Nuova, bella, edizione del Barcolana Music Festival, la parte musicale della famosa regata triestina che porta migliaia di visitatori ogni anno nella splendida città sul mare. Nell'incantevole cornice di Piazza Unità d'Italia, quest'anno gli organizzatori hanno deciso di far esibire alcuni degli artisti più importanti della scena italiana, quella pop. Le Vibrazioni, i Velvet e Daniele Silvestri, anche se in questo articolo ci occuperemo solo della prima delle due giornate che hanno composto la rassegna.
Alle 20.30 salgono sul palco gli Ultima, una band pavese che inizia subito a scaldare la folla con un rock alternativo vagamente influenzato dai Subsonica e dalle tonalità più calde di Muse, Placebo e, alla lontana, proprio dei Velvet, che li seguiranno poi a ruota sul palco. Il set dura circa trenta minuti e la reazione dei pochi presenti, tra i molti che invece vagabondano per la città nonostante i cinquanta chilometri orari di bora, è sicuramente calorosa. Lasciano un ottimo ricordo, ed ecco perchè vi linkiamo il loro MySpace.
I Velvet suonano invece per circa quaranta minuti proponendo un repertorio neanche troppo banale, saltando a piè pari il loro singolo più importante, "Boyband", che molti si aspettavano ma che alla fine avrebbe solamente alterato l'atmosfera rock creata dalla band. "Funzioni Primarie" la migliore in scaletta, famoso brano del 2005 che dal live rende addirittura meglio che su disco. I romani propongono poi anche alcuni nuovi arrangiamenti di vecchi pezzi che saranno inclusi in una prossima raccolta, e a "farne le spese" è la bella "Una Settimana, Un Giorno", cantata all'unisono dalla gente che inizia ad ingrossare le file per gustarsi i big, Le Vibrazioni.
Francesco Sarcina & co. arrivano sul palco dopo poca attesa, con una scenografia che ricrea un contesto vagamente retrò anche se se ne poteva sicuramente fare a meno. La setlist è concentrata di nuovo sull'ultimo disco, e oltre alle azzeccatissime "Oggi No", "Malie", "Le Strade Del Tempo" e "Va Così", concedono qualche tuffo nel passato con le celebri "In Una Notte D'Estate" e "Un Raggio Di Sole". Mancano "Seta" e "Sani Pensieri" che nella prima parte del tour avevano regalato almeno un po' di respiro ai fan più legati al loro primo periodo, però bisogna dire che l'assenza di canzoni come "Dedicato a Te", "Angelica" e "Dimmi" dà sempre un'aria più rock ai loro concerti.
L'esecuzione delle canzoni è ovviamente ottima e non è certo una novità che questi quattro sul palco ci sappiano fare. Impeccabile come sempre Boogie alla batteria, nonostante una perdita di bacchette nel momento topico della partenza del ritornello di "Drammaturgia" che riesce comunque a nascondere con una mano sola. Anche questo indica certamente la sua bravura, e notiamo anche l'ottima performance di Emone al basso, che inizia a raggiungere pian piano il suo predecessore Garrincha nonostante questa non sia certo un'impresa facile. Malattia, probabilmente, per Wizard che riduce al minimo la sua presenza scenica mantenendo comunque intatta la sua imprescindibile tecnica alla chitarra. Un po' brillo probabilmente il frontman che non risparmia al pubblico né una filippica contro i tagli all'istruzione, ai quali dedica "Vieni Da Me" (con un divertente siparietto che finisce con "vieni da me, istruzione", chissà cosa gli passa per la testa?), e contro un ragazzo che lancia sul palco dei crackers ("la mamma non ti ha insegnato che non si spreca il cibo?"), e tra una parola dimenticata e l'altra riesce comunque a intrattenere e suonare con grande stile.
Che questa sia una delle migliori band in circolazione si sa. Che una fetta del pubblico "alternative" italiano li snobbi, pure. Ma visto che molti di questi non si sono mai degnati di andare a vedere un loro concerto, li invitiamo caldamente a farlo visto che queste esperienze regalano comunque una dimensione diversa delle Vibrazioni. Stavolta da migliorare, forse, c'era solo la scaletta, ma per il resto, sono state "buone vibrazioni".
Alcune foto della serata (e di quella successiva, con i The Charlestones) a cura di Emanuele Brizzante e Alessia Radovic si trovano qui.
Video di "Concertiblog"
"IN UNA NOTTE D'ESTATE"
lunedì 11 ottobre 2010
domenica 10 ottobre 2010
Esperia - L'Odore Di Vita (Autoproduzione, 2010)
Tracklist:
1. Incontro Il Destino (Di Nuovo)
2. Guardami
3. La Bottiglia E' Vuota
4. Anima Nuda
5. Nei Tuoi Occhi
6. Old Dirty Boot
7. Il Re Del Nulla
8. Il Maestro
9. L'Odore Di Vita
10. I Miei Passi
11. Aggressivo e Retrattile
Un destino tragico. Quello che sembrano voler raccontare gli Esperia con questo lavoro. Una band che ha sudato tanto per ottenere quello che voleva, il loro primo disco e un poco di riconoscimento, che sia esso un'intervista, un concerto davanti ad un folto pubblico oppure una recensione come questa. Del resto, i gruppi che ricercano la gloria sono costretti spesso a confrontarsi con la cilecca, mostro che inghiotte tutto in un paese che investe poco nella musica, e più in generale nell'arte, come il nostro. Ma sperare è anche la chiave per arrivare a qualcosa, insieme a un po' di tenacia, e il grande sogno degli Esperia non si è sicuramente un sogno infranto contro scogli che ne abbiano provocato la morte (o il risveglio). "L'Odore Di Vita" è infatti un disco onesto, semplice ma d'impatto, composto nella maniera più rock, semplice, senza sovraincisioni né fronzoli, privo di strumenti particolari, ghirigori o compensazioni elettroniche, solo le vibrazioni della chitarra elettrica, del basso, della voce e delle pelli. Coinvolge sia il piano uditivo che quello emozionale, sconvolgendo con dei testi molto profondi e che tentano, molto spesso con successo, di raccontare una storia che abbia un senso. Questa, visti i tempi che corrono, si chiama controtendenza. E ci sta, eccome se ci sta.
La musica, all'interno del pacchetto, risalta meno rispetto alle liriche. Sarà che non si propone nessuna novità, sarà che il sound è deciso ma prodotto in maniera piuttosto casereccia, ma qui non si sta parlando di grandi miracoli. La verità però è un'altra: dopotutto non sono questi gli aspetti che contano e gli Esperia sono senz'altro una di quelle band che hanno fatto del rock più alternativo, che prende a piene mani da cascate di effluvi rock anni '90 ovviamente imbevuti di grunge, e se questo non gli fa molta giustizia la riscossa arriva in tutta la sua pienezza con la bellezza di brani come "Guardami", "Il Re Del Nulla", la title-track e l'opener "Incontro Il Destino", tutti pezzi che trovano la loro giusta dimensione nel contesto post-nineties di cui sopra. La debolezza è data solo dagli assoli, carini ma a volte inseriti forzatamente, che viene però contrastata dalla forza espressiva della voce, con una timbrica che nella sua assenza di particolarità caratteristiche diventa invece mezzo per convogliare concetti profondamente emozionali, utilizzandola nel migliore dei modi. Altro che i quattro rincoglioniti di X Factor, questo è rock vero.
Niente di speciale, è chiaro, ma chi ha voglia di fare musica coi coglioni sa sempre cosa significa fare fatica e guadagnarsi la pubblicazione di un disco. Questo è "fatto con tanto amore", direbbero le mamme, l'importante è che lo ascoltiate con attenzione perchè nonostante la sua immediatezza non è certo un brutto disco. E l'armonica spinge via ogni dubbio.
Voto: 7-
sabato 9 ottobre 2010
Jules Not Jude - All Apples Are Red, Except For Those Which Are Not Red (US Random Calculator/Produzioni DADA, 2010)
Tracklist:
1. Run
2. Caramel Lovelypop
3. Back Tonight
4. Chance
5. Just A Girl
6. Don't Stop Your Thoughts In A Name
7. The Hospital
8. 12th January
9. Ordinary Sunshine
10. Bubabeat
11. Pathetical Lover
12. Eleven
Concordo con chi starà pensando che non è il migliore dei modi con cui iniziare una recensione, ma dopotutto bisogna ammettere che la presentazione per la stampa di questo disco dice già tutto su cosa vi si trova all'interno. Non la voglio copiaincollare, anche perchè sarebbe troppo becero, quindi vi dirò più o meno cosa si trova in questo disco facendo anche un breve riferimento alle parole con cui il gruppo stesso di definisce.
I Jules Not Jude, bresciani, hanno già un bel po' di esperienza. Il loro pop/rock tra il brit, la cantautorale e il proselitismo dei Beatles ha già colpito tutti quelli che li hanno potuti ascoltare ed il risultato più evidente è l'attenzione del grosso pubblico e della stampa che man mano sta arrivando. "All Apples Are Red, Except For Those Which Are Not Red" è un titolo alquanto simpatico, nonsense nonostante la sua formulazione non faccia una grinza. La band, nata nel 2007 con due elementi diventati poi quattro, si fregia ora di presenze notevoli anche per la registrazione del disco, che si appoggia su grandi nomi come Fausto Zanardelli, Le Man aves Les Lunettes, Freaky Mermaids, Massimiliano Tonolini e membri degli Annie Hall. Non è poco, non è poco.
