domenica 5 settembre 2010
Soyuz - Everybody Loves You (Black Nutria Records, 2010)
Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Around Me, Maybe
2. Strong
3. Drop Me
4. First To Last
5. In The North
6. Tofu
7. Relief
8. Smart Kid
9. I Said No
10. Avoid Contact
Recensione:
Una serie di spedizioni nello spazio organizzate dall'URSS. Questo era il programma Soyuz (o Sojuz). Che il nome derivi da questo? Nome russo, e titolo del disco in inglese, per una band italiana. Le premesse per qualcosa di inatteso ci sono tutte, ma addentriamoci giustappunto all'interno del lavoro.
Il packaging del disco è piuttosto standard (e per fortuna non è un digipak), ma la copertina che ti scruta dritto negli occhi svolge già quell'effetto magnetico che poi la musica confermerà. Perché quello che Lo Giudice, Sprocati e Poli propongono è un rock alternativo, semplice, diretto, genuino, abbastanza fresco da superare le barriere dell'originalità che, in un genere come questo, ti sconfigge sempre. Ed infilando riff semplici ma non per questo banali, linee vocali leggere e radiofoniche, supportando il tutto con un comparto ritmico presente solo quando serve, dando le spalle all'impronta rock'n'roll, il prodotto finale sarà, definitivamente, buono.
Scartabellando tra la copertina e il booklet si nota la prevalenza della componente "visiva". Gli occhi in copertina, la telecamera all'interno del libretto, questa mano che sposta le tendine per scrutarti da dietro, di nascosto. Forse i Soyuz si sentono controllati, e chi meglio di un programma spaziale potrebbe avere gli occhi puntati addosso e puntarli, contemporaneamente, su tutti gli altri. Ascoltando "First To Last" si rimane immediatamente calamitati dal riff iniziale, inverosimile plagio di un singolo recente di Bon Jovi, che si trasforma poi in una canzone coinvolgente, pressante, potente, di sicuro impatto nei live. Ed è proprio la chitarra ad essere spesso scaturigine dei momenti più memorabili del disco, come nel graffiante contributo che dà in "Strong" e "Tofu" (lasciando perdere l'incredibile citazione, per chiamarla con dignità, che si fa di "Everlong" dei Foo Fighters). E "In The North", con quell'inizio che ricorda molto i nostrani The Fire (e in effetti, tra le band somiglianti, sono quella più papabile), o qualche formazione spesso erroneamente definita emo come gli Sparta o gli At The Drive In del periodo poco-prima-di-sciogliersi. La voce si fregia di un timbro abbastanza riconoscibile, anche questo elemento che svolge da diversivo e contemporaneamente da decorazione, distraendo dalla forte presenza di elementi troppo scopiazzati che comunque non minano la qualità dell'album.
Superata anche la barriera tecnica, che lascia in ogni caso soddisfatti, ci si scontra con una produzione piuttosto indifferente, potremo dire sterile. Il sound non è caratteristico, e proprio per questo, nel marasma interminabile di gruppi che fanno lo stesso genere, i Soyuz non riescono a trovare con questo full-length una dimensione personale che li renda immediatamente riconoscibili. Lasciando stare il discorso, e sforzandosi di non vederlo come un difetto, di per sé la produzione rende giustizia ad un lavoro sicuramente apprezzabile, musicale, orecchiabile, easy-listening al punto giusto da non mandare al macero tutta la fatica che sicuramente è costato.
Nulla di nuovo, ma buon lavoro.
Voto: 6.5
sabato 4 settembre 2010
September for Your Ears Parte 1
Mi sembra evidente. Anche in settembre la nostra "tatuata bella" Italia si potrà vantare di numerosi concerti fighi. In due post, per la prima quindicina e poi, forse, per la seconda, un po' di segnalazioni. Ci dispiace per gli altri, ma come di consueto sono concentrate nel nordest.
03.09 PLACEBO - Codroipo (UD)
03.09 AMARI e FARE SOLDI - Conegliano Veneto (TV)
03.09 TALCO - Bologna
03.09 TRABANT - Trieste
03.09 ELIO E LE STORIE TESE - Verona
03.09 LUCERTULAS, MORKOBOT, ZU e NO SEDUCTION - Cavarzere (VE)
04.09 SYBIANN, BUZZ ALDRIN, DRINK TO ME, TEN STORY APARTMENT e GIARDINI DI MIRO' - Cavarzere (VE)
04.09 INDEPENDENT DAYS FESTIVAL #2 (BLINK 182, ALL TIME LOW, ecc.) - Bologna
04.09 HEIKE HAS THE GIGGLES e THE CHARLESTONES - Trieste
04.09 ZEN CIRCUS - Colli San Giovanni (VI)
04.09 LINEA 77 - Morsano Al Tagliamento (PN)
04.09 ORANGE - Isola Rizza (VR)
04.09 LIGABUE - Bologna
04.09 SICK TAMBURO - Fontanafredda (PN)
05.09 IL TEATRO DEGLI ORRORI e LINEA 77 - Treviso
06.09 CALIBRO 35 - Rimini
07.09 SUPERTRAMP - Verona
07.09 GLI ATROCI - Bologna
08.09 IL TEATRO DEGLI ORRORI - Bologna
09.09 THE POP GROUP - Bologna
09.09 BANDA BASSOTTI - Bologna
09.09 CARMEN CONSOLI - Asolo (TV)
09.09 dEUS - Modena
09.09 MARKY RAMONE: Ramones Tribute - Trieste
10.09 MUSE, LILY ALLEN, THE BIG PINK e WHITE RABBITS - Londra
10.09 THE FIELD - Bologna
10.09 ELISA - Verona
11.09 ENNIO MORRICONE - Verona
11.09 TIN PAN GANG e MOSES AND THE BLACK CATS - Londra
11.09 MUSE, BIFFY CLYRO, WHITE LIES e I AM ARROWS - Londra
11.09 BAUSTELLE - Bologna
12.09 THE POP GROUP - Londra
13.09 BLONDE REDHEAD - Bologna
14.09 TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI - Bologna
03.09 PLACEBO - Codroipo (UD)
03.09 AMARI e FARE SOLDI - Conegliano Veneto (TV)
03.09 TALCO - Bologna
03.09 TRABANT - Trieste
03.09 ELIO E LE STORIE TESE - Verona
03.09 LUCERTULAS, MORKOBOT, ZU e NO SEDUCTION - Cavarzere (VE)
04.09 SYBIANN, BUZZ ALDRIN, DRINK TO ME, TEN STORY APARTMENT e GIARDINI DI MIRO' - Cavarzere (VE)
04.09 INDEPENDENT DAYS FESTIVAL #2 (BLINK 182, ALL TIME LOW, ecc.) - Bologna
04.09 HEIKE HAS THE GIGGLES e THE CHARLESTONES - Trieste
04.09 ZEN CIRCUS - Colli San Giovanni (VI)
04.09 LINEA 77 - Morsano Al Tagliamento (PN)
04.09 ORANGE - Isola Rizza (VR)
04.09 LIGABUE - Bologna
04.09 SICK TAMBURO - Fontanafredda (PN)
05.09 IL TEATRO DEGLI ORRORI e LINEA 77 - Treviso
06.09 CALIBRO 35 - Rimini
07.09 SUPERTRAMP - Verona
07.09 GLI ATROCI - Bologna
08.09 IL TEATRO DEGLI ORRORI - Bologna
09.09 THE POP GROUP - Bologna
09.09 BANDA BASSOTTI - Bologna
09.09 CARMEN CONSOLI - Asolo (TV)
09.09 dEUS - Modena
09.09 MARKY RAMONE: Ramones Tribute - Trieste
10.09 MUSE, LILY ALLEN, THE BIG PINK e WHITE RABBITS - Londra
10.09 THE FIELD - Bologna
10.09 ELISA - Verona
11.09 ENNIO MORRICONE - Verona
11.09 TIN PAN GANG e MOSES AND THE BLACK CATS - Londra
11.09 MUSE, BIFFY CLYRO, WHITE LIES e I AM ARROWS - Londra
11.09 BAUSTELLE - Bologna
12.09 THE POP GROUP - Londra
13.09 BLONDE REDHEAD - Bologna
14.09 TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI - Bologna
venerdì 3 settembre 2010
Serj Tankian Live @ Estragon, Bologna 01.09.2010
Dopo concerti così, dopo che per anni hai consumato i dischi dei System of A Down, puoi avere soltanto le lacrime agli occhi. Serj Tankian è, e sempre sarà, uno dei più grandi frontmen della storia del mainstream rock e da quando si è unito ai Flying Cunts of Chaos per questa sua avventura solista ha abbattuto le barriere dei SOAD per fare qualcosa di nuovo, di egualmente apprezzabile ed apprezzato, e, soprattutto, che live spacca di brutto.
