lunedì 5 ottobre 2009

Afterhours Live @ Estragon 3/10/2009




Gli inossidabili, dovrebbero chiamarli.
Che sia l'atmosfera sempre molto calda dell'Estragon a far sembrare ogni loro concerto “magico” è un'idea che può venire solo a qualche detrattore, perché gli Afterhours sanno proporre spettacoli indimenticabili in qualsiasi situazione. Ma qui si sentono a casa, e lo ammettono pure.
Un Manuel Agnelli davvero in forma, così come tutti gli altri (un po' sottotono magari Giorgio Prette, ma ormai bisogna abituarsi all'arrivo dei cinquanta), il solito suono curato che contraddistingue l'ultima parte della loro carriera, un pubblico veramente numeroso (l'Estragon praticamente saturo), entusiasta ed affettuoso, e un po' di ironia. Oltre alla musica, quella che non manca mai. 2 ore e trenta di vecchie e nuove glorie, partendo dall'immancabile terna “Male di Miele”, “Non è Per Sempre” e “Quello che Non C'è”, passando per le più rare (anche se non negli ultimi anni) “L'Estate” e “Bungee Jumping”, arrivando alle riuscitissime (più in live che su disco) “Tutti Gli Uomini del Presidente” (con un buon Dell'Era alla voce), “E' Solo Febbre” e “Tutto Domani”. Pollice verso per “Riprendere Berlino”, carina ma che manca di quella verve che la rende orecchiabile su disco (complici anche alcuni errori della sezione ritmica). Le migliori in scaletta rimangono quelle di Ballate per Piccole Iene, dall'emozionante “La Sottile Linea Bianca” alla conclusiva, pseudotragica, “Ci Sono Molti Modi”, sulla quale regalano qualche battutina ed un allungo finale definibile, con un termine molto colloquiale, “sborone” ma comunque azzeccato, in un live così “informale”. “Dentro Marilyn”, “1996” e “Dea” rientrano in setlist dopo un po' di tempo ed è delirio, così come per la richiestissima (e a volte Manuel se ne è pure lamentato) “Strategie”, perfetta se non fosse per le nuove linee di batteria di Prette che la sminuiscono parzialmente. Spazio anche ad un brano inedito di Roberto dell'Era, dal titolo (presunto) “The Tim and Tom Theme”, grazie al buon rendimento live dei suoi soffusi toni beatlesiani, e a tre cover, le già collaudate “Shipbuilding” di Elvis Costello e “What a Wonderful World” di Louis Armstrong (reazione quasi “da stadio” del pubblico a questo brano), insieme alla new entry “Sweet Judy Blue Eyes” dei cantautori Crosby, Stills & Nash, eseguita ottimamente con la formazione leggermente cambiata (Dell'Era alla chitarra acustica, Ciccarelli al basso, Agnelli e D'Erasmo senza i rispettivi strumenti alla voce). Indispensabili “La Verità che Ricordavo”, che Manuel esegue con i suoi soliti “svolazzamenti” di microfono, e “Bye Bye Bombay” nell'ultimo encore.

Ecco la setlist completa:

DENTRO MARILYN
MALE DI MIELE
SULLE LABBRA
E' SOLO FEBBRE
BALLATA PER LA MIA PICCOLA IENA
LA VEDOVA BIANCA
1996
I MILANESI AMMAZZANO IL SABATO
IL PAESE E' REALE
L'ESTATE
NEPPURE CARNE DA CANNONE PER DIO
RIPRENDERE BERLINO
NON E' PER SEMPRE
QUELLO CHE NON C'E'
MILANO CIRCONVALLAZIONE ESTERNA
LA SOTTILE LINEA BIANCA
BUNGEE JUMPING
E' LA FINE LA PIU' IMPORTANTE
MUSA DI NESSUNO
TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE
THE TIM AND TOM THEME (canzone di ROBERTO DELL'ERA)
TEMA: LA MIA CITTA'
LASCIAMI LECCARE L'ADRENALINA
DEA
STRATEGIE
SHIPBUILDING (cover di Elvis Costello)
- pausa -
IL SANGUE DI GIUDA
VOGLIO UNA PELLE SPLENDIDA
NAUFRAGIO SULL'ISOLA DEL TESORO
- encore -
SWEET JUDY BLUE EYES (cover di Crosby, Stills & Nash)
BYE BYE BOMBAY
LA VERITA' CHE RICORDAVO
WHAT A WONDERFUL WORLD (cover di Louis Armstrong)
CI SONO MOLTI MODI

Tecnicamente la band è risultata sopra la media. Lo status di salute si è rialzato di molto rispetto agli anni bui della voce di Agnelli (2005-2007), potente e precisa quanto non mai (anche nel cercare di raggiungere, a volte con successo a volte un po' meno, le note altissime del ritornello di “Dentro Marilyn”), grazie anche all'apporto scenico e musicale notevole di Rodrigo d'Erasmo, eccezionale anche per gli arrangiamenti delle vecchie canzoni che possiamo, ovviamente, apprezzare solo in queste circostanze. Su Giorgio ho già sprecato qualche parola sopra, e non mi ripeto.

A chi dice che gli Afterhours sono “morti”, sono “fiacchi” o sono una band alla mercé di Agnelli vada a vederli in queste condizioni. Ne uscirà frastornato, emozionato, coinvolto. Perché è impossibile, con una scaletta ed un'esibizione come quella di stasera, lasciare il sottopalco con questi commenti. Meritano davvero, non perdeteveli. 