L'artwork rimanda subito al concetto espresso dal titolo, con questa mela rossa che ne occupa più della metà. La confezione del deludente-formato-risparmio Digipak è riempita da un disco che, appena inserito nel lettore, ci spara nelle orecchie dodici brani (anzi undici poichè l'introduzione "Run" è considerata dai Jules Not Jude stessi una traccia a parte, nel retro del disco indicata con 00) che compattano senza pietà quell'indie-pop speranzoso quanto malinconico che ha portato lodi e glorie non solo a loro. Dopotutto da lungo tempo lo conosciamo come un genere facile da comporre, facile da ascoltare, insomma facile. Ma i lombardi sanno il fatto loro e decidono, dopo l'ottimo EP Clouds of Fish, di mescolare nuovi colori sulla tavolozza e portare sul campo strategie tecniche che suonano, ad ogni ascolto, sempre più come un calcio piazzato a chi si ponesse dalla parte dei detrattori. Si spera non esistano, perchè "All Apples... (eccetera eccetera) è davvero un ottimo disco. Il modo in cui dondola tra i suoi echi più contaminati di ragioni brit e il rock che esce all'improvviso dalla tasca delle sorprese insieme all'elettronica, che in brani come "Chance" arriva talmente dal nulla che rimanerne stupiti è più che altro il modo migliore di uscirne indenni. L'importante, direte, è la maniera in cui lo fa. E infatti lo fa bene, tutti i dosaggi sono perfetti, i synth sono molto orecchiabili dando un'aria piuttosto radiofonica a tutto il disco. La produzione, soft ma curata, fa il resto.
Ogni singolo brano dà un contributo personale e completo alla buona riuscita del lavoro che riesce a concretizzare quasi quaranta minuti di ottimo pop/rock come pochi in Italia, una vera perla anche nel suo contesto geografico (sebbene tra Brescia, Bergamo e Milano non siano poche le band che si destreggiano molto bene nel settore). Fuori da lì si fa riferimento agli episodi più soffusi degli Wilco, a Belle & Sebastian, a tutto ciò che viene dall'Inghilterra.
In definitiva, se volete ascoltare una miscela perfetta dei generi di cui sopra, con un pizzico di "easy-listening rock" sparso qua e là sotto forma di piccole piogge di distorto (o meglio di overdrive, leggerissimo per altro), non c'è niente di meglio di "All Apples Are Red, Except For Those Which Are Not Red". Se poi non vi piace, sono problemi vostri.
Ps. Il brano migliore, essenziale manifesto di tutto il lavoro, è "Just A Girl", irresistibile in ognuno dei duecentoottantaquattro secondi che lo compongono.
Voto: 8.5
venerdì 8 ottobre 2010
Hot Poop - Numero 1 - Pilar Ternera

Voglio inaugurare questa sezione con un gruppo che mi ha impressionato particolarmente fin dalla prima volta che li ho visti dal vivo, nel 2008 al Savoirfest di Borsea (RO). I Pilar Ternera, che prendono il nome da un personaggio dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel García Márquez, sono un trio composto da Andrea Mancin alla batteria, Sara Ardizzoni alla chitarra e alla voce e Oliviero Farneti, factotum della situazione, al basso, le tastiere, la chitarra, la voce e anche altro.
La loro musica è un potpourri di sapori misti, che riesce a amalgamare perfettamente ingredienti molto diversi tra loro, rendendo così possibile trovare un pizzico di qualsiasi cosa in questo album, dall'alternative al progressive (anche se il batterista Mancho ha affermato di non amare questo genere). I brani contenuti in questo disco lasciano spesso di stucco per un motivo o per l'altro. La struttura delle canzoni, mai scontata o banale, rende l'ascolto un viaggio continuo.
La capacità tecnica dei musicisti è brillante, così come la capacità compositiva. A rendere ancora più pregevole tutto ciò vi sono anche le ottime voci di Farneti e della Ardizzoni; un fatto abbastanza curioso visto che spesso per gruppi di questo genere la voce risulta invece il tallone d'Achille.
Gli undici brani contenuti in questo lavoro sono tutti eccellenti e variegati (un altro punto a favore se si tiene conto che il brano più lungo dura 4:27"), con la danzante "Pillowla", le bizzarre "Jumping Frenchmen of Maine" e "Our Daily Ration of Sweet Misunderstandment", la ottima quando cripticamente intitolata "-" e la conclusiva "Nembrot" a risaltare rispetto al resto dell'album.
I Pilar Ternera insomma, offrono un lavoro di alta qualità, e non esagero quando dico che è di gruppi come questo che c'è bisogno in Italia. Lasciamo però la parola ai Pilar Ternera stessi:
GTBT: Vedendo un vostro concerto ho avuto l'impressione che improvvisaste molto, mentre ascoltando questo lavoro ho avuto l'impressione opposta, ovvero che tutto fosse molto curato e studiato. Qual'è il vostro vero approcio alla musica?
Oliviero: L'impressione giusta è quella che hai avuto ascoltando il disco: non c'è praticamente nulla di improvvisato. L'unica eccezione è l'ultimo pezzo entrato in repertorio, nuovo e pertanto non presente nel disco, che prevede una sorta di coda con una parte libera di batteria, da noi affettuosamente chiamata "l'assolo dadaista del Mancho": Andrea improvvisa, e io e Sara teniamo invece una struttura rigida sotto. In realtà comunque questo non credo si possa definire "il nostro approccio alla musica", bensì il nostro approccio a questa band: per il momento ci siamo sempre trovati meglio a rifinire i pezzi a monte, ma in altre situazioni musicali ci possiamo trovare più o meno a nostro agio anche improvvisando. Insomma, per quello che mi riguarda, l'approccio alla musica cambia in relazione alle persone con cui suoni e a quello che è il loro apporto alla riuscita finale, e questo senso di contingenza è il bello del suonare in un gruppo, a mio giudizio.
Sara: Dunque a dire il vero dal vivo ci sentiamo liberi di improvvisare giusto in un paio di punti , per il resto diciamo che nel live siamo fedeli alla registrazione..infatti per quanto brevi siano i pezzi sono tutti piuttosto costruiti e pensati per un’esecuzione precisa..questo almeno per ora..e comunque concordo con Oliviero, l’approccio alla musica varia molto a seconda delle persone con cui suoniamo, se ascolti gli altri nostri progetti vedrai che sappiamo dedicarci a cose parecchio diverse..
GTBT: Molti dei vostri brani sono multiparte. La composizione avviene in maniera omogenea?
Oliviero: Generalmente c'è omogeneità di scrittura, ma può capitare anche di giustapporre delle parti separate a mo' di collage; inoltre l'arrangiamento, che è parte integrante della composizione, ma che viene effettuato successivamente alla "scrittura", può frammentare ulteriormente le parti costitutive di un pezzo, così come omogeneizzarle.
Sara: I nostri brani alla fine sono dei piccoli mosaici di un sacco di cose..infatti l’osservazione che più spesso ci viene fatta è che “non siamo inquadrabili in un genere preciso”..per qualcuno questo potrà essere una mancanza, ma per noi è una qualità.. Quasi tutti i brani che senti sul disco (tranne uno..) a dire il vero sono nati circa 10 anni fa, quando Pilar Ternera era un trio che vedeva alla batteria\drum machine un alto componente, Vittorio Pozzato, ora membro dei Canadians.. Spesso ci ritrovavamo di sera in salotto ad improvvisare e a rimescolare le nostre influenze musicali, già all’epoca parecchio variegate.. Il risultato furono due cd autoprodotti, quando veramente l’homemade era homemade .. Entrambi composti da più di 10 brani ciascuno, all’epoca era più difficile di oggi far circolare o promuovere i propri prodotti, ma trovammo i nostri spazi e per lo più ottime recensioni. Dopo anni di separazione , non per motivi umani ma per lo più logistici e geografici , e io e Oliviero ci siamo ritrovati con l’idea di riprendere alcuni dei vecchi brani e riarrangiarli e riregistrarli..e si è unito a noi Andrea alla batteria che ha fatto davvero un ottimo lavoro. Diciamo che abbiamo una visione molto personale del concetto di “omogeneità”.. ci piace esplorare molte atmosfere diverse, e spesso ci piacciono i cambi piuttosto bruschi e spiazzanti, l’inaspettato ha il suo fascino .. Ma non stiamo a preparare i brani “a tavolino”, nascono in modo alquanto spontaneo.
GTBT: Domanda per Oliviero: in base a cosa scegli quale strumento suonare durante un brano?
Oliviero: Per quanto riguarda i pezzi di cui scrivo io l'abbozzo o la struttura la scelta è semplice: se li scrivo al piano suono il piano e se li scrivo alla chitarra suono la chitarra. Nei pezzi di Sara invece la cosa ovviamente cambia; la maggior parte delle volte non è una scelta molto razionale ma di pancia, o se preferisci di orecchio, e pertanto completamente istintiva. Altre volte è capitato invece di provare più di una soluzione e di mantenere la più convincente. Infine, ultimamente capita anche di capovolgere il senso di quanto ho appena detto: nei pezzi nuovi a cui stiamo lavorando ho "trasformato" una parte di basso -e quindi a note singole- in una di piano -e quindi ad accordi- perchè a detta di tutti suonava meglio, e ho trasportato un pezzo scritto alla chitarra sul piano.