Il concerto all'Estragon, con un biglietto costosissimo peraltro, inizia con la band di supporto, i Viza, con un po' di ritardo sulla tabella di marcia. La band, che si presenta sul palco con una decina di componenti, è prodotta da Serj Tankian, e un qualcosa nel sound ce lo ricorda. Sonorità orientali, molto folk, che in certi frangenti si accostano ai Gogol Bordello, ma con influenze metal che si fanno sentire soprattutto sulla voce, molto propensa a growl e screaming, e sulla batteria, potentissima nonché precisissima. Pezzi coinvolgenti e cazzoni a non finire, vincono il premio "gruppo spalla dell'anno", tra quelli che ho potuto vedere. "Viktor", gran pezzo.
Alle 10.50 inizia una serie di minuti magici che ne durerà novanta. Serj infila tutti i successi del primo disco (in sostanza lo esegue tutto), prima di partire con cinque, forse sei, pezzi del nuovo Imperfect Harmonies che, a sentire dai singoli su YouTube e da questi brani eseguiti, tra le altre cose, in maniera magistrale, sarà un album favoloso. Su tutte la vecchia conoscenza "The Charade", che i fan più "hardcore" ricorderanno dall'esecuzione del 2005 nello show di Axis of Justice, ora riarrangiata in maniera più consona allo stile degli album solisti del "cantautore" di origini armene. "The FCC Band", cioè la band che accompagna Serj, si guadagna tutti gli applausi del caso eseguendo i pezzi con una precisione veramente spaventosa e, in certi momenti, con un'aggressività sopra la norma (vedasi la cattivissima "The Unthinking Majority"). Da ricordare i timidi cori "terùn" che simpaticamente si elevano dal pubblico quando viene presentato il bassista Pagliarulo, di origini napoletane. Un segno della civiltà italiana, ma tra le vibrazioni del concerto e l'emozione di trovarsi davanti a uno come Serj, può strappare due risate, così come i cori "Sergio, Sergio" oppure "olèolèolèolè Sergio, Sergio", che fanno quasi commuovere anche il libanese. I pezzi più coinvolgenti si sono dimostrati tutto sommato quelli più celebri, su tutte "Empty Walls" (vedasi il video sottostane), "Sky Is Over" e "Lie Lie Lie". Non bisogna dimenticare che sul palco erano presenti alcuni componenti dell'Orchestra Filarmonica Italiana agli archi, che hanno dato un contributo più che altro atmosferico ad un concerto che di per sé non ne aveva bisogno, rafforzando comunque in maniera positiva il tutto.
Serj, animale da palco con i suoi balletti e le sue frasi pronte a strappare applausi nei momenti giusti, sembra quasi stupirsi di fronte all'enorme affetto dei fans accorsi da tutta Italia, e come tutti elogia i fan italiani, che storicamente sono riconosciuti come tra i migliori al mondo. Basta cercare i video delle sue performance per capire che un pubblico così difficilmente l'ha potuto trovare altrove.
L'Estragon si conferma locale di punta della scena emiliana, con concerti di questo tipo. Peccato per i disguidi tecnici causati dalla concessione del live a Live in Italy che, a volte, dovrebbe anche imparare a fare il proprio lavoro, e dall'acustica non proprio perfetta (forse colpa dei fonici?). Ma non è questo il posto giusto dove lamentarsi, è stata una serata indimenticabile e l'apprezzamento dei fan è stato talmente alto che lo stupore sul volto di Serj mi resterà indelebilmente nella memoria. Concerto dell'anno, tre mesi prima che finisca.
Setlist (credits go to Paolo)
THE HAND (intro)
BEETHOVEN'S C***
LIE LIE LIE
SKY IS OVER
SAVING US
BABY
LEFT OF CENTER
THE UNTHINKING MAJORITY
PRAISE THE LORD AND PASS THE AMMUNITION
BLUE (orchestral)
ELECT THE DEAD
YES, IT'S GENOCIDE
DESERVING
HONKING ANTELOPE
ELECTRON
BORDERS ARE
FEED US
EMPTY WALLS
-encore-
(unknown new song)
MONEY
THE CHARADE
* Le foto sono mie. Ne potete trovare altre qui.
* Video di "denu81" e "haematinon"
giovedì 2 settembre 2010
Fotoreport #9: Hole Live @ Padova 31.08.2010
A cura di Emanuele Brizzante.
Recensioni sempre mie, dell'ultimo disco qui e del live qui
Ecco una selezione di foto dalla mia galleria su FlickR. Questo il link per raggiungerla.
Recensioni sempre mie, dell'ultimo disco qui e del live qui
Ecco una selezione di foto dalla mia galleria su FlickR. Questo il link per raggiungerla.
mercoledì 1 settembre 2010
Hole live @ Gran Teatro Geox, Padova, 31 Agosto 2010
Tempo sprecato + soldi sprecati = concerto abbastanza insipido. Per approfondire meglio la questione leggere ciò che segue.
Courtney Love è semplicemente uno dei personaggi più celebri del gossip del mondo del rock degli ultimi 20 anni. Questo aspetto è stato portato da lei avanti con enorme ostentazione e tutt'ora i fan delle Hole ne pagano le conseguenze. Le Hole, effettivamente, sono diventate una donna (lei) e quattro uomini, di cui forse uno sostituisce Courtney alla chitarra mentre lei finge; ci tengo a precisare che questa è solo una mia, fondata, supposizione.
Orario previsto per l'inizio del concerto: 20 e trenta. Orario reale: 22 e 10. Orario fine: 23 e 10, dopo 5 minuti di pausa per attendere l'acclamato (con offese e "simpatici" riferimenti) bis. Prezzo del biglietto: quasi 41 euro (di più, ovviamente, in prevendita, e quasi 47 per la platea numerata). Detta con parole molto semplici, un'inculata paurosa. I paganti, per trovare un attimo di divertimento, hanno dovuto affidarsi alla scaletta, abbastanza debole. I tre singoli più celebri, "Violet", "Celebrity Skin" e "Malibu", a scatenare movimento tra il pubblico che solleva qualche coro senza evitare di sgomitare e saltare, poi alcuni pezzi dell'ultimo disco, apprezzati ma solo da alcuni presenti, in ogni caso migliori live che in studio. Molti momenti relax, addirittura acustici. Ne eravamo abituati, ma le Hole degli anni '90 non avrebbero mai fatto un'imprecisa cover di "Jeremy" dei Pearl Jam, quasi improvvisata tanto che mancavano alcune parole (su ammissione di Courtney). Nonostante questo, si trattava di una chicca che ha significato tanto, vista la breve durata del concerto e l'assenza di un gruppo spalla a carburare+riempire.
In realtà l'ex moglie del compianto Cobain si è presentata piuttosto in forma, sia fisica che musicale, portando il suo celeberrimo esibizionismo anche sul palco del Gran Teatro Geox di Padova, con qualche battutina, piccole pose da pin-up e una minigonna che non vede l'ora di far saltar fuori qualcosina per le fotografie degli astanti. Qualcuno grida "mi sono innamorato", ma forse, anzi sicuramente, sta esagerando. Tecnicamente i musicisti di cui la frontwoman si è attorniata svolgono egregiamente il loro lavoro, senza mai sbagliare un colpo. Per quanto riguarda lei alla voce è alquanto evidente che gli anni stiano avanzando e che il suo stile, molto urlato e sgraziato, sia stato superato dal tempo che passa. Per lei, chiaramente, perché il pubblico lo apprezza e sembra non notare alcune "stecche" dannatamente lampanti. Ma poteva andare peggio (se non ci credete fate un giro su YouTube), poiché Courtney, in una condizione che quasi ricorda il nostro Pierpaolo Capovilla, definibile, in termini non proprio medici, di "falsa ubriachezza" (o forse lo era davvero?), ha preferito soluzioni più melodiche in alcuni tratti, in altri accelerando i brani, il tutto per la giusta causa della buona riuscita dei brani. Aspetto, questo, positivo. Non lo era particolarmente invece quello del sound complessivo, abbastanza "popstar" se comparato all'epoca d'oro della formazione (quella di Melissa Auf Der Maur, per noi), alterato, negativamente, dall'acustica "triste" della location.