*video sopra mio, video sotto di Streetspirit73, che ringrazio


domenica 4 ottobre 2009

Le Luci della Centrale Elettrica Live 2 Ottobre 2009 a Ferrara




Vasco Brondi è il beniamino di Ferrara. Presentato come “uno dei migliori artisti italiani”, un'espressione volendo esagerata ma che l'affluenza altrettanto esagerata di giovani e meno giovani ha confermato. Se non uno “dei migliori”, è uno di quelli “che ha fatto davvero il botto” ultimamente. In patria, al festival della Internazionale, molti non riescono ad entrare per godersi il concerto. Ma veniamo al dunque.
Supportato da violoncello, violino e seconda chitarra (un rumorista, più che solista), sui quali spicca Rodrigo d'Erasmo degli Afterhours, mette in scena un'ora di concerto/reading (leggendo alcuni passi del suo libro che già aveva portato nel suo tour precedente questo incontro), in cui esegue quasi tutti i brani del suo disco (su tutte la tesissima Fare i Camerieri, la conclusiva e spietata La Lotta Armata al Bar e l'ormai tormentone Lacrimogeni, eseguita tra le prime). Pollice alzato per l'acustica, nonostante la sala non fosse adeguata alla musica live (del resto non si tratta di un vero e proprio gruppo comunque). La tensione creata dagli arrangiamenti degli archi e dagli effetti delle due chitarre da una marcia in più a tutti i brani di Vasco che la critica giustamente considera musicalmente molto simili ma che in questo modo hanno guadagnato molto a livello di resa live e di originalità.
Un concerto di Vasco Brondi, con il calore dei suoi compaesani e in un contesto così intimo, è davvero imperdibile. Se vi capita fateci un salto, davvero. 

* Video girato da me
  

sabato 3 ottobre 2009

Jet - Shaka Rock (EMI, 2009)


Quarta fatica per la band australiana di “amici” dei Rolling Stones, arrivata, per ironizzare sul loro nome, a questo punto con la cosiddetta “sindrome del jetlag”. Producono ancora qualche riff e qualche linea vocale di facile presa, ma è chiaro che si tratta di un volo a bassa quota (un po' come tutte quelle realtà solitamente definite “indie” che esplodono vendendo milioni di dischi con il successo di pochi singoli azzeccati per poi morire sotto il peso dei nuovi arrivati).
In un album come questo non sono più importanti le influenze, che per questi ragazzi sono un po' le stesse degli Oasis e di tanti altri del panorama inglese (nonostante vengano dall'altra parte del mondo), quindi Beatles, ecc. (e si sentono in quasi tutti i pezzi), ma il “lasting value”, cioè quanto il disco verrà riascoltato teoricamente dopo il primo ascolto. A parte qualche pezzo piuttosto energico, come il primo singolo She's A Genius (che ci illude di essere un pezzo dei Rage Against the Machine all'inizio), brano di onesta attitudine commerciale che evidentemente i Jet sanno esprimere solo con alcuni “luoghi comuni” che la fanno facilmente accostare a pezzi del passato (il vero tallone d'Achille del disco), la seguente Black Hearts (on Fire), col suo tiro iniziale da cavalcata dei conterranei Ac/DC, e Star the Show, c'è poco altro da apprezzare. Ma c'è anche quella componente più soffice, melodica, tipica di queste band. She Holds A Grudge, il pezzo conclusivo, è uno di quelli ma è anche uno degli episodi meno riusciti. Troppo melodrammatici e scontati, preferibili quando si rifugiano in quei riffetti pseudopunk dagli overdrive leggeri e sfumati che si possono anche ballare e che li hanno consacrati nel panorama mainstream. Ed infatti funziona la traccia di apertura K.I.A. (Killed In Action), un rockettino da radio che senz'altro tiene testa a qualche loro singolo del passato (ma non dello sdolcinato “Shine On”), così come Seventeen, dall'apertura “cavalcante” prima di diventare un pezzo con uno dei soliti riff stereotipati del panorama rock inglese (e ripeto, non sono inglesi), con tanto di coretti à-la- The Kooks (identica a Times Like This, se non per il cantato). Però si ascolta volentieri, come il resto del disco (anche La Di Da molto interessante, con qualche influenza Rollingstonesiana).
Facendo un bilancio soppesato del disco, lo possiamo tranquillamente collocare sopra la linea della sufficienza, ammettendo però la mancanza evidente di quella freschezza che potevano avere i primi lavori o altri prodotti della scena alternative rock di inizio di millennio. I riff e le linee vocali superano il test della passabilità, anche se non brillano per l'originalità (e neppure i testi), soprattutto quando si vuole compensare l'assenza di idee con qualche ballatona strappalacrime che non porta da nessuna parte. La produzione del disco è buona e così il suono, che però sarà difficile riprodurre con la stessa precisione e con lo stesso gusto nei live (già alcune lamentele sono arrivate negli anni per le loro performance). In ogni caso un disco che può piacere a chi cerca CD da macchina con brani di 3 minuti di media e un ritornello da canticchiare, senza pretendere nient'altro che questo. Verso l'atterraggio.

Voto: 6.5

martedì 29 settembre 2009

Cornershop - Judy Sucks A Lemon For Breakfast (Ample Play, 2009)


I Cornershop non vivono nel 2009. Perlomeno non musicalmente. “Judy Sucks a Lemon For Breakfast”, a ben sette anni di distanza dal precedente “Handcream for a Generation”, è effettivamente un ottimo collage di riff ed atmosfere provenienti dal panorama punk, pop e rock anni '60 e '70. Ci si riconoscono i primi Clash nell'andamento cadenzato ma sempre piuttosto “punkettoso” di “Soul School”, i Rolling Stones nei riff caldi “all'inglese” di “Who Fingered Rock and Roll”, in apertura, per approdare ai Beatles, inconfondibili ispiratori di canzoni come “Free Love” e una cover di Bob Dylan rifiltrata dagli occhi del frontman Tjinder Singh, “The Mighty Quinn”.

Intermezzi disco-dance come “Half Brick” ci ricordano inappellabilmente che ai Cornershop piace ballare e far ballare (vi ricorderete i vecchi tormentoni degli anni '90, come “Brimful of Asha”), e questo disco se ascoltato in certe condizioni può di certo indurre a reazioni fisiche se non propriamente simili alla danza, almeno vicine (e pure “Shut Southall Down” ne è una dimostrazione valida). Che vivano ancora nel mondo dei jukebox è sicuro anche mentre si ascolta la title-track, un ottimo pezzo con tanto di accompagnamenti percussionistici, oltre ai riff blueseggianti profondamente ispirati dal panorama americano anni '50 e '60. Un'altra sorpresa viene dopo qualche pezzo skippabile senza problemi (“Operation Push” in particolare) e si tratta di “The Turned On Truth”, un pezzo di 16 minuti e 45 secondi dai toni rilassati, che rimescola il gospel con giri molto catchy ripescati dal repertorio passato della band (quasi un riferimento diretto ai loro anni novanta fa capolino dal riff che sostiene l'intero brano). Anche tutto il campionario di suoni sintetizzati e strumenti aggiuntivi (oltre ai classici chitarra, basso, batteria e tastiera quindi) fa capo ad un insieme di musica degli anni passati che può ricordare, per timbro (nel sound molto vintage di “The Roll Off Characteristics” ad esempio) alcuni lavori del prog o della musica più sperimentale, contaminati con ascolti che provengono dal mondo orientale (l'India si sente distintamente in “Chamchu”, non solo per il titolo).