GTBT: Essendo la vostra musica un miscuglio di vari generi, non posso fare a meno di farvi l'odiosissima domanda: vi sono artisti o album particolari che sono stati fonte d'ispirazione per voi?
Oliviero: Non mi sento di rispondere in scioltezza, perchè davvero non saprei. Se ti dovessi indicare i musicisti o i dischi che mi hanno ispirato, presumibilmente finirei l'elenco fra un paio di ore, ma non avrebbe molto senso, perchè davvero nell'ambito dei Pilar Ternera non avevo in mente nessuno durante la lavorazione dei pezzi. Poi, è ovvio che molte influenze lavorano anche a livello subconscio.
Sara: Eh la domanda sull’influenze è un must di ogni intervista! Ma si sa, ci vuole..hehe.. solo che nel nostro caso credo sia impossibile trovare un filo conduttore univoco, tutti e 3 abbiamo ascolti diversissimi, a tratti pure in contrasto, ma il bello è proprio questo!! Riuscire poi a trovare dei punti di incontro che ovviamente escono in tutta la loro stranezza.. penso che si possa dire che abbiamo ascolti a dir poco onnivori che passano dal jazz al kraut all’hardcore all’elettronica al postpunk al pop il folk al noise la new wave.. che bello elencare una serie di etichette!!!..del resto come diceva Frank Zappa “parlare di musica è come ballare di architettura”..

Myspace
7 brani in streaming
giovedì 7 ottobre 2010
Tiny Tide - Moontalking (Kingem Records, 2010)
Recensione:
1. Left Off
2. We Are Animals
3. Rock In The Empire
4. Manga Nurse
5. Lust For Clubs
6. Unfuzz Days
7. A Great Indie Night
8. I Would Say
9. The Smiths and The Cure
10. Moontalking
11. Lust For Clubs (Reprise)
12. Plain Little Game
13. Fog
Recensione:
Prima cosa che colpisce: nella tracklist del disco non sono riportati i numeri delle tracce ma le fasi lunari. Motivo estetico, collegato al nome del disco, così come la copertina, sulla quale dominano i toni rosati, che mostra due amici (o fidanzati) seduti su questa palla di roccia che non abbiamo voglia di definire luna.
Il disco dei Tiny Tide, che debuttano per Kingem Records con questa raccolta, è tutto fuorché un disco italiano, anche se la band, effettivamente, proviene da qui. Il suo leader, Mark Zonda, ha proposto un disco di matrice indie ma con una tavolozza di influenze difficile da comprendere appieno se non lo si ascolta più di una volta.
Le prime cose che vogliamo citare sono quelle negative: il timbro della voce spesso è fuoriluogo e tende a rovinare anche brani molto interessanti come "We Are Animals" o "Lust For Clubs", ottima indie-ballad della quale si può trovare, alla voce "Lust For Clubs (reprise)", un continuatum acustico che in qualche misura trova il modo di superare la prima versione. Un altro aspetto che aiuta poco nella buona riuscita del tutto è quello dei suoni: solitamente un disco prodotto in maniera molto "garage" o lo-fi può trovare i suoi punti di interesse nella qualità dei pezzi ma qui, in qualche modo, contribuisce ad affossarli. E questo è triste perchè brani come "Plain Little Game" e "A Great Indie Night" funzionano, eccome se funzionano. Manca sempre l'appoggio concreto di una voce che sappia davvero essere "conduttore", ma la composizione gioca dalla parte opposta e riesce a sollevare le sorti di ogni singolo pezzo. Così come salva "Fog" e "Rock In The Empire", entrambe fumanti ballate dal piglio profondamente "retrò", come una rivisitazione moderna dei The Stooges e una macchina ferma ad un crocevia dove suonano Iggy Pop e i Pulp, bloccando il traffico e contemporaneamente istupidendo l'ascoltatore che si trova di fronte a due generi così diversi suonati nello stesso istante.
Nei testi oscuri riferimenti agli astri e al mondo del gossip e della musica (quella bella, vedasi "The Smiths and the Cure"), nella musica fuzz e indie, synth-pop ed elettronica minimale, il tutto miscelato con un'anima pop che in ogni momento ti fa capire che chi ha composto questi pezzi ha un background musicale di tutto rispetto. Questo sicuramente. Ciò che manca, a volte, è un filo comune, ma nonostante questo un disco così piacerà a moltissimi affezionati dell'indie più sfacciato e più "underground", poiché è di questo che si tratta. E se Mark Zonda ha dovuto suonare quasi tutti gli strumenti da solo, lode a lui, perchè tecnicamente ci sono anche alcuni elementi non troppo semplici.
Un altro colpo da maestro è stato quello di impreziosire la line-up con ospiti come WildHeart, l'artista americano Marilyn Roxie e Phillip Lockwood-Holmes, direttamente dai LeBlue. Alla Kingem fanno sul serio e ogni volta si riuniscono artisti di un certo spessore per le loro uscite. Anche per i Tiny Tide non si sono risparmiati e il contributo di questi personaggi ha dato ulteriore importanza all'album, che si spera avrà il giusto successo, anche se riservo alcuni timori per la sua eventuale esecuzione live.
In sostanza, sistemando qualche virgola qui e là si può anche ottenere un disco perfetto. Non ci siamo lontani ma, vi prego, fate qualcosa per quella voce.
Voto: 7+
mercoledì 6 ottobre 2010
Fotoreport #13: Baby Blue Live @ Leoncavallo, Milano 29/09/2010
Monelle Chiti (link a destra) ha fotografato per noi i BABY BLUE al concerto del 29 Settembre 2010 tenutosi allo Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo di Milano.
Ricordiamo che il locale sta per venir sgomberato dalla polizia (scadenza in novembre). A tutti i milanesi: lottate perchè questa ingiustizia non avvenga.
Ecco qualche scatto della serata.
Ricordiamo che il locale sta per venir sgomberato dalla polizia (scadenza in novembre). A tutti i milanesi: lottate perchè questa ingiustizia non avvenga.
Ecco qualche scatto della serata.
martedì 5 ottobre 2010
Serj Tankian - Imperfect Harmonies (Reprise/Serjical Strike, 2010)
Tracklist:
1. Disowned Inc.
2. Borders Are...
3. Deserving?
4. Beatus
5. Reconstructive Demonstrations
6. Electron
7. Gate 21
8. Yes, It's Genocide
9. Peace Be Revenged
10. Left of Center
11. Wings of Summer
"Armonie imperfette", questa la traduzione del titolo del secondo album (ma terza uscita discografica, considerato il live orchestrale "Elect The Dead Symphony", qui recensito) del percorso solista di Serj Tankian, l'ex leader dei System Of A Down, che in qualsiasi progetto continua a dimostrare la sua tenacia e qualità artistica. Lasciando in disparte le speranze, sempre più realisticamente interpretabili come previsioni, di una reunion dei SOAD, il cantante armeno pubblica questa nuova fatica che, in realtà, non tutti digeriranno con facilità. E' un burbero miscuglio di alternative, jazz, classica (sinfonica) ed elettronica, che quasi fa dimenticare, per certe sue caratteristiche di pesantezza e corposità, l'anima più radiofonica del suo predecessore "Elect The Dead".
E' innegabile come questo disco segua la naturale parabola evolutiva del ritrovato "cantautore". L'ultimo tour aveva letteralmente impregnato di musica classica i suoi vecchi brani e il risultato è piaciuto così tanto all'armeno che questo disco sembra composto proprio a partire dall'orchestra. Effettivamente le linee di continuità con il primo lavoro non sono molte, anche se sotto il punto di vista della mera facilità di ascolto battono tutto il resto. A rappresentarle ci pensano "Left of Center" e "Deserving", i brani più banali a livello strutturale ma che risultano, in verità, i più interessanti, incredibilmente catchy ed immediati, forti di ritornelli poderosi e vagamente ballabili, uniti a melodie di base che scivolano via leggerissime. E' con "Borders Are" ed "Electron" che lo stile della "prima-epoca-tankiana" si congiunge con quello nuovo. Qui la composizione di un pezzo dall'attitudine "easy", e pertanto orecchiabile, si adagia educatamente sull'appariscente presenza delle componenti sinfoniche che donano nuova luce al suo appeal intrinsecamente affascinante, nella misura in cui interpreta l'immancabile necessità di una ricerca di un impianto dall'effetto deciso ed univocamente recepibile come "d'impatto". "Electron", perfetta, supera il beat di "Borders Are" per la natura da spirito libero con la quale Serj infila le parole in quest'ultima; in alcuni frangenti, infatti, il cantante cede nella ricerca metrica, biascicando talune frasi in maniere che sembrano quasi improvvisate, nonostante il brano resti sopra la sufficienza. L'album, ripetiamo, è sapientemente cosparso di elettronica, presente con dosaggi diversi in tutti i brani citati, ma più massicciamente stipata in "Disowned Inc.", a cui è affidata l'apertura di tutto il lavoro, una delle canzoni meno prevedibili in quanto a costruzione e che si fregia di parti sintetizzate dall'incedere quasi techno che gli conferiscono un pregevole carisma da brano epico.