Ripetendo il resto, la durata, l'organizzazione e il prezzo dell'evento, hanno lasciato MOLTO o forse troppo a desiderare, e senza indagare su eventuali colpe dei promotori e leggi locali del padovano, si può benissimo, di nuovo, dare la colpa all'eccessiva vanagloria di questo personaggio, discutibile ma alquanto seguito. E le targhe delle automobili, nonostante la data del giorno precedente all'ex Palacisalfa di Roma, lo dimostrano.
A chi piace, piace. A noi piaceva. Beccatevi anche la recensione dell'ultimo disco.
ps. Per fortuna che c'erano "Doll Parts" e "Asking for It", ce n'era bisogno.
ps2. Un vaffanculo oltremodo sincero ai 5 euro di parcheggio auto e i prezzi da usuraio del banco.
Courtney Love è semplicemente uno dei personaggi più celebri del gossip del mondo del rock degli ultimi 20 anni. Questo aspetto è stato portato da lei avanti con enorme ostentazione e tutt'ora i fan delle Hole ne pagano le conseguenze. Le Hole, effettivamente, sono diventate una donna (lei) e quattro uomini, di cui forse uno sostituisce Courtney alla chitarra mentre lei finge; ci tengo a precisare che questa è solo una mia, fondata, supposizione.
Orario previsto per l'inizio del concerto: 20 e trenta. Orario reale: 22 e 10. Orario fine: 23 e 10, dopo 5 minuti di pausa per attendere l'acclamato (con offese e "simpatici" riferimenti) bis. Prezzo del biglietto: quasi 41 euro (di più, ovviamente, in prevendita, e quasi 47 per la platea numerata). Detta con parole molto semplici, un'inculata paurosa. I paganti, per trovare un attimo di divertimento, hanno dovuto affidarsi alla scaletta, abbastanza debole. I tre singoli più celebri, "Violet", "Celebrity Skin" e "Malibu", a scatenare movimento tra il pubblico che solleva qualche coro senza evitare di sgomitare e saltare, poi alcuni pezzi dell'ultimo disco, apprezzati ma solo da alcuni presenti, in ogni caso migliori live che in studio. Molti momenti relax, addirittura acustici. Ne eravamo abituati, ma le Hole degli anni '90 non avrebbero mai fatto un'imprecisa cover di "Jeremy" dei Pearl Jam, quasi improvvisata tanto che mancavano alcune parole (su ammissione di Courtney). Nonostante questo, si trattava di una chicca che ha significato tanto, vista la breve durata del concerto e l'assenza di un gruppo spalla a carburare+riempire.
In realtà l'ex moglie del compianto Cobain si è presentata piuttosto in forma, sia fisica che musicale, portando il suo celeberrimo esibizionismo anche sul palco del Gran Teatro Geox di Padova, con qualche battutina, piccole pose da pin-up e una minigonna che non vede l'ora di far saltar fuori qualcosina per le fotografie degli astanti. Qualcuno grida "mi sono innamorato", ma forse, anzi sicuramente, sta esagerando. Tecnicamente i musicisti di cui la frontwoman si è attorniata svolgono egregiamente il loro lavoro, senza mai sbagliare un colpo. Per quanto riguarda lei alla voce è alquanto evidente che gli anni stiano avanzando e che il suo stile, molto urlato e sgraziato, sia stato superato dal tempo che passa. Per lei, chiaramente, perché il pubblico lo apprezza e sembra non notare alcune "stecche" dannatamente lampanti. Ma poteva andare peggio (se non ci credete fate un giro su YouTube), poiché Courtney, in una condizione che quasi ricorda il nostro Pierpaolo Capovilla, definibile, in termini non proprio medici, di "falsa ubriachezza" (o forse lo era davvero?), ha preferito soluzioni più melodiche in alcuni tratti, in altri accelerando i brani, il tutto per la giusta causa della buona riuscita dei brani. Aspetto, questo, positivo. Non lo era particolarmente invece quello del sound complessivo, abbastanza "popstar" se comparato all'epoca d'oro della formazione (quella di Melissa Auf Der Maur, per noi), alterato, negativamente, dall'acustica "triste" della location.
Ripetendo il resto, la durata, l'organizzazione e il prezzo dell'evento, hanno lasciato MOLTO o forse troppo a desiderare, e senza indagare su eventuali colpe dei promotori e leggi locali del padovano, si può benissimo, di nuovo, dare la colpa all'eccessiva vanagloria di questo personaggio, discutibile ma alquanto seguito. E le targhe delle automobili, nonostante la data del giorno precedente all'ex Palacisalfa di Roma, lo dimostrano.
A chi piace, piace. A noi piaceva. Beccatevi anche la recensione dell'ultimo disco.
ps. Per fortuna che c'erano "Doll Parts" e "Asking for It", ce n'era bisogno.
ps2. Un vaffanculo oltremodo sincero ai 5 euro di parcheggio auto e i prezzi da usuraio del banco.
lunedì 30 agosto 2010
Melissa Auf der Maur e Tape the Radio Live @ Estragon 27 Agosto 2010
Foto del concerto
Setlist:
01. This Would Be Paradise (Intro)
02. The Hunt
03. Lightning Is My Girl
04. Real A Lie
05. Isis Speaks
06. Lead Horse
07. Taste You
08. Out of Our Minds
09. I Need, I Want, I Will
10. Overpower Thee
11. 1,000 Years
12. Followed the Waves
13. Bang Bang (My Baby Shot Me Down) - Cher/Sonny Bono cover
14. Black Sabbath Medley (Steele tribute)
Melissa Auf Der Maur, una delle bassiste più celebri al mondo, si è soffermata in questo piovoso agosto anche per qualche data italiana. Ama il nostro paese, forse davvero viste le innumerevoli volte in cui lo ripete, tentando anche qualche biascicata ruffianata in italiano che il pubblico, visto il personaggio, apprezza moltissimo.
La serata all'Estragon, inizialmente semivuoto ma poi abbastanza gremito (alcuni diranno di no, ma vista la concomitanza con numerosi eventi grossi come la vicinissima Festa Democratica ci si aspettava ancora meno gente), è andata per il meglio, ad iniziare dall'apertura, affidata ad una band a noi sconosciuta, gli inglesi TapeTheRadio. Il trio britannico ha sparato in alto con trenta minuti di puro rock anglosassone miscelato con indie e new wave, assomigliando ora ai Cure ora ai Joy Division, senza tralasciare mai una certa personalità rock. Si ascolti il singolo "Stay Inside" per capire. Ottima band.
Prima di vedere sul palco l'ex Hole e Smashing Pumpkins viene però proiettato un filmino di 30 minuti, ideato dalla bassista canadese, presente in esso anche come "attrice". Regia discreta, coinvolgentissima colonna sonora, trama parzialmente incomprensibile, stupisce la quantità di vernice utilizzata per mostrare che gli alberi abbattuti dai tagliaboschi canadesi perdevano sangue. Interessante in ogni caso come preambolo di un live che si dimostrerà breve ma intensissimo. I suoi 75 minuti lasciano tutti senza parole, con molti dei pezzi più noti (i singoli "Followed the Waves" e "Out of Our Minds") eseguiti alla perfezione nella seconda parte del set, e alcuni accenni ad entrambi i dischi, tutti conditi con una certa presenza scenica che da anni le si attribuisce come uno dei maggiori meriti. Il coinvolgimento è anche lasciato ai suoi discorsetti tra un pezzo e l'altro, pronti a strappare sempre qualche effimero sorriso e applausi facili. Musicalmente gli errori si contano sulla punta delle dita, sul palco ci sono dei professionisti e la backing band infatti si dimostra al pari delle aspettative, con un sound molto alternative ma contemporaneamente grezzo e pesante al punto giusto, che ricorda in alcuni punti le band post-metal o sperimentali, per scendere in altri momenti al rock commerciale che comunque non costituirà mai il punto di riferimento principale della musica di Melissa.