Abbastanza autoreferenziali quindi questi Cornershop, tecnicamente molto validi e tutt'ora piuttosto originali, anche dopo 5 lavori (6 contando quello pubblicato con il nome alternativo Clinton). Scrivere pezzi di pop così ispirato è difficile nel 2009, dopo che “quasi tutto” è stato detto in questo genere, ma la perfetta fusione con il rock classico, la musica disco (e il funk) e il blues rendono questo album un altro piccolo gioiellino in questo 2009 veramente valido per le uscite del panorama mainstream

Consigliato.

Voto: 8

lunedì 28 settembre 2009

Dolores O' Riordan - No Baggage (Cooking Vinyl, 2009)


L'ex cantante dei Cranberries. Bollarla così (cioè come molti giornalisti fanno) è un modo molto riduttivo di definire Dolores O'Riordan, vittima del suo stesso personaggio che si è creato uno stile diventato macchietta e che tende a sminuire ogni sua mossa al di fuori della celebre band degli anni '90 etichettandola come un tentativo di fare soldi con canzoni che sono identiche a ciò che già proponeva con la sua vecchia formazione.

Per “No Baggage” tutto questo è (quasi)completamente sbagliato. Ci troviamo di fronte ad un disco fresco, di una schiettezza rimarchevole, e senz'altro originale, contenente qualche perla pop che pochi si sarebbero aspettati da qualcuno come Dolores, soprattutto dopo così tanti anni di carriera. Gonfio di ritornelli che ricordano certo le esperienze passate della cantante (Skeleton e It's You in particolare), orecchiabile e radio-friendly al punto giusto per circolare in tutte le emittenti radiotelevisive di grido e colpire un vasto pubblico, l'album è dotato di una forza comunicativa che tramite le linee vocali e la delicatezza degli strumenti (piano e chitarra su tutti, davvero notevoli) riesce a plasmare gioielli di pop di matrice cantautorale piuttosto moderno e riuscito. Alla faccia dei detrattori. E' così che The Journey, primo singolo estratto risulta essere un gran pezzo, così come la malinconica Lunatic, nel loro essere semplici ballate dalla faccia pulita degne di cantautori di alto livello come Bob Dylan (ma il genere chiaramente non è lo stesso). E' proprio l'essere accessibile pur mantenendo una base profondamente originale e personale (cosa rara di questi tempi) che rende questo disco un prodotto così buono.
L'assenza di pretese si capisce in pezzi più volubili e leggeri, a livello compositivo, come Be Careful
e Fly Through, sotto la media ma in linea con il tiro generale del disco. Le atmosfere mai troppo cupe, seppur in alcuni tratti poco accese come quell'Irlanda piovosa che la O'Riordan sembra voler ricordare con le sue canzoni, creano una simbiosi perfetta con la sua voce, mai troppo diversa da come ci ha abituato, comunque consistente e sempre presente con linee facilmente memorizzabili, adatte sia all'ambito radiofonico che pretende brani chiusi nella struttura strofa-ritornello-strofa-ritornello, sia a quello più “casalingo” di chi vuole ascoltare musica composta in un certo modo, magari più “pensato”.

E l'unione di questi due fattori, crea un squisitissimo “No Baggage”, consigliato ai cultori del pop, agli amanti di Dolores e dei suoi vecchi lavori, così come a chi vuole ascoltarsi semplice musica che possa accompagnare momenti spensierati o più tristi; in poche parole, a tutti.

Voto: 8

sabato 26 settembre 2009

Paramore - Brand New Eyes (Fueled By Ramen, 2009)


Terzo lavoro per il gruppo americano capitanato dalla giovanissima Hayley Williams, un traguardo importante che stronca le voci di un possibile scioglimento che giravano tra gli organi di stampa che più si sono dimostrati aggressivi nei confronti del teenager-pop-punk (definizione abbastanza riduttiva) dei Paramore. E' un lavoro onesto e personale, che lascia da parte l'eccessiva produzione del secondo disco per tornare ai suoni più ruvidi del primo disco, arricchiti dall'accresciuta confidenza che tutti i membri del gruppo (soprattutto Hayley e il batterista Zac Farro) hanno con i loro strumenti. I riff graffianti e diretti dei primi due lavori rimangono e fanno capolino, a segno di una volontà di rinnovarsi che probabilmente apprezzeremo meglio nei lavori futuri, anche alcuni pezzi acustici di matrice più pop che ancora mancavano all'appello.

L'album si apre con una combo devastante, Careful e Ignorance, tra i due pezzi più belli del disco. In puro stile Paramore, come i singoli dei due dischi precedenti che tutti ricorderete, partono a 200 miglia orarie con riff veloci e ritornelli carichi che non mancheranno di rimanervi in testa per ore anche dopo il primo ascolto (non a caso la seconda che ho citato è il primo singolo estratto da questo “Brand New Eyes”). Il disco continua con un'altra accoppiata azzeccata, Playing God e Brick by Boring Brick, commerciali al punto giusto per piacere alla fetta di pubblico a cui la band si riferisce. Apprezzabili anche i riff di Turn it Off e della potente Feeling Sorry, al primo ascolto molto simili a vecchi brani della band, ma nonostante questo non banali. Gli episodi più inaspettati del disco arrivano con le canzoni più lente, in particolare Misguided Ghosts, dall'andatura piuttosto sostenuta nonostante i “volumi bassi” che non sono una caratteristica della band (anche le canzoni che non ho citato, in particolare Where the Lines Overlap, che in rete circola da tempo, sono dotate di una potenza non indifferente), e The Only Exception, altra ballata dal sapore cantautorale che lascia spazio ad una Hayley in questo disco in forma come non mai. Il disco si conclude con l'estratto dalla soundtrack del primo film di Twilight, Decode, ottimo brano dalla base vagamente post-hardcore, ben fusa con l'attitudine pop-punk della band, preceduta da uno dei brani dai quali ci si aspetta di più in concerto, All I Wanted, con un cantato molto facilmente memorizzabile che farà partire più di qualche coro dal pubblico.