E poi viene la parte nuova, quella per ovvi motivi più lenta ed emotiva, dove archi e pianoforte sono coprotagonisti, insieme alla voce, di brani melodrammatici come "Gate" e "Peace Be Revenged", quest'ultima possente tentativo, seppur non ufficialmente dichiarato, di tradurre in musica chissà quale tragedia greca. Ma la vera perla è intitolata "Yes, It's Genocide", cantata nella lingua nativa dell'artista armeno attualmente trapiantato in Nuova Zelanda, manifesto finale della sua decennale lotta politica per far riconoscere ufficialmente il genocidio del suo popolo perpetrato nei primi anni del novecento ad opera dei turchi, un avvenimento sempre poco considerato sia nelle dissertazioni da comizio che nei libri di storia. Finalmente Obama gli ha dato retta e il brano, anche per queste ragioni, diventa simbolico come punto d'arrivo di un percorso che Serj dal suo debutto nello star system non ha mai mollato. Straziante, malinconica e sensibilmente tetra, risulta subito la sorpresa dell'intero disco.
Serj, sul piano lirico, non teme confronti. Infila parole su parole che come un flusso poetico toccano politica, vicende personali e riflessioni dell'autore, sempre attento a recitare i suoi testi in quella maniera drammatica e profonda che il suo personalissimo timbro gli permette di esprimere al meglio.
L'unico punto debole di Imperfect Harmonies, se esiste, può essere solamente quello di essere meno riconoscibile ad un fan tipico dei System Of A Down, e purtroppo si sa che molti ascoltatori di musica vengono facilmente scontentati di fronte al "cambiamento" dei loro beniamini, soprattutto quando è radicale. Opinione personale del recensore è che aerare la stanza sia uno dei pochi modi di non farla puzzare di vecchio, e quindi ben vengano stravolgimenti come questo, soprattutto se producono dischi di qualità. Come appunto, "Imperfect Harmonies", ulteriore palesamento dello spessore artistico e dell'imprescindibilità di un grande artista, e uomo, come Serj Tankian.
Voto: 8.5
Etichette:
Alternative rock,
Serj Tankian,
sinfonica
lunedì 4 ottobre 2010
No Strings Left - La Prise De La Bastille (Upton Records/New Model Label, 2010)
Tracklist:
1. Avant La Bataille
2. No Strings Left
3. East Of The Sun
4. Campaign
5. November
6. Wastin' Time (Kerouac's 27th Chorus)
7. Little Song To Dance To
8. Manage Your Beauty (Olvidate)
9. The Eternal Promise of Charm
10. Un Istante Prima
11. Get Me Out
Recensione:
La cartella stampa di questo disco è abbastanza rivelatrice. Si parla di Marinetti, di futurismo, di punk. Che l'idea di "velocità" propagandata dal futurismo sia stata poi riutilizzata dal punk sia per le ritmiche delle canzoni che per la loro durata, non è un mistero. L'influenza effettiva che questo genere ha avuto sui No Strings Left è palese, e le tinte garage e alternative che lo accompagnano danno un rinforzo notevole alla sua buona riuscita. Nel disco ci sono tanti riferimenti storici ed epici, una varietà che si riscontra anche nelle tre lingue diverse dei titoli (francese, italiano ed inglese), anche se predomina sempre la lingua anglosassone, soprattutto nel cantato. Anche l'arrangiamento "medio" del disco non è molto "europeo", se per europeo intendiamo continentale, e la fugacità di alcuni brani ricordano a più riprese l'estetica degli Who o del punk americano dei primi tempi (come non citare i Ramones), o la new wave prima fondata dai Joy Division e poi sfruttata in milioni di modi da chiunque. "November" è come l'inno, se la interpretiamo in questo senso, mentre la successiva "Wastin' Time" si propone come un esperimento di dilatazione del senso di appartenenza più squisitamente garage, tributando anche a Jack Kerouac, personaggio chiave per i primi movimenti pre-sessantottini delle università americane. Lontano dalla presa della Bastiglia ma pur sempre protorivoluzionario.
La loro musica, in realtà, ha un che di rivoluzionaro ma non si pone nessun obiettivo a lungo termine. Perlomeno è quel che sembra. L'innovazione è frenata da un certo rimestare di elementi classici del punk e del rock più alternativo, ma il tipo di composizione che viene utilizzato per i pezzi, in qualche modo, riesce a creare un ambiente nuovo, autoalimentato e vagamente originale, anche grazie a questi "discorsi" che vengono inseriti tra e nei pezzi. "Little Song To Dance To" ne è un esempio, ed è la canzone più riuscita, per quei riff che quasi ricordano i Soundgarden senza il loro sound troppo grezzo, un'unione inverosimile di punk e grunge, sempre in chiave garage, che ci ricorda alcuni episodi della prima discografia dei Motorpsycho. "The Eternal Promise of Charm" esplode con un'aggressività punk delle più banali, ma riesce a funzionare comunque per la sua breve durata, così come "Get Me Out", che ha non pochi punti di contatto con l'altro brano appena citato. Lungi da me definirle uguali, ma l'impianto è piuttosto somigliante.
Cosa sorprende dunque in questo "La Prise de La Bastille"? La voglia di contenuti spiaccicata qui e là nei testi, coniugata con un immane desiderio di "spaccare tutto" che sfocia in cattiveria pura di matrice punk-cazzona e che non disdegna di fare a cazzotti con degli elementi pop che inserisce ma ai quali, contemporaneamente, ama ribellarsi. Rimane in disparte la tecnica della band che sinceramente stupisce solo in alcuni momenti (rimane comunque sopra la sufficienza, ma la qualità compositiva è talmente buona che sicuramente supera quella prettamente strumentale).
Un disco per tutti i gusti, ma che non si accontenta di rappresentare qualcosa, poiché lo vuole anche distruggere. E la bonus track finale, in traccia 12, che ricorda molto una catena di montaggio sembra quasi la costruzione definitiva di una società post-industriale supercontrollata come quella del buon Orwell nel celeberrimo 1984. Come distruggere tutto quello che il punk, ispirazione prima del disco, rappresentava. Disco riottoso ma studiato, mai recalcitrante, sempre avanti, a suo modo avanguardista.
Voto: 7.5
Vi lascio, e non è un favore che faccio a molti, con un loro videoclip. Merita.
domenica 3 ottobre 2010
The Charlestones - Out From The Blue (Moscow, 2010)
Recensione scritta per Indie for Bunnies
Tracklist:
1. Yesterday Remorse
2. Thinking At The Bar
3. Leaving Back The Sun
4. Westfora Carillon
5. Ascent of Smiths
6. Good Times
7. Upon The Sand
8. Ermian
9. Made In Paris
10. Out From The Blue
Recensione:
Oddio l'invasione del brit su etichette italiane! No, non spaventatevi, i The Charlestones vengono da Tolmezzo, provincia di Udine. La Carnia è il loro habitat naturale e, nonostante questo, sono riusciti a colorare di forti tinte brit la loro musica, così distante dall'universo geografico che li racchiude ma così ben interpretata da farli sembrare una delle tante band storiche del settore.
Un disco come questo, sicuramente, non ha pretese di innovazione e lo si capisce fin dalla prima nota. Se c'è un intento chiaro è quello di utilizzare appieno il linguaggio brit per proporre nuova musica ma con gli stilemi più rinomati di questa scena, rifacendoli propri nel 2010 quando ormai l'indie ha soffocato questa fastosa etichetta.
Brit fin dal loro look, spiaccicato in copertina quasi come una dichiarazione d'intenti, i quattro infilano una serie di dieci inarrestabili brani di malcelata ispirazione britannica, prodotti molto bene grazie al mixaggio di Davide Massussi (famoso per il progetto elettronico Love in Detroit, ma già in sala di registrazione anche per i compagni di etichetta Trabant) e al mastering tutto americano di Carl Saff, da Chicago. Un lavoro in grande per un ottimo disco. Si, perchè non serve proporre qualcosa di totalmente nuovo per fare un album di spessore nel 2010. La melodia e la costruzione dei brani è tutta brit, lo si sente in "Westfora Carillon", la canzone più riuscita, in "Good Times" e in "Yesterday Remorse", poi con scala decrescente in tutti i pezzi. L'evidente influsso di band storiche come Pulp e Suede, o più recenti come Babyshambles e Manic Street Preachers, per citarne solo alcune del filone più "popoloso" della storia (dopo il punk dei primi tempi), è onnipresente e non è per niente un male. Perchè riproporre questo genere senza annoiare non è cosa da tutti, e un brano lento come "Ascent of Smiths", che in molti brit acts analoghi annoierebbe, è composto nella maniera giusta per essere annoverato anche come papabile singolo. E anche se sono solo quaranta minuti (anzi, trentotto), il disco non vi sembrerà né troppo lungo né troppo corto, per la sua evoluta capacità di cambiare tono velocemente e di essere leggero ma completo.
Per concludere: nei dieci episodi di cui è composto questo "Out From The Blue" (letteralmente: usciti dal nulla) non c'è traccia di momenti sperimentali o che vogliano deviare dal brit più puro. Se vogliono sbancare in Gran Bretagna questo è il modo giusto, ma in Italia forse ci sarà un minimo di risentimento poiché sempre si guarda con troppa insoddisfazione al cantato in inglese. Detto questo, questo lavoro resta ottimo, suonato benissimo, composto in maniera più che buona e destinato, si spera, a rimanere un gioiellino per gli aficionados italiani di questo genere. Senza le pretese dell'indie-snob che stanno soffocando praticamente tutto.