Interessante la perfetta interpretazione di "Bang Bang", di Sonny Bono, poi cantata da Cher negli anni '60, cantata in maniera magistrale e seguita da un tributo ai Black Sabbath che ha contribuito a concludere la serata al meglio.
La Auf der Maur verrà ancora in Italia e vi consigliamo di andarla a vedere se vi interessa un concerto potente, carico, coinvolgente, con molta energia positiva, a suo modo simpatico, e anche, diciamolo, se volete vedere una delle donne più affascinanti degli ultimi 20 anni di storia del rock. Gran serata.
Questo video è tratto dal concerto tenutosi il giorno prima al Magnolia di Milano.
Setlist:
01. This Would Be Paradise (Intro)
02. The Hunt
03. Lightning Is My Girl
04. Real A Lie
05. Isis Speaks
06. Lead Horse
07. Taste You
08. Out of Our Minds
09. I Need, I Want, I Will
10. Overpower Thee
11. 1,000 Years
12. Followed the Waves
13. Bang Bang (My Baby Shot Me Down) - Cher/Sonny Bono cover
14. Black Sabbath Medley (Steele tribute)
Melissa Auf Der Maur, una delle bassiste più celebri al mondo, si è soffermata in questo piovoso agosto anche per qualche data italiana. Ama il nostro paese, forse davvero viste le innumerevoli volte in cui lo ripete, tentando anche qualche biascicata ruffianata in italiano che il pubblico, visto il personaggio, apprezza moltissimo.
La serata all'Estragon, inizialmente semivuoto ma poi abbastanza gremito (alcuni diranno di no, ma vista la concomitanza con numerosi eventi grossi come la vicinissima Festa Democratica ci si aspettava ancora meno gente), è andata per il meglio, ad iniziare dall'apertura, affidata ad una band a noi sconosciuta, gli inglesi TapeTheRadio. Il trio britannico ha sparato in alto con trenta minuti di puro rock anglosassone miscelato con indie e new wave, assomigliando ora ai Cure ora ai Joy Division, senza tralasciare mai una certa personalità rock. Si ascolti il singolo "Stay Inside" per capire. Ottima band.
Prima di vedere sul palco l'ex Hole e Smashing Pumpkins viene però proiettato un filmino di 30 minuti, ideato dalla bassista canadese, presente in esso anche come "attrice". Regia discreta, coinvolgentissima colonna sonora, trama parzialmente incomprensibile, stupisce la quantità di vernice utilizzata per mostrare che gli alberi abbattuti dai tagliaboschi canadesi perdevano sangue. Interessante in ogni caso come preambolo di un live che si dimostrerà breve ma intensissimo. I suoi 75 minuti lasciano tutti senza parole, con molti dei pezzi più noti (i singoli "Followed the Waves" e "Out of Our Minds") eseguiti alla perfezione nella seconda parte del set, e alcuni accenni ad entrambi i dischi, tutti conditi con una certa presenza scenica che da anni le si attribuisce come uno dei maggiori meriti. Il coinvolgimento è anche lasciato ai suoi discorsetti tra un pezzo e l'altro, pronti a strappare sempre qualche effimero sorriso e applausi facili. Musicalmente gli errori si contano sulla punta delle dita, sul palco ci sono dei professionisti e la backing band infatti si dimostra al pari delle aspettative, con un sound molto alternative ma contemporaneamente grezzo e pesante al punto giusto, che ricorda in alcuni punti le band post-metal o sperimentali, per scendere in altri momenti al rock commerciale che comunque non costituirà mai il punto di riferimento principale della musica di Melissa.
Interessante la perfetta interpretazione di "Bang Bang", di Sonny Bono, poi cantata da Cher negli anni '60, cantata in maniera magistrale e seguita da un tributo ai Black Sabbath che ha contribuito a concludere la serata al meglio.
La Auf der Maur verrà ancora in Italia e vi consigliamo di andarla a vedere se vi interessa un concerto potente, carico, coinvolgente, con molta energia positiva, a suo modo simpatico, e anche, diciamolo, se volete vedere una delle donne più affascinanti degli ultimi 20 anni di storia del rock. Gran serata.
Questo video è tratto dal concerto tenutosi il giorno prima al Magnolia di Milano.
Etichette:
concerto,
Melissa Auf Der Maur,
TAPETHERADIO
giovedì 26 agosto 2010
Iron Maiden - The Final Frontier (EMI/UME, 2010)
Tracklist:
1. Satellite 15...The Final Frontier
2. El Dorado
3. Mother of Mercy
4. Coming Home
5. The Alchemist
6. Isle of Avalon
7. Starblind
8. The Talisman
9. The Man Who Would Be King
10. When The Wild Wind Blows
Quindicesima uscita in studio. Un numero notevole, e i risultati lasciano, in questo senso, più che soddisfatti. Sarà che, almeno il sottoscritto, aveva bassissime aspettative (colpa dei primi leak su YouTube), ma lo stupore nell'ascoltare The Final Frontier, in particolare alla terza riproduzione, è notevole. Forse per l'innegabile capacità di reinventarsi sempre, pur restando circoscritti in certi canoni e ben ancorati a certi elementi, non diventando mai né statici né insipidi.
Neppure la carica è venuta a mancare, nonostante l'età media della band. Gli alfieri dell'heavy metal britannico non smettono di proporre i loro soliti cliché in maniera funzionale e, a loro modo, geniale, non dimenticandosi colpi di scena, cambi di tempo e quelle armonizzazioni che da quando hanno tre chitarre non vengono mai lasciate da parte. E, soprattutto in questo lavoro, è un bene.
Nicko McBrain è sempre in forma, e dopo un inarrestabile miglioramento che l'ha visto crescere a dismisura (a livello tecnico più che di composizione), negli anni '90 e soprattutto negli anni zero, si è assestato su di una linea clamorosamente buona, in particolar modo se andiamo a raffrontare la sua data di nascita con le sue reali capacità. Il tocco è sempre lo stesso e continua (e continuerà per sempre) ad essere il vero marchio di fabbrica dietro le pelli degli Iron Maiden, con buona pace del povero Clive Burr, che rimane validissimo.
Parlando delle tracce sicuramente funzionano quelle più standard, che sono tornate a somigliare ai dischi di anni '90 e 2000, come "The Talisman", "The Man Who Would Be King" e "The Alchemist", simili in tutto e per tutto alla stragrande maggioranza dei brani di "Brave New World", di gran lunga il miglior album degli Iron Maiden degli ultimi vent'anni (ed infatti tutti i suoi brani offrono un ottimo modello, come dimostrano quelli dell'ultimo loro sforzo per EMI e UME). Per i tentativi di innovazione si rimane, in realtà, abbastanza delusi, poiché i brani risultano spesse volte fuoriluogo, come il pezzo d'apertura (e primo singolo), la title-track, che non trova mai un vero motivo di esistere in nessuna delle sue parti. Troppo sterile, per niente fresca, per niente Maiden.
Infine, leggendo i credits delle canzoni, si nota che Harris inizia a dare più spazio nella creazione dei brani anche agli altri e, soprattutto per quanto riguarda i brani composti da Smith, questo è un aspetto positivo.
Cosa non va, invece?
Sicuramente le linee vocali di Bruce Dickinson. Un continuo sforzo assolutamente esagerato di raggiungere le note che ha sempre saputo prendere con spiazzante precisione ma che ormai sono fuori dal suo campo d'azione. Forse rendersi conto che gli anni passano per tutti avrebbe aiutato le sorti di questo disco. Inoltre alcune melodie lasciano alquanto a desiderare, salvando sporadici momenti come la bellissima "When The Wild Wind Blows", imprescindibile anche per l'emotività che lascia trasparire.
Un altro aspetto abbastanza negativo di "The Final Frontier" è la piattezza degli assoli, onnipresenti ma troppo scialbi e contorti per risultare plausibili e piacevoli. Sono passati gli anni '80 (e anche Fear of The Dark) e la mano di questi ragazzoni hanno perso quel tocco che anche a livello compositivo e solistico li ha resi storici. E' evidente in brani come il primo estratto "El Dorado", piuttosto spento, anche se si può comprendere come agli hardcore fans sicuramente piacerà, nonostante l'eccessiva durata (pecca anche di altri brani).