Potrete perdonarmi il quasi totale track-by-track fatto del disco? Non è questo che interessa quando una band giovanissima produce album di così pregevole fattura, prodotto in maniera veramente notevole, e con una fanbase sempre più consistente che non mancherà di apprezzare anche questo lavoro. Ad essere specifici qualche difetto lo si può anche trovare, soprattutto nella scarsa originalità che i brani più punkeggianti presentano (a livello di riff e di cantato), ma non è questo un motivo per abbassare il punteggio ad un album che non ha nessuna pretesa se non quella di puntare ad un pubblico di non-intenditori che amano riff semplici e d'impatto, cantati da ripetere ai concerti e voglia di divertirsi. Alla faccia degli esperti e degli sperimentatori, un ottimo disco da una band che di esperienza ne deve ancora fare parecchia.

Voto: 8

venerdì 25 settembre 2009

The Butterfly Effect - First Conversation of Kings (Superball Music, 2008)


Il terzo lavoro di questa band australiana esce con un anno di ritardo rispetto alla data di rilascio nella terra dei canguri. Il motivo? Non chiedetelo a me. Questo prodotto è di notevole interesse per quei cultori di un genere che da noi spopola solo a periodi, quell'alt rock stile Dashboard Confessional che si lancia contaminare da grunge e post-grunge, da qualcosa di prog melodico alla Dreamtheater dei bei tempi (Awake, Images and Words) e da accenni di hard rock spruzzati a piccole dosi qui e là lungo i suoi quarantadue minuti.

Nel dettaglio è un disco interessante, valido nella non ripetitività dei contenuti, composto da undici brani di uno certo spessore soprattutto per l'aspetto compositivo e la varietà nella proposta. Partendo con la traccia d'apertura Worlds on Fire abbiamo l'impressione di trovare l'ennesimo gruppo alt-rock d'oltreoceano, ma bastano pochi secondi per capire che gli spunti sono molto più ricercati e la canzone finisce per diventare un papabile singolo, nostalgico brano che qualche “romantico” utilizzerà come colonna sonora dei suoi life moments stile film americano. Il tutto coronato dalla sezione centrale di fiati jazz che spezzano la canzone dalla seconda parte in cui sale di tono, finendo con un crescendo che la porta ad un esplosione che, strano a dirsi, mi ricorda le poche ballad dei Blind Guardian. Sette minuti spesi bene. L'alt-rock pseudocommerciale che citavamo nell'introduzione è piuttosto evidente in Final Conversation e 7 Days, due pezzi dalla normale struttura strofa-ritornello-strofa-ritornello che comunque non mancano di interesse per qualche riff semplice ma ad effetto. Potremo dire la stessa identica cosa di The Way, arricchito però di qualche inserto di chitarra più “hard”, qualcosa che alcuni ascoltatori attenti ricollegheranno a certe produzioni degli anni ottanta. Molto interessante Window and the Watcher, probabilmente il pezzo più radio-friendly del disco, con un ritornello che tutti ricorderanno al primo ascolto e riff graffianti che potremo considerare ereditati dai Papa Roach o da tutta quella scena nu-metal/alternative-rock che è andata tanto di moda da metà anni novanta fino ad adesso. Niente di nuovo, ma nel complesso un pezzo che non stona. Le influenze grunge presenti nel brano appena citato sono evidenti anche in In These Hands, che però si forgia di riff veloci propinati a suon di plettrate che mi ricordano un Matthew Bellamy in grande forma nei brani più potenti dei primi due lavori del trio inglese. Seguono una diversa formula, cioè quella dell'apertura melodica con finale potente in crescendo la seconda traccia, Room Without a View e Sum of 1, due brani carini ma non essenziali per questo disco.

Dopo questo track-by-track è evidente che l'album è piuttosto completo, non manca di momenti tristi e statici, né di esplosioni composte di riff taglienti hard-rock style che molti fan del genere apprezzeranno in particolar modo. La sensazione che si ha ascoltando questo disco è di un gruppo ancora alla ricerca di un genere preciso ma che vuole sperimentare più strade, riuscendoci sebbene diventando inconsciamente portavoce di una serie infinita di band (comprese quelle emergenti che probabilmente mai vedremo sui grandi palchi) che parte dall'alternative rock per poi cercare un'affermazione migliore senza riuscirci. Non per questo l'album perde di interesse, anzi lo consiglio a tutti i fan del rock alternativo che ascoltiamo nei Papa Roach o nei Weezer, spruzzato di venature malinconiche alla Stone Temple Pilots, del post-grunge commerciale dei 3 Doors Down e del grunge più classico dei primi Pearl Jam. Una band fresca che se trovasse la giusta via potrebbe davvero diventare famosa anche qui in Europa, e non solo in madrepatria.

Voto: 7

giovedì 24 settembre 2009

The Amber Light - Play (Superball Music, 2008)


I The Amber Light, noto quartetto tedesco con trascorsi progressive e sperimentali ora planato in un'atmosfera più congeniale al grande pubblico, ci propongono "Play", un lavoro molto interessante frutto della fusione di numerose influenze che provengono dai più diversi orizzonti. In questo disco, che giunge sul mercato italiano con quasi un anno di ritardo rispetto alla sua prima uscita in Germania, ritroviamo infatti l'indie rock dei gruppi iconici del momento, come Bloc Party ed Editors (o perlomeno le stesse radici), le linee vocali dei più celebri cantanti mainstream tra cui Molko e Bellamy, e qualche sperimentazione che in Italia già abbiamo sentito ed apprezzato dai Marlene Kuntz ma che potremo senza dubbio ricondurre agli Sonic Youth o ai più recenti Archive.

