della concisione. Non solo questi doni, ma anche quello di essere fortemente comunicativi, o meglio, evocativi, capaci di riassumere in qualche nota scene di film, sogni, pensieri, di farci viaggiare. E' questo l'importante, più del modo in cui jazz, space rock e psichedelia pinkfloydiana vengono stesi sulla tavolozza del pop più smaccatamente acustico. E sono tonalità difficili da accostare, difficili da digerire, difficili da confondere. L'omogeneità come elemento di base, in un disco che, soprattutto se si considera il suo corpo centrale ("Move On" e "Venus"), spara dritti in faccia agli ascoltatori chili di emozionanti vibrazioni. Il miglior termine per descriverle? Suggestive.
Il disco è un pacchetto completo, nonostante le poche tracce, in ogni sua parte. Armonia totale, senza distensioni che sembrino distrazioni, senza giocare all'esagerazione o alla cooperazione forzata con componenti esterni che sollevino il valore artistico di un pezzo. Solo loro, i loro strumenti, e un'atmosfera kubrickiana che non ti abbandona mai, e non è un mistero che fu proprio Stanley Kubrick il primo "beneficiario" delle atmosfere ricreate dal cinema di fantascienza di fine anni '50/inizio anni '60 di cui anche i Multicolor sembrano essere aficionados. Ma chi se ne fotte, resta pur sempre un disco fantastico, anzi uno dei dischi dell'anno. Senza sè, e senza ma.  


Voto: 9-

venerdì 5 novembre 2010

Jeff Simmons - Lucille Has Messed My Mind Up (Straight Records, 1970)


Dopo aver visto qualche giorno fa i Grandmothers, oggi parliamo di Jeff Simmons, un altro membro dei Mothers of Invention, ma non di quelli originali. Bassista, chitarrista e, come scopriremo in questo album, cantante eccellente, Simmons rimase nel gruppo di Zappa nel 1970 e nel 1974 e fu uno dei pochi a scrivere dei brani che poi verranno completati da Zappa stesso. Frank, oltre a produrre l'album, suona la chitarra su "Raye" e la title-track, e scrive quest'ultima e "Wonderful Wino" a quattro mani con Simmons, con lo pseudonimo di La Marr Bruister.
La musica contenuta in questo LP (ristampato recentemente anche su CD) è un trascinante hard rock, molto incentrato sulle chitarre e sulla voce. Non a caso, il disco venne registrato nello stesso studio di registrazione dove venne registrato il primo album dei Led Zeppelin.
Spiccano particolarmente il blues di "Appian Way", il rock acido di "Zondo Zondo" e "Wonderful Wino" e la psichedelica "Madame du Barry", forse il brano migliore del disco; drammatica ma non smielata. Citazione a parte merita l'ottima "I'm in the Music Business", un rock blues il cui testo (un musicista fallito che per sopravvivere entra nell'industria del porno) ricorda molto l'umorismo del suo datore di lavoro e produttore.
Famosamente, "Wonderful Wino" e la title-track verranno riprese anche da Zappa (su "Zoot Allures" e "Joe's Garage" rispettivamente), ma Simmons, a parte una fugace apparizione nella band di Zappa quattro anni dopo (stavolta però in veste di chitarrista), si ritirò dal settore musicale. In un intervista radiofonica del 1978, Zappa affermò addirittura che probabilmente in quel periodo Jeff abitava a casa dei suoi genitori.
Il nostro però, per fortuna, è ancora vivo e recentemente ha fatto pubblicare questo album su CD, assieme al precedente "Naked Angels".