Un'altra debolezza dell'album potrebbe essere individuata nei testi, fatti di liriche epico-mielose, cronache di guerra, infarcite del solito lessico che vede la parola death inserita alla bell'e meglio ogni due per tre. L'importante è che, da un punto di vista melodico, funzionino. E in questo senso si può dire che la coppia di writers Harris-Dickinson riesce ancora a lasciare il segno.
Fiacca anche la produzione, per la prima volta dopo tanto tempo un po' pompata, con un sound iperlavorato, smussato all'inverosimile. Lo si sente in alcuni tratti per quanto riguarda chitarre e batteria, con dei suoni quasi irreali, seguendo una strategia completamente diversa da quella della presa diretta, utilizzata nei dischi precedenti.
Facendo un overall, complessivamente l'album funziona. Va ascoltato qualche volta in più per rendersi conto che il sound del disco precedente, sebbene per certi aspetti avesse portato una ventata di fresco in casa Maiden, non era quello che li porterà avanti, e a confermalo ci pensa proprio The Final Frontier, soprattutto con la forma sempre perfetta della sezione ritmica che vede McBrain e Steve Harris sostenere ogni singolo episodio del disco con una precisione e un tocco da panico. Sinceramente, senza di loro, gli Iron Maiden si sarebbero già dovuti fermare da tempo.
Ottimi soprattutto i brani della seconda metà del disco, con un pressante afflusso di nuove idee che, fuse con i cliché della storia maideniana, formano pezzi memorabili, pronti a ridefinire gli assetti che conosciamo e a distorcere la storia dell'heavy metal come solo loro potevano ancora fare nel 2010. E l'introduzione, controversa, compromettente, a suo modo divergente da tutta la carriera del sestetto britannico, lo dimostra. Può non essere gradita, per i suoi pattern piuttosto banali e ripetuti ad oltranza, ma è evidente come nello "schema generale" del progetto Maiden ci sia la volontà di seguire una pista sempre più epica, ed in questo senso un intro simile non può che funzionare nel minor modo possibile.
Sforzo notevole, considerato tutto, apprezzabile non solo per i fan, ma non vi consiglierei mai di ascoltare questo come "album simbolo" della storica band. Per questo, ci sono gli anni '80 (o Brave New World).
Voto: 7.5
martedì 24 agosto 2010
GTBT Incontra la Scena Italiana #5 - Stanislao Moulinsky
Emanuele Brizzante intervista per GTBT la formazione toscana. Costantino Lazzeri, frontman, risponde a qualche piccante domanda sulla loro attività. E non solo, scoprite tutto leggendo...
Qui la recensione del loro ultimo lavoro.
-INTERVISTA-
Stanislao Moulinsky, un nome celebre, per alcuni. Spiegate chi è anche agli "ignoranti" (senza offesa, ndr) e il perché della scelta
Stanislao Moulinsky era il "cattivo" di un fumetto degli anni 70', Nick Carter. La sua più grande dote era quella di sapersi travestire dalle cose più impensabili, come un treno od un dirigibile etc.. Da questo abbiamo deciso di chiamare così il nostro gruppo, perchè sviluppiamo idee di continuo e non vogliamo fossilizzarci su uno stile musicale ma esplorare le varie sfaccettature della musica.
Come nasce un pezzo della vostra formazione? Quanto è importante per voi il testo all'interno di un brano?
Di solito i pezzi nascono a casa mia, dove inizio a suonare con la chitarra e a cercare delle melodie con la voce. Una volta trovato qualcosa che mi aggradi inizio a scrivere il testo, che per me è importantissimo, infatti cerco di non andare nel banale e buttare sul foglio tutto ciò che ho dentro. Poi propongo il pezzo in sala prove e sviluppiamo la parte musicale.
Il titolo è abbastanza enigmatico o, diciamo meglio, interrogativo. E' questo che intendevate o c'è dell'altro? Perché l'avete scelto?
Y in realtà è un titolo che è stato frainteso da molti, non ha niente a che fare con why o con chissà cosa, è solo un tributo a Lorenzo, figlio del nostro chitarrista, che essendo un maschio ha come geni sessuali XY ed è la Y a differenziarlo da una femmina che invece ha XX . Molto semplice direi....
La scena fiorentina ultimamente sforna gruppi uno dietro l'altro ma solo pochi poi riescono ad imporsi in una vera e propria scena italiana dove la concorrenza è sempre più spietata. Voi come la vedete e come vi muovete in un ambiente come questo?
Noi ci muoviamo in tutte le direzioni, live, internet, stampa, tutto quello che possiamo fare per arrivare a qualcuno di nuovo. Purtroppo l'ambiente della musica è in crisi ed è molto difficile trovare qualcuno che scommetta sulle novità. Ma la fortuna aiuta gli audaci...
Il vostro sound ricorda molto quello di rock band italiane già molto affermate, come Negrita, Timoria, Litfiba. Vi riconoscete in questi accostamenti? Quali sono le vostre reali influenze?
Posso dirti che quando avevo 12/13 anni consumavo i dischi dei Timoria ma non ne ho mai cercato spunti. Per quanto riguarda i Negrita, forse quelli di un tempo adesso hanno preso una strada molo diversa dai loro esordi. I Litfiba invece sono un gruppo che è storico per la scena fiorentna, come i Diaframma, ma sinceramente non credo ci abbiano influenzato. I nostri gusti all'interno del gruppo sono molto differenti, si va dal jazz al metal, per passare dal funky al rock anni 70. Però tutti siamo unanimi nell'ascoltare Afterhours e Marta sui Tubi (e fate bene, ndr), gruppi che spessissimo andiamo a vedere dal vivo. Ultimamente sono stato colpito positivamente da Brunori SAS, artista prodotto da un mio amico, e dagli Amor Fou.
Mi incuriosisce molto la scelta di titoli come "Frustrato e Distratto" e "Inutile Acrobata". C'è molta disillusione, o forse illusione, un conflitto interiore, o qualcosa del genere. Di cosa volete parlare in brani come questi?
Come ti dicevo prima i testi sono molto introspettivi e pieni di sensazioni, i titoli non seguono una vera logica sono più una specie di associazioni libere, lascio che sia il flusso della mente a decidere.
Cosa c'è nel futuro della vostra band? Dopo un disco come questo, ricevuto molto bene anche dalla critica, ci sarà sicuramente una grossa attività promozionale no?
Al momento abbiamo finito da poco il tour promozionale, adesso abbiamo alcune cose in ballo, come l'apertura di un concerto al Metarock 2010 di Pisa a settembre e la pre-produzione di nuovi pezzi, in pratica abbiamo già materiale per un altro album, vedremo.....
Un saluto e grazie mille per esservi prestati a Good Times Bad Times per questa megaintervista. Ciao!
Un saluto e grazie mille per esservi prestati a Good Times Bad Times per questa megaintervista. Ciao!
Grazie a voi e un abbraccio dagli Stanislao Moulinsky!
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GTBT incontra la scena italiana,
intervista,
Stanislao Moulinsky
lunedì 23 agosto 2010
John See A Day - John See A Day (Autoproduzione, 2010)
Tracklist:
1. We Go Slow To The Fucking Hell
2. Boogie Man
3. El Vuelo The Fuego
4. Colpo De Man
5. El Giovanelo Capo Del Batelo
6. Henverland
7. John See A Day
8. SS 309 Romea
9. Deghe In Tre
John See A Day, formazione chioggiotta, direttamente dalla provincia di Venezia. Dopo questa veloce ed asettica enumerazione anagrafica, passiamo velocemente a parlare della musica, evitando inutili preamboli.
Cosa troviamo nel self-titled di questi ragazzi usciti da Clodia Maior? Nove pezzi, qualche ospite (Ettore Boscolo, al contrabbasso), tanta grinta, per un rock di stampo americano (o australiano?), vigorosamente incastonato dentro le facili mura dell'hard rock più classico, impreziosito però da qualche simpatico arrangiamento di sassofono, affidato al membro della band soprannominato Mr. Moonroad. Stringendo, il sax è l'unico elemento che contribuisce a rafforzare il fronte "originale" di questo disco, di per sé ancorato a linguaggi e stilemi di matrice eighties (e seventies) che già le maggiori band, con intere stirpi di seguaci, hanno già percorso in ogni direzione. Aggiornarlo non è cosa facile, è risaputo, e anche se i John See A Day probabilmente non avevano pretese di questo genere vale la pena ribadire che non si tratta di un disco innovativo, o chissà che.