Voto: 7.5
sabato 2 ottobre 2010
Skunk Anansie - Wonderlustre (V2 Records, 2010)
Tracklist:
1. God Loves You
2. My Ugly Boy
3. Over The Love
4. Talk Too Much
5. The Sweetest Thing
6. It Doesn't Matter
7. You're Too Expensive For Me
8. My Love Will Fall
9. You Saved Me
10. Feeling The Itch
11. You Can't Always Do What You Like
12. I Will Stay But You Should Leave
Recensione:
A prescindere da quello che pensate degli Skunk Anansie hanno fatto della buona musica. Stoosh e Paranoid & Sunburst sono state due perle che difficilmente dimenticheremo, con quel miscuglio del tutto omogeneo di nu-metal, alternative e hard rock che Skin ha saputo personalizzare talmente tanto da renderlo un elemento distintivo degli S.A., all'interno di un filone che sapremo (e dovremo) sempre ricordare con tanto piacere. E poi arrivò Post Orgasmic Chill, un album sicuramente carino ma che lasciava intravedere già gli spiragli dello scioglimento e della sempre più autoritaria Skin.
Ritornati sulle scene nel 2009 con un best of prodotto meramente "per vendere", con un paio di singoli azzeccati (e un terzo, "Squander", non particolarmente convincente), nel 2010 sparano in alto con una dozzina di brani nuovi di zecca pronti a ridefinire gli assetti che conoscevamo. E' triste dover ammettere che non c'è molto da dire, se non che si riprende consapevolmente la strada lasciata con Post Orgasmic Chill ma estremizzando i due tratti salienti di quell'album: la melodia pop e il rock più furioso (quello di "On My Hotel TV", la ricordate?). Il sound grezzo e potente di quei tempi ritorna in maniera più pompata, prodotta e scippato di ogni aspetto melodico, mentre quello più melodico viene confermato e potenziato da un suono molto lavorato e sfibrato, semplice e spoglio al punto giusto da colpire con le sue note più che con il suono. E' il caso di ballads come "Talk Too Much", ottima anche a livello di composizione, così come sono sopra la linea del discreto anche "Feeling The Itch" e "The Sweetest Thing", con variazioni sul tema che non sempre sono immediatamente riconducibili ai cliché "skunkanansiani". Così è anche per il singolo, "My Ugly Boy", il brano più easy-listening e anche il pezzo strutturalmente più banale, ma che colpisce al punto giusto procurandosi l'appellativo di singolo azzeccatissimo. Non potevano trovarne di migliori.
L'aspetto principale di questo Wonderlustre non è comunque la sua varietà, ma la linea diretta che segue fino a toccare l'ascoltatore nelle sue corde più nascoste, con un piglio radiofonico che è funzionale al mantenimento di una superficiale tenuta melodica. Lo si sente in "Over The Love", con uno dei refrain più orecchiabili dell'intero lavoro, elevabile, volendo, a stendardo identificativo del disco, per quanto riguarda la struttura e il "tiro".
Riassumendo, il discorso è piuttosto breve. Tutti i brani, anche quelli non citati, si contraddistinguono per il loro aspetto commerciale ma votato ad un affannosa ricerca di rinnovarsi, senza scopiazzare dal loro passato e lasciandosi alle spalle i motivi della rottura. L'affiatamento dei quattro è notevole, e produrre un disco di alt-rock così nel 2010 non è da tutti, soprattutto per chi ha una "frontwoman". Ma loro hanno Skin, perfetta tecnicamente anche all'interno dell'album, che non perde mai un colpo, neanche a livello di testi e linee vocali.
Straconsigliato.
Voto: 7.5
venerdì 1 ottobre 2010
Fabri Fibra - Quorum + Controcultura (Universal, 2010)
Tracklist di QUORUM
1. Intro Quorum
2. Quorum
3. Questo Pezzo
4. Mille Domande
5. Non Ditelo
6. Commerciale
7. Un Calmante
8. Freestyle
9. Nel Mio Disco (ft. Dargen D'Amico)
10. Certe Cose Si Sanno
11. Outro PDF
Tracklist di CONTROCULTURA
1. 6791
2. Escort
3. #
4. Double Trouble
5. -+-
6. Spara Al Diavolo
7. Controcultura
8. Vip In Trip
9. Qualcuno Normale (ft. Marracash)
10. Insensible (ft. Dargen D'Amico)
11. Tranne Te
12. Non Potete Capire
13. 3 Parole
14. Rivelazione
15. Troppo Famoso (ft. Entics)
16. Le Donne
17. In Alto
18. La Fretta (ft. Dj Double S)
Recensione:
Fabrizio Tarducci è arrivato alla fama con delle opere rap che gli aficionados ricordano tuttora come autentici capolavori. Chi vi parla non è un "affezionato", ma sicuramente si vanta di aver ascoltato moltissimi dischi, tra cui appunto la discografia dell'artista senigalliese. E chiunque abbia ascoltato tutti gli album della sua carriera si sarà accorto della caduta di stile avvenuta da Tradimento in poi, votata ad una ricerca continua del singolo (e dei soldi) che Fabri Fibra stesso rivendica. Lasciando stare i seppur validi primi stint come Uomini di Mare, è evidente come Turbe Giovanili e Mr. Simpatia fossero dischi di hip hop completo, con un fulcro saldato in maniera molto convinta in un impianto di testi continuamente altalenante tra impegno, volgarità e disagio. Ed è proprio questo disagio forte e chiaro, questo turbamento di stampo generazionale, che ha causato il successo del rapper. Peccato per la conseguente distruzione artistica, questa invece imperniata nella rincorsa continua di un modo per rimanere sotto le luci della ribalta. Da Tradimento in poi, infatti, si è assistito a un progressivo aumento nella qualità delle basi (sempre in senso radiofonico) con inarrestabile degenerazione del comparto liriche. Rime meno funzionali, a volte ritornelli che esulano dal rap, testi più "compromessi" con quel mondo del successo che sembra sempre tanto criticare. Fino ad arrivare a Controcultura, il vero album, preceduto su web dalla pubblicazione gratuita intitolata Quorum.
In tutto i pezzi nuovi sono ventinove, ma la qualità ne contraddistingue veramente pochi. Tra un'accozzaglia di politica, starsystem e continui accenni pregni di egocentrismo, i testi subiscono la pressione del suo successo, del quale si vanta in una maniera talmente presuntuosa da scottarsi. E' proprio questo uno dei motivi per cui le parole perdono il loro senso, dopo tre dischi di cui si parla della stessa cosa. E dopo che il miscuglio techno+hip hop+voglioesseresuonatoinradio è arrivato alla sua realizzazione massima, non potevamo che assistere esterrefatti a brani come "Le Donne", futuro singolo, supportato da un ritornello da pop fastidioso anni '90 che strizza l'occhio all'America senza passare dal via. Brano orrendo, così come "Tranne Te" e "Non Potete Capire", i più ballabili, che funzionano molto poco se si considera il loro puro intento pop. L'impazzare del rap statunitense evidentemente ha influenzato Fabri anche nei testi e questo è evidente in molti giri di parole che, stranamente, in Controcultura e Quorum abbondano. La voglia di ritornare all'inizio è completamente assente, scialbamente imitata in "Nel Mio Disco", dove il rapper dichiara di voler espletare tutte le sue funzioni corporee in faccia a Paola Barale e Manuela Arcuri, supportato da Dargen D'Amico, uno dei migliori in Italia nel suo settore ma che in questo brano non rende minimamente. Nei vari pezzi si nominano tantissimi personaggi famosi, tutti con palese mancanza di rispetto, vedasi Laura Chiatti, Marco Mengoni, le Bambole di Pezza, Marrazzo, Calissano, Brosio o Versace (e la lista non finisce qui). Se farsi querelare è il modo giusto di fare successo ed entrare nei giornali di gossip, evidentemente Fabri Fibra non è stupido come sembra.
Se invece "Vip In Trip", con un testo osceno e un impianto melodico sopra la sufficienza, è un singolo che funziona poco più che da apripista, si aspetta "La Fretta", insieme a Dj Double S, per ascoltare un brano veramente riuscito: qui si ascolta finalmente una canzone rap con tutti i crismi, con un lavoro di rime notevole e l'utilizzo massimo di quella voce che per i suoi propositi sarebbe ottima. Un altro bel pezzo si trova invece in Quorum ed è proprio la title-track con un gran refrain e un testo sopra la media.
I restanti brani lasciano abbastanza delusi anche se l'idea di coniugare rap più puro, con le tipiche basi pro-USA che ricordano sempre i grandi del genere (es. "Spara Al Diavolo" e "Freestyle"), a questo techno-pop becero e quasi barbarico, nonostante le rifiniture cromate da venditore seriale, sembra funzionare. Per questo il disco è migliore di Bugiardo e Chi Vuol Essere Fabri Fibra?, ma non gioiamone troppo.