Il disco nel dettaglio contiene 12 pezzi tutti dello stesso livello, con toni molto variegati che spaziano dal pop di "Drake", ballata che ricorda i Radiohead più malinconici, al power-pop del primo pezzo, "Moody". "All Over Soon" e "Waste" evidenziano il proposito della band di raggiungere i fan della scena alternative del momento, che probabilmente gli varrà qualche posto nei grandi festival estivi. Sono due brani concisi, diretti e ben arrangiati, senza dubbio tra i migliori del disco. "The Deep Twist" è un'altra bella pop ballad in cui linee vocali pop alla Dashboard Confessional si fondono con gli arpeggi più romantici di Jonny Greenwood. "Fire Walk With Me" esplode con un riff puramente Muse dell'epoca di Origin of Symmetry, sembrando in alcuni tratti quasi copiata da altri pezzi dei tre del Devon. Interessante "No Love Lost" che ci presenta una base dominata da synth e chitarre effettate in un groviglio di sonorità quasi new wave; avranno ascoltato troppo i Depeche Mode? E dopo "Does It Ever Get Better", che fa l'occhiolino ai più recenti The Kooks, sorvolando la banale "Play" da cui trae nome il disco, arriviamo ad un'originale chiusura con "...And Then It Stopped Raining...", il pezzo più calmo ma non per questo da sottovalutare. Le chitarre e la voce producono infatti un senso di trasporto che rende questo brano molto evocativo, sicuramente uno dei più interessanti del disco.

Tecnicamente la band è valida. Per chi ha ascoltato anche i lavori precedenti percepirà una presenza meno insistente delle chitarre ma il tutto è funzionale al percorso intrapreso dai quattro con questo Play. Molto valida la performance del cantante, che utilizza il suo timbro piuttosto caldo per creare un'atmosfera molto intima. Interessanti anche i contributi al piano e al synth. L'album infine è ben prodotto e i suoni molto “compressi” aiutano a rendere la riservatezza e la pacatezza dei toni, che conferiscono raffinatezza al prodotto e questa è sicuramente uno degli espedienti che la band ha voluto utilizzare per dare più corpo a questo lavoro.

L'album in sé costituisce un bel pezzo da collezione non solo per chi già ha apprezzato la band, ma anche per chi vuole ascoltare un sano rock commerciale suonato da bravi musicisti. Unico difetto forse la piattezza generale, poiché tutti i pezzi se ascoltati di fila sembrano uniti da un filo comune che nonostante le differenze nelle sonorità e nella struttura sono alla lunga prevedibili e rischiano di stancare dopo qualche ascolto. Un disco da centellinare ed apprezzare poco per volta, sicuramente valido per tutti gli appassionati dell'alternative rock melodico che è ormai entrato in pianta stabile anche nelle “heavy rotation” dei grandi network musicali.

Voto: 7

lunedì 21 settembre 2009

The Devilrock Four - First in Line (Shock Records, 2007)


Il quartetto hard rock australiano arriva con questo First in Line al terzo full-length. Prova piuttosto difficile visto che già i precedenti due dischi non brillavano certo per originalità. L'influenza che l'hard rock anni ottanta e novanta e che qualche spruzzo di punk rock ha su questi ragazzi è evidente in ogni pezzo, ed è forse l'assenza di una rielaborazione personale che ne sminuisce la qualità, comunque discreta.

I pezzi sono tutti piuttosto godibili ed orecchiabili, a metà tra i Motley Crue, gli Offspring, gli Hellacopters e i più recenti The Darkness e Velvet Revolver, passando per l'innegabile stima che questi ragazzi devono avere per gli Ac/Dc.

I riff, seppur piuttosto manchevoli di originalità, hanno un gran tiro e si possono prevedere delle performance live sopra la media. Le migliori This is Forever e Dress You Down, con ritornelli che facilmente si ricordano e composti in maniera non spettacolare ma all'altezza dei gruppi dai quali si abbeverano (si suppone) quotidianamente questi Devilrock Four. Eccezion fatta per l'incipit di No Friend of Mine e Should Have Known tutti i pezzi sono piuttosto veloci e pestati, e quindi dove questo lavoro ne guadagna in omogeneità spicca però una certa assenza di varietà, che non è il pregio di questo First in Line (ma forse neanche il maggior difetto). One Good Reason parte per la tangente con riff più punk che hard rock, e la voce molto “Dexter Holland” di Jonny Driver ne mette in risalto appunto questa componente più “americana”. Interessante anche la conclusiva Love Is Blind, più commerciale, nella quale evidenziamo la struttura alla post-grungettona americana e i riff alla Slash.
La prova della tecnica e della produzione per questo lavoro è senza infamia e senza lode, i ragazzi se la cavano tutti bene (su tutti il batterista Coghill) e sono piuttosto bravi ad inventarsi riff taglienti e giri di basso sempre azzeccati, al di là della già analizzata poca originalità che è il filo conduttore del disco. Suoni in linea con il genere e una qualità della registrazione superiore anche a lavori più celebri sollevano anche l'eventuale giudizio negativo che se ne può dare in tema di songwriting.

Alla fine questo disco è comunque ascoltabile, per chi l'hard rock lo mastica da tempo e per chi vuole scoprirne le neanche troppo numerose combinazioni, ma, non mi stanco di ripeterlo, nulla di nuovo. Davvero.

Voto: 5+

sabato 19 settembre 2009

Pearl Jam - Backspacer (Universal, 2009)


Questo “Backspacer” sembra l'album di quei Pearl Jam che non vogliono invecchiare, come anche nel precedente lavoro avevano fatto notare. Si pesta ancora tanto, fermandosi ogni tanto per quegli inserti melodici che in certe band significano “vendersi” ma che sono invece molto spesso sintomo della maturità che quasi tutti, prima o poi, raggiungono (e infatti il pezzo più lento Just Breathe, non solo è un ottimo brano da viaggio in autostrada, ma presenta anche degli inserti d'archi che sono più o meno una novità per Vedder e soci).