Quali sono allora i meriti di questa autoproduzione, affidata a Tiziano Boscolo, interno del quintetto clodiense? Superato l'iniziale impatto con una produzione di notevole pulizia, si può passare ad analizzare il contenuto di ogni singolo brano. Tendenzialmente in ogni pezzo si assiste alla creazione di un microambiente hard rock di quello orecchiabile, radiofonico nei riff di chitarra e anche in quella forgia ritmica che spesso si concretizza ed espande in ritmi più rock'n'roll. E se sfugge qualche tentennante e rannuvolata citazione nel finale di "El Vuelo The Fuego", con il suo testo ispanico, si possono apprezzare maggiormente i testi in dialetto veneto, che da sempre solleticano l'immaginario degli indigeni da quando i Pitura Freska sono diventati la band storica che sono. Senza ricalcarne né le tematiche né le scelte stilistiche, producono qualche lirica simpatica, con quell'accento che tanto ci si diverte a canzonare fuori dal Veneto, che piacerà sia ai lagunari che ai più distanti provinciali delle altre comunità regionali. E' il caso di "Colpo de Man" e l'inno pop prettamente chioggiotto "El Giovanelo Capo Del Batelo" (qui la scelta dell'accento è meno comprensibile all'esterno della zona della band), già abbastanza diffusa grazie ad internet negli ultimi mesi, un funkettone leggerissimo che trova il suo massimo interesse proprio nelle parole. Lo stesso succederà nel tributo ai "309 morti" della celebre statale Romea, nell'ottava traccia. Dal punto di vista di tecnico i ragazzi se la cavano, e propongono, soprattutto alla batteria, canzoni da apprezzare anche sotto quel punto di vista.
Sondando con attenzione l'intero lavoro si scopre facilmente che gli ingredienti principali sono pochi, ma miscelati e rielaborati con una certa consapevolezza compositiva che gli si può certamente attribuire come una nota di merito. Il problema è che a volte sembra di assistere a vere e proprie cover "venetizzate", senza l'ombra di tentativi di innovazione che lascino davvero il segno. Se non c'era nessuna pretesa del genere negli intenti dei ragazzi allora questo disco funziona davvero, veloce, simpatico, connesso alla realtà. Altrimenti, cercate altrove.
Voto: 6.5
martedì 17 agosto 2010
King Crimson - Red (E.P. Records, 1974)
Red è l'album della maturazione Crimsoniana. E' il primo album dai tempi di Island (1971) che riutilizza musicisti esterni come session man che variano in ogni traccia. E' il lavoro in cui si notano tutte (o la maggior parte ) delle caratteristiche principali che influenzano i Re Cremisi. E alla fine dell'ascolto di questo album viene veramente da dire che sono dei "Re".
Il tutto inizia con la title track che diventerà successivamente un simbolo live del gruppo, proposta e riproposta molte volte e sempre con un effetto devastante. Il riff carica e il suono è reso più potente dalle diverse tonalità e dalla sovraincisione che il gruppo ha eseguito in studio (sembra ci siano più chitarre ma è lo stesso Fripp a suonare) . Da qui emerge la prima caratteristica del gruppo, il brano completamente strumentale che si era imposto decisamente nel precedente album Larks' Tongues In Aspic (1973) e le sue rispettive title track. Non manca nel pezzo centrale la collaborazione di musicisti esterni con il violino di David Cross, elemento musicale in alcuni gruppi come i Kansas quasi dominante. Primo brano completato e l'effetto è quello di un inizio alquanto spumeggiante. Il secondo pezzo è il primo cantato, Fallen Angel; lì emerge la voce di John Wetton che sembra calzante a pennello, lui che di lì a poco diventerà il frontman per alcuni anni degli Uriah Heep (da notare la sua voce come sia simile a quella del passato Greg Lake e del futuro Adrian Belew). L'oboe di Robin Miller e la cornetta Mark Charig rendo le strofe così sinuose e quasi celestiali per poi arrivare ai tratti più duri e marcati dove da protagonista la fanno Robert Fripp con la sua chitarra e Ian McDonald (non suonava con i King Crimson da In The Court Of The Crimson King (1969)) con il suo sassofono "pazzo" che verrà preso come esempio da altri gruppi come gli Zu in Italia. Dopo il pezzo "dolce" si passa a una canzone dai tratti più hard fino ad arrivare alla classica sperimentazione-psichedelia che fa di loro dei maestri. One More Rednightmare ha un riff iniziale coinvolgente dove si esprime in tutta la sua bravura e fantasia anche Bill Bruford, e stiamo parlando di un batterista che ha fatto la storia anche con gli Yes. E' il brano dove ancor di più si percepisce la padronanza del Sax di McDonald. Peccato che si interrompa cosi bruscamente per la fine del nastro. Probabilmente chi ha ascoltato ques'album per la prima volta prima di arrivare alla canzone successiva, ha pensato che mancava un elemento tipico dei King Crimson, quello della completa improvvisazione. Questo è Providence, una canzone completamente improvvisata in live e rielaborata in studio come loro stile dove ognuno dà sfogo alla propria fantasia. Manca un ultimo tocco per rendere l'album eccezionale. Una pietra miliare del Progressive. Starless è l'ultima canzone dell'album, un brano epico per una fine epica. In questo pezzo Fripp si diletta nell'utilizzo del Mellotron, strumento classico del Prog, che carratterizza la prima parte della traccia. Se si ascolta la canzone attentamente si nota come il pezzo quasi vada in progressione, dal dolce al più marcato ma comunque lineare nella sua struttura. Nella parte centrale il tutto è caratterizzato da accordi ripetuti che accompagnano le percussioni di Bruford che aumentano di ritmo mano a mano per poi avere un brusco cambio di velocità all'ultimo. Ed è proprio quando si finisce di ascoltare questa canzone che si può definire l'album una pietra miliare. Un estremo capolavoro Progressive. Uno di quelli che andava ad arricchire la collezione visti quanti all'epoca se ne producevano.
Dopo Red i King Crimson si sciolsero per qualche anno, tornando con una formazione del tutto diversa solo nel 1981 in cui cambiò lo stile ma il tipo di approccio alla musica rimase sempre quello che li ha contraddistinti come uno dei gruppi più innovativi mai esistiti e lasciarono i loro fan con la bava alla bocca ma soprattutto con stile come fanno le vere leggende. L'album viene classificato dalla rivista Q Magazine come 19esimo album più duro della storia ma di citazioni nelle classifiche di Rolling Stone manco a parlarne. Si dice che questo lavoro sia uno di quelli che ha influenzato in maniera netta Kurt Cobain e i Nirvana. Come per le grandi opere d'arte spesso viene citato nel panorama musicale e si ha l'impressione che verrà citato sempre.
Voto: 9+
lunedì 16 agosto 2010
Ligabue - Arrivederci Mostro! (Warner Bros Records, 2010)
Tracklist:
1. Quando Canterai la Tua Canzone
2. La Linea Sottile
3. Nel Tempo
4. Ci Sei Sempre Stata
5. La Verità E' Una Scelta
6. Caro Il Mio Francesco
7. Atto di Fede
8. Un Colpo All'Anima
9. Il Peso Della Valigia
10. Taca Banda
11. Quando Mi Vieni a Prendere? (Dendermonde 23/01/2009)
12. Il Meglio Deve Ancora Venire
13. Un Colpo All'Anima (acusica) - ITunes Bonus Track
Definire Ligabue portabandiera della musica rock italiana è ormai diventata una moda, così come la sua musica, omologata e banale, lontana dai fasti rock che all'inizio potevano almeno dire qualcosa a quella platea (piuttosto numerosa) che, dopo il primo buon decennio del Vasco nazionale, stava ancora emozionandosi con chi voleva importare in Italia AC/DC, primi U2, Bruce Springsteen e quant'altro.