Diciamo la verità: il cliché del rapper folle che vuole uccidere qualcuno, del palazzo che crolla (quante volte lo vuole dire ancora?), della violenza gratuita e del "mi cercano tutti perché sono famoso" ha veramente stufato. Lo svuotamento di contenuti e la fitta assenza di rap che significhi qualcosa rende questo (doppio)disco non solo un episodio triste nella discografia del rapper marchigiano, ma anche un lavoro troppo poco rap per essere definito tale. Poco rap nell'anima, poco rap nei testi, poco rap nei fatti. La sua presunzione potrebbe anche portarlo a commentare una recensione come questa se la leggerà ma la verità è che a me i primi dischi piacevano e sentire della merda così è davvero spiazzante. La verità è che incentrare una carriera sulla tua faccia tosta deve corrispondere ad un contenuto o, perlomeno, ad un'immagine che tu possa sfruttare commercialmente. Fabri Fibra non interpreta questi due condivisibili aspetti del diventare famoso e se ha raggiunto lo stesso la celebrità è evidente che il sistema in Italia è bacato. Ma questo lo sapevamo già.
E ora con le sue parole: "Trovati un lavoro cazzo".
Voto: 4.5
giovedì 30 settembre 2010
(un mese che si chiama) Ottobre
Salve a tutti.
Il consueto appuntamento mensile con la selezione di date che Good Times Bad Times, nella persona di Emanuele Brizzante, vi consiglia, è arrivato.
Ad Ottobre ci sono parecchi eventi fichi, in primis la tournée dei One Dimensional Man ma anche il Barcolana Festival di Trieste, gratuito, oppure l'arrivo in italia dei This Will Destroy You! Lamentarsi non serve a niente, avete fin troppo da vedere, e pensare che non ve li copio neanche tutti!
Leggasi qui. Per la seconda parte ci si risente il 14 Ottobre.
01.10 THE BLACK ANGELS e SYBIANN, Madonna Dell'Albero (RA)
01.10 ...A TOYS ORCHESTRA, Bologna
01.10 ZEN CIRCUS, Reggio Emilia
01.10 THE FIRE (Unplugged), Badia Polesine (RO)
01.10 JULIAN COPE, Monfalcone (GO)
02.10 BAND OF SKULLS, Bologna
02.10 GIORGIO CANALI e I ROSSOFUOCO, Vimercate (MI)
02.10 APRES LA CLASSE, Bologna
02.10 DIAFRAMMA, Rimini
05.10 EPICA, Roncade (TV)
06.10 AUGUST BURNS RED, BLESS THE FALL, OF MICE & MEN, Bologna
06.10 RONIN, Trieste
06.10 ZEN CIRCUS, Chieti
07.10 THIS WILL DESTROY YOU!, Conegliano (TV)
07.10 LOVE AMONGST RUIN, Bologna
08.10 MYSTERY JETS, Bologna
08.10 VELVET e LE VIBRAZIONI, Trieste
08.10 SHELLAC e BELLINIA, Bologna
09.10 DANIELE SILVESTRI e THE CHARLESTONES, Trieste
09.10 MYSTERY JETS e HEIKE HAS THE GIGGLES, Roncade (TV)
09.10 IANVA, Padova
09.10 CANADIANS, Bologna
10.10 GRANNIES, Bergantino (RO)
10.10 I MELT, Lugo di Vicenza (VI)
10.10 APPALOOSA, Forlì (FC)
11.10 STEVE LUKATHER, Roncade (TV)
13.10 THE CHARLESTONES, Trieste
14.10 CALIBRO 35, Bologna
14.10 SOYUZ, Padova
14.10 ONE DIMENSIONAL MAN e SPEEDY PEONES + PIERPAOLO CAPOVILLA LEGGE KEN SARO JIWA, Bologna
Il consueto appuntamento mensile con la selezione di date che Good Times Bad Times, nella persona di Emanuele Brizzante, vi consiglia, è arrivato.
Ad Ottobre ci sono parecchi eventi fichi, in primis la tournée dei One Dimensional Man ma anche il Barcolana Festival di Trieste, gratuito, oppure l'arrivo in italia dei This Will Destroy You! Lamentarsi non serve a niente, avete fin troppo da vedere, e pensare che non ve li copio neanche tutti!
Leggasi qui. Per la seconda parte ci si risente il 14 Ottobre.
01.10 THE BLACK ANGELS e SYBIANN, Madonna Dell'Albero (RA)
01.10 ...A TOYS ORCHESTRA, Bologna
01.10 ZEN CIRCUS, Reggio Emilia
01.10 THE FIRE (Unplugged), Badia Polesine (RO)
01.10 JULIAN COPE, Monfalcone (GO)
02.10 BAND OF SKULLS, Bologna
02.10 GIORGIO CANALI e I ROSSOFUOCO, Vimercate (MI)
02.10 APRES LA CLASSE, Bologna
02.10 DIAFRAMMA, Rimini
05.10 EPICA, Roncade (TV)
06.10 AUGUST BURNS RED, BLESS THE FALL, OF MICE & MEN, Bologna
06.10 RONIN, Trieste
06.10 ZEN CIRCUS, Chieti
07.10 THIS WILL DESTROY YOU!, Conegliano (TV)
07.10 LOVE AMONGST RUIN, Bologna
08.10 MYSTERY JETS, Bologna
08.10 VELVET e LE VIBRAZIONI, Trieste
08.10 SHELLAC e BELLINIA, Bologna
09.10 DANIELE SILVESTRI e THE CHARLESTONES, Trieste
09.10 MYSTERY JETS e HEIKE HAS THE GIGGLES, Roncade (TV)
09.10 IANVA, Padova
09.10 CANADIANS, Bologna
10.10 GRANNIES, Bergantino (RO)
10.10 I MELT, Lugo di Vicenza (VI)
10.10 APPALOOSA, Forlì (FC)
11.10 STEVE LUKATHER, Roncade (TV)
13.10 THE CHARLESTONES, Trieste
14.10 CALIBRO 35, Bologna
14.10 SOYUZ, Padova
14.10 ONE DIMENSIONAL MAN e SPEEDY PEONES + PIERPAOLO CAPOVILLA LEGGE KEN SARO JIWA, Bologna
mercoledì 29 settembre 2010
Francesco Guccini - Fra La Via Emilia e Il West (EMI, 1984)
Tracklist:
CD1
1. Canzone per un'amica
2. Autogrill
3. Il Vecchio e il Bambino
4. Il Pensionato
5. L'Isola Non Trovata
6. Asia
7. Canzone della Bambina Portoghese
8. Canzone delle Osterie di Fuori Porta
9. Il Frate
CD2
1. Piccola Città
2. Venezia
3. Bologna
4. Eskimo
5. Incontro
6. Vedi Cara
7. Un Altro Giorno E' Andato
8. Canzone Quasi D'Amore
9. La Locomotiva
Recensione:
E così nel 1984 Francesco Guccini pubblicava una raccolta di pezzi live che sarebbe passata alla storia.
In verità non è proprio così giacché si possono reperire qua e là numerose recensioni ed opinioni diversificate per questo disco dal vivo, ma è nel singolo ascoltatore che si concretizza l'importanza di un episodio della carriera di un artista che gli piace e, tagliando corto, questa è la pubblicazione che preferisco di tutta la sua quarantennale discografia. Perchè? Molto semplice. Nella sua scaletta, scandita da diciotto perle estratte dai primi quindici anni di carriera del cantautore modenese, si rivivono momenti storici e qualche piccola sorpresa (più per oggi che per allora), con tutta la splendida e gigantesca sensibilità che solo Francesco sa garantire ai suoi fans ed ascoltatori. Quasi fossero confidenti. Una costante che si trova ovunque, andando a vedere i suoi spettacoli, ma che difficilmente è stata catturata così bene, come una polaroid che riesca a concentrare su di sé tutte le sfaccettature migliori delle performance di Guccini.
Cenni storici. Le canzoni presenti in questo lavoro sono tratte da quattro concerti del 1984 tenutisi, rispettivamente, al Kiwi di Piumazzo (MO), in Piazza Maggiore a Bologna, al Parco della Pellerina di Torino e al Teatro Tenda a Milano. Non si sente molto la differenza di missaggio tra un brano e l'altro, tant'è che difficilmente è possibile sentire tagli d'ambiente tra tracce contigue. Nel disco, al contrario di quanto succede in molti dei concerti del Guccini nazionale, manca praticamente tutta la parte "discorsiva", e questo probabilmente a causa di motivi di spazio (la durata dopotutto è di 88 minuti, ma all'epoca non si pubblicava su CD). L'eccezione che conferma la regola arriva per l'accenno verbale introduttivo di "Piccola Città", uno dei migliori brani sia di questa setlist che di tutta la produzione gucciniana e che dà il titolo alla raccolta ("Fra la via Emilia e il West" è una frase della canzone, dedicata alla sua città natale). Lo spessore, unito al taglio maturo ma critico, del suo testo rimbomba come una infinita eco di metafore che spiega, con parole di facile comprensione, un mondo infinitamente piccolo ma colorato di una luce che a volte sa essere anche troppo fioca, come quella di Modena, racchiusa tra la Via Emilia e il west rappresentato dalla campagna emiliana.