Voto: 7.5

giovedì 4 novembre 2010

One Dimensional Man e Speedy Peones Live @ TPO, Bologna 14 Ottobre 2010

RECENSIONE E FOTO A CURA DI ELEONORA VERRI


Piccola prefazione prima di parlare dell’atteso concerto al Tpo di Bologna degli “One Dimensional Man”.
La sottoscritta era presente alla Sala Borsa di Bologna per il reading di Capovilla e con mio disappunto mancava Giulio Favero, come annunciato.
Il reading è stato molto intenso e parlava di un tema caro a Capovilla, la storia di Ken Saro Wiwa.
A tratti era teatrale e a tratti mi spaventava la sua voce e l’enfasi che metteva nel raccontare la storia dello scrittore e attivista nigeriano.
Dunque le premesse per un buon concerto già prendevano forma, nel vedere un Capovilla un po’ sopra le righe.
Il compito di aprire il concerto è stato affidato ad un bizzarro gruppo padovano di nome Speedy Peones la cui definizione di musica è un misto tra thrash, pop, glam, rock e probabilmente altro perché a mio avviso sono indefinibili.
Veramente spassoso il cantante, un misto di Iggy Pop, Axl Rose in versione tarantolata con la cera sotto le scarpe e dalla quale sono rimasta ipnotizzata per il numero infinito di volte che incrociava le gambe.
Con grandi aspettative mi appresto ad assistere a quella che è una delle più importanti reunion nella musica alternativa italiana degli ultimi anni. Rispetto alla formazione originale non è presente solamente il batterista, Dario Perissutti. Al suo posto è subentrato Luca Bottigliero già batterista dei Mesmerico.

Il Tpo è gremito, l’attesa sale e sinceramente non ne posso più né del gruppo spalla né  di aspettare la salita dei nostri sul palco.
Finalmente alle 23.30 circa inzia il concerto e mi rincuoro nel vedere Giulio suonare, mi mancava decisamente come mi può mancare un fratello.
L’emozione del trio è palpabile, Capovilla è in forma, si diverte ed è incredibilmente diverso da come lo si può vedere nel gruppo Il teatro degli Orrori, probabilmente sarà anche perché questa volta suona e non può dimenarsi come fa al solito.
Giulio è formidabile e il nuovo batterista è letteralmente una macchina da guerra.
C’è stato qualche problemino tecnico, ma è il bello della prima e io credo che a quasi nessuno del pubblico sia potuto interessare.
Ovviamente vengono eseguite tutte le canzoni dell’album “You Kill me”, e anche “Drink The Poison” da “1000 Doses of Love”
Il bis è suddiviso in 2 parti: nella prima suonano “Tell Me Marie” (da “Take Me Away”), “Annalisa!” (da “1000 Doses of Love”) e “Marianne” (da “One Dimensional Man”), e Capovilla introduce questi pezzi definendoli “3 nostre amiche” che stanno a testimoniare come oggi in Italia la prima causa di morte per le donne sotto i 30 anni sia la violenza, soprattutto tra le mura domestiche. Nella seconda parte suonano pezzi che io penso siano inediti.
Esco fuori dal TPO dopo quasi due ore intese,con le orecchie che fischiano ma incredibilmente felice per aver assistito ad un gran concerto!

mercoledì 3 novembre 2010

Dream Theater - Six Degrees Of Inner Turbulence (Elektra Records, 2002)