"Arrivederci Mostro!", per molti un appuntamento da segnare sul calendario, uscito a vent'anni esatti dal bel disco di debutto dell'artista emiliano, rappresenta invece cos'è Ligabue nel 2010, cioè un rocker spompo, stanco, senza originalità e superato dai tempi che pretende rappresentare. Un peccato per una persona in realtà intelligente, simpatica, sicuramente sopra la media delle "rockstar" del suo calibro, ma è facile comprendere come fare della musica di qualità quando c'è chi comprerebbe il tuo disco gridando al miracolo anche se fosse una composizione casuale di flatulenze e rumori di fondo registrati in una campagna argentina, beh, risulti effettivamente difficile. Cosa non fanno i soldi?
L'apertura dell'album è affidata ad un brano pop molto easy-listening, chiave di lettura per l'intero lavoro, con una struttura assolutamente prevedibile, rivisitazione di una carriera sempre in discesa dal punto di vista della qualità artistica, svelando in realtà la novità di Ligabue, che rappresenta in realtà un effettivo declino, anche nella concreta scomparsa dei ritornelli orecchiabili, in virtù di un abbassamento di tonalità evidentissimo nelle linee vocali del correggese, che lasciano spazio ad aperture di chitarra ottime ma sopravvalutate da tutti. Il brano si intitola "Quando Canterai la Tua Canzone", ed è molto simile a "Il Mio Pensiero", hit di un paio d'anni fa, al secondo brano in tracklist "La Linea Sottile" e al primo estratto "Un Colpo All'Anima", singolo fresco ma sottotono.
Un tentativo di rinnovarsi, piuttosto passionale e solo parzialmente riuscito, si effettua con i brani più rock, aggiornati nel sound comunque irreversibilmente legato (a livello sia di chitarra che di ritmiche) al sound di Bono Vox e compagnia bella. E' il caso di "Nel Tempo", che porta alla luce anche uno sbilenco sforzo di utilizzare un linguaggio diverso (cosa che non si nota negli altri brani, in realtà), citando anche numerosi nomi ritenuti importanti dal cantante (Falcone, Borsellino, Moro, Berlinguer, ecc.). Brano che funziona, non come "Ci Sei Sempre Stata", arrangiato perfettamente ma con una linea vocale che può risultare, ai più, indigesta. E' chiaro che qualcosa non va, e l'uguaglianza dei vari pezzi non solo tra di loro ma anche nei riguardi della vecchia produzione del Liga, è palese. "La Verità E' Una Scelta" sembra un plagio dei Nomadi di "C'è Un Re" e forse per questo è uno dei brani meglio riusciti, con un testo vagamente impegnato ed interessante sotto il punto di vista semantico quanto metrico, indirettamente teso a tributare band come appunto la vecchia formazione dei tempi d'oro di Daolio. Peccato per il ritornello abbastanza melenso. E poi c'è "Caro Il Mio Francesco", canzone/lettera all'amico Francesco Guccini, già collaboratore con "Ho Ancora la Forza", qualche anno fa, che ricalca la vecchia "L'Avvelenata", citandola esplicitamente sia con il titolo che con frasi da essa tratte, per criticare l'ipocrisia e alcuni comportamenti dello star system o della gente nei confronti delle celebrità. Un brano poetico, impegnativo da digerire, con una presa melodica quasi drammatica, che cede solo in alcuni momenti, risultando alla fine il momento più ispirato, nonostante la scarsa originalità anche dell'arrangiamento, dell'intero disco. Resta inteso che sentire Ligabue incazzarsi con la gente dicendo che "rispondere agli insulti è solo bassa promozione", può risultare un happening risibile: nonostante questo ci si può credere.
Impegnativo invece il tema scelto per "Quando Mi Vieni a Prendere?", che parla dell'omicidio di due bambini e una maestra avvenuto nel 2009 a Dendermonde ad opera di uno squilibrato vestito da Pierrot. Arrangiamento meno insapore del solito, ma un'interpretazione, di nuovo, sopra la media per gli standard dell'artista. Strappalacrime, una volta letta la cronaca nera di quel giorno.
Gli altri brani sono tutti troppo banali per essere descritti in maniera completa, e infatti "Atto di Fede", il migliore della seconda parte del disco, è talmente identico a tutti i brani degli ultimi lavori di Luciano che non ha bisogno di nessuna spiegazione. Può piacere, così come "Il Peso della Valigia", insipida e vuota, ma apprezzabile per l'interpretazione e una scelta di linee vocali che ricalca il cammino classico con una certa trasparenza di emozioni che non sempre Ligabue lascia piovere sull'ombrello dei fan tanto facilmente. Soprattutto quando spinge sulla voce.
Cosa si salva quindi nel decimo disco di Ligabue? La dedica a Guccini, l'aggiornamento di alcuni tratti del sound e del lessico, un'interpretazione ottima nei momenti più distesi e drammatici, una produzione ottima affidata al bravo Rustici e gli arrangiamenti fantastici dei sessionmen che lo seguono. Per il resto, non è cambiato assolutamente nulla da Nome e Cognome, album debole, fragile, sofferente in tutti i punti necessari per definirlo un "vero e proprio album rock". Essenziale per i fans, inutile per tutti gli altri, ma poteva andare molto peggio.
Voto: 6-
domenica 15 agosto 2010
Fish and Clips #7: Fatboy Slim (parte 2)
Continua la descrizione della brillante carriera da star dei video (seppur non sia praticamente mai apparso di persona) di Cook, che vede però ad un certo punto un consistente declino nella qualità e nelle idee. E' una cosa umana, soprattutto arrivati gli -anta e finite anche, in maniera piuttosto evidente, le principali fonti d'ispirazione (o, nel suo caso, di sampling) per la musica. Ma qualcosa, sia nella musica che nei video, si salva eccome.
Ripartendo da "Weapon of Choice", il singolo immediatamente successivo a raggiungere rinomanza internazionale è "Ya Mama", brano trascinante e movimentato con un videoclip altrettanto trascinante e movimentato, diretto dal celeberrimo collettivo Traktor, già (all'epoca) collaboratore di artisti come Madonna e Basement Jaxx. Nel video una cassetta del brano che fa immotivatamente (ed incontrollatamente) scatenare chiunque la ascolti. Sotto di tutto ciò, ma prima del resto, l'embed.
Ora che l'avete rivista ve la ricorderete, molti la chiamano "Push The Tempo". Fin troppo famosa no? Da qui in poi la strada è abbastanza in discesa, ma alcune canzoni rimangono comunque abbastanza "radiofoniche" da aver venduto abbastanza, lasciando comunque alle spalle una scia di successi che definire notevole sarebbe riduttivo.
Superato qualche singolo privo di video o con video dallo scarso interesse ("Retox", "Drop the Hate", ecc.) si arriva a "Slash Dot Dash", brano fulminante, e fulminato, con un ritornello azzeccatissimo e una struttura che però poco dopo rivela la sua fragilità, come quella del video, ben realizzato, ma sottotono. Eccolo. E dopo di lui arriva uno dei migliori video degli ultimi dieci anni, sempre all'interno della produzione del buon Cook, con una città popolata solo da adorabili gattini a fare da sfondo a "The Joker", pezzo più lento della media dei suoi brani, ma tutto sommato godibile. Embed.
E poi è l'ora di "Don't Let The Man Get You Down", con un "razzista a cui piace pescare" di nome Don come protagonista del video, filmato con lo stile di una pubblicità in bianco e nero degli anni '60. Qua. E qua invece c'è "That Old Pair of Jeans", il cui video è stato affidato al celebre giocoliere Chris Bliss. "Juggle to Music Like Chris Bliss" è invece il nome del contest su MySpace che Fatboy Slim ha indetto per stimolare la gente a caricare video in cui imitavano il protagonista del videoclip. Cercateli, alcuni sono divertenti.
E se vi piace il domino, il video di "Champion Sound", inedito tratto dal Greatest Hits, fa al caso vostro:
Il finale vi dice qualcosa?
Finale perfetto per un video, con l'apparizione del protagonista quasi sempre assente che finalmente si degna di fare un cameo. Ecco, si degna di farlo anche per la fine di questo post, col suo faccione simpatico. Alla prossima.
Ripartendo da "Weapon of Choice", il singolo immediatamente successivo a raggiungere rinomanza internazionale è "Ya Mama", brano trascinante e movimentato con un videoclip altrettanto trascinante e movimentato, diretto dal celeberrimo collettivo Traktor, già (all'epoca) collaboratore di artisti come Madonna e Basement Jaxx. Nel video una cassetta del brano che fa immotivatamente (ed incontrollatamente) scatenare chiunque la ascolti. Sotto di tutto ciò, ma prima del resto, l'embed.