Ed ecco il doveroso paragrafo dedicato ai protagonisti dell'opera: i musicisti che accompagnano l'artista sul palco. Sono tutti quelli storici, Juan Carlos Biondini (chitarre), Vince Tempera (piano e tastiere), Ellade Bandini (batteria), Ares Tavolazzi (basso) e Antonio Marangolo (sassofono). Il loro apporto tecnico è assolutamente sopra la media sia per quanto riguarda ciò che per noi oggi significa un concerto di un cantautore, sia per la musica italiana dell'epoca. Parliamo pur sempre di un cantante di caratura nazionale, pertanto con un'attenzione mediatica pari a molte popstars, e, se paragonati a molti delle band "da classifica" degli anni '70 ed '80, questi non hanno di che invidiare a nessuno. Arrangiamenti stupendi per quasi tutti i brani che, senza perdere l'identità donata loro da Francesco nelle studio versions, vengono rieseguiti quasi da zero (si ascoltino "Venezia" e "Vedi Cara", fantastiche in questa veste più late seventies rock-oriented, nobilitate dal sound del comparto ritmico che si presenta in chiave molto più moderna rispetto ai dischi di riferimento, "Metropolis" e "Due Anni Dopo"), dando un prestigioso contributo alla buona riuscita di tutto il carrozzone. Ma il vero "primo attore" è sempre lui, Francesco Guccini, che con un'interpretazione incredibile e una tecnica che, a volte in bilico, spiazza anche chi si pone in posizione di detrattore (a costoro si ridedica "L'Avvelenata", assente qui, nonostante fosse molto gettonata anche nelle scalette di tutti i primi trent'anni di tournée). Le note vengono raggiunte sempre alla perfezione, ed il tono e il timbro della voce, molto caratteristici, conferiscono come sempre la giusta profondità a famosissimi brani come "La Locomotiva", "Bologna" e "Eskimo", che suscitano, a più riprese, gli applausi del pubblico, soprattutto quando le frasi assumono connotazioni più politiche (e meno pittoresche). E' evidente che molte canzoni perderebbero tantissimo senza le splendide capacità vocali dell'emiliano.
Le sorprese in scaletta non sono poi tantissime. Nessun inedito né riedizioni "massicce" (solo qualche accenno, come dicevamo sopra), ma, raffrontando la scelta di queste tracce con scalette di live come quello alla Radiotelevisione Svizzera del 1982, si può notare una diversificazione che volge le spalle alla produzione recente per dare ampio spazio a "L'Isola Non Trovata" e "Via Paolo Fabbri 43", dischi del 1970 e 1976, dalle quali si estraggono le perfette "Asia" e "Il Pensionato", tra le altre. Imperativo lamentare l'assenza di un paio di grandi brani, cioè "Bisanzio" e "Canzone dei Dodici Mesi", che con l'inserimento dei virtuosismi interpretativi di grandi musici come "Flaco" e Tavolazzi sicuramente avrebbero reso ancora meglio che nelle celeberrime versioni su disco.
Il perchè di una raccolta come questa lo si capisce solo a vent'anni di distanza, quando è evidente tutto il percorso dell'artista Guccini. Il suo voler narrare dei mondi neanche troppo sommersi del quotidiano e dell'intimo, i sottili toni erotici uniti a quelli cavallereschi e storico-geografici, la ruralità diretta ad un pubblico che è sia umile che borghese, parole per un pubblico più "di piazza" che "da palazzetto", nonostante ultimamente ci si inclini di più verso questo tipo di audience. Deviando un secondo da queste poche considerazioni di carattere non strettamente musicale, "Fra La Via Emilia e il West" è il modo migliore di approcciare uno dei migliori cantautori della scena italiana degli ultimi cinquant'anni, surclassando per ampiezza, profondità e competenza delle liriche anche artisti ritenuti "sacri" come Battisti e De Gregori, di cui nonostante tutto non si può dire molto di negativo. Ma un artista come Guccini, ottimo sia su disco che dal vivo (anzi, meglio dal vivo), come lo potete criticare? Se poi ha creato uno dei migliori live album della storia della musica italica, allora, fatevi due conti.
Voto: 9
venerdì 24 settembre 2010
Bianconiglio - Qualsiasi Ovunque Sia (New Model Label, 2010)
Tracklist:
1. In Quel Prato Sul Retro
2. Si Diverte
3. Di Giorno in Giorno
4. Frutti di Vento
5. Hey
6. L'Origine di Certi Sogni
7. Gradi
8. Luna d'Ottone
9. Nuda Polvere
10. Sul Mare delle Pupille
11. Jonny (Tanti Sogni Morti Con Lui)
12. Maiali Governanti
13. CH3 CH2OH
14. Qualsiasi Ovunque Sia
Lo dico subito così poi non c'è più bisogno di ricordarlo: il suono della grancassa quando il batterista usa il doppio pedale mi ha lasciato abbastanza spiazzato. Soprattutto perchè nel resto del disco il mix era ottimo. Spero non ci sia sotto lo zampino di una sovraincisione, ma non sono questi i problemi.
Una delle band più visionarie del nostro nord, i Bianconiglio, direttamente dalla mantovana Sermide (ma molto vicino alla provincia, veneta, per chi non lo sa, di Rovigo), come i loro compaesani Terzobinario, sono già attivi da anni e spaccano in due i timpani di tutti gli ascoltatori impazzando soprattutto nei palchi della loro zona. Con il loro disco di debutto, "Lo Scatolino Sporco", ci avevano mostrato com'era facile fare un crossover che funziona, in un'epoca in cui già, nel 2008, era morto e sepolto da tempo. Lo hanno seppellito, prendendosene anche i meriti, i Linkin Park e i Korn postumi (non ditemi che li considerate ancora in vita), insieme a tutte le band più o meno commerciali del filone. Ma in Italia, a parte i Linea 77, c'è poco da ricordare e tutto ciò che c'è è un accozzaglia di band che più o meno sopravvivono; i Bianconiglio si innestano in questo settore e, dopo aver esordito con un album di tutto rispetto ma senza particolari segni di originalità, hanno deciso di impregnare il "sophomore" di influenze nuove e singolari inserti dub. Il linguaggio è rimasto lo stesso: liriche graffianti, semplici ma dotate di una certa presa, con qualche citazione e fortificate dall'utilizzo della doppia voce, in puro stile Emo e Nitto, si sa. Un susseguirsi di cambi di tempo mai troppo "progressivi" e una sola parola d'ordine per quanto riguarda l'aspetto ritmico, l'aggressività.
Si apre il fuoco con "In Quel Prato Sul Retro", con un testo leggermente intimistico e piuttosto curato nella stesura e nella metrica, un arrangiamento sterile ma decentemente evoluto, tanto da rimanere stupiti quando arriva quello stralcio dub che ricaccia già in gola ogni dubbio. Bel brano, così come "Si Diverte", molto simile a tantissimi brani di ogni band nu-metallara che abbia visto almeno una volta i riflettori puntati addosso, ma che dimostra una carica decisamente inarrestabile. Così com'è inarrestabile la furia dei distorti anche in episodi più "sporchi" come "L'Origine di Certi Sogni", altro momento di scintillante rap metal, dove la linea vocale raggiunge i vertici dell'espressività (era successo prima solo in "Di Giorno In Giorno", in tutto il suo splendore dubstep, quasi reggae, tra i brani migliori). Spezziamo le catene e andiamo verso le novità dei momenti meno "cattivi". Melodia coinvolta in momenti sperimentali che ricordano vagamente certe digressioni à-la-Muse epic time, cioè quelli recenti (ascoltate i dischi interi, MTV-nerdacchioni, e non solo i singoli), come nella title-track, o più alternative-oriented nel ritornello di "Luna d'Ottone", che comunque per la maggior parte della sua durata è fatta di chitarre graffianti come poche altre volte accade nel lavoro intero. Poichè il disco è comunque fortemente crossover, ma si lascia inebriare di qualche arpeggino e suoni funky che lo elevano a piccola gemma del crossing over come lo intendono i biologi. Combinazione genetica, proprio così, quasi un esperimento, nel loro caso.
Anche l'artwork ha il suo perchè. Copertina disegnata davanti e dietro, un paio di animali sul retro che non riesco a identificare con qualche accenno emo sul'abbigliamento, un coniglio innamorato di una TV di fronte a te che l'hai appena comprato. Nel booklet testi e crediti, su uno sfondo di foto, macchie di sangue (o inchiostro?) e qualche abbozzo che galleggia tra impressionismo e pop-art. No, non ne so niente di arte, ma anche questo colpisce sotto al mento. Ottima mossa.
E' un disco sicuramente ben fatto. Le musiche sono composte, e suonate, da gente che sa il fatto suo. Ci sono Clà e Macio senza peli sulla lingua che in alcuni brani le cantano a tutti ("Maiali Governanti"), infilando rime e scioglilingua degni del miglior rappettaro d'oltreoceano. Ci sono bassista e batterista in grande spolvero a spingere nel posto giusto, aiutati da un sound quasi sempre (vedasi l'incipit della recensione per chiarire il "quasi) ottimo, per una produzione pulitissima. Indipendentemente dal target che si prefigge, è un lavoro che giunge come una manna dal cielo per chi, come me, considera questo stile una cosa superata e ripercorsa in lungo e in largo senza più tante ancore di salvezza da afferrare. Loro l'hanno presa. Consigliati.
"Fatti cullare da questo torpore".
Voto: 7+
1. In Quel Prato Sul Retro
2. Si Diverte
3. Di Giorno in Giorno
4. Frutti di Vento
5. Hey
6. L'Origine di Certi Sogni
7. Gradi
8. Luna d'Ottone
9. Nuda Polvere
10. Sul Mare delle Pupille
11. Jonny (Tanti Sogni Morti Con Lui)
12. Maiali Governanti
13. CH3 CH2OH
14. Qualsiasi Ovunque Sia
Lo dico subito così poi non c'è più bisogno di ricordarlo: il suono della grancassa quando il batterista usa il doppio pedale mi ha lasciato abbastanza spiazzato. Soprattutto perchè nel resto del disco il mix era ottimo. Spero non ci sia sotto lo zampino di una sovraincisione, ma non sono questi i problemi.