L'album si apre con un pezzo veloce, simile a molti altri successi del passato tra cui il singolo “Do The Evolution”. Si tratta di Gonna See My Friend, strofa e ritornello alternati in una composizione semplice quanto ben funzionante. Azzeccata. Si capisce subito che i riff di questo disco funzionano, anche se sono comunque la rielaborazione più o meno originale di quanto già è stato prodotto nella loro più che decennale carriera. Lo scopriamo in The Fixer, brano che scivola via veloce per la struttura prevalentemente “da chart”. E' questo il tiro del disco. E uno dei singoli estratti Supersonic ne è la conferma, forse l'episodio meglio riuscito di questo Backspacer, con riff taglienti al punto giusto per scatenare anche un po' di pogo ai concerti. In Amongst The Waves si passa a quel post-grunge di band come Nickelback, Creed e primi Alter Bridge, per quanto riguarda la musica, ma il brano è comunque riportato allo stile PJ dalla voce di Vedder e dall'assolone centrale, che quasi strizza l'occhio a Slash. Vale lo stesso per la successiva Unthought Known.

Sonorità più “british” rispetto al grungettone a cui hanno abituati aprono Got Some, che diventa poi comunque il classico pezzo alla Pearl Jam, e anche in Johnny Guitar, in verità uno dei pezzi migliori del disco, per l'impatto che la sua scontatezza ha anche al primo ascolto. Nell'ottica di un disco che “deve vendere” funziona senz'altro. Un po' di melodia anche per un titolo rubato ai Coldplay, Speed of Sound, in realtà una canzone completamente diversa, anche se i toni un po' “malinconici” ricordano un po' alcuni pezzi del gruppo inglese.

La band è ancora in forma, sforna riff che si memorizzano facilmente e lancia ancora qualche occhiata al passato da band grunge uscita dal fortunato panorama di Seattle, seppur l'attenzione a delle soluzioni più “universali” nel sound e nella composizione dei brani siano evidenti. La voce di Vedder è sempre all'altezza e, insieme al chitarrista solista Michael David McCready, rimane il migliore in formazione (anche come originalità). La produzione, nei suoni, è in linea con tutti i loro lavori, soprattutto gli ultimi due o tre album, e non presente particolari novità.

Per concludere, Backspacer è un album che soffre forse della mancanza di quella freschezza che contraddistingueva in particolare alcuni CD precedentemente sfornati dalla band (non solo lo storico “Ten”), ma che dimostra come ci sia chi, superata la quarantina, continua ad avere comunque qualcosa da dare al panorama rock. Mainstream si intende. Perché il grunge, si sa, ormai è morto. E non per colpa di Kurt Cobain.

Voto: 7-

venerdì 18 settembre 2009

Sonata Arctica - The Days of Grays (Nuclear Blast, 2009)


Il nuovo album del quintetto finlandese. Potrei fermarmi qui, ma mi ero promesso di farne una recensione più completa, quindi bando alle ciance.

Rispetto al precedente Unia rincontriamo una band power metal come ci aveva lasciato prima dello scorso disco, più rilassato e per questo forse anche più interessante. Soliti assoli ultraveloci, cavalcate epiche supportate dall'incalzante doppio pedale di Portimo, cantato in puro stile Kakko, senza eccezioni (compreso l'inserimento di una voce femminile che nulla toglie e nulla da al prodotto finale).

Aperto da un pezzo strumentale che ritroveremo in chiusura cantato (Everything Fades to Gray), molto migliore nella seconda versione, il disco prosegue con la tipica struttura da disco “nordico” per tutti i suoi cinquantasette minuti, forte solo di qualche azzardo in più (i cambi di tempo all'inizio di Deathaura, brano in realtà piuttosto noioso nel complesso, ne sono un esempio). Pezzi come The Last Amazing Grays, Flag in The Ground e The Dead Skin sono fotocopie di vecchie canzoni della band, così anche le ballate Breathing e As If The World Wasn't Ending, a metà tra le vecchie glorie come “The End of This Chapter” e i brani da pop scandinavo dell'ultimo di Kotipelto (Stratovarius). Va leggermente oltre, anche se non troppo, Zeroes, pezzo molto orecchiabile che aggiunge qualche venatura più calda al solito set di suoni glaciali/medievaleggianti tipici della band e di gran parte del panorama finnico. Serve a poco citare le altre, in puro stile Sonata Arctica e pertanto sicuramente apprezzate dai fan dello stile, ma per nulla valide nel loro dichiarato tentativo di fare “qualcosa di nuovo”. Che le chiacchiere da blog o da rivista servano ormai è cosa più che dimostrata, e questo disco non sarà certo l'eccezione che conferma la regola.

Che dire. Prodotto bene e suonato meglio, è un disco onesto per chi i Sonata li ha sempre seguiti ed apprezzati, ma venirci a dire che questa è roba nuova suona semplicemente un po' ridicolo. Forse anche patetico, in un genere morto da tempo. Solo per i patiti.

Voto: 4.5

giovedì 17 settembre 2009

Eels - Hombre Lobo (Vagrant, 2009)


Sembra il periodo d'oro per la musica alternative, pop e rock (e anche per le relative combinazioni). Ci sono stati i Grizzly Bear, il nuovo di Beck, un gran disco degli Wilco e tante altre belle cose. Gli Eels hanno voluto dare il loro contributo a questo prezioso momento producendo un gran disco. Hombre Lobo, “uomo lupo”, suona quasi come una dichiarazione d'intenti, volontà di cambiare, ma sempre con lo sguardo rivolto a quello che finora sono stati e probabilmente, visto questo ultimo album, continueranno ad essere. E nessuno se ne dispiaccia.

Hombre Lobo presenta l'onestà della band di E. che non sembra voler smettere di stupire. Produce un gioiellino di alt-pop come non si poteva prevedere, con salti nel passato (come sempre), melodie fuzzettone, pezzi strappalacrime alternati a dolcezza spensierata. Insomma, tutta la storia degli Eels riproposta come in un depliant esplicativo per le orecchie, l'audioguida del signor Mark Oliver Everett. Ci siamo anche coi temi, quando riveliamo la normalità (o meglio, l'ordinarietà) dell'uomo in Ordinary Man, e una specie di disturbo bipolare non solo in versi che si fagocita tutto il disco. Si urla e si scalpita in Fresh Blood, il singolo ed uno dei pezzi migliori, ci si lamenta (ma pur sempre con stile) in The Longing. I riff al limite del radio-friendly di Lilac Breeze e What's A Fella Gotta Do strizzano l'occhio a Beck più di quanto lo stesso cantautore faccia ultimamente, lasciando quindi trapelare in maniera neppure troppo velata l'influenza (in verità bilaterale) che egli ha avuto su E. Non per questo possiamo parlare di una copia, ma lo stile pop luminoso e “da scantinato” degli Eels rimane anzi protagonista. Come in Tremendous Dynamite, dove si grida con un po' di distorto alla voce, un pezzo che ci fa capire da dove gli ultimi Arctic Monkeys vogliono forse prendere per assicurarsi un futuro degno. E l'americanissima Prizefighter, in apertura, con un retrogusto country sporco di Springsteen e di Lynyrd Skynyrd. Sempre con classe.