Ora che l'avete rivista ve la ricorderete, molti la chiamano "Push The Tempo". Fin troppo famosa no? Da qui in poi la strada è abbastanza in discesa, ma alcune canzoni rimangono comunque abbastanza "radiofoniche" da aver venduto abbastanza, lasciando comunque alle spalle una scia di successi che definire notevole sarebbe riduttivo.
Superato qualche singolo privo di video o con video dallo scarso interesse ("Retox", "Drop the Hate", ecc.) si arriva a "Slash Dot Dash", brano fulminante, e fulminato, con un ritornello azzeccatissimo e una struttura che però poco dopo rivela la sua fragilità, come quella del video, ben realizzato, ma sottotono. Eccolo. E dopo di lui arriva uno dei migliori video degli ultimi dieci anni, sempre all'interno della produzione del buon Cook, con una città popolata solo da adorabili gattini a fare da sfondo a "The Joker", pezzo più lento della media dei suoi brani, ma tutto sommato godibile. Embed.
E poi è l'ora di "Don't Let The Man Get You Down", con un "razzista a cui piace pescare" di nome Don come protagonista del video, filmato con lo stile di una pubblicità in bianco e nero degli anni '60. Qua. E qua invece c'è "That Old Pair of Jeans", il cui video è stato affidato al celebre giocoliere Chris Bliss. "Juggle to Music Like Chris Bliss" è invece il nome del contest su MySpace che Fatboy Slim ha indetto per stimolare la gente a caricare video in cui imitavano il protagonista del videoclip. Cercateli, alcuni sono divertenti.
E se vi piace il domino, il video di "Champion Sound", inedito tratto dal Greatest Hits, fa al caso vostro:
Il finale vi dice qualcosa?
Finale perfetto per un video, con l'apparizione del protagonista quasi sempre assente che finalmente si degna di fare un cameo. Ecco, si degna di farlo anche per la fine di questo post, col suo faccione simpatico. Alla prossima.
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rubrica: Fish and Clips
sabato 14 agosto 2010
Fotoreport #9: Zen Circus SPECIAL - parte 2
Le foto sono di Monelle Chiti. Il link del FlickR si trova a destra.
Queste foto sono state scattate al Rock Island di Bottanuco (BG), durante la giornata del 3 Luglio 2010.
Su GTBT si parla di Zen Circus anche qui:
concerto a Udine
concerto a Ferrara
foto del concerto a Ferrara
recensione di "Andate Tutti Affanculo"
Queste foto sono state scattate al Rock Island di Bottanuco (BG), durante la giornata del 3 Luglio 2010.
Su GTBT si parla di Zen Circus anche qui:
concerto a Udine
concerto a Ferrara
foto del concerto a Ferrara
recensione di "Andate Tutti Affanculo"
venerdì 13 agosto 2010
Fish and Clips #7: Fatboy Slim (parte 1)
Quentin Leo Cook, quarantasettenne, in arte Fatboy Slim, ha sfornato alcuni dei video più fighi mai usciti. Sarà che all'epoca in cui è uscito dall'anonimato i videoclip erano ancora finanziati a centinaia di migliaia di dollari dalle case discografiche prima di diventare le macchiette inutili che sono adesso, sarà che lui ha fatto dei grandi dischi e non c'è ragione di pensare che non avesse anche delle bellissime idee da convogliare in un video, ma alcune perle meritano di essere elencate in questa terribile rubrica.
Nella storia dei suoi videoclip ci sono alcune cose che si possono saltare, come le varie versioni di "Everybody Needs a 303", di cui vale la pena solo guardare la copertina del remix.
Lasciando stare che sembra un incrocio tra una pornostar e gli omuncoli del pianeta strano di Avatar. Si arriva al primo singolone, "The Rockafeller Skank", con l'ottimo video che qui trovate. Divertente e neanche troppo costoso, all'epoca si guadagnò grande popolarità "con poco" (basta pensare alla scena del chewing gum). Trash, a suo modo, ma geniale, come il video "esplosivo" di "Gangster Trippin'", coinvolgente, fresco, e piuttosto dannoso per i cervelli deboli. Basta pensare che ogni volta che lo vedo mi viene voglia di far saltare in aria tutta la mobilia del primo luogo chiuso dove vado. Qui.
Per "Praise You", girato dal celebre Spike Jonze che appare anche nel video medesimo, si è usata la mirabolante tecnica "guerrilla", o diciamo con termini impropri, candid. Il video è stato girato ad un cinema a Westwood, in California, tra lo stupore dei passanti, ed è costato poco più di 800 dollari. Qui sotto.
Il video più celebre, non solo per la qualità dell'animazione che rappresenta l'evoluzione da cellula a uomo di un "americano medio", come si apprenderà dal finale, stucchevole nella realizzazione e assolutamente godibile in tutti i suoi 3 minuti. Qui sotto anch'esso. Gran canzone, per chi non lo sapesse creata grazie a un sample di "Ashes, The Rain & I" di James Gang, che sarebbe questa. Riconoscete qualche somiglianza? Io si.
"Sunset (Bird of Prey)", bella canzone ma non certo la sua migliore, ha un video spettacolare. Ripreso a sud di Cambridge dalla Flight Logistics di Borehamwood, mostra...beh, guardate cosa mostra. Interessante notare che il pilota è statunitense e l'aereo britannico. Inoltre verso la fine compare la parola MK-ULTRA, che fa riferimento a questo progetto segreto della CIA, ormai neanche più tanto segreto. Ne hanno parlato anche i Muse nell'omonima canzone, qui eseguita live a Torino nel 2009. E questo è il video di "Sunset".
Uno dei video più belli a livello di immagini è quello di "Demons", incluso solo nel DVD del singolo. "Demons" è una canzone eseguita da Macy Gray che non rappresenta certo uno dei più grandi successi né del DJ inglese né della cantante, ma come vi dicevo, il video è molto interessante, soprattutto per le tecniche con le quali è stato filmato. A voi il giudizio.
Se vi piacciono ballerini e uomini volanti non potrete invece non apprezzare il grandissimo (e famosissimo) video di "Weapon of Choice", nella versione CD preceduta dall'altra parte del singolo, "Star 69", ma nella sua parte visiva abbandonata a sé stessa. Spike Jonze mette a segno l'ennesimo video di successo grazie all'attore (ed abile danzatore, si scopre) Christopher Walken. Embed, downstairs.
I maledetti odiano l'embed per cui potrebbero disattivarlo. Al limite, avvisateci.
Si continua nella "parte 2", domani. Saluti.
Uno dei video più belli a livello di immagini è quello di "Demons", incluso solo nel DVD del singolo. "Demons" è una canzone eseguita da Macy Gray che non rappresenta certo uno dei più grandi successi né del DJ inglese né della cantante, ma come vi dicevo, il video è molto interessante, soprattutto per le tecniche con le quali è stato filmato. A voi il giudizio.
Se vi piacciono ballerini e uomini volanti non potrete invece non apprezzare il grandissimo (e famosissimo) video di "Weapon of Choice", nella versione CD preceduta dall'altra parte del singolo, "Star 69", ma nella sua parte visiva abbandonata a sé stessa. Spike Jonze mette a segno l'ennesimo video di successo grazie all'attore (ed abile danzatore, si scopre) Christopher Walken. Embed, downstairs.
I maledetti odiano l'embed per cui potrebbero disattivarlo. Al limite, avvisateci.
Si continua nella "parte 2", domani. Saluti.
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rubrica: Fish and Clips
mercoledì 11 agosto 2010
Fotoreport #9: Zen Circus SPECIAL - parte 1
Le foto sono di Monelle Chiti. Il link del FlickR si trova a destra.
Queste foto sono tratte dal live al MIAMI, festival organizzato da Rockit e tenutosi la prima settimana di giugno all'idroscalo di Milano. Gli ZEN CIRCUS hanno suonato il 5 Giugno:
Queste foto sono tratte dal live al MIAMI, festival organizzato da Rockit e tenutosi la prima settimana di giugno all'idroscalo di Milano. Gli ZEN CIRCUS hanno suonato il 5 Giugno:
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