Una delle band più visionarie del nostro nord, i Bianconiglio, direttamente dalla mantovana Sermide (ma molto vicino alla provincia, veneta, per chi non lo sa, di Rovigo), come i loro compaesani Terzobinario, sono già attivi da anni e spaccano in due i timpani di tutti gli ascoltatori impazzando soprattutto nei palchi della loro zona. Con il loro disco di debutto, "Lo Scatolino Sporco", ci avevano mostrato com'era facile fare un crossover che funziona, in un'epoca in cui già, nel 2008, era morto e sepolto da tempo. Lo hanno seppellito, prendendosene anche i meriti, i Linkin Park e i Korn postumi (non ditemi che li considerate ancora in vita), insieme a tutte le band più o meno commerciali del filone. Ma in Italia, a parte i Linea 77, c'è poco da ricordare e tutto ciò che c'è è un accozzaglia di band che più o meno sopravvivono; i Bianconiglio si innestano in questo settore e, dopo aver esordito con un album di tutto rispetto ma senza particolari segni di originalità, hanno deciso di impregnare il "sophomore" di influenze nuove e singolari inserti dub. Il linguaggio è rimasto lo stesso: liriche graffianti, semplici ma dotate di una certa presa, con qualche citazione e fortificate dall'utilizzo della doppia voce, in puro stile Emo e Nitto, si sa. Un susseguirsi di cambi di tempo mai troppo "progressivi" e una sola parola d'ordine per quanto riguarda l'aspetto ritmico, l'aggressività.
Si apre il fuoco con "In Quel Prato Sul Retro", con un testo leggermente intimistico e piuttosto curato nella stesura e nella metrica, un arrangiamento sterile ma decentemente evoluto, tanto da rimanere stupiti quando arriva quello stralcio dub che ricaccia già in gola ogni dubbio. Bel brano, così come "Si Diverte", molto simile a tantissimi brani di ogni band nu-metallara che abbia visto almeno una volta i riflettori puntati addosso, ma che dimostra una carica decisamente inarrestabile. Così com'è inarrestabile la furia dei distorti anche in episodi più "sporchi" come "L'Origine di Certi Sogni", altro momento di scintillante rap metal, dove la linea vocale raggiunge i vertici dell'espressività (era successo prima solo in "Di Giorno In Giorno", in tutto il suo splendore dubstep, quasi reggae, tra i brani migliori). Spezziamo le catene e andiamo verso le novità dei momenti meno "cattivi". Melodia coinvolta in momenti sperimentali che ricordano vagamente certe digressioni à-la-Muse epic time, cioè quelli recenti (ascoltate i dischi interi, MTV-nerdacchioni, e non solo i singoli), come nella title-track, o più alternative-oriented nel ritornello di "Luna d'Ottone", che comunque per la maggior parte della sua durata è fatta di chitarre graffianti come poche altre volte accade nel lavoro intero. Poichè il disco è comunque fortemente crossover, ma si lascia inebriare di qualche arpeggino e suoni funky che lo elevano a piccola gemma del crossing over come lo intendono i biologi. Combinazione genetica, proprio così, quasi un esperimento, nel loro caso.
Anche l'artwork ha il suo perchè. Copertina disegnata davanti e dietro, un paio di animali sul retro che non riesco a identificare con qualche accenno emo sul'abbigliamento, un coniglio innamorato di una TV di fronte a te che l'hai appena comprato. Nel booklet testi e crediti, su uno sfondo di foto, macchie di sangue (o inchiostro?) e qualche abbozzo che galleggia tra impressionismo e pop-art. No, non ne so niente di arte, ma anche questo colpisce sotto al mento. Ottima mossa.
E' un disco sicuramente ben fatto. Le musiche sono composte, e suonate, da gente che sa il fatto suo. Ci sono Clà e Macio senza peli sulla lingua che in alcuni brani le cantano a tutti ("Maiali Governanti"), infilando rime e scioglilingua degni del miglior rappettaro d'oltreoceano. Ci sono bassista e batterista in grande spolvero a spingere nel posto giusto, aiutati da un sound quasi sempre (vedasi l'incipit della recensione per chiarire il "quasi) ottimo, per una produzione pulitissima. Indipendentemente dal target che si prefigge, è un lavoro che giunge come una manna dal cielo per chi, come me, considera questo stile una cosa superata e ripercorsa in lungo e in largo senza più tante ancore di salvezza da afferrare. Loro l'hanno presa. Consigliati.
"Fatti cullare da questo torpore".
Voto: 7+
giovedì 23 settembre 2010
Camp Lion - La Teoria di Romero (New Model Label, 2010)
Tracklist:
1. Dimmi Cosa Ho Detto
2. Lo Stesso Punto
3. Lettera A M
4. Etere
5. Rattvik Parte 1
6. Rattvik Parte 2
7. Vuoti a Rendere
8. 45
9. Ombra
10. Deja Vu
11. Viale Mazzini
12. Meno di Uno Zero
13. Clever
Recensione:
Una volta messo nello stereo il disco dei Camp Lion ti scompare dalla mente che, nel titolo, compare il nome Romero. Il guru degli horror movies, citato anche nella presentazione per la stampa dell'album, sembra aver dato grande ispirazione alla band ma tutto ciò non sembra essere così lampante all'ascolto. Per dare una chiave di lettura più ampia della cosa, copiamo qui la loro spiegazione del concetto di "teoria di Romero:
"I film di George Romero hanno un'idea di fondo: il consumismo che dilaga violentemente e che rimane impresso negli uomini, come un marchio. Quando questi poi, vengono trasformati in Zombie (per ragioni che non ci interessano) tendono a ripetere le stesse azioni e gli stessi comportamenti di quando erano umani. Esempio eccitante fu "Zombi", "Dawn of the Dead" nell'originale, quando la popolazione zombie ritornava al centro commerciale come se l'abitudine malata fosse rimasta in loro anche dopo la trasformazione...un concetto piuttosto attuale!"
Il concetto è attuale, condivisibile e senz'altro di pubblico interesse. Il fatto che nei testi non ci sia particolare traccia di tutto ciò lo classifica più come uno spreco, ma non vogliamo considerare inutile lo sforzo della band di dare un senso al titolo del loro disco, poiché in esso troviamo anche tantissimi ottimi spunti. Di per sé ciò che propongono i Camp Lion è un pop/punk senza fronzoli, diretto, spoglio (in senso positivo) e assolutamente radio-friendly, evitando sperimentalismi, complicazioni chirurgiche e presenze esagerate di assoli o tecnicismi. Il risultato è che i brani, nella loro semplicità che costituisce a più riprese un pro e un contro per la buona riuscita del tutto, scorrono fluidi, veloci, e questo li aiuta nel penetrare a fondo nell'orecchio degli ascoltatori, che li fagocitano tanto velocemente da rimanere, qualche volta, illesi. E' il caso di "Dimmi Cosa Ho Detto", brano che ricorda i Jimmy Eat World più commerciali ma che con il testo in italiano, effettivamente, ci rammenta di più gli ultimi beniamini delle teenagers italiane (Lost, Finley, Broken Heart College) e straniere (All Time Low, Fall Out Boy). Lo stesso si ripeterà in "Lettera a M" e "Ombra", pezzi realizzati senza particolari pretese e in effetti piuttosto sfuggevoli alla mente, niente di evidentemente meritevole di essere ascoltato più di qualche volta. Ma da questo universo pop ci si sposta poi a quella "passione" per i Tre Allegri Ragazzi Morti che la stessa band ammette. Coniugando il loro interesse per l'alternative italiano con un sound vagamente brit-pop e power punk, si ottengono ottime canzoni come "45" e la doppia "Rattvik", divisa in due parti.
La band non sembra suonare male, anzi in alcuni momenti rivela una certa sensibilità nel realizzare alcuni passaggi e nell'incastro di riff di facile presa. Sterili batteria e basso, che comunque svolgono il loro lavoro egregiamente. Anche il sound è buono, azzeccato per il genere, coadiuvato da una produzione ottima per essere un debut.
Ricordano i Paramore, ma con la voce maschile, prima di scendere a patti con l'indie da classifica e passare a quel panorama italoinglese che recentemente ha sfornato gente come i Plastic Made Sofa. Che in effetti, a volte, gli assomigliano. Nei testi si scorge una certa voglia di puntare alla "facile comprensione", nonostante il loro appeal da lirica intimista che funziona per chi è abituato con certe ballad melense delle band emo-punk di cui sopra (quelle italiche soprattutto), e che, dopotutto, non si meritano di essere snobbate così tanto.
Ciò che si salva in questo disco è la freschezza degli arrangiamenti, sempre piuttosto limpidi, mai troppo rarefatti, perfetti per lo scopo che si prefigge la band. Se è quello di puntare in alto. Di negativo abbiamo l'inevitabile banalità di alcuni episodi del disco (soprattutto quelli più veloci) e quindi una difficoltà a digerirlo per chi non mastica questo tipo di linguaggio pop. Un disco senza particolari sorprese, ma che si può apprezzare sulle brevi distanze.
Voto: 6+
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