I Dream Theater sono uno dei gruppi più amati/odiati della storia. Alcuni li definisco dei “mostri” altri eccessivamente tecnici con una nuova generazione più aperta musicalmente verso di loro rispetto alle persone attaccate totalmente al classico Prog sinfonico anni ’70 che comunque sia rimane il migliore. Avevano iniziato alla grande, il secondo album Images And Words (1992) rimane un capolavoro del Metal, un album in cui si alternano i momenti di dolcezza con quelli più cattivi e quelli più virtuosi. Con il passare degli anni i DT diventeranno più macabri (Awake (1994)), più semplici (Falling Into Infinity (1997)), più complessi (A Change Of Seasons (1995)) fino ad arrivare all’approdo di Rudess che darà una ventata di virtuosismo e freschezza e che si allontana dal suono più classico di Kevin Moore e da quello tipico Hard-Rock di Derek Sherinian. Metropolis Pt.2 (1999) è un concept fantastico estremamente completo che precede un altro album probabilmente troppo sottovalutato: Six Degrees Of Inner Turbulence.
L’album è diviso in 2 cd; un concept strutturato che a volte carica e a volte strappa lacrime. Il tutto inizia con un’apertura devastante. The Glass Prison è il primo dei 5 capitoli (il migliore di tutti) dedicato al creatore degli alcolisti anonimi di cui Mike Portnoy ha fatto parte per passati problemi di alcolismo. Il ritmo decolla subito con un riff potentissimo di Petrucci accompagnato da un Portnoy scatenato, il tutto terminerà prima con uno scambio di assoli tra Rudess e Petrucci in cui anche John Myungimprime un suono potente e profondo e poi con una fine che lascia intravedere un seguito (This Dying Soul). Segue la seconda canzone: Blind Faith che va da un progredire come se stesse calmando gli animi accelerati precedentemente da The Glass Prison per poi tornare ad una parte centrale dove, come caratteristica del gruppo americano tutti danno sfogo alla loro tecnica e in questo caso soprattutto Jordan Rudess, eletto come miglior tastierista Prog di tutti i tempi dietro a Keith Emerson (suo grande idolo), dove prima si diletta con il pianoforte per poi arrivare al suono tipico dell’Hammond di Jon Lord e richiamare i precedessori del Prog come se fosse una scaletta che poi li porta a tornare alle tipiche sonorità del gruppo. La seguenteMisunderstood è decisamente più psichedelica, qui le tastiere e la chitarra si scambiano suoni particolari che rimandano un po’ alle tecniche utilizzate dai Radiohead in album come Kid A o Amnesiac. Ciò che viene dopo è un incredibile Portnoy che inizia con una delle introduzioni più spettacolari mai sentite e dà inizio a una canzone meno Prog più Heavy. The Great Debate è stata una delle canzoni più ingiustamente trascurate dai Dream Theater nei live, infatti attualmente sui vari motori di ricerca non esistono video ufficiali che la band ha registrato per questa canzone, cosa che per The Glass Prison, Blind Faith e altre invece c’è. Disappear è l’ultimo brano del primo disco, un brano leggero quasi a lasciar intendere una conclusione a lieto fine, quasi a far capire che manca il pezzo culminante, quello che rende l’album un capolavoro del Progressive Metal. Il secondo disco è una suite di 42 minuti dal nome omonimo dell’album divisa in otto capitoli riproposta per intero in modo commovente con l’Octavarium Orchestra in occasione del dvd/cd Score (2006) registrato in onore dei 20 anni di attività della band. Il primo capitolo è l'Overture e come quasi sempre capita è uno dei punti se non il frangente culminante di tutta una suite. Nell’edizione live i DT preferiscono giustamente lasciare spazio alla sola orchestra mentre in studio è la stessa orchestra che segue Portnoy che chiude il primo capitolo lasciando spazio alla dolce introduzione di Rudess con pianoforte per About To Crash che sfocia in animi molto più accessi con War Inside My Head che a sua volta introduce The Test That Stumped Them All, tutte e due caratterizzate da un ottimo scambio di voci tra Portnoy e LaBrie. Come da rituale dopo una parte più Heavy i toni si fanno più pacati grazie soprattutto a Goodnight Kiss che ha all’interno uno dei più bei assoli composti da John Petrucci, accompagnato dall’orchestra, uno di quegli assoli alla The Spirit Carries On che richiama le caratteristiche Floydiane alla Comfortably Numb dove si lascia spazio alla melodia invece che alla tecnica individuale. Il brano che segue, Solitary Shell, è un brano che induce allegria e di cui i DT non hanno mai negato delle analogie con Solsbury Hill di Peter Gabriel, che perviene nella ripresa di About To Crash cosi come era stato fatto in Metropolis Pt.2 dove One Last Time riprendeva l’Overture iniziale. Manca il gran finale che come detto si chiama proprio Grand Finale o Losing Time come voi preferiate che alla fine non lascia altro che uno sgomento positivo nei confronti di chi ha ascoltato che non può far altro che applaudire i membri del gruppo e soprattutto la decisiva orchestra che poi verrà ripresa in altre canzoni di Octavarium (2005) come l’omonima suite e Sacrificed Sons.