Everett ce l'ha fatta di nuovo. Questo disco ha di per sé bisogno di un minimo di bagaglio musicale per poterlo apprezzare appieno, ma risulta in ogni caso fresco ed orecchiabile al punto giusto, come se stessimo ascoltando, di nuovo, il Beck dei tempi d'oro. Autoreferenziali, se mai questo fosse utile per capire il disco, anche nei suoni, che chi conosce gli Eels può ricondurre anche a precedenti lavori (in particolare il precedente Blinking Lights and Other Revelations), sempre “all'antica” ma moderni nel tipo di proposta. Peccare di originalità riguarda solo quei gruppi che non sanno più che strada prendere, ma qui non stiamo parlando della solita perla indie triste e malinconica da panorama inglese scazzato per la pioggia, gli Eels sono un vero manifesto, ascoltateli e poi mi saprete dire.

Voto: 7,5

martedì 15 settembre 2009

Zen Circus - Andate Tutti Affanculo (Unhip Records/La Tempesta/Universal, 2009)


Ci ricordano che “La storia ce lo insegna che se Dio esiste è un coglione”, che nel 93 "I pantaloni stretti erano da froci e non da fighi, le Converse da pezzenti, il computer da perdenti". Elargiscono frasi-slogan come “Essere stronzi è dono di pochi, farlo apposta è roba da idioti”e parlano del “rancore di chi l'ha preso in culo e non lo vuole raccontare, gli basta di ridarlo per potersi vendicare".

Il tono del disco è questo. La volgarità elevata a metro per raccontare storie del quotidiano, come Ragazza Eroina, un pezzo che ricorda tanto Rino Gaetano quanto i Tre Allegri Ragazzi Morti. “L'avvenire è andato, ma i sogni del passato sono ancora tutti qua”. E' Gaetano che fomenta questi ragazzi a perseguire il loro scopo di raccontare con il tono che più piace agli italiani cosa ci accade attorno. Lo vediamo nel L'Egoista, ritratto di un tipo di uomo sempre più diffuso, e in Gente di Merda, già vista nella compilation Il Paese E' Reale degli Afterhours, qui in una versione più easy-listening. Ma non stiamo parlando di una versione musicale di Verga, la disillusione con cui affrontano certi temi è senza dubbio caratteristica (lo avevamo già visto in Figlio di Puttana, nel precedente disco) e travalica la banalità con cui altri gruppi lo stanno facendo. Andate Tutti Affanculo, la title-track, è la migliore del disco, sviluppata più o meno sulla struttura di una canzone cantautorale italiana à-la-Guccini, però con una batteria quasi “americaneggiante” (il ritmo comunque non è nuovo per il “circo Zen”). Il rock degli Zen Circus suona meglio in italiano che in inglese (e questo disco è evidentemente migliore del primo), anche se la collaborazione di Ritchie aveva contribuito ad un'internazionalità del suono che qui manca. Non è però questo un difetto.

“Canzone di Natale” ha il testo più “reale” del disco, e suona molto anni '90 di quando si era tristi ed arrabbiati per qualcosa (o forse quelli erano i '70?), ed è questa la forza di questi ragazzi.

Le chitarre, sia quando si distorcono per accompagnare la componente più violenta del racconto (“siamo solo fango sparso sopra questa terra”), sia quando si fanno dolci per parlare del “Natale S.p.A.”, in cui ci si aspettano “i contanti e non il solito paio di guanti”.

Anche loro sono una di quelle band nate da poco di cui in Italia c'era bisogno per uscire dall'anonimato. Fanno parte di quella cerchia di band che le major come l'Universal vuole fagocitare perché ha notato l'interesse che il pubblico denota per chi, in italiano, vuole comunicare qualcosa. Si spera che rimangano sempre indipendenti nella creazione dei pezzi e che portino questo stile a qualcosa di più personale, se possibile. Per ora resta un gran disco come nel 2009, in Italia, se n'erano visti pochi. Entrambi i pollici alzati.


Voto: 8+

lunedì 14 settembre 2009

Marlene Kuntz Live @ Bologna 12/09/09


MK. Bologna. Quasi vent'anni di carriera.
Il gruppo di Cristiano Godano prende l'occasione, con questo tour elettrico che succede a quello più “intimo” che attraversò i teatri di tutta Italia all'inizio del 2009, per sparare dritto in faccia a vecchi e nuovi fan tutta la rabbia che li ha sempre contraddistinti. Più di qualche tuffo nel passato e pochissimi riferimenti alla produzione recente, per scatenare anche un po' di pogo, qualche danza e, ovviamente, un coinvolgimento emotivo che non si percepisce solo dalle reazioni “corali” della folla a pezzi storici come Sonica e Nuotando nell'Aria (stranamente presenti in coppia), così come nella recente Uno, in una strana veste più elettrica che su CD, ben riuscita.
Le chitarre elettriche fanno un lavoro eccelso, soprattutto un Cristiano in ottima forma che salta per il palco come un ragazzino, sprezzante dei quarant'anni suonati che si porta sulle spalle. Urla disperato in Ape Regina, sussurra (ma con classe) in Bellezza, passando per gli “istanti in cui vivere è una merda” di A Fior di Pelle, uno dei migliori pezzi live. Il pogo di Festa Mesta se lo ricorderanno tutti quelli delle prime file, ed anche il coro spacca-orecchie sollevatosi per La Canzone che Scrivo Per Te, con qualche fan del gentil sesso che si immola pure nel tentativo di simulare la presenza di Skin a duettare con Godano (come nel singolo originale). Ottima, ma non è una novità, anche la cover di Impressioni di Settembre della PFM, una rievocazione (ed un riarrangiamento) semplicemente mozzafiato).
Dal punto di vista tecnico non c'è niente da dire. Bergia alla batteria in gran forma, Godano salterino e carichissimo alla chitarra, nella media con la voce (piuttosto “graffiante” in certi tratti, sopra i suoi standard comunque a livello di intonazione), bassista all'altezza (ma quanti ne cambiano?) e polistrumentista azzeccato. La moda scatenata dall'ormai ex Afterhours Enrico Gabrielli sembra aver interessato anche il buon Godano, comunque gli inserti di violino à-la-Dario Ciffo ci stanno, niente da dire. Non una nota dolente per un concerto di questo genere, tutto è andato per il verso giusto, anche la durata (circa 2 ore 15) e l'acustica, di cui penso nessun cliente dell'Estragon (semipieno per i piemontesi) possa lamentarsi.

Se capitano dalle vostre parti, soprattutto in questo tour con una scaletta “così” pregna di perle del passato (ricordo, per concludere, anche la presenza di Ineluttabile, Cara è la Fine e Come Stavamo Ieri, imperdibili), fateci un salto. Ne vale la pena

ps. Prima dei Marlene suonava una band di Cuneo che essendo arrivato tardi non mi ha permesso di produrre una valutazione completa e giusta (e nemmeno di capire il nome, in verità), ma dal poco che ho sentito i ragazzi suonavano un rock onesto e maturo, ballabile e con un tiro, soprattutto alle chitarre, notevole (forse simili ai Negrita). Se qualcuno ha informazioni su chi sono lo lasci nei commenti.

Foto a cura di Emanuele Brizzante (sopra) e Alberto Lucchin (sotto, ecco il link al DeviantArt)

domenica 13 settembre 2009

Muse - The Resistance (Warner Bros, 2009)


I Muse sono, da quando esistono, uno dei gruppi più interessanti del panorama rock mainstream inglese. L'evoluzione di Bellamy e soci li ha visti passare da un gruppo ruvido e prevalentemente elettrico ad una band piuttosto abile nel fondere il pop e il rock più commerciali con porzioni strumentali di indubbio valore e qualche tocco di synth/pianoforte sempre azzeccati. Dopo “Black Holes and Revelations”, l'album della maturità per alcuni e della rovina per altri, ci si aspettava forse un'ulteriore elaborazione del sound verso sponde più psichedeliche, sempre mantenendo l'attitudine da band da hit parade che ormai li ha accomunati a Coldplay, U2, Oasis e così via. Quello che “The Resistance” rappresenta è in realtà l'evoluzione più o meno naturale del percorso che già avevano intrapreso con l'album precedente, soprattutto di quella parte “ballabile” (vi ricorderete “Supermassive Black Hole” e “Map Of The Problematique”) che partorì qualche gemma pop con melodie al limite dell'easy-listening come il singolo-tormentone “Starlight”.

Il disco si apre con una ballata che strizza l'occhio a MTV e i suoi spettatori pur facendo riferimento, forse neanche troppo velatamente, ai Battles (per chi li conosce). E' “Uprising”, col suo ritornello molto orecchiabile, e una melodia di basso ripetitiva quanto azzeccata. Bel pezzo. Un altro brano dai toni più “dance” e dalle atmosfere piuttosto depechemodiane è “Undisclosed Desires”, sulle cui pretese da singolo si può scommettere. Inglese misto a francese in “I Belong To You/Mon Coeur S'Ouvre à Ta Voix”; era da tempo che non facevano una canzone d'amore, e di nuovo, come ai tempi di “Unintended”, ci azzeccano. Strofa e ritornello spensierati e banali ma di classe, prima di convertirsi in una tirata di piagnistei con un tocco di orchestra a dare gli accenti giusti. Il Freddie Mercury che c'è in Bellamy si sente ancora di più In “United States of Eurasia”, uno dei pezzi più belli del disco, che inizia con una sofferta intro di piano prima di esplodere in cori alla Queen (alcuni lo definirebbero quasi un plagio), per diventare una cavalcata con tastiera saltellata fino alla coda finale, denominata “Collateral Damage”, un minuto di assolo di pianoforte con chiari accenni alla musica classica. Interessante quanto catchy il giro di tastiera della title-track “Resistance”, che pecca però di un ritornello troppo scontato. Si guarda al passato solo con “Unnatural Selection”, con un riffone di chitarra come non ne sentivano dai tempi di Absolution, prima di scadere poi in una parte centrale rilassata ma forse un po' forzata. Saltando le decenti “Guiding Light” e “Mk Ultra”, si arriva ai tre pezzi conclusivi, che uniti formano la suite “Exogenesis: Symphony”, 10 minuti circa di musica apparentemente non collegata che non aggiunge ne toglie nulla al disco, ma dove l'orchestra da il meglio di sé.

Strumentalmente non serve aggiungere niente a quanto non si sia già detto. Chris Wolstenholme è un gran bassista, ed è in forma, così come Howard alla batteria, sempre più preciso, anche se qualche volta ripetitivo (niente di troppo evidente però). La chitarra sta scomparendo sotto l'incedere delle orchestrazioni, del pianoforte e degli inserti di synth però Bellamy alla voce fa tecnicamente un gran lavoro, rimessosi in gioco nel tentativo (non riuscitissimo) di rinnovare un po' le linee vocali, unica vera pecca del disco. I suoni ci sono, del resto qualcuno aveva dei dubbi sul buon gusto dei tre?

“The Resistance” è un album onesto, un altro album di quei Muse imborghesiti che abbiamo già imparato a conoscere negli ultimi anni e, nel suo essere un miscuglio eterogeneo di pop epico e rock con qualche accenno di elettronica da classifica, e se non sarà il massimo in quanto ad originalità resta comunque un lavoro degno di nota, in barba a quei detrattori che sempre guarderanno male a chi, come loro, tenta di fare soldi con della musica seria (ma non sia mai criticare i Radiohead). Da ascoltare.

Voto: 7.5