Obiettivamente i DT possono anche essere disprezzati ma bisogna sempre pur ritenere che sono un grande gruppo non solo per la bravura dei componenti ma anche per l’abilità nel comporre. Che poi siano diventati sempre più cattivi e che abbiano prodotto un ultimo album non all’altezza del nome non ci sono dubbi ma storicamente probabilmente quei due dischi d’oro e quel singolo disco di platino potevano essere molti di più, non che ricevere premi sia cosi importante considerando chi oggi li vince. Da notare non solo quello che hanno fatto i DT ma anche quello che hanno composto tutti i componenti all’esterno; un eccellente Rudess sia solista che con Steven Wilson, un virtuosissimo John Petrucci nel suo lavoro Suspended Animation e un grandissimo Portnoy nei suoi vari progetti tra cui i Transatlantic senza scordare i Liquid Tension Experiment. Unica nota stonata è LaBrie forse il meno Prog all’interno del gruppo che tuttavia rappresenta una delle loro caratteristiche fondamentali ma che vedendo i suo lavori solisti (tanto per citarne uno Elments Of Persuation) non sembra all’altezza dal punto di vista della vena creativa anche avendo una voce che ha fatto la storia. Six Degrees Of Inner Turbulence è un album pieno di grinta in cui finalmente il gruppo riesce ad esprimersi senza dar conto alle restrizioni delle case discografiche, è l’album che incorona questo gruppo tra i grandi del Metal e Portnoy tra i più grandi batteristi di tutti i tempi.

Voto: 8

martedì 2 novembre 2010

King Crimson - Earthbound (Island, 1972)


Il disco più controverso dei King Crimson, potremmo quasi definirlo un disco dimenticato di un gruppo indimenticato. In effetti, è un album del quale solo la casa discografica sentiva la necessità, e che Robert Fripp compilò unicamente per motivi di contratto. Si tratta di un album dal vivo registrato in America tra il Febbraio e il Marzo del 1972 con la line up più controversa dei King Crimson, ovvero Fripp alla chitarra e al mellotron, Boz Burrell al basso e alla voce, Mel Collins ai fiati e al mellotron e Ian Wallace alla batteria. Il motivo per cui questa formazione è discussa così tanto è che il resto del gruppo era completamente opposto rispetto a Fripp, tanto più che questo causava anche tensioni interne abbastanza forti.
A dire il vero, proprio durante questo tour le tensioni si attenuarono notevolmente, a tal punto che l'intero gruppo si dichiarò disposto a trovare un compromesso con il dinamico chitarrista per continuare a lavorare insieme. Ma, fortunatamente, Fripp era più interessato a formare quella che, a mio avviso, diventerà la formazione più importante del Re Cremisi, ma questa è un'altra storia.
Mentre il front-man e leader voleva sperimentare, il resto del gruppo era più legato al blues, e poiché la maggioranza vince, spesso le improvvisazioni in questo tour erano proprio blues!
Una dimostrazione tipica di questo è proprio "Peoria" su questo album che è quanto di più atipico sia mai apparso su un disco dei King Crimson: due accordi in croce, Fripp alla chitarra ritmica, base tra il blues e il funky e soprattutto scat-singing a opera di Burrell. Ancora più esemplificativa delle fratture interne è la title-track, una jam simile, nella quale però Fripp inserisce prepotentemente un assolo bizzarro, quasi a voler rappresentare le due mentalità diverse.
A rendere, per l'appunto, più controverso il tutto, vi è anche la qualità audio dell'album, pari a quella di un bootleg di medio livello (e quindi insufficente per un disco ufficiale). C'è chi dice che Fripp abbia registrato male apposta i concerti, visto che nei numerosi dischi "King Crimson Collector's Club" vi sono registrazioni dell'anno prima (con la stessa formazione) con qualità audio migliore. In realtà, trovo tale ipotesi abbastanza impensabile; probabilmente la scelta è caduta su queste registrazioni di qualità audio inferiore poiché le precedenti erano considerate obsolete. Tutti questi fattori resero il disco non pubblicato negli Stati Uniti (anche se venne venduto come disco d'importazione) e la prima ristampa dall'anno di uscita risale solo al 2002, quando a causa delle costanti pressioni dei fan, venne finalmente ripubblicato su CD.
Eppure, nonostante tutto questo, questo disco non è da buttare; anzi costituisce soltanto un altra faccia del Re Cremisi. Inoltre, i fan del progressive non saranno delusi: la versione qua contenuta di "21st Century Schizoid Man" è un vero e proprio vortice che trascina l'ascoltatore al suo interno. Ben riuscita anche la interpretazione vocale di Burrell, che non tenta di imitare la versione originale di Lake (nonostante la distorsione vocale), ma che tenta piuttosto di entrare proprio nella mentalità dell'uomo schizofrenico.
La versione qua contenuta di "The Sailor's Tale" si può definire tutto meno che perfetta: manca una parte dell'incipit, il mellotron è leggermente fuori tono nel finale e l'assolo di chitarra di Fripp è ricco di feedback, forse involontario. Eppure, proprio questo assolo crea una drammaticità non presente nella versione studio, che si concentrava di più nello sperimentalismo, e il mellotron fuori tonalità da un tocco apocalittico nient'affatto disprezzabile.
L'unica cosa del disco non del tutto godibile è la conclusiva "Groon", brano free jazz già eccessivo nella sua versione di due minuti e mezzo come lato B di "Cat Food", qua estesa inutilmente a 15 minuti, tra assoli dissonanti e combinazioni tra sintetizzatore VCS3 e batteria che probabilmente hanno causato più divertimento a chi eseguiva, piuttosto a chi ascolta il microsolco.
Non è uno dei dischi dei King Crimson da ascoltare per chi è alle prime armi, e forse oggi è reso obsoleto da tutti gli album KCCC (anche se, questo album forse è di più facile reperibilità oggigiorno), ma è sicuramente da rivalutare e da ascoltare sotto una prospettiva diversa.
Grazie, Robertino, per averci ripensato e per averlo ripubblicato finalmente su CD!

Voto: 7

lunedì 1 novembre 2010

The Grandmothers - Grandmothers (Line Records, 1980)


Le madri dell'invenzione non sono solo le necessità; sono anche il primo leggendario gruppo di Frank Zappa, scioltosi ufficialmente nel 1969 (anche se Zappa per un po' userà comunque quel nome per suonare dal vivo). Questo album sembra essere un po' la risposta alla domanda che di solito appare al termine dei film, ovvero "Dove sono finiti?".
Infatti, in questo album, i Grandmothers non sono un gruppo vero e proprio, bensì una collezione di materiale registrato a cavallo del 1970 al 1980. Abbiamo quindi materiale di Don Preston (tastierista, sia a nome suo che a nome "Raw Milk"), Jimmy Carl Black (batterista, l'"indiano del gruppo"), i Menage a Trois (i fratelli Gardner, fiatisti), Elliot Ingber (chitarrista ai tempi di Freak Out) e Motorhead Sherwood (inizialmente roadie, in seguito sassofonista). E qua si scopre però, che nonostante i rapporti a volte un po' turbolenti con Zappa (grande genio, ma a volte un tiranno), la sua presenza era essenziale a rendere i Mothers il gruppo geniale che erano. Non solo perché Zappa era il principale compositore, ma anche perché, bacchettandoli e non lasciandoli liberi di fare ciò che volevano, teneva un po' a freno lo spirito ribelle e disorganizzato che invece si rispecchia totalmente nei loro lavori solisti. Dei 12 brani contenuti nel disco, infatti, vale la pena ascoltare solo quelli di Don Preston (ovvero "Sweet Fifteen" e "The Eye of Agamoto", geniali strumentali jazz fusion e "I Can't Breathe", pubblicata a nome Raw Milk, brano che inizia come un rock bizzarro e che in seguito diventa quasi "new age bizzarra"), e quelli di Jimmy Carl Black ("'59 Chevy" e soprattutto "Trail of Tears". Due brani semplici, ma efficaci, trascinanti e ben studiati). Il resto dell'album è costituito da esperimenti senza capo ne coda (quelli de i Menage a Trois) o inconcludenti canzoni che vogliono sembrare bizzarre, ma risultano più che altro confuse.
Il successivo "Looking up Granny's Dress", pubblicato nel 1982 sarà costituito da una facciata nella quale vengono eseguiti dal vivo alcuni classici dei Mothers of Invention e da un altra che segue la falsariga di questo disco (vi si aggiungono però partecipazioni di Ray Collins e addirittura Frank Zappa stesso comparirà, in una rara registrazione di archivio) e che, come questo album, conterrà sia brani di dubbio interesse, sia qualche gemma nascosta (la splendida "My Love Has Gone" di Buzz Gardner).
Interessante come curiosità e per i collezionisti, ma nulla più.

Voto: 5